
sulla stampa
a cura di G.C. - 21 febbraio 2007
Cortine fumogene
Franco Venturini sul Corriere della Sera
Stretto tra le rituali accuse dell'opposizione e gli insanabili tormenti di una parte della maggioranza, il dibattito sulla politica estera che si terrà oggi in Senato promette di diventare un festival delle ipocrisie.
La sinistra-sinistra non vuole far cadere Prodi e preme sui suoi "irriducibili", ma resta profondo il fossato che la separa dalla maggioranza del governo, del Parlamento e degli elettori. Non trova accoglienza la circostanza che l'intervento in Afghanistan sia stato di reazione e dunque assai diverso da quello in Iraq, non pesa il fatto che l'Italia sia a Kabul nell'ambito Nato, con la Ue e su mandato dell'Onu. Prevale invece, negli "antagonisti", una tenace identità politica che dall'antiamericanismo e dal pacifismo fa discendere la contrarietà a suo modo logica nei confronti della presenza stessa dell'Italia nella missione afghana.
Ma dal momento che salvo sorprese il soldato Prodi va salvato, per non deludere la base sono state individuate richieste singolari. Una conferenza internazionale sull'Afghanistan, trascurando che l'Italia l'ha già proposta da tempo e che le possibilità concrete di tenerla sono scarse. E una nuova enfasi sugli aspetti civili della missione, dimenticando che tutti, a cominciare dal vertice Nato di Riga, hanno già sottolineato questa esigenza. Per il governo può andar bene così (purché siano saggi anche gli "irriducibili"), ma le cortine fumogene di Palazzo Madama lasceranno intatto il problema dei dissensi fondamentali esistenti nella maggioranza sulla collocazione internazionale dell'Italia.
Cambiamo fronte. Nell'opposizione di centrodestra si vorrebbe che l'Italia accettasse gli inviti Nato e americani ad inviare più forze in Afghanistan, e si stigmatizza il fatto che i nostri soldati non vadano a combattere (e a morire, come capita di frequente a chi c'è andato) nel Sud del Paese. In linea di principio, infatti, chi partecipa dovrebbe assumersi tutti i rischi del caso. Ma piaccia o no la politica si muove entro i confini del possibile, e allora viene da chiedersi: davvero la Casa delle Libertà, se fosse al governo, quei soldati in più li manderebbe? E li renderebbe disponibili per la guerra ai talebani, assumendosi l'onere delle conseguenze?
La vuota retorica del centrodestra, a ben vedere, fa il paio con i contorcimenti tra le varie anime della maggioranza di governo. E il risultato è di trascurare quanto davvero può servire all'Afghanistan e ai nostri soldati che vi si trovano. Di non pensare che è suicida l'attuale politica di sradicamento delle colture di oppio se non si è in grado di offrire ai contadini mezzi alternativi di sostentamento. Di non capire che le iniziative civili, sin qui colpevolmente trascurate, hanno bisogno di protezione armata.
L'Afghanistan è davvero lontano, mentre la politica italiana è assorbita dalle sue ipocrisie tattiche.
La politica della nostalgia
Curzio Maltese su la Repubblica
L´esagerato clamore intorno alla manifestazione di Vicenza, pacifica, innocua e tutto sommato modesta, in un Paese abituato a milioni di persone in piazza, è significativo dell´eccesso di emotività romantica che accompagna in Italia il dibattito sui rapporti con gli Stati Uniti. Si fronteggiano da noi, unico caso in Europa, un americanismo e un antiamericanismo a prescindere, più o meno con gli stessi argomenti di moda negli anni ´50. In teoria fieri nemici ma nella pratica vittime dell´identica ossessione coloniale, per cui la relazione con Washington esaurisce da solo il novantanove per cento della politica estera. A destra impazza un americanismo patetico da sfilata stelle e strisce, al profumo di cioccolata e al ritmo di boogie, come nell´Italia del piano Marshall.
A sinistra sopravvive un sentimento politico altrettanto velleitario, l´antiamericanismo al gusto di Chinotto evocato ieri su questo giornale da Fausto Bertinotti, incredibilmente sempre attuale. Nel senso che ancora oggi bravi militanti di sinistra comprano al supermercato il chinotto, convinti di danneggiare l´impero. Senza se, senza ma e soprattutto senza mai voltare l´etichetta e riflettere sul marchio del distributore, la Nestlè, al cui confronto la Coca Cola Company è un´associazione "no profit".
