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a cura di G.C. - 29 gennaio 2007


Pacs: ci sarà la legge del governo
F.B. su
la Repubblica

ROMA - Forti dell´avallo politico che Romano Prodi ha dato due giorni fa al lavoro dei ministri Bindi e Pollastrini, i Ds puntano i piedi sul progetto per riconoscere le coppie di fatto. Quel testo dovrà essere varato dal governo, che a Mastella piaccia oppure no. "Non arretreremo di un passo", minaccia la diessina Anna Finocchiaro, "perché tutto possiamo consentirci salvo che posizioni pregiudiziali. Il presidente del Consiglio l´ha detto: si va avanti, il governo presenterà il disegno di legge".
Al ministro della Giustizia, che aveva chiesto invece che la materia fosse lasciata all´iniziativa del Parlamento, risponde il segretario della Quercia Piero Fassino: "Il governo avanzerà una proposta e, come tutte le leggi, passerà all´esame delle Camere. Mi pare si debba applicare lo stesso iter delle altre leggi dello Stato". Ma il leader dell´Udeur, che non vorrebbe arrivare al punto di votare contro in Consiglio dei ministri, insiste sulla tesi della libera iniziativa parlamentare e cita alcuni precedenti di leggi "eticamente sensibili": "Voglio ricordare a Fassino che la legge sul divorzio porta le firme non del governo dell´epoca, ma degli onorevoli Fortuna e Baslini. Che la legge sull´aborto è stata concepita parlamentarmente e che quella sulla fecondazione ha seguito lo stesso itinerario. Non vedo perché non si debba fare altrettanto per i pacs, evitando così imbarazzi e problemi al Governo". Mastella comunque non insiste sulla minaccia di uno strappo definitivo dall´Unione e si augura anzi che non scoppi una "guerra di religione" che metta in discussione il governo: "Certamente non è il nostro caso considerati l´affetto e la stima che abbiamo per Prodi". E conciliante è pure il ministro Rosi Bindi, che al Tg1 rassicura i cattolici: "Non faremo un matrimonio di serie B o una sorta di famiglia parallela. Il ministro Mastella è sicuramente uno dei principali interlocutori del nostro lavoro, perché vogliamo raggiungere l´unità del governo".
In questa dialettica tutta interna alla maggioranza tenta di inserirsi il centrodestra, invitato da Fassino a convergere su "una legge che non è di sinistra ma di buon senso". Visto che pure Mastella, preannunciando il suo no al ddl, aveva pronosticato che il governo "verrà salvato dall´ala laica del centrodestra", dall´opposizione si fa sentire Fabrizio Cicchitto, considerato il capofila dei laici forzisti: "Qualora il governo, che non dovrebbe occuparsi di pacs, presentasse un progetto di legge su questa materia, non potrà far conto sul voto dei laici del centro-destra, che troveranno un modo autonomo per esprimere il loro orientamento".



La bozza della legge sui Pacs
Alessandra Arachi sul
Corriere della Sera

ROMA — Assistenza sanitaria e successione nell'affitto, reversibilità della pensione e assegni familiari. Ma ancora: la possibilità di designare come fiduciario il convivente nella decisione di temi eticamente sensibili, e la facoltà di estendere i benefici connessi al rapporto di lavoro. Questi e altri fra i diritti che arriveranno alle coppie di fatto, etero o omosessuali, nel disegno di legge predisposto dai ministri per le Pari opportunità Barbara Pollastrini e per la Famiglia Rosy Bindi.
Diritti che deriveranno non già da un'iscrizione ad un registro e nemmeno da un semplice certificato anagrafico, bensì da certificati ad hoc che saranno resi possibile grazie ad una modifica della legge sull'anagrafe del 1954 e del suo successivo regolamento attuativo, del 1989.
Il disegno di legge dovrebbe essere composto da diciotto-diciannove articoli, ma il condizionale è d'obbligo, visto che i due ministri stanno ancora discutendo su sette-otto punti ancora aperti, in particolare sui diritti che prevedono oneri per lo Stato o quelli che possono aprire possibili conflitti esterni all'unione di fatto.

