
sulla stampa
a cura di G.C. - 20 febbraio 2007
Faccia a faccia Prodi-Bertone
Marco Politi su la Repubblica
ROMA -È tregua tra governo e Santa Sede. In mezz´ora di colloquio a tu per tu il premier Prodi e il Segretario di Stato vaticano cardinale Bertone concordano sulle necessità di abbassare la tensione e di impostare la questione dei Dico in maniera più razionale, senza lasciare spazio ad equivoci che dietro le mosse della Chiesa vi siano altri obiettivi destabilizzanti.
È già un primo risultato del vertice italo-vaticano, che ha visto ieri riunirsi nell´ambasciata d´Italia presso la Santa Sede per l´anniversario del Concordato il premier Prodi, D´Alema, Rutelli (cui si sono aggiunti poi il presidente Napolitano, Marini e Bertinotti) e il cardinale Bertone, il cardinale Ruini, mons. Sostituto Sandri, il cardinale Nicora e il ministro degli Esteri vaticano Mamberti. Tregua, però, e nient´altro. La gerarchia ecclesiastica continuerà a muoversi secondo la propria strategia (che punta sul codice civile per garantire i diritti dei conviventi), mentre il governo porterà in parlamento i Dico. Tra Montecitorio e Palazzo Madama ognuno tesserà la sua tela.
Nugoli di fischi di manifestanti anti-concordatari accolgono le macchine dei porporati, che arrivano in ambasciata poco dopo le cinque del pomeriggio. È un segno di stagione, che spinge il Vaticano a non acuire un contenzioso Stato-Chiesa, riportando tutto nei binari di una dialettica più controllata. È di Prodi la mossa di invitare Bertone nel Salotto Rosso per un faccia a faccia, che consente a tutti e due di parlarsi con chiarezza, con una punta di fredda determinazione da parte vaticana, ma senza asprezze.
"Bene, benissimo", commenterà all´uscita Prodi, che ha difeso i Dico, ma anche battuto il tasto sulle misure pro-famiglia del governo. Bertone spiega a Repubblica che il clima è stato "sereno e disteso", aggiungendo che di famiglia si è discusso "nei termini che la Chiesa pone sempre, cioè con chiarezza e rispetto di tutte le istanze". Ai telereporter il porporato risponde con una battuta: "Potrei dire "non Dico", ma se ne è parlato con serietà e chiarendo le nostre rispettive posizioni". Il Segretario di Stato sottolinea che con il premier si è approfondito il tema delle provvidenze ai nuclei familiari più numerosi. Il Vaticano ritiene che la famiglia sia una "priorità per l´Italia".
Si è parlato molto di Terrasanta, Libano, Medio Oriente, ma anche di Africa (il Darfur in particolare) e Cina. Questioni su cui, ha commentato D´Alema, "c´è maggiore convergenza e a volte anche impegno comune". Il ministro degli Esteri ha ribadito che il governo favorisce la normalizzazione dei rapporti tra Pechino e Santa Sede, "tenendo conto delle legittime preoccupazioni del Vaticano". Anche Bertone conferma che "l´Italia dà una buona mano sia in Medio Oriente sia spingendo per un´apertura della Cina verso la Santa Sede". Pechino, tuttavia - ha soggiunto - si muove secondo tempi lunghi, un po´ come il Vaticano.
Alla fine entrano in sala anche i presidenti delle Camere e il capo dello Stato Napolitano ed è un´altra mezz´ora di conversazioni in un clima assai sereno. Il Vaticano continua a nutrire grande simpatia per il presidente della Repubblica. "Con lui ottimi rapporti - ci confida Bertone - il presidente ha una visione molto alta della situazione complessiva".
Insomma, tutti contenti. "Naturalmente soddisfatto", si dice Napolitano. "Ottimi colloqui", conclude Rutelli. Bertone, alla domanda se l´atmosfera si sia rasserenata, replica: "Credo di sì". Ma credere che il duello sulle unioni civili non continui, sarebbe ingenuo.
E il cardinale rassicurò il premier
Luigi Accattoli sul Corriere della Sera
ROMA Il cardinale Bertone ha detto a Prodi che la Santa Sede non ha "finalità politiche" quando si allarma per i "Dico" e vedrebbe di buon occhio una legge a sostegno della famiglia. Prodi si è detto disponibile a studiare la questione. Per iniziativa del premier, e pronta risposta del cardinale Segretario di Stato Tarcisio Bertone, c'è stato ieri un primo chiarimento Chiesa-Stato su "Dico" e famiglia da quando è esplosa la questione.
