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a cura di G.C. - 22 febbraio 2007


Governo sconfitto al Senato - Prodi si dimette
Redazione del
Corriere della Sera

ROMA - Alla fine sono arrivate le dimissioni. Dopo tante minacce di crisi il governo Prodi va in testa coda e cade quando (forse) meno se lo aspettava, inciampando sulla politica estera: la mozione sul discorso di D'Alema non è passata al Senato per due voti. A stoppare la maggioranza è stata una inedita cinquina composta da tre senatori a vita e due "irriducibili" della sinistra radicale. Rossi e Turigliatto. Dopo la bocciatura, seguita da un vertice di maggioranza e da un consiglio dei ministri, Romano Prodi ha rimesso il mandato al Quirinale. Il presidente Napolitano, rientrato in tutta fretta a Roma interrompendo una visita ufficiale a Bologna, si è riservato di accettare dopo un colloquio di 25 minuti e ha indetto subito (cominceranno giovedì alle 10.30) le consultazioni per affidare l'incarico di formare il nuovo governo. Era stato proprio Napolitano a chiedere a Prodi di tornare al Senato dopo la sconfitta sulla base di Vicenza, proprio per provare il sostegno della maggioranza alla politica estera del governo. E D'Alema aveva detto chiaro, da Ibiza, che "senza la maggioranza, si va tutti a casa". In sostanza, il capo della Farnesina aveva chiesto una sorta di voto di fiducia, sfidando i rapporti di forza (che al Senato sono ormai paritari tra maggioranza e centrodestra) e le tante incognite di una votazione al cardiopalma.

PRECEDENTE - A nulla, dopo la bocciatura a Palazzo Madama, sono valse le pressioni della sinistra a tirare il freno, a non dimettersi e trovare una soluzione per andare avanti. In serata è uscita anche una nota ufficiale del Prc in cui si chiede a Prodi "di non interrompere la sua azione". Niente da fare. La disfatta della maggioranza va in scena ancora una volta a Palazzo Madama, che si conferma la bestia nera del governo Prodi. A distanza di una ventina di giorni, dopo lo scivolone sulla mozione della Cdl sulla base Usa di Vicenza, infatti, il governo viene battuto di nuovo sulla risoluzione che approva la relazione del ministro degli Esteri. E si apre la crisi.

"COLPA DI ANDREOTTI E PININFARINA" - "La colpa di tutto è di Pininfarina e Andreotti che si sono astenuti e di Rossi e Turigliatto che non hanno votato", hanno commentato i senatori dell'Unione all'uscita dell'Aula dove, dopo il risultato, è scoppiata la solita bagarre con il centrodestra in piedi che gridava "dimissioni, dimissioni". Mentre sui due dissidenti si abbatteva "il disprezzo totale" della capogruppo dei Verdi-Pdci Manuela Palermi, che aveva ottenuto la marcia indietro di Bulgarelli.

ULIVO PRONTO A PRODI-BIS - A sera, l'Unione si interroga sullo sviluppo della crisi. L'Ulivo (dopo un vertice con Rutelli, Fassino e D'Alema a Palazzo Chigi), si dice pronto a confermare la fiducia a un governo Prodi-bis. "Siamo consapevoli della difficoltà della situazione - afferma il capogruppo alla Camera Dario Franceschini - ma siamo pronti a riconfermare la piena fiducia al Governo Prodi. Ci auguriamo che le consultazioni servano a un chiarimento profondo per superare non solo un nuovo ed eventuale voto di fiducia ma perché il governo abbia una maggioranza che lo sostenga convintamente". Prc, Pdci e Verdi insistono perché la maggioranza vada avanti.

RUTELLI: DUE DOVERI - "La maggioranza ha due doveri: assicurare al paese una politica estera credibile, coerente, affidabile. Il secondo è servire il paese con la maggioranza ricevuta dagli elettori e scongiurare il ritorno della destra". Così il vicepresidente del consiglio, Francesco Rutelli sulle prospettive che si aprono per governo e maggioranza: "Senza una maggioranza in politica estera, non si governa il Paese e bene ha fatto, il premier Romano Prodi, a dirlo con grande nettezza, fino a rimettere il mandato nelle mani del Capo dello Stato. Vedremo nei prossimi giorni - ha aggiunto il vicepremier - se le forze della sinistra radicale e quelle che hanno già perso dei rappresentanti sapranno riportare una affidabile disciplina nelle loro fila parlamentari e scongiurare nuovi episodi di infedeltà come quello registrato oggi al Senato".



La fiducia vuota della sinistra radicale
Ezio Mauro su
la Repubblica

Tirata per mesi in parlamento e nelle piazze, la corda ideologica dell'estremismo si è infine spezzata, facendo precipitare il governo Prodi e riaprendo a Silvio Berlusconi - sconfitto soltanto un anno fa nelle urne - la prospettiva ravvicinata di ritornare alla guida del Paese.