Entrambe le fedi liquidano ogni dubbio come eresia e tradimento. E´ tempo perso spiegare agli uni che non c´è contraddizione nell´essere amici degli Stati Uniti e critici di Bush, come del resto il sessanta per cento degli americani, l´ottanta nelle grandi metropoli. E´ inutile invitare gli altri a non festeggiare troppo il declino Usa in favore dell´incombente egemonia della Cina, ovvero il passaggio della leadership mondiale da una democrazia a una dittatura. La politica italiana vive di nostalgie e non riesce a elaborare il lutto del nemico perduto. La destra non parla d´altro che di "comunismo", la sinistra ha gli occhi fissi sulle mosse dell´impero. L´Italia è il paese che spende meno in Occidente per la cooperazione con i paesi poveri. Eppure i nostri simpatici estremisti con palchetto televisivo quotidiano, da Agnoletto a Casarini, non sprecano un corteo su questa vergogna. Non fa audience.
Il dibattito parlamentare di oggi è l´occasione per riportare un po´ di ragione e concretezza nella nostra politica estera. Occorre una sana ventata di moderno, pragmatico europeismo. Mentre l´Italia di Berlusconi s´accapigliava su diatribe filo e anti americane, la Germania, la Francia e in qualche misura la Spagna hanno preso atto della perdita di centralità dell´asse Europa-Stati Uniti e ridisegnato la politica estera con un massiccio spostamento di attenzione verso Oriente, tradotto in una raffica di missioni diplomatiche e commerciali in Cina e India. E´ un processo in atto da tempo che corrisponde a una visione dell´interesse generale, quindi condivisa da governi conservatori e socialisti. Qui siamo appena all´inizio, ma ogni apertura verso i nuovi mercati è considerata dall´opposizione un´altra prova del complotto "rosso" contro il grande alleato. Andare a Bombay o a Shanghai sarebbe insomma un dispetto a Washington.
Una volta rimosse le macerie ideologiche novecentesche, sarà forse più facile decidere caso per caso, secondo logica e convenienza. Una base Nato in più o in meno, con buona pace di Berlusconi e dei "no global", non cambia molto nel quadro delle alleanze internazionali del Paese.
Il finanziamento della missione in Afghanistan non può essere il terreno di un confronto teologico. Il governo, s´intende, fa bene a ricordare che le ragioni per cui i nostri soldati sono laggiù rimangono profondamente diverse da quelle dell´intervento in Iraq. La guerra in Iraq, voluta da Bush fuori e contro l´Onu, era fondata su una montagna di menzogne a proposito delle inesistenti armi di distruzione di massa e dei rapporti di Saddam col terrorismo fondamentalista. L´intervento in Afghanistan era motivato dalla totale e comprovata complicità del governo talebano con la rete di Osama Bin Laden, responsabile delle stragi dell´11 settembre. Detto questo, si tratta pur sempre di capire che cosa ci fanno i nostri mille alpini fra i monti afgani. Perché se si tratta di onorare simbolicamente il nostro debito storico con gli Stati Uniti e la fedeltà all´Onu, allora il costo è un po´ salato. Sarebbe certo più utile ridurre la spesa e destinare i risparmi alla ricerca scientifica o agli aiuti umanitari. Se invece si tratta di combattere davvero la guerriglia contro i talebani, allora bisogna spendere dieci volte tanto. Questo sì è un dilemma di pura politica. Ed è singolare che in questi anni a proporlo come tale non siano stati i parlamentari ma i generali dell´esercito.
