
sulla stampa
a cura di G.C. - 30 gennaio 2007
Una mediazione che blinda la legge
Massimo Franco sul Corriere della Sera
L e parole sulle unioni di fatto, pronunciate ieri da Giorgio Napolitano nella Spagna del premier anticlericale Zapatero, possono sembrare quelle di un "papalino" di complemento. In realtà, si prestano ad una doppia lettura. L'accenno ad una legge italiana che tenga conto "delle preoccupazioni espresse dal Pontefice e dalle alte gerarchie della Chiesa" è una mano tesa al Vaticano. Di più: sembra voler impegnare il centrosinistra non alla soluzione ideologica voluta dall'ala radicale. E propugna "una sintesi nel dialogo con la Chiesa": sebbene la sintesi finora sia impossibile, perché le posizioni continuano a rimanere distanti.
Da questo punto di vista, l'esternazione riduce drasticamente i margini di manovra dell'Unione. La costringe ad un metodo che farebbe apparire zoppa qualunque soluzione non accettata da Benedetto XVI e dalla Cei. E finisce per additare un provvedimento concordato. Il silenzio del centrosinistra lascia intuire l'imbarazzo, se non l'irritazione di chi giudica la Chiesa invadente e retriva; e dunque considera l'intervento presidenziale con perplessità.
Ma l'iniziativa di Napolitano non appare in contraddizione con quanto sostiene da quando è al Quirinale: a cominciare dall'esigenza di una collaborazione fra Stato e Santa Sede, teorizzata nell'incontro in Vaticano col Papa alla fine del 2006. E dà per scontato che si faccia una legge sulle unioni civili: un atteggiamento che probabilmente non scatenerà applausi oltre Tevere. È noto che le gerarchie non vorrebbero nessuna normativa. Ad una seconda lettura, dunque, il discorso fa registrare una potenziale distanza dai vescovi.
Per la Cei, il Paese non sente il bisogno di una regolamentazione delle coppie di fatto. E teme che un'Unione condizionata dall'estrema sinistra approvi un provvedimento tale da scardinare la famiglia tradizionale. L'invito al dialogo rivolto da Napolitano al governo tende invece ad una mediazione. Punta ad un compromesso che non urti la suscettibilità di nessuno.
Non per nulla Silvio Berlusconi abbraccia le posizioni della Chiesa, e nel centrodestra c'è chi critica Napolitano. Seppure attento alle ragioni del Vaticano, Romano Prodi glissa: sa che nell'Unione l'ortodossia cattolica è minoritaria. Il nulla di fatto fra i ministri Bindi, della Margherita, e la diessina Pollastrini per arrivare ad un testo comune, è indicativo: così come il "no" alla legge del ministro Mastella, ligio alle direttive vaticane. Nelle incognite che l'Osservatore romano intravede, si indovina la speranza di un rinvio all'infinito: epilogo improbabile, ma da non escludere.
I limiti del dialogo
Miriam Mafai su la Repubblica
Da sempre la buona politica si basa sul dialogo, ha affermato ieri a Madrid il nostro presidente della Repubblica, rispondendo a chi gli chiedeva un giudizio sulla controversa questione delle "unioni civili". E, come esempio positivo di dialogo ricordava l´approvazione dell´art. 7 della nostra Costituzione che venne votato, a suo tempo anche dal Partito comunista.
Un articolo che, lo ricordiamo, afferma che "lo Stato e la Chiesa Cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani".
Indipendenti e sovrani. Ognuno nel proprio ambito. È quello che aveva voluto ricordare il nostro Presidente nell´incontro con il Pontefice del novembre scorso. "Ci sono scelte" aveva detto alla fine dell´incontro, "che appartengono alla sfera e alla responsabilità autonoma della politica". Una affermazione alla quale il Pontefice aveva risposto affermando: "La Chiesa non è e non intende essere un agente politico".
Se alcune più recenti affermazioni del cardinal Ruini e di altri autorevoli esponenti del Vaticano rendono legittimo il sospetto che la Chiesa intenda, contrariamente a quanto affermato in quella sede, intervenire direttamente nel processo legislativo attraverso una pressione costante su una parte del nostro personale politico, nulla fa pensare che il presidente Napolitano abbia cambiato opinione su questa materia.
