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sulla stampa
a cura di P.C. - 15 febbraio 2007


Il fantasma del G8
Luigi La Spina su
La Stampa

Sono stati molti, in questi giorni, a constatare come l'Italia non riesca a liberarsi di una catena opprimente e angosciosa, quella del passato. Idee del passato, linguaggi del passato.
Comportamenti del passato che inesorabilmente ritornano proprio quando si sperava fossero scomparsi e che costringono tutti a vivere con gli occhi voltati all'indietro, riattizzando vecchie polemiche, riesumando antiche metafore, dividendo artificialmente gli italiani d'oggi come lo erano gli italiani di ieri. Così la memoria non aiuta a disegnare un altro futuro, ma diventa una prigione, in cui la nostra mente non riesce più a liberarsi dai soliti rancori, dai soliti pregiudizi, dalle scontate appartenenze politiche che producono gli altrettanto scontati e livorosi giudizi.
Il riaccendersi dell'incubo brigatista nel nostro Paese ha suscitato certamente un sentimento di delusione e di tristezza per il timore che, ancora una volta, si tenti di riproiettare quell'osceno film di morte e di follia che ha sconvolto tanti anni della nostra recente storia nazionale. Ed è giustificato il fastidio per il ricorso al passato negli obbligati paragoni, nelle ossessionanti dispute sugli album di famiglia, persino in quelle coppie oppositive in cui ci si deve irreggimentare: garantisti e colpevolisti, minimizzatori e allarmisti, giustificazionisti e moralisti. Eppure, proprio alla vigilia della manifestazione di Vicenza per la quale, ieri alla Camera, il ministro dell'Interno ha espresso gravi preoccupazioni, è utile ricordare qualche lezione della storia italiana sul moderno terrorismo.
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A questo proposito, diverso è considerare, come ha fatto ieri Amato, l'ipotesi di un tentativo di infiltrazione brigatista nella prossima manifestazione a Vicenza contro l'allargamento della base americana o nella lotta dei movimenti valsusini anti-Tav, dal confondere la distinzione tra il terrorismo e le proteste, discutibili ma legittime in una democrazia come la nostra, per alcune decisioni governative. A Vicenza, sabato, ci saranno, purtroppo, gruppi dei centri sociali o dell'estremismo più radicale che cercheranno di trascinare la manifestazione nel clima del G8 genovese. Ma toccherà al servizio d'ordine e alla grande maggioranza dei dimostranti, tra i quali, lo ricordiamo, anche esponenti locali della Lega, movimenti cattolici e, persino, intellettuali moderati e riformisti che si sono espressi contro la richiesta americana, contribuire a un esito pacifico della giornata, che ricordi, invece, il "social forum" di Firenze.
L'allarme preventivo del ministro dell'Interno, comprensibile per la responsabilità della sua funzione, può essere stato determinato anche da una suggestiva analisi intellettuale che cerca di collegare le nuove forme di ribellismo presenti nel Paese e che finiscono per trovare nelle forze dell'ordine un comune avversario, ma non deve spingere a regalare all'eversione armata, al nuovo terrorismo criminale un'estensione nella nostra società che certamente non ha.


