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a cura di G.C. - 31 gennaio 2007
"Mio marito mi deve pubbliche scuse"
Lettera di Veronica Berlusconi a la Repubblica
Egregio Direttore,
con difficoltà vinco la riservatezza che ha contraddistinto il mio modo di essere nel corso dei 27 anni trascorsi accanto ad un uomo pubblico, imprenditore prima e politico illustre poi, qual è mio marito. Ho ritenuto che il mio ruolo dovesse essere circoscritto prevalentemente alla dimensione privata, con lo scopo di portare serenità ed equilibrio nella mia famiglia. Ho affrontato gli inevitabili contrasti e i momenti più dolorosi che un lungo rapporto coniugale comporta con rispetto e discrezione. Ora scrivo per esprimere la mia reazione alle affermazioni svolte da mio marito nel corso della cena di gala che ha seguito la consegna dei Telegatti, dove, rivolgendosi ad alcune delle signore presenti, si è lasciato andare a considerazioni per me inaccettabili: " ... se non fossi già sposato la sposerei subito" "con te andrei ovunque".
Sono affermazioni che interpreto come lesive della mia dignità, affermazioni che per l´età, il ruolo politico e sociale, il contesto familiare (due figli da un primo matrimonio e tre figli dal secondo) della persona da cui provengono, non possono essere ridotte a scherzose esternazioni. A mio marito ed all´uomo pubblico chiedo quindi pubbliche scuse, non avendone ricevute privatamente, e con l´occasione chiedo anche se, come il personaggio di Catherine Dunne, debba considerarmi "La metà di niente". Nel corso del rapporto con mio marito ho scelto di non lasciare spazio al conflitto coniugale, anche quando i suoi comportamenti ne hanno creato i presupposti. Questo per vari motivi: per la serietà e la convinzione con la quale mi sono accostata a un progetto familiare stabile, per la consapevolezza che, in parallelo alla modifica di alcuni equilibri di coppia che il tempo produce, è cresciuta la dimensione pubblica di mio marito, circostanza che ritengo debba incidere sulle scelte individuali, anche con il ridimensionamento, ove necessario, dei desideri personali. Ho sempre considerato le conseguenze che le mie eventuali prese di posizione avrebbero potuto generare a carico di mio marito nella sua dimensione extra familiare e le ricadute che avrebbero potuto esserci sui miei figli.
Questa linea di condotta incontra un unico limite, la mia dignità di donna che deve costituire anche un esempio per i propri figli, diverso in ragione della loro età e del loro sesso. Oggi nei confronti delle mie figlie femmine, ormai adulte, l´esempio di donna capace di tutelare la propria dignità nei rapporti con gli uomini assume un´importanza particolarmente pregnante, almeno tanto quanto l´esempio di madre capace di amore materno che mi dicono rappresento per loro; la difesa della mia dignità di donna ritengo possa aiutare mio figlio maschio a non dimenticare mai di porre tra i suoi valori fondamentali il rispetto per le donne, così che egli possa instaurare con loro rapporti sempre sani ed equilibrati.
RingraziandoLa per avermi consentito attraverso questo spazio di esprimere il mio pensiero, La saluto cordialmente.
Berlusconi non è un nuovo De Gaulle
Furio Colombo su l'Unità
Parlare del conflitto di interessi di Silvio Berlusconi, che è la vera unica e clamorosa distorsione della politica italiana rispetto al bene e al male di ogni altro Paese democratico, deve apparire ad alcuni una sorta di divieto implicito, una barriera insuperabile come quelle di cui ci parlano gli antropologi a proposito di incesto o di cannibalismo.
Non si può e basta.
E così, quando la politologa Donatella Campus sceglie di occuparsi di antipolitica e di personaggi che arrivano al potere sdegnando ogni percorso della politica tradizionale e nonostante e a dispetto di questo loro disprezzo per la politica tradizionale, giungono al vertice istituzionale di un paese democratico, individua tre straordinari personaggi contemporanei: De Gaulle, Reagan e Berlusconi.
Ma non è vero che tutti e tre hanno affidato la loro sorte e la loro fortuna politica al coraggio anticonformista e alla capacità di imporsi e fare presa nonostante la scelta di essere antipolitici. Infatti noi ricordiamo due di essi per avere cambiato la storia del loro Paese (De Gaulle, che affronta i colonnelli e fa finire la guerra d'Algeria) o la storia del mondo (Reagan, che pur avendo predicato "l'impero del male", appena vede i segni del cambiamento, contribuisce alla fine senza scontro e senza sangue della guerra fredda e, con Gorbaciov, ne è uno degli artefici).
Ma sappiamo benissimo che il terzo, Berlusconi, non solo non si è imposto a dispetto dei partiti, che anzi ha fondato o chiamato a raccolta ma, a bordo della sua immensa potenza mediatica, ha occupato da solo tutto il settore televisivo privato. E si è insediato nel settore televisivo pubblico, impegnandosi in nomine, licenziamenti e programmi.