Ci sono dunque scelte che appartengono alla responsabilità e alla autonomia della politica. E solo a questa. Il metodo del dialogo al quale Giorgio Napolitano si è richiamato a Madrid, è fuori discussione. Ed è quanto è stato fatto in queste settimane a proposito della vicenda delle "unioni civili", rispettando le diverse sensibilità espresse dai diversi gruppi o dai singoli parlamentari. Ma questa discussione e questa ricerca del dialogo non possono far dimenticare a nessuno che, nelle rispettive competenze, per citare il famoso articolo 7, ognuno resta sovrano. E dunque, per tornare all´oggi, lo Stato italiano è del tutto legittimato a stabilire le norme che possano regolare diritti e doveri di quanti fanno parte delle unioni di fatto o unioni civili . L´accordo che sembra sia stato raggiunto già si fa carico largamente delle sensibilità e delle richieste del mondo cattolico, anche di quello più legato all´insegnamento della Chiesa.
L´affermazione resa a Madrid dal presidente Napolitano, è stata interpretata e criticata da alcuni esponenti della destra come un preventivo e autorevole consenso alle conclusioni cui questa ricerca sembra giunta. Noi riteniamo più giusto interpretarla come un richiamo rivolto a tutte le forze politiche ed alle varie sensibilità presenti nel nostro paese perché su questo, come su tutti gli altri temi che si è convenuto definire "eticamente sensibili" sia portata avanti una ricerca, un dialogo. Ma fino a dove è lecito spingersi nella ricerca della sintesi?
Tener conto di queste sensibilità e addirittura delle "preoccupazioni del Pontefice" non può in nessun modo essere inteso come un lasciarsene condizionare. La Chiesa ha certamente il diritto di esprimere su queste materie (dalle unioni civili al testamento biologico, dalla ricerca scientifica alla fecondazione assistita) le sue preoccupazioni e le sue opinioni, ma non può pretendere di intervenire come un attore politico nel processo legislativo. Si tenga sempre conto delle "diverse sensibilità" che su questi temi esistono nel nostro paese, ma, alla fine, la decisione spetta alla politica che ha il compito di selezionare le domande, di avanzare una proposta, di proporne la discussione in Parlamento. Sapendo, infine, che su queste materie non sempre le sintesi sono possibili o opportune dal punto di vista del legislatore: altrimenti in Italia non ci sarebbe la legge sul divorzio.
In questa fase, sarà opportuno anche non dimenticare che già nel 1989, la nostra Corte Costituzionale affermò che "il principio supremo della laicità dello Stato" è un principio non rinunciabile, che non può essere né modificato né sottoposto a controlli esterni. Vale la pena di ricordarlo.
L'arbitro di parte
Giovanni Valentini su la Repubblica
È come se un arbitro di calcio, mentre sta arbitrando, contestasse la regola del fuori gioco o permettesse a una squadra di scendere in campo con dodici o più giocatori. Come se la Polizia stradale, in servizio di Stato, criticasse i limiti di velocità. O come se una commissione urbanistica comunale, nell´esercizio delle sue funzioni amministrative, rinunciasse a disciplinare l´altezza dei palazzi in costruzione.
La sconcertante sortita di Antonio Catricalà - presidente dell´Autorità garante della concorrenza e del mercato - contro il "tetto" alla pubblicità televisiva previsto dal disegno di legge del ministro Gentiloni, è innanzitutto una negazione del proprio ruolo e della propria responsabilità all´interno di una democrazia economica, in base ai principi del sistema capitalistico.
Se non si può porre un "tetto" alla raccolta pubblicitaria, perché questo secondo il ragionamento di Catricalà, definito "assolutamente falso" da una durissima nota di Palazzo Chigi è il fatturato di un´azienda televisiva, allora non si può porre un "tetto" ad alcun fatturato di alcuna azienda. E allora tanto vale abolire il mercato, abolire la normativa antitrust e abolire di conseguenza anche l´Authority.
Sappiamo bene, invece, che dagli Stati Uniti all´Europa, al di là e al di qua dell´Oceano, proprio questa è la funzione delle autorità indipendenti (cioè non dipendenti dal potere politico ed economico) chiamate a garantire appunto la libera concorrenza: valga per tutti il caso di Bill Gates e della sua Microsoft, per fare soltanto l´esempio più recente. Nessuno può impedire evidentemente l´espansione di un´azienda all´interno di un qualsiasi settore. Ma quando la sua crescita ammazza i competitors, quando un´azienda assume o detiene posizioni dominanti, quando realizza una condizione di monopolio o di duopolio, come nel caso della tv pubblica e privata in Italia, è chiaro che si determina una situazione critica, incompatibile con il regolare funzionamento del mercato.