Montezemolo: il Paese può farcela
Federico Rampini su
la Repubblica

"La crescita del Pil del 2% nel 2006 è un segnale di fiducia. Dimostra che l´Italia ha tutte le caratteristiche per farcela. Ma se si guarda con attenzione ai dati – dice Luca Cordero di Montezemolo – quella ripresa è tutta trainata dall´industria e dalle sue esportazioni, mancano all´appello i servizi che restano poco competitivi. Attenti al trionfalismo. Con tutto il rispetto per il governo, la legge finanziaria non c´entra con una crescita che accelerava l´anno scorso mentre il bilancio dello Stato era ancora da approvare".
"L´importante adesso - spiega ancora Montezemolo - è fare buon uso di questa ripresa, non sprecare la fiducia. È nelle fasi di crescita che si deve trovare la forza politica per cambiare". Il presidente della Confindustria è sull´aereo da Mumbai a New Delhi, con il ministro del commercio internazionale Emma Bonino e il fondatore della St Microelectronics Pasquale Pistorio, una delle imprese italiane più presenti nell´alta tecnologia made in India.
La missione-India guidata da Romano Prodi ha avuto il suo culmine a Mumbai: 11 accordi economici firmati tra imprese italiane e indiane, dall´operazione Fiat-Tata per produrre in Argentina fino alla Piaggio, St Microelectronics, Eni, Pininfarina, Carraro, Banca Intesa, Unicredito. In quanto alle piccole e medie imprese, tra Calcutta e Mumbai hanno avuto duemila incontri di lavoro con potenziali partner indiani. Per una volta, commenta Pistorio, abbiamo fatto un´operazione "in stile francese o tedesco", per evocare quelle missioni commerciali in cui altre nazioni europee sbarcano in Asia con un imponente schieramento di imprese e contratti da firmare. "Spirito di sistema" lo chiama Emma Bonino: in India la missione italiana è stata una macchina in cui ognuno ha fatto la sua parte, governo, industria, banche, assicurazioni. "Ci siamo lasciati alle spalle l´epoca in cui l´Asia incuteva soprattutto paura - osserva Montezemolo - , oggi non giochiamo più in difesa, le imprese hanno scelto con grinta la strada dell´internazionalizzazione. Per la spedizione in India la Confindustria ha raccolto 621 richieste di partecipazione da parte di imprenditori, un record mai raggiunto prima. Poi purtroppo il paese non ha gli aerei per portarli qua". In effetti a Kolkata, Mumbai e Delhi sono potuti venire solo in 450…causa Alitalia. L´insufficienza dei nostri collegamenti aerei verso l´Asia si è fatta sentire ancora una volta come un handicap reale.
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Secondo, una ventata di liberalizzazione che vada oltre i primi interventi di Bersani, raggiunga tutti i servizi che ancora penalizzano cittadini e imprese. Terzo, un coraggioso intervento sulla burocrazia che renda l´Italia un paese meno ostico per gli investitori stranieri. Quarto, una riforma istituzionale per rendere lo Stato meno complicato, meno prigioniero dei veti, meno appesantito da strutture inefficienti e costose". Anche qui il paragone con India e Cina viene spontaneo: due nazioni agli antipodi per i loro sistemi politici (la più grande democrazia e il più grande regime autoritario del pianeta), ma ambedue di dimensioni continentali e con oltre un miliardo di cittadini ciascuno. "E da noi, con 57 milioni di abitanti, abbiamo ancora le provincie e i comuni e le circoscrizioni, in un accavallamento di competenze e di poteri di interdizione". Nonché le Regioni, spesso protagoniste di costose trasferte parallele sui mercati emergenti, pur di avere ciascuna la propria "politica estera". Alla voce riforme istituzionali, Montezemolo aggiunge "la riforma elettorale, perché i cittadini possano decidere davvero chi mandare in Parlamento". Torna a insistere sul fatto che questo impianto di riforme deve avere al suo centro le liberalizzazioni, "perché sono le riforme che possono dare un beneficio immediato a chi oggi sta peggio, a chi ha meno potere d´acquisto, e ci metto anche l´operaio della Fiat: oggi se ha un reddito solo, se ha moglie e due figli a carico, e non possiede la casa dove abita, con il cuneo fiscale fa davvero fatica ad arrivare alla fine del mese". Si atterra a Delhi e Montezemolo conclude le sue riflessioni a voce alta: "Non ho certo paura a riconoscere le buone notizie, quando ci sono. Insisto che la ripresa appena iniziata è un´occasione. Guai a sbagliarne l´interpretazione, a non coglierne la natura e le cause vere. Veniamo da anni di non-scelte. Questo è il momento ideale per fare le cose: l´avvio della crescita coincide anche con una legislatura appena iniziata. Non potrebbe esserci una congiuntura più favorevole. Attenzione a non bruciare questa opportunità, potrebbero non essercene altre".


