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sulla stampa
a cura di P.C. - 25 gennaio 2007


I due paletti di Padoa-Schioppa
Massimo Giannini su
la Repubblica

"Sulla riforma delle pensioni sento circolare troppe parole al vento. E invece è ora di fare i conti con la realtà: è in gioco la nostra credibilità con l´Europa, la stabilità della nostra finanza pubblica, e soprattutto il futuro dei nostri giovani". Tommaso Padoa-Schioppa è preoccupato. Da Damiano a Epifani, da Ferrero a Bonanni, ministri e sindacalisti sdottoreggiano di "scaloni" previdenziali da eliminare, invece che da perfezionare. Di coefficienti di trasformazione da aumentare, invece che da ridurre. Visti dalla "trincea" del Tesoro, a Via XX Settembre, sembrano i passeri di Arthur Koestler, che in "Schiuma della terra" cinguettano sui fili telegrafici, mentre il telegrafo trasmette l´ordine di uccidere tutti i passeri.
Sul tavolo del superministro dell´Economia c´è un dossier di 20 pagine, appena sfornato dalla Ragioneria dello Stato, che spazza via senza pietà le "troppe parole al vento" che volano in questi giorni, dentro e fuori dalla maggioranza.
Se il governo ascoltasse davvero le richieste che fioccano da Cgil - Cisl-Uil e da tante parti dell´Unione, e rinunciasse a qualunque intervento sulle pensioni, l´effetto per i conti pubblici sarebbe "devastante", come scrivono i tecnici. La rinuncia all´applicazione del famigerato "scalone" introdotto dalla riforma Maroni (che nel 2008 porta l´età pensionabile da 57 a 60 anni) di qui ai prossimi vent´anni costerebbe a regime una cifra astronomica: 164,1 miliardi. La rinuncia alla rivalutazione dei coefficienti di trasformazione (che pure è già prevista dalla legge Dini e dal memorandum firmato con le parti sociali a settembre scorso) sempre di qui ai prossimi 20 anni costerebbe a regime la bellezza di 35 miliardi. In totale, secondo il dossier della Ragioneria, una "bomba" da 200 miliardi di euro. Quasi 400 mila miliardi di vecchie lire. Se Prodi e Padoa-Schioppa cedessero al canto dei passeri che cinguettano sui fili del telegrafo unionista, di qui al 2028 il sistema previdenziale esploderebbe e il bilancio dello Stato salterebbe per aria.
...
Il secondo profilo nel quale il ministro del Tesoro inquadra il problema delle pensioni è la credibilità del Paese. Rispetto all´Europa, quindi alla Commissione Ue e alla Bce. "Abbiamo assunto degli impegni precisi - è la riflessione di Padoa-Schioppa - come la Commissione aveva approvato nel 2005 l´ultimo Dpef di Tremonti, che inglobava la riforma Maroni, quest´anno ha approvato il nostro Dpef di luglio che ha un´ottica di legislatura, e prevede il pareggio di bilancio nel 2011. Ora non possiamo cambiare le carte in tavola, con una scelta rinunciataria sulle pensioni che farebbe saltare completamente quegli impegni e quegli obiettivi". In questa chiave, il ministro ha letto e apprezzato il doppio intervento di questi ultimi due giorni, a sostegno della sua linea di rigore contabile e di rispetto dei patti. Il primo di Lorenzo Bini-Smaghi, che per conto della Bce ha incitato l´Italia a non uscire dalla rotta del risanamento. Il secondo di Joaquin Almunia, che per conto della Ue ha incitato Prodi ad "attuare integralmente le riforme già adottate nel settore delle pensioni".
Tra Via XX Settembre, l´Eurotower di Francoforte e la Commissione di Bruxelles c´è un "gioco di squadra", come lo chiamano al Tesoro, che ha già funzionato sulle quantità della Legge Finanziaria, e che ora può funzionare anche sulla qualità della riforma previdenziale.
Ma c´è un terzo ed ultimo profilo, che a Padoa-Schioppa sta a cuore perfino più dei primi due. Come ha ben detto Bini-Smaghi, "chi dice che sulle pensioni tutto deve restare com´è ha il dovere di spiegare ai giovani che entrano oggi sul mercato del lavoro come intende risolvere il loro problema previdenziale, che è forse il più grave e il più serio di tutti". Anche per questo, è non solo tecnicamente impossibile, ma sarebbe anche moralmente intollerabile l´idea di non toccare i coefficienti, e di non intervenire sull´età pensionabile. Il dossier della Ragioneria parla chiaro anche su questo: il tasso di occupazione degli ultra - 50enni è pari al 30% in Italia, contro il 37% della Francia, il 41% della Germania, il 56% della Gran Bretagna, il 61% della Danimarca, e il 40,7% della media Ue. E´ l´ennesima anomalia italiana, sulla quale non si può non intervenire. "Vedremo come", è l´osservazione che Padoa-Schioppa fa in queste ore di turbolenta vigilia del confronto. Ma con due paletti ben piantati fin dall´inizio: non c´è scambio possibile tra eliminare lo scalone o rinunciare alla rivalutazione dei coefficienti. La seconda è irrinunciabile perché sta scritta in una legge. Il primo può essere perfezionato, ma piuttosto che eliminarlo è preferibile tenerselo così com´è. Questa è la sfida: il sindacato accetterà di fare lo slalom tra questi paletti? Il ministro del Tesoro ha le idee chiare. Vuole discutere a tutto campo, e discutere con tutti. Per questo, a Via XX Settembre si sta studiando un colpo a sorpresa: convocare al tavolo sulle pensioni, insieme alle confederazioni sindacali e alle imprese, anche gli organismi più rappresentativi dei giovani e degli studenti. "Perché la riforma delle pensioni - è la conclusione di Padoa-Schioppa - riguarda anche e soprattutto loro. E perché un Paese che non sa più pensare ai giovani, è un Paese senza futuro".


