
sulla stampa
a cura di G.C. - 23 febbraio 2007
Il centrodestra in vantaggio se si votasse ora
Renato Mannheimer sul Corriere della Sera
Nessuno può oggi prevedere chi vincerebbe eventuali nuove elezioni. Sia perché lo scenario attuale è caratterizzato, come in passato, da coalizioni che hanno un seguito quantitativamente simile, sia, specialmente, perché l'esito dipende, al solito, dagli argomenti e dagli slogan che verranno adottati per convincere gli indecisi. Questi costituiscono oggi poco meno del 30 per cento della popolazione. Tra essi, però, convivono gradi di incertezza assai diversi. La quota limitata (grossomodo l'8 per cento dell'elettorato), i "lontani dalla politica", non prende in considerazione nessun partito, dichiara di volersi astenere e, probabilmente, lo farà davvero. Altri (9 per cento circa), pur volendo (forse) votare, non sanno bene che fare e affermano per ora di prendere in considerazione entrambe le coalizioni.
Altri ancora, pur non avendo a tutt'oggi un'idea precisa, sono genericamente orientati verso l'uno o l'altro polo, con una esigua prevalenza dei simpatizzanti (tiepidi) per il centrosinistra.
Un secondo settore di elettorato, assai più numeroso, esprime invece una intenzione di voto. Tra costoro si riscontra, ormai da diverso tempo, una maggioranza di consensi per il centrodestra. È l'effetto del progressivo calo di simpatia per il governo: per motivi diversi esso ha finito col scontentare anche parte del suo stesso elettorato.
Di conseguenza, una quota di elettori del centrosinistra alle ultime elezioni dichiara oggi di volersi astenere o di essere comunque indecisa su cosa scegliere. Ma anche tra chi manifesta una intenzione di voto, si riscontrano diversi gradi di decisioni. Alcuni, in misura diversa tra le due coalizioni, si dichiarano assolutamente certi della propria scelta. Si tratta del 31 per cento dell'elettorato a favore della Cdl e poco più, il 35 per cento, a favore del centrosinistra. Per stimare correttamente il seguito attuale delle coalizioni occorre però considerare (e aggiungere nel computo) quanti dichiarano un'opzione forte per l'uno o per l'altro polo, pur confessando, al tempo stesso, di "prendere in considerazione ", sebbene con meno convinzione, anche una o più forze politiche appartenenti alla coalizione opposta o esterne ad entrambe. Si tratta dei "potenzialmente infedeli ": la grande maggioranza finirà col confermare il voto alla propria coalizione di riferimento, ma una parte, se pur minima, potrebbe spostarsi a seguito della campagna elettorale.
Essa costituisce un possibile e appetitoso terreno di conquista, anche se, rispetto ai totalmente indecisi, è talvolta assai più difficile da persuadere. I "potenzialmente fedeli" sono presenti più nel centrodestra che nel centrosinistra. Proprio questa circostanza determina il carattere un po' paradossale dell'attuale distribuzione delle intenzioni di voto. Sul piano delle opzioni indicate, infatti, il centrodestra è in netto vantaggio. Ma su quello delle potenzialità, delle disponibilità espresse è il centrosinistra a trovarsi favorito, sia tra gli indecisi, sia tra i potenzialmente infedeli. Si tratta però di consensi da conquistare attraverso la campagna elettorale: il che appare tutt'altro che facile.
Crisi difficile, Prodi detta 12 condizioni
Ninni Andriolo su l'Unità
Prodi rilancia. Convoca i leader del centrosinistra e chiede la fiducia. Il colpo di scena - dopo le indiscrezioni che davano il premier pronto a gettare la spugna - si materializza nel tardo pomeriggio di ieri. Con il portavoce di Palazzo Chigi, Silvio Sircana, che annuncia la ratio del vertice fissato per le 21,30 ("dobbiamo decidere le condizioni obbliganti per definire una maggioranza che possa sostenere il governo") e il ministro Santagata che illustra il "patto programmatico, che non è oggetto di trattativa" e che il premier sottoporrà agli alleati.
"Un breve documento", cioè, "che riassume le condizioni del rilancio dell'attività di governo" e, a partire da questi, lascia la porta aperta a settori moderati dell'opposizione. Dodici punti per la ripresa dell'attività dell'esecutivo proposti e accolti dai leader dell'Unione.