Il Polo non ci spera ma prepara trappole
Francesco Verderami sul Corriere della Sera
ROMA La processione al telefono ieri è stata lenta e lunga, e ogni volta che ha alzato la cornetta, Cossiga si è sentito ripetere dagli esponenti del centrosinistra la stessa litania, l'invocazione a sostenere la politica estera di Prodi, che oggi al Senato verrà messa alla prova del voto. A ognuno l'ex capo dello Stato ha ripetuto che "no, non posso farlo, l'ho annunciato per tempo e non sono un buffone". Ma dopo l'ultima chiamata sul volto di Cossiga è apparso un sorriso appena trattenuto: "Era Berlusconi. Mi chiedeva di votare a favore del governo. Manco D'Alema ci ha provato. Dopo che gli ho scritto i motivi della mia decisione, mi ha contattato solo per salutarmi e per dirmi che comprendeva le ragioni della scelta". È difficile per gli Stati Uniti interpretare i bizantinismi della politica italiana, capire ad esempio cosa ha spinto il Cavaliere a travestirsi da rappresentante dell'Unione. La ragione sta nelle parole pronunciate dal leader del Polo, e che l'ex capo dello Stato riferisce: "Berlusconi vuole che Prodi duri. Perché più dura più s'infogna". Perciò è chiaro quale sarà l'epilogo del confronto oggi al Senato sulla politica estera, ed è altrettanto evidente che l'enfasi dei giorni scorsi, la trepidazione mista a pessimismo che trapelava dalla Farnesina, era propedeutica al gran finale. Il centrodestra non ha la voglia né la forza per buttar giù il governo, ha solo la possibilità di metterlo in difficoltà, di "fargli fare qualche bagno nella m...", come spiega il leghista Calderoli, artefice della mozione che mandò gambe all'aria la maggioranza due settimane fa sul dibattito per la caserma americana di Vicenza. Anche stavolta Calderoli ha in serbo altri fuochi d'artificio, sotto forma di risoluzione. Il testo è pronto: "Il Senato, verificata la continuità della linea di politica estera tenuta finora dall'attuale governo anche in seno alla comunità atlantica, la approva". Il dirigente del Carroccio ha fatto leggere la risoluzione ieri agli alleati: "Voglio vedere come D'Alema potrà dirci di no, e come faranno alcuni senatori a vita a non votarla". E siccome il suo testo dovrà essere esaminato per primo, il Polo metterà alla prova la tenuta della maggioranza, "perché quel riferimento alla comunità atlantica è sicuro che farà venire l'orticaria alla sinistra radicale".
Sarà questo l'unico brivido del dibattito di oggi, perché gli sherpa hanno avvisato il ministro degli Esteri che "la missione è compiuta", che la gran parte dei dissidenti voterà a favore, e che restano solo due incerti: il verde Bulgarelli e il rifondarolo Turigliatto. Perciò le minacciose parole pronunciate da D'Alema ieri, "se non c'è la maggioranza si va a casa", sono parse come un rispettoso riferimento al Quirinale, visto che Napolitano considera la prova di oggi una sorta di voto di fiducia. In più, da Ibiza, Prodi ha usato la sponda di Zapatero per tranquillizzare il Prc sull'Afghanistan, rievocando ciò che fece nel '97 con il premier francese Jospin, all'epoca del compromesso con Bertinotti sulle 35 ore. Insomma, il governo dovrebbe passare indenne la sfida del Senato. Resta però lo sfregio inferto due settimane fa a Parisi, che venne affondato dal centrosinistra e "salvato" dal centrodestra.
È il costo che il governo deve pagare, in attesa di saldare tutto entro un mese, quando arriverà in Parlamento il decreto sulle missioni militari. Nel Polo sono convinti che supererà anche quell'ostacolo. Come dice in questi giorni Fini, "nell'Unione non si muoverà nulla. A meno che non ci pensino gli elettori". Il riferimento del leader di An è alle prossime Amministrative, anche se scorge qualche segnale: "Avete visto in che condizioni sono i Ds? E come gli sono andate le primarie per i candidati sindaci? Un disastro". Sarà, intanto Prodi guadagna altro tempo, mentre Berlusconi si spende con Cossiga perché il governo non cada. Il Professore confida di sfruttare i numeri macro-economici per rilanciarsi, il Cavaliere spera invece che in primavera i numeri dei sondaggi si trasformino in voti. Per il resto la situazione è in stallo, e nulla al momento lascia presagire un cambiamento. Come diceva nelle scorse settimane il forzista Crosetto, "si muovono gli Stati Uniti, si muove la Chiesa, si muove Draghi, ma finché non si muoverà D'Alema non si muoverà nulla".
Industria boom, ma l'inflazione colpisce i più deboli
Laura Matteucci su l'Unità
La crescita. L'imprevista forza della ripresa industriale del 2006 passa per due dati, diffusi dall'Istat: +8,3% di fatturato e +10,7% degli ordinativi. Risultati che confermano il buon andamento messo a segno dall'economia. Di pochi giorni fa sono il dato sulla produzione industriale, con un incremento dell'1,9%, e quello del pil 2006, balzato del 2% dopo la crescita zero del 2005.