Battaglia su laicità e libertà
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Gennaro Acquaviva, sottosegretario alla presidenza del Consiglio durante il governo Craxi (1983-'87), legge l'allarmata dichiarazione di Stefano Rodotà sull'annuncio di un documento della Cei sui Dico, impegnativo per i cattolici: “Così in un colpo solo viene aperto un conflitto con il governo, affermata la sovranità limitata del Parlamento, azzerata la Costituzione”. Acquaviva ripiega Repubblica e commenta: “Un linguaggio ottocentesco e una lettura dell'articolo 7 della Costituzione ferma al Concordato del 1929, esattamente come quella di Leopoldo Elia. I cattolici democratici – che se andate nelle parrocchie nessuno sa chi siano, mentre hanno molta udienza sui media – si dimenticano che su questo punto la Costituzione è stata già cambiata, è successo nel 1984 quando il laico e garibaldino Bettino Craxi e il cardinale Agostino Casaroli, che non credo agisse sotto l'influenza di Ruini, firmarono la revisione del Concordato”. Sul perché di questa omissione Acquaviva ritiene che “in questo paese ci siano molti orfani della Dc, lo strumento di mediazione che la chiesa ha usato per cinquant'anni, certo per difendere i suoi interessi, ma anche quelli del paese. Finita la funzione di questo partito la questione cattolica rimane, nel senso che rimane la chiesa come protagonista sociale, culturale e in qualche modo politico della vita del paese”. Sull'importanza di quanto successo nell'84 Acquaviva non ha dubbi, “la modifica dell'assetto dell'articolo 7 è stato un atto modernizzatore della vita pubblica italiana e forse vale la pena rileggerla: 'La Repubblica italiana e la Santa Sede riaffermano che lo stato e la chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani, impegnandosi al pieno rispetto di tale principio nei loro rapporti ed alla reciproca collaborazione per la promozione dell'uomo e il bene del paese'. Sottolineo 'reciproca collaborazione'.
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Il garibaldino Craxi: “Non affamare i preti”
All'obiezione che il Concordato resta comunque un trattato internazionale fra due stati mentre qui c'è di mezzo l'episcopato italiano Acquaviva risponde che “senza l'accordo dell'84 non ci sarebbe la Cei, o meglio, ci sarebbe canonicamente, già c'era, ma il suo essere interlocutore reale, soggetto italiano della chiesa universale dipende molto da quelle due firme. Il perché è tutto nell'8 per mille, che non va al Vaticano, ma ai vescovi italiani. Tu non rendi libero uno se non gli dai la possibilità economica di vivere”. Una bella responsabilità per un politico laico come Craxi… “Craxi, che non risparmiò duri attacchi a Giovanni Paolo II che comiziava per il referendum sull'aborto, era però convinto che il tessuto del nostro paese, lo stare insieme degli italiani non poteva reggere senza il cristianesimo, e questo non è solo una verità storica, è una verità nel presente, avremmo un paese sbrindellato. L'intelaiatura istituzionale che si è costruita risponde a questo desiderio, dirò di più a questo obbligo morale e politico di tenere insieme il paese. Per questo a Francesco Margiotta Broglio, che sul finanziamento della chiesa giocava al ribasso, Craxi diede una indicazione politica: 'Non affamare i preti'”.
Acquaviva ritiene attuale anche oggi il giudizio di Craxi: “Una società laica ha interesse a una presenza pubblica della religione, ne è arricchita, non impoverita. In Italia la chiesa, maggioritaria o minoritaria che sia, è una forza sociale rilevante, la sua dimensione pubblica è ineludibile, direi che è auspicabile”. E se gli si prospetta il modello americano di rapporto stato-chiese improntato a una più franca libertà ma anche a un più deciso interventismo, modello elogiato sia dal cardinale Ruini che da Benedetto XVI, Acquaviva distingue: “Sono due storie troppo diverse, la via della modernizzazione da noi passa per un accordo. Non potremmo mai, anche se sarebbe bello, avere Dio nel preambolo della Costituzione o pregare nell'Aula del Parlamento come chiese La Pira”.
E i Dico? “Non sono riusciti a evitare le trappole del linguaggio, ma il decidere di fare una legge ad hoc, invece di modificare il codice civile, portava inevitabilmente a una definizione di simil-matrimonio. E alla scontata reazione delle chiesa. Vuole una previsione? Hanno deciso di iniziare col Senato, credo che non se ne farà niente”.