Certificati ad hoc
Non registri, non semplici certificati anagrafici: per le coppie di fatto verranno rilasciati dei certificati ad hoc, in seguito all'autocertificazione congiunta della coppia, sia etero sia omosessuale. Questi certificati, resi possibili grazie ad una modifica della legge sull'anagrafe, garantiranno alla coppia una serie di nuovi diritti che saranno opponibile a terzi, ovvero anche di fronte ad un giudice.
Assistenza sanitaria-previdenziale
Sarà possibile estendere la propria assistenza sanitaria e previdenziale al proprio convivente, sia in una coppia eterosessuale sia in un coppia omosessuale, così come avviene oggi nelle coppie sposate. E come già avviene, anche, nelle coppie di fatto di parlamentari e giornalisti.
Contratti di locazione
Con i certificati ad hoc sarà possibile anche la successione del contratto di locazione tra conviventi sia etero sia omosessuali. Questo diritto, possibile tra le coppie unite in matrimonio, oggi è stato consentito anche alle coppie di fatto soltanto in seguito alle sentenze di casi sottoposti ad un giudice.
Graduatorie occupazionali
Il certificato ad hoc darà ai conviventi in tema di lavoro gli stessi diritti delle coppie sposate. Siano due donne, due uomini o un uomo od una donna, il convivente potrà estendere facoltà e benefici connessi al rapporto di lavoro, ma anche l'inserimento in graduatorie occupazionali.
Non solo diritti
Con questi certificati i conviventi di una coppia di fatto, etero o omosessuale, dovranno sottostare anche a precisi doveri, uguali a quelli delle coppie sposate, ma in misura inferiore. In particolare i conviventi avranno il dovere di reciproca assistenza e solidarietà, ma anche di contribuire alla vita in comune in proporzione ai redditi.
Figli e adozioni
Su questa materia i certificati ad hoc non aggiungono alcun diritto ai diritti già esistenti. Non sarà quindi possibile l'adozione per le coppie di fatto e per quel che riguarda i figli, invece, rimangono inalterati i diritti esistenti che per i bambini dei conviventi sono uguali a quelli dei figli nati dentro un matrimonio, fatta eccezione per alcuni aspetti dell'eredità e per l'affido condiviso che può esserci nei fatti ma non è ancora naturalmente esteso.
Successione e assegni familiari
Questo è ancora uno dei punti in sospeso (sono in tutto sette-otto) del disegno di legge del governo. I due ministri Pollastrini e Bindi sono d'accordo nel merito, ma ancora non riescono a mettersi d'accordo sui tempi. Barbara Pollastrini vorrebbe che in una coppia di fatto venisse riconosciuto il diritto alla successione e anche degli assegni familiari dopo minimo cinque anni di convivenza. Rosy Bindi sta spingendo perché questo limite venga portato a dieci, se non addirittura a quindici anni.
Reversibilità della pensione
Anche la reversibilità della pensione rimane un punto aperto e controverso nel dibattito tra i due ministri incaricati dal governo di stendere questo disegno di legge. E anche in questo caso i due ministri sono d'accordo nell'introdurre il diritto di reversibilità della pensione in una coppia di fatto, etero o omosessuale, dopo un certo numero di anni di convivenza. Per Barbara Pollastrini ne basterebbero cinque. Per Rosy Bindi almeno dieci, se non quindici.
Decisione su temi etici
Anche questo diritto appartiene alla categoria dei diritti sui quali Pollastrini e Bindi stanno ancora discutendo, visto che è uno di quei temi in grado di creare possibili conflitti esterni all'unione di fatto. Stiamo parlando di un diritto che è già previsto per le coppie sposate, ovvero la possibilità di designare il convivente come fiduciario per alcune decisioni eticamente sensibili, come il testamento biologico, il trapianto di organi, la loro donazione.


