
sulla stampa
a cura di P.C. - 26 gennaio 2007
Prodi esce dall'angolo
Federico Geremicca su La Stampa
Forse non sono ancora l'annunciata (e necessaria) rivoluzione. Però cominciano a incidere piaghe importanti e soprattutto aiuteranno, magari, a vivere un po' meglio: risolvendo qualche inutile complicazione e facendo risparmiare - che non fa mai male - perfino qualche quattrino in più. Si dovesse esprimere un primo giudizio sul pacchetto di liberalizzazioni varato ieri dal governo (e su cui occorrerà un esame di dettaglio) si potrebbe dire, appunto, che le cose stanno più o meno così. Certo, su alcune grandi questioni (dai servizi all'energia) i ministri hanno chiesto tempo per meglio definire gli interventi, ma intanto si potrà chiudere un mutuo senza pagare incomprensibili penali, ricaricare il telefonino costerà meno, non servirà fare chilometri per raggiungere un'edicola e sarà persino possibile non trovare i negozi tutti aperti o tutti chiusi alla stessa ora. In più, donare soldi, per esempio alla scuola dei propri figli, significherà risparmiare qualche lira di tasse e avviare una piccola impresa potrebbe non esser più quella scoraggiante odissea burocratica che oggi è.
Se è questo l'avvio della cosiddetta "fase due" del governo Prodi, si può senz'altro dire che il primo passo è incoraggiante. Il nuovo pacchetto di liberalizzazioni, infatti, oltre a concretizzare alcuni degli impegni della cosiddetta "agenda di Caserta" ridà un po' d'ottimismo (e di diritti) al cittadino-consumatore, che ancora un mese fa appariva deluso e tartassato dalla legge finanziaria nella sua veste di cittadino-contribuente. Dal punto di vista della maggioranza di governo, potrebbe trattarsi di un risultato non da poco.
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Proprio il Consiglio dei ministri di ieri, in realtà, con i suoi aspetti positivi e con polemiche in fondo astratte e poco comprensibili, offre una comoda lettura del problema di fondo che frena e appanna l'azione dell'esecutivo. Per dirla in estrema sintesi: un eccesso di ideologismo capace di annegare nel mare delle polemiche quanto di concreto (e stavolta buono) viene prodotto dal governo. A giudizio di molti, radicali e riformisti inaspriranno nelle prossime settimane il loro braccio di ferro in vista delle elezioni di primavera, scommettendo sul fatto che l'accettuazione delle diversità porterà loro maggior consenso. Che questo possa finire per indebolire il governo nel suo complesso, sembra importar poco. È un calcolo assai sbagliato, e non ci vorrebbe davvero molto a rendersene conto.
Il nuovo pericolo
Pierluigi Battista sul Corriere della Sera
Giorgio Napolitano ha il merito di aver sottratto la Giornata della memoria alle atmosfere retoriche che ne imbalsamano il significato e di aver indicato nell'"antisionismo" fanatico e viscerale una delle nuove, e ancor più insidiose, manifestazioni dell'antisemitismo contemporaneo. Incombe la minaccia "negazionista" di Ahmadinejad, che invoca l'annichilimento di Israele come esito di una guerra santa di sterminio. Ma incombe anche il pregiudizio diffuso che, sono le parole del presidente della Repubblica, alimenta in forme oblique l'ansia di "negazione della fonte ispiratrice dello Stato ebraico", contestandone la fondamentale ragion d'essere, rifiutandone la base morale e culturale (il sionismo) come premessa di una delegittimazione globale della sua stessa esistenza.
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Si interrogavano sull'indifferenza distratta con cui viene accolta, nell'Occidente, la minaccia di Ahmadinejad all'essenza stessa dello Stato di Israele ottenuta attraverso la negazione della Shoah come giustificazione storica di un'ostilità assoluta per gli ebrei raccolti nel loro Stato. Fino a chiedersi come mai, ha detto ancora Napolitano, sia così facile, così poco contrastato, così agevole negare alla radice "le ragioni della nascita, ieri, e della sicurezza oggi" di uno Stato sottoposto, come viene detto, a un attacco concentrico di tipo "esistenziale", cioè globalmente condannato per il solo fatto di esistere e meritevole perciò di essere annientato con ogni mezzo, anche il più cruento e apocalittico. Non una critica ai singoli atti dei suoi governi democraticamente eletti, come è legittimo al pari di ogni altra critica a qualunque governo di qualunque Stato. Ma un'ostilità pregiudiziale e feroce verso un'entità malvagia che deve soltanto scomparire. E così come è ovvio non squalificare come antisemita la critica ai governi israeliani, è altrettanto ovvio che la delegittimazione in quanto tale di Israele costituisce la nuova versione, pericolosa come quella vecchia, dell'antisemitismo moderno. Che non dura solo un giorno e non riguarda solo la dimensione della memoria.