Contro la previsione del protocollo i due hanno parlato per mezz'ora a quattr'occhi, in una saletta dell'ambasciata d'Italia presso la Santa Sede e ambedue all'uscita si sono detti "soddisfatti" del clima di "serenità e serietà" dello scambio che hanno avuto.
Pare che Prodi sia stato il primo a presentare il suo punto di vista della situazione. Ha insistito sul fatto che il governo abbia operato una "mediazione alta" tra posizioni confliggenti, ispirandosi anche all'auspicio del capo dello Stato che si arrivasse a una "sintesi" tra diverse sensibilità tenendo conto anche delle posizioni della Chiesa.
È a questo scopo che il disegno di legge sui "Dico" avrebbe aggiunto il presidente del Consiglio evita di dare vita a una specie di "surrogato" del matrimonio e semplicemente riconosce i diritti delle persone, specie delle "più deboli". Il governo è preoccupato che da questo dibattito non venga una divisione del Paese.
Il cardinale avrebbe a sua volta presentato la propria "preoccupazione" in termini perfettamente coincidenti con quanto a suo tempo affermato dalla nota "Sir": il desiderio dei cattolici che non si avesse una tal legge, la preoccupazione per il rilievo dei "diritti" riconosciuti ai conviventi, che vengono a configurare un riconoscimento di fatto esteso per di più alle coppie omosessuali. Ma ha dato assicurazioni all'interlocutore che alla Chiesa interessa "solo" la sorte della famiglia e non mira a far cadere il governo Prodi o a incidere sul quadro politico italiano. A riprova di quell'unico interesse il cardinale avrebbe suggerito l'opportunità di mettere allo studio una legge a sostegno della famiglia.
Nostalgie segrete del declino
Giuseppe De Rita sul Corriere della Sera
Gli ultimi dati ufficiali hanno confermato che il nostro sistema economico ha ritmi di crescita consistenti e verosimilmente di lunga deriva. Una bella smentita per quanti hanno predicato per anni che eravamo un Paese in declino, impoverito, bloccato e smarrito. Ed una consolazione per quei pochi che vedevano da molti mesi ridestarsi, specie nelle nostre imprese, vigore e voglia di dimostrarlo.
Non c'è tempo però per discutere sui meriti da attribuire ai diversi schieramenti culturali, politici e di governo. E' urgente invece capire chi e come potrà gestire la ripresa, consolidandola nel breve periodo e dandole significato nel suo più lungo percorso. La finestra di opportunità è troppo evidente per non sfruttarla al meglio.
E qui arrivano le note dolenti. E' impressionante constatare infatti come nessuno sappia cosa fare. Forse perché veniamo da una retorica, spesso strumentalizzata, del declino e dell'impoverimento sembriamo tutti impreparati a vivere e guidare l'inattesa vitalità del Paese. Addirittura si ha l'impressione che sia meglio fermarla, tale vitalità: diminuendo eventuali incentivi, prevenendo pericoli d'inflazione, prospettando perfidi ulteriori squilibri fra chi diventa più ricco e chi resta povero. Ci rifugiamo nelle calde persistenze culturali del passato e il segreto grido di battaglia sembra essere "aridatece il declino".
Il problema del resto è complicato. Non è facile infatti gestire lo sviluppo attuale, fatto da una minoranza (cioè dalle imprese che hanno ripreso a correre in ogni settore ed in ogni quadrante internazionale) che non sembra riuscire a trainare tutto il sistema, troppo appesantito dallo spirito impiegatizio e clientelare che si annida nella crescita esponenziale degli apparati pubblici e dei settori terziari non aperti alla concorrenza. Si va in altre parole verificando una novità intimamente non coerente con la nostra storia, fatta (dall'avvento della democrazia in poi), da trasformazioni a largo coinvolgimento dei comportamenti collettivi: la ricostruzione post-bellica, il boom degli anni 50-60, l'esplosione della piccola impresa e del localismo negli anni 70, l'entrata nell'Euro negli anni 90. Dalla saga risorgimentale in poi le minoranze non sono state più protagoniste, lo sviluppo è stato di "popolo".
