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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 27 febbraio 2007


Il male casuale
Quei carnefici della Bosnia aiutati per anni da Milosevic. Dal ´92 al ´95 Belgrado sostenne con armi, denaro, reparti regolari e addestratori le milizie serbo-bosniache.
Guido Rampoldi su
la Repubblica

Ogni qualvolta sono alle prese con uno di quei massacri che il moderno diritto internazionale definisce "genocidio", le Nazioni Unite vengono colpite da parziale cecità, temporaneo mutismo, emiparesi e spasmi motorii. Potremmo chiamarla la sindrome del Ruanda, oppure della Bosnia, ed è stata puntualmente riconfermata ieri da una sentenza della Corte internazionale di giustizia, il massimo organismo giudiziario dell´Onu.
Chiamata a decidere sulla strage di Srebrenica (1995), la Corte ha riconosciuto che fu un "genocidio", dunque un crimine intenzionale e pianificato; ma come spaventata da tanta audacia, l´ha corretta con un tesi paradossale: la Serbia di Milosevic aiutò in ogni modo i massacratori però non fu complice del massacro. Non ebbe responsabilità dirette, anche se «violò l´obbligo di prevenire il genocidio». Sul piano formale questo verdetto ha una sua coerenza.
Dopotutto non v´è prova che Milosevic abbia ordinato l´eccidio, e anzi è verosimile che lo ritenesse inutile. Quel che però non può essere negato è che dal 1992 al 1995 Belgrado aiutò con armi, denaro e l´invio di reparti regolari quelle milizie paramilitari che la sua polizia segreta aveva formato. Questo aiuto incluse una complicità all´inizio diretta e in seguito non venne mai meno, neppure dopo i settemila morti di Srebrenica. Ora: in qualsiasi stato di diritto se Tizio aiuta Caio a compiere omicidi, e continua ad aiutarlo mentre quello ammazza, è suo complice. Ma una Corte Onu ragiona con altri criteri. E può concludere che la Serbia, «malgrado rendesse disponibile un considerevole supporto militare e finanziario» alle milizie serbo-bosniache, non può rispondere di quei crimini.
Chi cercasse la spiegazione di questo paradosso non le troverà nelle vicende occorse in Bosnia durante la guerra, quanto nella composizione della Corte internazionale di giustizia. Questa è, per così dire, molto più controllabile della Corte penale internazionale, quel ICC non a caso temuto come la peste da tutte le grandi potenze. I suoi quindici giudici sono nominati dal Consiglio di sicurezza e dall´Assemblea delle Nazioni Unite, insomma rappresentano governi che in maggioranza non praticano lo Stato di diritto liberale, oppure, se lo praticano, hanno motivi per temere una giustizia planetaria. Inoltre si può immaginare che in camera di consiglio abbiano pesato anche preoccupazioni estranee alla giurisdizione. Magari sensate. Stampare con lettera di fuoco la parola "genocida" sullo stemma della Serbia non avrebbe aiutato quella nazione a trovare un suo posto in Europa.