Iran il partito dei rassegnati
Franco Venturini sul
Corriere della Sera

Esiste in Europa un partito della rassegnazione davanti alla bomba atomica iraniana? Verrebbe da pensare di sì. Jacques Chirac non aveva ancora finito di correggere i suoi inopportuni pensieri (uno o due ordigni in mano a Teheran non cambierebbero gran che), quando ecco che da Bruxelles giunge per vie traverse un documento di "riflessione pragmatica": presto o tardi l'Iran, affermano i collaboratori dell'Alto rappresentante Solana, acquisterà comunque la capacità di produrre armamenti nucleari.
Si potrebbe osservare, a difesa di Solana e anche della lingua troppo sciolta di Chirac, che una certa dose di proliferazione nucleare viene ormai messa in conto dai maggiori esperti mondiali. E che altrettanto nutrite e trasversali sono le schiere di quanti mettono in guardia l'Occidente sulle conseguenze di un ricorso alla forza contro gli impianti atomici di Teheran.
Ma se ben pochi, anche in America, vedono nei bombardamenti preventivi la risposta ideale, tutt'altra cosa è arrendersi a una presunta ineluttabilità e infilare la testa sotto la sabbia.
Bisogna guardarlo bene in faccia, invece, l'Iran di Ahmadinejad. Nessun regime al mondo, nemmeno quella satrapia nordcoreana che ora sembra essersi piegata alla via negoziale, minaccia di "cancellare dalla mappa" un altro Stato.
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Nelle ultime ore dagli uomini di Teheran sono giunti propositi meno bellicosi. Si dice, ma nessuno ne è davvero sicuro, che le contestazioni interne abbiano indebolito Ahmadinejad e la sua folle retorica, e che si stiano forse riaprendo spiragli di trattativa. Il futuro dirà. Ma intanto, anche per incoraggiare una ipotetica svolta moderata di Teheran, dall'Europa non dovrebbero venire "pragmatismi" che puzzano di resa. Ben al contrario, questo è il momento di affondare il colpo delle sanzioni e di accogliere la richiesta Usa di una loro estensione al campo finanziario: proprio perché gli europei vogliono evitare una nuova guerra, proprio perché molti di loro temono che George Bush sia tentato di premere di nuovo il grilletto prima di lasciare la Casa Bianca, l'unica pressione alternativa all'uso della forza non può essere sacrificata sull'altare di pur consistenti (come quelli italiani) interessi economici.
Non è detto che questa strategia funzioni, non è detto che le difficoltà interne di Ahmadinejad siano reali o possano aggravarsi. Ma non provarci, e far vincere il partito della rassegnazione, vorrebbe dire perdere domani ogni diritto a controllare gli eventi. E anche a criticarli.


