
sulla stampa
a cura di G.C. - 16 marzo 2007
Mastrogiacomo, nuovo appello
Carlo Bonini su la Repubblica
ROMA. Il concitato appello in lingua inglese di Daniele Mastrogiacomo, registrato il 13 marzo (ventiquattro ore dopo il video mostrato ieri) e diffuso ieri pomeriggio a Kabul, l´indicazione della giornata di oggi come termine ultimo per avviare una trattativa per il suo rilascio, riscrivono i tempi dell´agenda del nostro governo e della nostra diplomazia. Ne impongono un´accelerazione improvvisa. Sollecitano la Farnesina a rendere noto quel che, in un primo momento, aveva ritenuto di non divulgare: una telefonata tra il presidente afgano Hamid Karzai e il presidente del consiglio Romano Prodi e il ministro degli Esteri Massimo D´Alema.
Convincono il direttore di Repubblica, di intesa con Palazzo Chigi, dell´opportunità di chiedere pubblicamente, a sera, che i Taliban mostrino disponibilità a "concedere tutto il tempo necessario per trovare una soluzione che porti presto ad una liberazione di Daniele".
"Tutto il tempo necessario". La chiave della giornata che si è appena conclusa (undicesimo giorno di prigionia di Daniele) e di quella che si apre oggi è tutta qui. Apparentemente, le richieste dei Talibani, per quel che ieri sera è tornato a dichiarare all´agenzia di stampa francese France Presse il portavoce delle milizie, Youssuf Ahmadi, "non cambiano" rispetto a quelle pubblicamente annunciate la scorsa settimana dallo stesso portavoce e da una voce maschile attribuita al mullah Dadullah: la liberazione dei portavoce talebani oggi detenuti nelle carceri del legittimo governo afgano. Ma sembra altrettanto evidente che ciò che i Talibani ora chiedono è che cominci rapidamente quantomeno un negoziato sul "prezzo" della libertà di Daniele.
La telefonata tra il presidente Kharzai, il premier Prodi e il ministro degli Esteri D´Alema è evidentemente un fatto che dice molto di quanto sta accadendo in queste ore. Ma è altrettanto significativo che la Farnesina faccia sapere che si tratta di una "prima comunicazione" cui altre seguiranno "entro brevissimo tempo". Che lo stesso D´Alema, da quarantotto ore a questa parte, parli della "necessità di uno stretto coordinamento" tra le autorità di governo e politiche di Roma e Kabul. Che il presidente della Camera Bassa del parlamento afgano, Mohamad Younus Qanooni, abbia personalmente incontrato, tra mercoledì e giovedì, prima il nostro ministro degli Esteri e quindi il presidente del consiglio. E che proprio palazzo Chigi, nel dare conto, ieri, del colloquio di Qanooni con il nostro premier abbia parlato di "occasione per sensibilizzare gli interlocutori afgani dell´importanza che venga compiuto ogni sforzo e attivati tutti i canali per pervenire alla liberazione del giornalista Mastrogiacomo". Sollecitazione, questa, che avrebbe per altro incassato l´ampia assicurazione da parte afgana di un impegno a "una piena mobilitazione delle istituzioni afgane per il rilascio" di Daniele.
Insomma, al filo politico-diplomatico che in queste ore si va intrecciando tra Roma e Kabul va soltanto dato il tempo necessario a ingrossarsi e definirsi. Nella "ragionevolezza dei tempi". Che tutti vogliono brevi, ma di cui nessuno ha la piena ed esclusiva disponibilità in una fase così delicata e che soprattutto coinvolge due Paesi sovrani. A Roma, tutti sanno e riconoscono la complessità del passaggio. Il direttore di "Repubblica", Ezio Mauro, ha voluto, ieri sera, che anche alle milizie taliban il quadro fosse chiaro. E di intesa con il governo ha affidato a tutti gli organi di stampa questo appello che lo rende esplicito: "Siamo in una fase molto delicata. Abbiamo avuto la prova che Daniele è vivo e sappiamo che il governo italiano sta esplorando tutte le strade possibili per un esito positivo della vicenda. D´intesa con il governo, voglio rivolgere un appello perché sia concesso tutto il tempo necessario per trovare una soluzione che porti presto ad una liberazione di Daniele".
