
sulla stampa
a cura di P.C. - 23 gennaio 2007
Riformismo con retromarcia
Dario di Vico sul Corriere della Sera
Da Bari volevano affittare addirittura due autobus. Ma gli organizzatori del convegno milanese dei Volenterosi, previsto per lunedì 29, hanno vivamente scoraggiato i loro supporter pugliesi. Creare un clima da spallata finale al governo Prodi non giova né alla credibilità dell'appuntamento né alla prosecuzione del dibattito tra i Poli. È utile solo a dar manforte ai dietrologi di professione, che quando sentono parlare di dialogo bipartisan per le riforme gridano "al complotto per le larghe intese". È invece interesse di tutti, a cominciare dallo stesso Romano Prodi, che attorno alle grandi scelte di modernizzazione del Paese si crei il consenso più ampio. Se su alcune opzioni mirate che riguardano liberalizzazioni, previdenza e riforma della pubblica amministrazione nascesse una piattaforma comune, la credibilità del governo non dovrebbe risentirne. Un'iniezione di consenso specie se prodotto nelle sedi proprie, il Parlamento, è per qualsiasi coalizione da preferire a un ripetuto beneplacito ottenuto in virtù dello scambio politico tra sindacati e governo.
...
Per il prossimo giovedì 25 è atteso un segnale importante. Il Consiglio dei ministri dovrebbe varare quella mezza lenzuolata di liberalizzazioni ampiamente promessa. C'è solo da sperare che non finiscano nel mirino di Bersani i soli barbieri e c'è da attendere fino all'ultimo. Le più recenti mosse dei ministri hanno mostrato una preoccupante dose di opportunismo: lo stop and go di Luigi Nicolais sulla mobilità degli statali e le ambiguità del collega di partito Cesare Damiano sull'età pensionabile hanno sconcertato la parte più moderna dell'opinione pubblica, quella che non apprezza il riformismo con la retromarcia. Di liberalizzazioni i mercati hanno bisogno. Le imprese nel 2006 hanno fatto miracoli. I volumi dell'export italiano l'indicatore che negli anni scorsi aveva generato le analisi sul declino hanno ripreso a crescere. Ci siamo agganciati alla ripresa tedesca e abbiamo aumentato la penetrazione dei prodotti italiani nell'Europa dell'Est e non solo. È vero che si è pagato l'introduzione dell'euro con una spietata selezione delle imprese, ma quelle che sono riuscite a restare in piedi oggi si presentano più robuste. Il tutto senza che la politica lo capisse o nemmeno lo sapesse. Ma si può conquistare una crescita duratura senza un indirizzo economico efficace e, per quanto possibile, condiviso? Certo che no. Per questo motivo, in attesa che la riduzione del cuneo fiscale faccia sentire forse tra un anno i suoi effetti positivi, spingere sul pedale delle liberalizzazioni ha un valore tutt'altro che simbolico. Può servire a migliorare le aspettative, infondere fiducia agli operatori e convincere gli imprenditori a percorrere l'ultimo miglio del loro rilancio: riprendere ad investire in impianti e ricerca.
Serbia paria d'Europa
Enzo Bettiza su La Stampa
L'inguaribile anomalia serba è stata riassunta con parziale efficacia dal titolo del giornale belgradese Glas Javnosti: "La vittoria ai nazionalisti, il potere ai democratici".
Il risultato delle elezioni in Serbia è anomalo in quanto il maggior numero di consensi, quasi il 29 per cento, ha premiato il partito nazionalradicale del carcerato Vojislav Seselj sotto processo all'Aja come criminale di guerra, mentre un 6 per cento è stato raccolto dal partito socialista ispirato al fantasma di Slobodan Milosevic. Due nomi infausti, due partiti, uno di sinistra e l'altro di destra, intimamente saldati l'uno nell'altro in un comune passato di violenza, che sanno di necrofilia e di foiba etnica. Seselj e Milosevic erano stati difatti i principali manovratori della folle locomotiva suicida che, al termine dei dieci anni segnati dall'aggressione contro la Slovenia, la Croazia, la Bosnia, il Kosovo, ha finito col deragliare trascinando alla rovina la stessa Serbia e riducendola allo Stato paria dell'Europa odierna. L'anomalia pone domande inquietanti cui tuttora non è facile rispondere. Possibile che circa la metà degli elettori serbi continui a votare gli eredi di due partiti che hanno distrutto la Jugoslavia, impoverito e isolato la Serbia, staccato per sempre dalla Serbia il Montenegro e il Kosovo, provocando oltre 150 mila morti e l'orrore genocida di Srebrenica?