Ariel Toaff ritira il libro scandalo
Orazio La Rocca su
la Repubblica

Lo storico Ariel Toaff ha deciso di ritirare "Pasque di sangue", il controverso volume su antiche sette ebraiche che avrebbero mangiato pane azzimo con sangue di bambini cristiani. "Davanti alle false e distorte interpretazioni date al mio libro, ho chiesto alla casa editrice il Mulino la sospensione immediata delle pubblicazioni", ha detto lo studioso, che insegna alla università Bar Ilan di Tel Aviv. La replica del rabbino emerito di Roma Elio Toaff, padre dello storico: "Mio figlio ha sbagliato, ma ha fatto bene a ritirare il volume: simili leggende sono pericolose perché alimentano l´antisemitismo".
"Un gesto opportuno, necessario. Vuol dire che mio figlio Ariel ha capito. Ma significa anche che le critiche che sono state fatte nei confronti del suo libro sono state giuste, al punto che lui ha deciso di chiedere all´editore di sospendere la pubblicazione. È bene che questa storia sia finita così". È leggermente sollevato il rabbino capo emerito di Roma, Elio Toaff, quando apprende, al telefono, che suo figlio Ariel ha ritirato il controverso libro Pasque di sangue (Il Mulino), che rilancia vecchie leggende secondo le quali alcune sette ebraiche avrebbero mangiato, in occasione della Pasqua, pane azzimo con sangue di bambini cristiani. La notizia del ritiro del libro, il rabbino l´apprende mentre risponde alle nostre domande nella sua casa romana, al Ghetto, di fronte alla Sinagoga Maggiore. "Non lo sapevo - confessa - ma è vero? Mi risulta che stava pensando di fermare momentaneamente la seconda edizione per fare degli approfondimenti. Ma che abbia poi pensato di bloccare definitivamente il volume, mi sorprende e in fondo mi fa anche piacere per lui e per la verità storica".
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Questo antico rispetto per il sangue ha quindi contribuito anche alla formazione delle pietanze ebraiche?
"Sì. Tutta la quotidianità ebraica ruota intorno a questo principio. Specialmente nella preparazione dei cibi, per i quali vige una ferrea disciplina codificata nel "Kasheruth", dove specialmente per la preparazione delle carni si raccomanda con chiarezza che prima della cottura occorre sottoporre i capi macellati ad una attentissima purificazione da ogni residua traccia di sangue".
Una pratica di macellazione prevista anche nell´islam. Vero?
"Nell´islam c´è grande attenzione alla preparazione delle carni, che vengono purificate dal sangue con tecniche più o meno simili a quelle ebraiche. E´ una tradizione che in fondo unisce i fedeli delle due religioni. Peccato che con i musulmani non si possa parlare di analoga unione per altri temi. Ma è un segno antico che è bello ricordare ogni tanto".
Con i cristiani l´approccio col sangue non è uguale.
"Non è la stessa cosa. E´ vero che Cristo nell´Ultima Cena spezzò il pane azzimo come tutti gli ebrei. Poi, come è nella tradizione cristiana, versò il vino dicendo "bevete questo è il mio sangue". E, quindi, i cristiani da duemila anni rivivono nell´Eucarestia quel momento, sublimandolo di volta in volta con l´ostia consacrata dove la Chiesa insegna che c´è il sangue di Cristo. Come è evidente, è una tradizione religiosa del tutto diversa dall´ebraismo e che nel corso dei secoli ha prodotto anche usi e costumi differenti".
- Leggende come il pane azzimo intriso di sangue cristiano sono state usate nel corso dei secoli per alimentare l´antisemitismo tra la popolazione?
"Purtroppo è stato così. Anche queste sciocchezze hanno dato luogo a sentimenti antiebraici. Spiace dirlo, ma anche a causa dell´ignoranza, non si è mai voluto far capire con chiarezza che per l´ebreo il pane azzimo se non è puro, cioè senza aggiunte, senza lieviti e – manco a dirlo – senza tracce di sostanze estranee anche lontanamente simili al sangue – non è in linea con la tradizione. Cioè non è il pane con cui si può celebrare la Pasqua Ebraica. Chi pensa il contrario, sbaglia e non conosce la storia degli ebrei".
- Quando iniziarono a circolare leggende sul pane azzimo inquinato dal sangue?
"Durante il primo millennio dopo Cristo non c´è stata traccia. Qualcosa si incominciò a dire dopo l´anno mille, quasi in coincidenza con la prima crociata. Forse per giustificare, da parte di qualcuno, gli eccidi in Terra Santa o per addossare le colpe agli ebrei. Ed infatti fin da allora iniziarono le prime persecuzioni".
- La Chiesa ha quindi le sue responsabilità anche nei confronti di queste leggende?
"E´ la storia che è andata così. Ma mi piace ricordare che ci fu un papa, Sisto IV, che nel 1475 circa, inviò un suo delegato, un inquisitore domenicano, per verificare l´autenticità delle accuse che i cristiani di Trento avevano fatto alla locale comunità ebraica accusata di aver ucciso un bambino di nome Simonino per togliergli il sangue. Quel bambino fu subito venerato come un martire elevato agli onori degli altari come S. Simonino. Ma, alla fine dell´inchiesta quel domenicano disse al Papa che solo gli ignoranti e le persone in malafede potevano credere ad una storia simile. E S. Simonino fu cancellato dai calendari. E´ un episodio che dimostra chiaramente che non sempre le gerarchie ecclesiali cristiane hanno seguito queste leggende. Ma sarebbe grave ed imperdonabile oggi ridare a queste leggende una pur minima di patente storica".


Lacrime e paura, l'autocoscienza della Fiom
Marco Imarisio sul
Corriere della Sera