Uno scossone chiamato Pd
Luigi Berlinguer su l'Unità
A chi paventa che la nascita del Partito democratico possa rappresentare l'archiviazione dell'esperienza socialista vorrei dire che si tratta di una preoccupazione infondata. Troppo profonda è stata la sua influenza nella vita di milioni di uomini perché questo pericolo sia reale. Solo per fare alcuni esempi, non si potranno mai cancellare i valori espressi dall'organizzazione di classe e dalla difesa attraverso di essa dei ceti più deboli; oppure la demistificazione dei limiti sostanzialmente imposti a libertà ed eguaglianza da parte dello Stato protoliberale. Resterà la grande idea della libertà dal bisogno. L'interrogativo vero è invece un altro: può oggi l'esperienza socialista, da sola, integrare l'insieme dei valori e delle forze sociali capaci di assicurare un avvenire di giustizia sociale e di progresso nella società contemporanea? Da sola credo proprio di no. Sono troppo profonde le novità dell'epoca presente per non dover rinnovare analisi ed elaborazioni, pena l'esaurimento della grande spinta di progresso rappresentata dal socialismo. Le nostalgie, i laudatores temporis acti non fanno storia.
Qualche esempio: forse che la domanda di inclusione e protezione sociale si presenta oggi nello stesso modo di 150 anni fa? Che il profilo delle libertà sia rimasto uguale, che le forme delle disuguaglianze sociali siano le stesse?
Azzardo un ragionamento. Tutti i movimenti che nascono per organizzare e sostenere i soggetti deboli, classi o territori o rappresentanze di genere che siano, all'inizio assumono naturalmente atteggiamenti radicali, si concentrano essenzialmente sulla difesa, erigono fortilizi, proprio perché deboli, per la necessità di resistere, non soccombere, aprire strade nuove. In seguito, il successo conseguito dopo una prima fase e dopo le originarie rivendicazioni contribuisce a cambiare il quadro. La pura difesa delle posizioni conquistate, dei diritti affermati si rivela così insufficiente non solo a conquistarne di nuovi, a combattere le nuove esclusioni sociali, ma persino a conservare le prime conquiste. I successi conseguiti nel passato e le novità socio economiche cambiano lo scenario, richiedono "guerra di movimento e non di posizione", il passaggio dalla difesa alla valorizzazione e alla espansione dei diritti. La semplice guardia al bidone produce solo sconfitte.
Ancora esemplificando (mi si perdoni la rozza sommarietà): nel campo delle azioni per la diffusione del sapere, dopo la fase (protoliberale) della semplice alfabetizzazione di massa, quella successiva (socialistica) rivendica sostegno economico ai meno abbienti per l'apprendimento. Oggi neanche questo, però, basta più: il nuovo obiettivo è il "diritto al successo educativo" per tutti, che va molto oltre le rivendicazioni di stampo socialistico. Nel campo dell'uguaglianza, da quella puramente formale (protoliberale) si passa alla richiesta di uguali opportunità di partenza, nei fatti, per tutti (socialistica). Tuttavia essa non basta più, oggi: si deve passare ad una (postsocialistica) uguaglianza di successi per tutti, ovviamente rispettando le differenti soggettività e potenzialità.
Sul fronte dell'occupazione, la novità è data dal passaggio dalla "difesa del posto di lavoro" (ormai sempre più impotente in questa forma) alla postulata necessità di elevata ed estesa qualificazione professionale e culturale in una con la piena occupazione, le sole in grado - coniugate insieme - di "difendere" il lavoro ed elevare la "capacità contrattuale" del lavoratore: assicurare cioè lavoro, vocazione attitudinale propria e mobilità, come dire più libertà e più uguaglianza. Come si vede, l'analisi sociale va aggiornata. Il bagaglio socialistico non basta più. La fase attuale, in altri termini, è quella di una società non "protetta", non di pura "difesa", ma aperta, per questo più libera e più competitiva, che promuove l'iniziativa, le vocazioni individuali, la libertà di scegliere la propria vita. Che stabilisce regole giuste per tutti, senza tuttavia le rigidità delle "difese", lo statalismo burocratico, che producono soffocante eccesso di norme e continue angherie rispetto ai cittadini. È la società libera ed aperta il vero antidoto alla precarietà e insicurezza con la realizzazione delle vocazioni, la vera cornice delle nuove libertà. La cultura e pratica della sola "difesa" non riesce più ad aggiornare e rendere percorribile la libertà dal bisogno senza scadere in assistenzialismo. Se fortemente ed adeguatamente attrezzata a sostenere e promuovere tutti, articolando e mirando efficaci e necessarie azioni volte a valorizzare i più deboli, a disgelare le attitudini di ciascuno, la società libera e aperta valorizza il merito e la qualità, ma anche le potenzialità di tutti: ingredienti necessari per assicurare dinamicità e sviluppo, e quindi nuove condizioni di libertà ed uguaglianza effettuali, di fatto.