Il boomerang della reciprocità
Giovanna Zincone su La Stampa
Una decorosa democrazia non può applicare indiscriminatamente il principio di reciprocità. Non può farlo quando si tratta di diritti e libertà fondamentali. Ci appare evidente il fatto che quel principio condurrebbe ad aberrazioni se ispirasse il diritto penale. Uno Stato di diritto non può lasciar torturare i torturatori, non può tollerare lo stupro degli stupratori. Quando lo fa calpesta le proprie leggi e suscita scandalo. Il principio di reciprocità può impregnare i sentimenti privati, ma quello che permettiamo ai sentimenti dei singoli cittadini non possiamo consentirlo all'azione pubblica e neppure all'opinione pubblica. Nella sfera dell'emotività individuale il desiderio di reagire al male patito con un comportamento speculare, l'occhio per occhio, ci appare quasi naturale. È probabile che la maggioranza dei lettori abbia sentito una certa consonanza con la reazione vendicativa di Azouz Marzouk. Mentre, al contrario, il rifiuto dell'odio, affermato dal papà Castagna, sarà apparso forzato ai più. Tuttavia, quel rifiuto esplicitamente ispirato a un'etica cristiana - come ci è stato chiarito - ha una forte e chiara motivazione "egoistica". Esprime la determinazione di non riflettere, di non rispecchiare nel proprio animo il modo di sentire degli assassini. Afferma il rifiuto di diventare anche marginalmente simile rispetto alla loro aberrante capacità di odiare.
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È evidente che non potremmo modificare continuamente le nostre norme, né inventare all'impronta un diritto punitivo di gruppo riservato ai soli cittadini algerini. Ma gli argomenti principali contro la tesi della reciprocità non sono questi, non basta evidenziare l'impossibilità di un'attuazione coerente che non produca risultati assurdi. L'argomento principale contro la reciprocità consiste nel dimostrare la necessità di applicare la morale di papà Castagna, forse troppo esigente nella sfera dell'emotività privata, quando si passa alla sfera pubblica dei diritti fondamentali. Rifiutare il dente per dente è uno degli ingredienti di moralità cristiana utili a sostenere le istituzioni democratiche laiche. Più in generale una venatura di etica cristiana aiuta le democrazie a vivere con coerenza. Il piccolo bel libro di Dario Antiseri, Relativismo, nichilismo, individualismo, ce lo ricorda; purtroppo l'autore ci ricorda pure che troppe persone, oggi come ieri, si dichiarano cristiane allo scopo di negare i valori liberali di tolleranza e pluralismo. E ora sono anche loro che impugnano minacciosamente la rustica arma della reciprocità.
Non so se hanno chiaro il fatto che l'adozione del principio di reciprocità in sfere improprie, quale quella delle libertà religiose, rischia di produrre effetti collaterali pessimi. Un ordinamento giuridico liberale che, pretendendosi migliore, richiedesse la reciprocità per concedere diritti fondamentali, con quella stessa richiesta si renderebbe simile agli ordinamenti illiberali che giudica primitivi. Restringendo nel proprio Paese le libertà in nome della reciprocità darebbe la zappa sui piedi ai valori liberali che dice di professare. Insomma, la reciprocità può rivelarsi un boomerang rischioso. Ma dobbiamo rilevare che si tratta di un gioco politico crescentemente popolare. Difficile bloccarlo. Soprattutto se non si prospettano alternative che producano nel mondo maggiori libertà per tutte le minoranze religiose, quelle cristiane incluse.