Rispetto degli impegni internazionali, liberalizzazioni, famiglia, realizzazione della tav, riordino del sistema previdenziale. "Non ci sono gli spazi per allargare la maggioranza? Bene non c'è solo il problema della quantità, ma anche quello della qualità". Prodi, in sostanza, chiede "carta bianca" per riprendere il cammino interrotto dalla sconfitta dell'Unione al Senato. Convinto, dall'esito al momento negativo del pressing su Follini o su Lombardo, che le condizioni per conquistare al centrosinistra un manipolo di senatori Cdl, si creano blindando innanzitutto la maggioranza che c'è.
Nella certezza che lo choc provocato dalla sconfitta subita al Senato e la paura di una crisi che apra le porte a governi tecnici o elezioni anticipate, abbiano insegnato qualcosa alla irrequieta ala sinistra dell'Unione. Serriamo le fila e andiamo avanti, quindi, perché solo "la nostra compattezza potrà attrarre forze e allargare l'Unione". Cambiare musica rispetto al passato, quindi. Stop alle continue fibrillazioni che il governo ha dovuto affrontare. Per la "litigiosità strisciante e contrapposizione di posizioni" di "singoli ministri e forze politiche". Le stesse che hanno annebbiato "obiettivi e risultati" raggiunti "logorando" l'immagine dell'esecutivo.
L'obiettivo immediato del rilancio di Prodi, che ottiene l'ok di tutta l'Unione? Dimostrare, innanzitutto al Capo dello Stato, che il centrosinistra può riprendere la navigazione perché "tutti sono capaci di parlare la stessa lingua". Lo scopo del Professore, quindi, è quello di ottenere dal Colle un rinvio alle Camere - o solo al Senato - dell'attuale governo, rilegittimandolo con un voto di fiducia.
Una strada - quella scelta da Prodi - diversa da quella imboccata mercoledì scorso dal premier con la decisione di rassegnare le dimissioni al Quirinale.
Una via quest'ultima che - durante il vertice a caldo del dopo sconfitta al Senato - avevano suggerito al Presidente del Consiglio molti esponenti dell'Unione, a partire dai leader di Prc, Pdci e Verdi. Prodi, invece, aveva scelto di convocare il Consiglio dei ministri e di salire al Quirinale con le dimissioni in tasca.
Avviando così la procedura che porta il Presidente della Repubblica a conferire un nuovo incarico o a rinviare alle Camere il governo che c'è già. Il Professore - nel pomeriggio di ieri - ha preferito sterzare verso questa seconda ipotesi la rotta della crisi. E ha chiesto la fiducia sulla sua linea anche per anticipare le preoccupazioni di un Capo dello Stato che chiede garanzie sulla tenuta "alla lunga" della maggioranza. Che vuole, cioè, una compattezza, che si dimostri non solo al momento del voto di fiducia.
Il rilancio proposto da Prodi, però, ribalta una convinzione che se era fatta strada nel corso della giornata di ieri. Una partitura che descriveva un premier "amareggiatissimo", convinto che non ci fossero "le condizioni per andare avanti" e che non vedeva "all'orizzonte segnali diversi da quelli che hanno portato il governo in questa situazione".
Un Prodi, in sostanza, pronto a mollare le redini del governo. Tutto questo, però, dentro una sorta di logica d'assedio, nel sospetto di giochi politici in corso d'opera. Volti a "inciuci" o logiche istituzionali che piacciono tradizionalmente poco al Professore. Anche perché smentirebbero gli impegni assunti dall'Unione davanti agli elettori: per "un governo di legislatura" che, se dovesse cadere, aprirebbe la strada "soltanto a nuove elezioni".
Insomma, nel corso della giornata di ieri, il barometro della crisi cambiava di segno in positivo.
La piazza, la camera, il salotto
Ilvo Diamanti su la Repubblica
La piazza non è il sale della democrazia, ha affermato ieri a Bologna il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Aggiungendo che "ogni tema deve trovare la sua misura nelle istituzioni elettive". Il Presidente, così, ha denunciato in anticipo la causa della crisi che, poche ore dopo, si sarebbe consumata. Nelle istituzioni rappresentative, scosse, secondo alcuni, dalle manifestazioni di Piazza. Roma: assediata da Vicenza.