Il riformismo del Partito democratico, post-socialista, ha il suo manifesto nel primo comma dell'art. 3 della Costituzione, che scolpisce l'idea di libertà e uguaglianza "di fatto", non solo a parole, di "rimozione degli ostacoli" che l'organizzazione sociale frappone, fattori essi di esclusione e vera ingiustizia. Il riformismo si fonda sulla cultura del risultato, gradualità, processualità, effettualità: i meccanismi in grado di rendere liberi ed uguali in concreto. È qui la superiorità politica del riformismo rispetto all'ideologismo, perché l'ideologismo chiacchiera, il riformismo fa, realizza. Superiorità politica, ma anche ideale, perché il più grande ideale di un "democratico" non può che essere quello di lavorare perché tutti siamo "di fatto", non a parole, più liberi ed uguali.
Ma il Partito Democratico sarà, in Italia, qualcosa di più non solo perché è nuova, più aggiornata la sua analisi sociale, ma anche per motivi squisitamente politici. La politica italiana è oggi espressione di una crisi pericolosissima: frantumazione del sistema politico, instabilità, residui insolubili di ceto politico che sopravvive a se stesso, nel suo prevalente confronto interno a se stesso; e grave perdita di rappresentatività di interessi o classi sociali reali, di assenza di capacità di guida del paese. L'Italia ha un drammatico bisogno di uno strumento progressista (non solo di una coalizione, ma anche di un vero e proprio strumento) che - pur nella sua eterogeneità - sia capace di decidere, guidare, assicurare stabilità e tempi di governo adeguati alle strategie; di sintetizzare microidentità, alleanze sociali, convergenze di culture, di esprimere ricchezza di modernità. I partiti, nati nel corso di questa interminabile transizione, si stanno esaurendo nell'esercizio di un suo patologico allungamento, estenuando il paese, privandolo di stabilità e delle condizioni adeguate di una vera guida.
Per converso, anni di Ulivo hanno sgretolato antichi steccati, divenuti sempre più artificiali nel cimento di nuove domande sociali ma anche di vive esperienze politiche di incontro e gestione comune della cosa pubblica. È giunto il tempo di spingere fino in fondo questa marcia, queste esperienze, di non tenerla inutilmente a bagno maria. Di sparigliare risolutamente le carte. Di uno shock. Non si può attendere. Bisogna bandire nostalgie e pigrizie. Soprattutto la difesa statica del passato. Soprattutto occorre che terminino lo spettacolo di continua rissosità, che si guardi al paese ed alla sua domanda, non a se stessi. Responsabilità, responsabilità, responsabilità.
Martini: la Chiesa non comandi dall'alto
Gian Guido Vecchi sul Corriere della Sera
BETLEMME Avanza piano col bastone nella Chiesa di Santa Caterina, accanto alla Basilica della Natività. Per festeggiarne gli ottant'anni, l'arcivescovo Dionigi Tettamanzi ha guidato il pellegrinaggio di 1.300 pellegrini milanesi che scandiscono "Carlo Maria" battendo le mani. E lui, il cardinale Martini, a dispetto delle sopracciglia imbiancate come i tetti di Betlemme ("mai successo, una messa di Natale a marzo e addirittura nevica!"), ha nello sguardo la solita luce d'ironia mentre ringrazia i fedeli e invita la Chiesa ad "ascoltare la gente": "È un grande compito che dobbiamo portare avanti, per il quale io prego nella mia intercessione quotidiana: che ci sia dato, anche come Chiesa italiana, di dire quello che la gente capisce: non un comando dall'alto che bisogna accettare perché è lì, viene ordinato, ma come qualcosa che ha una ragione, un senso, che dice qualcosa a qualcuno... ".
Due giorni prima, a Nazareth, il cardinale Tettamanzi aveva parlato di famiglia e della necessità di "avvicinare" i non credenti e le coppie di fatto adottando ("E se non ci pensa la Chiesa, ci penserà il Signore") lo stile evangelico. Ora il biblista Martini commenta accanto al successore la lettera di San Paolo a Tito, l'invito a "vivere con sobrietà, giustizia e pietà", e sillaba: "Sono parole laiche, questo mi colpisce". Ecco il punto, spiega più tardi: "Bisogna farsi comprendere ascoltando anzitutto la gente, le loro necessità, problemi, sofferenze, lasciando che rimbalzino nel cuore e poi risuonino in ciò che diciamo, così che le nostre parole non cadano come dall'alto, da una teoria, ma siano prese da quello che la gente sente e vive, la verità dell'esperienza, e portino la luce del Vangelo".