Occorre mettere in campo una strategia alternativa. Non è negando diritti alle comunità immigrate che si ottengono livelli più alti di libertà religiosa nei Paesi di provenienza, non è così che si aiutano le minoranze ebree e cristiane che lì risiedono, è vero semmai il contrario. La comunità internazionale e in particolare l'Unione europea devono premere sugli Stati che non rispettano i diritti dell'uomo e, nel caso specifico, la libertà di fede. Ma rispettare le minoranze religiose di origine immigrata nei Paesi di accoglienza può costituire un tassello importante di questa impegnativa strategia di diffusione della libertà religiosa. Non solo chi è emigrato in Stati democratici per poter gustare il piacere della libertà, ma anche coloro che hanno appreso questo piacere emigrando potranno trasmettere il gusto di una fede non imposta nella patria di origine. Al contrario, chi sarà oggetto di disprezzo, ostilità e privazione di diritti, rafforzerà o assumerà sul posto un'identità religiosa per usarla come strumento di rivendicazione, di avversione e di conflitto. Il principio di reciprocità non serve a sbloccare la situazione nei Paesi di origine, ma a buttare benzina sul fuoco nei Paesi di immigrazione. A questo serve oggi in Italia.
Il pressing di D'Alema
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
ROMA Tre ministri sotto assedio: Paolo Ferrero, Alfonso Pecoraro Scanio e Alessandro Bianchi hanno subito per tutto il giorno il pressing di Romano Prodi e Massimo D'Alema. Ma hanno resistito. Il presidente del Consiglio e il titolare della Farnesina hanno tentato fino all'ultimo di convincere i rappresentanti della sinistra radicale nel governo. Con le buone e con le cattive. A tarda sera, però, in Consiglio, i giochi erano già chiusi e il copione già scritto. "Siamo usciti dalla dinamica unilaterale di Berlusconi ha spiegato D'Alema e siamo entrati in un quadro multilaterale. Non esiste che nelle sedi internazionali l'Italia si ritiri da sola da missioni che sono su mandato Onu". Poi, rivolto ai tre: "E' importante che spiegate se il vostro è un voto politico contrario o se contribuirete a risolvere la situazione". E i tre, che hanno parlato subito dopo, hanno spiegato che il loro non voto non era "tattica, ma convincimento politico". E' stato però il ministro per i Rapporti con il Parlamento a dare voce alla preoccupazione di tutti. Riferendosi alla manifestazione del 17 febbraio a Vicenza, Vannino Chiti ha detto ai tre: "Attenzione ai comportamenti dei vostri".
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Neanche l'ultima proposta di palazzo Chigi sembrava fare breccia. L'idea era quella che i tre ministri potessero dare un sì tecnico in Consiglio, solo per salvaguardare la compattezza del governo, ma che avrebbero poi potuto spiegare pubblicamente che la loro posizione politica era rimasta immutata. Ferrero, Bianchi e Pecoraro Scanio, però, erano irremovibili. Del resto, come spiegava il primo, "la nostra linea è nota da tempo e non può essere una sorpresa: abbiamo chiesto un segnale di discontinuità che non vediamo ancora". L'assedio partito dalla mattinata non produceva nessun effetto. La sinistra radicale aveva suggerito al governo di rinviare il provvedimento di qualche giorno. Ma dopo il no netto di D'Alema era giunto anche quello di Prodi: "Non possiamo continuare così: dobbiamo approvare il decreto". Sull'ipotesi del rinvio, del resto, ancor prima del presidente del Consiglio, il ministro degli Esteri era stato chiarissimo e ironico come sempre: "Che cosa faccio? Vado dai miei colleghi della Nato e spiego loro che bisogna aspettare a parlare di Afghanistan perché non ho ancora avuto il via libera di tre ministri della mia maggioranza?".
Neanche l'aumento dei fondi della cooperazione sbloccava la situazione. A un certo punto gli stanziamenti arrivavano in tutto a 65 milioni per le missioni all'estero, di cui 30 per l'Afghanistan. Con l'aggiunta di 127 mila euro per la conferenza internazionale...sulla giustizia. Sì, non quella sulla pace chiesta dalla sinistra radicale, ma quella già prevista, dato che il nostro Paese è impegnato anche su questo fronte in Afghanistan.
