prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di G.C. - 19 febbraio 2007


Se Vicenza fa paura a Roma
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

La manifestazione è passata, affollata e festosa. Tranquilla. Oltre ogni previsione e ogni speranza. Più di uno aveva previsto e qualcuno sperava andasse diversamente. Ed è cominciato il gioco delle etichette. Il tentativo di catalogare la manifestazione e i manifestanti.
Spiegando ciò che sono e non sono. Antiamericani, no global, nimby people. Ma anche "romani", come ha suggerito qualche amministratore locale (e qualche politico nazionale), per sottolineare che si trattava di "gente venuta da fuori". Estranea a Vicenza. l gioco delle etichette, per quanto scontato, non è inutile. Suggerisce la difficoltà di applicare "una" sola etichetta a una manifestazione così ampia, variegata e variopinta.
Ma riflette, al tempo stesso, la preoccupazione - trasversale - dei principali attori politici di rivendicarne la paternità. Un segno di disagio politico. Certo: alla manifestazione erano presenti parlamentari e amministratori della Margherita e dei Ds. Ma a titolo personale e locale, in dissenso con il partito nazionale.
La partecipazione di altri leader autorevoli sottolineava l´adesione dei partiti della sinistra cosiddetta "radicale": i Verdi, i Comunisti italiani, Rifondazione comunista (la più visibile e presente, con i suoi militanti e le sue bandiere).
Inoltre, era particolarmente estesa la partecipazione della Cgil.
Tuttavia, piegare la manifestazione a una lettura politica di parte o di partito sarebbe improprio e riduttivo. Gli slogan più diffusi, tanto per dire, investivano e accomunavano il sindaco e l´amministrazione comunale di Vicenza al governo romano. Prodi, Rutelli e Amato i nomi più gettonati. Berlusconi, per una volta, quasi assente. Sui manifesti e sulle magliette gli slogan alternavano la questione della base e quella politica. I più frequenti: "No Dal Molin" e "Governo luamaro" (l´ha ricordato ieri Fabrizio Ravelli su la Repubblica, precisando, per chi non è veneto o non ha letto Luigi Meneghello, che "non si tratta di un complimento"). La presenza della sinistra radicale aveva un significato "difensivo" e "prudenziale", più che rivendicativo.
Utile a "prendere le distanze" dalle scelte di un governo di cui, tuttavia, fa parte. Per non perdere consensi, più che per allargarli. La verità è che quel corteo ha raccolto una molteplicità di domande e di esperienze che, perlopiù, non hanno rappresentanza politica, soprattutto nel centrosinistra.
Non solo quelle dei centri sociali e dei gruppi della sinistra antagonista, che costituiscono una componente sociale molto limitata e, per definizione, "fuori" dal sistema della rappresentanza (Rc e gli altri partiti della sinistra ne intercettano solo una frazione).
Ci riferiamo, soprattutto, alle domande e alle esperienze che hanno fondamento "locale", come nel caso della nuova base americana a Vicenza.
Sabato, alla manifestazione, hanno sfilato, in grande numero, i comitati della Val di Susa contrari alla Tav.
Insieme ad altri, che evocano altrettante tensioni territoriali: la Sardegna, la Val Brembana, Scanzano. Numerosi i vessilli con il leone di San Marco, a rammentare l´esistenza e la "resistenza" degli autonomisti della Liga Veneta. Quanto alla presenza locale, i vicentini e i veneti erano molti.
Come testimoniavano gli slogan gridati e scritti su cartelli e bandiere. E Vicenza, comunque, c´entra, con il significato e il risultato della manifestazione.
Non solo per la specifica rivendicazione, alla base della manifestazione.
Che pure ha avuto il suo peso (la nuova base americana costituisce, oggettivamente, un punto di congiunzione fra motivazioni di segno diverso: locali, globali e no global; compreso il sentimento antiamericano, che pare cresciuto, negli ultimi anni). Ma perché Vicenza, da vent´anni, costituisce un laboratorio, dove si sperimenta il distacco fra il territorio e lo Stato. A Vicenza (e a Treviso) ha riscosso i suoi primi successi la Liga, quasi venticinque anni fa. E a Vicenza, sabato, ha sfilato anche il fondatore della Liga, Franco Rocchetta (l´ha rammentato ieri Alberto Statera, su questo giornale). Vicenza, la provincia più industrializzata d´Italia, ha costituito il focolaio della protesta delle piccole imprese contro lo Stato, esplosa nel Nordest durante gli anni Novanta. Gianfranco Fini l´ha proclamata "capitale del malcontento, dell´Italia che produce e si rivolta", sul palco della manifestazione organizzata dal centrodestra contro la finanziaria. In Piazza dei Signori, il salotto di Vicenza.
Pochi mesi prima, Berlusconi aveva lanciato l´ultimo assalto contro la sinistra, in campagna elettorale: alla fiera di Vicenza, di fronte agli industriali. La protesta contro la base militare americana può apparire "altra"; quantomeno perché ha maggiore ascolto a sinistra. Tuttavia i comitati e i cittadini che l´hanno promossa e condivisa, più ancora che in passato, si sono trovati ad agire da soli. Contro l´amministrazione comunale, il governo, l´opposizione e gli imprenditori. Senza potersi esprimere, a livello locale.
Senza essere ascoltati dal governo. Senza voce.
Distanti da Roma (e dal Comune di Vicenza). Per questo motivo la manifestazione di Vicenza è significativa, dal punto di vista politico nazionale. Non tanto perché sottolinea la coabitazione difficile di "due sinistre al governo" (come sostiene Sergio Romano, sul Corriere della Sera).
Ma perché raffigura e sanziona la distanza fra la politica e il territorio, fra lo Stato e ampi settori della società. Un problema che investe soprattutto - ma non solo - il centrosinistra. Perché ha radici territoriali profonde; perché i suoi consensi sono alimentati dalla partecipazione, più che dalla comunicazione (e dalla televisione).
Soprattutto, ma non solo, nel Nord, invece, il centrosinistra appare "romano" (senza allusione al premier). Incapace di capire e, prima ancora, di ascoltare le ragioni (e magari i torti) dei cittadini. Così, nel Nordest, a Vicenza, il governo romano è percepito lontano e ostile. Un sentimento reciproco, visto che, a Roma, Vicenza e il Nordest appaiono lontani e incomprensibili. Un posto dove la gente protesta sempre, "a prescindere" (per dirla con Totò). Anche se, alla fine, piega la testa e tace. Brontolona e mansueta. Da qualche anno non è più così. Protesta ancora, ma è meno disposta alla rassegnazione. Non solo il "popolo di destra".
Tutti. La manifestazione di Vicenza pare, dunque, significativa perché riassume e interpreta una domanda di partecipazione insoddisfatta e inespressa. Una relazione frustrante con la politica e con lo Stato. Parente delle molteplici esperienze (e proteste) locali e localiste. Ma anche della mobilitazione che ha decretato il successo delle primarie. E, infine, della Lega, o meglio: della Liga (a Vicenza, in fondo, siamo tutti un po´ leghisti).