La crisi si apre sulla politica estera, dopo che D'Alema ha spiegato in Senato l'impegno per la pace dell'Italia, il rifiuto della guerra, il valore "politico e civile" della missione Onu in Afghanistan, l'impossibilità di un ritiro che ci allontanerebbe dalla Ue, isolandoci. Un discorso che sta pienamente nel programma dell'Unione, e che avrebbe potuto pronunciare tra gli applausi qualsiasi ministro degli Esteri di qualunque governo di sinistra di ogni Paese occidentale.

Ma in Italia, no. In Italia, dove il presidente del Consiglio è stato presidente della Commissione europea, questo discorso divide la sinistra ed è inaccettabile per la sua frangia più estrema, pronta a votare contro il governo pur di salvarsi l'anima o almeno il pregiudizio. Il risultato è la crisi dopo appena 281 giorni di Prodi a Palazzo Chigi, nemmeno un anno. Una crisi inevitabile perché senza una maggioranza in politica estera non si governa il Paese. Ma qui, secondo quanto rivela l'estremismo radicale, non manca solo la maggioranza: manca un'idea stessa dell'Italia, per capire cos'è e cosa dev'essere oggi, qual è il suo posto in quella parte del mondo che si chiama Europa e Occidente, se non vogliamo abitarla per caso o per sbaglio, da stranieri in patria, orfani di ideologie sconfitte e pericolose.

Ecco perché Romano Prodi ha fatto bene ad annunciare subito dopo il voto, già al telefono, le sue dimissioni al Capo dello Stato, e a non chiedere un rinvio automatico alle Camere per verificare meccanicamente se la maggioranza di centrosinistra c'è ancora oppure no. In questo modo si esce dai giochi interni alla coalizione, dove è possibile fare per mesi i governativi al ministero e gli estremisti in piazza, e tutto ritorna nelle mani del Capo dello Stato. Che dovrà e vorrà capire in forma impegnativa non solo se c'è una teorica maggioranza numerica per l'Unione, ma se c'è una concreta maggioranza politica, capace di assicurare al Quirinale di essere pronta ad assumersi le responsabilità di governo dei prossimi mesi, a partire proprio dagli impegni internazionali dell'Italia.

Napolitano vuole infatti rompere il gioco dietro il quale si nasconde la rendita di posizione dell'estremismo: il gioco della "fiducia vuota", o irresponsabile, che porta i partiti e i gruppi più radicali della coalizione a votare un assenso fiduciario generico al governo, pur di avere poi le mani libere sui singoli temi specifici, con distinzioni, astensioni, opposizioni che consentono ad ognuno (e ai piccoli gruppi soprattutto) di inseguire la rappresentanza di interessi di parte incompatibili con la logica e il programma di coalizione. Da oggi, dirà Napolitano al centrosinistra, la "fiducia vuota" non basta più, perché non garantisce la tenuta di un governo, anzi lo espone a quell'"umiliazione" di cui parlava ieri la Cnn nel servizio sull'Italia: occorre un impegno preciso sui passaggi qualificanti, qualcosa che dimostri la capacità per la sinistra italiana di fare governo, di fare maggioranza. Solo così Prodi potrà ripresentarsi alle Camere. Altrimenti, non ci sono le condizioni per andare avanti e la sinistra dovrà passare la mano, gettando al vento in pochi mesi la vittoria elettorale: e per sua esclusiva responsabilità.

Questa responsabilità è già emersa ieri con evidenza in Senato, con la defezione di due parlamentari, uno di Rifondazione e uno appena uscito dal partito dei Comunisti italiani: per Prodi due voti in meno in un equilibrio già fragilissimo, con Andreotti subito pronto - com'era immaginabile - a stare con i desideri di Ruini piuttosto che con la politica estera del governo. Le due defezioni "comuniste" sono il segno concreto dell'ideologismo irriducibile, anche davanti alla crisi di governo, e al rischio di riconsegnare il Paese a Berlusconi. Ma sarebbe ingiusto fermarsi qui, e non vedere dietro i due senatori del no un mondo, un'organizzazione e una cultura molto più ampia, in cui hanno camminato in questi mesi e soprattutto in queste ultime settimane gli stessi leader dei partiti dei verdi, di Rifondazione e dei Comunisti italiani che poi nelle ultime ore hanno parlato a sostegno del governo: come se un voto parlamentare fosse separabile da una cultura, da un comportamento diffuso e insistito, da un giudizio capitale sul riformismo di sinistra, dall'anatema sulle alleanze occidentali. E soprattutto dall'antiamericanismo che dopo la fine della guerra fredda in Italia è l'ultima ideologia superstite, quasi un'identità eterna per un comunismo minore e irriducibile, che continua a chiamarsi tale nonostante la democrazia l'abbia sconfitto nella contesa europea del Novecento, rivelando non solo i suoi errori ma la sua tragedia.