La prima volta di Bush
Roberto Zanini su il Manifesto
Una modesta agenda di modifiche energetiche e sanitarie, una seconda possibilità alla guerra in Iraq - perché, cari concittadini, se volete continuare a vivere nel benessere tocca fare come dico io. E' lo stato dell'Unione secondo Bush; e di conseguenza lo stato del pianeta, stante la posizione dominante della monopotenza superstite - che se ci fosse un antitrust mondiale, invece della sgonfia associazione di ambasciatori a cui l'Onu è stata ridotta, sarebbe persino di dubbia legalità.
Il tiepido menù di idee sul dovere di vincere la guerra, di sostituire la benzina con l'alcol di grano amato in gioventù, di cercare come fare l'assicurazione sanitaria a una certa percentuale dei 47 milioni di americani che non ce l'hanno, è stato ricoperto da uno dei condimenti che il presidente preferisce quando è costretto a chiedere: lo "spirito bipartisan", che insieme a "deriva populista" è una delle perniciose espressioni-chiave del tempo. Bush chiese bipartisanship per la sua prima elezione, per l'11 settembre, per i tagli fiscali, per la rielezione, per l'uragano Katrina. Non l'ha mai esercitata. Ora, a quanto si sente dire dopo il suo ultimo comizio, non l'avrà.
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Uno dei problemi è che ci tocca sempre sperare che esista un'altra America, buona o quantomeno non cattiva, alla cui esistenza virtuale ci aggrappiamo con tutte le forze perché chi ci ha dato Martin Luther King e i Blues Brothers non può essere del tutto rovinato. E' un'illusione a cui ci obbligano tanto la buona speranza quanto la cattiva coscienza, perché abbiamo una voce flebile che non abbiamo mai spento ma una quattro-per-quattro nel garage. E ci faremo piacere Hillary Clinton perché quanto rimane di noi è il menopeggismo militante e diremo peste e corna di chi non lo farà, segretamente pensando che ha ragione. Magari non tanto segretamente.
Mentre parlava Bush, il senatore John McCain dormiva. L'hanno beccato, telecamere e tutto. E' un probabile candidato alle prossime presidenziali, e dormiva. Forse c'è davvero un'occasione da sfruttare.
Una notte per convincere
Editoriale su Il Foglio
Roma. All'ora in cui questo giornale va in stampa, il Consiglio dei ministri (cominciato nel primo pomeriggio di ieri) è ancora in corso. Sul decreto di rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan, nonostante l'inserimento di maggiori risorse per gli aiuti civili, sembra certa l'astensione dei ministri Alessandro Bianchi, Paolo Ferrero e Alfonso Pecoraro Scanio. Varato il decreto, la maggioranza ha dunque sessanta giorni di tempo per lasciare sfuriare il temporale minacciato dalla sinistra radicale. E per lasciarla sfilare in piazza senza troppi problemi con il movimento pacifista, il 17 febbraio. Sessanta giorni per cercare un accordo che rappresenti per tutti una via di uscita non troppo disonorevole, sperando che basti. Se l'accordo non si trovasse o non fosse comunque sufficiente a recuperarei i voti dei senatori dissidenti, e i voti dell'opposizione risultassero quindi determinanti, la crisi del governo Prodi sarebbe inevitabile.
In un'intervista apparsa mercoledì sul Messaggero, Massimo D'Alema ha dichiarato: Un governo deve avere una maggioranza in grado di sostenere la sua politica estera. Per quanto mi riguarda, non sono attaccato alle poltrone. Il nesso causale tra le due frasi è implicito, ma chiarissimo: se il voto del centrodestra sarà determinante, il ministro degli Esteri non resterà tale a lungo. Per almeno due ragioni. Una ragione di principio e forse anche di carattere perché poi alle Nazioni Unite, a Bruxelles e in tutte le sedi internazionali, a metterci la faccia dovrebbe essere D'Alema, mica un altro. La seconda è di politica interna, ed è la stessa che tante volte ha spinto Romano Prodi a escludere ogni ipotesi di allargamento. E cioè il sospetto, peraltro non manifestamente infondato, che al venir meno dell'autosufficienza della maggioranza seguirebbe il venir meno della maggioranza tout court. Il gioco dell'Udc in questo senso è fin troppo scoperto. E lo conferma lo stesso afflato bipartisan che caratterizza tutte le ultime mosse di Silvio Berlusconi, ben cosciente del rischio che comporterebbe lasciare al solo Casini l'onere di salvare il governo. Su questo fronte, dunque, Prodi e D'Alema per tacere del Cav. sembrerebbero attestati sulla stessa linea.