Sarebbe però meglio dire "governo e popolo" (frase cara ad Aldo Moro) perché tutto quel che è successo nella seconda metà del Novecento è stato frutto anche di un'azione pubblica che ha garantito stimolo e supporto al proliferare dei comportamenti collettivi: si pensi alla massiccia azione di rimborso dei danni di guerra che innescò la ricostruzione; si pensi a quanto la copertura dei bisogni sociali da parte del welfare statuale ha fatto sì che i singoli investissero le risorse familiari nelle iniziative imprenditoriali; si pensi a quanto la responsabilità pubblica nelle grandi reti (energia, autostrade, telecomunicazioni, banche) ha garantito vitalità al sistema d'imprese. Si capisce lo sviluppo italiano solo se si accetta la compresenza in esso di governo e popolo. E qui si accentuano le note dolenti. Se c'è poca cultura nell'accettare e gestire una ripresa forte, ce n'è ancora meno nel mettere a fuoco il rapporto, attuale e futuro, fra azione pubblica e comportamenti collettivi. In argomento viviamo una orribile schizofrenia culturale: da un lato abbiamo gli apprendisti stregoni della privatizzazione ad oltranza, convinti che le imprese possono far tutto da sole; dall'altro abbiamo i mandarini dello statalismo, che vogliono tenere in mano una parte consistente (almeno le reti e i servizi locali) dell'assetto economico italiano, ma più ancora vogliono usare le risorse per alimentare la consistenza anche impiegatizia degli apparati pubblici. Non c'è chi non veda che con questa schizofrenia non si mette in moto un processo di sviluppo "governo e popolo".
Forse per questo abbiamo regressiva nostalgia di parlare di impoverimento, predicando agende di liberalizzazioni per fronteggiarlo ed insieme predicando manovre redistributive in favore delle fasce impoverite. Se vogliamo invece gestire la realtà e non le convenienze private e politiche, dobbiamo avere il coraggio di rivisitare la complessità morotea di "governo e popolo", con una azione pubblica che, non ripetendo schemi del passato, sia capace di suscitare e supportare mobilitazione collettiva. Ma la complessità è faticosa, inadatta com'è alla dominante semplificazione delle apparenze.
Energia pulita, l'Italia volta pagina
Luigi Grassia su La Stampa
Fra molti plausi all'impianto complessivo del provvedimento (soprattutto dalle associazioni di consumatori e ambientalisti) e qualche critica anche radicale su punti specifici (dal fronte di Confindustria la vicepresidente Emma Marcegaglia lamenta problemi col trattamento dei rifiuti) il governo ha varato ieri un pacchetto di iniziative per l'energia e l'ambiente incentrato sul risparmio. Il progetto è stato approvato dal premier Prodi, dai ministri dello Sviluppo economico Bersani e dell'Ambiente Pecoraro Scanio e dal viceministro dell'Economia Visco.
Per quanto riguarda i consumi, diventano operativi i benefici previsti dalla Finanziaria 2007, con l'emanazione dei decreti di attuazione; si punterà alla riqualificazione "ambientalista" degli edifici, con l'innalzamento dal 36% al 55% della detrazione fiscale per ridurre le dispersioni termiche, installare pannelli solari e sostituire vecchie caldaie; si sosterrà l'efficienza energetica nell'industria con una detrazione fiscale del 20% sull'acquisto di nuovi motori elettrici "trifase" (di potenza fra i 5 e 90 KW) e dei variatori di velocità; si promuoverà la cosiddetta "mobilità sostenibile" riducendo del 20% il carico fiscale sul carburante Gpl e prevedendo incentivi per i parchi-auto ecologici; verrà finanziato il "fondo di Kyoto" sul taglio dei consumi di anidride carbonica (600 milioni nel triennio 2007-2009) e verranno concessi forti incentivi al sistema agroenergetico (la miscelazione obbligatoria con i biocarburanti crescerà da qui al 2010; calerà dell'80% l'accisa sul biodiesel per il gasolio su 250 mila tonnellate l'anno e del 50% sul bioetanolo per la benzina su 100 mila tonnellate).
