
sulla stampa
a cura di P.C. - 22 gennaio 2007
Se il sindacato batte un colpo
Massimo Giannini su la Repubblica
La cena delle scelte, non la cena delle beffe. Questo sarebbe legittimo aspettarsi, dalla riunione conviviale che ieri sera ha visto seduti allo stesso tavolo, a Palazzo Chigi, Romano Prodi con i suoi vicepremier, i ministri economici e i leader sindacali.
Qualche decisione seria che trasformi il vecchio e iniquo Stato Sociale fordista in un Welfare per la crescita di stampo laburista. Non la vacua rimasticatura di formule vuote e di impegni generici, già visti e sentiti mille volte. Le premesse del "prima" non fanno ben sperare sulle prospettive del dopo-cena, tra Padoa-Schioppa che confessa di "non aspettarsi molto dall´incontro", Damiano che dichiara "non innalzeremo l´età pensionabile" e Bonanni che avverte "non è ora di parlare di pensioni".
Verrebbe da chiedersi: su queste basi, che si vedono a fare?
Se davvero il 2007 deve essere "l´anno della svolta" come vuole il premier, mai come oggi governo e parti sociali devono evitare il rito inutile dell´eterno ritorno. Un esempio: "Il Senato ha approvato il decreto sulle disposizioni urgenti per il pubblico impiego che prevede. il collocamento a disposizione del personale in mobilità d´ufficio che non accetti la nuova destinazione e. il compito delle amministrazioni pubbliche di effettuare periodicamente a campione le verifiche dell´efficienza e della produttività dei servizi e delle strutture. Soddisfatto il ministro della Funzione Pubblica". Questo flash dell´Agenzia Ansa, testuale, non è dell´altroieri. E non sarà neanche di dopodomani. E´ invece datato 19 aprile 1989. Cominciava già allora la tragicomica, donchisciottesca battaglia dei governi di turno contro i mulini a vento delle Amministrazioni Pubbliche.
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Quel testo si prefigge tre obiettivi: "assicurare l´equità sociale e la sostenibilità finanziaria; migliorare le prospettive per i giovani, sia a breve che a lungo termine; garantire a tutti gli anziani pensioni di importo adeguato". Al punto A) si legge che il completamento del processo di riforma avverrà attraverso "la piena applicazione del regime contributivo e il rafforzamento dei criteri che legano l´età di pensionamento all´importo della pensione tenendo conto della dinamica demografica e salvaguardando la flessibilità nell´accesso alla pensione in aderenza al principio introdotto dalla legge 335/95". Questo significa (o dovrebbe significare) che la rivalutazione dei coefficienti di trasformazione delle pensioni è un impegno già sottoscritto. E dunque non è (o non dovrebbe essere) oggetto di ulteriore trattativa: i sindacati hanno già accettato quel principio undici anni fa, concordando la legge con Dini, e lo hanno ri-confermato quattro mesi fa, siglando il Memorandum con Prodi. Da vertici come quelli di ieri sera le parti dovrebbero uscire con qualche ulteriore passo avanti, non solo con la conferma o peggio con la ri-negoziazione sui passi già compiuti. E´ una vecchia abitudine, che in Finanziaria si è purtroppo ripetuta: Cgil-Cisl-Uil fanno calare dall´alto, come una concessione nuova e sempre sofferta, ciò che è già stato concesso, dalla leggi, dai contratti o dalle prassi.
Al tavolo del dibattito tra riformisti e radicali che da mesi dilania l´Unione c´è un convitato di pietra, e quel convitato di pietra è proprio il sindacato. Di fronte alle esitazioni e alle divisioni di una maggioranza ancora affetta dalla sindrome del "nessun nemico a sinistra", quale impatto avrebbe una proposta innovativa sul Welfare avanzata dalla Cgil, da troppi anni arroccata in una difesa dell´esistente che non la mette comunque al riparo dalle amare proteste degli operai di Mirafiori? Epifani batta un colpo.