In effetti, la Piazza e la Camera (elettiva) sono entrambe parte della democrazia. La Piazza: l'Agorà greca, il luogo della democrazia degli antichi. Che evoca l'importanza della partecipazione, del confronto diretto con i cittadini. La Camera: il luogo della democrazia dei moderni, fondata sulla "rappresentanza", stabilita in base alla competizione elettorale fra candidati. Una buona democrazia dipende dall'equilibrio fra i due luoghi. Le decisioni spettano alla Camera. Ma il ruolo della Piazza resta importante. La sua voce può denunciare nuovi problemi e nuove domande; garantire sostegno oppure esprimere dissenso nei confronti delle istituzioni. Con effetti rilevanti. A seconda della capacità di ascolto, della legittimità, della rappresentatività di cui dispone la Camera.
Tuttavia, oltre alla Piazza e alla Camera, oggi, la nostra democrazia dipende dal (tele)Salotto. Dove le questioni e le crisi vengono affrontate in tempo reale. Di fronte a tutti. Com'è avvenuto ieri, dopo il voto al Senato, che ha determinato le dimissioni del governo Prodi. E' andata in onda la crisi a reti unificate. A "Otto e mezzo", a "Porta a Porta", a "Matrix". A "Ballarò", in edizione speciale.
La politica fa spettacolo, quando si vota e in tempo di crisi (il che è, più o meno, lo stesso). Quando riesce a promuovere, oltre ai "soliti noti", anche i comprimari. Così da Floris, insieme a Giordano e Schifani (onnipresenti), c'era il signor Rossi. Seduto da solo, al centro della scena. Emblema dell'inaffidabilità della sinistra radicale. "Protagonista" simbolico - capro espiatorio- della crisi del centrosinistra. Il (tele) Salotto. Garantisce una visibilità, una popolarità, una notorietà, che nessuna Camera e nessuna Piazza possono offrire. Qui, appunto, vediamo un problema, non irrilevante, per la nostra democrazia. Fra la Piazza, la Camera e il Salotto: il luogo più opaco, il più fragile ci pare il secondo.
Gianfranco & Walter, quelli del "meglio votare dopo"
Mattia Feltri su La Stampa
ROMA. La coppia del futuro bipolarismo ha un problema: che il futuro non sia prossimo. Quando tre settimane fa si riunirono in convegno per scoprirsi (o dichiararsi) concordi sulla riforma elettorale, Gianfranco Fini e Walter Veltroni corsero coscientemente il rischio di passare per i pretendenti di domani. Non immaginavano, probabilmente, di correre una secondo rischio: diventare i pretendenti di oggi. E così è sorprendente soltanto a prima vista la dichiarazione che il sindaco di Roma ha rilasciato ieri mattina: "Speriamo non ci sia bisogno di nuove elezioni". Come sorprende poco la prudenza del presidente di Alleanza nazionale quando avverte gli alleati che "votare subito non è realisticamente possibile".
Quella di Fini non è una prudenza nuova. Già lo scorso agosto disse: "Se cade Prodi, si torni a votare. Certo, se cade tra due mesi è chiaro che sarà impossibile andare alle urne in tempi brevi". Non è stata dissimile la reazione di Veltroni subito dopo la disfatta del centrosinistra al Senato: "Quello che è successo è la conseguenza della legge elettorale, che produce una instabilità politica nel Paese, una situazione dalla quale tutte le forze politiche si devono preoccupare". Il convegno di tre settimane fa, del resto, aveva un bel titolo: "Una legge da fare insieme". Quella elettorale, naturalmente. E nei programmi dei due sarà una legge studiata per "rafforzare il bipolarismo". "E' dal '93 che io e Fini siamo convinti della necessità di una democrazia dell'alternanza e bipolare", spiegò Veltroni, il quale trovò conciliazione con l'avversario in pectore anche sull'esigenza di trovare una formula in grado di neutralizzare la forza ricattatrice dei piccoli partiti. Nonostante Maurizio Gasparri non creda ci siano gli spazi per un governo istituzionale o tecnico con il compito di ribaltare la legge ("serve una riforma costituzionale, come si fa a mettersi d'accordo e per di più in tempi ragionevoli?") Fini continua a provarci. Mercoledì sera, a "Porta a porta", insisteva nel ributtare la palla a quelli della maggioranza: "Dovete dirci voi che programmi avete. Continuate così? Volete andare al voto? Preferite un governo a termine che si occupi di fare alcune cose urgenti, compresa la legge elettorale?".