Anche così si spiega la "paura" sollevata da Vicenza. L´allarme preventivo e il disagio successivo, intorno alla manifestazione.
Vanno oltre i legittimi timori provocati dalla rete terrorista, scoperta a Padova nei giorni precedenti. Non è solo "paura" della violenza. È, anche, un segno della frattura fra Vicenza e Roma.
Fra lo Stato centrale e la periferia. Rispecchia la difficoltà della politica (e del centrosinistra) di capire. E di farsi capire. Fino al punto di vedere (e temere) nella mobilitazione di Vicenza una minaccia (come ha rammentato ieri D´Avanzo).
Ma quale democrazia stiamo coltivando, se la partecipazione fa paura? E in quale Stato ci siamo ridotti se Roma ha paura di Vicenza?


Ora alla prova è la politica estera
Wanda Marra su
l'Unità

Non si cambia. Il giorno dopo il successo della manifestazione di Vicenza, Romano Prodi non rilascia dichiarazioni ufficiali. Dal suo staff, però, ribadiscono che è stato già detto tutto quello che c'era da dire. E cioè che la decisione sulla base di Vicenza è presa e che il governo non cambierà linea. Per quel che riguarda il “come” realizzare la base, oggetto nel dopo-Vicenza di una serie di proposte e riflessioni, a partire dal tavolo suggerito da Fassino, si ribadisce che Palazzo Chigi non è direttamente coinvolto. Ma che ci sono altre istituzioni che avranno proprio questo compito.
"Non mi pare ci siano le condizioni per una revoca dell'autorizzazione all'insediamento della base - dichiara Fassino, in un'intervista all'Unità - impegno assunto dal governo Berlusconi, che il governo Prodi si è limitato a a rispettare. Però credo si apra ora uno spazio che deve essere percorso per discutere come deve essere realizzata la base. Il governo ha tutte le possibilità di promuovere un tavolo di concertazione insieme a Regione, Provincia, Comune per discutere con le autorità americane come procedere". Ma da Palazzo Chigi si preferisce mettere l'accento sul fatto che il tavolo è di competenza degli enti locali.
Intanto, mercoledì si attende la comunicazione del Ministro degli Esteri, D'Alema sulle linee di politica estera. Il Ministro della Difesa, Parisi sottolinea che il chiarimento previsto nei prossimi giorni nella maggioranza sul piano della politica estera "non potrà non essere accompagnato da quello altrettanto necessario sul piano della politica di sicurezza e di difesa". E a proposito di Vicenza dichiara la sua consapevolezza, anche prima della manifestazione, che "una parte significativa della comunità locale ritiene l'ampliamento della presenza militare americana difficilmente accettabile per l'impatto sociale, ambientale e urbanistico che esso comporta". Sarà anche questa consapevolezza, dice dunque il Ministro, a rendere "più attenta e vigile l'azione del Governo per quel che riguarda le modalità di ampliamento della presenza militare alleata a Vicenza". Poi critica le "posizioni che attengono alle relazioni internazionali del Paese e in particolare alla sua attiva partecipazione alle organizzazioni che nella difesa della pace hanno il compito di garantire il quadro di sicurezza. Posizioni che almeno negli accenti non ritengo condivisibili". Poiché molte di queste voci "sono state rappresentate da partiti della coalizione di governo, ritengo che anche su questo sarebbe utile un chiarimento". Gli replica immediatamente il capogruppo dei Verdi alla Camera, Bonelli: "Siamo d'accordo con Parisi: anche noi vogliamo un chiarimento sulla politica di difesa, per verificarne la coerenza con il programma dell'Unione". E sulla base di Vicenza: "Noi Verdi chiediamo al ministero della Difesa di collaborare e di non opporsi all'avvio delle procedure di impatto ambientale sul progetto di realizzazione della base militare. Se non si avviasse questa collaborazione, saremo noi a chiedere un vertice di maggioranza su questo punto". A dichiarare che "da parte del governo sarebbe stata necessaria una riflessione in più" è il Ministro Fabio Mussi che ricorda come sia stata approvata "una mozione della maggioranza nella quale si diceva che sarebbero stati rimessi in discussione i modi delle servitù militari italiane".