Se guardiamo al lungo periodo, dobbiamo riconoscere che l´Onu e le sue corti sono state il motore d´un progresso importante: proprio in questi ambiti ha preso forma la configurazione larga di "genocidio", oggi inteso dal diritto internazionale come una strategia per cancellare o espellere con la violenza un gruppo umano caratterizzato da vincoli etnici, religiosi, politici.
Proprio una corte Onu, il Tribunale dell´Aja, contestò per la prima volta quel reato (ad un generale serbo-bosniaco). Ma morto Milosevic e ora assolta per insufficienza di prova la Serbia, il genocidio diventa evanescente. È il Male, ma un Male casuale, stupido, senza una razionalità forte, senza un volto credibile, in fondo anonimo come un maremoto. È una tattica senza strategia, una tragedia senza protagonisti convincenti. Sul palcoscenico restano attori di terz´ordine, i soliti Mladic e Karadzic, oltre alla schiera di psicopatici e di canaglie che fu la loro corte.
Qualcuno potrebbe ricavarne che ancora una volta il più tenace sterminatore del Novecento, che non fu il terrorismo ma lo Stato, l´ha fatta franca. Di sicuro il maggior massacro compiuto in Europa dopo la seconda guerra mondiale non può essere liquidato come il crimine d´una milizia paramilitare. Semmai fu il risultato d´un piano spartitorio che Belgrado e Zagabria conducevano alla luce del sole. Ma concorsero tanto l´ignavia dei caschi blu quanto i calcoli di molti europei. Pur potendo impiegare l´aviazione della Nato, l´Onu rifiutò di fermare l´avanzata serba su Srebrenica. Questa passività colpevole forse fu il prezzo pagato ai serbi per la liberazione d´un centinaio di caschi blu presi in ostaggio; certamente si rispecchiava nella volontà dei governi occidentali, cui pareva che la caduta di Srebrenica avrebbe facilitato la spartizione del territorio bosniaco, dunque la fine della guerra (con la vittoria degli aggressori). Non si può dire che la sentenza di ieri riscatti l´immagine che l´Onu lasciò di sé a Srebrenica.


In Afghanistan i talebani sfidano gli Usa
Attentato alla base di Bagram, una prova di forza della guerriglia alla vigilia della temuta offensiva di primavera
Guido Olimpio sul
Corriere.it

L'azione kamikaze contro la base di Bagram, dove era ospitato il vice presidente americano Dick Cheney, è una chiara sfida talebana. Una prova di forza alla vigilia della temuta offensiva di primavera. Da settimane i capi ribelli annunciano operazioni suicide, diffondono video di propaganda, promettono l'olocausto alle forze alleate. Rapporti di intelligence sostengono che diverse colonne di mujaheddin sarebbero già entrate in Afghanistan provenienti dalle loro basi nel Waziristan(Pakistan). Altre sono pronte a muovere. Il mullah Dadullah, uno dei principali dirigenti del movimento talebano, ha confermato di aver a disposizione migliaia di uomini-bomba, decisi a immolarsi contro le truppe occidentali. Affermazioni che sembrano confermare i rapporti del Pentagono su una riorganizzazione di Al Qaeda nell'area al confine afghano-pachistano. L'attacco a Bagram assume un particolare significato, poi, perché coincide con la difficile missione di Cheney in Pakistan. Al seguito del vicepresidente c'era anche il numero due della Cia Stephen Kappes che ha mostrato ai dirigenti loocali prove inconfutabili (fotografie satellitari, intercettazioni) sulle rete di supporto e le complicità in Pakistan a favore dei talebani-qaedisti. La risposta dei guerriglieri non poteva essere più brutale e immediata.


La scommessa del premier alla prova del Quirinale
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

L a verità ufficiale è quella di una battuta d'arresto fisiologica: senza grandi conseguenze politiche, e con la prospettiva di un rilancio del governo. Il paragone fra la crisi e i «pit stop», le fermate che le auto da corsa fanno nei gran premi «per pulire il carburatore sporco e mettere benzina», proviene dall'unica fonte autorizzata da Romano Prodi: il portavoce Silvio Sircana. Ma la ripetono sia gli esponenti dell'estrema sinistra, sia il vicepremier Francesco Rutelli. E non si capisce se la loro perentorietà rifletta una certezza, o sia un modo per darsi coraggio in vista del voto di fiducia al Senato previsto per domani.
È probabile che sia un miscuglio delle due cose: anche se l'effetto potrebbe essere un po' troppo inebriante. In teoria, l'Unione ha i numeri per passare indenne attraverso la seconda votazione sull'Afghanistan. Ma il sostegno solitario del senatore dell'Italia di Mezzo, Marco Follini, non regala margini di sicurezza così larghi da far apparire la votazione una formalità. L'unico elemento di forza vero è il timore di favorire la rivincita berlusconiana. L'insistenza con la quale Prc e Comunisti italiani ricordano ai dissidenti che il governo Prodi è il più a sinistra possibile, serve a recuperarli.
Si tratta di una scommessa decisiva. Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, vuole infatti che la coalizione dimostri di essere compatta, al di là dell'appoggio dei senatori a vita. Se Prodi si salvasse per il rotto della cuffia, e solo grazie al loro «sì», l'imbarazzo potrebbe avere ripercussioni in primo luogo nei rapporti col Quirinale. «La differenza è tra maggioranza politica e numerica», ricorda il leader di An, Gianfranco Fini. «Se Prodi non avrà il sostegno di 158 senatori eletti, un minuto dopo si apre un problema politico maggiore di quello che ha causato le dimissioni di Prodi». E stavolta è d'accordo perfino un avversario di Berlusconi come Oscar Luigi Scalfaro.