Moretti la cultura e i professori
Giovanni De Luna su La Stampa
Moretti viene a Torino a dirigere il Festival. Il lieto fine consentirà di riflettere con serenità su quanto è successo. Nell'opinione pubblica è prevalsa un'interpretazione "torinese" che ha concentrato l'attenzione sui personaggi e i loro rapporti con la storia culturale della città. In realtà, molti temi sollevati investono questioni di rilievo nazionale. È così per il conflitto generazionale che rinvia all'invecchiamento della società, alle difficoltà ad avviare un ricambio significativo delle classi dirigenti del Paese. È così per la ridefinizione dei rapporti tra istituzioni e cultura, segnati da un paradosso: mentre la mano pubblica si ritira dai settori nevralgici dell'economia, della produzione, dei servizi, si registra una sua sempre più accentuata invasività in ambiti che in passato erano politicamente di scarso interesse, confinati nella "pubblica istruzione" o nel "tempo libero". Ci si può interrogare su come quel paradosso s'inserisca in un complessivo declino della "statualità" politica; resta il fatto che ha comportato un drastico cambiamento delle coordinate al cui interno si produce cultura. Qui subentra un aspetto rilevante che chiama in causa il ruolo dell'Università.
Abbandonare le torri d'avorio
Intorno al caso Moretti si sono registrati interventi appassionati e contraddittori, appelli firmati da centinaia di professori, mozioni di segno opposto. Scontata la lettura di chi vi ha visto solo la difesa corporativa dei "baroni rossi", una partecipazione così imponente a un dibattito su un'istituzione culturale cittadina è la spia d'un disagio complessivo che investe il mondo accademico. Si tratta del segnale di una svolta. La produzione del sapere appare una grande arena in cui si confrontano soggetti diversi; l'Università ha da tempo perso il monopolio. L'accademia non può scendere a combattere in quell'arena rimanendo uguale a se stessa. Va ridefinito il rapporto con il territorio e il modo in cui l'Università partecipa alla costruzione di uno spazio culturale pubblico. In passato tutto questo era delegato ai singoli professori, alla loro presenza nei Consigli di amministrazione e nei Comitati scientifici, al loro coinvolgimento come studiosi. Oggi non basta più. L'Università in quanto istituzione è chiamata ad abbandonare le rassicuranti protezioni delle torri d'avorio.
Taxisti e professori i più impopolari
Il Festival del Cinema o la Fiera del libro sono iniziative il cui impatto culturale non può non rimbalzare all'interno delle strutture accademiche. Come l'eccellenza di alcuni corsi universitari non può restare confinata nelle aule. È un passaggio non facile né indolore. Nel 2003, in previsione delle Olimpiadi della cultura del 2006, l'Ateneo invitò le facoltà e i dipartimenti a presentare progetti per partecipare all'evento. Ne arrivarono una trentina, modellati sulle aspettative delle facoltà, dei dipartimenti, delle cattedre. Non se ne fece niente. Una recente inchiesta tra le categorie più impopolari indicava al primo posto i taxisti, seguiti dai professori universitari. C'è in questi giudizi l'insofferenza per quelli che vengono considerati "improduttivi", oltre al tradizionale fastidio per la cultura ("si mangia?"); ma vi si rispecchiano anche i limiti di un isolamento e di un "patriottismo accademico" che sembrano favorire più la diffidenza e il sospetto che la fiducia.
Il falso Unabomber e la Fabbrica dei Mostri
Francesco Merlo su la Repubblica
Apprendiamo con piacere che ad Elvio Zornitta, l´ex mostro di Azzano Decimo al quale sino alla settimana scorsa venivano attribuiti "due occhi di ghiaccio", è stato ora offerto un lavoro. L´impiego precedente lo aveva perduto perché tutti gli italiani, compreso il suo principale, pensavano che fosse lui Unabomber, inchiodato da un paio di forbici che, secondo perizie e superperizie, avevano accomodato un lamierino in una bomba che fu trovata inesplosa.