Tutto ciò è tanto più vero in un settore nevralgico come quello dell´informazione, dove concorrenza è uguale pluralismo e pluralismo è uguale democrazia. Lo è in particolare per la televisione che ricordiamolo sempre funziona in regime di concessione pubblica e a maggior ragione è vero per un gruppo come Mediaset che prima ha occupato l´etere abusivamente, con la copertura e la complicità della politica; poi ha continuato a presidiarlo con tre reti, nonostante le numerose sentenze della Corte costituzionale in materia, tutte rinviate, eluse o infine aggirate addirittura con un decreto-legge scandaloso del governo Berlusconi a favore dell´azienda Berlusconi. Non si vede perché, d´altronde, gli editori di carta stampata vengano sottoposti al "tetto" del 20% sulla tiratura complessiva dei quotidiani, anch´esso un "tetto" antitrust, mentre la tv commerciale dovrebbe crescere all´infinito senza regole e senza limiti.
Sono almeno vent´anni che la "questione televisiva" si trascina nel nostro Paese, alla ricerca di una soluzione che non arriva mai e forse mai arriverà. È dal 1997 che la legge Maccanico predisposta per ironia della storia dallo stesso Catricalà, allora capo di gabinetto al ministero delle Poste ha fissato due "tetti" per la tv: il 20% delle reti e il 30% delle risorse. E se vogliamo, perfino la famigerata legge Gasparri ne ha stabilito uno, seppure mostruoso e ipertrofico, con l´introduzione del Sic (Sistema integrato delle comunicazioni). Ma il duopolio ha continuato a imperversare, soffocando le altre reti e tutti gli altri media, a cominciare proprio dai giornali. Eppure, in passato, la medesima Autorità antitrust sotto la precedente gestione aveva denunciato più volte l´abnorme concentrazione televisiva in capo alla Rai e a Mediaset, dichiarando anche "ridondante" il numero delle rispettive frequenze.
Oggi il Garante si preoccupa di garantire il fatturato del gruppo Berlusconi invece dell´equilibrio di mercato. A seconda delle stime di fonte diversa, la riduzione per le casse del Biscione potrebbe variare dai 100 ai 500 milioni di euro. Ma a parte il fatto che all´indomani dell´approvazione della Gasparri fu lo stesso Fedele Confalonieri ad annunciare trionfalisticamente che in forza di quel provvedimento la sua azienda avrebbe incassato uno o due miliardi in più all´anno, la proposta Gentiloni indica un "tetto" del 45% (fin troppo alto) rispetto a una "torta" che può continuare a crescere e che verosimilmente continuerà a crescere, consentendo a Mediaset di macinare utili netti nell´ordine dei 500-600 milioni all´anno com´è avvenuto negli ultimi tempi.
Con una coincidenza singolare, l´outing di Catricalà arriva proprio all´indomani del furibondo attacco di Silvio Berlusconi che incurante del suo macroscopico conflitto d´interessi s´è permesso di definire "un crimine" la riforma Gentiloni, annunciando la mobilitazione della piazza: ma è bene dire fin d´ora che cinque milioni di persone sarebbero comunque poche, troppo poche, per un´azienda che vanta gli ascolti televisivi di Mediaset.
È lecito concludere, dunque, che tutta questa fretta, questa precipitazione, questa ansia di apparire e sentenziare, risultano nello stesso tempo inopportune e sospette? Con quale legittimità e credibilità l´Antitrust interverrà d´ora in poi sulle pompe di benzina, sulla vendita dei farmaci nei supermercati o su altre quisquilie del genere? Più che una bocciatura della legge Gentiloni, come si sono affrettati ad annunciare i tg di Mediaset, questa è un´abdicazione ai compiti e ai doveri istituzionali dell´Authority. Un atto di subordinazione. O forse, una tratta o una cambiale ipotecaria.
Ora la politica non salga a bordo
Danilo Taino sul Corriere della Sera
Il caso Alitalia è una vendetta del mercato: disprezzato per anni dalla compagnia di bandiera e dalla politica, ora non resta che affidargli aerei e bagagli. Non che il settore possa vantarsi di essere molto aperto altrove: in una Onu dei cieli, non si alzerebbe una mano a favore della piena libertà di volo. Ciò nonostante, come spesso accade, da noi è peggio.
