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sulla stampa
a cura di P.C. - 24 gennaio 2007


Imprenditore controcorrente
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Verrebbe da scrivere che se ne va l´ultimo degli imprenditori coraggiosi che ebbero coscienza del loro ruolo pubblico e considerarono l´impresa come un luogo d´incontro e di collaborazione tra tutti i fattori della produzione egualmente interessati e partecipi alla ricchezza comune. E si direbbe una parte della verità, ma non tutta la verità su Leopoldo Pirelli. L´altra parte di verità fu il senso del dovere e della responsabilità che la ricchezza impone a chi la detiene, l´austerità della vita e dell´immagine, il senso vigile dei limiti, il rispetto degli interessi antagonistici.
Aborriva i privilegi di classe e di rango e mai ne volle per sé. Soffriva come una colpa collettiva l´egoismo di molti suoi colleghi imprenditori che eludevano con sfacciata noncuranza gli obblighi della loro condizione. Diffidava della finanza e dell´economia che aveva insediato la finanza al vertice della cultura d´impresa. Questa è l´altra parte di verità da dire su Leopoldo Pirelli e la si può riassumere con una parola: isolamento.
Leopoldo fu un isolato. Un liberale vero in un paese dove l´imprenditore liberale è una rarità se non addirittura un´eccezione. Un borghese con un concetto della borghesia come classe generale al servizio del paese, che non trova riscontro nell´Italia del Novecento.
Malgrado la "vulgata" che lo accomunava a Gianni Agnelli, di cui fu amico affettuoso fino al loro ultimo incontro pochi mesi prima che Agnelli morisse, questi due "campioni" dell´imprenditoria italiana furono profondamente diversi. Agnelli superò gli ostacoli e le traversie con la forza della sua vitalità; la rimozione fu per lui lo strumento principale per eludere la sofferenza. Leopoldo usò la sofferenza come strumento di analisi e di conoscenza di sé.
Ereditarono tutti e due - Agnelli e Pirelli - le rispettive imprese, con la differenza che Gianni la ereditò dal nonno e Leopoldo dal padre. La figura paterna è più incombente di quanto non sia quella dell´avo. Per di più alla Fiat tra il primo e il secondo Agnelli ci fu il lungo intervallo di Vittorio Valletta mentre tra Alberto e Leopoldo Pirelli la trasmissione del ruolo fu immediata. Queste due diverse modalità hanno avuto molto peso psicologico sull´evoluzione di quella terza generazione: il nonno è un´icona lontana, il padre può trasformarsi in un super io che t´impone modelli e comportamenti.
Per Leopoldo comunque il vero interlocutore e uno dei grandi amori della sua vita è stato il fratello Giovanni che gli è morto tra le braccia nell´incidente automobilistico dal quale lui uscì segnato nel corpo e nell´anima.
Giovanni era il maggiore dei due, molto diverso da lui. Tanto diverso da rifiutare la guida dell´azienda. Aveva idee socialiste e comuniste ma l´amore per la libertà gli impedì di militare in un partito che ne era molto lontano. Amava la letteratura e la poesia. Detestava le disuguaglianze sociali ed economiche. Per questo rinunciò a guidare l´azienda. Leopoldo prese il suo posto ma i due fratelli continuarono a seguire con reciproca partecipazione l´uno i passi dell´altro, nell´avversità e nella fortuna, fino a quella notte di terribile sventura.
Ho incontrato tante volte Leopoldo Pirelli negli anni della giovinezza e poi in quelli dell´età via via più adulta. Col tempo era diventato sempre più solitario: l´affetto della sua compagna, dei familiari e di pochissimi amici. Il giudizio sulle vicende italiane e internazionali si era fatto ancora più lucido e severo. Non aveva mai amato il populismo e l´ipocrisia, la demagogia e il politichese. La libertà era per lui un principio laico imprenscindibile ma le disparità sociali erano un cruccio preminente.
C´è stata nel suo carattere una componente amletica che spiega il suo fascino e il suo destino. Ricordate il finale di quella tragedia? "Riposa in pace dolce principe - dice Fortebraccio - e quattro capitani portino il tuo corpo a sepoltura".
Ma qui non c´è alcun Fortebraccio e difettano i capitani. Solo tanti amici e, dolenti, gli dicono addio.