Niente discorsi "strani o incomprensibili", ma "parole che tutti possono intendere: anche chi non pratica una religione o chi ne ha un'altra, perché sono il primo passo". Martini dice di "non credere molto nel dialogo interreligioso ", perché "ciascuna religione è un po' incasellata nel suo schema, e gli schemi si ripetono ", però c'è "un livello di verità delle parole che vale per tutti, credenti e non, e in cui tutti si sentono coinvolti e parte di una responsabilità comune". Il cardinale parla dell'età, "sono giunto nella lista d'attesa, di chiamata", e lo fa "senza rimpianti, sereno", San Paolo dice che "non c'è proporzione tra le sofferenze del presente e la gloria che ci attende".
Così invita la Chiesa alla fiducia. Clima ostile? "Le nostre comunità troppo spesso si lamentano, con buoni motivi, ma senza accorgersene rimangono un po' imprigionate in questa lamentosità: e questo è il gioco del demonio". Ai parroci scontenti, racconta, "io dicevo: ma non avete dei beni di cui ringraziare Dio? Ecco, cominciate a fare l'elenco delle cose belle perché la vostra fede in una situazione così secolarizzata è già un miracolo, un dono di Dio. Bisogna partire dalle cose belle, magari poche, e ampliare. Invece l'elenco delle cose che mancano è senza fine. E tutti i piani pastorali che partono dalla lista delle lacune sono destinati a dare frustrazione anziché speranza".
Rapporti difficili tra Chiesa e modernità? "La modernità non è una cosa astratta, ci siamo dentro, e ciascuno di noi è moderno se vive autenticamente: non è questione di tempi ma di essere realmente presenti, in ascolto". Come sulla famiglia: "Ricordo che avevo fatto un discorso di Sant'Ambrogio, sarebbe da riprendere oggi". Vi metteva in guardia dal "panico d'accerchiamento " e dal "tentativo di imporre come d'autorità una nostra concezione della famiglia ".
Farà discutere. Ma fu Martini a parlare della "necessità" di discutere liberamente. Ora sorride e conferma: "Non era neanche un auspicio mio, ad esempio l'aveva già fatto Karl Rahner: la necessità di una pubblica opinione nella Chiesa. Se poi sia aumentata o diminuita non saprei dirlo perché venendo a Gerusalemme, fuori dei doveri pubblici, mi sono posto l'impegno a osservare rigorosamente Matteo 7,1: non giudicate e non sarete giudicati. Quindi non giudico perché con la misura con cui giudico sarò giudicato anch'io. Ma l'auspicio è questo".
Cannabis, il Tar del Lazio boccia la Turco
Giacomo Galeazzi su La Stampa
ROMA. Stop al decreto Turco sulla droga. Il Tar del Lazio sospende il provvedimento che quattro mesi fa, a sorpresa, aveva innalzato da 500 milligrammi a un grammo la quantità massima di principio attivo di cannabis per uso personale oltre la quale scattano le sanzioni penali. Sono state accolte dal Tribunale amministrativo regionale, dunque, le richieste del Codacons e di una comunità terapeutica di Taranto, ma il ministro della Salute Livia Turco non si arrende e annuncia: "Farò ricorso al Consiglio di Stato".
Tecnica e politica. Secondo i giudici amministrativi non si può stabilire per decreto la soglia degli stupefacenti: la quantità di sostanza detenibile non può essere decisa sulla base della discrezionalità politica, ma la scelta deve essere "tecnica". Una motivazione "infondata", ribatte Livia Turco. Se non è la discrezionalità politica a poter fissare le quantità consentite, allora anche la legge Fini-Giovanardi che fissa tali quantità dovrebbe decadere. Insomma, il ministro della Salute non ha nessuna intenzione di cedere e la battaglia si annuncia complessa.
La polemica. Intanto, divampa il dibattito politico. Esulta per la decisione del Tar, Carlo Giovanardi dell'Udc: "Il raddoppio del limite della cannabis è un manifesto politico-ideologico senza nessun supporto scientifico". Rincara la dose l'ex presidente della Camera Pier Ferdinando Casini: "È inaccettabile che la Turco lanci un messaggio di tolleranza mentre nelle scuole dei nostri figli è diffusa la droga in quantità allarmante". Da An (Storace e Pedrizzi), Udc e Fi arriva la richiesta di dimissioni: "Bocciata dal Tar, Livia Turco vada a casa". Errare è umano, perseverare diabolico, commenta Roberto Cota, vicecapogruppo leghista a Montecitorio: "Il ministro annuncia di volere diabolicamente perseverare nell'errore ricorrendo al Consiglio di stato e imbastendo una querelle giudiziaria pur di riaffermare il principio della droga libera".