Concordato, Prodi vede Bertone e Ruini
Alessandra Arachi sul
Corriere della Sera

ROMA — L'incontro è una cerimonia dal protocollo rigido e particolarmente formale. Eppure nel pomeriggio di oggi il premier Romano Prodi sembra deciso a non lasciarsi sfuggire l'occasione della celebrazione del Concordato tra Stato e Chiesa, quei Patti Lateranensi firmati l'11 febbraio di 78 anni fa. Per la prima volta, da quando è esplosa la bufera sulle coppie di fatto, vedrà negli occhi il cardinal Camillo Ruini, il presidente della Cei. "È un incontro molto importante", ha detto a cena con il suo staff, dopo aver incontrato nel pomeriggio il sottosegretario Enrico Letta. Prodi vorrebbe trovare il modo di raffreddare quel clima che tra Chiesa e governo si è andato arroventando nelle ultime settimane per via del disegno di legge sulle coppie di fatto, i Dico. Però è proprio alla Cei che di Dico non vogliono sentire parlare. Il Concordato non c'entra con le coppie di fatto, ha infatti scritto ieri in prima pagina l'Avvenire, il quotidiano dei vescovi. E lo ha fatto scrivere a Carlo Cardia, uno dei coautori della revisione concordataria del 1984. "Certi settori laici sviluppano un ragionamento strumentale per mettere in crisi le relazioni tra Stato e Chiesa...", ha vergato Cardia nell'editoriale. E ha rilanciato: "Chiunque vede che siamo di fronte ad una specie di ritorsione censoria che chiama in causa questioni che non hanno alcun rapporto tra di loro". Con queste premesse, Romano Prodi varcherà alle 17 la soglia di Villa Borromeo, sede dell'ambasciata italiana presso la Santa Sede, e con lui ci saranno i due vicepremier, Francesco Rutelli e Massimo D'Alema. Come da protocollo.

"Le conversazioni verteranno sulle questioni politiche generali, sulle problematiche concordatarie e su altri temi bilaterali di attualità", ha mandato a dire una generica nota della Farnesina qualche giorno fa. E non ha aggiunto altro. Altro non ha voluto aggiungere nemmeno il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano che mezz'ora dopo, alle 17.45, raggiungerà la delegazione di governo, "scortato" dai presidenti dei due rami del Parlamento, Franco Marini e Fausto Bertinotti. Il loro incontro durerà in tutto una ventina di minuti, sempre secondo le ferree regole del protocollo. Il capo dello Stato non sembra aver alcuna intenzione di affrontare con i vertici ecclesiastici argomenti di stretta attualità, e soprattutto i Dico. Del resto Napolitano si era già spinto fin troppo da Madrid a parlare di coppie di fatto, suggerendo al governo di ascoltare le ragioni della Chiesa. E ora il confronto sembra rimanere tutto nelle mani di Prodi. Anche se da fuori ci pensano il ministro Emma Bonino ed Enrico Boselli, presidente dello Sdi, a far sentire le voci dissonanti. "Il disegno di legge sui Dico risente dei diktat della Chiesa", ha detto la Bonino. E Boselli: "Il Concordato è superato nei fatti".


I DICO piacciono a un italiano su due
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