Regole e regali
Mario Deaglio su
La Stampa

La decisione dell'Antitrust di aprire un'indagine per verificare l'ipotesi che nove compagnie petrolifere si siano messe d'accordo per manipolare i prezzi dei carburanti, implica in realtà due ordini di problemi: quello del costo elevato dei carburanti e quello della trasparenza dei mercati. Per quanto riguarda il costo dei carburanti e in particolare quello della benzina, di cui gli italiani fanno esperienza tutti i giorni, si giunge alla conclusione, apparentemente paradossale, che le variazioni del prezzo del greggio sono un elemento secondario nella sua determinazione. In tutta Europa, infatti, l'autorità pubblica ha fatto dei carburanti un pilastro delle proprie entrate per la natura dei carburanti stessi (l'imposta è difficile da evadere, si incassa subito e si può variare con rapidità, si applica su un bene di largo consumo e l'automobilista medio non può certo farsi una scorta di benzina data la sua pericolosità). Per conseguenza, su un euro pagato da un automobilista, quasi settanta centesimi vanno allo Stato oppure alle autorità locali sotto forma di accise (imposte sulla quantità) e Iva (imposta sul valore). L'aumento del prezzo del greggio può arricchire di più il ministero dell'Economia che i Paesi nel cui territorio il greggio è stato estratto.
I rimanenti trenta centesimi sono infatti divisi tra i produttori di petrolio (nell'ordine di 10-15 centesimi) e le imprese che svolgono le fasi successive della lavorazione (raffinazione, trasporto, stoccaggio, gestione della pompa). Per conseguenza, una riduzione di un centesimo del solo prezzo pagato ai produttori (pari al 5-10 per cento di quanto ricavano) incide assai poco sul prezzo alla pompa.
...
Appare in ogni caso giustificato indagare più a fondo su quel 10-15 per cento del prezzo sul quale le compagnie petrolifere possono effettivamente agire e domandarsi come mai la caduta del prezzo del petrolio - e anche la caduta del cambio del dollaro, moneta nella quale il petrolio è pagato - non si traduca in tempi brevi in una caduta dei prezzi alla pompa. E questo non tanto per la possibile riduzione di qualche centesimo, quanto per un'esigenza di equità fiscale e di buon funzionamento dei mercati. Più che il risparmio, conta il principio; e le compagnie petrolifere, che amano esser considerate dei capisaldi dell'economia di mercato, dovrebbero essere le prime a dichiararsi soddisfatte di una simile indagine. Quello petrolifero è, in realtà, un mercato molto opaco anche per motivi tecnici che implicano scambi complessi tra estrattori, raffinatori e distributori. Proprio per questo, però, occorrerebbe fare un po' di luce, e l'indagine dell'Antitrust sarà benvenuta se ricostruirà la provenienza e i passaggi della benzina di determinate pompe petrolifere, scelte magari a campione, per capire in quanto tempo e con quali costi effettivi un barile di greggio appena estratto si trasforma in benzina e quindi quanto deve aspettare l'automobilista per vedere in concreto il vantaggio di un calo dei prezzi petroliferi e quanto dovrebbe essere questo vantaggio.
Se i mercati devono veramente funzionare, deve cessare la "riservatezza" delle società petrolifere su loro stesse e sui loro processi di lavorazione. Negli Stati Uniti alcune grandi società petrolifere hanno cominciato a pagare a suon di multe questa riservatezza e le inesattezze dei loro bilanci. E' questo il sintomo di una diversa sensibilità dell'opinione pubblica: se si vuole davvero il mercato, questo è uno dei punti sui quali cominciare ad agire sul serio.