La crisi di governo certifica dunque con esattezza cos'è la sinistra italiana oggi. Un gruppo maggioritario che si fa carico della responsabilità del governare, scegliendo la cultura riformista nei suoi valori e nelle sue obbligazioni. Un gruppo minoritario estremista, che ha demonizzato Berlusconi come fascista ma è pronto a riconsegnargli l'Italia, considera il governo del Paese un vincolo più che un'opportunità, ritiene che la piazza debba prevalere sulle istituzioni.

Il dramma della sinistra sta alla fine in un paradosso: nelle condizioni attuali senza l'ala radicale non si vince, ma con l'ala radicale non si governa.

Questo dovrebbe chiedere Prodi ai suoi alleati, perché solo se si coglie l'occasione della crisi per fare chiarezza nell'identità della sinistra (e dunque nell'identità della coalizione) vale la pena restare a Palazzo Chigi. Non servono, com'è dimostrato, le firme sul programma. Serve una politica condivisa, in pochi punti, che nasca da un'idea chiara dell'Italia e della sinistra. Un'idea che può ancora, persino oggi, essere migliore di quella della destra, e più utile al Paese. Ad esempio nella partita in atto per la laicità dello Stato, che è la vera battaglia culturale di questa fase per la sinistra. Anche se gli estremisti non lo sanno, prigionieri dell'eterna sfida con gli Usa e con i riformisti: che combattono da soli, come un'ossessione.


Senato, una brutta giornata
Furio Colombo su
l'Unità

In poche parole ieri al Senato è successo questo: due senatori, Rossi e Turigliatto, della maggioranza eletta con Prodi, non hanno partecipato al voto. Perché lo hanno fatto? Perché, ci fanno sapere, sono in favore della pace. Qual è il risultato del loro comportamento in nome della pace? Eccolo di fronte a noi: i berlusconiani vincono ed esultano. Per ore hanno parlato in favore della guerra, qualunque guerra, purché partano i soldati. Adesso saltano in piedi e urlano, da statisti, la loro contentezza tribale: hanno respinto la relazione del ministro degli Esteri sulla politica del governo, sul “dove siamo” dell'Italia nel mondo. E sul “come siamo” nel mondo.
Siamo - aveva detto D'Alema la mattina di mercoledì - in Libano a capo delle forze di pace delle Nazioni Unite. Siamo, con l'Onu e la Nato in Afghanistan, impegnati a spostare l'equilibrio fra aiuti economici e presenza militare (sempre meno attività militare, sempre più cooperazione e aiuti). Possiamo farlo perché contiamo.
Non siamo più in Iraq perché in quella guerra - tanto amata e tanto rimpianta dai berlusconiani (mentre l'America la rigetta) - eravamo dei subordinati che potevano solo ricevere ordini. Ed era una guerra fondata su affermazioni, documenti, prove, annunci, tutto completamente falso.
È giusto a questo punto chiarire: due altri voti erano stati promessi e sono mancati all'Unione, dunque a D'Alema e al governo Prodi. Sia il senatore a vita Andreotti che il senatore a vita Pininfarina avevano promesso il loro voto alla politica estera di questo governo. Non si sa rispondendo a quale richiamo, entrambi all'ultimo istante si sono astenuti.
Però Andreotti e Pininfarina non avevano alcun impegno con il governo, la maggioranza, gli elettori e con la questione della pace. Rossi e Turigliatto l'avevano, ed è per questo che Prodi ha dovuto prendere atto del caso politico creato dal loro rifiuto di votare e ha dato le dimissioni. Eppure Rossi e Turigliatto avevano appena ascoltato il brevissimo, chiarissimo intervento di Franca Rame, appena tornata da Vicenza, dove ha avuto, con Dario Fo, un ruolo da leader. Ha detto Franca Rame: "Si sa punto per punto dove sono e dove non sono d'accordo con ciò che ha detto D'Alema. Ho paura della guerra in Afghanistan. Voglio tutto aiuto e niente guerra. E allora voi vi aspettate che voti no. Vi piacerebbe. Ma io non posso darvi questa vittoria. Perciò continuo il mio impegno per la pace. E a D'Alema e a Prodi, per le cose che condivido e quelle che non condivido, dico “sì”. Non posso far vincere voi che avete in testa solo subordinazione e guerra".
L'occasione era importante per due ragioni: perché era la chiave di tutto questo periodo della vita politica italiana, che è clamorosamente cambiata, quanto a presenza nel mondo con Prodi e D'Alema. E perché l'intervento di Massimo D'Alema al Senato è stato netto, chiaro e completo, con una buona dose di coraggio e nessuna ambiguità. Il coraggio è stato di non cercare benevolenza e comprensione, ma piuttosto orgoglio delle cose fatte fino ad ora, prima di tutto l'iniziativa italiana che ha fermato la guerra nel Libano. Il coraggio è stato di dire della guerra in Iraq ciò che deve essere detto senza nascondersi dietro le bandiere, dietro il nazionalismo di tempi lontani e l'esaltazione della guerra sbagliata come modo di mostrarci amici dell'America. È stato il coraggio di affermare che la situazione in Afghanistan può essere cambiata soltanto se un Paese che conta non si ritira mettendosi in condizione di non contare più e di riconoscere che tutto ciò non si fa per avere diplomi di amicizia subordinata ma per dovere. Donne e bambine e tutta la popolazione di quel Paese, che è stato vittima di una violentissima oppressione militare e religiosa, si aspettano non la continuazione di una guerra infinita ma una vita un po' migliore.
Due senatori eletti con il centrosinistra hanno deciso che non importa se in Afghanistan resta la guerra e in Italia torna Berlusconi, dunque una esaltazione primitiva e bugiarda della bella guerra che si celebra. Va bene così, si sono detti, e al diavolo i milioni che hanno votato e sperato con Prodi.