Alta velocità a passo di lumaca
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Piano, con l'alta velocità. L'ultima sortita di Alessandro Bianchi sul tormentone della Tav in Val di Susa pare una battuta da "comma 22". Diciotto anni dopo l'annuncio del Consiglio dei ministri dei trasporti della Cee, 17 dopo la presentazione del progetto del tunnel in Val di Susa, 13 dopo la firma accordo tra l'Italia e la Francia, 12 dopo la promessa che la nuova tratta sarebbe stata pronta "entro il 2000", 10 dopo la decisione di rasserenare gli ultimi dubbiosi con nuove verifiche, il ministro dei Trasporti ha proposto uno stop alla Conferenza dei servizi sulla Torino-Lione perché "al momento non dispone degli elementi necessari per prendere decisioni". Ciò detto, si è augurato "che entro quest'anno si possa arrivare a una decisione definitiva" e ha spiegato che su "una materia complessa e vasta" non ci si può "fare condizionare oltre misura dal problema dei tempi".
Gli altri non aspettano. Inglesi e francesi, nel frattempo, hanno costruito in sette anni il tunnel sotto la Manica. Gli spagnoli ci hanno stracciato salendo a 237 chilometri di autostrade per milione di abitanti contro i nostri 112. I cinesi (al di là delle polemiche sul significato politico della cosa) hanno steso in 5 anni e 2 giorni 1.142 km di binari da Pechino al Tibet. In Corea del Sud stanno ultimando i lavori per un treno veloce che su 410 km ne percorrerà 120 su ponti e viadotti e 190 in galleria.
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E Romano Prodi? Dopo aver assicurato mille volte che la Tav è "una priorità", intimato che "si fa, punto e basta", promesso in primavera "nei prossimi giorni decideremo", confermato in giugno alla Loyola De Palacio che "entro il 4 luglio" sarebbe stato fatto il punto "sull'avanzamento dei lavori", il premier pare aver scelto di tacere. Aveva detto, alle prime risse intestine, che dopo la messa a punto iniziale il suo esecutivo avrebbe girato "come il motore di una Ducati o una Ferrari". La difficoltà a tenere la barra sulla Tav come sui rigassificatori e il Mose e l'energia eolica e mille altri temi sembrano confermare una cosa diversa. Che le due anime del governo, per restare in tema ferroviario, viaggino su due binari lontani ("divergenze parallele"...) destinati a non incontrarsi mai.