Il centrosinistra, pur con qualche eccezione, si schiera invece a sostegno della titolare della Sanità, a partire dal ministro della Solidarietà sociale Paolo Ferrero: "L'ordinanza del Tar richiede una rapida discussione sulla nuova legge sulle droghe".
Chiede che si arrivi al più presto al varo di una nuova legge anche Rifondazione invita a "riscrivere la legge inefficace del governo Berlusconi", pure il presidente della Commissione Sanità del Senato, il diessino Ignazio Marino. In gioco, affermano i Radicali, è la libertà personale. Voci "dissonanti", quelle delle senatrici teodem dell'Ulivo Emanuela Baio e Paola Binetti, che invitano l'esecutivo, nel modificare la legge sulla droga, a tenere conto della decisione del Tar. Il ministro Turco, ribatte il presidente dei senatori dell'Ulivo Anna Finocchiaro, "proporrà il ricorso con ottime ragioni, ma viene risolta dai giudici una questione che dovrebbe essere affrontata in sede parlamentare".
La legge varata dalla Casa delle libertà, puntualizza Turco, non offre alcun criterio tecnico per determinare tale quantità e la stessa commissione scientifica, insediata dall'allora ministro Storace per determinare i quantitativi di sostanze stupefacenti ai fini della prescrizione delle sanzioni, concluse i lavori segnalando l'impossibilità di una valutazione tecnica che fosse sostituiva della decisione politica.
Niente cellulari o via da scuola
Flavia Amabile su La Stampa
Alla fine il ministro della Pubblica Istruzione si è deciso: in classe vanno spenti cellulari o altri dispositivi elettronici (c'è solo l'imbarazzo della scelta: dall'i-pod alle minivideocamere).
La punizione? Nei casi più gravi ci si gioca l'intero anno scolastico o - come scrive il ministro Giuseppe Fioroni - "l'esclusione dallo scrutinio finale o la non ammissione all'esame di Stato".
E' una marcia indietro durata oltre due mesi quella del ministro, che a gennaio pensava di regolare in modo diverso la questione. Una circolare? "Sarebbe umiliante per il ministro che dovesse emanarla - rispondeva - e offensivo nei confronti dei docenti". E poi, ancora: "Meglio regolare l'uso del cellulare con senso di responsabilità che con un decreto, anche perché i divieti, da soli, a volte rischiano di naufragare".
Ecco, quindi, Fioroni due mesi e mezzo dopo smentirsi, in un certo senso "umiliarsi", e emanare l'aborrita circolare. Sapendo - come ammetteva egli stesso a fine gennaio - che comunque non sarà sufficiente. Come controllare chi il telefonino lo porterà comunque? Come impedire che vengano usati eventualmente senza suoneria? Difatti è soddisfatto solo in parte il presidente dei presidi italiani, Giorgio Rembado. "Condivido queste linee di indirizzo, ma sono convinto della necessità di andare oltre. Ci sono dei punti di debolezza: si deve proibire l'introduzione dei cellulari negli edifici perchè le linee del ministro vanno bene per chi si attiene ai regolamenti e non per gli altri. Ora sta alle scuole spingersi più avanti".
Bocciate sul nascere, dunque, le indicazioni del ministro della Pubblica Istruzione da parte dei dirigenti scolastici. E da una parte dell'opposizione. "Meglio tardi che mai", commenta l'ex ministro per le Pari Opportunità Stefania Prestigiacomo. Accoglienza tutto sommato positiva, invece, da parte di sindacati e "osservatori". Antonio Marziale, presidente dell'Osservatorio sui Diritti dei Minori, ha chiesto che "i docenti accettino la determinazione del ministro con serenità", perchè "troppe volte sono i cattivi esempi degli adulti a determinare certe diseducazioni".
C'è poi un capitolo per le famiglie. Ciascuna scuola può chiedere ai genitori, al momento dell'iscrizione, di sottoscrivere un "patto sociale di corresponsabilità". I genitori si assumono l'impegno di rispondere dell'operato dei propri figli, quando provochino danni ad altre persone o alle strutture scolastiche o quando violino i doveri sanciti dal regolamento di istituto e subiscano l'applicazione di una sanzione anche di carattere pecuniario.
E c'è un capitolo dedicato al personale della scuola, dai dirigenti ai docenti, fino ai bidelli. Tutti hanno "doveri deontologici professionali di vigilanza sui comportamenti degli studenti in tutti gli spazi della scuola e di segnalazione di eventuali infrazioni". Chi non obbedisce sarà oggetto di "valutazione disciplinare".