Due questioni emerse in questi giorni sembrano minare la coesione e la solidità del governo. La prima è costituita dal progetto sui Dico. Come si è già rilevato, la maggioranza assoluta della popolazione si dichiara decisamente favorevole sul principio ispiratore della legge: l'attribuzione di molti dei privilegi dei coniugati anche alle coppie conviventi non sposate. Il consenso è però per lo più rivolto alle sole unioni eterosessuali: la concessione di diritti alle coppie gay è vista da gran parte degli italiani (compresa una quota significativa dell'elettorato di centrosinistra) con molto minor favore. Anche per questo, in diversi settori dell'elettorato si sono diffusi atteggiamenti di ostilità (o di delusione) nei confronti della proposta di legge governativa, inevitabilmente frutto di compromessi.
L'elettorato è praticamente diviso a metà, tra favorevoli e non al provvedimento. I contrari si trovano in misura maggiore tra chi ammette di essere poco al corrente dell'effettivo contenuto della legge: ma sono numerosi anche tra chi afferma di conoscerla bene. Ancora, i critici sono ovviamente più nel centrodestra (con una presenza rilevante, tuttavia, tra gli indecisi e i tentati dall'astensione), ma si trovano in misura significativa anche tra i votanti per il centrosinistra, con una particolare accentuazione nell'elettorato della Margherita, ove raggiungono il 40 per cento.
La seconda questione è connessa alla manifestazione di Vicenza. Molti hanno voluto attribuire un significato univoco all'evento, denominandolo di volta in volta "autentica espressione della volontà popolare" sino a "mero raduno nazionale delle frange pacifiste, estraneo alla città in cui si è svolto". In realtà, al corteo non può essere data una sola interpretazione, dato che ha visto esprimersi allo stesso tempo posizioni molto differenziate e talvolta contraddittorie. Dal disagio di buona parte della popolazione per la collocazione così centrale della nuova base, al rimanifestarsi del più generale (e preesistente) atteggiamento di scarsa simpatia, talvolta di ostilità, nei confronti degli Stati Uniti.

Nell'insieme, le due questioni hanno ulteriormente messo in luce le contraddizioni — tipiche peraltro di qualunque coalizione — tra le diverse anime della maggioranza. Il governo pare vittima più di queste ultime (che, inevitabilmente, finiscono per scontentare l'uno o l'altro settore di elettorato del centrosinistra) che delle critiche esterne.
Ma tutto ciò ha avuto sin qui scarso rilievo sull'atteggiamento dell'opinione pubblica verso l'esecutivo. Tanto che il clima di opinione non appare mutato granché rispetto al mese scorso. Prodi e il governo nel suo complesso vengono tuttora visti criticamente dalla maggioranza dell'elettorato, compresa una parte consistente dei votanti per il centrosinistra. Al tempo stesso, c'è stato, negli ultimi mesi, un tendenziale recupero di popolarità, persino riguardo alle intenzioni di voto (che vedono comunque tuttora il vantaggio per il centrodestra), legato soprattutto alla cessazione del dibattito sulla Finanziaria e ai sintomi di ripresa economica in atto.
Ciò suggerisce che il vero esame per la popolarità del governo avverrà nel momento della stesura dei prossimi provvedimenti in materia fiscale, in occasione del Dpef e, specialmente, della Finanziaria. Come si sa dall'esperienza passata, è specialmente sulla base di tematiche di questa natura che i votanti "mobili" (disponibili, cioè, a considerare il voto per entrambe le coalizioni) maturano la loro scelta e determinano, di conseguenza, il risultato elettorale.