La maggioranza che sa rischiare
Pierluigi Battista sul
Corriere della Sera

Anna Finocchiaro, presidente dell'Ulivo al Senato, sostiene che è "aberrante" far dipendere l'approvazione del rifinanziamento della missione italiana in Afghanistan dagli umori di una pattuglia di dissidenti. "Aberrante", forse è un po' troppo, non foss'altro perché in una democrazia parlamentare i numeri rappresentano il timbro legittimo di una decisione politica. Ma un'anomalia, questo sì: anomalia rimediabile, se davvero vi si vuole rimediare.
L'anomalia è che, in un governo di coalizione, la minoranza dello schieramento possa esercitare con accanimento il suo potere di veto lasciando la maggioranza di fronte a un dilemma secco: o annacquare, depotenziare, mediare fino allo snaturamento di una decisione politica; oppure aggirare l'ostacolo mediante il ricorso al voto di fiducia, che annulla la specificità di una scelta sostituendola con un atto di obbligata fedeltà alla coalizione. A luglio, sempre a proposito di un rifinanziamento della missione a Kabul, si optò per la seconda scelta. Adesso, a poche settimane dal voto, i leader della cosiddetta sinistra "radicale" (non solo e non più "sette o dieci dissidenti", come suggerisce con un certo ottimismo la Finocchiaro) lega la sopravvivenza stessa del governo a una riformulazione attenuativa dei criteri della nostra presenza in Afghanistan: prendere o lasciare, o come diciamo noi o niente. Anna Finocchiaro, par di capire, sembra sottrarsi al diktat per dire che si deve andare avanti e che non c'è niente di scandaloso se su una questione su cui è possibile realizzare una convergenza con l'opposizione, non si tenga conto delle minoranze irriducibili. Non è forse "aberrante" la dittatura delle frange minoritarie sulla stragrande maggioranza di un Senato libero e sovrano?
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E' vero: non sarebbe serio avere maggioranze variabili a seconda degli argomenti in agenda. E non è nemmeno possibile che, permanentemente, sulla politica estera il governo non possa disporre di una sua maggioranza politica, finendo per rendere indispensabile numericamente e politicamente l'apporto dell'opposizione. Inoltre, la soluzione dell'"aberrante" impasse in cui stagna il centrosinistra metterebbe sul tappeto problemi politici di tale importanza da aprire una discussione sulla sopravvivenza stessa della maggioranza di governo. Ma si tratta di rischi che è utile e necessario correre. Come quelli che furono affrontati nell'aprile del 1997 quando, nell'Italia dell'Ulivo, il Parlamento votò a schiacciante maggioranza (503 voti favorevoli contro 85 contrari e 7 astenuti) il finanziamento della missione in Albania, Ulivo e Polo uniti e sinistra "radicale" in minoranza. Anche allora, su una questione che coinvolgeva l'interesse nazionale, non venne accettato l'"aberrante" diktat del no oltranzista. Anche allora una questione di principio non venne mercanteggiata come prezzo di una mediazione paralizzante. Si andò al voto, cercando una convergenza con l'opposizione. Un rischio, certo. Ma un rischio che anche oggi vale la pena correre. Per non lasciarsi imprigionare da una paralisi "aberrante".