...
Se a tutto questo si aggiunge un'antica ruggine personale tra Kostunica e Tadic, si capirà meglio perché la nascita di un governo davvero "democratico ed europeo" non è a portata di mano. Lo stesso Kostunica, che fino a ieri guidava un gabinetto di minoranza sostenuto dall'esterno dai socialisti del defunto Milosevic, ha voluto precisare che è presto per dire "chi governerà con chi". Il peggio che alla Serbia potrebbe capitare è la non auspicabile escrescenza tumorale di una maggioranza fra i "democratici" di Kostunica e i radicali di Seselj. Dubito che si arriverà a tanto. Ritengo più probabile un gabinetto instabile formato dai democratici autentici di Tadic e quelli equivoci di Kostunica il quale, in tal caso, avrebbe davanti a sé due possibilità: o la riconferma alla carica di primo ministro, oppure la conferma al ruolo di leader parlamentare del suo partito. Ma in entrambe le soluzioni, egli, cavalcando la tigre kosovara e continuando a snobbare il procuratore Carla Del Ponte per la consegna dei criminali alla Corte dell'Aja, costituirà di certo una spina permanente nel fianco europeista di Boris Tadic.
I PM del caso Telecom
Dario Ferrarella sul Corriere della Sera
MILANO "Il componente più esperto del Tiger Team" informatico di Telecom definizione del suo capo Fabio Ghioni (finito come lui agli arresti) nella primavera 2006 ha lavorato per il Ministero dell'Interno sui sistemi di raccolta del voto elettronico appena prima delle elezioni. Lo dice lui stesso, Rocco Lucia. E se non millanta c'è di che incuriosirsi, considerando da un lato le polemiche insorte su quella sperimentazione (che comunque nulla ha a che vedere allo stato con l'inchiesta Telecom) e dall'altro il coinvolgimento di Ghioni e Lucia nell'hackeraggio del 4 novembre 2004 al Corriere ai danni dei pc dell'allora amministratore delegato Vittorio Colao e del giornalista Massimo Mucchetti. Fatto sta che Rocco Lucia, uno dei 4 arrestati per l'attacco alla rete Rcs, il consulente informatico di Telecom accusato ora dai magistrati di aver fatto "ripulire" la macchina che da un ufficio romano di Telecom coordinò l'hackeraggio lanciato da Brasile e Svizzera, è la stessa persona che, quand'era a piede libero, metteva proprio questa collaborazione tra le proprie referenze. Interrogato infatti come testimone il 13 luglio 2006 (verbale depositato solo ora, dopo gli arresti di giovedì scorso), Lucia aveva spiegato agli inquirenti di "non essere un dipendente Telecom, ma un consulente della Ikon di Garbagnate, e ho lavorato per Telecom tramite Ikon", una quelle aziende che si propongono "l'obiettivo di essere partner tecnologico d'eccellenza dell'Autorità Giudiziaria e della Polizia Giudiziaria, sviluppando progetti innovativi e non convenzionali a supporto dell'attività info-investigativa".
...
E ancor più sferzanti suonano i motivi esposti dal pm Braghò per chiedere al gip alcuni tabulati telefonici il 25 luglio 2006: "Le indagini hanno evidenziato che le precedenti richieste di acquisizione di tracce informatiche, relative alle connessioni telematiche del soggetto che ha compiuto l'accesso abusivo ai sistemi di Rcs, sono state dapprima ostacolate, poi procrastinate, e infine disattese dalla Telecom, una volta scoperto che i files di log richiesti erano abbinati a una rete interna di connessione Adsl sita nel palazzo Telecom di Roma".