È un dettaglio che fa saltare la tesi della Campus, che è come confrontare la bravura di un maratoneta con la velocità di Schumacher. Semplicemente non c'è gara, perché la gara è stata, ed è tuttora, truccata. Basti pensare alla violenza con cui anche adesso Berlusconi, l'antipolitico, sta cercando di mobilitare sia la piazza (ha annunciato cinque milioni di persone in piazza) sia la politica (ha detto: "In Parlamento non si troveranno complici per quella legge") nella sua campagna frenetica contro la proposta di modificare e limitare (ma soltanto un poco) la totale libertà d'azione, di trasmissione, di raccolta pubblicitaria del suo impero televisivo.
Tutto ciò basterebbe a smentire coloro che si affannano a dire che con la televisione non si vince, e mostrano come esempio le due sconfitte di Berlusconi. Dovrebbero anche spiegare come mai Berlusconi resti tenacemente aggrappato tanto alla politica quanto alla televisione, e come mai sia riuscito - durante l'ultima campagna elettorale - a ridurre drammaticamente il distacco con Prodi e l'Unione (distacco dovuto al suo pessimo governo) attraverso una frenetica e illegale occupazione di tempi televisivi. E dovrebbero spiegare perché un candidato presidenziale del calibro di Hillary Clinton abbia già accumulato un "tesoro di guerra" (nel linguaggio americano) di trecento milioni di dollari da spendere in televisione durante la prossima campagna elettorale. La Campus dunque sceglie di accostare Berlusconi e De Gaulle e a Reagan come il terzo "antipolitico" della storia contemporanea, dimenticando del tutto di accennare al "tabù" incestuoso del conflitto di interessi che gli consente di governare violando ogni decenza e ogni regola (fatto inesistente e comunque impossibile per gli altri due), ma senza che il fenomeno venga mai nominato. Certo non nel suo libro. Come i lettori de l'Unità sanno, io ho scelto di far notare questo fatto, sorprendente per una studiosa (sarebbe come non notare i tacchi o il trucco o il lifting di Berlusconi per chi si occupa di immagine e volesse accostare Berlusconi a Paul Newman) nell'editoriale di domenica su questo giornale.
Per dire: pensate a che punto è efficace quel conflitto. Garantisce il controllo totale della comunicazione televisiva. E tale controllo altera non solo il paesaggio e la percezione di tutti ma anche quello degli esperti che, per professione, devono notare le anomalie e le diversità. S'intende che Berlusconi intendeva apparire simile a De Gaulle e a Reagan. Truccando le comunicazioni, licenziando, zittendo, insultando, chiudendo bocche, spargendo intimidazioni o mettendo il silenziatore, ecco che ci è riuscito.
Trovo naturale che la mia tesi sia, come quella della Campus, discutibile. E infatti sul Corriere della Sera del 30 gennaio interviene Antonio Carioti che difende Donatella Campus con tre argomenti. Il primo è che "Donatella Campus si è limitata a confrontare il linguaggio e lo stile dei tre leader". Ma è difficile parlare di "linguaggio" e "stile" di Berlusconi senza fare riferimento alle scelte mediatiche (e al potere mediatico esclusivamente suo, e paragonabile con nessun altro) di cui ha scelto di valersi.
Il secondo è che la Campus si è limitata a dire di Berlusconi che "da uomo della strada ha modernizzato la politica italiana rendendola stabilmente bipolare".
Difficile immaginare la "modernizzazione" di un Capo del governo che opera dentro le aziende pubbliche e private licenziando chi non favorisce i suoi interessi, da Enzo Biagi (Rai) a Ferruccio de Bortoli (Corriere della Sera) e passa il tempo a far trasmettere notizie senza riferimento alla realtà e dirette esclusivamente all'autocelebrazione, come il "ruolo speciale" che lui diceva di avere restituito all'Italia. Difficile definire "uomo della strada" il quattordicesimo uomo più ricco del mondo.
E poi sentite questa: "Berlusconi non ha mai usato il video per annunciare, spiegare e promuovere le politiche del suo governo. Se mai, durante la scorsa campagna elettorale, prima che scattasse la par condicio, ha preferito partecipare a diversi programmi di intrattenimento dove ha parlato della sua vita privata e delle sue passioni sportive e musicali".
Come vedete il tabù funziona, implacabile. Persino due persone informate dei fatti scelgono di alterarli non solo per non parlare del conflitto di interessi e del dominio delle comunicazioni. Ma anche per dimenticarsi del "contratto con gli italiani" (passioni sportive o musicali?) o degli insulti al deputato Schultz tagliati non da un programma di intrattenimento ma dal Tg1, nella speranza cancellare la più brutta figura del decennio europeo.
Resta invece una domanda: visto che fermezza e dignità giornalistica non intaccano una reputazione (e non l'hanno intaccata), restiamo con una macchia in sospeso. Non dovrebbe toccare l'enorme anomalia del conflitto di interessi e del silenzio che grava tuttora su di esso?
Pacs, la Cei boccia l'appello di Napolitano
Redazione de la Repubblica
ROMA - Una legge sulle coppie di fatto "è superflua", e i vescovi ricordano che "di fronte alle accuse di indebita ingerenza nell'attività legislativa, anche per ciò che concerne il riconoscimento giuridico delle unioni di fatto, al riguardo la Chiesa non può rimanere indifferente e silenziosa". Affermazioni che da un lato rinnovano gli appelli alla sintesi da parte del presidente del Consiglio Romano Prodi, ma dall'altro suscitano anche un certo malumore del segretario dei ds Piero Fassino, che si dice "sorpreso e colpito".