Cosa cambia nell'Italia delle liberalizzazioni
Giuseppe Turani su
Affari&Finanza di Repubblica

Le liberalizzazioni, come era prevedibile, sollevano tempeste, qui e là. Tutte comprensibili, per carità. A nessuno piace veder messo in discussione il proprio lavoro e, ancora di più, i propri guadagni, per piccoli che siano. La più rumorosa di queste tempeste sembra essere quella dei benzinai. E si vedrà nelle prossime settimane come verrà composta e risolta. Per ora si può solo dire, anche a costo di provocare qualche arrabbiatura in più, che quello dei benzinai è un lavoro destinato all'estinzione quasi totale. All'estero, di fatto, non esiste più da anni, grazie ai distributori automatici di benzina. Che hanno il vantaggio di essere sempre in funzione, di notte e anche nei giorni festivi. Poi c'è la questione dei numeri. In Italia risultano essere in esercizio ancora 22 mila pompe di benzina (nonostante i tagli degli ultimi anni). In Inghilterra sono appena dieci mila (meno della metà rispetto a noi) e in Spagna sono otto mila (un terzo rispetto all'Italia). Anche la battaglia sui centri commerciali, cioè sulla possibilità che questi aprano dei loro punti vendita di carburante, è persa per i benzinai. In Italia, oggi, solo lo 0,8 per cento del carburante passa attraverso le pompe dei centri commerciali della grande distribuzione. In Francia siamo già al 51 per cento e in Inghilterra siamo al 28 per cento. La linea di marcia, insomma, è quella: grandi centri commerciali dove si compra tutto, compresa la benzina e il cambio dell'olio (e magari anche le gomme invernali). Potrà non piacere, ma il mondo (anche in Europa) si va organizzando così. Tutto questo per dire che ci saranno battaglie e scontri, ma alla fine bisognerà prendere atto delle tendenze del commercio. Gli arrotini non esistono più e nemmeno gli antichi calzolai. A un certo punto anche i benzinai dovranno alzare bandiera bianca.

Purtroppo, non è possibile andare verso il nuovo conservando tutto il vecchio che è esistito fino a ieri. E è proprio questo, il passaggio dal vecchio al nuovo (con gli inevitabili costi sociali che questo comporterà), a rappresentare la sfida più grande per la politica, non certo la distribuzione delle cariche nei ministeri o il taglio di qualche imposta o di qualche scartoffia burocratica.