Il secondo versante del pacchetto energia, quello dell'offerta, prevede come incentivo al fotovoltaico un nuovo e più incisivo "conto energia", cioè il meccanismo grazie al quale il surplus di generazione elettrica dei privati con i loro pannelli non va disperso ma può essere immesso nella rete dei grandi operatori ottenendo in cambio uno sconto in bolletta; l'obiettivo è centuplicare la produzione di energia solare, da 30 a 3000 MegaWatt entro il 2016. La tariffa di incentivazione potrà arrivare fino a 49 centesimi di euro per kWh.
Potenziati gli incentivi alle fonti rinnovabili con 1,5 miliardi di euro l'anno riformando i "certificati verdi" (per i tecnici "Cip6"), verrà incentivata la cogenerazione ad alto rendimento e si darà impulso alla bio-edilizia, cioè all'utilizzo di materiali naturali per costruire le case.
L'anima di un Paese violento
Ferdinando Camon su l'Unità
Ma che popolo siamo? Anzi: siamo un popolo? Un popolo è unito intorno a qualcosa, una tradizione, un valore, un sentimento, noi che cosa ci unisce? Una volta si diceva: la famiglia, il clan, il calcio, la televisione, il condominio. Non è più così. Nella famiglia i figli sono contro i padri, nel clan una famiglia va contro l'altra, nel calcio il tifo è una guerra aperta contro la società, nel condominio si ammazzano vicino con vicino.
Gli orrendi fattacci di Catania non mostrano tifosi contro tifosi (questi ci sono sempre stati), ma tifosi contro lo Stato, contro la polizia, contro la società, contro tutti. I mostruosi cartelli con svastiche e caratteri runici che appaiono nei nostri stadi sono una maledizione contro la propria razza, visto che li alzano italiani contro italiani: come se il gruppo che li scrive avesse il potere di trasumanar i suoi membri, rigenerarli, trasportarli al di là del bene e del male, la meschina morale degli uomini normali. Il tifo è ormai la passione nella quale si riconoscono gli anti-sistema, che odiano ogni legge. È una passione tragica, sacrificale e autosacrificale. Spacca le città e le famiglie.
Una volta, mezzo secolo fa, si parlava del calcio come spettacolo estetico per le masse: l'élite va per musei, si diceva, e il popolo va per stadi. E adesso? Ma quale spettacolo estetico! Il tifoso gode non se il portiere avversario prende un gol, ma se resta in coma per uno scontro, se va all'ospedale per tre mesi, se un attaccante si rompe tibia e perone. E non se i tifosi avversari restano ammutoliti per la sconfitta, ma se vengono massacrati a bastonate, bruciati nelle auto. La voglia di spaccare tutto spacca le famiglie: la polizia indaga per scoprire i teppisti assassini, e scopre che c'è qualche figlio di poliziotti. A casa si parlerà della mattanza: con chi sta il padre, con chi sta il figlio? Il padre ha un collega morto, il figlio ha un nemico in meno.
Ma non è un problema di Catania: a Catania è esplosa la canea, ma a Piacenza e a Livorno han fatto eco le scritte sui muri. Rozze e criptiche, come la morale barbarica da cui provengono. Se il pestaggio è il reato, le scritte sui muri sono l'incitazione e l'apologia, che stanno al reato come le valli di Comacchio alle anguille. La disgregazione del popolo, il senso che niente più ci unisce, non viene solo dalle città appena nominate: a Caserta c'è rimasto un cadavere in strada dopo una banale lite per uno stop non rispettato. Il diverbio s'è impennato di colpo, finché uno dei due è rientrato in auto a prendere una pistola e ha sparato due colpi: ammazzato l'uomo che stava di fronte, ferita sua figlia, che gli stava dietro. In auto aveva anche un coltello. Ma è la dotazione per i viaggi, questa? Pistola, proiettili, coltelli? Il viaggio in auto come una caccia grossa?
Il delitto più gratuito è comunque quello di Riccione. Qui la donna rimasta uccisa faceva un lavoro che automaticamente colleghiamo alla simpatia: addestrava delfini. Uno di quei lavori che subito pensi: chi lo fa ama il mondo, perciò noi amiamo lui. Ma la donna teneva in casa due cani e un gatto, e l'inquilino di sotto dava di matto appena li sentiva. Non le ha dato una coltellata, gliene ha date venti.