I vescovi non arretrano. La Cei ribadisce la propria posizione all'indomani delle parole del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, che da Madrid ha pronunciato l'auspicio a "una sintesi" che, sulle coppie di fatto, tenga conto "delle preoccupazioni del Papa e delle alte gerarchie della Chiesa". I vescovi sostengono di aver apprezzato l'intervento del capo dello Stato, perché "la sintesi si fa nel rispetto delle identità - precisa monsignor Giuseppe Betori - altrimenti diventa un compromesso o una medazione". Ma detto questo, nessun arretramento: "Se la legge passa, non potremo rimanere inerti".
"Nessuna trattativa in corso". Secondo Betori, non mancano "sfumature" all'interno dei vescovi, "ma c'è fondamentale unità sul 'no' a qualunque riconoscimento giuridico alle coppie di fatto". Né ci sono, sottolinea, "trattative o contatti specifici con il mondo politico, ovviamente il dialogo è costante con le persone che appartengono alla vita pubblica, ma non c'è alcuna trattativa su questi temi".
La Santa Sede smussa. Posizioni che in serata il Vaticano ha ammorbidito, sottolineando per bocca del portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, soprattutto la valenza positiva dell'appello di Napolitano. "L'intervento del Presidente - ha spiegato - è certamente molto apprezzabile: dimostra la grande attenzione per le posizioni del Santo Padre da lui già più volte manifestata, e incoraggia ad un atteggiamento di dialogo e di rispetto che non è sempre presente nell'attuale dibattito politico". "Rimane da vedere - ha però avvisato padre Lombardi - come possa essere trovata nel dialogo la auspicata sintesi, coinvolgendo le diverse componenti della comunità politica e sociale italiana, e in modo che le posizioni manifestate dalle autorità della Chiesa in Italia siano tenute nel conto dovuto".
"Fare diga". Quello che preoccupa la Chiesa, è che "nessun diritto può costituire il fondamento di una figura giuridica", e "questo differenzia la posizione dei cattolici sulle unioni civili. Prima di parlare di referendum o altre reazioni aspettiamo a vedere il testo che sarà proposto. Fare diga si può in tanti modi, davanti al pericolo che si profila davanti a noi".
Prodi per il dialogo. Intanto Prodi commenta l'appello al dialogo con le gerarchie ecclesiastiche lanciato da Napolitano, dice di essersi sempre posto, "fino in fondo, il problema di dialogare con la Chiesa e di tener conto dei suoi timori sulla vicenda delle coppie di fatto", e assicura che sulla questione dei Pacs ascolterà il Papa.
Marini in difesa dei diritti. Questo però secondo il presidente del Senato Franco Marini non può significare rinunciare a legiferare perché occorre "imporre con forza la necessità di dare risposte ai diritti essenziali delle persone, che non possono essere discriminati", in quanto si tratta di "un fatto di civiltà per il nostro paese". "Peraltro - ha detto ancora - mi sembra che il lavoro che stanno facendo i ministri Bindi e Pollastrini è un lavoro serio che tiene conto della concezione della famiglia nella nostra costituzione". Secondo il presidente del Senato è infatti necessario che "l'ipotesi a cui si lavora sia concettualmente lontana dai pacs e dai simil matrimoni".
Bertinotti chiede garanzie. Sulle coppie di fatto "semplicemente chiedo una soglia minima di garanzia per tutti e quindi ugualmente rispettosa": lo dice il presidente della Camera, Fausto Bertinotti, che, quanto ai pacs, sostiene: "Non capisco davvero come si possa obiettare, dal punto di vista del riconoscimento delle culture di diritto che sembrano essere universalmente riconosciute, sul fatto che delle persone che vivono in unioni diverse dal matrimonio, ma consolidate dalla loro scelta affettiva indipendentemente dal genere e dalla vocazione sessuale, non debbano avere dei diritti che hanno a che fare precisamente con il consolidamento di questa unione".
Malumori laici. "Non credo che il dialogo con la Chiesa, che certamente deve esserci possa essere confuso con il divieto per il Parlamento italiano di fare buone legge civile. Le autorità ecclesiastiche non hanno alcun diritto di proibire allo Stato di avere buone leggi civili", osserva il segretario dello Sdi, Enrico Boselli, mentre Alfonso Pecoraro Scanio è certo che "la legge si farà, è scritto nel programma, non c'è alcun pericolo per la famiglia, lo si vede negli Stati dove c'è già una legislazione per le unioni di fatto, i conviventi sono tutelati e la famiglia pure".
Il dogma e il buon senso
Antonio Padellaro su l'Unità
In molti, sbagliando, ci hanno ricamato sopra ma sulle coppie di fatto Giorgio Napolitano, a Madrid, ha voluto dire esattamente quello che ha detto. Che, cioè, su una questione tanto delicata sarebbe auspicabile l'intesa tra laici e cattolici. Chiamiamola moral suasion, chiamiamolo buon senso ma quale altra risposta avrebbe potuto dare ai giornalisti un presidente della Repubblica sempre così convinto della necessità del dialogo e dell'ascolto? E a maggior ragione quando nel confronto tra sensibilità diverse c'è da tutelare, non il Vaticano, ma i credenti in quanto tali e tra essi, come egli ha precisato "la componente di storica ispirazione cattolica" all'interno dello stesso centrosinistra.