Uniti o a casa, l'avvertimento di D'Alema
Maria Teresa Meli sul
Corriere della Sera

ROMA — Prima scena, Anna Finocchiaro, ds, presidente del gruppo dell'Ulivo al Senato: "Non possono essere dieci dissidenti a mettere in crisi la maggioranza". Traduzione: se anche il decreto sull'Afghanistan passasse con i voti del centrodestra, pazienza, del resto già durante il voto sulla Costituzione europea il governo della Cdl si divise, la Lega votò contro e non accadde nulla. Seconda scena, il ministro degli Esteri Massimo D'Alema, ds, con i collaboratori: "Quando non ci sono alternative, non ci sono alternative e sull'Afghanistan la situazione è questa e un governo che non avesse la maggioranza in politica estera dovrebbe andarsene a casa".
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La confusione è massima. Il Guardasigilli Clemente Mastella dà ragione a D'Alema: "Un governo che non riesce ad essere unito in politica estera non è un governo", dice. In un corridoio di Montecitorio il sottosegretario rifondarolo Alfonso Gianni spiega: "La verità è che l'ala riformista della maggioranza con questa storia sta cercando di mettere un cuneo tra noi e Prodi". Poco più in là, con altrettanta sicurezza, il capogruppo della Rosa nel Pugno, lo sdi Roberto Villetti osserva: "Temo che la sinistra radicale chieda uno scambio: noi votiamo il decreto, voi dite no agli Usa su Vicenza". Già, Vicenza, che, inevitabilmente, si incrocia con l'Afghanistan. Il primo febbraio al Senato verranno votate delle mozioni su questa vicenda. Quella della Cdl, naturalmente, e quella dell'Ulivo, a cui però la sinistra radicale non può aderire. Ne presenterà una in proprio e tenterà di votare un punto in comune con gli alleati: quello che riguarda la necessità di una consultazione tra i vicentini. Già, Vicenza: il 17 febbraio ci sarà una manifestazione nazionale. E se ci fossero incidenti e la polizia dovesse intervenire? Dice Marco Minniti, viceministro ds all'Interno: "Abbiamo precisato i nostri due capisaldi. Non tollereremo più violenze negli stadi... e nelle piazze". Ci mancherebbe solo questo: una carica di polizia a Vicenza nell'era del governo dell'Unione. È il timore della sinistra, perché allora sì che il voto sull'Afghanistan, previsto in Parlamento tra febbraio e marzo, diventerebbe un problema insolubile.


Disperata primavera di Beirut
Igor Man su
La Stampa

Beirut è tornata la disgrazia. Una giornata di sciopero generale indetto da Hezbollah, il "partito di Dio" sciita che vuol rovesciare il governo Siniora; neanche ventiquattr'ore sferruzzate di selvaggia furia suicida han cancellato "il belletto della normalità", restituendo al già felice Paese dei cedri i connotati funesti della guerra intestina. Le mischie cruente fra i miliziani sciiti di Hezbollah, i più scatenati, e di Amal, i più "politici" con i "volontari" del partito sunnita al-Mustaqbal sono state contenute dalla polizia, dall'esercito: gli stessi contendenti non han pigiato finora sull'acceleratore il piede biforcuto della "guerra civile". Sedici anni (1975-1991) d'infame guerra interna hanno vaccinato i libanesi.
Da bravi fenici, maestri del compromesso, produttori di benessere, sono riusciti nell'impresa ciclopica di ricostruire il Libano. Ma la ricostruzione non poteva non coincidere con la sovranità mutilata dall'occupazione, sia pure carsica, del Deuxième Bureau della Siria. Damasco non ha mai riconosciuto il Libano, scippato ai siriani dagli accordi "imperialisti" Sykes-Picot; "Non si scambiano ambasciatori dentro lo stesso paese", diceva Hafez al-Assad, l'ascetico Duce siriano i cui talenti colpirono Kissinger.
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Assad tenne a debita distanza Teheran pur succhiando le ricche mammelle di Teheran. I successori del Leone di Damasco sono in difficoltà di fronte allo straripare dell'Iran cui, a sentire il presidente Ahmadinejad, spetta il ruolo di ispiratore-guida degli sciiti. E siccome gli sciiti (quelli di Hezbollah, quelli di Amal) sono la maggioranza effettiva del Libano, il Patto nazionale "va rivisto" con le conseguenze del caso. Ecco la primavera di Beirut, ecco la disperazione degli studenti in T-shirt che affrontano gli hezbollah in queste ore tremende, per le vie d'una città nata per la bella vita. Se a questo minestrone ribollente, per citare Malraux, si aggiunge la spasmodica preoccupazione dei sunniti (leggi Egitto e Arabia Saudita) e cioè che gli Usa pragmaticamente aprano un tavolo con Teheran, in quest'ottica non appare eccessivo il pessimismo dei "guru di Zamalek". "Siamo solo agli antipasti", dicono.