PADOVA — Compagni su la testa, che questo non è mica un funerale. Alla ventesima stretta di mano accompagnata da saluti a voce bassa con faccia contrita, Gianni Rinaldini non si tiene più: "Ragazzi, animo, altrimenti chiamiamo lo psicologo per rincuorarci a vicenda".
Nel cortile della scuola edile di Camin, periferia Est di Padova, l'umore prevalente è virato seppia, e il segretario generale della Fiom lo ha capito appena ci ha messo piede. Dalla palestra sono usciti i delegati veneti per andargli incontro, aiutaci, dicci tu cosa dobbiamo fare. Lo stavano aspettando come si aspetta il dottore quando si ha la febbre alta, quelli della Fiom di Padova, epicentro del sisma che ha scosso la federazione più a sinistra della Cgil, sette neobrigatisti arrestati su quindici, due che si sono già dichiarati "prigionieri politici". C'è un imbarazzo che quasi si tocca con mano. Alla compagna Laura che gli dice di sentirsi "spaccata in due" Rinaldini fa una carezza: "Ma dai, non fare così", le dice con modi da curato di campagna.
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Gianfranco Bettin, scrittore, sociologo, consigliere regionale Verde, uno che nell'antagonismo ci ha vissuto, li descrive con parole per nulla tenere: "Una esigua realtà di vecchio stampo ideologico, lontanissima dalla cosiddetta sinistra radicale e dalla realtà degli altri centri sociali".
Il Gramigna è la nuvola più nera sull'orizzonte per nulla sereno della Fiom. E' l'incognita che pesa sulla manifestazione di Vicenza, e lo sa bene Rinaldini, che intuisce il rischio di una sovrapposizione in caso di incidenti. Quando parla, va a braccio, è giornata da sentimenti, per una volta niente sindacalese. Sciopero generale contro il terrorismo, va bene, ma i centocinquanta di Padova non sono qui per questo. "Non vale la pena minimizzare — è l'esordio —. Abbiamo preso un colpo pesante. E sabato al corteo dovremo fare attenzione. Non si scherza con quel che sta accadendo: nessun striscione di solidarietà con gli arrestati, non voglio vederne uno. E ricordatevi, è molto probabile che le brutte sorprese non siano finite".
Molta prosa e poca poesia, l'emiliano Rinaldini va al sodo. Sa bene che non è finita qui, l'inchiesta va avanti, "e noi vivremo ancora brutti momenti". Per questo, "attenzione alle parole, attenzione a tutto". C'è dell'orgoglio, ovviamente ("Non abbiamo nulla da nascondere"), ma è un discorso emergenziale, in linea con le brutte giornate che sta vivendo il sindacato. Se è una medicina per i depressi metalmeccanici padovani, è di quelle amare. Accanto a lui siede anche Giorgio Cremaschi, ben vestito, i capelli ondulati. Il sindacalista dall'aria bohémienne e dall'eloquio incendiario, fissa la platea con lo stesso sguardo di chi osserva i resti di un incidente stradale. "E pensare — dice — che la Fiom di Padova è storicamente la più mite. Al Petrolchimico di Marghera, alla Zanussi di Susegana, queste sono sempre state le nostre zone più radicali. Qui, sempre calmi e tranquilli, disposti alla mediazione. Sembra davvero uno scherzo del destino, quel che sta capitando".
Sono i peones a dare la misura del cortocircuito avvenuto a Padova. Quelli che non riescono a darsi pace, come Massimo Giula, che parla per un minuto e mezzo e poi piange: "Davide Bortolato a me ha insegnato cos'è il sindacato — dice riferendosi al delegato Fiom accusato di essere il capo della cellula neobrigatista —. Abbiamo fatto insieme tante lotte, era sempre disponibile". Renato Zaravella, che racconta di come la "nemesi" del Gramigna lui la conosca bene: "Ci va mio figlio, in quel posto. E io sono contento. E' un luogo dove si può discutere, sono pacifisti e non terroristi. Usano un linguaggio pesante, ma facciamo attenzione a criminalizzarli".
Rinaldini intanto è uscito ad accendersi una sigaretta. "Perchè ho detto che il peggio deve arrivare? Con ottanta perquisizioni, mi sembra logico che non sia finita qui. Meglio saperlo". Quel che succederà sabato a Vicenza, invece, non lo sa nessuno. E all'uscita, ci sono i volantini sotto i tergicristalli a ricordare che gli unici con qualcosa da perdere in quei cinque chilometri di corteo sono quelli del sindacato.