Il fatturato dell'anno scorso vola - comunica l'Istat - e cresce soprattutto grazie ai beni strumentali (+11,1%), seguiti dai beni intermedi (+9,8%) e dai beni di consumo (+5,1%). L'energia è cresciuta del 6,3%, ma l'Istat chiarisce che, tenendo conto dell'aumento del 16% dei prezzi alla produzione, il settore ha segnato un calo in termini reali.
Se la crescita ha ripreso fiato, l'anno scorso si è confermato comunque pesante per le famiglie italiane, le più numerose e le più povere innanzitutto. Sono le famiglie più numerose (con almeno 2,5 componenti), con una spesa media mensile di 721 euro, quelle che hanno subito di più il peso dell'inflazione nel 2006. Anche qui, è l'Istat a segnalarlo, nello studio sulla dinamica dei prezzi al consumo negli ultimi 6 anni per alcune tipologie di famiglie. Si tratta di più di 4,6 milioni di famiglie che spendono soprattutto per l'acquisto di alimentari (37%), casa (18%) e trasporti (9,5%). Per queste, la crescita dei prezzi è stata pari al 2,85%.
Tra chi ha maggiormente risentito dell'inflazione, anche i pensionati (circa 2,2 milioni di famiglie con 1,6 componenti e una spesa media mensile di 510 euro). Per loro, l'inflazione (che nella media del 2006, sulla base di questa rilevazione, si è attestata al 2,5%) è arrivata al 2,78% mentre impatti più contenuti hanno riguardato le famiglie in affitto (2,52%) e per le famiglie di pensionati (2,51%). Guardando ai dati aggiornati a dicembre 2006 sono ancora le famiglie di pensionati più povere le più penalizzate: i prezzi sono saliti del 2,9% mentre per le famiglie con bassi livelli di spesa per consumi sono saliti del 2,74%.
Guardano ai dati di periodo l'Istat segnala che, tra il 2001 e il 2006, i tassi cumulati di inflazione calcolati per i diversi gruppi di famiglie risultano "sostanzialmente differenti". Se, infatti, nel complesso il tasso cumulato è del 15,41%, per le famiglie con basso livello di spesa per consumo il tasso cumulato è del 15,76%. Poco sotto le famiglie in affitto (15,56%), i pensionati (15,27%) e i pensionati con bassi livelli di spesa per consumi (+15,25%).
Per le associazioni di consumatori, le conclusioni dell'Istat sono inaccettabili. Sbagliato il metodo di rilevamento, dice Adiconsum, mentre Adusdef e Federconsumatori parlano di "una scoperta dell'acqua calda, che non attenua le critiche ad un paniere che non rispecchia i pesi reali di prodotti e servizi".
Ma analizziamo i dati sull'industria: l'aumento del fatturato deriva da una crescita del 7,1% sul mercato interno e dell'11,4% sul mercato estero, mentre quello degli ordinativi è il risultato del 9,4% sul mercato nazionale e del 13,4% all'estero.
L'aumento maggiore è quello della produzione dei mezzi di trasporto: +17,8% di fatturato e +12,9% degli ordinativi. Seguono metalli e prodotti in metallo (+15,1% il fatturato, +20,2% gli ordinativi). Forte crescita anche per pelli (+11,2%), apparecchi elettrici e di precisione (+9%), apparecchi meccanici (+9,2%).
La solidarietà ai rom "Milano faccia di più"
Zita Dazzi su la Repubblica-Milano
"Bisogna avere la forza e la capacità di riconoscere anche le ragioni dell´altra parte, anche di quei cittadini che si trovano a dover condividere il proprio quartiere con i rom, i cittadini che hanno paura. Bisogna fare uno sforzo per costruire relazioni umane, oltre a costruire per i nomadi insediamenti civili, attrezzati con acqua, luce, e con tutto quello che serve per vivere". Le parole di Mariolina Moioli, assessore ai Servizi sociali del Comune, hanno aperto ieri sera, nella sala della Provincia, un dibattito serrato sul tema della convivenza e della solidarietà. Trecento persone hanno risposto all´appello lanciato dalle colonne di Repubblica dal giornalista Gad Lerner e dal sociologo Aldo Bonomi, che, dopo il caso Opera, hanno chiamato a raccolta politici e intellettuali, rappresentanti delle istituzioni economiche e di quelle culturali.