Ora, forse, grazie a due voti mancanti da parte di chi, prima di andarsene, ha detto di battersi per la pace, lo spettacolo del circo Berlusconi-Calderoli e dei soldati che partono può anche ricominciare. O almeno ritorna l'incubo.


L´amaca
Michele Serra su
la Repubblica

Si capisce, uno ha tutto il diritto di coltivare i suoi ideali integerrimi. E di sentirsi eletto dal popolo lavoratore anche se è stato spedito in Senato da una segreteria di partito. Uno ha tutto il diritto di rivendicare purezza e coerenza, così non si sporca la giacchetta in quel merdaio di compromessi e patteggiamenti che è la politica. Però, allora, deve avere l´onestà morale di non fare parte di alcuna coalizione di governo. E deve dirlo prima, non dopo. Deve farci la gentilezza di avvertirci prima, a noi pirla che abbiamo votato per una coalizione ben sapendo che dentro c´erano anche i baciapile, anche i moderatissimi, anche gli inciucisti. A noi coglioni che di basi americane non ne vorremmo mezza, ma sappiamo che se governano gli altri di basi americane ne avremo il triplo. Invece no: questi duri e puri se ne strafottono della nostra confusione e della nostra fatica. Prima salgono sulla barca della maggioranza, poi tirano fuori dal taschino il loro cavaturaccioli tutto d´oro e fanno un bel buco nello scafo, per meglio onorare la loro suprema coerenza e la nostra suprema imbecillità. Un bell´applauso ai Cavalieri dell´Ideale: tanto, se tornano Berlusconi e Calderoli, per loro cosa cambia? Rimarranno sul loro cavallo bianco con la chioma al vento.


Il fattore "C" è svanito nel giorno della sfida
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

ROMA — "Cuor contento, il cul l'aiuta!", ridevano i suoi uomini con un ritocco goliardico all'antico proverbio. E lui, Romano, ha fatto finta di crederci sul serio, che alla fine con un po' di fortuna tutto si sarebbe sistemato. E a chi toccava ferro perché il suo governo aveva giurato il 17 maggio proprio come nel '96, rispondeva: "Ma nooo! Stavolta non era venerdì 17!".
E per mesi aveva ostentato una fiducia esagerata: "È un governo seeerio e coeso, coeso e seeerio!". Macché. È finita come l'altra volta. Sorridevano tutti, a vederlo grondare d'ottimismo. Lui, incurante, tirava diritto: "Me l'ha insegnato mio padre. Diceva che quando i soldati vanno in guerra quelli con la faccia triste non tornano mai". Intorno era tutto un baccano di galletti e galline, pulcini e capponi decisissimi ciascuno ad avere tutto e subito: l'abolizione della Bossi-Fini e il ritiro dall'Iraq e la manica larga sugli spinelli e la chiusura del Cpt e i Pacs alla Zapatero e l'aliquota per i "ricchi" al 47% e il muso duro ai vescovi e una legge sull'eutanasia e la rimozione della riforma Moratti e la supertassa sulle jeep e mille altre cose ora clericali e ora laiciste, ora moderatissime e ora radicalissime. E lui: "Siamo sereeeni. Seri e sereeeni".
Ricordate cosa disse quando andò a Palermo ad appoggiare Rita Borsellino? Disse che sì, certo, c'era un po' di caos ma dovuto solo alla fase di collaudo: "Vi assicuro che presto il governo sarà a punto e girerà come il motore di una Ducati o una Ferraaaari". Lo fischiavano e sorrideva. Lo insultavano e sorrideva. Gli facevano gli agguati e sorrideva. Deciso a non darla vinta ai pessimisti che gli additavano i nuvoloni prefigurando bufere: "Conoscete la barzelletta? A un aspirante ferroviere viene chiesto cosa farebbe in caso di nebbia se ci fossero due treni in arrivo sullo stesso binario. "Agiterei la bandiera" risponde. E se la nebbia fosse così fitta da impedire di vedere la bandiera? "Accenderei le fiaccole". E se la nebbia fosse così fitta da impedire di veder le fiaccole? "Userei i petardi". E se la nebbia fosse così fitta da aver inumidito i petardi? "Allora chiamerei mia moglie: Rosina, vieni a vedere che disastro!"".
Insomma: perché avrebbe dovuto andare tutto storto? Poche settimane prima delle politiche aveva detto a Giampaolo Pansa: "Se vinciamo e si fa il governo, a quel punto non esiste una via di mezzo: se cado io, o se i miei mi fanno cadere, cade anche il governo e si va di nuovo a votare. A me non piace mediare. Voglio governare. Ogni volta che si riunirà il Consiglio dei ministri, non si discuterà, ma si deciderà". Sì, ciao. Una via crucis quotidiana. Con la maggioranza che al Senato perdeva un pezzo al giorno. E andava sotto su questo e sotto su quello. E via via si sfilacciavano i rapporti non solo politici ma umani.