Fini e Veltroni, infatti, hanno aspirazioni identiche e impacci comparabili. Delle ambizioni si è capito, e dopo il celebre convegno, le ha illustrate Veltroni medesimo: "Ora ci sono delle persone, ognuna nelle sue responsabilità, che sono preoccupate per il destino del loro Paese e cercano di proporre soluzioni". Sono ambizioni che, nel caso di Veltroni, trovarono appoggi solidissimi lo scorso anno in Carlo De Benedetti, che in un'intervista al Corriere dalla Sera immaginò per Romano Prodi un ruolo di "amministratore straordinario" e per il sindaco (insieme con Francesco Rutelli) la successiva leadership del Partito democratico.
L'aspirazione di Fini è meno acclamata (per ora), e semmai contrastata da Silvio Berlusconi che maliziosamente indicò in Fini il suo successore proprio per spostare in là la successione.
Però in Alleanza nazionale ci pensano. Ieri Gasparri ha negato che la questione della candidatura sia minimamente attuale: "Per carità, non sappiamo se si vota, e tantomeno quando. Chi sarà alla guida del centrodestra, è tutto da vedere". E' da vedere se sarà Fini, ed è da vedere se sarà Berlusconi: "Oggi tutti i sondaggi dicono che Berlusconi ha molte chance. Ma bisogna anche capire quale sarà il rivale scelto dal centrosinistra. Certo, se fosse un cinquantenne come Veltroni, entra in ballo un discorso mediatico e generazionale di cui tenere conto. Farebbero tutta una campagna sul Berlusconi ultrasettantenne, in gara nel '94, nel '96, nel 2001, nel 2006...".
Gli "autocomplotti" della sinistra
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Il marchio di "pidocchi sulla criniera di un cavallo", a suo tempo usato da Palmiro Togliatti per liquidare Valdo Magnani e Aldo Cucchi che avevano osato mettere in discussione il mito dell'Urss, non è stato ancora rispolverato. Ma Franco Turigliatto e Fernando Rossi sono già entrati nella galleria nera dei comunisti "traditori". Certo, sarà dura strappare loro la confessione estorta ad esempio agli operai delle armerie di Tula che una domenica del 1920 si erano rifiutati agli straordinari: "Io sottoscritto, cane puzzolente e criminale, mi pento...". La tortura non è più politically correct. Il capo d'accusa, però, è tutto dentro la tradizione della revolutja: hanno oggettivamente collaborato al complotto neo-centrista. Versione casareccia e mastelliana del complotto reazionario dell'imperialismo internazionale. Perché su quello, a sinistra della sinistra, non hanno proprio dubbi: il voto al Senato sulla politica estera costato caro al governo Prodi, è stato una specie di congiura.
Certo, perfino i "neo-tri" (variante rossa delle definizioni "neo-con" e dei "teo-con" che in questo caso sta per "neo-trinariciuti") sono coscienti di quanto sia difficile convincere le plebi proletarie che i due reprobi fossero al soldo del nemico. Così come si rendono conto che in un Paese complottarolo come l'Italia appena urli al complotto c'è chi fa la pernacchia. E ti ricorda che l'hanno già fatto Silvio Berlusconi sui suoi processi ("Complotto!") e i prodiani nel '98 ("Complotto!") e Annamaria Franzoni ("Complotto!"), mille altri tra cui perfino Wanna Marchi, che nel tentativo di sottrarsi alle condanne arrivò a scrivere a Fausto Bertinotti: "La mia famiglia è comunista da generazioni... ". Insomma, sul tema c'è ormai una certa diffidenza. Non bastasse, chi ha buona memoria ricorda bene certi momenti, di questi mesi.
Facciamo un riassuntino? Due settimane dopo il voto Letizia Moratti, che spinge il vecchio padre in carrozzina, viene insultata alla festa della Liberazione da un po' di manifestanti al grido di "troia, puttana, bastarda!" e Marco Rizzo (mentre larghi pezzi della sinistra censurano l'aggressione, a partire da Pietro Ingrao) rovescia tutto: "La Cdl enfatizza i fischi per non parlare del 25 aprile, preferisce alzar polvere su di un fatto marginale... ". Neanche il tempo che il governo si presenti e ognuno dice la sua. Alessandro Bianchi dichiara il suo amore per Castro: "Ascoltare per ore e ore il discorso del primo maggio di Fidel, nella piazza grande, mi ha dato emozioni forti ". Paolo Ferrero spiega che va cambiata subito la legge sulla droga perché "di spinello non è mai morto nessuno", piazza mine esplosive sul cammino della finanziaria ipotizzando un'aliquota al 45% per tutti i nababbi che per lui stanno "a partire da un reddito superiore a 70 mila euro" e, ignaro che le leggi vanno rispettate finché non si cambiano in parlamento, dichiara la prossima decadenza della Bossi-Fini e la chiusura dei Cpt. Paolo Cento esordisce bacchettando i mercati internazionali che "devono imparare che al centro devono essere messi i consumatori e i risparmiatori ", spiega che lui, il giorno della Festa del 2 giugno sarà a una manifestazione che contesta la "sfilata di mezzi militari nel cuore di Roma " e annuncia la sua decisione: "La Tav non si fa".