Liberalizzare anche i politici
Nicola Rossi – Lettera al
Corriere della Sera

Caro Direttore, della politica non possiamo fare a meno. Quindi — dicevamo qualche tempo fa — quel che fa la differenza è la qualità della politica.
Quando questa sembra convinta di quello che fa, disposta a prendere qualche rischio (anche piccolo), appare immediatamente più vicina e comprensibile. Non necessariamente condivisibile ma almeno intelligibile. In fondo è anche questa la differenza che passa fra il vertice politico di Caserta e la "lenzuolata" liberalizzatrice di qualche giorno fa (una differenza che, si noti, sta già nel suono delle parole).
Si dirà che è solo un primo passo e che si sono colpiti interessi tutto sommato minori. Si ironizzerà sui parrucchieri e gli estetisti, i facchini e le guide turistiche. Si dirà che è ben strano liberalizzare fissando per legge singole componenti dei prezzi dei servizi (e valga per tutti l'esempio delle commissioni sulle ricariche dei telefonini). Ma, insomma, un Paese in cui si possa fare il pieno lì dove si fa anche la spesa è certamente migliore di un Paese in cui questo non accade. Un Paese in cui il passaggio di proprietà di un'automobile non provoca necessariamente il mal di testa è certamente più vivibile di quello in cui ciò è la regola. Un Paese in cui aprire un conto in banca o sottoscrivere una polizza assicurativa non necessariamente induce a guardarsi le spalle è certamente più ospitale di quello in cui questo succede. Un Paese in cui il fisco guarda con favore le imprese che escono dalla dimensione personale e familiare è certamente più moderno di un Paese che questo non fa. E dovremmo anche aggiungere che un Paese che considera il "fare impresa" un comportamento meritorio da garantire almeno nei tempi è un Paese certamente più attraente di quello in cui ciò non accade. Ma su quest'ultimo punto il saggio consiglia di aspettare: regolamenti attuativi, concerti ministeriali e deroghe implicite sono spesso ostacoli assai più difficili da superare di un Consiglio dei ministri.
Ma questi ultimi giorni hanno portato un'altra notizia, forse ancora più interessante, sul fronte della qualità della politica. Era tempo, infatti, che non si vedevano due ministri competere non già a parole, a colpi di interviste, ma nei fatti — a suon di provvedimenti — su un tema non ovvio e non privo di rischi. Si dirà, anche qui, che è bene che ogni ministro faccia del suo meglio nell'ambito delle sue competenze. Ma si perderebbe il punto che è facilmente esprimibile come segue. Dopo queste ultime decisioni, come potrà il ministro dell'Economia acconciarsi ad una trattativa sul fronte previdenziale in cui l'applicazione della legge (in chiaro, la revisione dei cosiddetti coefficienti di trasformazione introdotti dalla legge Dini) è, per alcuni, addirittura merce di scambio? Come potrà il ministro competente per l'energia elettrica ed il gas essere da meno, in questi campi e in termini di spinta liberalizzatrice, del suo omonimo ministro per lo Sviluppo economico? E come potrà il ministro proponente della riforma dei servizi pubblici locali non trovare a questo punto la forza per non cedere alle pressioni degli enti locali e non vedere così svuotato il proprio disegno? E, ancora, come potrà il ministro per le Riforme e l'innovazione nella pubblica amministrazione accettare di consegnare ad altri le riforme e tenere per sé i memorandum? Insomma, è probabile che la "lenzuolata" fosse rivolta agli acconciatori ed ai derattizzatori, ma essa potrebbe finire per toccare, liberalizzandolo almeno un po', anche il nostro mercato politico.
E, visto che ci siamo, alla "lenzuolata" di governo si potrebbe pensare di accompagnare, a questo punto, anche una "lenzuolata" politica in senso stretto. Perché, diciamocela tutta, non si può seriamente pensare di elevare la qualità della politica semplicemente chiedendo una accelerazione del processo che dovrebbe portare al Partito democratico. I tempi non sono irrilevanti ma camminare più in fretta sul posto, sul tapis roulant, può far bene al fisico ma ci lascia dove siamo. E qui, invece, si vuole andare altrove e possibilmente lontano. E, d'altro canto, non si può fare in tre mesi quel paziente lavoro politico, quella sequenza di battaglie culturali che non si sono fatte negli ultimi anni e che si pretenderebbe oggi semplicemente di sostituire strappando con maggior foga i fogli del calendario. No. L'unica cosa che si può oggi sostituire a una costruzione che non c'è è qualcosa in grado di farla vivere prima ancora che ci sia. È l'emozione.
Immaginate per un attimo che i leader dei Ds e della Margherita decidano simultaneamente di sostituire alle proprie mozioni congressuali null'altro che il testo del Manifesto del Partito democratico che si va con qualche fatica scrivendo in queste settimane.

Con un solo gesto costruirebbero una cultura comune. Parlerebbero ai delegati ma non solo a loro. Legherebbero sul serio i propri destini ad un progetto politico. Si assumerebbero in pieno le conseguenze di un eventuale fallimento. Libererebbero se stessi dall'ansia da prestazione congressuale. Darebbero il via ad una salutare corsa per la leadership. Farebbero nascere il Partito democratico, nei cuori e nelle teste degli elettori attuali e potenziali, già dal 21 o 22 di aprile. Dopo di che, poco importerebbe una fase costituente di sei mesi o di un anno. Il nuovo partito sarebbe già là, in campo, a rappresentare il futuro del sistema politico italiano.


Cimoli: il bilancio Alitalia è in rosso per 380 milioni
Bianca Di Giovanni su
l'Unità