Una Cultura per il PartitoDemocratico
Edmondo Berselli su
la Repubblica

Di fronte allo smarrimento suscitato dal riemergere della sfida brigatista, diventa ancora più importante il consolidarsi di un´area riformista all´interno del centrosinistra. Non tanto per definire il perimetro dell´unica politica accettabile, come accusa con durezza il segretario nazionale della Fiom Giorgio Cremaschi: per il quale le parole provenienti dal governo contro il rischio dell´infezione terroristica, a Vicenza, nella Cgil e nei centri sociali, sono "un´eco della costruzione del partito democratico". Nel senso che il progetto della fusione fra Ds, Margherita e qualche altro volonteroso non è null´altro che il progetto di un´esclusione, cioè la volontà di creare strumentalmente "una barriera tra i riformisti e la marmaglia", per cui, secondo Prodi, Rutelli e Amato, "la violenza eversiva sarà il crinale che separerà il grano dal loglio, i buoni dai cattivi". Quindi, "uno schema falso e inaccettabile".
Ridotto in questi termini, il partito democratico sarebbe soltanto uno strumento della vecchia e immancabile "ricomposizione capitalistica", un concordato con i poteri forti e i "padroni". Una variante dell´altrettanto vecchio "consiglio d´amministrazione della borghesia", prodotto esclusivamente dalla volontà di separare con un intervento chirurgico le due sinistre, la riformista e la radicale.
La denuncia massimalista di Cremaschi è a suo modo classica, e verrebbe facilmente condivisa dalla sinistra fluttuante dei movimenti, fatta di emarginati, precari, migranti, ma anche di lavoro operaio penalizzato dalle politiche degli ultimi quindici anni; una sinistra sfrangiata nella sua articolazione ma in costante tensione con la sinistra governativa (a cui oltretutto non riconosce nemmeno la qualifica di "sinistra"). Sarebbe di qualche interesse una replica dei riformisti, se fosse una replica non di maniera. Perché nel dibattito interno alle forze che confluiranno nel partito democratico, e anche nel Manifesto redatto in quattro mesi di lavoro dai quindici saggi, si avverte almeno una grande assenza. E questa assenza si chiama cultura. Perché è vero che la lettura del Manifesto del partito democratico ci dice quasi tutto sulle intenzioni dei padri costituenti, da Ermete Realacci a Pietro Scoppola, da Liliana Cavani a Luciano Violante; ma dice invece poco sulle ragioni di fondo delle volontà politiche espresse nel documento.
Per ora, in base ai documenti ufficiali, la cultura del partito democratico è un aggregato, un combinato, una miscela, un sedimento. Nel Manifesto democratico si avverte l´influsso di ispirazioni solidariste di stampo cattolico, l´evocazione di blande matrici laburiste, l´influsso delle tematiche femminili. Se si aggiunge la sensazione ricorrente in ogni paragrafo che questo impasto sia tenuto insieme da una continua mozione retorica, verrebbe da dire che l´adesione al partito democratico è una questione dettata da una specie di fiducia preventiva, secondo cui soltanto un contenitore politico più ampio e impregiudicato potrebbe dare una rappresentanza che sostituisca quella offerta dai partiti esistenti, ritenuta ormai poco efficace.
Va da sé che i documenti politici costituiscono un genere letterario dai limiti fin troppo chiari. Sono quasi sempre vittime di un buonismo di fondo che li rende indigesti. Si avverte di continuo lo sforzo di contemperare le contraddizioni possibili: mercato e solidarietà, libertà e tutela. Ciò nondimeno, un manifesto è un manifesto, e un partito è un partito. Quindi, giunti al termine del documento programmatico del partito nascente, viene naturale chiedersi qual è il suo assetto culturale. Quali sono le teorie, le descrizioni e le analisi della società, le sintesi intellettuali a cui si riferisce.
Si giudichino alla stregua di domande superflue, se si pensa che l´unica cultura oggi praticabile sia un eclettismo pragmatico, che subordina le scelte di fondo a un atteggiamento genericamente progressista o vagamente modernizzante. Se il partito democratico sarà un partito "liquido", una galassia fluida, se diventerà un cartello elettorale che si mobilita solo in funzione elettorale, insomma un "postpartito", la sua eventuale qualità culturale è un tocco di eleganza, un semplice accessorio stilistico, non un fattore costitutivo rilevante.
Anche questa può essere una scelta, o se va male un destino. Ma allora, tutti i discorsi sull´identità, su chi siamo e che cosa vogliamo (tutto il Manifesto è un inno al "noi") vanno abbandonati senza ipocrisie. Nella postpolitica il partito democratico è uno strumento di raccolta del consenso. Una macchina celibe. Conviene riconoscere che l´autodafé del sistema politico, che nel corso degli anni Novanta ha spazzato via i partiti storici, ha fatto terra bruciata anche di culture e tradizioni, e dunque che tutti i riferimenti sono saltati e che lo scenario in cui ci si deve muovere è quello dell´eclettismo.
Benissimo, basta intendersi. Ma occorrerebbe considerare che le esperienze politiche più fortunate negli ultimi decenni si sono tutte basate, a destra e a sinistra, su ipotesi culturali forti se non fortissime. Si pensi all´anarchismo di destra di Margaret Thatcher, dagli spiccati contenuti individualistici e da una perdurante polemica antistatuale; oppure all´enfasi sulla crescita economica di Bill Clinton; al "centro radicale" e al "realismo utopico" che Tony Blair aveva mutuato dalle elaborazioni sulla Terza via di Anthony Giddens; alla chirurgica identificazione del discrimine laico da parte di José Luis Zapatero. Nel suo genere, perfino il populismo di Silvio Berlusconi rappresenta una cultura debole e frammentaria ma una capacità manipolatoria coerente e fortissima (soprattutto nell´individuazione dei nemici).
Proprio per questo riesce poco credibile pensare a una "nuova ideologia" che nasca da un compromesso e che nel contempo risulti attraente, capace di proporre un´idea di società desiderabile e di conquistare il consenso sui propri programmi. Certo, va considerato con realismo che la classe politica dell´Ulivo è figlia di concezioni radicate nel Novecento, incarnate politicamente dalla Dc e dal Pci, ossia di tradizioni che non si distinguevano per una particolare modernità culturale. C´era la dottrina sociale della chiesa e l´istinto della mediazione, per i democristiani; e il gramscismo, cioè il comunismo virato in chiave nazionale, per i comunisti.
Come si può vedere, si profilano almeno due convitati di pietra al tavolo dei democratici: detto in estrema sintesi, sono la cultura liberale e il riformismo socialista. Ora sarà vero che il nuovo partito è un´esperienza nuova, frutto di contaminazioni e di intrecci culturali inediti, e dunque non poteva essere identificato né sotto la sigla esclusiva di un liberalismo spinto, laico e anticorporativo, come voleva Michele Salvati, né sotto il marchio della socialdemocrazia, ultimo ragionevole rifugio dei comunisti miglioristi.

