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sulla stampa
a cura di Fr.I. - 26 febbraio 2007


Iran «pronto alla guerra», piani anche negli Usa
sommari de
l'Unità
Il presidente Ahmadinejad dice che il nucleare di Teheran è un treno senza freni, il suo vice aggiunge che la Repubblica islamica è pronta alla guerra per difendereil programma di aricchimento dell'uranio, in barda all'altolà dell'Onu. E gli Usa? Alla vigilia del vertice a sei, lunedì a Londra, sulla crisi con l'Iran, una ridda di indiscrezioni sulla stampa Usa e britannica accreditano piani di attacco.


La doppia partita di Washington
Renzo Guolo su
la Repubblica

L´Iran marcia come "un treno senza freni e senza retromarcia" sui binari del nucleare. Alla vigilia della richiesta, da parte del gruppo "5+1", di nuove, pesanti, sanzioni Onu contro Teheran, Ahmadinejad ribadisce la volontà iraniana di proseguire il programma di arricchimento dell´uranio.
Un diritto che, secondo il viceministro degli Esteri Mohammadi, va difeso anche con le armi nel caso l´opzione militare americana, rilanciata dalle recenti parole di Dick Cheney, diventasse realtà.
Opzione condivisa non solo da quanti, in riva al Potomac, spingono perché la partita iraniana si chiuda prima che la campagna presidenziale entri nel vivo e che il pantano iracheno inghiotta, definitivamente, l´ultima possibilità, per Bush, di conseguire un successo strategico nella regione; ma anche da Israele, che considera l´Iran come la sola, seria, minaccia nell´area per la propria esistenza. Gli israeliani ritengono che il treno iraniano si fermerà, più o meno nel 2009, sulle rampe delle centrali che avranno trasformato la tecnologia dual use in ordigni nucleari. Preoccupazione rilanciata anche dai costanti progressi di Teheran nel programma missilistico. Da qui la tentazione di replicare, in proprio o delegandola agli Stati Uniti, l´operazione Osirak che mise preventivamente fuori gioco la bomba di Saddam Hussein nel 1981.
Un attacco che, come sanno gli stessi vertici con le stellette del Pentagono, ostili all´ipotesi sino a prendere in considerazione in tal caso l´ipotesi di dimissioni, difficilmente otterrebbe i risultati prefissati. L´impossibilità di occupare il paese rafforzerebbe invece il regime, e in particolare, Ahmadinejad, oggi fortemente indebolito nella società iraniana.

L´equilibrio tra fazioni è decisivo in un sistema politico privo di alternanza. E questo equilibrio tende nuovamente a pendere dalla parte della riedizione della diarchia, conflittuale e concorrenziale, che ha già guidato il paese dal 1989 al 1998, tra Khamenei e Rafsanjani. Nelle presidenziali del 2005 Khamenei ha sostenuto Ahmadinejad per sbarrare la strada a Rafsanjani. La Guida aveva sottovalutato le ambizioni, e le basi politiche, del progetto di "khomeinismo senza clero" di cui sono portatori gli ambienti che hanno espresso la candidatura di Ahamdinejad, teorici del "primato del partito", e non dei "turbanti", sulla rivoluzione.

L´ipotesi che un´opzione armata possa destabilizzare il regime allarma non solo pragmatici e riformisti, ma anche i conservatori religiosi. Essi temono che il lanciatissimo treno evocato dal presidente iraniano possa schiantarsi contro le fondamenta dell´edificio della Repubblica islamica. Dietro le quinte, ascoltano con attenzione le riflessioni di Rafsanjani, secondo il quale il braccio di ferro con gli Stati Uniti serve innanzitutto a ottenere il riconoscimento del ruolo di potenza regionale dell´Iran e la garanzia internazionale della stabilità del regime. Per il leader dei pragmatici, fautore della modernizzazione del paese e alieno dall´eccesso ideologico radicale, l´importante è avere l´energia nucleare non come è prodotta. Posizione che lascia spazio a una trattativa; che può riaprirsi, però, solo se il "partito dei militari" viene prima ridimensionato e poi allontanato dal vertice. Ipotesi non del tutto irrealistica, dal momento che, in caso di successione a Kahmenei, Rafsanjani, ora leader dell´Assemblea degli Esperti, avrebbe buon gioco nel scegliere la nuova Guida. La mobilitazione totale innescata dall´emergenza bellica favorirebbe, invece, i "militari", rendendo vano lo strisciante "25 luglio" in corso a Teheran.
Se l´emarginazione di Ahmadinejad andasse in porto, e molto dipende anche dalla sponda che gli occidentali sapranno offrire ai suoi rivali, la gestione concordata del programma nucleare iraniano non pare impossibile. Rafsanjani aveva già adombrato quest´ipotesi prima della sua, inaspettata, sconfitta presidenziale. Tentare di incunearsi politicamente tra le diverse strategie delle fazioni iraniane non è privo di incognite ma può evitare la deriva radicale della Repubblica Islamica e la sicura instabilità internazionale causata da un attacco preventivo.