Barba e trasporti
Luigi La Spina su
La Stampa

La campagna di questo governo sulle liberalizzazioni dovrebbe registrare, se Prodi riuscirà a comporre lo scontro Rutelli-Bersani emerso ieri sera, un avanzamento significativo. I provvedimenti che saranno varati dal Consiglio dei ministri susciteranno certamente le proteste di alcune categorie, si scontreranno con resistenze ostinate, anche se mascherate da ipocrite adesioni, in altri settori, ma troveranno un largo consenso da parte della grande maggioranza degli italiani.
Sarebbe sbagliato sottovalutare il valore di questo generale clima favorevole alla rottura di società profondamente corporativa come la nostra. Innanzitutto perché, senza la spinta di un'opinione pubblica convinta della necessità di un piano di liberalizzazione dei mercati e di uno sviluppo della concorrenza in campi che finora ne hanno avuto molto poca, la battaglia rischia di essere perduta, prima ancora di cominciarla. La forza degli interessi colpiti e la loro estensione nel sistema economico-sociale italiano frapporranno ostacoli molto alti e insidiosi alla concreta applicazione di questi principi.
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L'ostacolo più insidioso e potente, però, anche perché sarà più abilmente mascherato, verrà dalle Regioni e dai Comuni. Intorno a questi enti si sono formate, infatti, vere fortissime concentrazioni di potere, quelle che esercitano la concreta gestione della sanità pubblica, dell'energia e degli altri servizi, dai trasporti locali allo smaltimento dei rifiuti. Governatori e sindaci, assieme ai leader delle loro maggioranze, influenzano la selezione degli amministratori, infeudano i consigli di gestione, ne suggeriscono le più importanti scelte strategiche. Le risorse che tali società riescono a garantire agli enti locali sono sempre più determinanti per i loro bilanci. L'apertura a una reale concorrenza in tali settori e nei mercati che gravitano attorno al sistema della sanità pubblica, che ormai è del tutto in mano alle Regioni, suscita, perciò, apprensione e allarme negli enti locali. È del tutto comprensibile come sia più facile per la Margherita sostenere la liberalizzazione di questi settori e più arduo per i Ds, che detengono in periferia la maggior parte delle amministrazioni locali, superare obiezioni e resistenze dei loro quadri. La forza di queste preoccupazioni sulle dirigenze centrali dei partiti, a maggior ragione su quello più strutturato e diffuso sul territorio, i Ds, è sempre crescente: le risorse che riescono ad assicurare, anche attraverso il sistema di potere alimentato dalla rete di queste società di servizi, stanno diventando essenziali per l'esistenza stessa degli apparati partitici. Gli equilibri della politica nazionale stanno cambiando e non tenerne conto sarebbe una imperdonabile ingenuità.