Arrivano gli eco-capitalisti
Federico Rampini su la Repubblica
DAVOS - Anche sulle Alpi svizzere la stagione sciistica è stata rovinata dalla mancanza di neve. Questo inverno anomalo, che alcuni esperti indicano come una possibile manifestazione del surriscaldamento climatico, sembra una cornice fatta su misura per ospitare la svolta del World Economic Forum.
Quest'anno l'appuntamento fra i Vip della globalizzazione ha infatti un protagonista inedito: il "capitalismo verde". Il vertice di Davos ha spesso la capacità di segnalare nuove tendenze: negli anni Novanta fu dominato da Internet, dal 2000 in poi rivolse l'attenzione all'ascesa di Cina e India. Da domani i 2.500 esponenti dell'establishment internazionale discuteranno di effetto serra, energie rinnovabili, sviluppo sostenibile. A promuovere le nuove priorità a Davos non sono solo scienziati e ambientalisti ma il Gotha del capitalismo mondiale.
...
Il gruppo editoriale americano Time ha ricostruito passo per passo - dall'abbattimento degli alberi per la cellulosa fino all'edicola - l'impatto ambientale di ogni copia di giornale venduta. Questi sforzi non nascono solo da un capitalismo "illuminato" ma dalla consapevolezza che è meglio giocare d'anticipo, in vista di leggi e normative che diventeranno più severe. In America un ruolo lo hanno avuto Stati come la California e il Massachusetts che hanno imposto limiti all'inquinamento molto più severi di quelli graditi a Bush. E le soluzioni avanzate dal nuovo "capitalismo verde" sono ancora largamente insufficienti.
La crescita di Cina e India continua a essere alimentata da consumi energetici altamente inquinanti: le centrali termoelettriche a carbone costruite ex novo in Cina nel solo anno 2006 equivalgono all'intera produzione energetica dell'Italia. Secondo l'Agenzia internazionale dell'energia nel 2030 i carburanti fossili responsabili dell'effetto serra continueranno a fornire l'81% di tutta l'energia mondiale. Come unire gli sforzi del mondo intero per risolvere l'impatto energetico di "Cindia"?
Su questo terreno a Davos si attende l'intervento del cancelliere tedesco Angela Merkel. Dopo i risultati modesti e gli imbrogli del sistema di "commercio delle emissioni carboniche" applicato finora in Europa, la palla è nel campo dei governi. Alcuni chief executive del capitalismo globale stanno indicando la strada alle classi dirigenti politiche. E' finita l'epoca in cui l'ambientalismo si auto-limitava presentandosi come un'ideologia pauperista, nemica dello sviluppo, e perciò inevitabilmente minoritaria.
Io, gli spioni e la lettera di Tronchetti
Massimo Mucchetti sul Corriere della Sera
MILANO Che cosa può venire in mente a un giornalista sorvegliato dalla security di Telecom Italia quando legge l'atto d'accusa dei pm contro gli spioni, l'ordinanza del gip che ne dispone l'arresto e infine l'autodifesa di Marco Tronchetti Provera su La Stampa? La prima reazione del sorvegliato è stata quella di rivedere sul cellulare l'ultimo sms di Fabio Ghioni, il chief technical officer di Telecom che, secondo l'accusa, aveva organizzato le investigazioni illegali su Vittorio Colao, allora amministratore delegato di Rcs, Rosalba Casiraghi, già sindaco Telecom per le minoranze azionarie, e sul sottoscritto. È un testo surreale, pervenuto alle 18.41 del 18 novembre 2006, tre giorni dopo l'uscita in libreria del mio libro Il baco del Corriere. Scrive Ghioni: "Caro Massimo, nonostante tutto ciò che hai detto e scritto, non dimentico che sei stato uno dei pochi che mi è rimasto vicino in un momento veramente difficile e non voglio credere che fosse solo una tattica da parte tua. Dicono che il tempo è galantuomo e, quando sarà, spero che tu mi chiami, non per scusarti, ma per prendere un caffè da Radetzky senza altre finalità se non fare 2 chiacchiere tra amici". Ghioni allude al fatto che, quando era sulla graticola per la tragica scomparsa del suo collega Adamo Bove, lo stavo ad ascoltare dandogli, su sua richiesta, perfino un consiglio: "Se vuoi difenderti