Il riformismo di questo centrosinistra, oggi, chiama in causa anche lui. E´ proprio necessario che un sindacalista diventi sindaco, per rendersene conto?
Non si espropria il parlamento
Pietro Ichino sul Corriere della Sera
Il memorandum sul lavoro pubblico stipulato venerdì scorso dal governo con Cgil, Cisl e Uil contiene alcune novità rilevanti, che non vanno sottovalutate: vi compaiono, per la prima volta in un documento di questo genere e livello, parole-chiave come "valutazione dell'efficienza", "misurabilità", "riconoscimento del merito", "piena accessibilità delle informazioni" per gli osservatori esterni. Vi si parla persino e non è cosa da poco di controllo della produttività individuale. Il confronto con le prime bozze del memorandum, di novembre e dicembre, mostra come l'intenso dibattito di questi ultimi mesi abbia influito sul suo contenuto. Governo e sindacati si sono sentiti sul collo il fiato di un' opinione pubblica molto sensibile, critica e preoccupata per gli enormi sprechi e inefficienze delle nostre amministrazioni pubbliche; e hanno voluto rispondere positivamente a questa sollecitazione.
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Davvero governo e confederazioni sindacali credono che un ampliamento del già estesissimo ruolo del sindacato nella gestione della cosa pubblica possa favorire, anzi garantire, una maggiore responsabilizzazione dei dirigenti in questo settore, un più efficace e incisivo esercizio dei loro poteri? L'opinione pubblica, anche nella sua parte meno smaliziata, non è disposta a crederlo.
Ora tocca al Parlamento dire la sua. Nella parte migliore di questo memorandum sono enunciati principi importanti quelli di cui si è detto all' inizio , sostanzialmente identici a quelli contenuti nel progetto di legge presentato ultimamente in Parlamento da Lanfranco Turci e Antonio Polito, con la firma dell'intero ufficio di presidenza del gruppo dei senatori dell' Ulivo, del presidente della Commissione lavoro del Senato Tiziano Treu, di decine di altri parlamentari, anche dell'opposizione. La differenza sta nelle gambe che questo progetto di legge intende dare a quei principi per consentire loro di camminare, cioè negli strumenti di controllo e valutazione di cui il datore di lavoro pubblico intende dotarsi, in aggiunta (non in contrapposizione) a quelli previsti nel memorandum. E deve essere libero di farlo: sarebbe comunque inammissibile che il sindacato pretendesse di impedirglielo. Questa non è una materia sulla quale il potere legislativo possa essere limitato da un accordo sindacale.
Il futuro fuori da Palazzo Chigi
Tito Boeri su La Stampa
Non ci risulta che le rappresentanze dei giovani e degli studenti siano state invitate ai tavoli sulla riforma della previdenza che vedranno l'avvio dopo l'incontro di ieri. Ma anche chi oggi ha già un lavoro deve seriamente preoccuparsi di vedere rappresentati i propri interessi.
Si resta allibiti a leggere le dichiarazioni di ieri del ministro Cesare Damiano, da cui traspare l'intenzione solo di aumentare ulteriormente la spesa pensionistica, dunque le tasse che gravano su chi lavora. Nelle prossime settimane avremo un modo molto efficace per capire chi davvero sta dalla parte dei lavoratori.
Tutto dipende da come si comporterà durante i sei mesi in cui i lavoratori possono decidere cosa fare degli accantonamenti per il trattamento di fine rapporto (Tfr), la cosiddetta liquidazione.