Speciale – Previdenza complementare
Una bussola per scegliere tra tfr e fondi pensione
su
Il Sole 24 Ore


Sullo stop agli appalti Tav costruttori alla Corte Ue
Marco Morino su
Il Sole 24 Ore

L'azzeramento dei contratti Tav assegnati nel '91 da Lorenzo Necci senza gara scatena l'ira dei costruttori. I tre consorzi guidati da Impregilo, Saipem (Eni) e Astaldi hanno deciso, salvo ripensamento del Governo, di ricorrere alla Corte europea di Giustizia e alla Corte Costituzionale contro la revoca delle concessioni per l'Alta velocità ferroviaria Milano Genova (Terzo valico), Milano Verona e Verona Padova. Lo riferisce l'agenzia Il Sole 24 OreRadiocor citando fonti legali vicine ai general contractor. I tre consorzi hanno già aperto una procedura di arbitrato nei confronti della Tav contro la revoca delle vecchie concessioni.

«Siamo stufi — aveva detto il ministro delle Infrastrutture, Antonio Di Pietro nel commentare la decisione — di vedere che a trattativa privata, alla consegna dell'opera chiavi in mano, questi signori facciano pagare 45 volte di più quello che hanno fatto pagare finora».
Le motivazioni del ricorso
Le imprese respingono gli addebiti. «I presupposti indicati a giustificazione delle revoche operate (maggiore economicità degli affidamenti, rispetto della normativa comunitaria e della concorrenza e minori tempi di realizzazione) sono profondamente errati »,sostengono le fonti interpellate da Il Sole 24 OreRadiocor; «I contratti sino ad oggi sottoscritti sono tutti stati attentamente valutati non solo da Tav ma anche da Italferr,società che cura la realizzazione di tutti gli investimenti ferroviari in Italia per conto di Rfi. Pertanto è quasi paradossale sostenere oggi da parte del Governo, che controlla le Ferrovie, che sono stati ritenuti congrui da parte delle Ferrovie prezzi in realtà eccessivamente elevati ».

La Torino-Lione
Intanto sulla TorinoLione il ministro dell'Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio, precisa che Prodi «ha chiesto di trovare delle soluzioni, non il megatunnel. E noi continueremo a farlo, magari accelerando» i lavori. Nei Verdi c'è piena consapevolezza che «bisogna potenziare la linea ferroviaria» italofrancese, aumentando il trasporto merci. In questo senso, per il ministro la soluzione è quella di «chiudere in tempi rapidi il lavoro di ricerca delle soluzioni dell'Osservatorio che il Governo ha avviato insieme ai Comuni della val di Susa per avviare i progetti, ed evitare che siano particolarmente impattanti e negativi».



La campagna dei democratici:
Mr.Gore, l'uomo di legno che sa aspettare
Mario Margiocco su
Il Sole 24 Ore