Disponibilità
Jena su
La Stampa

Pur di salvare il governo, Rifondazione comunista si è dichiarata disponibile ad allargare la maggioranza anche ai compagni del centrodestra.


Per uscire dal bunker
Continuare come prima? Non si può
Giovanni Sartori sul
Corriere della Sera

La crisi di governo è rientrata. A meno di imprevedibili imprevisti il governo Prodi otterrà la fiducia; e non sarà un Prodi bis, ma lo stesso governo di prima che continua. Che continua come prima?
Offrendo dimissioni non dovute Prodi ha spiazzato tutti, ed è anche riuscito a spaventare i suoi infidi di sinistra. L'inaspettato spavento li ha indotti a nuovi giuramenti di fedeltà e a riconoscergli l'autorità di «esprimere in maniera unitaria la posizione del governo». Questa frase è un po' contorta (non si capisce come una posizione possa essere espressa in maniera disunitaria), e anche piuttosto ovvia (descrive la normale prerogativa di qualsiasi capo di governo). Ma diamogli pure il credito di essere una promozione a «gran capo». Resta che quasi tutti i punti del cosiddetto diktat prodiano sono blandi e evasivi. Sulle pensioni si tace sull'aumento dell'età pensionabile; sulla famiglia si tace sui nodi dei Dico. Salvo che sull'Afghanistan e forse sulla Tav, il resto è tutto vago, vaghissimo. Anche sulla riforma elettorale che tutti dicono indispensabile, perché altrimenti non ha senso tornare a votare.
Dico la mia. Il diktat prodiano è quasi tutto fumo e poco arrosto. La faccia feroce in realtà nasconde un prudentissimo veleggiare tra le mine. E il punto resta se la mossa di Prodi serva davvero a fornirgli una sia pur piccolissima maggioranza certa e fidabile. Veniamo così ai numeri. Incalzata dal Presidente Napolitano, l'Unione ha disperatamente cercato di «comprare» qualche senatore in più. Ne ha catturato uno, forse tre. Un magrissimo bottino, che tutt'al più assicura il prossimo voto di fiducia. Ma dopo? Come andrà, dopo, la navigazione quotidiana? La verità è che il centrosinistra sopravvive da sempre, al Senato, su una maggioranza incerta e friabile. Incerta perché i senatori a vita sono «indipendenti» e hanno il diritto di votare ogni volta come credono; e friabile perché all'estrema sinistra esistono teste quadrate che non ragionano come le teste rotonde, o che forse proprio non ragionano. Ma se cancelliamo dal preventivo i sette senatori a vita e le teste quadrate, è sicuro che Prodi va sotto. Domani come ieri. Allora di cosa consiste il «nuovo slancio» del governo?



Andreotti voterà la fiducia
"Bene il dietrofront sui Dico"
Intervista al senatore a vita: il nuovo programma mi convince, non c'è alternativa, opportuno che ci sia continuità di governo.
Carmelo Lopapa su
la Repubblica

ROMA - Confessa di essere orientato a votare la fiducia al governo Prodi. Sarà pure una sorpresa, ma per lui, per il sette volte presidente del Consiglio che con la sua astensione mercoledì ha fatto scivolare verso la crisi il governo Prodi, non lo è affatto, assicura ora. La linea telefonica va e viene, dall'auto con la quale si sta allontanando da Montecarlo. Si è intrattenuto nel Principato per l'intero fine settimana. "Un convegno internazionale di politica estera programmato da tempo", non una vacanza, sia chiaro. Comunque un'ottima occasione per tenersi lontano dallo stress romano al quale in queste ore sono inevitabilmente sottoposti i (quasi) determinanti senatori a vita.