Il Tavolo che manca
Luigi Spaventa su la Repubblica
C´è una grande smania di aprire tavoli: sulle pensioni, sul welfare e sul lavoro, sulla burocrazia, sulla produttività e sulla crescita, e via dicendo. Il "tavolo" invenzione lessicale recente del gergo politico-corporativo italiano è inteso come sede di incontro di qualche decina di persone, identificate per la loro appartenenza a una pletora di "parti sociali" variamente intese, con una frotta di ministri: il più delle volte per dibattere (rectius confrontarsi) su questioni di interesse generale (che in via di principio non sarebbero nella disponibilità dei convitati) oppure non passibili di soluzione in quella sede (come quella della produttività, posta, singolarmente, dalle associazioni imprenditoriali).
Rari sono gli episodi di concertazione importanti e riusciti: 1992, 1993, 1995, quando ancora il tavolo era solo un mobile. Oggi l´apertura di tavoli è sovente un espediente per rinviare i problemi; oppure occasione offerta ai convitati per strappare qualche concessione in cambio di un assenso che non dovrebbe essere vincolante. Di tanti tavoli, dunque, si farebbe volentieri a meno. Ma di uno si sente oggi bisogno, che, se funzionante, ne renderebbe molti altri inutili: quello istituzionalmente installato a Palazzo Chigi per consentire ai ministri di elaborare collegialmente e comunicare le strategie di governo, sotto la direzione del Presidente del Consiglio.
In che cosa consista oggi la strategia di politica economica del Governo, ad esempio, non è per nulla chiaro (non bastando certamente a definirla il trinomio "rigore-equità-sviluppo"). Da quando fu pubblicato il Documento di programmazione economico-finanziaria e fu evocato lo spettro del ´92 troppe cose sono cambiate, e per il meglio: crescita più vivace e più solida, un profluvio di maggiori entrate tributarie, in conseguenza una riduzione del disavanzo al di là di ogni aspettativa. Quale è, in questa nuova situazione, la strategia del Governo?
Diamo per scontata la risposta convenzionale, espressa con immagini ancor più convenzionali: la pelle dell´orso da non vendere, la rondine che non fa primavera, la guardia da non abbassare. Certo, ma non è una risposta. Se i miglioramenti saranno confermati, si tratterà di decidere: la scelta, da annunciare, è fra due possibili strategie.
La prima è apparentemente la più virtuosa, ma anche la più rischiosa. Se, grazie alle entrate, l´indebitamento pubblico scende più del previsto, tanto meglio: la virtù consisterà in una desiderabile accelerazione della discesa del debito in rapporto al prodotto. Il rischio tuttavia si manifesta nella difficoltà di proteggere quell´esito dal vorace appetito dei ministri di spesa, ciascuno dei quali già non perde occasione per rivendicare a beneficio del suo ministero una fetta del bottino delle entrate. In questo caso, non improbabile, il risultato sarebbe non già un minore indebitamento, ma una maggiore spesa, di cui certo non si sente il bisogno.
La strategia alternativa (già proposta un mese fa su questo giornale e, con forza, da Fabrizio Galimberti su Sole-24Ore di ieri) poggia su due premesse quantitative e sulla necessità di porre un vincolo all´espansione della spesa. Fra il 2005 e il 2007 la pressione fiscale (imposte è contributi) sarà aumentata di quattro punti di prodotto, e forse più, toccando il livello massimo dal 1997. La ripresa è avvenuta grazie a investimenti e esportazioni: la crescita dei consumi è rimasta assai debole e tale probabilmente rimarrà per la compressione del reddito disponibile delle famiglie. Queste sono due buone ragioni perché il Governo, persistendo nella lotta all´evasione, assuma come obiettivo strategico la riduzione graduale, per almeno due punti, del carico tributario nei prossimi due anni attraverso una riduzione delle aliquote, e dunque delle imposte che gravano su chi già le imposte le paga. Una terza buona ragione è che con un annuncio siffatto il Ministro dell´Economia potrebbe meglio resistere alle pressioni per ottenere aumenti di spesa: il duplice vincolo dell´obiettivo di pressione fiscale e di quello (europeo) di indebitamento determinerebbe per residuo la quota compatibile, e non superabile, della spesa rispetto al prodotto.