Però, per ricercare soluzioni condivise, evitando di innalzare nuovi anacronistici steccati bisognerebbe essere in due. Cosa che non è, avendo la Cei, per bocca del segretario Giuseppe Betori, subito ribadito in forma, possiamo dirlo?, dogmatica il no e poi no a una legge sui Pacs. No, si badi bene, contro una legge dello Stato italiano suscitando la non gradevole impressione di una nuova invasione di campo come diretta risposta al gesto distensivo del capo dello Stato italiano. Impressione fortunatamente corretta in extremis dall'apprezzamento per le parole di Napolitano espresso dal portavoce della Santa Sede, che se salva la forma temiamo lasci inalterata la sostanza.
La domanda a questo punto riguarda lo spazio eventualmente rimasto per evitare "l'inopportuna e aspra conflittualità" (il ds Fassino) tenendo conto che sono in gioco "i diritti delle persone che non possono essere discriminate" (il cattolico Marini). Nessuno, evidentemente, può pretendere che la Chiesa rinunci ai suoi valori. Così come, altrettanto evidentemente la Chiesa non può pretendere di definire i valori ai quali lo Stato e i suoi cittadini dovrebbero attenersi.
Tv, il tetto che scotta
Ferdinando Targetti su l'Unità del 30.01
La proposta di legge della riforma delle televisioni del ministro Gentiloni pone un tetto alla raccolta pubblicitaria massima da parte di un gruppo televisivo.
Il presidente dell'Antitrust Antonio Catricalà ha espresso un'opinione contraria, asserendo che un tetto alla raccolta pubblicitaria di Mediaset avrebbe inibito le possibilità di sviluppo dell'impresa. Non so quali siano le motivazioni del Presidente dell'Antitrust.
Ma penso che la sua tesi ricalchi quella posizione che vede la difesa della concorrenza nel contrasto alla creazione di cartelli, intese, collusioni più o meno tacite e nel contrastare norme che privilegiano alcune imprese pubbliche o private a danno di altre. Questa impostazione non contempla la prefissazione di quote di mercato per legge come garanzia di concorrenza; queste vengono viste solo come un vincolo alla fisiologica espansione di impresa. Tutto ciò ha un suo fondamento logico, che tuttavia non sempre è condivisibile.
La Tv che conosciamo si basa sulla tecnologia analogica, che consente di trasmettere, su ogni rete, un solo programma (o canale). Nell'etere c'è un limitato numero di frequenze. Sulla base dell'occupazione di fatto dello spettro delle frequenze il numero massimo di reti televisive nazionali (e di canali in tecnologia analogica) è tra dieci e dodici. Rai e Mediaset, occupano l'80% delle frequenze nazionali. Con la trasformazione tecnologica dall'analogico al digitale su una stessa rete anziché un solo canale ne potranno passare circa cinque. Con questa trasformazione tecnologica c'è spazio per ben oltre cinquanta canali. La trasformazione dall'analogico al digitale richiede molto più tempo di quanto non fosse previsto all'epoca della Legge Gasparri e occorre quindi evitare da subito il trasferimento dell'attuale duopolio dall'analogico al digitale. Con il passaggio al digitale terrestre, Mediaset verrebbe a disporre di tre reti e quindi di quindici canali circa, replicando l'attuale assetto del mercato. L'obbligo di alienare dei canali previsto dalla Gasparri non sarebbe stato sufficiente per porla sul piede di parità con i concorrenti potenziali.
La primavera scorsa Michele Grillo e chi scrive avevano sostenuto l'opportunità di consentire ad ogni operatore di avere non più di una rete, con il risultato di una ampia pluralità (almeno 10) di operatori, tutti verticalmente integrati, ciascuno dei quali disporrebbe di almeno cinque canali. In tal caso le società sarebbero tutte in uguale situazione concorrenziale perché sarebbero tutte egualmente verticalmente integrate.
Nel lungo periodo con le trasformazioni tecnologiche ulteriori in atto tutti gli assetti penso che saranno sconvolti dall'ingresso sull'attuale mercato tv delle compagnie di telefonia. Infatti nei sistemi Unicast o "peer to peer" il segnale tv non arriva più via etere, attraverso le antenne, ma arriva via cavo internet. Questi sistemi mettono l'utente, attraverso l'uso della Tv o del Pc, in grado di interagire con l'emittente e consultarne l'archivio, vedere film o telegiornale registrato o qualsiasi altra cosa e nello stesso tempo navigare in Internet.
Nel medio periodo quello delineato sarebbe un assetto concorrenziale che metterebbe le imprese sullo stesso piano senza bisogno di tetti. Un problema concorrenziale invece sussiste nel breve periodo nel quale gli operatori non sono in condizioni di parità e questa condizione di disparità non è data solo dal numero di canali, ma dalla pubblicità e dall'impossibilità di superare la segmentazione dei mercati tra canali gratuiti e canali a pagamento.