Mentre le grandi aerolinee europee - Air France-Klm, Lufthansa, British Airways - negli ultimi due decenni hanno iniziato comunque a convivere con logiche di mercato e ad affrontare la concorrenza portata dalla parziale apertura dei cieli europei e poi dai vettori low-cost, Alitalia ha sempre usato i privilegi della compagnia di bandiera al contrario, per coprire l'incapacità e la non volontà di competere. Ha cercato protezioni invece che studiare strategie.
Quando gli altri ristrutturavano, rincorreva gli aiuti di Stato per non farlo; mentre gli altri cercavano in ogni modo di rispondere alla minaccia di compagnie come Ryanair e EasyJet, chiedeva di impedire a queste ultime di volare; intanto che gli altri disegnavano rotte per accompagnare il ricco traffico business in giro per i mercati globali, riduceva le sue tratte internazionali, rinunciando a svolgere anche quel ruolo di società "strategica" per l'economia italiana con il quale giustificava le tutele di Stato. Nemmeno l'avere mantenuto un quasi monopolio nella rotta affollatissima - e carissima - tra Roma e Milano le è servito ad evitare perdite su perdite.
Così, mentre le migliori aerolinee hanno oggi fatturati che per due terzi derivano dai voli a lungo raggio (dove non c'è l'erosione dei margini provocata dalla concorrenza a basso prezzo), Alitalia da quel settore trae solo un terzo delle entrate. Non solo: la quasi impossibilità di ristrutturare la propria organizzazione e addirittura il layout degli aerei, per le opposizioni della decina di sindacati interni, le ha impedito anche solo di provare a competere con i nuovi concorrenti
low-cost.
Cosa fosse la concorrenza la compagnia di bandiera non l'ha mai voluto sapere: ora, in un mercato aperto anche solo a metà, vaga senza destinazione.
E, certe volte, senza senso della realtà. Com'è spiegabile, altrimenti, che una società quotata in Borsa e in via di privatizzazione "riveli" l'entità delle perdite del 2006 l'altro ieri, domenica, un giorno prima della scadenza del termine per la manifestazione d'interesse da parte dei possibili compratori, come se stesse giocando una mano di poker? Solo con la distanza abissale che c'è tra la gestione dell'aerolinea, ormai completamente ripiegata su se stessa, e il resto del mondo, si tratti di passeggeri o di investitori. L'intreccio di politica e sindacalismo ha dato, nel caso Alitalia, i suoi massimi risultati.
Milano, i "volenterosi" di buon senso
Paola Zanca su l'Unità
Milano, 29 gennaio 2007 ore 15. Uno alla volta, arrivano i volenterosi. È il loro primo incontro pubblico. Niente scout o stakanovisti, sono quelli della politica del "buon senso". Da Nicola Rossi, economista fino a qualche giorno fa esponente dei Ds, a Giorgio Gori, ex direttore di Canale 5. E Antonio Polito, Michele Vietti, Bruno Tabacci, Giorgio La Malfa, Daniele Capezzone e Paolo Cirino Pomicino, anche loro accomodati al tavolo. Come pure Chicco Testa, Gianni De Michelis, Savino Pezzotta.
È la sagra del "volemose bene". Destra e sinistra insieme per "una politica che non sia fatta di risse e di chiusure", secondo Daniele Capezzone. Persone che vogliono "impegnarsi senza un vincolo di mandato", aggiunge Bruno Tabacci. Ma anche semplici uditori: "Noi siamo un partito e non vogliamo farne un altro precisa Gianni De Michelis Vogliamo vedere come questa cosa si esprimerà nella battaglia parlamentare dei prossimi giorni". Abbracciati a questa "ancora di salvataggio", aspettano di vedere se andrà fondo o no.
E c'è anche chi si sente vittima dell'indifferenza: "Strano spiega Antonio Polito quando i volenterosi nacquero, risultarono invisi al centrosinistra. Oggi che ritornano, sembrano dar fastidio al centrodestra. È il destino di chiunque in Italia prova a indicare la luna della modernizzazione del paese".
Insomma, sembra il tavolo degli outsider. Capezzone imbavagliato dai Radicali, Tabacci troppo spesso in disaccordo con il leader Casini, La Malfa, Pomicino e De Michelis, orfani del tempo che fu, Savino Pezzotta dimessosi dalla Cisl per diventare presidente del Consiglio Italiano per i Rifugiati, Polito che vuol ricordare la sua anima riformista. E così via.