con un'intervista, che io comunque non ti farei, fatti autorizzare per iscritto dall'azienda a dire quello che vuoi dire". Rileggo il messaggio e fatico a capire quale senso di onnipotenza manipolatoria spingesse l'autore a recitare la parte dell'amico tradito con l'uomo che, così pare, aveva spiato. Non credo che inviterò Ghioni a prendere quel caffè. Se avesse avuto qualcosa da dire, questo mago cibernetico avrebbe potuto mettermi per iscritto la sua verità. Gliel'avevo chiesto a settembre: all'indomani della pubblicazione delle notizie sul suo ruolo nell'hackeraggio alla Rcs quando avevo ormai finito la mia inchiesta. Ha avuto tutto l'agio di farlo e non l'ha fatto. D'altra parte, perché perdere altro tempo con persone come lui e il suo superiore Giuliano Tavaroli che asseriscono di aver appreso dello spionaggio contro Rcs dal sottoscritto, quando ne abbiamo parlato solo dopo la pubblicazione della notizia sull'Espresso e comunque loro due lo sapevano dal novembre 2004, com'è stato riferito da una pluralità di testimoni? Il caso Telecom- Rcs merita una più ampia attenzione sugli eventuali nessi tra deviazioni e normalità nella conduzione di una grande azienda dov'è immanente il rischio di corto circuito tra interessi privati, potere personale e abitudini monopolistiche.
...
"E' ragione di ulteriore sdegno", scrive il presidente di Pirelli, "che proprio a presunte azioni illecite nei confronti di giornalisti e dirigenti del Corriere della Sera venga collegato il mio nome". L'hackeraggio in Rcs è presunto? L'azionista Pirelli ritiene che la denuncia presentata dalla partecipata Rcs non sia fondata? I dossieraggi illeciti sono materia di dubbio? Eppure tutto è stato pagato da Telecom. Le fatture parlano: con le risorse dell'azienda di cui Tronchetti era il massimo responsabile, sono stati comprati i bassi servizi di militari della Guardia di Finanza e carabinieri per avere informazioni sulle posizioni fiscali (peraltro regolari) e informative sulla vita personale altrui (irrilevanti nelle conclusioni ma comunque offensive). Gli uomini di Tavaroli e Ghioni hanno cercato e in un caso ottenuto fascicoli personali al Sisde, che dovrà pur dirci perché li aveva compilati.
Un'autodifesa convincente dovrebbe spiegare come sia stato possibile agli 007 di Telecom, che rispondevano all'amministratore delegato e avevano anche rapporti con il presidente, fare quello che hanno fatto. L'attuale stato dell' inchiesta non consente di ritenere giuridicamente corresponsabile chi aveva la guida del gruppo. Ma quale cultura aziendale si è andata formando in Telecom Italia se la security credeva di far bene a spiare Antitrust e concorrenti?
Quando si rivoluziona la struttura storica che non era mai stata coinvolta in simili scandali e si "fanno fuori" i vecchi per dare tutto in mano ai Tavaroli; quando tanti controller non si accorgono di nulla per un intero lustro, esisterà pure una culpa in vigilando.
Il cancelliere Willy Brandt si dimise perché scoprì di avere un segretario spia dei comunisti. Ha lasciato anche il ministro degli Interni, Claudio Scajola, per una frase sbagliata sul professor Biagi. Si capisce che, pur essendosi allevato tali serpi in seno, Tronchetti si consideri più indispensabile di Brandt e Scajola. Miracoli del capitalismo di relazione.
C'è Repubblica al telefono
Editoriale su Il Foglio
Dura ramanzina, ieri su Repubblica, alla procura e al tribunale di Milano. Ma come? Voi togati avete una preda come Marco Tronchetti Provera a portata di mano, c'è un pentito che dice che un altro gli ha detto che certi report spionistici erano per l'allora proprietario della Telecom, e voi state lì a indugiare, al massimo tirate fuori un gip che accenna a un teorema polveroso del tipo non-poteva-non-sapere? E quando ce la interrogate per benino, la nostra preda ambita e preferita degli ultimi anni? E quando lo mandate a prendere, l'allora proprietario, per metterlo a San Vittore in attesa di notitiae criminis? Ma insomma, non vedete che tutto è pronto?