Lerner è partito dalla vicenda di Opera, dove un gruppo di 77 zingari è stato costretto alla fuga dopo l´incendio delle tende appena montate dalla protezione civile e dopo settimane di assedio da parte di un gruppo di cittadini del paese. "Il giorno in cui i rom hanno deciso di scappare - ha detto Lerner - è stato uno spartiacque. Quel giorno si è consumata una sconfitta dell´umanità, è stato un episodio di barbarie". Ma la presenza ieri sera in via Corridoni di centinaia di persone dimostra che la città non ha digerito quell´episodio. Per il filosofo Umberto Galimberti "la paura dell´altro è un meccanismo di difesa, l´atteggiamento verso i rom è un indicatore del nostro futuro. la paura è provocata anche dal processo di de-territorializzazione che trasforma la città in un ammasso di realtà separate: anche i vicini di casa possono diventare dei nemici".
Davide Rampello, presidente della Triennale, ha commentato: "Bisogna cercare linguaggi nuovi. Anche istituzioni come quella che io rappresento possono contribuire. Ci siamo occupati di carcere l´anno scorso, ci occuperemo di immigrazione quest´anno, perché è il vero alimento della creatività del ventunesimo secolo, della capacità di reinventare il mondo".
Anche Luigi Roth, presidente della Fondazione Fiera, ha testimoniato la volontà di impegnarsi anche da parte dei grandi enti produttivi ed economici della città: "La serenità sociale è garantita dall´attività a Milano di persone come don Virginio Colmegna e della Casa della carità. Ma è un meccanismo che costa. E il senso della mia presenza qui è di dire che il cerino non deve restare sempre e solo in mano a chi si occupa di solidarietà per definizione. Il rilancio permanente del territorio passa anche attraverso una grande condivisione delle responsabilità".
Dico, cattolici divisi sulla piazza
Paola Di Caro sul Corriere della Sera
ROMA Alla fine non si farà. La grande manifestazione per la famiglia e contro i Dico dei movimenti e delle associazioni cattoliche, che secondo indiscrezioni doveva tenersi il 25 marzo in piazza San Giovanni, è stata rimandata a data da destinarsi. Anzi "non è mai stata convocata, non in quella forma, non in quella data, non in quel luogo", dice il presidente delle Acli, Andrea Olivero, che invece parla della possibilità che si tenga "una sorta di happening" allegro, "propositivo, con intento educativo".
Ma dietro a quello che Olivero definisce "un'invenzione giornalistica", c'è in realtà un caso che scuote il mondo dell'associazionismo cattolico e ha riverberi immediati Oltretevere. Il tutto non casualmente nei giorni in cui i rapporti tra governo e Vaticano sembrano rasserenarsi. Ieri infatti Romano Prodi ha commentato soddisfatto i colloqui tra governo e vertici del Vaticano: "E' stata una discussione serena e costruttiva che non ha dato luogo a polemiche di nessun tipo, proprio perché inserita nella riflessione sulle politiche per la famiglia". E sempre ieri è stata ufficializzata la decisione di far partire l'esame del disegno di legge sui Dico dal Senato.
Due fatti, questi, che hanno contribuito alla decisione delle associazioni cattoliche avallata dalle gerarchie vaticane di prendere tempo prima di convocare una manifestazione che più che unire, rischiava di spaccare il fronte. Infatti, è stata annullata una riunione riservatissima che doveva tenersi ieri per organizzare l'evento: "Ma si tratta solo di un rinvio per consentire una meditazione dice Gianni Giacobbe, presidente del Forum delle Famiglie . I problemi ci sono, sono sul tappeto ed è pertanto opportuno riflettere". Sì perché, spiegano dall'interno, l'idea della "spallata al governo" non convinceva molti dei movimenti che o perché non ostili all'Unione, o perché convinti che per ottenere aiuti concreti alla famiglia non è il caso di sfidare il governo, o perché timorosi di un flop hanno imposto lo stop. Ma c'è anche un'altra versione dei fatti che viene accreditata nei movimenti: e cioè che il vero scontro si è giocato "tra la Cei di Ruini, che voleva dare una dimostrazione di forza al governo" e i vertici Vaticani che, soprattutto dopo l'incontro con Prodi, preferiscono trattare con estrema diplomazia la questione famiglia con il governo. Non a caso, ieri, il Segretario di Stato Tarcisio Bertone spiegava che anche in politica bisogna evitare contrapposizioni e mediare "intelligentemente e sapientemente".