Che succede nei giornali
Roberta Carlini su
il Manifesto

"Stampa e regime", è il titolo antico e contemporaneo della mattutina rassegna stampa di Radio Radicale. La stampa non se la passa benissimo. Non guardiamo solo in casa dei giornalisti (senza contratto da 694 giorni), ma anche nei salotti buoni dei loro editori: il Corriere della Sera è nella bufera per lo spionaggio industrial-editoriale di uno dei suoi azionisti a danno di suoi alti dirigenti e giornalisti, mentre in Confindustria si litiga sul futuro del Sole 24 ore. Quanto al "regime": dalla maggioranza di governo, in profonda e innegabile difficoltà, arrivano strali contro gli editori, accusati di usare i loro giornali come bastoni (D'Alema) o di predicare bene e razzolare malissimo (Prodi). Viene da chiedersi: cosa sta succedendo, tra stampa e regime?
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Più felpata è la guerra ai vertici dell'editore del Sole 24 Ore: dove il presidente Cordero di Montezemolo, dopo aver de-berlusconizzato Confindustria e il suo giornale, ha voluto spostare di nuovo il timone e riequilibrare l'assetto di vertice, a garanzia della parte degli industriali più critica verso la sua gestione (i fischiatori di Vicenza, per semplificare). Con questa rilevante correzione, pare che il Sole si avvii in pompa magna a quotarsi in Borsa, cioè a diluire la sua proprietà tra tanti azionisti. Ma nessuno pensa che questo diluirà il controllo dell'azionista principale, che resterà sempre la Confindustria col club di grandi imprenditori che la governa.
Insomma: se davvero i giornali sono come bastoni, nessuno vuole mollarne la presa, tanto più in un momento di politica debole, in cui si fanno e disfano maggioranze ma anche affari. Scorrendo l'elenco dei nomi degli editori si ha un'idea della loro dipendenza dalle decisioni del governo: basti pensare all'indebitata Telecom e all'abortito piano di salvataggio Rovati, ai pretendenti di Alitalia, a Cordero e Della Valle che corrono per fare i treni privati, alle cliniche e ai piani regolatori. Se si escludono gli imperi bancari, veri poteri forti, non è che gli altri possano permettersi di tirare la corda più di tanto.
In tutto ciò la politica (o meglio, il ceto politico) ondeggia: un giorno conta sulla sua forza mercantile rispetto a questo o quel giornale, un altro piagnucola per gli attacchi mediatici e va al contrattacco. Prodi e i suoi vogliono davvero tagliare le unghie al conflitto di interesse nei media? Smettano di pensare solo alla tv, e propongano una legge per separare la proprietà dei giornali e di tutti i media da quella di imprese non editoriali.