Presidente Andreotti, Prodi torna alle Camere. Voterà la fiducia? Cosa ha deciso dopo questi giorni di riflessione?
"Per la verità, a Montecarlo siamo stati impegnati in questo convegno sull'Iran e sulla politica internazionale. Momento propizio per prendere atto che la situazione, proprio sotto il profilo internazionale, è assai preoccupante".

E dunque, presidente?
"E dunque occorre stabilità di governo in momenti come questi".

Vuol dire che voterà la fiducia?
"Sono stato lontano ma ho seguito l'andamento dei fatti. Ho letto soprattutto il nuovo programma al quale ha lavorato la maggioranza".

E qual è il suo giudizio?
"Positivo. Ho notato con piacere che certi punti non fanno più parte degli obiettivi dell'esecutivo".

Si riferisce ai Dico, al riconoscimento delle unioni civili che lei non aveva fatto mistero di non condividere affatto?

"Sì, ho visto che i matrimoni omosessuali, diciamo così, saranno accantonati. E questo è condivisibile. Dunque penso che non dovrebbero esserci difficoltà per il governo ad andare avanti".

"Anche io penso, come ha giustamente sottolineato il Quirinale, che non ci siano alternative a questo esecutivo. Che la situazione è tale che risulta difficile trovare una soluzione diversa, almeno per adesso".

Insomma, obtorto collo, anche lei potrebbe decidere di sostenere l'esecutivo.

"È opportuno che ci sia una continuità di governo, questo è certo. La fase internazionale, ripeto, è assai delicata. E in situazioni come queste, lo dico anche per esperienza personale, sono necessari dei governi in carica che siano nel pieno dei loro poteri.



Dal broker alla pescheria, tasse riviste per 2 milioni di autonomi
La revisione di 65 studi di settore pubblicata nella Gazzetta Ufficiale. Nel provvedimento anche il rimborso dell'Iva per le auto aziendali
su
l'Unità

FISCO Sono quasi 2 milioni di contribuenti che nel 2007 vedranno rivisti i propri studi di settore, i parametri attraverso i quali commercianti e lavoratori autonomi pagano le tasse.
È infatti stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il provvedimento del direttore dell'Agenzia delle Entrate, Massimo Romano, contente il «programma delle revisioni degli studi di settore applicabili a decorrere dal periodo d'imposta 2007». In totale 65 studi. Sotto la lente del fisco finiranno dunque dai sondaggisti d'opinione ai pescatori, dai broker delle assicurazioni alle guide turistiche, dai centri fitness alle tintorie, dalle macellerie ai rigattieri, dai salumieri agli albergatori, dagli orafi ai fiorai, dai fornai alle agenzie immobiliari. Gli studi «sono stati selezionati - spiega il direttore dell'Agenzia delle Entrate nel provvedimento - in relazione all'anno della loro approvazione (studi approvati in anni meno recenti), nonché sulla base delle segnalazioni pervenute da parte delle associazioni di categoria e dalla commissione degli esperti».

Non è scontato per tutti gli interessati un aumento delle tasse a partire da questo anno di imposta: l'esempio più evidente è proprio il tessile dove invece si punta ad un alleggerimento della pressione fiscale per ammortizzare la crisi del settore. Ma è verosimile che in molti, moltissimi casi ci sia un rialzo, considerato che la Finanziaria 2007 ha previsto un maggiore gettito dagli studi di oltre 3 miliardi di euro.
Oltre agli studi di settore dall'Agenzie delle entrate è arrivato anche il provvedimento che dà il via al rimborso dell'Iva relativa agli acquisti e alle spese di gestione delle auto aziendali relativa alla sentenza della Corte di giustizia Ue che ha bocciato la normativa italiana sulla indetraibilità dell'imposta.

Come si ricorderà, la Corte europea ha bocciato l'indetraibilità dell'Iva assolta su acquisti, anche intracomunitari, e importazioni di ciclomotori, motocicli, autovetture e autoveicoli, e sulle altre spese accessorie (carburanti e lubrificanti, manutenzione, riparazione eccetera) da parte di imprenditori, artisti e professionisti. Il recupero dell'Iva non detratta può essere chiesto sia in misura forfettaria che per intero seguendo il processo analitico.