Succedeva anche a Bettino Craxi, che se ne infischiava: "Sono stato presidente del Consiglio quattro anni, sono andato sotto 180 volte e non è mai accaduto nulla". E mentre gli elettori assistevano attoniti alla cagnara, che raggiunse l'apoteosi nella elaborazione della Finanziaria "modello avanti-indré", lui spargeva ottimismo come quando spiegò a Gianni Riotta: "Ci sono stati quattro casi di coscienza sull'Afghanistan, è vero. Ma siamo ancora qui, mi pare. Avessimo vinto le elezioni con più agio sarebbe stato più facile, ma così è più thrilling, c'è più avventura. Vuole la verità? È più sexy!".
Un martello pneumatico, era: "Abbiamo avuto l'incarico di governare dagli elettori di cinque continenti. E governeremo". "C'è l'impegno di tutti affinché questa coalizione vada avanti nei prossimi cinque anni. La coalizione è questa. Non cambia. Dura l'intera legislatura". "Resteremo uniti e governeremo per cinque anni, ridaremo all'Italia un ruolo serio e internazionale". "È una squadra, la nostra, coesa e omogenea, dureremo cinque anni". "Sono tornato ieri dalla Cina e non ho sentito nessuno che mi abbia detto che il governo non è fortissimo. La fiducia è totale, completa. Dureremo cinque anni". E le ruggini nella maggioranza? "Ripeto, il mio governo governerà. Punto". E sbuffava: "Sulle missioni internazionali si deciderà a maggioranza ma quando c'è da decidere, io decido".
Sullo sfondo, nell'immaginario suo e in quello degli altri, compreso Silvio Berlusconi che arrivò a sospirare "sì, questi reggono cinque anni", c'era sempre l'evocazione di quel "fattore C." cantato ironicamente da Edmondo Berselli: "Il Culo di Prodi è una categoria mitologica. Come tutti i fenomeni meravigliosi, come un monstrum smisurato e stupefacente, come un prodigio preternaturale, una chimera, una fenice, una cometa, il C. di Prodi è un Ente largamente imprevedibile".
Macché, è finita come nel '98. E' andato alla conta e ha perso. E chi è stato stavolta, a volere il braccio di ferro? Massimo D'Alema. L'uomo che secondo Adriano Sofri "è cresciuto alla scuola di Craxi, il più grande giocatore d'azzardo del dopoguerra". Quello che, indicato dai più sospettosi come colui che aveva ordito la prima caduta di Romano, aveva mandato a dire per bocca di Fabrizio Rondolino che lui certi errori non li faceva: "Massimo, Mussi e Minniti fecero i conti il giorno prima. E mi ricordo che D' Alema, alle dieci di sera, ci disse: "Siamo sotto di uno". Lo sapevamo noi e lo sapevano anche a palazzo Chigi. Tant'è vero che all'indomani, all'alba, Minniti incontrò Cossiga per chiedergli l'astensione. Perciò, in aula, prima della fiducia, Violante dalla presidenza chiese a Prodi se voleva parlare. Avrebbe dovuto dire che era disposto a prendere anche altri voti oltre a quelli della sua maggioranza, così avrebbe ottenuto l'appoggio di Cossiga, ma lui non lo fece, e andò sotto".
"Come hanno fatto, ad andar sotto di nuovo?", si chiedono oggi basiti gli elettori di sinistra. Ma i maligni tornano a farsi un'altra domanda. Partendo da una confidenza dalemiana: "Il gioco d'azzardo è divertente come calcolo delle probabilità, funzione, strategia. Ma non mi piace l'elemento maniacale. A un certo punto non hai più il governo di te stesso. A me piace il gioco in cui uno non perde mai il controllo di sé, anzi assume il controllo del campo e di tutti gli attori in gioco. Questo sì, mi piace". Ecco: sfidando la sinistra più accesa, alla vigilia del voto di ieri, con quell'alternativa secca riassunta dal manifesto col titolo "Kabul o morte", quale calcolo aveva fatto esattamente, Baffin di Ferro? Ha perduto il controllo o lo sapeva, che finiva così?