La storia si difende da sola
Angelo D'Orsi su
La Stampa

Allora, finalmente sappiamo che cosa rischia chi si ostinerà a negare l'Olocausto: l'onorevole Mastella, ministro guardasigilli e Protettore della Verità Storica, è pronto ad affibbiare una pena (massima) di 12 anni (leggasi dodici) ai seguaci di Faurisson (l'inventore, per così dire, del negazionismo), agli emuli di Irving, o, se si vuole, anche agli amici di Ahmadinejad. Siamo al colpo finale della sceneggiata: anche chi come il sottoscritto ha firmato subito e con convinzione l'appello degli storici contro la proposta Mastella, e aveva ingenuamente ritenuto che il ministro avesse in mente una pena simbolica, rimane di sasso. Al di là della battuta un po' facile che nel giorno in cui il governo di centrosinistra annuncia la seconda ondata di liberalizzazioni (dai benzinai ai barbieri...), lo stesso governo si appresta a mettere in galera, per anni, dei cittadini, fossero anche quattro gatti, degni di nessuna considerazione intellettuale, ma che hanno (o dovrebbero avere) tutto il diritto di scrivere quello che pensano.
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E ancora: chi - pochi, per la verità - si schiera a favore del disegno di legge Mastella, richiama, per sostenere la propria posizione, analoghe legislazioni in altri Paesi (a cominciare da Germania e Austria): ma occorre ricordare che quelle legislazioni nacquero in situazioni storiche assai diverse dal presente, incommensurabilmente lontane. Se si scrivesse oggi la Costituzione repubblicana, si aggiungerebbero le disposizioni sul divieto del partito fascista? O sulla propaganda fascista? La risposta è ovvia: no. D'altronde, fare dell'antinegazionismo una sorta di religione civile di Stato, come accadde nei Paesi dell'Est sotto dominio sovietico, che diedero all'antifascismo quel ruolo, svuoterebbe di significato e di valore la stessa battaglia contro il negazionismo, banalizzandola e irrigidendola in modo tanto chiesastico, quanto sostanzialmente inefficace.
Infine: una proposta del genere, anche prima di conoscere la grottesca pena massima di cui sopra, non può che aprire inquietanti scenari futuribili, ma tutt'altro che impossibili. Ossia, oggi è il negazionismo a cadere sotto la scure della legge (e, non dimentichiamo, degli individui che dovrebbero applicarla, con il tasso di arbitrio che ciò implica: un giudice è in grado di vagliare i prodotti storici? O di valutare gli assunti ideologici?); ma domani chi impedirà che possa toccare a un qualsiasi altro "ismo"? Ovvero, più specificamente, non è infondato il timore che qualunque negazione di fatti storici, o, sulla base magari di altre successive leggi, che vengano dichiarati tali per decisione politica, possa portare in prigione. Prendiamo il processo a Gesù, che qualcuno continua a non ritenere (del tutto legittimamente) un fatto realmente accaduto. Se papa Ratzinger e la Cei facessero pressione sul governo per ottenere una legge ad hoc, ossia per punire chi afferma che quel processo è un'invenzione mitologica, forse anche qualche collaboratore e molti lettori di questo giornale dovrebbero prepararsi a emigrare.


L'ombra lunga del cavaliere
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

Legge ad personam per eccellenza, la "legge Pecorella" sull´inappellabilità delle sentenze di assoluzione è da buttare perché incostituzionale. Lo ha deciso la Consulta infliggendo un´altra umiliazione al legislatore dell´età berlusconiana. Gli addetti agli affari di giustizia non ne sono sorpresi. A occhio nudo o anche soltanto alla luce del senso comune, quella legge – fin dalla nascita – appare deforme, soltanto un espediente per evitare a Silvio Berlusconi un nuovo processo, dopo l´assoluzione per prescrizione dall´affaire Sme.
Per proteggere il Capo da ogni imprevisto, come sempre per le leggi ad personam (di volta in volta hanno inventato l´impunità del capo del governo o cancellato il reato, la prova o addirittura il giudice, quando sgraditi o pericolosi), la maggioranza dà il via a una regola del processo che cancella la possibilità di un processo d´appello. E´ una correzione della procedura penale che lascia pendere la bilancia a vantaggio dell´imputato. Come conferma ora la Corte Costituzionale, viola il principio di uguaglianza e ragionevolezza (articolo 3 della Costituzione). Deforma la parità tra le parti per processo (se l´imputato è assolto in primo grado non può ricorrere al secondo grado di giudizio mentre, al contrario, può farlo l´imputato se condannato). L´inappellabilità, secondo un´interpretazione, giunge a interdire finanche la tutela delle parti offese del reato, bloccandone ogni loro iniziativa. La norma transitoria, elaborata nella scorsa legislatura, non spiega nemmeno, secondo gli addetti, che cosa può fare o non fare la parte civile, cioè la parte offesa, la vittima del reato. Può impugnare la sentenza di proscioglimento, fare ricorso in Cassazione? Anche in questo elementare aspetto la questione, per i giuristi, appare controversa.
E´, comunque, un ventaglio di incoerenze che a quel Parlamento oppone anche il Capo dello Stato, lo scorso anno. Carlo Azeglio Ciampi rinvia alle Camere quel garbuglio "palesemente incostituzionale", ma di nuovo il Parlamento lo approva, per il rotto della cuffia, alla fine della scorsa legislatura conservando, con un´inutile cosmesi, un arbitrario e incostituzionale squilibrio tra difesa e accusa, tra pubblico ministero e imputato.
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Ne nascerebbero baruffe, altre grida, nuove polemiche alimentando l´abituale vittimismo del presidente di Forza Italia, paralizzando i lavori delle Camere nei prossimi mesi. Il governo dovrebbe avere la forza di affrontarne le conseguenze, nella convinzione che il decreto legge permetterebbe a tutti coloro che ne sono stati privati di godere di una prassi (l´appello) eliminata per avvantaggiare uno solo. Il governo avrà questa forza? C´è chi ne dubita, c´è chi lo promette. Quale che sia la previsione, è invece prevedibilissimo che assisteremo a nuovi strappi. Se il governo dovesse approvare un decreto d´urgenza bisognerebbe dire addio al dialogo sollecitato dal presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e necessario al ministro della Giustizia per approvare un programma di riforme che, con molta enfasi, definisce di "umanesimo giudiziario".
Se il governo non dovesse legiferare d´urgenza, ne pagherebbe il prezzo al suo interno con una spaccatura tra i "pragmatici" (come Clemente Mastella) e chi – ed è un larga parte della coalizione – chiede la cancellazione delle leggi ad personam. Anche se non è più presidente del Consiglio, dobbiamo abituarci all´idea che pagheremo ancora qualche prezzo collettivo al destino personale di Silvio Berlusconi.