Altrimenti il partito democratico non è neppure un partito: è una tonalità intellettuale, una sfumatura emotiva, una serie di nuance sentimentali. Common sense di centrosinistra applicato intuitivamente ai conflitti nuovi, sulla base di valori condivisi, anche se non sempre specificati con chiarezza o declinati nel vivo della realtà empirica (non è un caso che il Manifesto cominci affermando "Noi, i democratici, amiamo l´Italia").
Oppure sarà un attrezzo di tecnica elettorale. Ma si ritorna al tema forse più irto dell´evoluzione a sinistra: piaccia o no a Cremaschi, piaccia o no alla sinistra più inquieta e mobile, si sa da sempre che il partito democratico costituisce esattamente il tentativo di costituire una piattaforma riformista dentro il centrosinistra, in modo da definire con chiarezza qual è l´ispirazione centrale dell´alleanza.
Non una "barriera fra i riformisti e la marmaglia" bensì, lo si può dire con parole antiche, lo strumento per conquistare l´egemonia culturale e politica nel centrosinistra. Altrimenti, non sarà soltanto difficile ribattere alle offensive degli atei devoti e della loro ortodossia "cattolicante", e alle fissazioni geopolitiche dei neoconservatori di casa nostra; sarà anche uno sforzo improbo venire a patti e ad aggiustamenti con le frange radicali della sinistra: dato che senza un´identità, e senza una cultura coerente, si fa fatica a ribattere le posizioni di chi ce l´ha fortissima e indisponibile a ogni compromesso.


Il fantasma del referendum
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Il ministro per le Riforme Vannino Chiti ha domandato al comitato promotore di non avviare, posticipandola di due anni, la raccolta delle firme, il cui inizio è previsto fra due mesi (il 24 aprile), per la richiesta di referendum abrogativo dell'attuale legge elettorale. Il presidente del comitato promotore, Giovanni Guzzetta, ha risposto subito negativamente.
Man mano che si avvicina la data di inizio della raccolta delle firme il nervosismo si fa palpabile nella classe politica e la richiesta di Chiti ne è un segnale. Il ministro l'ha motivata sostenendo che se la raccolta slittasse di due anni (alla primavera del 2009) ci sarebbe il tempo per approntare con serenità una nuova legge elettorale.
Ma le cose non stanno così. Se la raccolta delle firme slittasse di due anni, la riforma elettorale uscirebbe immediatamente, rimanendone fuori per tutto quell'arco di tempo, dall'agenda politica. In più, il comitato promotore sarebbe costretto a smobilitare e ricostituirlo in seguito diventerebbe problematico. Ma l'incombere minaccioso del referendum è l'unica ragione che costringe la classe politica ad occuparsi di riforma elettorale.
Per giunta, la richiesta di Chiti si fonda su un ottimismo eccessivo sulle possibilità di durata della legislatura. È giusto, e lo ha fatto anche chi scrive, mettere in guardia contro le continue profezie di caduta imminente del governo. Ma resta il fatto che la maggioranza deve fronteggiare (al Senato) quotidiani problemi di sopravvivenza e in qualunque momento un incidente può far svanire la capacità fino ad oggi dimostrata dal governo Prodi di sfidare con successo la legge di gravità. Se il governo cadesse e non risultasse sostituibile per via parlamentare si andrebbe al voto anticipato. E si voterebbe, sciaguratamente, con la legge elettorale attualmente in vigore.
D'altra parte, non pare proprio che abbia fondamento costituzionale la tesi secondo cui se si cambia la legge elettorale si è poi obbligati a votare subito dopo. Alla luce della Costituzione vigente la legge elettorale può essere cambiata anche ora senza che ciò possa impedire alla legislatura di arrivare alla sua scadenza naturale.
Il fatto che senza referendum incombente sia quasi impossibile cambiare le regole elettorali sembra provato dalle difficoltà che lo stesso Chiti incontra nel tentativo di trovare una soluzione legislativa. Benché ne parli da tempo, Chiti non ha ancora formalizzato alcun progetto di riforma (ma sembra che verrà presentato la settimana prossima). È lecito sospettare che il ritardo dipenda dalla difficoltà di trovare una soluzione che metta d'accordo maggioranza e opposizione.
Va aggiunto che le indiscrezioni (non si sa quanto fedeli) filtrate sul progetto Chiti non lasciano ben sperare. Per esempio, si è parlato di una riforma che dovrebbe cambiare (o solo ritoccare?) la legge elettorale ma anche intervenire sulla Costituzione (sui poteri del premier e sul bicameralismo).

Una proposta di riforma elettorale che prevedesse anche interventi sulla Costituzione sarebbe, in partenza, destituita di credibilità. Trasformerebbe in certezza il sospetto dei maligni secondo cui il vero scopo del ventilato "progetto di riforma" non è riformare davvero la legge elettorale ma solo fare fuoco di sbarramento contro il referendum.
Insomma, siamo alle solite: niente referendum, niente riforma elettorale.