Notti di conti. I numeri del bilancio Alitalia sono stati presentati al mercato (come chiedeva la Consob) solo in tarda serata. Un´altra giornata di fibrillazione, prima dell´ora X (le 18 di oggi) quando le manifestazioni di interesse delle cordate interessate all´acquisto finiranno sul tavolo della Merril Lynch, advisor dell´azionista Tesoro. Ieri più le ore passavano, più si temeva il peggio: un "rosso" che superasse un terzo del capitale. Insomma, l´anticamera del commissariamento.
E non solo: le domande Consob mettevano altri due macigni sulla strada della tenuta aziendale nel momento decisivo del passaggio di mano. Primo: quale legittimità ha un board rimasto con soli due componenti? Secondo: che validità ha il piano industriale? Tutti chiarimenti necessari al mercato per una partita che ancora mostra troppe zone d´ombra. Gli interrogativi sui destini della compagnia, infatti, si sono infittiti proprio a gennaio, con l´abbandono del consiglio da parte di Jean Ciryl Spinetta, numero uno di Air France. Un addio irritato con tanto di botta e risposta con il Tesoro. A questo punto ci si chiede: che contatti sono intercorsi tra Roma e Parigi? Forse i "cugini" d´oltralpe pensavano già a una cessione a basso costo senza troppi concorrenti di mezzo? Ancora presto per dirlo.
In tarda serata sono arrivate le risposte della Magliana. Prima le cifre. Per il 2006 previste perdite per 380 milioni. Poco sotto la soglia critica dei 400. I costi del carburante sono il fardello più pesante: maggiore del costo del lavoro. Stando al comunicato la liquidità garantisce comunque una continuità aziendale "ben oltre i 12 mesi". Quanto alle operazioni di dismissioni immobiliari, aggiunge la nota, "si prevede si realizzeranno entro la fine dell'anno".
A dicembre l´indebitamento sale del 6,4% (a quota 1,06 miliardi), i passeggeri diminuiscono del 2,3% mentre le merci migliorano del 29%. Al 30 novembre le perdite sfiorano i 200 milioni di euro. Numeri pesanti che l´amminisitratore delegato Giancarlo Cimoli ha più volte rinviato.

Oggi, con la decadenza del cda, non è possibile completare l´integrazione. Stop. Oggi i riflettori si accendono sulla gara. Le indiscrezioni della vigilia confermano le quattro cordate già rivelate dai "rumors": Air One probabilmente con Intesa, Il fondo M&C di Carlo De Benedetti (composto da una pattuglia di investitori tra cui anche Della Valle), il fondo americano Texas Pacific Gropup (Tpg) che ha già investito nel settore, per esempio la Ryanair, e infine il "battitore libero" Paolo Alazraki, l´unico ad aver dichiarato esplicitamente l´interesse. C´è chi giura, però, che quella di oggi non sarà che la prima puntata, non quella decisiva. Restano alla finestra, infatti, i big europei (Air France e Lufthansa) che si controllano vicendevolmente.
E non solo: anche la Meridiana dell´Aga Khan per ora dovrebbe restare in posizione defilata. Ma non è detto che gli apripista non siano "portatori d´acqua" magari proprio dei colossi d´oltralpe, che potrebbero scendere in campo in un secondo momento come il bando di gara consente. Molto dipenderà dalle mosse di Air One, legata da un accordo commerciale con Lufthansa. Resterà nell´orbita tedesca, o salterà il fossato tentando approcci con Parigi? Se così fosse, si aprirebbe una vera guerra dei cieli italiani. Nessuno dei due contendenti europei, infatti, può permettersi di lasciare lo Stivale all´altro. Ma tutto questo non accadrà che in un secondo tempo, quando qualche carta sarà stata già scoperta.