E via così, per mesi. "Non accettiamo lezioni di legalità da Cofferati perché i diritti vengono prima del diritto", spiega Francesco Caruso dichiarandosi "deputato eversore" (definizione che concretizzerà portando a Montecitorio due finte molotov) al fianco dei compagni incriminati perché si erano auto-ridotti il prezzo della mensa a Bologna. "Davanti a noi abbiamo una sola scelta: votare no alla missione, quali che siano le conseguenze ", dichiara Giorgio Cremaschi sull'Afghanistan. "L'ingresso del Venezuela nel consiglio di sicurezza dell'Onu sarebbe una prova importante che l'Onu è la casa di tutti e non solo degli amici degli Usa", sentenzia il responsabile esteri del Pdci Jacopo Venier in linea con Mahmoud Ahmadinejad. "Proponiamo che il Governo fissi come obiettivo generale di legislatura non l'abbattimento ma la sola stabilizzazione del debito rispetto al Pil", suggeriscono "sessanta economisti" concordi con l'idea di Franco Giordano che "il tempo delle lacrime e del sangue per noi è tramontato definitivamente" alla faccia dei giudizi delle agenzie di rating: "Non dobbiamo farci condizionare da queste cose".
E avanti. Il senatore Fosco Giannini bolla il popolo israeliano (successiva correzione: "Intendevo e intendo dire il governo israeliano") come "un soggetto eversore, la mano armata degli Usa in Medio Oriente". Oliviero Diliberto, rifiutato ogni consiglio, sfila a un corteo per la Palestina (in cui bruciano tre manichini- soldati avvolti nelle bandiere Usa, israeliana ed italiana urlando "l'unico tricolore da guardare / è quello disteso sulle vostre bare") e davanti allo sconcerto dice che si è trattato di un "atteggiamento così dichiaratamente sporco e provocatorio" che lui ha il sospetto che ci sia lo zampino dei "servizi deviati". La sottosegretaria al Lavoro Rosa Rinaldi va in piazza coi precari dietro striscioni contro il ministro Cesare Damiano ("Amico dei padroni, vattene ") e sbuffa coi cronisti: "Ma io non sto manifestando". In che senso, scusi? "Sto a lato, non ho bandiere in mano e non scandisco slogan...". Il tutto mentre ogni giorno il governo è appeso al Senato ai mal di pancia di questo e quello: "Non mi piace...". "Non mi va...". "Forse non voto...".
E via coi sospetti. Il dilibertiano Pino Sobio: "Nel Paese tira una brutta aria neo-centrista". Il verde Angelo Bonelli: "Il neocentrismo non è una possibilità ma un pericolo, perché eliminerebbe il bipolarismo...". Fino al tormentone di questi giorni: "Siamo finiti nelle mani di Andreotti, Pininfarina e Cossiga: Vaticano, Confindustria e Usa uniti in una rinata comunità d'interessi", scrive il direttore del manifesto Gabriele Polo. "Una parte significativa dello schieramento moderato e dei poteri forti di questo paese è da tempo intenzionato a buttare giù questo governo. È possibile che quanto accaduto sia la prima tappa d'un disegno", concorda la bertinottiana Rina Gagliardi. "I poteri forti, vaticani e confindustriali su tutti hanno lucidamente lavorato per questo risultato ", denuncia la rifondarola emiliana Donatella Bortolazzi. Il voto "potrebbe essere il figlio di poteri forti che vogliono le grandi intese", concorda Giovanni Russo Spena. E la spirale si avvita e si avvita. Fino a far dire a Franco Turigliatto che lui pure vede nel voto di mercoledì "una regia un po' diversa" giacché lo insospettisce il ruolo di "un personaggio politico di grande rilievo come il senatore Andreotti" ed è chiaro che "una delle operazioni in corso è scaricare su alcuni della sinistra l'operazione centrista " anche se lui non direbbe "che è una congiura, ma...". Ma cosa, compagno Turigliatto?