Durante il sequestro Moro, il presidente degli psicanalisti italiani, Cesare Musatti, aveva notato un fatto curioso: aveva una decina di pazienti in analisi, e tutti, di telegiornale in telegiornale, diventavano sempre più nevrotici, nei sogni, nei desideri. Secondo Musatti, anche loro, come le Brigate Rosse, "alzavano il tiro". Bene: i delitti che si ripetono in questi giorni, assurdi e bestiali, stanno a indicare che la nevrosi del nostro popolo "alza il tiro".
Non dividiamoci sulla politica estera
Massimo D'Alema su l'Unità
È ancora presto per giudicare i risultati della strategia di politica estera sviluppata dal governo Prodi. È presto per valutare se la svolta attuata rispetto agli anni di Berlusconi darà tutti gli effetti sperati, anzitutto sulla scena mediorientale. Ed è presto per dire quanto il nuovo ruolo internazionale dell'Italia riuscirà a contribuire - come vorrebbero le nostre aspirazioni - a una crescita del ruolo globale dell'Europa e a una ripresa di importanza delle Nazioni Unite.(...)
È già possibile, tuttavia, ripercorrere il modo in cui il governo ha impostato la propria azione internazionale e ha cominciato a svilupparla di fronte a prove difficili. Va premesso che l'Italia si è trovata in una situazione molto diversa rispetto a quella del 2003, segnata dalle fratture sull'Iraq e dalle divisioni fra "vecchia" e "nuova" Europa. La crisi della politica dell'Amministrazione Bush in Iraq e in Medio Oriente è il tema dominante della vita politica internazionale. Questa crisi è percepita in modo drammatico dalla stessa opinione pubblica americana, come testimonia il risultato delle elezioni di midterm, e apre un aspro conflitto nel sistema politico statunitense intorno alle scelte necessarie per uscire dall'impasse e aprire una nuova fase positiva. Si potrebbe dire che nella politica americana sono venute meno le certezze di questi anni.
Si alternano in modo contraddittorio atti testardamente volti alla ricerca di una "vittoria sul campo" ad iniziative più equilibrate che tendono a ricomporre un quadro di alleanze e di cooperazione con l'Europa e con il mondo arabo moderato. Anche la nazione "indispensabile" sembra aver capito di avere bisogno di alleanze stabili, piuttosto che di coalizioni ad hoc. La gestione della crisi libanese, nell'estate del 2006, ha confermato questa possibile inversione di tendenza: dopo anni di forzature unilaterali, siamo tornati alla concertazione multilaterale, che è poi l'unica condizione in cui l'Europa possa esercitare una influenza reale. Si apre per l'Europa un grande campo di azione e nello stesso tempo si accrescono le nostre responsabilità.
Non c'è dubbio che una politica estera, al di là dei disegni preordinati e delle piattaforme annunciate, venga forgiata dai momenti di crisi: la risposta italiana alla crisi libanese, a un mese dalla nascita del governo Prodi, ha dato un segno alla nuova politica estera, garantendo all'Italia un forte credito internazionale.
Ciò che conterà, nei prossimi mesi, è il modo in cui l'Italia utilizzerà questo credito per un'azione internazionale di cui vorrei subito ricordare le premesse politiche e concettuali. Le riassumo per punti sintetici, muovendo dal modo in cui interpretiamo gli interessi di fondo del nostro paese:
1. sul piano politico e della sicurezza, le nostre priorità si identificano anzitutto con la stabilità delle aree che ci circondano, a Sud e Sud- Est: Balcani e Mediterraneo allargato, quindi. Siamo un paese front-line rispetto alla regione europea meno integrata nel sistema euro-atlantico; siamo direttamente esposti alla pressione migratoria dell'Africa via Mediterraneo e alle crisi del Medio Oriente. Fondamentalismo, terrorismo e proliferazione nucleare sono una minaccia per tutti; per l'Italia sono anche una minaccia alle porte. La nostra priorità non può che essere quella di contribuire a disinnescare questi fattori di crisi. Alla fine degli anni Novanta, abbiamo cominciato a farlo nei Balcani, ma sapendo che una vera stabilizzazione verrà solo dall'adesione all'Europa. Oggi dobbiamo farlo soprattutto in Medio Oriente, assumendoci gli impegni relativi.