Politica, passo indietro
Il caso Pollari
Gian Giacomo Migone su
l'Unità

Prima o dopo, qualsiasi governo e con esso coloro che lo sostengono in Parlamento e nel Paese incontrano il loro Rubicone, al di là del quale è garantita non solo e non tanto la sua durata - si può anche durare vivacchiando - ma il segno che determina nelle istituzioni e nella storia della Repubblica. Potrei sbagliarmi, ma sono convinto che quel Rubicone si chiami caso Abu Omar e che riguardi la nostra capacità presente e futura di autogovernarci democraticamente, squarciando veli di reticenza che discreditano la politica da troppi anni.
Come tutti i passaggi, esso sarà - anzi, già è - difficile e doloroso, nell'immediato scarsamente compreso. Tuttavia, si tratta anche di una straordinaria occasione che richiede uno scenario, in questo caso la caduta del Muro, e un soggetto idoneo, questo governo, per coglierlo. Perché deve essere chiaro a tutti che il governo Prodi vi ha compiuto alcuni passi di avvicinamento di straordinaria importanza. Esso è uscito dalla trappola irachena, rifiutando con diplomazia preesistenti accordi. Questo governo ha respinto metodi di condizionamento internazionali come la dichiarazione dei sei ambasciatori, che ricordava la Cina segnata dalle concessioni e dai trattati ineguali, lontani di un secolo. E, sempre riguardo all'Afghanistan, per bocca del suo ministro degli Esteri, Massimo D'Alema, sempre questo governo ha ricordato ai suoi alleati che gli impegni si assumono in sede di Consiglio Atlantico; che, come in ogni organismo di cooperazione internazionale, cioè privo di delega di sovranità, esige decisioni unanimi. Tutti atti inediti, di grande coraggio, ma che esigono una strategia coerente senza la quale potrebbero risultare controproducenti (perché, come noto, guai a chi resta a metà del guado!).
Perché proprio il caso Abu Omar, come cartina di tornasole, test dirimente, un Rubicone all'incontrario, che non ci separa dalla dittatura ma dal pieno autogoverno? La missione in Afghanistan, compiute le doverose precisazioni di metodo da parte del governo, costituisce una complessa decisione di politica estera che governo e Parlamento possono di volta in volta verificare e liberamente compiere, giustamente insistendo su una conferenza internazionale di cui tutti i governi interessati dovrebbero sentire il bisogno. La base di Vicenza contiene aspetti drammatici soprattutto nei rapporti tra Governo e popolazione interessata, ma assume soprattutto valore nel contesto di una verifica dello statuto di tutte le basi statunitensi e della Nato (tutte in teoria sottoposte, nell'uso, alla decisione sovrana del Paese ospitante).

I fatti del caso Abu Omar sono largamente noti, anche se mette conto passarli in rassegna per l'importanza straordinaria da attribuirvi. Nessuno contesta, neppure Silvio Berlusconi e gli avvocati del Consigliere di Stato Nicolò Pollari, che abbia avuto luogo il rapimento di una persona da parte di agenti dei servizi segreti di un Paese alleato, in violazione della nostra sovranità territoriale; che la medesima persona sia stata trasferita al Cairo, tramite le basi militari di Stammheim e di Aviano (con quali autorizzazioni delle autorità nazionali competenti resta da chiarire), in nome di una politica unilaterale del governo degli Stati Uniti che, servendosi di metodi di detenzione e di interrogatori vietate sul proprio territorio, si serve di governi più compiacenti che, in teoria, vorrebbe democratizzare (le così dette extraordinary renditions). Il processo ormai avviato, sulla base delle accuse della procura di Milano (le stesse "toghe rosse" che, con la Digos di Milano, hanno preventivamente tutelato l'incolumità fisica di Vittorio Feltri, e di Silvio Berlusconi e della sua impresa) e della sentenza del giudice titolare delle indagini preliminari, dovrà invece chiarire se e a quali livelli di responsabilità siano stati partecipi o altrimenti coinvolti agenti del Sismi. A tale ricerca della verità si oppone la difesa del Pollari che, come un vecchio personaggio di un film di Alberto Sordi ("Reggime Nando che glie meno..."), invoca tardivamente il segreto di Stato come impedimento alla propria difesa, fingendo di ignorare che esso possa essere opposto soltanto da un testimone, e non da un imputato per cui prevale in ogni caso il diritto costituzionalmente tutelato della propria difesa.
Tuttavia, il nodo tutto politico dell'intera questione risiede nella linea di condotta finora prevalsa in sede di governo che avrebbe potuto e ancora potrebbe seguire il consiglio sia pure tardivamente formulato dall'ex ministro della giustizia, Piero Fassino, il quale, forse rivolgendosi a suocera (Berlusconi) perché nuora (il governo) intenda, ha sostenuto l'inopportunità dell'interferenza della politica con procedimenti giudiziari in atto. Fino ad oggi, invece, il governo, nella persona del ministro della Giustizia (il quale, a mio avviso giustamente, invoca una decisione collegiale in proposito), si è rifiutato di trasmettere i mandati di estradizione per 26 agenti della Cia al governo degli Stati Uniti e ha sollevato un conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale contro la procedura di Milano che avrebbe condotto le proprie indagini in violazione del segreto solo tardivamente (e genericamente) invocato, in maniera analoga a quanto sostenuto dal Pollari.
A questo punto vorrei restare fedele al principio sostenuto da Fassino, evitando argomentazioni giuridiche che saranno a suo tempo vagliate nelle sedi competenti, che si tratti della Corte Costituzionale o, eventualmente, della Corte Europea dei diritti. Perché le decisioni di trasmettere mandati ad un altro Paese o invocare il segreto di Stato, addirittura sollevando un conflitto di attribuzione contro la magistratura, sono atti squisitamente politici. Come lo è anche quello di fare o non fare chiarezza di fronte al Parlamento e al Paese, su accordi segreti, veri o presunti, squarciando veli di reticenza, ripeto, comunque costosissimi in termini di rapporti fiduciari fra cittadini e istituzioni.
Per essere a mia volta chiaro; sono in gioco diritti fondamentali, sanciti come tali da fior di trattati dall'Italia sottoscritti e da questo governo sostenuti con grande coraggio; il suo europeismo marcato, di fronte alla normativa sul mandato di cattura europeo e ai pronunciamenti del Parlamento e della stessa Commissione europea; la possibilità di attuare una vera riforma che restituisca onore ai servizi segreti (già inquinata da tentativi di introdurre una normativa ad personam, salva Pollari).