Il buio e le regole
Gianfranco Pasquino su l'Unità
Consultazioni
Qualsiasi ragionamento sul futuro del governo e della coalizione di centrosinistra deve partire, sobriamente e lucidamente, dalla constatazione che, a fondamento del voto negativo in Senato, stanno condizioni numeriche, politiche e istituzionali, tutte degne della massima considerazione. Riconoscendo doverosamente e costituzionalmente ai senatori a vita il diritto di votare loro piacimento secondo "scienza e coscienza", tutti sanno che i numeri del centrosinistra al Senato non sono mai stati promettenti e continueranno ad essere traballanti. Quello che è successo mercoledì poteva (e potrà) succedere in qualsiasi altro momento.
Infatti, e qui stanno le condizioni politiche di cui tenere conto, nel centrosinistra persistono divisioni non marginali a partire dalla politica estera, a continuare sulla tematiche in senso lato etiche e per finire con le politiche sociali. Non è difficile constatare che il centrosinistra è molto più eterogeneo del centrodestra. Probabilmente, ma non è un'attenuante, è sempre stato così. Da qui discendono le difficoltà di governo; da qui, uomini e donne saggi farebbero anche discendere maggiori e migliori consultazioni e la produzione di decisioni condivise fino in fondo prima di portarle in Parlamento. Infine, si trovano le condizioni istituzionali che riguardano in special modo la legge elettorale, con la riforma della quale il centrosinistra si è finora semplicemente baloccato, ma che riguardano anche la riforma dell'imperfettissimo bicameralismo italiano.
Preso rapidamente atto della sconfitta, esito non di un complotto, ma delle condizioni che ho delineato, Prodi ha operato in maniera costituzionalmente corretta e politicamente meritevole, rassegnando subito le sue dimissioni. Sono assolutamente sicuro che il Presidente Napolitano applicherà la Costituzione e agirà in maniera ancora più saggia. Nessuno scioglimento anticipato potrà essere chiesto e ottenuto fintantoché i Presidenti delle due camere assicureranno al Presidente Napolitano che esiste, in entrambe (sottolineo "entrambe") le Camere, non una qualsiasi maggioranza, ma una maggioranza operativa e potenzialmente operosa. L'eventuale reincarico servirà anche a verificare questa piuttosto plausibile, ancorché, non del tutto certa, ipotesi. Ritengo anche che Napolitano intenda ricordare al prossimo governo che, a questo punto, da un lato, la riforma elettorale si presenta come una ineludibile priorità nel non augurabile caso di un rapido ritorno alle urne, dall'altro, che il governo deve abbandonare un suo troppo vasto programma e puntare su alcuni pochi, ma decisivi, punti.
So perfettamente che si stanno agitando anche numerose ipotesi, neppure tanto subalterne. Considererei, ma, in questo caso, la mia valutazione è quasi tutta politica, seppure accompagnata da qualche non disprezzabile ragionamento istituzionale, nient'affatto raccomandabile un surrettizio allargamento della maggioranza a Follini e a Casini, e neppure a singoli parlamentari di variegata estrazione e provenienza. Comunque, questo allargamento sembra già condizionato alla sostituzione di Prodi e sarebbe "appesantito" da significative richieste programmatiche. La legge elettorale ha prodotto vincitori, seppure di poco, e sconfitti, ugualmente di poco, ma davvero tali. Gli elettori del centrosinistra hanno il diritto di chiedere alla maggioranza che hanno premiato di tenere fede al (piccolo) mandato che le hanno dato almeno tanto quanto gli stessi elettori di centrodestra possono chiedere conto ai loro eletti di comportamenti aperturisti non dichiarati durante la campagna elettorale. Se già esistesse il famigerato premierato forte, scritto nella legge costituzionale del centrodestra, ma fin troppo celebrato maldestramente anche da alcuni centro-sinistri, lo scioglimento del Parlamento dovrebbe essere quasi immediato. Fintantoché siamo nella forma parlamentare di governo delineata dalla Costituzione repubblicana, è anche possibile che alcuni parlamentari di centrodestra decidano di sostenere un nuovo (quanto nuovo resta da vedere) esecutivo.