Galleggiare tentazione fatale
Giulio Anselmi su
La Stampa

Le dimissioni di Prodi sono state una scelta obbligata. Resa necessaria dalla delicatezza del tema, la politica estera, sul quale il governo ha incassato al Senato una sonora sconfitta e drammatizzata dall'introduzione al dibattito pronunciata dal ministro D'Alema: "Se perdiamo, tutti a casa". Su questo punto c'è stata intesa tra il presidente Napolitano, il premier e il capo dell'opposizione Berlusconi.

Ora le fibrillazioni della politica, accentuate dall'effetto sorpresa di una crisi considerata improbabile fino a poche ore prima, accompagnano uno scenario confuso. Molti centristi sottolineano che lo schema prodiano è arrivato all'ultima tappa e accarezzano il sogno di un centro-sinistra girato dall'altra parte, cioè spostato all'opposto dell'attuale, che appar loro troppo condizionato da Rifondazione, Verdi e Comunisti italiani. La sinistra radicale, timorosa di perdere l'ultima occasione di permanenza nei palazzi del potere, sorvola a cuor leggero sugli ultimatum pronunciati a ogni ragion di conflitto, si trattasse dei Dico o della base di Vicenza, per dichiarare che, in fondo, non è accaduto nulla. Una buona parte del centro-destra vede come il fumo negli occhi la prospettiva del Cavaliere reinsediato a Palazzo Chigi, ma non è ancora in grado di insidiarne la leadership. Maggioranza e opposizione valutano l'accaduto con qualche affanno, ma è già evidente che occorre un cambiamento di rotta: non tanto per "coerenza politica, costituzionale ed etica" come ha detto D'Alema con parole subito fatte proprie da Berlusconi, quanto per la forza delle cose.

L'Italia produttiva, la Chiesa e l'America appaiono da tempo singolarmente distanti dall'esecutivo, assai indebolito dalla freddezza di questi rapporti, a prescindere dalle sue buone ragioni: si pensi ai diritti delle coppie di fatto o alla gestione dell'alleanza militare a Kabul. È inquietante immaginare che l'attuale maggioranza riprenda la sua strada sulla scorta di un qualche soccorso occasionale, esposta al rischio di un disastro alla prossima curva. Saggiamente, ieri alcuni suoi esponenti non escludevano un prossimo ricorso alle urne.

Per poter votare senza esporre l'Italia ai costi e ai traumi di una campagna come quella che ci siamo da poco lasciati alle spalle senza raggiungere l'obiettivo della governabilità, occorrerebbe dotarsi di una buona legge elettorale: non costruita, come quella lasciata dal centro-destra, allo scopo di rendere instabile il Paese. Ma quale maggioranza l'approverebbe? La logica e l'interesse del sistema farebbero auspicare un'intesa tra i maggiori partiti per approvare norme in grado di consentire alla Seconda Repubblica di riprendere il percorso fondato sulla triade alternanza-maggioritario-bipolarismo che tutti (o quasi) propugnano. Sembra però molto difficile disporre dei numeri necessari in Parlamento.

Nel giorno della caduta è fin troppo ovvio dire che il governo è scivolato sulle contraddizioni politiche che hanno accompagnato tutta la sua breve esistenza e sull'esiguità della maggioranza che, soprattutto al Senato, lo sosteneva. Tanta precarietà non ha impedito a Prodi di realizzare o abbozzare riforme importanti, che il governo precedente non era stato in grado di varare con ben altri numeri a disposizione. Valgano per tutte le liberalizzazioni iniziate da Bersani, in un susseguirsi di equilibrismi che inducevano, talvolta, a pronosticargli una durata d'intera legislatura. Lui garantiva che avrebbe trasformato in forza la debolezza della contraddizione, puntando sullo spirito di sopravvivenza, la più forte pulsione di ogni specie. Ma, nel litigioso centro-sinistra italiano, neppur questo è bastato.