Oscar, trionfo per Scorsese
Tutti in piedi per Morricone, «il Mozart delle colonne sonore»
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Il Sole 24 Ore

Alla fine ce l'ha fatta: Martin Scorsese ha vinto l'Oscar come miglior regista per The Departed. Il regista italoamericano era stato candidato alla statuetta altre cinque volte, ma non era mai riuscito a conquistarla. The Departed ha vinto anche l'Oscar per il miglior film. A contendere il riconoscimento al film di Scorsese c'erano il dramma multiculturale Babel, la commedia Little Miss Sunshine, l'epopea bellica Letters From Iwo Jima e l'outsider The Queen.
Scorsese su tutti. «Grazie, grazie, grazie, grazie, grazie», Martin Scorsese non la finisce più di ringraziare tutti, cast, attori, montatore e sceneggiatore appena ricevuto il premio alla regia per The Departed e prima ancora di saper che il suo film aveva vinto anche il premio più ambito quello di miglior film.

The Departed si è aggiudicato ben quattro Oscar (il film che ha ottenuto più statuette in questa 79ma edizione), oltre miglior film e regia, anche montaggio e sceneggiatura non originale.
Standing ovation per Morricone. Tutti in piedi al Kodak Theatre di Los Angeles, per Ennio Morricone. Mentre sugli schermi della cerimonia di consegna degli Oscar scorrevano le immagini dei più importanti film musicati dal compositore italiano e le sue note riempivano la sala, tutte le 3.400 persone presenti gli hanno tributato un applauso così caldo e sincero che il maestro ha ceduto alla commozione.

Nonostante alla notizia che gli sarebbe stato consegnato l'Oscar onorario, Morricone avesse mostrato una certa freddezza, sul palco del Kodak Theatre si è commosso e, parlando in italiano, ha assicurato che «non si tratta di un traguardo, ma di un punto di partenza» e che, a 78 anni, continuerà a dedicarsi «con passione al mondo del cinema». A tradurre in inglese le sue parole l'uomo che dei temi musicali di Morricone è divenuto il volto: Clint Eastwood.
Poi, tra le lacrime, ha dedicato la statuetta alla moglie Maria che, ha detto, «spero mi ami quanto io amo lei».
In 50 anni di carriera, il compositore italiano ha musicato circa 500 tra produzioni cinematografiche e televisive. A rendergli un particolare omaggio è stata Celine Dion che ha interpretato per lui I knew I loved you, scritta per C'era una volta in America, ultimo film di Sergio Leone.

Oltre a Morricone, Oscar onorario alla carriera, quella di Milena Canonero è l'unica statuetta italiana della notte degli Oscar. La costumista già premiata per Barry Lyndon e Giorni di Gloria, ha vinto per il lavoro fatto sul set di Marie Antoinette di Sofia Coppola.
Delusione per gli altri due italiani in gara: i truccatori Aldo Signoretti e Vittorio Sodano candidati per Apocalypto di Mel Gibson, ma che hanno dovuto cedere a David Marti, autore del trucco di Il labirinto di Peter Pan.
The Queen miglior attrice. La regina Helen Mirren è stata incoronata migliore attrice. All'interprete di 'The Queen' è andato l'Oscar per l'interpretazione di Elisabetta II nei giorni immediatamente successivi alla morte di Lady D.

Whitaker miglior attore. Forest Whitaker ha vinto l'Oscar come miglior attore per la sua interpretazione del dittatore ugandese Idi Amin Dada in «L'ultimo re di Scozia».
Delusione per Will Smith candidato per 'La ricerca della felicita«, diretto da Gabriele Muccino. Gli altri a a contendere la statuetta di miglio attore erano Leonardo DiCaprio per 'Blood Diamond'; Ryan Gosling per 'Half Nelson' e Peter '0 Toole per 'Venus'.