Berlusconi e il suo erede
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Nelle democrazie bipolari, le scelte dei due candidati che dovranno guidare i rispettivi eserciti nella battaglia elettorale sono le più importanti, quelle che più condizionano il futuro politico di ciascun Paese. Molto spesso, l'investitura del candidato-leader del campo A è influenzata, oltre che da altri fattori, dalle caratteristiche del candidato-leader del campo B (e viceversa). Si ricordi cosa è accaduto in Spagna nelle ultime elezioni. L'opposizione socialista doveva sfidare un governo di successo come quello di Aznar ed era sicura di perdere. Nessuna delle personalità socialiste di prestigio aveva voglia di bruciarsi. Diedero allora una pacca sulle spalle a uno Zapatero qualsiasi e gli dissero "vai avanti tu". Poi accadde quel che accadde.
Quello italiano è un bipolarismo recente (nasce con le elezioni del 1994) e fragile. Ma anche da noi la scelta del candidato- leader è diventata, per ciascuna coalizione, la decisione più impegnativa: ad essa la coalizione affida le proprie chance di vittoria.
Il tema è attualissimo. Poiché pochi credono che l'attuale legislatura possa durare cinque anni, le manovre per le scelte dei candidati sono informalmente già iniziate. Qualche giorno fa Berlusconi ha fatto una delle sue (pianificate?) gaffe. Ha indicato Gianfranco Fini come suo possibile successore. Fini si è arrabbiato (e anche Bossi e Casini) e Berlusconi ha rettificato. Ma la questione è ormai in agenda e ci resterà. Per varie ragioni, chi scrive non pensa che Gianfranco Fini sia davvero il nome su cui si orienterà alla fine la scelta di Berlusconi.
La prima ragione è che, presumibilmente, la parte avversaria, il centrosinistra, metterà in campo un candidato fortissimo. Molti ritengono che, salvo sorprese, e nonostante i mal di pancia che ciò provocherà negli altri leader dei Ds e della Margherita, la scelta del centrosinistra finirà per cadere su Walter Veltroni. Veltroni ha mostrato di essere una formidabile macchina da guerra mediatica. Seconda, per efficacia, solo a Berlusconi. Sembra possedere sia il carisma che gli appoggi extrapolitici necessari per battere la concorrenza e farsi incoronare dal centrosinistra. Contro uno come Veltroni, Gianfranco Fini, pur con la popolarità di cui gode nel Paese, non avrebbe probabilmente molte chance. Peserebbero negativamente il debole appeal del suo partito, gli scarsi appoggi extrapolitici (importantissimi nelle competizioni bipolari), e il fatto che Lega e Udc difficilmente lo sosterrebbero.
Ma la ragione principale è che, chiunque egli sia, il candidato del centrodestra non potrà che uscire dalle file del partito più forte, Forza Italia. Per quanto emanazione di Berlusconi, Forza Italia esiste ormai da più di un decennio, è il primo partito italiano per forza elettorale, e i sondaggi lo danno in ulteriore ascesa. Si suiciderebbe se non esprimesse il candidato alla leadership.

Potrebbe essere, nonostante Berlusconi oggi lo neghi, Letizia Moratti. O, magari, qualcuno al momento non ancora identificato. Di sicuro, c'è che la scelta del centrodestra sarà fortemente influenzata da quella che si appresta a fare il centrosinistra.


Gli Usa: in Libano Israele ha usato bombe a grappolo
Redazione de
l'Unità

Durante la guerra in Libano, Israele ha usato bombe a grappolo statunitensi in violazione degli accordi con il governo di Washington. Lo afferma un rapporto ufficiale che sarà presentato lunedì al Congresso, e le cui conclusioni sono anticipate dal New York Times di domenica. Il rapporto è stato preparato in base alla legge sulla esportazione delle armi che impone all'amministrazione di notificare al Congresso qualsiasi violazione della stessa.

Adesso, a meno che non sia il Congresso a proporre un'iniziativa, l'amministrazione Bush potrebbe decidere di imporre delle sanzioni ad Israele. Un'ipotesi, nota il quotidiano, considerata poco probabile. Anche se esiste già un precedente specifico: il presidente Ronald Reagan impose un embargo a Israele sulle bombe a grappolo per l'uso che ne fece durante l'invasione del Libano del 1982. L'embargo rimase in vigore per sei anni.

Secondo quanto riportato dal quotidiano newyorchese le armi sarebbero state usate in zone densamente popolate e su città e villaggi, nonostante gli accordi di fornitura da parte di Wahington ne vietino l'uso. Molti giuristi ritengono che le bombe a grappolo o cluster bombs siano armi proibite dalle Convenzioni internazionali a prescindere dal contesto in cui vengono utilizzate. Secondo le Nazioni Unite durante il conflitto dal 12 luglio al 14 agosto 2006 gli israeliani avrebbero lanciato oltre un milione di questi ordigni sul Libano tra bombe di aereo, granate di artiglieria, razzi e missili.