...
Niente di nuovo. Repubblica è spregiudicata, ha fatto campagna per anni a tutela dei diritti di risarcimento del suo editore nei casi Sme e Lodo Mondadori, un giornalismo d'accusa che si esprime attraverso i lamenti della parte civile ma a nome dell'opinione pubblica tutta. L'ingegner De Benedetti è uomo di mondo, ha raccontato lui stesso a Federico Rampini di aver portato il capo dell'Iri Prodi da Craxi a Palazzo Chigi, perché si discolpasse dall'accusa di non averlo informato della vendita del colosso agro-alimentare, facendogli sospettare un tangentone per gli amici degli amici dei suoi nemici. E' dagli anni Ottanta che editoria politica e finanza si stringono nel segno di Repubblica e dei diversi pool ambrosiani, e stringere è la parola giusta visto che si tratta di manette. Tronchetti Provera ha deciso di difendersi così, sulla Stampa di domenica: non ho mai parcheggiato in doppia fila e nutro fiducia nell'azione della magistratura, che aiuto con le mie carte e incoraggio da mesi a fare il suo mestiere. E' un suo diritto, nonostante la nostra opinione contraria. A noi non resta che attaccare delicatamente, il che non è poi così difficile, questo ibrido di finanza editoria politica e giustizia al quale sono appese, come a una chimera, le sorti dell'establishment italiano da vent'anni. Per il panettone di stato a buon prezzo, bisognava accompagnare Prodi da Craxi e Berlusconi in galera. Per la telefonite, non andavano bene Agnelli e Colaninno. Ora la chiamata è per Tronchetti Provera e per il baco del Corriere. Diteci quel che volete, e prendetevelo. Siamo un po' stanchi.
Una sinistra voglia di vendetta
Rosa Matteucci su La Stampa
Chissà quanta sabbia c'è ancora nella clessidra della scialba casalinga e del robusto spazzino suo sposo, già condannati secondo la legge del taglione che vige dietro le sbarre, nel complice silenzio se non nell'esplicito consenso dell'Italia intera, pochi giorni fa capace di indignarsi per il cappio inflitto al tiranno mesopotamico. Con le loro felpe anonime e le pantofole nuove nuove, nel cupo segreto della disadorna solitudine della cella d'isolamento, tendono l'orecchio alle grida del diabolico sinedrio carcerario, ignaro di qualsiasi "rito abbreviato" o "termine a difesa"; aduso non a emettere sentenze di morte, ma a eseguirle soltanto. Sono braccati e lo sanno, resta solo da capire il come e con quale orripilante accessorio, all'uopo realizzato, nell'abile artigianato della disperazione, dove anche il più familiare flacone di shampoo si trasforma in un affilatissimo pugnale.
La pazzia, unica scappatoia
Mentre l'avvocato d'ufficio, rattamente promosso a difensore di fiducia, s'affanna a cuocere la pagnotta dove infilare la lima della pazzia, unica scappatoia credibile all'ergastolo dei giudici togati, l'accolita dei malavitosi batte le gavette alle sbarre e decreta a priori la pena capitale, in ossequio a quella folle dogmatica che legittima i reclusi, definiti tali perché privati della libertà personale e puniti per un crimine, a farsi giustizia da soli nel nome di tutti. Così poi, una volta sbudellati quei due, ognuno tornerà alle sue cure: gli uomini a cucinarsi sughetti fantasiosi, le donne a smaltarsi le unghie in un'incessante ricerca di normalità. Caino sarà stato "toccato" ancora una volta, i referti penitenziari derubricheranno l'esecuzione nei termini della tanatologia, non saranno però beati quelli che hanno fame e sete di giustizia. Sullo sfondo di questo conto alla rovescia già avviato, minacciosa si leva la fatwa del vedovo, che giunge però pleonastica rispetto all'unico verdetto possibile, lo stesso già risuonato nelle celle della prigione di Parma la sera dell'arrivo dei carnefici del piccolo Tommy: anche loro in attesa dell'ora senza ombra, l'ultima possibile, malgrado il loro orologio abbia da tempo perduto le lancette.