Non è vero, come sostiene Mediaset, che esiste un unico mercato in cui chi offre canali a pagamento è in concorrenza con chi offre canali gratuiti. La stessa Agcom, in una sua indagine conoscitiva, ha dimostrato come le possibilità di concorrenza tra queste due "piattaforme" siano molto limitate. Le emittenti a pagamento "scremano il mercato" dei consumatori disposti a pagare per vedere le trasmissioni di un canale; gli altri consumatori, disposti, pur di non pagare, a sorbirsi le interruzioni pubblicitarie, sono "catturati" dalle emittenti che offrono trasmissioni gratuite. La moltiplicazione delle imprese a pagamento non intacca il grado di oligopolio sull'offerta pubblicitaria del segmento di Tv gratuita.
A regime, qualora gli operatori di mercato fossero su un piede di parità secondo uno schema tipo quello descritto, i tetti di pubblicità potrebbero essere rimossi, perché la concorrenza sarebbe tra eguali e quindi sarebbe corretta la posizione di Catricalà e consentire che un operatore abbia una quota della raccolta pubblicitaria anche molto maggiore di altri, se questo è frutto di programmi che ottengono maggiori quote di ascolto.
Nella fase di transizione invece, in cui Mediaset ha il 65% della pubblicità nazionale televisiva, il SIC, inventato dalla Gasparri ed eliminato dalla Gentiloni, è un escamotage privo di efficacia, perché i mercati sono segmentati e quindi, anche se si moltiplicano i canali a pagamento, Mediaset-Pubblitalia continua ad avere una posizione dominante sul mercato di riferimento. Quindi per intervenire su tale posizione dominante, può essere opportuno introdurre, tetti antitrust come previsto dal ministro Gentiloni.
Brutta, sporca e volgare
Le promesse tradite della tivù spazzatura
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
"Distraction" aveva assicurato una comicità alla Stanlio e Ollio. E invece...
"Qual è la prima persona singolare dell'indicativo presente del verbo cessare? "Cesso!". "Bravoooo!" Era proprio entusiasta, l'altra sera, Enrico Papi. Deciso a dedicare la vita a smentire l'aggettivo che gli fu appiccicato da Franca Ciampi, che l'aveva bollato come "un cretino" per le spiritosaggini volgarotte in diretta da Sanremo che avevano indignato gli italiani d'Argentina, il bullo di Italia 1 ha dato davvero, con l'ultima puntata di "Distraction", il meglio di sé.
Riassunto per chi non l'ha vista. Tre concorrenti insozzati al punto di sembrare usciti da una porcilaia della bassa padana si sfidavano in un quiz demenziale con domande come quella su citata o giocate su doppi sensi da caserma, stando chiusi non dentro tre cabine ma tre gabinetti, con le braghe calate che si vedevano sotto le porte e loro seduti sulle tazze col presentatore che non stava nella pelle e ridacchiava cose tipo: "Ce la fai? Te la tieni?". Seguiva un gioco in cui i tre spiritati, inforcati occhiali dalle lenti spessissime che facevano loro vedere tutto sfocato, dovevano recuperare ciascuno la propria coccarda adesiva appiccicata sul corpo di una ventina di uomini e donne completamente nudi e sbattevano qua e là palpeggiando poppe e natiche, schiene e cosce di questi sventurati esibizionisti che pur di andare in televisione sono disposti a tutto. Anche a togliersi pancere, reggipetti e mutande esponendosi per tutta la vita alle risate dei vicini: "Ustia, Giuann! Che bele ciapp!". Il tutto in attesa del gran finale, dove il vincitore poteva portarsi a casa una macchina luccicante ma solo se fosse riuscito a rispondere esattamente a una serie di quiz (roba fine: "Escluso Paperino, mi dica i nomi di sei paperi"), a evitare che gli altri concorrenti gliela sfasciassero con mazze e incudini. Il tutto nella più strafottente indifferenza verso l'Autority che aveva censurato già queste cose per i "possibili effetti negativi di emulazione per i ragazzi". Era stata appena celebrata la Giornata della Memoria. Di cui è probabile che Enrico Papi sia del tutto ignaro. In soccorso della memoria sua, gli ricordiamo quanto aveva detto rispondendo alla moglie dell'allora capo dello Stato che l'aveva accusato di "volgarità" e aveva detto che lei e Carlo Azeglio, davanti a certe trasmissioni che "imbastardiscono" spegnevano la tivù. Disse: "Sono profondamente offeso. La mia non è tivù spazzatura. Non dico mai parolacce e, anche nella vita privata, essendo un uomo felicemente sposato e padre di una bimba, esalto sempre i valori della famiglia".
Val la pena di ricordargli ciò che aveva giurato venti giorni fa: ""Distraction" sarà adatto ad adulti e bambini e pertanto ho voluto eliminare il gioco in cui i concorrenti venivano circondati da persone nude. E poi non si farà ironia con i doppi sensi, come avveniva l'anno scorso. Il mio show avrà una comicità semplice e diretta, come quella di Stanlio e Ollio". Sic.
Più ancora che al coatto-showman, però, val la pena di ricordare a Piersilvio Berlusconi le promesse intorno a una tivù di qualità, a Fedele Confalonieri il fastidio con cui bollò le critiche sulla volgarità da parte di Amato come "sorprendentemente bigotte" e al Cavaliere, che di Mediaset è il fondatore, ciò che disse un giorno difendendo il suo impero: "Le mie televisioni non hanno nulla da imparare dalla televisione pubblica in fatto di moralità. I nostri valori sono sempre stati chiari. Io per primo glosso gli interventi di Giovanni Paolo II". Glossa, lui. Faccia gli scongiuri che Ratzinger, l'altra sera, non facesse zapping davanti alla tivù.