Bulli e squilli non occorre una legge
Mario Pirani su
la Repubblica

All´inizio del 2005 - sembra già trascorsa un´epoca tecnologica - dedicai un paio di pezzi di questa rubrica all´assurdità di consentire l´uso dei telefonini a scuola per il disturbo che arrecavano alle lezioni. Mi aveva spinto a scriverne lo stupore per una sentenza della Cassazione che confermava la condanna per violenza privata di un professore di Lecco che aveva strappato di mano il telefonino a una studentessa, la quale, incurante di ogni invito, continuava imperterrita ad usarlo durante la lezione.
Pochi giorni dopo in un convegno cui partecipava il presidente di tutti i presidi italiani, questi mi spiegò l´inopportunità, a suo avviso, di un divieto mentre gli appariva consigliabile dissuadere i ragazzi, usando parole di convincimento, "altrimenti la scuola diventa coercizione". I metodi di persuasione non debbono, però, aver sortito effetti se, due anni dopo, col salto tecnologico che ha trasformato i cellulari in telecamere, collegabili in rete per la diffusione via Internet, non abbiamo che l´imbarazzo della scelta tra riprese in diretta di scene di violenza di gruppo, di sessualità adolescenziale esibita, di voluto ludibrio dell´istituzione scolastica. L´uso illimitato del telefonino si è così incrociato col bullismo in crescita esponenziale. I dibattiti in tv sul tema non ci sono risparmiati. Vi compaiono ministri compunti e ministre con aria sollecita, i quali ci informano che stanno studiando una legge che vieti l´introduzione nelle aule del malefico strumento.
Mi sembra davvero assurdo che occorra addirittura una legge, quando sono convinto che basterebbe una circolare del ministro ai presidi che li obblighi ad emettere e far applicare il divieto di entrare a scuola col cellulare. Si leggono, talora, articoli intelligenti e accorati, come quello di Ilvo Diamanti (Repubblica dell´11 febbraio) che confessa: "I giovani, i più giovani. all´improvviso sembrano diventati estranei. Non comprendiamo la loro indifferenza verso l´autorità, che noi stessi abbiamo contribuito a demistificare e combattere". Mi sembra abbia colto nel segno e, anche se non è certo questo lo spazio per approfondire, vorrei con semplificante schematicità, elencare i momenti che hanno portato all´attuale distacco generazionale. Premetto che rifiuto di considerarlo un dato misterioso, quasi si trattasse di un fenomeno della natura, un effetto serra sociologico. Per contro mi appare come il frutto perverso di una fase storica - politica e culturale - che ha oltrepassato le premesse positive per dissolversi in un indistinto nichilismo, in uno scarico di responsabilità, in una perdita di ruolo che ha corroso il pensiero e le strutture (famiglia, Stato, partiti, scuola) su cui la società aveva organizzato il suo progredire.
Il potenziale liberatorio e progressista dei movimenti che avevano animato l´arco temporale dal '68 al '77 andò ben oltre la conquista di una nuova condizione femminile, di un più aperto e generale diritto allo studio, di nuovi rapporti e diritti familiari.

Quanti genitori, insegnanti, giudici, formatisi nell´arco di quella prolungata stagione, si sono prestati ad essere i portatori attivi di un virus nichilista che ha proliferato e invaso il corpo sociale? Si è avvalorata in una serie di discorsi, di misure pratiche, di comportamenti nella famiglia e nelle scuola, la confusione tra affermazione della libertà democratica e scardinamento del principio di autorità, tra ampliamento dei diritti e la cancellazione del concetto di "limite", in un´orgia di esaltazione del diritto individuale ad ogni scelta, anche quando offende e danneggia il diritto di tutti e, comunque, quello altrui.
Nella scuola la devastazione, di cui molte riforme sono state il tramite, non ha incontrato dighe, anche se non dovunque è così e laddove l´insegnante sa essere autorevole il rapporto con gli studenti resta vivo e proficuo. Non si può, però, chiedere a un corpo docente umiliato, misconosciuto e malpagato di adeguarsi all´esempio di pochi. Solo se la cultura democratica, in primo luogo nella famiglia e nella scuola, ritornerà a comprendere che il principio di autorità e il concetto di limite non sono attributi della destra ma garanzie di ogni società libera, quel rapporto educativo, che è sempre esistito tra le generazioni dei padri e delle madri e quelle dei figli, potrà tornare a quella proficua dialettica che rende il naturale conflitto un elemento di crescita e non di devastazione alienante.


  19 febbraio 2007