Le bombe a grappolo sono armi che trasportano una testata contenente centinaia di piccole bome che si disperdono sul terreno, coprendo un un solo lancio un'area vastissima. Moltissime di queste bombette o sub-munizioni non esplodono e restano una minaccia permanente ben oltre la conclusione del conflitto durante il quale sono state usate. In Libano, sostiene il New York Times che cita informazioni del Mine Action Service delle Nazioni Unite, dalla fine della guerra di agosto queste armi inesplose hanno già provocato 30 morti e 180 feriti, molti dei quali bambini.



Le mire espansive della Cina
Federico Rampini su
la Repubblica

Gli elicotteri dei Vip hanno appena lasciato le cime innevate di Davos. Dall´altra parte del mondo l´aereo di Stato della Repubblica popolare cinese decolla oggi per lidi più caldi. Il presidente Hu Jintao parte per una nuova "tournée imperiale" in Africa, con tappa a Khartum nel Sudan. Una maliziosa coincidenza di calendario accosta i due eventi, il vertice del capitalismo globale e la visita di Hu ai suoi nuovi vassalli del Sud.

Eppure il governo di Pechino snobba il summit in Svizzera mandandoci figure di secondo piano, mai un big del regime. I leader occidentali non gliene serbano rancore. Laura Tyson, l´autorevole economista che lavorò con Clinton, a Davos ha osservato con sollievo che "per la prima volta nella storia contemporanea le potenze emergenti, Cina in testa, rappresentano più del 50% della crescita mondiale". Ministri americani, giapponesi, francesi, le hanno fatto eco: il rallentamento dell´economia Usa fa meno paura grazie alla Cina, locomotiva globale con una crescita del 10,7% nel 2006.
Un rapporto della Ernst & Young ha esaltato gli umori filocinesi di Davos: "La sola città di Pechino con i preparativi per le Olimpiadi del 2008 sta investendo nell´edilizia 160 miliardi di dollari, i lavori in corso equivalgono ad aggiungere tre Manhattan alla capitale cinese, e un nuovo terminale dell´aeroporto più grande dei cinque di London Heathrow. La Cina è ormai di gran lunga la mèta prediletta degli investimenti internazionali, 450 sulle 500 maggiori aziende mondiali vi hanno una presenza stabile. Essere in Cina non è un´opzione, è una necessità per chi vuole sopravvivere nella competizione globale".
C´è voluto il vicepresidente della Bank of China per introdurre una nota di cautela. Di capitali in Cina ne arrivano anche troppi, ha avvertito Min Zhu. Gli investitori occidentali, ha aggiunto, non valutano i rischi. Fa paura la dimensione raggiunta dalle transazioni degli hedge fund e altri strumenti finanziari derivati: 370.000 miliardi di dollari, quasi otto volte il Pil mondiale.

La novità che eccitava gli animi dei banchieri riuniti a Davos è un´altra. Il governo di Pechino ha annunciato che presto potrebbe "scongelare" la montagna di riserve valutarie accumulate nei forzieri della sua banca centrale (a fine 2006 erano 1.077 miliardi di dollari e raddoppieranno in quattro anni).
Quelle riserve sono il frutto degli attivi commerciali che la Cina ha verso gli Stati Uniti e l´Europa. Finora Pechino le ha gestite con prudenza acquistando buoni del Tesoro Usa, titoli sicuri ma dal rendimento basso.
Adesso si prepara una strategia di investimento più aggressiva. Una parte di quei fondi saranno affidati a una speciale agenzia, un Moloch finanziario che sarà un mix fra la nostra vecchia Iri e la nostra Cassa Depositi e Prestiti, moltiplicato per le dimensioni cinesi, e con una spiccata vocazione a investire all´estero. Il Financial Times ha definito il futuro ente pubblico di Pechino "uno dei più potenti investitori mondiali". Impianti petroliferi iraniani, infrastrutture portuali in Europa, aziende tecnologiche nella Silicon Valley californiana: la lista dei possibili candidati è lunga. Così la Cina, pur continuando a ricevere grandi flussi di capitali occidentali, sarà sempre di più presente nei nostri paesi nel ruolo inverso: come acquirente di imprese. Gli americani hanno sperimentato per primi le avvisaglie di questo fenomeno, a volte accettandolo di buon grado (la cinese Lenovo ha comprato la divisione personal computer della Ibm), altre volte ponendo un veto politico (quando un ente di Stato cinese lanciò la scalata a una compagnia petrolifera californiana). Nell´establishment capitalistico riunito a Davos le preoccupazioni geostrategiche erano in secondo piano. La priorità è corteggiare il nuovo investitore cinese, attirare i capitali di Pechino nelle nostre imprese. Il titolo di questa edizione del summit era "The Shifting Power Equation", letteralmente l´equazione dello spostamento del potere.
L´obiettivo era interrogarsi sulle conseguenze dell´inevitabile slittamento nei rapporti di forze: sospinto dalla demografia e dalla competitività, il centro del mondo scivola verso l´Asia, il peso relativo dell´Occidente declina, quello di Cina e India aumenta. Jacob Frenkel, ex governatore della banca centrale israeliana e oggi top manager del maggiore gruppo assicurativo americano, ha riassunto: "Entro vent´anni vedremo un cambiamento fondamentale nel centro di gravità e nel potere mondiale". Ma il suo tono non era preoccupato.