"Allargare la maggioranza non è più tabù"
Goffredo De Marchis su
la Repubblica

ROMA - "L´allargamento della maggioranza a questo punto non è più un tabù. Possiamo chiedere i voti a Follini e ai due senatori del movimento autonomista di Lombardo". Franco Giordano con Romano Prodi è molto chiaro: Rifondazione comunista rompe l´argine del mandato elettorale, della sacralità dei confini stretti dell´Unione e propone un mini-patto con il "diavolo" pur di salvare il governo. È la sepoltura della sbandierata autosufficienza. Finita. kaputt. Ma è l´unica strada per il futuro della sinistra radicale, l´unica per tenere in piedi il Professore. E Prodi annuisce. Anche con il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, racconta al suo ritorno dal Quirinale, si "è ragionato di un allargamento". Il capogruppo al Senato Giovanni Russo Spena non si nasconde dietro un dito e fa autocritica: "È vero, Prodi è caduto per colpa di due senatori a vita. Ma diciamo la verità: questo clima negativo lo hanno creato i nostri dissidenti e dobbiamo assumercene la responsabilità". La responsabilità di non ridare il Paese alla destra, a Berlusconi. Quindi ora vanno bene le maggioranze variabili, le geometrie elastiche. Persino con Raffaele Lombardo e il suo Mpa che in Sicilia governa con Cuffaro. Sulla base del programma, certo, ma dando voce anche a chi sceglierà di allargare l´Unione a Palazzo Madama. Dentro Rifondazione ci si spinge fino a un´apertura "di dialogo, di riflessione con l´Udc di Casini".
Sono tre voti, un´inezia, sufficienti però a guardare avanti. Sempre che la maggioranza attuale confermi una fiducia piena a Prodi, anzi rafforzata. Ma continuare, ieri, è stata la parola d´ordine dell´Ulivo (Ds e Margherita) e dei gruppi della sinistra radicale: Verdi, Pdci, Prc. Nel consiglio dei ministri Alessandro Bianchi e Alfonso Pecoraro Scanio, pallidi come cenci, hanno addirittura pregato Prodi di non dimettersi, di tornare semplicemente alle Camere per chiedere la fiducia. Insomma, di non aprire la crisi. Ma all´ipotesi minimalista Prodi non ha mai pensato nemmeno per un minuto. Linda Lanzillotta lo aveva visto all´una, prima della debacle a Palazzo Madama, e aveva confidato: "Era incavolato nero". D´Alema comunque non sarebbe stato d´accordo sul far finta di niente. Di fronte al grido di dolore dei ministri, il titolare della Farnesina è stato freddo: "Decide Prodi". Sapendo già che i passaggi di una vera crisi erano fissati.
Il premier si è sfogato con i suoi definendo "marziani" i dissidenti. Ha contestato la gestione del voto al Senato puntando il dito contro i Ds: "Che bisogno c´era di andare a chiamare Pininfarina? Per ritrovarselo contro!". Sul voto di Giulio Andreotti ha tirato un sospiro rassegnato: "È stato la chiave di questo voto. Lo ha orchestrato per bene. E si è rimangiato tutta la sua politica estera, che è la stessa presentata da D´Alema in aula". È cominciato un tutti contro tutti dentro l´Unione. Peggio del solito. Veleni sparsi e tanti "l´avevo detto". Piero Fassino, mostrando il timer del suo cellulare ad alcuni senatori, ha ripercorso un incubo: "Ho parlato con Franca Rame martedì sera. Mi ha insultato per 43 minuti esatti. Dico 43. Solo alla fine l´ho convinta a votare sì". Difficile andare avanti così, in balia dei ribelli. Ma non c´è solo la sinistra radicale in questa maggioranza azzoppata. "La colpa è anche di chi si è baloccato con il Partito democratico - attacca Fabio Mussi parlando con i dirigenti del correntone - . Fassino, D´Alema, Rutelli. Bravi, complimenti. Non era meglio pensare ai numeri del Senato?". Cesare Salvi racconta che alla riunione dello stato maggiore dei Ds, in serata, ha parlato solo Fassino per fotografare la situazione. E gli altri? "Abbiamo taciuto per carità di patria", sibila il leader della minoranza. Ma non tace, commentando la giornata nera del governo Prodi. "Non ho ancora capito perché abbiamo dato due voti sulla politica estera, prima Vicenza poi ieri. Perché? È pazzesco, sapevamo che c´era l´Afghanistan, quello era il momento giusto".
Sembra inevitabile una discussione serrata anche dentro l´Ulivo. Prodi ha messo in conto le elezioni. Ma nel vertice di Palazzo Chigi prima delle dimissioni, la delegazione dei Ds ha dettato la sua linea: "Dimissioni subito e comunque niente elezioni". Questa posizione ha autorizzato alcune dietrologie, con D´Alema che accende la miccia e i Ds che poi danno il colpo di grazia escludendo il ricorso alle urne. Veleni, malignità, certo. Ma la crisi "dagli sviluppi imprevedibili", come dice il responsabile economico dei Ds Antonello Cabras, è destinata ad aprire un fronte tra i riformisti. Sul futuro, su come andare avanti.