Ebbene, adesso che, com´è noto, quella "prova regina" è risultata falsa, la patacca di un famoso e stimatissimo consulente dei magistrati, Elvio Zornitta non ha più gli occhi di ghiaccio, e tra qualche giorno entrerà a far parte dell´ufficio tecnico della Eureka, una ditta che produce mobili a 50 chilometri dal suo paese. Il titolare, che si chiama Giuseppe Covre, lo ha assunto, ma senza sino ad oggi ostentare demagogia enfatizzata né carità pelosa. E perciò ci dispiace che alla sobrietà e alla pulizia del suo piccolo grande gesto possano nuocere queste nostre parole elogiative, che forse turbano la struttura discreta del fatto. Rischiano infatti di introdurvi un´inevitabile retorica che lo corromperebbe, come una coda opportunistica.
"L´ingegnere cattolico" Elvio Zornitta che, per la verità, neppure la settimana scorsa aveva "gli occhi di ghiaccio" ma già gli occhi perduti dei poveracci, ha raccontato al collega Gianluigi Nuzzi del Giornale che deve questo suo nuovo lavoro ad una compagna di sua figlia di 11 anni. Provando rabbia e pena, la bimba ha mobilitato tutte le sue amiche, le quali a loro volta hanno fatto appello alle proprie famiglie, alla scuola e all´intero paese per aiutare questa vittima, questo martire della patologia giudiziaria italiana.
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Anche il garbato ed elegante Enzo Tortora somiglia a Zornitta, benché quel caso, terribile perché fu la distruzione di un galantuomo, fu tuttavia giudiziariamente meno grave di questo. Ci furono infatti false testimonianze, ci fu la corrività di qualche magistrato, ma il pool investigativo di Napoli non arrivò a contraffare le prove, a modificare con le proprie mani un reperto. La giustizia che falsifica le prove non è più antagonista della delinquenza ma delinquenza essa stessa. Nel caso Tortora c´era la giustizia bendata che pasticciava, mentre qui la giustizia bluffa e imbroglia, solleva il lembo della benda e inventa oculatamente un colpevole.
Non sappiamo quale svolta prenderà la vita di Elvio Zornitta, povero Unabomber in pantofole, perseguitato per cinque anni da un pool di ben quaranta investigatori e da due procure, scienziati raffinatissimi e giuristi sottili, collegati con Fbi e detective internazionali. Gli trovarono in cucina gli ovetti kinder e una fialetta di aroma alla vaniglia della Pane Angeli: "Gli stessi che Unabomber riempiva di esplosivi!". E gli nascondevano in casa le microspie che l´ingegnere regolarmente trovava "a conferma di una inquietante matta genialità!". Non sappiamo se Zornitta scriverà un libro come adesso gli consigliano quegli stessi giornalisti che lo misero in croce. O collaborerà a quel film su Unabomber che già gli hanno proposto. O forse passerà la vita inseguendo nelle aule di giustizia un risarcimento materiale e morale che ovviamente gli sarà negato, perché "i pool antiqualcosa" sono macchine giudiziarie poco decifrabili, a responsabilità collettiva. Non sarà facile stabilire quale degli investigatori ha materialmente falsificato la prova e sarà impossibile accertare la responsabilità di tutti quegli altri che non se sono accorti, perché faceva comodo chiudere il caso, e perché, come direbbe Sciascia, "i professionisti dell´anti" sono macchine che producono conformismo, pronte ad acchiappare il primo luogo comune per far tornare la calma nel pollaio.
Oppure infine Zornitta tornerà alla sua anonima vita, che è fatta di normali stramberie come quella di tutti, pazzie tollerate e tollerabili fin quando non finiscono sui giornali, o in televisione, stranezze e scarti che non sono prove a carico. E magari in quel suo sospettatissimo capannone applicherà il genio matematico per rompersi il capo sul più italiano dei quesiti. Anche lui si chiederà perché in questo paese la giustizia ha periodicamente bisogno di fabbricare un mostro, un grande vecchio, una cupola, di trovare non il colpevole dei delitti ma il responsabile di una ossessione ciclica, il diabolus absconditus, con un paio di quegli occhi di ghiaccio che i bravi giornalisti ormai non negano a nessuno.
26 gennaio 2007