2. Come paese storicamente convinto dell'importanza dell'integrazione europea, l'Italia ha una seconda priorità: vuole contribuire a fare in modo che l'UE superi lo stallo generato dalla bocciatura del Trattato costituzionale e riesca così a garantirsi le condizioni interne per rafforzare la propria capacità decisionale e per continuare il processo di allargamento verso i Balcani occidentali e la Turchia. Ciò, del resto, coincide con gli interessi di sicurezza europei, così dipendenti dalle dinamiche del rapporto con il mondo islamico: mantenere aperte le porte dell'Unione europea alla maggiore democrazia islamica, la Turchia, è una fondamentale garanzia di sicurezza per gli europei nel loro insieme. Al tempo stesso, la forte dipendenza energetica dell'Italia e dell'Europa impone lo sviluppo di politiche di vicinato più efficaci verso la Russia e i paesi produttori del Mediterraneo.
3. Terza priorità: tornare ad allargare gli orizzonti della politica estera nazionale, dopo anni di concentrazione eccessiva su poche direttrici e dopo anni di relativa disattenzione per l'Asia orientale e l'America Latina. Ciò tiene conto del peso politico ed economico ormai assunto da nuove grandi potenze, emergenti o già emerse: Cina, India, Brasile. (...)
4. Infine, ma certamente non in ultimo, l'Italia vuole contribuire, insieme agli altri grandi paesi avanzati, a migliorare la gestione dei grandi squilibri globali - dalla lotta alla povertà alle questioni ambientali. Ciò richiede istituzioni internazionali più forti e impegni molto più concreti.
Idealismo e realismo in politica estera Nell'impostazione di politica estera del governo, interessi e valori si combinano strettamente. È nostra convinzione, infatti, che solo la promozione di valori essenziali - democrazia, diritti umani, diritto allo sviluppo - garantirà a lungo termine la sicurezza globale e quindi anche la sicurezza del nostro continente.
Multilateralismo efficace significa questo. Europei e alleati degli Stati Uniti. Tali premesse spiegano anche perché la politica estera di questi mesi abbia smentito uno degli assunti polemici che hanno accompagnato la nascita del governo Prodi. L'assunto in base al quale l'Italia, decidendo di ritirare il proprio contingente dall'Iraq - peraltro in stretta concertazione con il governo iracheno, con modalità concordate con le forze anglo-americane e rimanendo impegnata nella ricostruzione civile - avrebbe irrimediabilmente leso storici rapporti di amicizia con gli Stati Uniti. (...)
Così non è stato, a conferma di una vecchia regola aurea della politica estera italiana, trascurata negli anni di Berlusconi: europeismo e rapporto con gli Stati Uniti possono combinarsi e rafforzarsi a vicenda. (...) La risposta alla crisi libanese lo ha confermato: dimostrandosi pronta ad assumere responsabilità primarie - sia diplomatiche che sul terreno - l'Italia ha favorito un coinvolgimento dell'Europa nel suo insieme, di una serie di paesi arabi, di Russia e Cina. Le condizioni internazionali, in altri termini, per raggiungere un cessate-il-fuoco e per tentare di garantire sia la sicurezza di Israele che la sovranità libanese. (...) La scelta di restare solidamente impegnati in Afghanistan, proponendo al tempo stesso un ripensamento della strategia di stabilizzazione adottata fino ad oggi, che sta chiaramente incontrando notevolissime difficoltà. La nostra tesi è che la presenza della NATO, sotto mandato delle Nazioni Unite, resti indispensabile; ma non sia di per sé sufficiente a garantire progressi sul piano della ricostruzione civile. È con questo obiettivo che abbiamo proposto una conferenza internazionale per la pace che coinvolga l'intera comunità internazionale e in particolare i paesi della regione.
Guardando al bilancio di questi primi mesi, l'Italia ha esercitato un ruolo nazionale attivo in un'area cruciale per la propria sicurezza e in una logica volta a rafforzare il peso internazionale dell'Europa. La posizione italiana è che la relazione transatlantica sarebbe a sua volta consolidata, non indebolita, da un aumento di coesione europea. Vanno quindi rafforzati i legami diretti fra Washington e Bruxelles, fra gli Stati Uniti e l'Unione europea in quanto tale.