Le cucine del cav. e dell'ing.
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Oggi e domani i politici e gli intellettuali della Cdl discuteranno di berlusconismo ma senza Silvio Berlusconi, lo faranno dentro un albergo monumentale romano, l'Aldovrandi Palace (il programma si scarica su liberalfondazione.it). Il terzo giorno, sabato al teatro Capranica, arriverà pure il Cav. e insieme con Gianfranco Fini parlerà a tutti di politica e di alcune “cose che resteranno” delle quali si sta occupando da settimane con Ferdinando Adornato. La Fondazione Liberal è titolare dell'intero evento, l'ex premier proverà a trasformarlo nell'atto fondativo del Partito delle libertà. Gli amici di Adornato si occuperanno di storia ma “non bisogna temere alcunché di museale. Sarà un convegno di revisionismo storico – dice Adornato – perché dopo sessant'anni, grazie al lavoro svolto da Renzo De Felice in poi, abbiamo gli strumenti per smascherare le bugie della sinistra. Lo facciamo con la passione intellettuale ma soprattutto per non condannarci ad altri cinquant'anni di bignamini conformisti”. Il tema da svolgere è centrato sul fenomeno Cav. “Sì, ma lì dove la sinistra declina il berlusconismo come l'era del Caimano populista e aggiunge un sottotitolo implicito che recita: 'Declino del', noi svolgiamo una retrospettiva che guarda alla durata futura, al 'berlusconismo nella sua freschezza' e a Berlusconi come costruttore di un'identità, oltreché del primo partito italiano e della coalizione di centrodestra”.
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“Costruire la durata”, dice Adornato ed è un'espressione poco afferrabile per chi non abbia letto l'intervista concessa l'altroieri da Berlusconi al Giornale. Quando il Cav. parla di “seconda ondata” – dopo la prima del 1994 – significa che ha riletto la meccanica del potere novecentesco e ora per lui il problema principale non è la federazione di Forza Italia con An e, se ci sta, la Lega di Umberto Bossi. Che però prima o poi si farà in Parlamento e nelle liste elettorali. La disponibilità di Fini non è di circostanza e che sia lui a concludere la tre giorni accanto a Berlusconi è indicativo. E si combina con il nuovo corso che il presidente di An ha impresso al Secolo d'Italia, dove i direttori Flavia Perina e Luciano Lanna svecchiano e correggono un antico deposito culturale e dedicano più spazio al rinnovamento della coalizione. Il paginone centrale di ieri era costruito intorno al gramscismo berlusconiano, ai 4 mila circoli fondati da Michela Brambilla (presidente dei giovani di Confcommercio) che affiancheranno gli altri club guidati da Marcello Dell'Utri. Se poi diventeranno come le sezioni di An radicate nelle periferie, non si sa, ma è materia che si aggiunge. E adesso che Berlusconi ha pure comprato un edificio grande e pieno di aule vicino ad Arcore, Adornato e Angelo Maria Petroni ci faranno un'Università internazionale nella quale, accanto ai prof. italiani di economia e bioetica, alcuni amici come Kohl e Aznar, Bush e Kissinger terranno lezioni di Scienze politiche. Se funziona, il modello verrà esportato nelle grandi città. Il partito unitario potrebbe nascere anche così. Quanto al suo successore, il Cav. sorride senza fretta: “Un quarantenne”.