In una campagna presidenziale incominciata eccezionalmente in anticipo (si voterà soltanto nel novembre 2008 e mancano 10 mesi all'avvio delle primarie), Al Gore ha incominciato con due Oscar e sta aspettando che i contendenti in campo si sfianchino a vicenda. Pochi hanno dubbi, nel mondo politico americano, sul suo desiderio di misurarsi ancora una volta con la grande partita e ritentare la conquista della Casa Bianca, sfuggita per un soffio nel 2000 dopo che per otto anni aveva fatto il vice di Bill Clinton.
Figlio di un deputato e poi senatore del Tennesse, scomparso nel '98, Gore ha mangiato pane e politica fin da piccolo e fin da giovanissimo manifestò la volontà di correre per la presidenza. Adesso conta su una gara logorante tra Hillary Clinton, Barack Obama e John Edwards soprattutto, che gli consenta di entrare ufficialmente in corsa a fine estate. E rappresentare una via d'uscita per un partito democratico che potrebbe, se i tre si elidono a vicenda, rischiare quella che oggi appare una incredibile sconfitta. Solo una volta dal 1952, con il passaggio nel 1988 del testimone da Ronald Reagan a Bush padre, lo stesso partito è riuscito a mantenere la Casa Bianca per più di due mandati di seguito.
A quel punto Gore potrebbe rompere gli indugi, sufficientemente noto per potersi permettere una partenza in ritardo, attivissimo ormai da mesi sulla scena pubblica, premiato adesso con due Oscar per il suo film ecologista An Inconvenient Truth, con una rete collaudata in grado di raccogliere sufficienti fondi in poco tempo. Presentandosi come il salvatore di un partito democratico incapace di decidere tra Hillary che non riesce a far dimenticare una certa antipatia, Obama che piace molto agli intellettuali ma un pò meno all'elettore medio e ha qualche problema con lo stesso elettorato nero, Edwards che è troppo liberal e populista insieme e non convince. Se andrà così, è assai probabile che il momento di Al Gore arrivi.
"Mr. Gore dovrà semplicemente decidere quando arriverà settembre se le stelle si sono allineate in suo favore, come sembrano aver fatto adesso", scrive il New York Observer, il settimanale alternativo che assicura di avere l'occhio e l'orecchio di tutti quelli che contano a Manhattan. Avrà a quel punto al suo attivo l'avere costruito attorno al tema dell'ecologia, del cambiamento climatico e del risparmio energetico una filosofia, e un programma politico che, a giudicare dalla grande accelerata che i temi ecologici hanno subìto negli Stati Uniti, potrà essere molto utile.

Dal 2 febbraio si parla anche della possibilità di un Nobel per la pace, da impegno ecologico. Se dovrà fare il salvatore della patria democratica imbarazzata tra Hillary Clinton e Barack Obama, scenderà in campo. Se no, è già un guru, arricchito dalle sue partecipazioni in Apple e Google. E' tornato sulle copertine di mensili e settimanali.



Sbarramento elettorale per i deficienti
Luciana Littizzetto su
La Stampa

Vorrei proporre una nuova legge elettorale. Sempre con lo sbarramento. Ma non al 5 per cento, al 7 per cento o al 10 per cento. Con lo sbarramento ai deficienti. Cioè, se uno è scemo non si può candidare. Io per esempio non potrei. Basterebbe fare un semplicissimo test attitudinale.

Prima prova: all'aspirante deputato danno una chiave in mano, poi gli mettono davanti una serratura e un dobermann e se lui prova a infilare la chiave nel dobermann non si può candidare. Seconda prova. Gli si chiede se sa cosa vuol dire far politica. Se risponde che far politica è mediare, battersi anche per piccoli cambiamenti, stare dentro al gioco, sporcarsi le mani, accettare compromessi, a volte calare anche un pochino le braghe per ottenere almeno in parte quello per cui ci si batte, è promosso. Se invece risponde che far politica è non accettare mediazioni e rispondere soltanto alla propria coscienza soggettiva senza curarsi delle conseguenze, d'ufficio viene spedito nel deserto a fare il profeta. Lo si costringe a farsi crescere la pancia e a fare il guru. Lo si porta sul monte Ararat e lo si obbliga a cercare l'Arca di Noè.

Io che son povera di spirito non potrei mai fare politica. Conosco i miei limiti e faccio altro. Il saltimbanco.