Cristianesimo e diritti
Umberto Galimberti su la Repubblica
Nell´attacco alle unioni civili, la Chiesa da un lato ribadisce con estrema coerenza la sua concezione che subordina la sfera politica alla destinazione ultraterrena che attende ogni individuo in ordine alla salvezza. E dall´altro, dopo aver rivendicato il primato dell´individuo sulla società, nella più perfetta incoerenza alla sua rivendicazione, non perde occasione di conculcare i diritti dell´individuo.
Il primato dell´individuo, infatti, era ignoto sia alla tradizione giudaica, dove l´alleanza era tra Dio e il suo popolo, sia all´altra fonte della cultura occidentale, la grecità, dove l´individuo era subordinato alla città (pólis) e la sua autorealizzazione, nonché la conduzione di una "vita buona e felice", come dice Aristotele, non poteva avvenire se non nella relazione con i propri simili. Ne segue che le leggi della città realizzano, per gli antichi greci, non solo il bene comune, ma anche il bene individuale, non essendoci per l´individuo altra dimensione di autorealizzazione che non sia su questa terra e nella città.
Con l´avvento del cristianesimo l´individuo si separa dalla comunità perché alla sua "anima", in cui è stato posto il principio della sua individualità, si prospetta un destino ultraterreno in cui l´individuo, e non la comunità, trova la sua autorealizzazione. In questo modo la vita individuale si separa dalla vita politica, perché la felicità non è più pensata nel complesso della vita sociale, ma lungo quell´itinerario che approda al di là della vita terrena raggiungibile singolarmente e non comunitariamente.
La realizzazione del bene, e quindi la salvezza, è affidata all´uomo in quanto singolo individuo, mentre alla vita collettiva e politica è affidato il compito di creare le condizioni per la realizzazione del bene individuale, quindi il compito della limitazione del male. In questo modo la realizzazione individuale viene separata dalla realizzazione sociale e, in nome della sua interiorità e della sua destinazione ultraterrena, l´individuo cristiano prende a vivere separato nel mondo e poi dal mondo.
Perciò Agostino di Tagaste può dire: "Esistono due generi di società umane, che opportunamente potremmo chiamare, secondo le nostre Scritture, due città. L´una è formata dagli uomini che vogliono vivere secondo la carne, l´altra da quelli che vogliono vivere secondo lo spirito" (La città di Dio, Libro XIV, § 1).
Da Agostino in poi la scissione tra individuo e società sarà il tratto caratteristico del cristianesimo, per il quale la salvezza e la conseguente felicità, oltre a non essere di questo mondo, possono essere conseguite a livello individuale e non collettivo. Ma allora, se la destinazione dell´individuo è ultraterrena, la sua esistenza, pur svolgendosi nel mondo, dovrà essere separata dal mondo, e il senso della sua vita privatizzato o spiritualizzato.
Si consuma così la separazione tra individuo e società. All´individuo il compito di conseguire la propria salvezza ultraterrena, alla società e a chi la governa il compito di ridurre gli ostacoli che si frappongono a questa realizzazione. Morale e politica, unificate nel pensiero greco, divaricano nel pensiero cristiano, perché la destinazione dell´individuo non ha più parentela con la destinazione della società.
Questa è la ragione per cui Rousseau scrive che "Il cristiano è un cattivo cittadino", e che la religione cristiana va superata con una religione civile capace di spostare l´asse di riferimento da Dio agli uomini: "Resta dunque la religione dell´uomo o il cristianesimo che, lungi dall´affezionare i cuori dei cittadini allo Stato, li distacca come da tutte le altre cose terrene. Non conosco nulla di più contrario allo spirito sociale. [...] Il cristianesimo è infatti una religione tutta spirituale, occupata unicamente dalle cose del cielo; la patria del cristiano non è di questo mondo" (Il contratto sociale, Libro IV, capitolo VII).