Si erano già fatti avanti qualche mese fa, per lavorare alle modifiche alla Finanziaria. Archiviata l'esperienza senza successo, ora hanno un sito internet www.volenterosi.it, sono impegnati su welfare, liberalizzazioni e pubblico impiego e confessano che "essere volenterosi è il minimo che possiamo offrire alle nuove generazioni". Ma c'è anche chi chiede ai volenterosi di occuparsi di riforme istituzionali per "superare la tendenza di un bipolarismo muscolare, ideologico e ottusamente pregiudiziale che consolida da dodici anni le rendite di posizione dei padroni di una partitocrazia senza partiti".
Intanto, il primo cruccio che i volenterosi vogliono togliersi dalla testa è la riforma delle pensioni: "Credo che possa servire molto un evento fisico e insieme di fortissima carica simbolica ha spiegato Capezzone che assomigli ad una nuova marcia dei 40 mila, che segnò uno spartiacque, un cambio di stagione, e penso che tocchi a noi farcene carico e tocchi farlo presto".
E a chi potrebbe obiettare che in Italia un Parlamento esiste già, i volenterosi spiegano che il tavolo serve per "riscrivere un rapporto tra politica e lettori" per "passare attraverso un linguaggio diverso nella forma e nella ritualità". E promettono: "Questa sera faremo proposte concrete".
"Basta liti, o il governo cadrà"
Massimo Giannini su la Repubblica
ROMA - "Lancio un appello sommesso ai nostri alleati. Sto per partire per il Giappone. Al mio ritorno, fatemi trovare il governo...". Massimo D'Alema prova a cavarsela con la consueta ironia. Sta preparando la valigia diplomatica per il viaggio di Stato a Tokyo, che lo terrà lontano dall'Italia per una settimana. Sulla sua scrivania, alla Farnesina, campeggia il sondaggio Ipr, che dopo la "lenzuolata" di Bersani dà il governo in ripresa. Il vicepremier e ministro degli Esteri è "molto soddisfatto" per questo. Ma esprime anche una profonda inquietudine per un quadro politico che, tra liti sull'Afghanistan e crociate sui Pacs, rischia di frantumarsi: "Per favore - dice D'Alema - evitiamo di sfasciare tutto. Abbiamo superato l'ostacolo della Finanziaria, le liberalizzazioni sono apprezzate dall'opinione pubblica. Il clima nel Paese sta cambiando, e noi stiamo lentamente risalendo la china. Basta con questo stillicidio di polemiche. La gente non ne può più. E noi rischiamo di pagare le conseguenze di tanto logoramento".
Ministro D'Alema, perché questo grido d'allarme? Vede all'orizzonte ostacoli peggiori di quelli già noti?
"Siamo alla vigilia di eventi di enorme rilevanza sulla scena internazionale. Ci aspettano sei mesi cruciali. L'Italia è nel Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite e nel gruppo di contatto sul Kosovo. Il semestre tedesco di presidenza europea incrocia l'esigenza di rilanciare il Trattato costituzionale della Ue. In primavera ci saranno le elezioni francesi, e un prevedibile cambio di leadership in Gran Bretagna. Il mondo sta cambiando in fretta. Non possiamo permetterci un governo "azzoppato" o perennemente a rischio".
Teme davvero che il governo Prodi possa cadere, magari sull'Afghanistan?
"Stiamo vivendo una situazione paradossale. Il governo ha superato le difficoltà obiettive della Finanziaria e ha ricominciato a riprendere quota e consensi. Sulla politica economica i conti pubblici sono sulla via del risanamento, e la seconda ondata di liberalizzazioni incontra il netto favore dell'opinione pubblica. In politica estera, anche se il quadro internazionale è segnato da tragici conflitti - ma d'altro canto nessuno poteva illudersi di propiziare in pochi mesi la pace mondiale - tuttavia l'azione dell'Italia è forte, visibile e riconosciuta. Eppure, tra i partiti della maggioranza c'è chi stenta a cogliere la stagione positiva che si sta aprendo, lasciando così il campo a dispute incomprensibili e ricerche di visibilità che finiscono solo per creare un clima di costante, rischiosa instabilità".