Napoli, Dell'Utri non salda il conto
Ottavio Lucarelli su
la Repubblica

NAPOLI - Tremila giovani, tre giorni di convention, un comizio di Silvio Berlusconi e una lezione di Fabio Capello. Il tutto organizzato da Marcello Dell´Utri per i giovani di Forza Italia. Bandiere, inno di partito, grandi buffet. Una sola dimenticanza. Il conto da versare alla Sea, società titolare del mastodontico Sorrento Palace, e alla Russo travel che, trascorso un anno, hanno ottenuto due decreti ingiuntivi nei confronti del senatore azzurro per crediti rispettivamente di 445 mila e 236 mila euro.
Due decreti dello scorso 13 dicembre, una vicenda portata alla luce dal quotidiano napoletano Metropolis. Tre giorni intensi per i tremila Dell´Utri boys che arrivarono a Sorrento in rappresentanza di 165 circoli dei giovani di Forza Italia per parlare di politica, finanza e cultura. Under 40 incravattati e ragazze con tacchi a spillo a scorazzare per la città albergo di Sorrento intervistati in gran numero dalla Rai in una puntata di "Telecamere" sulla classe dirigente del futuro andata in onda il 20 novembre 2005.
Tre giorni di festa e ora il conto da saldare. Decreti ingiuntivi arrivati dopo una lunga corrispondenza tra i legali della Sea e lo stesso Dell´Utri che a metà dello scorso anno, in una lettera, aveva promesso di risolvere personalmente la vicenda. Trascorsa senza vedere un euro anche l´estate 2006, gli avvocati della Russo travel, del Sorrento Palace e di altri alberghi, tra cui l´Hilton, hanno preparato i ricorsi per recuperarne 681 mila.
Agenzia e alberghi che abitualmente non organizzano grandi eventi senza ricevere i dovuti acconti, ma che nel caso dei dell´Utri boys avevano fatto un´eccezione. Una convention in cui tra politica, cultura e finanza aveva lasciato il segno Silvio Berlusconi: "Vedo che siete in tanti. Giovani con sorrisi smaglianti, tutti molto eleganti. E ci sono anche tante belle ragazze. Nelle assemblee della sinistra non c´è tutto questo".