Se il primato dell´individuo, che il cristianesimo e non altri ha introdotto nella cultura occidentale, è il principio che consente alla Chiesa di subordinare la politica alla propria visione del mondo, questo principio le si rivolta contro o nella versione religiosa del protestantesimo, dove ciascun individuo se la vede direttamente con Dio senza mediazione ecclesiastica, o nella versione laica, dove ciascun individuo se la vede con la propria coscienza, assumendo per intero le responsabilità che derivano dalle proprie scelte.
Assistiamo così a quello strano fenomeno per cui il principio cristiano del primato dell´individuo, utilizzato nei secoli dalla Chiesa per subordinare a sé la politica, oggi, a secolarizzazione avvenuta, diventa il principio che fonda il primato della politica su ogni ingerenza ecclesiastica.
Infatti, è per esercitare un proprio diritto individuale che chi non può generare per fecondazione naturale accede alla fecondazione assistita, chi non può più sopportare sofferenze intollerabili decide di porre fine ai suoi giorni, ed è sempre per esercitare un diritto individuale che chi non vuole contrarre matrimonio possa convivere con amore nel godimento dei diritti civili.
Il laico (parola che deriva dal greco laikós che significa "ciò che è proprio del popolo") ringrazia il cristianesimo per aver introdotto nella nostra cultura il primato dell´individuo e, in coerenza, rivendica l´esercizio dei diritti individuali. In questa rivendicazione c´è il riconoscimento di fatto e di principio delle "radici cristiane" della cultura europea, per non dire occidentale. E chiede alla Chiesa di non conculcare questa radice su cui sono cresciuti i "diritti individuali" che caratterizzano la nostra cultura.
Blair: via le nostre truppe dall'Iraq
Maurizio Molinari su La Stampa
La Gran Bretagna inizia il ritiro di 1700 soldati dall'Iraq con l'obiettivo di dimezzare entro la fine dell'anno un contingente che conta oggi 7100 uomini.
E' stato il premier britannico, Tony Blair, a preannunciare la decisione al presidente americano, George W. Bush, con una telefonata avvenuta ieri mattina nella quale ha confermato che al termine dell'"Operazione Sinbad" le truppe incominceranno a tornare in patria. Sono stati la tv Bbc e il tabloid "The Sun" a dare la notizia del colloquio Blair-Bush, al quale seguirà oggi l'annuncio formale da parte dell'inquilino di Downing Street durante il previsto intervento di fronte al Parlamento.
"Blair ci ha informati e siamo grati alla Gran Bretagna per il contributo che ha dato il Iraq - è stato il commento del portavoce della Casa Bianca, Gordon Johndroe -, condividiamo la loro volontà di consegnare progressivamente alle forze irachene il controllo del territorio". Londra aveva fatto conoscere la volontà di dimezzare il contingente all'inizio dell'anno, allorché la Casa Bianca era impegnata nella definizione del cambio di strategia, ed ora il passo di Blair segue di tre giorni la visita a Baghdad del Segretario di Stato Condoleezza Rice, durante la quale ha esercitato forti pressioni sul premier Nuri al Maliki affinché schieri più contingenti militari nei centri urbani.
Il passo di Blair avviene proprio al termine dell'"Operazione Sinbad" che ha visto le truppe britanniche impegnate con quelle irachene in attacchi alle milizie e il ritiro è dunque destinato ad aumentare le responsabilità sui reparti di Baghdad schierati nelle regioni del Sud. E' stato lo stesso premier, dopo la conversazione con Bush, a far sapere ai collaboratori che "non abbiamo subito pressioni Usa per rinunciare a ritirare le truppe" a conferma del coordinamento fra le mosse degli alleati che diedero assieme inizio all'invasione nel 2003. Anche la decisione di Bush di inviare 21.500 uomini di rinforzi a Baghdad è infatti legata ad un piano che punta ad assegnare più compiti agli iracheni.
Ma c'è dell'altro: se Blair aveva parlato in precedenza di un ritiro in primavera l'anticipo potrebbe essere legato ai sondaggi d'opinione che, secondo il quotidiano "Guardian", vedrebbero i conservatori in vantaggio di 13 punti sul Labour Party, prefigurando così per David Cameron la possibilità di puntare a diventare premier proprio in coincidenza con la staffetta alla guida dei laburisti che dovrebbe vedere Blair lasciare il posto a Gordon Brown
21 febbraio 2007