Il circo mediatico leverà le tende
Non passerà molto che andranno a spegnersi i riflettori, il circo leverà le tende da Erba in cerca di altri teatri della realtà nera, quasi tutti scorderanno l'Olindo dall'aspetto falsamente bonaccione, con il maglioncino acrilico senza manco un pelucco; e la Rosa, col suo nome desueto di una vecchia prozia con la cataratta, come il copista di Gogol bramosa soltanto di stirare, lavare, pulire. Sono più morti di chi è già sottoterra, glielo gridano dalle inferriate; anche il vedovo se è il caso farà in modo lo ha promesso di tornare dentro per dare una mano.
Manca completamente la pietà, in questa storia. Mancava del tutto dall'inizio, tra risentimenti e ripicche e razzismo e furberie e ferocia. Ma ora al suo posto c'è una sinistra voglia di vendetta, che non abita solo dietro le lenti scure del vedovo tunisino. "Se la sono cercata", "Se la sono meritata", si dirà quel giorno. E saremo tutti morti senza saperlo.
Scuola alle strette
Salvo Intravia su la Repubblica
Più alunni e meno classi. E' la prospettiva, per il prossimo anno scolastico, che emerge dai primi incontri tra sindacati e tecnici del ministero della Pubblica istruzione. I dati riservati sono stati consegnati ai rappresentanti di categoria lo scorso 16 gennaio: 28 mila alunni in più a fronte di 14 mila cattedre in meno.
Si tratta delle previsioni sulla cosiddetta popolazione scolastica per il 2007/2008 e dei relativi tagli che devono essere realizzati, con qualche mal di pancia, in applicazione della Finanziaria. I dati previsionali (organico di diritto) che il ministero elabora a gennaio per avviare l'anno scolastico successivo dovranno essere verificati dalle iscrizioni che si chiuderanno fra pochi giorni (il prossimo 27 gennaio), ma in generale non si registrano grossi scostamenti.
Il prossimo primo settembre, saranno le regioni del Centro-nord a soffrire maggiormente i tagli imposti da via XX settembre. Infatti da Roma in su le previsioni parlano di popolazione scolastica in crescita ma le classi diminuiranno lo stesso. Al Sud, invece, come avviene da alcuni anni a questa parte, ci saranno meno alunni: la patata bollente passerà nelle mani dei dirigenti degli uffici scolastici regionali: saranno loro a dovere mettere in pratica i tagli regione per regione.
...
La deroga. Per ottenere un taglio di 14 mila cattedre il ministero dovrebbe manovrare diverse leve. Una delle possibilità che dovrebbe consentire i maggiori risparmi di posti e classi dovrebbe essere un decreto di prossima emanazione che da la possibilità ai direttori scolastici regionali di derogare dai parametri per la formazione delle classi. A titolo di esempio, la norma vigente prevede per le prime classi un numero massimo di 25 alunni che scende a 20 per le classi con un portatore di handicap grave. Le classi successive alla prima possono ospitare al massimo 28 alunni, elevabili a 30 alunni in particolari condizioni. Per centrare gli obiettivi ci sarà l'aurorizzazione ad aumentare di una o due alunni per classe i limiti previsti dalla normativa attuale. Si potranno, in buona sostanza, formare prime classi con 27 alunni anche in presenza di disabili (non gravi) e classi successive alla prima anche con 32 alunni: prospettiva che farà drizzare i capelli anche agli insegnanti più pazienti.
La crescita del Nord. L'incremento della popolazione scolastica dovrebbe essere solo nelle regioni del Centro Nord. Nelle 10 regioni italiane in questione la stima ministeriale prevede per l'anno prossimo un incremento di 61 mila alunni, mentre le regioni nel mezzogiorno ne perderanno 33 mila. Un bilancio che conferma una Italia a due velocità anche nella scuola. Sono almeno due le cause alla base di questo divario che contribuisce a depauperare regioni come Campania, Sicilia, Calabria e Puglia. L'esodo delle giovani coppie verso le regioni del Nord in cerca di lavoro stabile e la maggiore presenza di immigrati che, dovendo scegliere dove stabilizzarsi, preferiscono ancora una volta le aree settentrionali del paese.
23 gennaio 2007