Insomma, sarebbe auspicabile una soluzione di governo che, pur consapevole della sua precarietà, non fuoriesca dai confini dell'esito elettorale dell'aprile 2006, ma che dimostri maggiore consapevolezza dei limiti numerici e politici di quell'esito. Dovrà essere prudente e misurata, ma dovrà anche essere in grado di dimostrare coesione e capacità. Nulla di tutto questo è facile, ma molto è fattibile, senza ricorrere a soluzioni pasticciate che alienerebbero dalla politica molti elettori italiani.
Così i cattolici hanno fermato i Dico
Maria Grazia Bruzzone su La Stampa
ROMA. Prima era una minaccia: "Se ci sarà un Prodi-bis, i Dico dovranno essere cancellati dalle priorità dell'agenda". Poi in serata la parola di Clemente Mastella è diventata ufficiale, al termine del vertice dell'Unione: "Da oggi i Dico diventano una materia parlamentare, che non ipotecano e non mettono in discussione il governo come tale. Il clima stasera è migliore, vedremo al Senato di allargare un po' il campo". Prodi conferma: "i dodici punti riguardano l'attività futura del Governo, mentre i Dico sono stati già approvati dal Consiglio dei Ministri". Ora è materia del Parlamento.
Più complessi e variegati i ragionamenti che aveva fatto in precedenza il ministro della Giustizia; intanto, criticando di brutto la scelta di andare al dibattito a Palazzo Madama, dove la situazione dei numeri è quella che è. "Sono tutti geni della politica... Hanno voluto andare a votare sull'intera politica estera, così siamo andati sotto sul complesso della linea del governo. Non potevamo limitare il dissenso all'Afghanistan? E' chiaro che così si apre la crisi...". Mastella non disapprova la corsa a cercare nuovi voti al Senato. Ieri, prima del vertice si è incontrato con Enrico Letta e marco Follini. Follini che nel pomeriggio aveva avuto un lungo faccia a faccia anche con Rutelli. Ma anche Raffaele Lombardo andrebbe bene, anche se ha anche lui una condizione, e pesantissima: il ponte sullo Stretto. E in serata, intervistato dal Tg1, Mastella era già tornato sull'idea di un allargamento della maggioranza. "È difficile, ma se si sposta minimamente più al centro l'asse determinando alcune condizioni politiche, anche simboliche, forse qualche recupero potrà venire". Non nomina i Dico, ma è chiaro che pensa a quell'ostacolo.
Del resto Pier Ferdinando Casini, nell'escludere da parte sua un allargamento della maggioranza al centro, osservava: "Come si può conciliare l'Udc coi Dico?". Insomma, nelle discussioni a tutto campo di queste ore quello delle unioni di fatto è stato un tema ricorrente. Al quale non si erano sottratti i teodem delle Margherita, che attraverso Enzo Carra facevano sapere che i Dico erano "ormai affossati". "Da Dico a Dicevo", per dirla col sarcastico Francesco Storace, che dall'opposizione se ne compiace, come fanno altri della Cdl. Ma per il ministro Rosi Bindi, autrice della proposta di legge, quello che pongono gli iper-cattolici è un falso problema. Una "questione superata" perché i Dico "ormai sono un problema del Parlamento, che è sovrano. Punto. Il governo ha già onorato gli impegni del programma presentando la legge". Non stupisce tuttavia che dall'altra parte della barricata i laici non si rassegnino. E il radicale Marco Cappato e la rifondazionista Wladimir Luxuria non solo insistono perché il tema, già arrivato al minimo compromesso "resti nel programma" ma, parlando di allargamento della maggioranza, preferirebbero trovare i voti dei cattolici liberali di Gianfranco Rotondi, che sui Dico hanno posizioni ben più aperte degli altri. Ma si guarda anche a Follini. "Mi pareva che fosse disponibile a parlare dei diritti delle persone", dice Franco Grillini. Il deputato Ds e presidente onorario dell'Arcigay appare il più realista: "Se Prodi verrà reincaricato e non rimetterà il tema in agenda, si riparta dalla Camera e dai provvedimenti già depositati, per non lasciare alibi al centrodestra. O si usi la strategia della Nutella: spalmare i Dico, attraverso emendamenti su ogni provvedimento che sarà discusso".
Addio a Giovanni Ferrara
intellettuale laico, amico dei giovani
Si è sentito male dopo un discorso al seminario di "Libertà e Giustizia".