Vengono al pettine i nodi irrisolti, che il programma dell'Unione aveva affrontato in modo volutamente generico. Proprio a partire dalla politica estera, dove cresce pericolo dei dissidenti al Senato.
"Quei nodi si sciolgono proprio stando all'attuazione del programma. Sull'Afghanistan l'ipotesi del ritiro è insensata e irrealistica, proprio perché nel programma noi abbiamo accettato e rilanciato il principio del multilateralismo e della partecipazione alle iniziative di peacekeeping promosse sotto l'egida delle Nazioni Unite e sostenute dalla Ue. Uscire da questo quadro sarebbe una scelta dannosa e unilaterale".
Sui Pacs la contesa è altrettanto spinosa. Non rischiate di scivolare anche lì?
"Anche sul riconoscimento delle unioni di fatto il programma forniva un'indicazione di fondo. Noi siamo per disciplinare quelle unioni, in modo equo ed equilibrato. Invece si è sviluppato un dibattito assurdo, che ha trasformato astratti principi morali in una sorta di persecuzione punitiva nei confronti di numerosi cittadini italiani. Estendere alle persone che convivono alcuni diritti fondamentali corrisponde ad un principio di eguaglianza e solidarietà, e non rappresenta minimamente un vulnus per il matrimonio. Sa com'è, io mi sono formato nella cultura europea, che è ispirata alla libertà e alla tolleranza...".
Lasciamo stare la cultura, e parliamo di politica. Come si risolvono questi conflitti, che minacciano la vostra tenuta?
"Qui sta il punto. Io chiedo che ognuno di noi sia coerente con il patto di governo, e mostri il senso di responsabilità che la situazione attuale ci impone. In questo momento chiunque ostacola il governo, in nome della visibilità personale o dell'identità di partito, fa un danno enorme, che non vorrei diventasse irreparabile. Significa che dobbiamo smetterla di litigare, perché per il cittadino medio, quando i partiti di governo litigano tra loro, l'atteggiamento prevalente non è capire chi ha ragione ma condannare in blocco tutti quelli che litigano".
Con chi ce l'ha? Faccia qualche nome.
"Sia chiaro, lo dico senza alcuna intenzione polemica, e con spirito assolutamente costruttivo verso i miei amici e "colleghi". Ma Pecoraro Scanio vincerà la sua battaglia se saprà imprimere una svolta sul grande tema dell'ambiente, non se continuerà a dire "ritiriamoci da Kabul". Mastella avrà più voti se farà bene il suo lavoro di ministro della Giustizia, non se continuerà a minacciare la crisi sui Pacs. Insomma: chi governa non deve alzare bandiere, deve risolvere problemi: si tratta di rimettere in movimento il Paese e insieme di aiutare le persone a vivere meglio. Questa è la vera sfida, su questo il governo di centrosinistra si gioca il suo futuro".
Altro che futuro, si continua a parlare del dopo-Prodi, di governi tecnici, di elezioni politiche collegate alle europee del 2009...
"Questo è il dramma italiano, che prescinde dai destini del nostro governo. Il male antico di questo Paese nasce dalla convivenza difficile tra la logica del maggioritario e la cultura del proporzionale. Il nostro è l'unico Paese al mondo in cui un governo vince le elezioni, e sei mesi dopo riparte una surreale campagna elettorale, che mette insieme nello stesso calderone le amministrative, le europee, le regionali, le primarie, le politiche. C'è in tutta evidenza una "malattia italiana", fatta di immaturità e di fibrillazione, alla quale concorre anche un certo sistema dell'informazione. Tutto questo richiederebbe un serio esame di coscienza".
Più che evocare i complotti, non dovreste fare le riforme?
"Questo è il secondo dovere che la politica deve adempiere. Dobbiamo rimettere in moto le riforme del sistema politico. L'obiettivo principale è creare meccanismi che consentono la formazione di maggioranze di governo più forti e omogenee. Io resto convinto che la soluzione migliore sia quella del doppio turno. Il sistema delle elezioni comunali funziona bene proprio per questo, oltre che per la forte investitura del candidato sindaco".