Miserie del creazionismo
Claudio Magris sul
Corriere della Sera

Se qualcuno mette in dubbio la virtù di mia madre, ha detto una volta Borges, lo ammazzo; se diffama mia nonna, lo schiaffeggio; se insinua che ad essere stata una puttana è la mia bisnonna, reagisco con minor furore e quasi con una punta di curiosità, e ci si può immaginare il progressivo intiepidimento delle sue reazioni man mano l'offesa risale indietro, al buio delle origini. Come dovremmo rispondere a chi insultasse la nostra trisavola Lucy, la giovane e graziosa femmina di australopiteco vissuta 3,5 milioni di anni fa, il cui scheletro è stato trovato in Africa, nell'Afar etiopico, da Yves Coppens nel 1974, insieme ad altri ricercatori?
D a tempo sappiamo che l'universo, a differenza da quanto affermava il vescovo anglicano Ussher, non è stato creato il 23 ottobre 4004 avanti Cristo, di domenica, ma sino a poco fa la conoscenza dei miliardi di anni di esistenza del cosmo e dei milioni di quella dell'uomo restava un sapere teorico e astratto che non pervadeva la sensibilità, non influenzava la vita né il modo di percepirla.
Nato a Vannes nel 1934, professore di Paleoantropologia e Preistoria al Collège de France, membro delle più grandi accademie scientifiche e insignito dei più prestigiosi riconoscimenti, Yves Coppens non è soltanto uno dei grandi scienziati e ricercatori che hanno contribuito a fondamentali scoperte sulle origini dell'uomo e sulla sua storia di lunghissima durata, che coinvolge quella del clima, del pianeta e dell'universo. Grazie alle sue singolari capacità di scrittore, egli è stato anche capace di divulgare le più audaci scoperte scientifiche senza perdere nulla della loro complessità. La combinazione di ricerca sul campo, scoperte scientifiche e chiara esposizione narrativa ha permesso a Coppens di farci sentire concretamente, direi quasi fisicamente, che Lucy è una nostra antenata: che la nostra storia non inizia con le ziqqurat, le arcaiche misteriose torri mesopotamiche forse modello di quella di Babele, e nemmeno con le mirabili pitture delle grotte di Altamira (ventimila anni fa, ieri), bensì milioni di anni prima, con quei nostri avi che nelle savane africane colpite da una spaventosa siccità hanno dovuto alzar la mano all'albero e trovare la posizione eretta, fare quei primi passi — i "pre-amboli", cui s'intitola un suo libro — che li hanno diversificati da altri primati rimasti nella foresta nutrita dalle piogge.
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Ma non è tanto questo che turba i nostri rapporti con i cugini discendenti dal purgatorius. La nostra esistenza e la nostra morale si basano su una radicale distinzione tra gli uomini e le altre creature viventi. Possiamo e dobbiamo essere meno crudeli possibile con gli animali, ma non possiamo vivere senza far loro violenza; anche il vegetariano uccide con ogni respiro esseri invisibili ma non perciò meno vivi; pure l'animalista cerca di annientare i microbi che lo assaltano. Non è possibile applicare l'etica kantiana agli animali né porre sullo stesso piano il genocidio di esseri umani e la distruzione di specie animali. Per l'universo, la Shoah e l'estinzione dei dinosauri sono probabilmente due fenomeni non troppo diversi, ma per noi no. Non è la religione ma sono l'etica e l'umanesimo a venir messi in crisi da un naturalismo radicale e a costringerci a separarci, nettamente e anche violentemente, dalla totalità dell'universo vivente, da tutte le altre creature. Può darsi sia questo il peccato originale.
Lucy ci è ancora relativamente vicina, ma il nostro albero genealogico risale ancora più indietro: al momento in cui la materia elementare cominciava ad aggregarsi in strutture via via più complesse, alla materia incandescente che precedeva la comparsa delle stelle, a quei frammenti impazziti nello spazio subito dopo il big bang prima di trovare un ordine. Sarebbe veramente difficile schiaffeggiare chi offendesse una di quelle molecole che iniziavano i loro pasticci. Eppure, quando a Trieste vado a trovare Primo Rovis e a vedere la sua straordinaria collezione di minerali e fossili, forse unica al mondo, quelle druse di ametista e citrino, quei geodi giganti fioriti di rose, quei carbonati, quei cristalli di assoluta perfezione geometrica all'interno di una pietra di ametista mostrano il volto di una realtà che anch'essa è a suo modo viva, perché la sua morfologia obbedisce a precise leggi che creano una bellezza incredibile e al di là dell'umano. Tutto ciò sembra indicare che perfino la frontiera tra vita organica e inorganica, tra vita e non vita è labile e inconsistente. Anche quelle gemme di miliardi di anni fa incutono un rispetto verso venerande madri e non solo per la forma di grembo e di organo femminile che spesso assumono. E ci si chiede se i nostri bispronipoti fra millenni e millenni non potranno essere altrettanto diversi da noi quanto noi lo siamo dal proconsul o dalle alghe azzurre unicellulari delle origini, cosa ancor più difficile da accettare.
Oggi, miliardi di anni fa, miliardi di anni futuri; il tempo si contrae, si rapprende nel cristallo o nell'agata che lo contiene. "Sono il fiume ansioso di gettarsi nel tuo mare" — scriveva nel 600 il poeta gesuita Angelus Silesius rivolgendosi a Dio — "ma sono anche già il tuo mare".


   25 gennaio 2007