La Margherita e il dilemma CEI
Umberto Rosso su
la Repubblica

ROMA - Una pattuglia di "ambasciatori" al lavoro. Tre, quattro uomini del governo e della maggioranza (dl ma anche ds) che, nelle ultime 48 ore, avrebbero incontrato esponenti della Cei e del Vaticano, ascoltando e raccogliendo il "disagio" della Chiesa sui Dico. Colloqui ultra-discreti ma il confronto è in corso. E il sondaggio riservato degli esploratori ulivisti ruota soprattutto sul messaggio annunciato da Ruini, un passaggio inedito nei rapporti fra Stato e Chiesa, e che il centrosinistra attende con preoccupazione. La Margherita in particolare. Perciò, aspettando la Cei, contatti informali fra i parlamentari del "gruppo dei sessanta" (popolari, prodiani e qualche rutelliano firmatari del documento "laico"). La linea del capogruppo Dario Franceschini è: tirare dritto, "sulla legge si andrà avanti, comunque, la base cattolica sta dalla nostra parte". Però all´interno del cartello, fra i deputati di lungo corso e più vicini e sensibili alla voce dei vescovi, c´è chi vive ore di autentico tormento. "Stiamo aspettando di conoscere il commento della Cei, inutile avanzare previsioni e prevedere poi comportamenti". Insomma, se scatta davvero "l´anatema", se dai vescovi arriva la direttiva "vincolante" per tutti i cattolici, il conflitto fra coscienza e politica potrebbe mettere a dura prova la tenuta di alcuni popolari sui Dico. Il pericolo di perdere pezzi in aula?
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Pressing diretto dalla Chiesa? Forse qualche vescovo in sede locale. Dissenso interno? A parte il caso Torino, voci isolate. Il coordinatore lombardo della Margherita, Battista Bonfanti, un popolare che però ha sempre mantenuto posizioni "eccentriche" (contrario per esempio a gruppi unici e a al Pd), ha lanciato da Milano una battaglia contro la legge. E i casi Torino e Milano sono finiti con grande evidenza sull´Avvenire, "polemiche troppo gonfiate" protestano al Nazareno. Insospettiti anche per il "giallo" scoppiato sulla Margherita romana. Quattromila tesserati, annuncia Giampiero Oddi presidente di un "Centro democratico", avrebbero lasciato il partito passando alla "Democrazia cristiana" di Pino Pizza. Ma Roberto Giachetti, il coordinatore cittadino della Margherita, smentisce tutto, "non ho mai sentito parlare né di Oddi né del suo Centro democratico".


Quella gran bruttona di Cleopatra
Ernesto Ferrero su
La Stampa

La moneta di Newcastle, ritratto forse realistico e poco riguardoso di Antonio e Cleopatra, era nota, ma chi ha potuto vederla l'ha immediatamente rimossa. Cleopatra con quel naso da pugile, il mento aguzzo, le labbra sottili, come una istitutrice sadica? Non sia mai. Cleopatra è un patrimonio dell'umanità, così come nessuno ci potrà mai togliere il piacere di immaginarci come vogliamo la Natascia di Guerra e pace, Madame Bovary o Giovanna d'Arco.
La Cleopatra saldamente insediata nell'immaginario collettivo non ha soltanto le fattezze di Liz Taylor, è figlia di tanti pittori orientalisti dell'Ottocento di gusto un po' corrivo, bravi illustratori più che pittori veri, che si sono scapricciati a raffigurarla seminuda fra ricchi tappeti, alle prese con l'aspide fatale in una stretta quasi languida, sicuramente ambigua. Se la deve essere sognata anche Flaubert, che di kitsch mediorientale se ne intendeva.
Tra i pochi dati certi è che fosse nera di capelli e scura di pelle; alcuni testimoni parlano, a smentire la moneta, di una bocca grande e ben modellata. Sappiamo che amava cospargersi di essenze di rose, e uscire per Alessandria abbigliata degli strumenti del potere, il bastone pastorale, il flagello, l'Ureo.
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Brutta? Tanto maggiore il merito di questa donna di progetti ambiziosi e vasti disegni, vera statista, che tutto era meno che una banale seduttrice. Aveva fatto ottimi studi con i migliori filosofi, scienziati e letterati dell'epoca nel Mouseion, l'istituto di studi avanzati, Princeton o Mit ellenistico che noi ancora aspettiamo e che con strabiliante lungimiranza i Tolomei avevano messo in piedi, a fianco della celeberrima biblioteca ricca di 700 mila rotoli. Capitale multiculturale che riusciva a far convivere genti e linguaggi diversi, Alessandria era la New York dell'epoca, e Cleopatra la sua star. Conosceva bene l'attico ateniese e il latino, poteva intrattenersi senza difficoltà con Etiopi, Trogloditi, Ebrei, Arabi, Siri e Parti, contrariamente ai suoi predecessori, che avevano dimenticato il greco e non parlavano nemmeno l'egizio. La sincera stima che possiamo nutrire per lei può fare a meno perfino delle discutibili verità dell'iconografia.


   15 febbraio 2007