Per i salari bassi va meglio con la nuova IRPEF
Matteucci su l'Unità
E' partito il confronto tra le buste paga dell'anno scorso e quelle di gennaio, le prime delle riforma fiscale del governo Prodi. Anche se molte non sono ancora nemmeno arrivate: il mondo delle imprese, ad esempio, è parecchio variegato, in molti casi per iniziare a fare raffronti seri bisognerà attendere febbraio se non addirittura marzo. Per gli statali, invece, la situazione è diversa, e qualche somma si può già tirare. Come si capisce dalle testimonianze di chi ci ha scritto o abbiamo contattato, che pubblichiamo oggi. Qual è la morale, dopo la rimodulazione delle aliquote Irpef - con la sua combinazione tra scaglioni, detrazioni ed assegni familiari? Di feste non si può parlare per nessuno. Ma, ad una prima analisi tra tasse e stipendi dei lavoratori dipendenti, si può dire che una forma di redistribuzione del reddito stia avvenendo, soprattutto dopo l'impennata del differenziale del secondo modulo Tremonti, che premiava i redditi più alti. I redditi medio-bassi qualcosa guadagnano, soprattutto se combinati con gli assegni familiari, il che significa avere figli o coniuge a carico. In attesa, comunque, che le addizionali Irpef regionali e comunali arrivino per tutti (molte verranno calcolate a partire da marzo) a definire i nuovi stipendi.
Ecco alcune testimonianze. Stefano, dipendente comunale con due figli a carico: 45 euro mensili in più per un reddito annuo di 25 mila euro. 15 euro netti in più per Mario, im piegato d'azienda con una figlia a carico e un imponibile di 34 mila euro.
E i single? Valeria, dipendente comunale passa da 1071 a 1109 euro mensili, per un reddito annuale di 18 mila euro lordi. Con redditi più alti non va altrettanto bene, ma non c'è neppure la "penalizzazione" temuta: Simonetta, impiegata amministrativa, si vede ad esempio aumentare l'aliquota dal 23 al 27 per cento, ma attraverso il complesso "gioco" delle deduzioni trova la sua busta paga praticamente invariata".
Il rientro del "cervello" mongolo
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
Il progetto "Rientro dei Cervelli" per riportare in Italia i giovani genii espatriati si chiude domani con un trionfo: dalla mongola Ulaanbaatar, ad esempio, è tornato un sessantenne che non se n'era mai andato da Trieste.
Il rimpatriato adesso ha la cattedra all'università di Macerata. Si chiama Aldo Colleoni e il suo percorso accademico, che secondo l'ateneo marchigiano è formalmente ineccepibile, merita di essere raccontato.
Il punto di partenza, va da sé, è il problema annoso della fuga dei cervelli. Tema non nuovissimo. Basti pensare, in tempi meno recenti, a uomini come Filippo Mazzei (l'illuminista fiorentino costretto a fuggire in America, amico di Thomas Jefferson e ispiratore di un pezzo della dichiarazione d'indipendenza americana), Lorenzo Da Ponte (il librettista di Mozart) o Enrico Fermi, padre dell'energia atomica. O in anni più vicini, per citarne solo due, l'inventore del micro-chip Federico Faggin o il direttore delle ricerche del Sloan Kettering di New York Pier Paolo Pandolfi. Una fuga collettiva non solo malinconica per chi se ne va, ma dannosa per il Paese. Con un costo annuo che qualche esperto ha stimato in otto miliardi di euro l'anno. Una esagerazione? Forse. Ma certo i contraccolpi dell'esodo sono forti.
Da qui, sette anni fa, era nata l'idea di un progetto chiamato appunto "Rientro dei Cervelli". Che prevedeva, col decreto ministeriale numero 13 del 21 gennaio 2001, uno stanziamento iniziale di tre milioni di euro coi quali lo Stato si faceva carico del 95% dello stipendio degli scienziati sparsi per il mondo che avessero accettato di tornare in Italia per inserirsi nelle nostre università. Con la prospettiva di un rientro definitivo. Prospettiva niente affatto vaga. E confermata anno dopo anno dai vari "aggiornamenti" della legge, alla faccia di ogni scetticismo.
Diceva ad esempio un comunicato di Letizia Moratti del 10 maggio scorso che "in riferimento alle allarmistiche notizie di stampa e d'agenzia sul presunto blocco dell'operazione "Rientro dei cervelli" in Italia", il ministero ci teneva a far sapere che nel 2006 era stata "data priorità alla stabilizzazione" dei giovani rientrati. Tanto è vero, proseguiva il documento, che il ministero aveva messo a disposizione altri "tre milioni di euro per consentire alle singole università chiamate dirette degli studiosi che avevano già usufruito dei provvedimenti per il rientro dei cervelli". Chiaro?