Dal progetto SuperInps 200 euro in più alle pensioni basse
Davide Colombo e Marco Rogari su
Il Sole 24 Ore

Fondere tutti gli enti previdenziali, dall'Inpdap all'Inail, dall'Ipsema, all'Ipost e all'Enpals in un nuovo grande SuperInps. Con due obiettivi ben precisi: utilizzare una parte degli almeno due miliardi di risparmi realizzabili per alzare (in media) di 200 euro le pensioni "contributive" di 1,5 milioni di pensionati con assegni attualmente al di sotto dei 400 euro; valutare la possibilità di sfruttare il cosiddetto "tesoro" dell'Inail per un'ulteriore riduzione del costo del lavoro.
Il tutto accompagnato da una "garanzia" previdenziale per i più giovani, da un'uscita di vecchiaia privilegiata per i lavoratori impiegati in attività usuranti (63 anni di età anziché 65). E da un riassetto del sistema pensionistico che abbia come punto fermo la revisione dei coefficienti di trasformazione.

Il piano SuperInps. Il progetto è da diverse settimane sulla scrivania di Romano Prodi. Che ha deciso di trasformarlo in uno dei 12 punti chiave su cui vincolare la maggioranza e provare a dare continuità al Governo dopo la sconfitta patita mercoledì scorso al Senato sulla politica estera.
Il punto 8 del cosiddetto memorandum su cui Prodi ha ottenuto giovedì l'adesione unanime di tutti i leader delle forze dell'Unione parla chiaro: «Riordino del sistema previdenziale con grande attenzione alle compatibilità finanziarie e privilegiando le pensioni basse e i giovani. Con l'impegno a reperire una quota delle risorse necessarie attraverso una razionalizzazione della spesa che passa anche attraverso l'unificazione degli enti previdenziali».
L'obiettivo è quello di voltare pagina rispetto all'attuale assetto previdenziale basato su più enti e arrivare a un unico istituto capace di funzionare con non più di 35mila addetti. La prima mossa sarebbe quella del commissariamento degli enti per unificare, nell'arco di sei mesi, l'erogazione di tutte le prestazioni.

Le risorse liberate grazie al taglio dei costi per l'informatica, le spese di gestione, quelle del personale e degli organi collegiali sfiorerebbero i 2 miliardi annui. Quanto basta, secondo il piano nelle mani del ministro per l'attuazione del programma, Giuliano Santagata, per procedere alla riliquidazione di 1,5 milioni di pensioni di vecchiaia i cui titolari percepiscono un assegno di poco superiore ai 400 euro.


La revisione dei coefficienti. Nel progetto viene solo accennata la questione dell'ammorbidimento dello scalone della legge Tremonti-Maroni, anche perché il problema sarà al centro dell'annunciato confronto con le parti sociali, sempre che il Governo riesca a ottenere la nuova fiducia in Parlamento. Nella bozza, però, si afferma a chiare lettere che, anche in caso di un ripristino del sistema di uscite di anzianità graduale fissato dalla "Dini" (da 57 a 60 anni di età con 35 anni di contributi), sarà necessaria la revisione dei coefficienti di trasformazione.


I lavori usuranti. Tutti nella maggioranza sono d'accordo nell'esentare i lavoratori impegnati in attività usuranti da nuove restrizioni previdenziali. Alla quasi certa possibilità per metalmeccanici, minatori (e forse infermieri di notte e maestre d'asilo) di usufruire dell'uscita di anzianità a 57 anni, si dovrebbe aggiungere, sulla base della bozza allo studio del premier, un'ulteriore agevolazione: pensionamento di vecchiaia a 63 anni invece che a 65 anni.