Alla ricchezza di analisi economiche corrisponde la povertà di riflessione politica sulla fisionomia del XXI secolo. Nonostante il "buonismo" che gli organizzatori di Davos cospargono sull´evento – non può mancare una tavola rotonda sull´Aids e una sulla filantropia, con Bono e Bill Gates – fra le dozzine di dibattiti nessuno aveva per tema i diritti umani.
A riportare quel tema all´ordine del giorno ci pensa oggi Hu Jintao partendo alla volta dell´Africa. Fra lui e il suo primo ministro Wen Jiabao sono già alla terza tournée diplomatica africana in dodici mesi. In questo giro Hu visiterà otto paesi. Un tempo soggetta alle influenze post-coloniali francese e inglese, poi contesa tra americani e sovietici durante la guerra fredda, oggi l´Africa è terra di conquista per Pechino. I cinesi si accaparrano petrolio e materie prime, in cambio costruiscono porti e raffinerie, solitamente usando manodopera loro. In tutta l´Africa ci sono ufficialmente 800 imprese e 78.000 operai cinesi al lavoro, più un numero imprecisato e segreto di soldati dell´Esercito di Liberazione Popolare a tutela dei loro cantieri.
In virtù del suo rapporto preferenziale con il Sudan, la Cina ha bloccato finora ogni tentativo di inviare una forza di pace delle Nazioni Unite per arrestare la tragedia del Darfur e aiutare due milioni di profughi. A chi accusa Pechino di complicità con un genocidio di Stato, la risposta è che la Cina persegue la cooperazione economica senza "interferire" nella politica interna degli altri. Nel concludere Davos, Tony Blair ha definito il Darfur "un orrore e una vergogna", ma ha evitato di citare il ruolo di Pechino. Della Cina Blair ha parlato solo per invitarla a entrare nel G-8, come ha fatto Angela Merkel. Da cinque anni tutti i presidenti di turno del G-8 cercano di "adescare" i cinesi, che fanno orecchie da mercante. Quando le torna utile la Repubblica popolare preferisce ancora presentarsi come un paese emergente; non ha fretta di sedersi a un tavolo del G-8 dove sospetta che gli altri commensali abbiano già pronta una lista di richieste. Eppure questa Cina è così sicura di sé da incalzare il predominio americano anche nella militarizzazione dello spazio, con il recente test del missile che ha centrato un satellite. "The Shifting Power Equation" è un´equazione con molte incognite. Come cambierà il mondo se un giorno la maggiore potenza economica sarà una Cina non democratica? Gli studiosi di storia imperiale (da Henry Kissinger a Paul Kennedy, da Nial Ferguson a Timothy Garton Ash) concordano solo sul punto di partenza - l´incrocio fra il declino relativo dell´America e l´ascesa della Cina è foriero di tensioni - ma non sull´esito finale. Nelle loro meditazioni sulle nevi dei Grigioni, vicino alla Montagna Incantata di Thomas Mann, i leader dell´Occidente hanno deciso che un problema di cui non si conosce la soluzione va semplicemente ignorato.


  29 gennaio 2007