In ritardo di tre settimane rispetto al decollo dell'operazione e di quasi due mesi rispetto alla tabella di marcia, il governo sta in questi giorni varando i decreti che regolano lo smobilizzo del Tfr. Sin qui ci sono alcune sorprese e molte lungaggini in vista. I lavoratori saranno, infatti, obbligati a esprimere la propria scelta solo attraverso un modulo che non è stato ancora reso disponibile. Paradossalmente le imprese che colpevolmente non avevano ancora informato i propri dipendenti si troveranno avvantaggiate rispetto a quelle che avevano già inviato ai propri dipendenti, assieme alla busta paga di dicembre, un prospetto informativo "fatto in casa", cominciando a raccogliere le adesioni alle diverse opzioni prospettate. Tutto da rifare per loro. Come sempre, i vuoti e i ritardi normativi si ripercuotono sui comportamenti più virtuosi, tanto delle imprese quanto dei lavoratori.
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Chi non sceglie ci perde
Insomma il lavoratore che non sceglie, o tarda a scegliere, ci perde e parecchio. Mentre il governo (che vede aumentare le entrate al proprio fondo di tesoreria) e le imprese (che si tengono il Tfr più a lungo) ci guadagnano. Ecco allora un'occasione formidabile per tracciare i veri confini della lotta di classe, al di là di tanti proclami e ipocrisie, frequenti in una repubblica a parole "fondata sul lavoro". Chi sta dalla parte dei lavoratori deve oggi, pancia a terra, studiarsi attentamente la normativa e incalzare il governo affinché completi al più presto gli adempimenti previsti (a partire dal famoso modulo mancante e dall'accelerazione del trasferimento effettivo del Tfr optato ai fondi pensione) per dare a tutti la possibilità di scegliere al più presto. Vorrà anche organizzare incontri in tutti i posti di lavoro, favorendo una scelta consapevole e il più possibile coordinata fra le maestranze. C'è chi, nel sindacato, lo sta facendo. Ad esempio, la Filcem-Femc-Uilcem (chimici) di Milano o il patronato della Cisl hanno predisposto utili volantini e guide alla pensione complementare in cui vengono messi in luce i costi di una mancata (o tardiva) scelta da parte del lavoratore. Vedremo nelle prossime settimane se molti alfieri (per non parlare dei cavalieri) del lavoro e teorici della lotta di classe saranno capaci di fare altrettanto.
Tronchetti e il canone meneghino
Giuseppe D'Avanzo su la Repubblica
Ha ragione Marco Tronchetti Provera a sentirsi tecnicamente indagato nell´affaire dello spionaggio illegale della Security Telecom/Pirelli. Non potrebbe essere altrimenti. Il giudice di Milano ha scritto che "la gravissima intromissione nella vita privata e il tentativo di captazione occulta di dati e notizie riservate tendono a beneficiare non già l´azienda come tale, ma colui che, in un dato momento storico, ne è il proprietario". Ha osservato che "non è pensabile che Giuliano Tavaroli (è stato l´autorevole e potentissimo capo di quella Security) si sia esposto a rischi senza una definitiva, esplicita copertura da parte dei vertici aziendali
". Che deve pensare Tronchetti? Quel che pensano e intuiscono tutti, se le parole hanno un senso: i provvisori esiti dell´indagine impongono a chi deve accertare che cosa è accaduto e per responsabilità di chi di chiedersi se "il proprietario di Telecom/Pirelli in quel dato momento storico" abbia saputo, beneficiato o, addirittura, commissionato l´attività di spionaggio e schedatura di dipendenti, banchieri, concorrenti, authorities di controllo, finanzieri, soci in affari, giornalisti, amministratori di società partecipate, leader politici di prima, seconda e terza fila. Tronchetti è così consapevole del sospetto che lo circonda (nel caso del giudice, esplicito) che ha ritenuto ieri di scrivere una lettera alla Stampa per dire la sua innocenza. Ha scelto parole afflitte, che non mascherano il dolore e l´umiliazione. Ha scritto: "Mai, nella mia vita e nel corso della mia attività professionale, ho agito violando la Legge, né direttamente né dando disposizioni di farlo. Mai e poi mai ho ordinato atti illeciti nei confronti di alcuno, mai ho chiesto informazioni illegali, mai ho ricevuto e letto dossier contro avversari, concorrenti, persone d´opinioni diverse o anche dichiaratamente ostili".