“Hotel Meina” la tragedia dell'Europa
Carlo Lizzani su
La Stampa

Hotel Meina
è un altro capitolo di quella ideale storia in immagini del fascismo e dell'antifascismo che da decenni vado costruendo con film sia tratti da eventi realmente accaduti, sia da opere letterarie. Gli anni Venti: Fontamara, Cronache di poveri amanti. Gli anni Trenta: Un'isola (il libro di Giorgio Amendola). Gli anni Quaranta (dalla nascita della Resistenza fino alla condanna a morte del duce): Achtung! Banditi!, Il Gobbo, L'oro di Roma, Gli ultimi giorni di Mussolini.
In tutte queste opere mi sono sempre attenuto al rispetto del testo, nel caso dell'opera letteraria (lo hanno riconosciuto gli scrittori o i loro eredi). E al massimo rispetto per la memoria delle vittime o dei sopravvissuti, nel caso di film ispirati a fatti realmente accaduti. Altrettanti riconoscimenti ho avuto, in questi casi, non solo dai sopravvissuti ma dalle organizzazioni che li rappresentano: l'Anpi e - per esempio, per quanto riguarda L'oro di Roma - la comunità ebraica. Da anni quest'ultima mi è accanto nella battaglia per il restauro del film e per un suo nuovo rilancio in Italia e nel mondo (anche per onorare la memoria di Giacomo De Benedetti, che ricostruì in un libro la tragedia del ghetto di Roma e approvò il mio film malgrado certe varianti e l'introduzione di alcuni personaggi di fantasia).

Un film che onora la memoria delle vittime
Si può pensare quindi che - con un passato di questo genere alle spalle - io mi accinga oggi con Hotel Meina a realizzare un film che offenderebbe gli ebrei, come afferma impropriamente la signora Behar? È proprio per onorare la memoria di quelle vittime che gli sceneggiatori Dino e Filippo Gentili, e io stesso, abbiamo voluto rendere ancora più universale - e di significato attuale - la vicenda di Meina, già così sapientemente raccontata da Nozza, cercando di far irrompere nella sua cornice il vento della Grande Storia. Abbiamo cercato di far rivivere in quel microcosmo tutti gli attori della tragedia che ha sconvolto l'Europa. Ci sono a Meina ebrei combattivi, ma anche ebrei che per qualche giorno possono essere caduti nell'illusione di una fine rapida della guerra (dopo l'armistizio dell'8 settembre, e l'attesa di possibili sbarchi americani anche al Nord) e quindi indecisi se fuggire o nascondersi (ma dove? con quali mezzi? con quali documenti?).

Un'opera emblematica, non di pura cronaca
Non ci sono a Meina «nazisti buoni». C'è un personaggio di donna tedesca che - collegata a un gruppo di esiliati di varie nazionalità, attivi in Svizzera e già animati dal sogno europeo - viene a trovarsi per caso a Meina, apre gli occhi davanti a quella tragedia e può indurci a ricordare - oggi - col suo operato l'esistenza di tanti tedeschi antinazisti. Ci sono i partigiani (già attivi, malgrado in quelle prime settimane di settembre non fossero ancora fortemente organizzati). Insomma, in questa scelta c'è il desiderio di realizzare un'opera non di pura cronaca, ma emblematica di tutta un'epoca.
Progetto troppo ambizioso? Questa potrà essere semmai la critica a film fatto, non certo un progetto «revisionista» o offensivo, come ha affermato la signora Behar che porta nel suo animo le ferite atroci di quella vicenda e che io quindi profondamente rispetto.
Ancora una riflessione. Secondo l'etica professionale che governa noi autori italiani, di qualsiasi opinione politica, si è ritenuto doveroso avere assieme ai nostri (in sceneggiatura) il nome di Pasquale Squitieri, che per primo ha proposto un film sulla vicenda dell'Hotel Meina. Le nostre versioni, pur trattando la stessa materia, sono profondamente diverse. Come avviene in molti casi fin dall'epoca di Lumière. E mi pare che ognuno sia pronto a prendersi le proprie responsabilità.


Tutte le tangenti sul caro estinto
"Così i morti fanno campare i vivi"
Inchiesta. Una settimana come impiegato in un'agenzia mortuaria
per scoprire mazzette e altri reati: tutti i segreti di un business
Paolo Berizzi su
la Repubblica

BARI - L'MUERTFASCN cambà l'viv. L'addetto all'obitorio sfoggia un ghigno sardonico, un impasto di indulgente compiacimento levantino e di fiera autoassoluzione. Poi s'aggiusta il bracciale in acciaio tempestato d'oro. "I morti fanno campare i vivi". È la prima regola che ti insegnano. La più elastica. E così, tutti o quasi, in una sorta di lavacro collettivo in nome de l'terris, che a Bari sono i soldi, si sentono come autorizzati a muoversi con disinvoltura; a levarsi di dosso tormenti e imbarazzi di fronte ai morti.