Legge elettorale, asse Veltroni-Fini
Monica Guerzoni sul Corriere della Sera
ROMA "Walter Veltroni è qui nella sua versione di leader e non in quella di sindaco", azzarda Gianni Alemanno nel dare la parola al primo cittadino di Roma. E l'ex vicepremier, deciso a negare con enfasi ogni ambizione personale: "No, no... Sono qui da sindaco e spiegherò perché". Sindaco sì, ma d'Italia. È questo il sogno non più nascosto di Veltroni e Gianfranco Fini, questa la formula che sigilla il patto tra gli aspiranti "delfini" di Prodi e Berlusconi, che insieme, complice l'ex ministro dell'Agricoltura, hanno dato il via alla corsa per cambiare la legge elettorale e "ritoccare" la Costituzione.
L'obiettivo dichiarato è rafforzare (e non minare) il bipolarismo, che a sentir Fini è "il valore da difendere", ma oltre all'intento di riformare una legge che non garantisce stabilità trapela l'ansia di stoppare disegni neocentristi che potrebbero mandare in fumo le rispettive aspirazioni.
La sala del Residence di Ripetta è gremita, c'è grande attesa per la tavola rotonda promossa da Alemanno, presidente della Fondazione Nuova Italia, la stampa ne ha parlato come del via alla sfida per il 2011 e così Fini ha portato Matteoli, Buontempo, Gramazio, Veltroni invece solo i ragazzi del suo staff. L'ex ministro dell'Agricoltura giura che "non è il tavolo degli inciuci o dei saranno famosi", dice che Fini e Veltroni non hanno bisogno "di un pacs per autopromuoversi", il sindaco si gira verso il leader di An e sta al gioco: "Siamo una coppia di fatto...". Anche Fini ride, ma torna subito serioso. D'altronde non dev'essere comodo per lui, nel giorno in cui Berlusconi smentisce la presunta investitura, l'abito dell'aspirante leader. E l'imbarazzo, a quanto pare, è comune. Tanto che i due, chinandosi dietro Alemanno, concordano "un'uscita separati ".
Tre ore e mezza di dibattito e il dialogo tra i Poli è aperto. Il ruolo dell'arbitro spetta a Vannino Chiti, di cui è nota la preoccupazione che il referendum possa terremotare il governo. E se l'intesa salterà fuori, i referendari ritardino il via alla raccolta delle firme. "Il movimento ne prenda atto", è l'appello di Veltroni. L'ex ministro dei Beni culturali spinge per il sistema comunale, che ha dato ai sindaci "gli strumenti per poter decidere". E Fini annuisce. "Non è virtuoso un Paese in cui partiti del 2% siano arbitri della legislatura", ammonisce il sindaco forse pensando al potere di veto di Mastella sui Pacs. E Fini, di nuovo, piega vistosamente il capo. "I rischi ancora Veltroni non vengono da un eccesso di potere, ma da un eccesso di frammentazione". Lo pensa anche il leader di An: "Voler rafforzare i poteri del premier non è un tentativo autoritario".
Fini non esclude che "si riesca a fare una buona riforma", ma mette in guardia Berlusconi e pure Prodi.
"Se qualcuno usa il potere di interdizione arriva il referendum". E c'è un'altra condizione che Fini pone all'Unione: "Niente vincolo di maggioranza. E non è un colpo basso".
D'amore e d'accordo anche sul "restyling" della Costituzione proposto da Chiti, con grave sdegno di Beppe Pisanu. "Ritocchi mirati" li chiamano i "delfini", salvo poi proporre all'unisono riforme sostanziali, come il potere al premier di nominare e revocare i ministri. Ma c'è un punto sul quale per poco non si rischia l'incidente. "Fini ha tolto di mezzo la pregiudiziale contro il doppio turno", suggerisce Veltroni ai cronisti. Tempo un'ora e da An arriva la smentita: "Confondere la speranza con la realtà è poco serio". Come è poco serio, ma questo lo ha detto Veltroni, continuare a scrivere che lui sia in corsa per Palazzo Chigi. "Non mi riguarda. Chissà, forse riguarda Gianfranco Fini...".
Partito democratico tra laici e cattolici
Pietro Scoppola su la Repubblica
II dibattito sul partito democratico non è esaltante, ma soprattutto è squilibrato a sinistra: forse non è esaltante proprio perché squilibrato. Sembra, in una parola, che la nascita del nuovo soggetto sia un problema interno alla sinistra italiana, destinato a misurarsi e a logorarsi nella interminabile scia di polemiche, di fratture, di rancori che caratterizzano la sua storia. Ma chi ha un poco di memoria ricorda bene che l´idea del partito democratico, sul ceppo della intuizione dell´Ulivo, non è nata affatto così e che insomma l´Ulivo e il partito democratico non sono un problema interno alla sinistra italiana.
E nemmeno possono ridursi ad un espediente per sorreggere e congelare uno schema bipolare sempre più debole e incerto.