Idealismo e realismo devono anche in Medio Oriente guidare le nostre scelte. Il conflitto libanese ha dato indicazioni importanti sulle dinamiche mediorientali a tre anni dall'intervento in Iraq: in primo luogo, Israele ha capito che la propria sicurezza può essere difesa meglio da una garanzia internazionale - ormai anche europea - piuttosto che attraverso il ricorso esclusivo a risposte militari nazionali; in secondo luogo, la questione palestinese ha assunto una nuova dimensione strategica, dal momento che la vecchia agenda nazionalista è ormai utilizzata strumentalmente da forze fondamentaliste; in terzo luogo, il vecchio equilibrio nel Golfo, per decenni fondato sul reciproco contenimento fra Iraq e Iran, è stato scardinato dall'intervento in Iraq, che di fatto ha finito per consolidare le ambizioni regionali di Teheran; in quarto luogo, i regimi arabi cosiddetti moderati cominciano a temere, di fronte all'ascesa del radicalismo sciita, per la propria stessa sopravvivenza. E sono dunque interessati, quanto noi, a due obiettivi: impedire che movimenti nazionalisti e movimenti islamici radicali si saldino; contenere l'ascesa regionale dell'Iran, impedendo che Teheran e Damasco consolidino quella che per ora appare soprattutto come un'alleanza tattica e disegnando un nuovo assetto di sicurezza regionale. Questa l'agenda potenziale della "grande coalizione " di cui avremmo bisogno per pacificare il Medio Oriente e che dovrà intanto appoggiare Fouad Sinora in Libano e Abu Mazen a Gaza nelle rispettive e difficili prove interne. (...)
L'alternativa è un Medio Oriente fuori controllo, caratterizzato dal declino dell'influenza americana, dall'ascesa dell'Iran come nuova potenza "imperiale", da un certo numero di "failed States" in preda a tensioni interne crescent(...) Sarà possibile evitare che tendenze del genere si consolidino, solo stabilizzando l'Iraq con il contributo dei paesi confinanti, stabilizzando il Libano e sottraendo alle forze fondamentaliste il grande pretesto della questione palestinese. In questi anni si è sostenuto che la questione palestinese non fosse centrale. La tesi della diplomazia italiana, così come di larga parte della diplomazia europea, è opposta: risolvere la questione palestinese è semmai diventato più urgente. Va considerata una priorità assoluta dei prossimi mesi.(...)
Conclusioni . Rischio storico dell'Italia, nelle fasi di attivismo internazionale, è stato in genere il velleitarismo. Tale rischio può essere ridotto non solo definendo una scala di priorità limitate e realistiche ma anche rafforzando gli strumenti a disposizione per conseguirle. Per l'Italia di oggi,si tratta essenzialmente di razionalizzare le risorse a disposizione della politica estera, di riformare una parte degli strumenti (...) e di migliorare il coordinamento nella proiezione internazionale del paese.
La fine degli automatismi legati al bipolarismo hanno anche reso le scelte di politica estera sempre più esposte allo scrutinio delle forze politiche interne, dei parlamenti e delle opinioni pubbliche. Questo significa che il consenso bipartisan sulla politica estera - che in ogni caso la rende più solida - è sempre meno scontato. Mentre il dibattito pubblico sugli interessi e i valori, come componente vitale delle democrazie mature, investe ormai pienamente anche la sfera dell'azione internazionale di un paese. Difendere all'interno le proprie scelte di politica estera, diventa quindi, per i singoli governi, una condizione chiave della propria stabilità. D'altra parte, solo quando credibilità interna e credibilità internazionale dell'azione di un governo si combinano, la politica estera poggia su basi solide. È l'occasione che si offre all'Italia di oggi.
MO: intesa sui "due Stati", ma non basta
Alberto Stabile su la Repubblica
Gerusalemme - "Si rivedranno presto", parola di Condoleezza Rice. Con questa vaga assicurazione e nulla più, il vertice fra Stati Uniti, Israele e Autorità palestinese, nato tra aspettative ambiziose e orizzonti inusitati, dove i protagonisti avrebbero dovuto nelle intenzioni collocare il futuro Stato palestinese, s´è risolto in un modesto pourparler senza neanche troppa pubblicità, da cui è difficile estrarre una prospettiva futura concreta.