Tutti vuol dire tutti: gli imprenditori delle onoranze funebri, i medici, gli infermieri, i barellieri, i necrofori, gli autisti delle ambulanze e i loro colleghi del soccorso stradale; i papaveroni degli ospedali pubblici e i centralinisti delle cliniche private. E poi le "sentinelle", gli amici, gli amici degli amici, i vicini di casa, i grandi e i piccoli pesci del collaudato sistema affaristico - molto abusivo, molto sommerso - che ruota attorno al "caro estinto".

Caro davvero. Perché mangiano in tanti. In barba alla legge che governa, o dovrebbe governare, la dura attività di Caronte. Prendono tangenti in cambio di una soffiata; spifferano il nome del morto alla ditta di servizi funebri; suggeriscono l'impresa amica ai parenti. Rubano soldi a chi non c'è più. Funziona così a Bari. In Puglia. In tutta Italia.

Ho collaborato una settimana con un'agenzia mortuaria barese. Sono una ventina. Lavorano tutte con buoni fatturati, e tutte con lo stesso sistema. Una settimana è abbastanza per capire come e quanto rende una morte fuor di listino e fuor di fattura. Per rendersi conto degli affari sporchi chiusi assieme alla bara; del marcio che precede, e accompagna, come lo definisce un collega in una delle nostre prime uscite, il "viaggio di sola andata".

"Mondo era, mondo è, e mondo sarà", chiosa il mio compagno di lavoro prima di salutarlo. In pratica: le mazzette sui morti si pagano, si pagavano, e si pagheranno sempre. Qui la chiamano "caffè". "Se procuri il morto, hai il caffè pagato".

E anche bene. Il listino va dai 200 ai 500 euro. Cash. Ho visto banconote scivolare di mano in mano per strada, al bar, negli ascensori, lungo le rampe degli ospedali. Nei posti più banali dove si può saldare al riparo da rischi uno scambio di favori. Prima e dopo i funerali. Sono mazzette da tutti i giorni, briciole rispetto a quelle sui grandi appalti. Ma tanti granelli fanno una montagna.

Soldi. Soldi, e oro. Oltre alle mazzette ci sono il denaro sfilato dalle tasche dei morti e gli effetti personali. Catenine, braccialetti, anelli, persino denti d'oro. La prassi è diffusa, collaudata. Chi arriva per primo sul cadavere fa tombola. "Spiccioli, niente di che... Cinquanta, massimo cento euro. Quanto vuoi che abbia addosso una persona normale?", minimizza un altro barelliere, davanti al Pronto soccorso. Gli avvoltoi delle "persone normali" sono vestiti da infermieri o da necrofori. Piombano sulla scena di un incidente stradale, anticipano il magistrato di turno e il medico legale. Oppure agiscono direttamente in obitorio. Alla svestizione della vittima, per legge, dovrebbero assistere un poliziotto o un carabiniere. Ma gli sciacalli molte volte hanno campo aperto. Un medico indicato come parte in causa aspira la sigaretta davanti alla macchina del caffè, un piano sotto il suo reparto: "Il modo lo trovano sempre, è diventato normale togliere qualcosa al morto. È sempre stato così, siamo a Bari... ".

Per assistere alla normalità bisogna non formalizzarsi. Soprattutto, ci vuole stomaco. Sette giorni tra cimiteri, nosocomi, pubblici uffici e luoghi privati dove si onoravano (si onoravano?) i defunti. O ci si preparava a farlo. Decessi una decina. Una ventina di "contatti". Telefonate, appuntamenti, frasi in codice. Strette di mano e sorrisi d'intesa. Mi faccio forza per entrare negli obitori. Quelli di tre ospedali. Il Policlinico (il più grande di Puglia e il secondo del Mezzogiorno dopo il Cardarelli di Napoli), il San Paolo e il Di Venere. E di cinque cliniche private. Assisto a un'autopsia, a una serie di svestizioni, pulizie e vestizioni della salma.
Un fascio di luce al neon. Odore denso di alcol e ammoniaca. Il corpo immobile e disteso, livido, freddo, di un uomo di 70 anni. È morto da un paio d'ore, per strada. I vestiti sono ammonticchiati in un angolo sopra una seggiola. Pantaloni, camicia, un gilet di lana, una giacca a vento. I parenti, due figli, restano fuori dalla palazzina anonima che ospita l'obitorio. C'è la possibilità di mettere le mani su: una collanina d'oro, un accendino apparentemente di scarso valore, e 20 euro saltati fuori dalle tasche. Lascio l'iniziativa a due addetti alla svestizione. Che non si fanno il minimo scrupolo, accennano, anzi, un sorriso.