Come si creano posti di lavoro
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
Fra il 1980 e la metà degli anni Novanta l'economia americana ha creato 26 milioni di nuovi posti di lavoro, 11 in più dell'Europa, intendendo per Europa i dodici Paesi che hanno adottato l'euro. Questo è un fatto noto. Meno noto è che nei dieci anni successivi, tra il 1995 e il 2006, Europa e Stati Uniti, nonostante la retorica della "nuova economia" americana e del declino europeo, hanno creato lo stesso numero di posti di lavoro: 18 milioni ciascuno. In Europa quasi metà di questi nuovi posti (oltre 7 milioni su 18) è stato creato in Spagna, un numero tre volte maggiore dei posti creati in Italia. La trasformazione del mercato del lavoro spagnolo è soprattutto il risultato di una straordinaria crescita della partecipazione, cioè del numero di persone che prima erano fuori dal mercato del lavoro e oggi lavorano o cercano attivamente un lavoro. In un decennio il tasso di partecipazione maschile è cresciuto in Spagna di 9 punti, dal 62 al 71 per cento. L'aumento è ancor più straordinario fra le donne: 13 punti in più, dal 46 al 59 per cento. Dieci anni fa solo il 40 per cento degli uomini spagnoli tra i 60 e i 65 anni d'età era ancora attivo nel mercato del lavoro: oggi sono uno ogni due. La partecipazione è aumentata anche fra i 55 e i 60 anni: 4 punti in più fra gli uomini, 12 fra le donne.
Quando l'occupazione cresce tanto rapidamente, la produttività ne soffre perché il rapporto fra capitale e lavoro scende ed entrano nel mercato del lavoro anche persone con livelli di istruzione inferiori rispetto a chi già lavorava. E infatti la produttività del lavoro in Spagna scende da dieci anni. Ma la crescita dell'occupazione ha più che compensato la caduta della produttività. E così gli spagnoli, diversamente dagli altri Paesi dell'euro (tranne l'Irlanda), in dieci anni hanno ridotto la distanza che li separava dagli Stati Uniti: nel 1995 il reddito medio spagnolo era solo il 60 per cento del reddito medio americano; oggi è il 70 per cento.
Vi sono due modi per crescere: aumentando la produttività di chi già lavora, o portando più persone nel mercato del lavoro. È evidente che se oltre a lavorare di più si è anche più produttivi, la crescita accelera: è il caso dell'Irlanda dove ormai il reddito pro capite ha superato quello della Svizzera. Ma troppo spesso le discussioni sulla crescita partono dall'assunto che non si cresce se non si investe di più in tecnologia e innovazione, e finiscono con la richiesta di sussidi pubblici alle università e alle attività di ricerca e sviluppo. L'esperienza spagnola dimostra quanta strada si possa fare semplicemente lavorando di più. Osservata da questa prospettiva l'Italia ha un potenziale di crescita ancor maggiore della Spagna, per il semplice motivo che lavoriamo di meno. Il nostro tasso di partecipazione è oggi quello che era in Spagna dieci anni fa.
La maggior parte dei nuovi posti di lavoro creati in Spagna sono contratti a tempo determinato, che ormai rappresentano il 30 per cento di tutti i posti. Davvero vogliamo imitare la Spagna ed allargare ancor più il numero di lavori "precari"?
Un posto stabile è senza dubbio meglio di uno a tempo determinato e l'insicurezza dei lavori precari è certamente all'origine di molti guai delle nostre società, ad esempio il fatto che i giovani attendono a lungo prima di formare una famiglia e non nascono più bambini.
Ma la soluzione non può essere l'eliminazione dei lavori a tempo determinato. Non può esserlo perché l'alternativa a un lavoro precario è nessun lavoro, non un lavoro stabile.
L'industria che tradizionalmente creava lavori "stabili" si sta gradualmente spostando verso Paesi a più basso costo della mano d'opera. Nei ricchi Paesi dell'Occidente i nuovi posti di lavoro si creano nei servizi, sia quelli che richiedono qualifiche elevate (la finanza, l'informatica, l'istruzione) sia quelli che al contrario non richiedono qualifiche particolarmente elevate, ad esempio nel turismo. È qui che nascono i lavori precari. Ma impedirli non significa trasformare quei lavori in lavori stabili: significa semplicemente farli sparire.
La soluzione è la mobilità. I giovani, e non solo loro, sempre più troveranno posti precari: il problema è come aiutarli ad uscire dal circolo vizioso del precariato. Questo richiede mobilità sociale, cioè meritocrazia e buone scuole.
L'Ocse studia i sistemi scolastici di vari Paesi confrontando le capacità degli studenti che frequentano scuole del medesimo grado. Una dimensione interessante di questi confronti riguarda la capacità dello studente di risolvere un problema relativamente semplice, ad esempio programmare una vacanza in diverse città, cercando il percorso più efficiente. Il punteggio medio dei ragazzi italiani è 470, a fronte di 550 per i ragazzi finlandesi. Tra i Paesi dell'Ocse, solo i ragazzi greci ottengono, in media, un punteggio inferiore. Negli Stati Uniti i cosiddetti "poveri che lavorano" spesso hanno frequentato scuole secondarie disastrate. E infatti nelle classifiche Ocse gli studenti americani risultano solo marginalmente migliori dei nostri.