Ricordo un motivo spesso ripetuto alle origini: l´Ulivo da un lato è destinato a portare al superamento della unità politica dei cattolici, che la Dc ha bene o male espresso, e dall´altro al superamento del mito, mai peraltro realizzato, della unità della sinistra. Ci si rendeva conto che un largo schieramento riformatore in Italia doveva fare i conti con la sua storia; che non c´erano in Italia le condizioni perché gli eredi della Dc assumessero il ruolo dei moderati e che a sinistra non vi erano titoli sufficienti per far la parte dei riformatori. La sconfitta nel ´94 della "gioiosa macchina da guerra" di Occhetto, dopo i ripetuti successi nelle amministrative, fu rivelatrice di una realtà profonda del Paese: della esistenza di una mentalità se non di una cultura di destra che i democristiani avevano utilizzato ma non assorbito e riscattato. Di qui l´idea di un ripensamento alla grande, con l´ambizione di fare della specificità italiana una occasione per l´Europa, per rimettere in discussione schieramenti obsoleti. Lo Stato era in affanno non solo in Italia: la crisi dello Stato nel paese delle cento città apriva prospettive di interesse generale. Occorrerebbe un libro e non un articolo per ricostruire quel clima di riflessioni, di idee, di dibattiti che ipotizzavano, sì, il coinvolgimento della sinistra italiana ma non una "cosa di sinistra", giudicata assolutamente incapace di far fronte in Italia alla sfida di una destra, povera di cultura, ma radicata negli strati profondi della società.
Perché il quadro si è progressivamente ristretto e siamo sostanzialmente tornati alla "cosa di sinistra"? Lascio aperta la domanda e provo a guardare al partito democratico, ai contenuti, ai valori cui esso si richiama, non da sinistra ma, vorrei dire, da quel punto di vista più comprensivo legato alle sue origini.
Naturalmente i temi sono innumerevoli. Ne assumo due che mi sembrano emergenti e quasi simbolici. Il primo è la sfida di fondo che il partito democratico deve affrontare: la crisi del modello sociale continentale europeo, in altri termini la crisi del welfare quale è stato costruito, nel secondo dopoguerra, dall´azione dialettica ma alla fine convergente di partiti socialdemocratici e democratici cristiani. Questa sfida che in Europa è stata assunta per lo più dai partiti conservatori è stata fatta propria in Italia dalle forze che più avevano contribuito a dar vita a quel modello sociale, dall´Ulivo appunto, ed oggi è un elemento caratterizzante del Partito democratico.
Ma il successo della non facile operazione è legato naturalmente alla condizione che ci si liberi da un lato da tutto il clientelismo che ha caratterizzato la stagione del potere Dc e dall´altro da quella cultura e mentalità statalista, classista e vetero sindacale che più ha contribuito ad irrigidire il modello sociale continentale europeo e che più lo rende fragile di fronte alla sfida della globalizzazione, per valorizzare invece innesti culturali nuovi in aperta rottura rispetto al passato.
Ma ecco invece che buona parte della discussione sul partito democratico si concentra e si spende sul tema della futura collocazione del partito democratico nel partito socialista europeo e che di fronte a questa ipotesi anche la componente centrista del nuovo partito, la Margherita, scende a patti e mostra la sua debolezza.
Sia chiaro: nessuno immagina che un partito democratico che nasca in Italia possa prescindere dal travaglio della socialdemocrazia europea, non entrare in rapporto con essa; ma si dovrebbe escludere, se si vuole dare un contributo alla stessa socialdemocrazia europea e al suo progresso, una sorta di identificazione preventiva che offuscherebbe in radice la novità di quanto con il partito democratico si vuol fare. Le parole sono pietre e la parola socialdemocratico ha un peso e una inerzia che la lega irrimediabilmente al passato.
All´altro estremo dei temi in discussione vedo un problema che contribuisce in maniera equivoca e impropria a distorcere verso sinistra l´immagine del partito democratico: il tema dei così detti nuovi diritti con tutte le implicazioni che hanno con i temi eticamente sensibili.
Bisogna essere chiari: nessun partito democratico potrà nascere accentuando la frattura fra laici e cattolici su questi temi, come oggi invece sta avvenendo, quasi che una dose di laicismo e magari di anticlericalismo in più possa compensare la mancanza di chiarezza e di idee sulla identità di fondo del partito.
E´ vero che le richieste della Chiesa si sono fatte più pressanti su molti temi e che assumono talvolta i caratteri di esplicite direttive al legislatore più che un richiamo ai valori in gioco; è vero che il Tevere si è fatto stretto al punto che si sentono di qua distintamente le voci dell´altra parte che discutono degli stessi temi politici di cui si discute da questa parte del fiume. La Chiesa non ha più un soggetto politico di riferimento e interviene in prima persona. Sappiamo queste cose.
Ma proprio perché la situazione è così delicata si vorrebbe un di più di chiarezza e di saggezza. Non ha molto senso contestare il diritto della Chiesa di esprimersi su temi che essa giudica di rilievo morale: il sistema dei rapporti così come si è venuto storicamente configurando nel nostro Paese non prevede una competenza sulle competenze che possa dirimere eventuali conflitti. Avrebbe molto senso invece che cattolici adulti assumessero essi il compito di approfondire e discutere l´apparato concettuale sul quale gli interventi della Chiesa si fondano. E´ una vecchia questione che ha secoli di storia alle spalle. Il magistero della Chiesa dichiara spesso di volersi richiamare, nei suoi interventi su questioni morali, alla ragione e al diritto naturale più che ai dati di fede, ma al tempo stesso rivendica una sorta di privilegio e di garanzia della migliore e più corretta interpretazione del diritto naturale. Difficilmente potrà stabilirsi un dialogo fra un magistero che si presenta come interprete e garante di una ragione oggettiva e le molteplici e spesso contraddittorie "ragioni" che la storia trascina e accumula nel suo corso. Una ragione oggettiva, una verità proclamata che non si lascia coinvolgere nelle mille contraddizioni della vita quotidiana delle donne e degli uomini, resta chiusa in se stessa e alla fine infeconda.