Bagdad 2007, l'ultima prova
Alberto Ronchey sul
Corriere della Sera

Sulle sorti dell'Iraq, ancora i pareri saranno a lungo discordi se consideriamo l'esperienza degli ultimi anni. Dopo la caduta di Saddam Hussein, dal 2003, nessun tentativo ha potuto reprimere le conflittualità irachene. Inefficaci le periodiche offensive contro il terrorismo di al-Qaeda, o contro la guerriglia cronicizzata nel "triangolo sunnita" e quella delle milizie sciite filo-iraniane dell'imam ribelle Moqtada al-Sadr. Impotenti le operazioni rivolte a sedare i feroci scontri etnico- religiosi e tribali.
Non è stato affatto risolutivo il referendum dell'ottobre 2005 sulla Costituzione, seguito dall'elezione del primo Parlamento. Vana risulta l'amnistia promessa per i rivoltosi "non terroristi" dal governo di al-Maliki. E malgrado l'eliminazione dello stratega di al-Qaeda operante sul territorio iracheno, al-Zarqawi, l'Onu stima che solo nel 2006 i civili uccisi nelle disparate conflittualità siano stati 34.452, mentre le stragi continuano.
George Bush, a questo punto, ha deciso l'invio di altri 21.500 soldati a Bagdad, respingendo i cauti consigli dell'Iraq Study Group presieduto da James Baker. Ha contro i pareri prevalenti al Senato e alla Camera, oltreché la maggioranza dell'opinione pubblica. Può insistere, anzi già procede quale "comandante in capo delle forze armate", ma sfida i legislatori arbitri degli stanziamenti militari, anche se non è facile negare mezzi di vitale necessità per i soldati sul campo.
Fra i collaboratori del presidente non si parla dell'inizio di un'escalation, formula che rievoca le sventure degli anni '60-'70 nel Vietnam, bensì di surge, impulso. Con quale scopo? Controllare anzitutto Bagdad fuori dalla Green Zone, l'area di massima sicurezza presidiata finora, e la provincia di Anbar dominata tuttora dagli "squadroni della morte" baathisti. Ma Bagdad si estende per oltre 20 chilometri sulle rive del Tigri. Fino al 2003, i suoi abitanti risultavano 5 milioni e 750 mila. Distruggere Bagdad, o sottometterla come ai tempi di Hulagu Khan e peggio di Tamerlano, è inconcepibile. Dunque non rimane che affrontare guerriglieri e terroristi shahid fra meandri e labirinti sotterranei, da una casbah all'altra. Impresa temeraria, sia pure mobilitando anche gli agguerriti peshmerga
curdi, o le truppe saudite disponibili a contrastare l'influenza iraniana. Fra gli stessi amici e seguaci di Bush, affiorano dubbi e obiezioni. Persino Daniel Pipes, fondatore del Middle East Forum, ha commentato: "Sono scettico sull'esito del nuovo corso... Mi auguro che abbia successo, anche se non mi convince".
Bush ricorre all'ultima prova, definita in America un azzardo senza forze sufficienti. Ma non può ammettere che l'intervento militare in Iraq, già dal principio, sia stato un errore dovuto in gran parte all'inadeguata comprensione dei caratteri e costumi bellicosi nel contesto geopolitico della composita e turbolenta società. O non lo pensa nemmeno. E quando riconosce "alcuni errori", non pare che sia di quello che sta parlando. Non vuole né ormai può decidere un prossimo disimpegno, lasciando l'Iraq alla guerra di spartizione tra sciiti, sunniti, curdi, e all'invadenza dell'Iran. Come avverte a Londra il conservatore
Daily Telegraph: "Qui si gioca tutto". Fra l'altro, ancora pericoloso rimane dietro l'Iraq il terreno d'occupazione dell'Afghanistan, laddove fra Kabul e Kandahar lo stesso presidente Hamid Karzai mette in pericolo quotidiano la propria vita dinanzi alla guerriglia talebana di ritorno.