"Se fai questo mestiere, se vendi servizi funebri o se vendi i morti, oppure se, da dipendente del cimitero, dunque comunale, dunque stipendiato, li sotterri e per questo pretendi di essere pagato pure dalla famiglia - accade anche questo, come se coprire di terra la bara non fosse un obbligo ma un favore che il "becchino" rende ai parenti - se fai tutto questo - spiega un necroforo del Comune di Bari, inquadramento al sesto livello, 1.300 euro - a volte perdi di vista anche la morale minima".

Un pacchetto funebre completo costa in media 2.500 euro. Vestizione della salma; allestimento della camera ardente; bara; affissioni a lutto - che al Sud tirano quanto al Nord i necrologi sui giornali - ; fiori; trasporto del feretro; inumazione o tumulazione o cremazione tasse comprese (sono a parte solo il loculo e la muratura). Ci sono agenzie che ne chiedono anche 5mila. Ma la scelta dell'impresa non dipende tanto dal tariffario: è legata piuttosto e soprattutto al giro di conoscenze, al quartiere dove abita la famiglia del defunto, e a logiche non proprio limpide. Ricatti, anche.

I 3mila morti l'anno a Bari e provincia fanno la fortuna di molti. Anche dei clan. Uno dei colonnelli del decapitato cartello di Japigia ha investito, dietro il paravento dei prestanome, quote sostanziose in una nota agenzia. Altri si limitano a metterci lo zampino, a controllare che i morti finiscano nelle bare giuste, quelle raccomandate dagli uomini d'onore. In certi casi, avviene a Carbonara, impongono alle famiglie di affidarsi solo a certe imprese.

E la tangente, certo. Duecento euro, la richiesta minima.
Duecentocinquanta, quella ritenuta più adeguata. Il mio capo: "La chiedono tutti, gli addetti agli obitori e gli infermieri. E anche i medici. Gente che guadagna 4 o 5mila euro. E che non si accontenta. Telefonano, avvisano. A volte lo fanno attraverso gli infermieri e le segretarie, perché loro hanno paura di sporcarsi le mani".

La sentinella avvisa, dà il nome e l'indirizzo, e l'impresa si attiva: scatta la telefonata: "Pronto, è la famiglia...? Buongiorno, condoglianze...". Non sono momenti dove in casa si è proprio lucidi. Il primo che arriva, di regola, si becca il servizio. E prepara i soldi per il caffè. "Questo è un bel regalo...", mi dice l'autista del carro funebre. Si riferisce alla soffiata. Gli chiedo spiegazioni. Perché quella telefonata è considerata imprevista e foriera di tanta grazia? Risposta: "Perché questa settimana non sarebbe il nostro turno". Mi si schiude un nuovo scenario. Un altro. Apprendo che in uno degli ospedali dove siamo stati c'è addirittura un sistema di rotazione delle mazzette. Ogni settimana gli uccellini fanno lavorare una ditta. Le altre aspettano. È il turn over del caffè. Bisognerebbe rispettarlo - "un po' per uno e non si fa torto a nessuno", taglia corto uno dei beneficiari del pizzo - ma non importa. Se ti chiamano, vai. "Bisogna pur campare, o no?".

Campare. La parola è sulla bocca di tutti. È in assoluto, ed è un bel paradosso, la più ricorrente nella catena della fabbrica dei morti. Cosa non si fa per campare? ti chiedi. La domanda negli anni scorsi se l'è posta anche la magistratura barese. Un primo scandalo una decina di anni fa. Un rigurgito nel 2005. Indagati, arresti. Poi tutto come prima. Come sempre. Alle Molinette di Torino i finanzieri filmano gli addetti all'obitorio mentre prendono i soldi davanti alla salma. A Bari, volendo, si potrebbe girare un film a puntate. La mazzetta sul caro estinto si è irrimediabilmente annidata nelle pieghe della città.



  26 febbraio 2007