Per stabilire un dialogo la parte laica dovrebbe rinunciare a sua volta alla pretesa si essere l´unica e più autorizzata interprete dei nuovi diritti e della modernità che li esprime, quando è invece sotto gli occhi di tutti che il terreno su cui questi nuovi diritti si alimentano è carico della ambiguità di un incerto rapporto fra rivendicazione di diritti e assunzioni di responsabilità.
Ma così il partito democratico rischia di non fare molta strada: non c´è possibile partito democratico in Italia senza un profondo coinvolgimento di popolo di sinistra, ma non c´è partito democratico senza un altrettanto profondo coinvolgimento di popolo cattolico.
Perche' affidare le reti ai privati
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
Il Fondo per le infrastrutture creato due settimane fa dal governo e da alcune grandi banche solleva molte perplessità; e non solo per le modalità con cui esso è stato attuato, in sordina, senza alcuna discussione pubblica. Il vero problema è che si tratta di un progetto vecchio, dal quale traspare un'evidente difficoltà a comprendere come funziona un'economia moderna. Una visione in cui non c'è spazio per autorità indipendenti e si pensa che l'unico modo per regolare le grandi reti (luce, gas, telefoni) sia nazionalizzarle, come fece il primo governo di centrosinistra creando l'Enel nel 1963.
Le reti non sono strutture amorfe da affidare ad amministratori scelti dalla politica. Sono aziende che richiedono capacità imprenditoriale. Chi pensa che non si possano affidare le reti ad azionisti privati, dovrebbe visitare i siti di National Grid, la più grande società privata al mondo che possiede reti elettriche e del gas, e di Ofgem, il regolatore britannico. Sorprende che i presidenti dell'Antitrust e della Consob sembrino non conoscere queste realtà e sostengano che la separazione di Snam Rete Gas dall'Eni non sia urgente. Se non conoscessi Antonio Catricalà mi sorgerebbe il dubbio che si tratti di un tipico caso di cattura del regolatore da parte dell'impresa regolata. Quanto al presidente della Consob, Lamberto Cardia, la concorrenza del mercato dell'energia non mi sembra materia di sua competenza.
L'idea che l'economia necessiti di istituzioni in cui Stato e grandi banche collaborano sotto la regia del governo era innovativa negli anni Trenta e nell'immediato dopoguerra, quando eravamo un Paese povero e arretrato. Fu questo il contributo lungimirante di persone illustri e non ripetibili, come Alberto Beneduce, Donato Menichella, Raffaele Mattioli, Enrico Cuccia.
Da allora è trascorso più di mezzo secolo.
Negli anni Cinquanta e Sessanta l'Italia come più tardi Giappone e Corea del Sud è cresciuta adottando tecnologie note e il più delle volte sviluppate negli Stati Uniti: acciaio, automobili, elettrodomestici. In questa fase, in cui erano necessari grandi investimenti con rendimenti differiti nel tempo, serviva stabilità, quindi relazioni a lungo termine tra industriali e banchieri, assetti proprietari duraturi, basso avvicendamento dei manager, tutte caratteristiche di un sistema finanziario imperniato su grandi banche. Una forte presenza dello Stato nell'economia non era un ostacolo: la nostra crescita degli anni Sessanta deve molto all'Iri che controllava buona parte dell'industria e molte delle maggiori banche, e che ha prodotto una generazione di manager eccellenti.
Ma quando un Paese raggiunge la frontiera della tecnologia, l'innovazione diventa il fattore critico per la crescita. E poiché sono soprattutto le imprese nuove che innovano è necessaria molta "distruzione creativa", cioè un ambiente in cui le vecchie aziende chiudono i battenti e nuove le sostituiscono, in cui la proprietà è contendibile, anche quella delle banche.
La stabilità degli assetti proprietari e le relazioni di lunga durata tra industriali e banchieri egemoni diventano un ostacolo. Come pure la "politica industriale" e una presenza attiva dello Stato nell'economia, perché i manager pubblici possono essere bravissimi a costruire altoforni, ma non inventeranno mai Skype o una compagnia low cost.
Cambiare le istituzioni è difficile. E se un Paese non ci riesce la crescita si interrompe: questo è il vero motivo per cui da anni il Giappone non cresce più. In Italia il fallimento dell'Iri e gli effetti di Tangentopoli hanno favorito il cambiamento.
Davvero vogliamo tornare indietro? Tre anni fa Giulio Tremonti pensava che l'unico modo per salvare la Fiat fosse farvi intervenire la Cassa depositi e prestiti: fortunatamente non lo ha fatto. Da allora sono uscite anche la banche e l'azienda non è mai stata tanto solida.
31 gennaio 2007