Colpa dell´accordo della Mecca, che ha gettato la sua ombra lunga su un terzo dell´incontro, e del nascituro governo palestinese d´unità nazionale, Al Fatah-Hamas-indipendenti che ne è la germinazione diretta. Un governo che Stati Uniti e Israele ritengono geneticamente indisponibile a rispettare le tre condizioni dettate dalla comunità internazionale (riconoscimento d´Israele, accettazione degli accordi precedenti, cessazione della violenza e del terrorismo) e che, invece, il presidente dell´Autorità palestinese Abu Mazen ha difeso come il miglior esecutivo possibile nelle attuali circostanze.
Privato, così, di un qualsiasi spazio per negoziare alcunché, con l´equilibrio delle forze in campo bloccato dalla formidabile potenza dell´asse Bush-Olmert (davanti al quale la cosiddetta "strategia delle donne", i due ministri degli Esteri di Usa e Israele Rice e Livni, è letteralmente sparita) il vertice ha partorito una breve dichiarazione congiunta che potrebbe benissimo riferirsi a uno o due anni fa. I temi sfiorati sono gli immutabili temi di sempre.
"Tutti e tre - ha detto la Rice, attingendo al testo della dichiarazione - abbiamo affermato il nostro impegno nella soluzione (del conflitto) basata sui due Stati, e abbiamo concordato che uno Stato palestinese non può nascere da violenza e terrore". Naturalmente, Olmert ed Abu Mazen hanno ribadito la loro accettazione degli accordi precedenti inclusa la Road Map, il cosiddetto percorso di pace ideato da Bush, lanciato dallo stesso nella primavera del 2003, e tuttavia rivelatosi come un sentiero velleitario e impercorribile. L´alto patrocinio degli Stati Uniti nelle future tappe del dialogo, è stato sollecitato dalle due parti. Anche se non è stata fissata nessuna data per un altro vertice a tre.
La fedeltà del presidente palestinese all´idea stessa del negoziato come unico strumento per raggiungere la pace, la sua accettazione, ribadita anche in questa occasione, delle condizioni poste dalla comunità internazionale, l´avversione del terrorismo, tutto questo ha fatto sì che Abu Mazen venisse confermato nel ruolo d´interlocutore privilegiato. Ma un Abu Mazen in un certo senso dimezzato, amputato di quella capacità di manovrare messa in mostra alla Mecca, e che gli ha permesso di trovare un compromesso, dal suo punto di vista, onorevole con Hamas.
"Il primo ministro e il presidente hanno concordato di rivedersi presto", ha annunciato la Rice. "Dunque, anch´io tornerò presto". Presto, quando? Non si sa. Intanto le commissioni hanno concordato di rivedersi fra una decina di giorni per fare il punto.
Più tardi, parlando al gruppo parlamentare del suo partito, Kadima, Ehud Olmert ha spiegato che occorre "mantenere un canale di comunicazione coi palestinesi e l´unico possibile è con il presidente Abu Mazen". Attenzione, però. Nelle intenzioni del premier israeliano questo collegamento non servirà a rilanciare il negoziato o discutere le possibili soluzioni ai problemi che hanno impedito, finora, di trovare un accordo definitivo (rifugiati, Gerusalemme, confini). Al massimo, Israele tratterà con Abu Mazen "sui modi per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi". Il che potrebbe anche suonare interessante se non fosse un ritornello già sentito.
"I modi per migliorare le condizioni di vita dei palestinesi" (e in particolare la riduzione delle centinaia di posti di blocco che impediscono alla gente dei Territori di muoversi persino da un villaggio all´altro, da una città all´altra) sono stati, infatti, discussi durante il vertice natalizio tra i due leader, ma in pratica non ne è venuto niente.
Di più, parlando ai suoi colleghi, ma di fatto rivolgendosi al pubblico israeliano al di là delle telecamere, Olmert ha dettato le condizioni necessarie e sufficienti per proseguire nel dialogo. E sono sensibilmente diverse da quelle poste dal Quartetto degli sponsor internazionali. Non si tratta, per esempio, di riconoscere semplicemente Israele, ma di "riconoscere il diritto d´Israele ad esistere come Stato ebraico", o basato su una maggioranza ebraica, il che suona come un rifiuto preventivo di prendere in considerazione il diritto al ritorno dei profughi palestinesi.
20 febbraio 2007