Come sia andata a finire lo abbiamo già scritto: al momento di arruolare in via definitiva gli studiosi rientrati (tra i quali c'erano forse dei figli di papà finanziati dalla famiglia nella loro esperienza all'estero, forse qualche somaro raccomandato ma certamente anche qualche fuoriclasse che per tornare aveva lasciato posti di assoluto prestigio) la congrega accademica si è chiusa a riccio.
Possibile che su 499 persone convinte a tornare e a giocarsela nel sistema universitario italiano con la sottintesa promessa che non sarebbero stati stritolati tra i giochetti di bottega e di potere, ci fossero solo poche decine di giovani (il numero non è ancora ufficiale: c'è chi dice 33, chi dice solo una decina e i tempi scadono domani) considerati all'altezza di un pianeta che oggi, tra ordinari e associati e ricercatori, occupa sessantamila docenti?
Il fatto è che il Cun (cioè il Consiglio Universitario Nazionale, l'organo elettivo di rappresentanza delle autonomie universitarie), secondo i giovani segati ma anche secondo buona parte degli uomini di scienza insofferenti alle antiche baronie, ha espresso le sue valutazioni in maniera meccanica: per avere la cattedra di "tipo XB" dovevi avere un incarico "equipollente" (parola rococò adorata dai vecchi tromboni) da un'altra parte. Chiunque capisca di calcio sa che è meglio essere il centravanti di riserva del Real Madrid che il titolare del Bettola Football Club. Chiunque capisca di lirica sa che è meglio stare nel coro della Scala che essere il tenore del teatro d'opera di Serracapriola. Ma lì, al Cun, no: contano i timbri. Se sei ordinario in un ateneo del Kamchakta passi, se sei il più geniale rampollo emergente di Harvard no: e i timbri? Ed è così che, richiamandosi espressamente al decreto del 21 gennaio 2001 sul "rientro dei cervelli", l'università di Macerata ha votato una delibera per la chiamata diretta, senza uno straccio di concorso, di Aldo Colleoni. Chiamato a insegnare Geografia economico- politica e scelto per chiara fama dal rettore Roberto Sani che aveva avuto modo di apprezzarlo, ha scritto Il Secolo XIX, per certi "convegni di forte richiamo per il pubblico locale, come "Macerata- Mongolia, la sfida della globalizzazione"". L'età del giovanotto neoassunto è incoraggiante: sessant'anni. Ancora più interessante però è il nome del prestigioso ateneo al quale, stando al verbale dell'università marchigiana, lo abbiamo strappato. Stanford? Princeton? Yale? Berkeley? No: la Zokhiomj di Ulaanbaatar (Mongolia). Certo, a cercarla su internet, non c'è ma lui, il chiarissimo "Prof. Dr. Cav. Aldo Colleoni" (così si presenta sul sito in cui troneggia come Console Onorario della Mongolia insieme con "la consorte, sig.ra Paola Alzetta Colleoni") ci rasserena: "Esiste, esiste. Le assicuro che c'è. Ci insegna anche l'ambasciatore". E quando ci va? "Ci andavo a periodi. Ora non più".
Sia chiaro: il punto non è la competenza. Sulla Mongolia, della quale si innamorò dopo i fuochi giovanili sessantottini, Colleoni sa molto. Ha cominciato ad andarci, spiega, nel 1975, "dopo la prima laurea, o dopo la seconda". Sul Paese di Gengis Khan ha scritto una guida turistica, una raccolta di poesie, un manuale di economia. Ha portato a Trieste ministri e autorità mongole e in Mongolia autorità e imprenditori triestini. Rappresenta da anni il grande stato delle steppe in Italia ed è riuscito addirittura a far firmare un protocollo d'intesa in base al quale la città di San Giusto ospiterà un Registro Navale e (udite udite) una flotta di navi mongole. Il che, per un Paese piantato in mezzo all'Asia a oltre un migliaio di chilometri dal mare più vicino, equivale a una scommessa da capogiro. Insomma, diamo pure per scontato che il neodocente, sul suo, sia ferratissimo. Ma la domanda è un'altra: serviva a questo, la legge sul rientro dei cervelli? A riportare in Italia un anziano signore che, tra un viaggio e l'altro, ha sempre vissuto a Trieste?
30 gennaio 2007