Telefonia, il cellulare più del fisso
Cambiano le abitudini degli europei. L'Italia le case senza rete fissa sono il 16%, erano il 13% nel 2003
Alessandro Longo su
Repubblica.it

SI TELEFONA sempre più con il cellulare e meno con la rete fissa, che si tende persino ad abbandonare: è un fenomeno marcato e in forte crescita, soprattutto in Italia, come dimostrano i dati appena rilevati dall'osservatorio di ricerca inglese Analysys e concessi per pubblicazione a Repubblica.it.

Gli esperti la chiamano "fixed-mobile substitution" (Fms) ed è un'abitudine che si esplica in due modi: tendiamo a ridurre il numero di telefonate fisse privilegiando il cellulare oppure (nel caso più estremo) arriviamo a usarlo in modo esclusivo, distaccando la linea fissa.

In Europa Occidentale, dal 2004 al 2006, è passata dal 9 al 12 per cento la percentuale di case che usa solo il cellulare. Il numero di minuti di chiamate via cellulare è passato invece dal 28 al 35 per cento. In Europa si va da un estremo all'altro. In Finlandia e in Portogallo è persino una casa su tre a non avere linea fissa e lì il 60 e il 70 per cento di minuti di chiamate (rispettivamente) avviene via cellulare. All'estremo opposto, Svezia e Germania. L'Italia si trova nella parte alta della classifica per quanto riguarda le case senza rete fissa: 16 per cento, contro il 13 per cento del 2003.
Meno diffusa in Italia invece, rispetto alla media europea, l'abitudine a telefonare più con il cellulare che con il telefono normale. È il 33 per cento, infatti, la quota di chiamate fatte via rete mobile, sul totale, il che ci mette nella parte bassa della classifica.

Significa che c'è da noi soprattutto un nocciolo duro di persone che vuole eliminare il canone di Telecom Italia. Chi conserva il telefono fisso, invece, lo privilegia al cellulare nelle chiamate, per risparmiare. Analysys nota infatti che in Italia le chiamate via cellulare costano ancora molto, rispetto alla media europea, anche se il prezzo per minuto è calato del 24 per cento negli ultimi due anni.

Le cause della Fms sono molteplici: riflettono un mercato ma anche una società che cambia. Da una parte, i cellulari e le telefonate mobili - scrive Analysys - sono sempre più economici; dall'altra, in una società che spinge sempre più la gente fuori di casa, per lavoro, e incentiva l'individualismo, cresce il bisogno di una linea mobile e di un telefono personale.

Gli operatori mobili europei, poi, hanno approfittato della tendenza e si sono messi a incoraggiarla, con piani tariffari ad hoc. Devono farlo, andando a pestare i piedi agli operatori fissi, per compensare il progressivo calo che registrano sui margini di profitto delle chiamate voce. Visto però che le persone hanno un crescente bisogno di internet, qualche operatore mobile ha cominciato anche a differenziare i propri servizi e a offrire accesso banda larga. Avanguardia di questa strategia, in Europa, è stata Vodafone. In Italia ha un piano tariffario (Vodafone Casa) che incentiva l'abbandono di Telecom e, come opzione, permette anche di avere l'accesso banda larga di Fastweb.

Gli operatori fissi non restano certo fermi a incassare colpi, e hanno già cominciato una contro-strategia per riconquistare i clienti. Per esempio, lanciando tariffe flat per fare chiamate illimitate a fronte di un canone fisso; oppure introducendo offerte VoIP (Voice over IP) su Adsl, che ora permettono sconti sulle telefonate e sempre più spesso in futuro apriranno la porta a servizi evoluti.

Un'altra freccia nell'arco degli operatori fissi, contro lo strapotere dei cellulari, sono i servizi convergenti (fisso-mobile). Permettere cioè all'utente di telefonare da casa e fuori sempre con uno stesso numero e terminale, a tariffe a forfait. Funziona così l'offerta Unico, di Telecom Italia: dovrebbe arrivare in commercio nei prossimi giorni, uscendo dalla fase sperimentale. I servizi convergenti sono appena all'esordio e nei prossimi mesi dovrebbero diventare più completi e comodi da usare.


  27 febbraio 2007