Il tardivo ecologista
Vittorio Zucconi su
la Repubblica

Ascoltare il Presidente Bush parlare a una nazione che non lo ascolta più, significava assistere a due formidabili drammi racchiusi uno dentro l´altro, al dramma di un uomo sconfitto che sta trascinando nel suo mesto finale una grande democrazia senza più timoniere credibile.
Questo penultimo discorso annuale sullo Stato dell´Unione è stato un discorso sullo Stato del Presidente e le notizie non sono buone. Soltanto Nixon prima di lui era salito sul podio del Senato con un indice di popolarità collassato al 28% e a questi livelli di ostilità si apre sempre il rischio che i due drammi si fondano e il disastro di un presidente divenga il discredito dell´istituzione che lui incarna.
I ricercatori d´opinione e i parlamentari del suo stesso partito repubblicano in pieno ammutinamento da "si salvi chi può", indicano naturalmente nella "Campagna d´Iraq" la causa prima di questa impopolarità e di questa sua irrilevanza. È ovvio che sia così, perché il pubblico americano è sempre generosamente pronto a raccogliersi attorno alla bandiera, ma anche spietato con chi ha barato al gioco del patriottismo.
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Scoprire improvvisamente tutto ciò che fino a ieri veniva deriso o marginalizzato di fronte all´imperativo onnivoro della "Guerra al Terrore", cioè della campagna d´Iraq, per strappare qualche dissidente alla maggioranza democratica, sa di "perestrojka" gorbacioviana, troppo poco e troppo tardi, anche se fosse sincero. La ammissione della minaccia del surriscaldamento della Terra sarebbe stata credibile sei o sette anni or sono, quando invece questa amministrazione stracciò con scherno quel Trattato di Kyoto che aveva almeno accettato il principio della nostra responsabilità nei mutamenti di clima. La tragedia dei costi astronomici per la salute, che saranno la punta di lancia della campagna dei democratici, della Clinton e di Obama, per la Casa Bianca 2008, viene improvvisamente scoperta da Bush, che propone come soluzione la detraibilità fiscale delle polizze, ignorando che per 46 milioni di americani è il reddito, non il fisco, che non permette di pagarsi una polizza. E al miracolo della mini escalation militare in Iraq, sembra non credere neppure il generale chiamato a compierlo, Petraeus, che ha promesso al Parlamento di "ammettere pubblicamente se la strategia nuova non avrà efficacia". Sarebbe una novità sensazionale, dopo quattro anni di "missione compiuta".
Ma se gli avversari e i critici di Bush, che spuntano come topi dalla nave che affonda, gongolano, il dramma maggiore non è la caduta di una stella politica e la delusione che ha scavato il volto di un uomo che sa di essere stato sconfitto da se stesso e porta i segni della durezza di questi anni.
Il dramma è quello del cuore vuoto, di una Casa Bianca allo sbando ma pur sempre centrale, chiamata, dalla costituzione, a essere il motore che regge l´organismo istituzionale e nazionale. Il lusso di un "presidente inesistente", di un comandante in capo disfunzionale e irrilevante, è qualcosa che l´America, una democrazia presidenziale e non parlamentare, non può permettersi a lungo senza che l´intero organismo ne soffra. La democrazia americana non tollera "presidenticchi" come Bush sta diventando.
Né l´opposizione, anche se maggioranza come oggi è, può divenire la fonte di decisioni politiche alternative, una sorta di "presidenza ombra". Senato e Camera possono opporsi, modificare, fare rumore, chiudere i cordoni della borsa, ma non possono, perché non devono, sostituirsi all´esecutivo con strategie e piani. I democratici non hanno proposte alternative perché non spetta a loro avanzarle, né hanno alcun interesse politico ad "adottare" la guerra in Iraq che è e deve rimanere per loro, la guerra di Bush.
Questo dramma della "Casa Vuota", della voce ridotta a parlare al deserto da un pulpito screditato è ciò che spinse, nel 1974, i "grandi vecchi" del partito repubblicano, guidati da Barry Goldwater, a marciare nello studio Ovale per spiegare a Nixon che era suo dovere andarsene, per salvare l´America. Ma i Goldwater non ci sono più e alle spalle di Bush non c´è il placido, ragionevole e ora rimpianto Gerald Ford. C´è Dick Cheney, l´anima peggiore di questa Casa Bianca che si dice sogni l´attacco all´Iran per distrarre lo sguardo dall´Iraq e chiudere questo dramma in un tragico crepuscolo finale degli dei sconfitti.


   24 gennaio 2007