Aveva 79 anni. Una vita nel segno dell'antifascismo e dell'impegno civile
su la Repubblica
http://www.repubblica.it
PAVIA - E' morto stamattina Giovanni Ferrara, per molti anni editorialista di "Repubblica", più volte parlamentare repubblicano, tra i più stimati intellettuali laici italiani, negli ultimi anni appassionata voce della sinistra più indipendente e critica. Ma, con la politica, la sue vere vocazioni sono state l'insegnamento e il colloquio con i giovani.
Ed è stato parlando ai giovani, sabato scorso, che si è sentito male a Pavia, nel corso di una serata della Scuola di formazione politica di "Libertà e Giustizia". Si è alzato, ha chiesto la parola e ha fatto un intervento - molto applaudito - per chiedere che la sinistra non si dimentichi degli ultimi, che abbia anzitutto a cuore il destino di chi ha una vita non facile, che non tradisca mai la sua storia. Si è seduto, ha mormorato "C'e qualcosa che non va" e ha guardato per l'ultima volta la compagna della sua vita, Sandra Bonsanti, che di "Libertà e Giustizia" è la presidente. Poi ha perso conoscenza ed è stato portato al Policlinico San Matteo dove gli è stata diagnosticata una grave emorragia cerebrale. Con lui, in questi giorni di agonia, sono sempre stati i figli Valentina e Benedetto, giornalista di "Repubblica".
Giovanni Ferrara viveva da molti anni a Firenze, in Oltrarno, ma era profondamente legato alla sua città, Roma, dove era nato nel 1928. Una famiglia che ha segnato il '900, quella dei Ferrara. Il padre Mario, avvocato e antifascista, fu collaboratore e amico di Giovanni Amendola. Il fratello Maurizio, nato nel 1921 e scomparso alcuni anni fa, inviato a Mosca e poi direttore dell'"Unità", era tra i più ascoltati collaboratori di Palmiro Togliatti. Due nipoti, Giuliano e Giorgio, sono rispettivamente fondatore del "Foglio" e notissimo polemista il primo, apprezzato regista teatrale e cinematografico l'altro.
Giovanni Ferrara dedicò invece gran parte della sua vita allo studio e all'insegnamento, soprattutto con la docenza di Storia Antica all'università di Firenze. Tra i molti saggi, i più importanti furono su Giulio Cesare e Tucidide.
Come pubblicista collaborò con il "Mondo" di Pannunzio, passando poi a "l'Espresso" di Arrigo Benedetti e di nuovo al "Mondo"quando Benedetti tentò di ridare vigore da Firenze alla storica rivista. Fu anche direttore della "Voce Repubblicana" negli anni Settanta. Amico fin dall'adolescenza di Eugenio Scalfari, dalla fondazione di "Repubblica" entrò nella squadra degli editorialisti del giornale.
Nel 1983 scrisse per la Rusconi "Apologia di un uomo laico". Negli ultimi anni ha pubblicato per Sellerio i racconti "Il senso della notte", "La visione" e "La sosta". Uscirà tra breve, postumo, un libro dedicato proprio al fratello Maurizio.
L'attività politica. Laico intransigente, fu per molti anni dirigente del Pri, vicino a Visentini e Ugo La Malfa. Nel 1991 venne eletto al Senato a Milano, subentrando a Giovanni Spadolini, nominato senatore a vita. L'anno dopo venne rieletto al Senato a Firenze, sempre per il Pri.
Nel '94 ruppe con Giorgio La Malfa, di cui era stato il più ascoltato consigliere, perché coinvolto in Mani Pulite, e si schierò più a sinistra. Entrò in consiglio comunale a Firenze, dove per il Pri restò dal 1990 al 1995, poi diventò direttore del Circolo Viesseux, una delle principali istituzioni culturali fiorentine, in qualche modo continuando l'attività di Alessandro Bonsanti, padre di Sandra, animatore della vita culturale e letteraria italiana e infine sindaco della città
Dal '96 visse per qualche anno a Livorno dove Sandra Bonsanti, per molti anni inviato e commentatore politico di "Repubblica", era stata chiamata a dirigere il "Tirreno". E sempre con Sandra ha seguito fino all'ultimo da vicino "Libertà e Giustizia", argine culturale e di movimento alla deriva berlusconiana, giudicata da Ferrara un pericoloso populismo capace di degenerare in forme di democrazia autoritaria.
23 febbraio 2007