Anziché illudersi di eliminare i lavori precari o investire denaro pubblico in ambiziosi progetti di alta tecnologia, occupiamoci piuttosto delle scuole.
La guerra contro la Storia
Giovanni Salvi su l'Unità
Gli anticorpi della democrazia americana ricominciano a funzionare. Il 9 marzo si è chiusa la votazione di una risoluzione sulla guerra in Iraq, presentata al Congresso dell'American Historical Association. L'Aha è una prestigiosa associazione che riunisce migliaia di storici, anche di fama internazionale, come il recentemente scomparso Arthur M. Schlesinger Jr. La risoluzione, dopo esser stata approvata dal Congresso, è stata anche posta in votazione elettronica, venendo sottoscritta dal 75% dei 2048 votanti (il 14,67 % degli iscritti). Il documento si distingue dai molti interventi sulla "war on terror" perché non si limita ad una presa di posizione sulle scelte dell'Amministrazione statunitense.
Essa affronta un aspetto del tutto particolare, quello del danno che quelle scelte hanno causato al lavoro degli storici, per le lesioni ai principi di libertà di espressione, di aperto dibattito sulle scelte di politica estera e di accesso ai documenti governativi. La risoluzione, non a caso intitolata alle "Pratiche del Governo contrarie ai Valori della Professione dello Storico", sottolinea come l'approccio bellico al contrasto del terrorismo abbia portato all'esclusione dalle ricerche di studiosi di chiara fama, perché stranieri, e abbia condizionato la ricerca sull'attività informativa pre-bellica. Un punto particolarmente rilevante del documento è quello relativo alla riclassificazione - cioè alla sottoposizione a segreto e quindi alla inaccessibilità - di fonti documentali che erano state declassificate sulla base delle iniziative di trasparenza, avviate alla fine del secolo scorso.
Come si vede, la questione del segreto e dell'accesso alle informazioni si rivela ancora una volta un nodo fondamentale delle politiche di sicurezza. La gestione delle informazioni di origine segreta è in grado di condizionare gli orientamenti dell'opinione pubblica e delle sedi istituzionali ove si assumono le scelte politiche fondamentali, e quindi di mettere in crisi i meccanismi di bilanciamento e controllo della democrazia rappresentativa. La risoluzione dell'AHA reagisce a questo drammatico problema dal punto di vista specifico degli storici, ma questo non è che un tassello di un più ampio mosaico di reazioni di associazioni professionali o di organi di garanzia. L'American Bar Association (la potente organizzazione alla quale aderiscono 400.000 avvocati, giudici e prosecutors) nel gennaio di quest'anno reagì con nettezza agli attacchi di un esponente dell'Amministrazione contro gli avvocati che accettavano la difesa di terroristi, il quale era giunto a suggerire che le società commerciali (a loro volta spesso legate all'Amministrazione da forti interessi economici) avrebbero dovuto interrompere i loro rapporti con gli studi professionali che assumevano questo tipo di incarico.
È di questi giorni il riaccendersi della polemica sulla rimozione da parte dell'Amministrazione Bush di procuratori federali e sulla loro sostituzione con persone scelte sulla base di affidabilità politica ed aggirando i meccanismi parlamentari di controllo su tali scelte. Non è un caso che anche questa inedita decisione, apparentemente del tutto svincolata dalla "war on terror", in realtà è stata resa possibile da un codicillo della legge di proroga del Patriot Act e motivata espressamente dalla necessità di rendere più efficiente la lotta al terrorismo. Per contrappasso, anche in questo caso la pubblicazione di un carteggio interno all'Amministrazione, ha svelato i reali scopi dell'operazione, la slealtà nei confronti del Congresso e costretto il ministro della Giustizia, Alberto Gonzales, a scusarsi pubblicamente. Analoghe scuse, del resto, l'Amministrazione era stata costretta a rendere pochi giorni prima per l'aggiramento da parte dell'Fbi delle pur ampie previsioni del Patriot Act in materia di controllo giurisdizionale sull'acquisizione di informazioni riservate.
Insomma, la vastità dei danni di un'esasperata politica di sicurezza comincia lentamente ad emergere e risulta non limitata ai soli casi delle detenzioni senza garanzie degli "enemy combatants" o ad analoghe violazioni dei diritti di categorie emarginate; essa finisce per minacciare lo stesso modello di democrazia, formatosi in oltre due secoli di storia.
16 marzo 2007