Il sospetto inconfessabile di un complotto Chiesa-Usa
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Leggere le dimissioni di Romano Prodi come l'epilogo degli strappi dell'estrema sinistra è inevitabile. Ma questa analisi obbligata va completata col "no" alla mozione di Massimo D'Alema del senatore a vita Francesco Cossiga; e con l'astensione, equivalente al Senato ad una bocciatura, di altri due "grandi vecchi" come Giulio Andreotti e Sergio Pininfarina. Per questo, l'ala radicale declassa a gesto irresponsabile il ruolo dei due senatori "antagonisti" mancati all'appello. Ma palazzo Chigi e Farnesina puntano segretamente il dito sul "triangolo" Cossiga-Andreotti-Pininfarina, promossi a uomini-simbolo dell'ostilità di Usa, Vaticano e Confindustria nei confronti dell'Unione. È una versione suggestiva, anche se può apparire un po' troppo di comodo: soprattutto dopo che il governo ha parlato di quasi riconciliazione con la Santa Sede, e rivendicato rapporti ottimi con Washington.

E combacia in modo vistoso con la tesi di Rifondazione comunista, che vede nel voto di ieri al Senato una congiura ordita dai "poteri forti" per spaccare il centrosinistra. Indicare i nemici esterni del governo equivale a minimizzare l'errore di calcolo che D'Alema forse ha fatto con un discorso eccessivamente tattico; attenuare le responsabilità dei partiti antagonisti, incapaci di frenare i dissidenti; e non avere capito che il "no" annunciato da Cossiga era un campanello d'allarme. Se dietro la bocciatura c'è l'asse Usa-Vaticano, con l'aggiunta degli imprenditori, il tentativo del Prc di andare avanti comunque appare problematico. Ma l'evocazione di due nemici così ingombranti è significativa. Indica lo stupore per un risultato che nessuno si aspettava, e che sotto voce si attribuisce anche al "prendere o lasciare" quasi spavaldo di D'Alema.

Affiora il senso di accerchiamento che la maggioranza ha avvertito soprattutto da parte delle gerarchie ecclesiastiche, contrarie alle coppie di fatto; e da un'America allarmata dalle manifestazioni pacifiste e da un'estrema sinistra considerata capace, come minimo, di frenare con la sua zavorra ideologica la politica estera di Prodi. L'eventualità che da questa crisi possa nascere un secondo governo guidato dal Professore non è da escludersi. Prodi fa sapere tramite il suo portavoce, Silvio Sircana, di essere "pronto a restare se, e solo se, d'ora in avanti gli sarà garantito il pieno appoggio di tutti i partiti della maggioranza". Ma i numeri emersi al Senato negli ultimi mesi e nelle ultime ore rimangono avari. Perfino nella cerchia prodiana non tutti sono pronti a scommettere su un rilancio a lungo termine della coalizione.

Anzi, c'è chi prevede una situazione di stallo; e, in prospettiva, la possibilità che si arrivi ad una scomposizione degli schieramenti. Ma il premier dimissionario lascia capire che se la maggioranza cambia, "si va tutti a casa". E detta le condizioni per la sua permanenza a palazzo Chigi, mentre gli alleati giurano che riotterrebbe sicuramente la fiducia. La convinzione è che non solo l'Unione, ma anche il centrodestra sia slabbrato: sebbene nell'opposizione i contrasti appaiano meno evidenti. L'assenza del leader dell'Udc, Pier Ferdinando Casini, dalla riunione di ieri sera da Berlusconi, può fornire una traccia. E la sua richiesta di "un armistizio, una tregua" fra maggioranza e opposizione, caldeggiato da Cossiga, prefigura un rimescolamento delle carte.

A palazzo Chigi i più pessimisti già intravedono una prospettiva che porterebbe al dopo-Prodi e, quasi di rimbalzo, al dopo-Cavaliere: un governo dai contorni imprecisati, che eviterebbe il voto anticipato ed archivierebbe i "cartelli" elettorali di un anno fa. La sfida è fra chi anche dopo la crisi punta al bipolarismo; e chi invece ritiene che una stagione si sia ormai chiusa. Se l'Unione non si ritrova, il capo di FI potrebbe sfruttare la spallata inferta dall'Unione a se stessa; e puntare diritto alle elezioni.



  22 febbraio 2007