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Il miglior ufficio del pubblico ministero d´Italia, diretto dal procuratore Manlio Minale, preferisce muoversi intorno a fatti isolati accorciando lo sguardo dal possibile e largo orizzonte dell´inchiesta. Mette a fuoco, prioritariamente e unicamente, le più evidenti, dirette e immediate responsabilità. Questa selezione chirurgica degli obiettivi, diciamo così, ha il vantaggio di interrompere con celerità un circuito criminale e lo svantaggio di lasciare per strada altre possibilità di indagine. Offre l´utilità di un´azione giudiziaria che si tiene lontano dalle annose controversie con la politica, le istituzioni dello Stato, gli equilibri consolidati del sistema economico-finanziario; lontano dal rischio di svolgere una supplenza alle inefficienze altrui (del legislatore, dei governi, dei meccanismi di autocontrollo, dell´etica pubblica e degli affari).
Si potrà discutere se il canone meneghino è buona e doverosa cosa o traccia di quietismo (ognuno avrà la sua opinione), quel che qui conta è che, nell´affare delle spie e dei dossier Telecom/Pirelli a tre anni dall´inizio dell´inchiesta (avviata nel 2003 per delitti meno rilevanti) l´esasperato tatticismo istruttorio del "canone Minale" corre il pericolo di essere interpretato, anche alla luce di quel che sostiene il giudice per le indagini preliminari, come timidezza, acquiescenza, imbarazzo. Per di più, interdice a Marco Tronchetti Provera di dimostrare la sua estraneità a un pasticcio che può avere, per molti osservatori, la stessa eco ed effetto dello scandalo Sifar o dell´affare P2.
Il cardinal Martini e il caso Welby
Adriano Sofri su la Repubblica
Finalmente viene la domenica e, sbrigate le altre incombenze, data un´occhiata evasiva alle notizie del giorno, la lettrice o il lettore si accomoda in poltrona e apre le pagine della cultura. Ieri, la lettrice o il lettore che ha preso in mano il supplemento del Sole 24 ore deve aver fatto un salto sulla poltrona. Piena pagina: "Io, Welby e la morte". Titolo secco; ci vuol coraggio per guardare negli occhi la morte altrui e la propria. Lo ha voluto fare il cardinale Carlo Maria Martini, con un intervento esemplare. Intanto, per il limpido riferimento alla propria personale esperienza. Martini sta per entrare, ricorda, nell´ottantesimo anno, grato a chi l´ha aiutato attraverso un tempo così lungo e travagliato, e in particolare medici e infermieri. La riconoscenza per sé non gli impedisce di pensare, "con qualche vergogna e imbarazzo", alla negligenza o l´inadeguatezza delle strutture sanitarie che costano ad altri bisognosi di cure un´attesa troppo lunga o la negazione di un ricovero. Quando decida solo il mercato, "la sanità privilegia gli interventi più remunerativi e non quelli più necessari per i pazienti". Dopo questa premessa, Martini va diritto al punto, e il punto ha il nome di Pier Giorgio Welby, "che con lucidità ha chiesto la sospensione delle terapie...". Benché, osserva, alcune parti politiche abbiano mirato a "esercitare una pressione in vista di una legge a favore dell´eutanasia", casi come questo sono destinati a moltiplicarsi, "e la Chiesa stessa dovrà darvi più attenta considerazione anche pastorale".
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A differenza dal cardinale, io sono favorevole di fatto all´eutanasia, sebbene sia incerto quanto alla legge. Mi chiedo però, a maggior ragione dopo l´edificante lettura dell´articolo di Martini (è bello poter usare per una volta sul serio l´aggettivo edificante), se non si possa rovesciare il difetto della confusione di nozioni confinanti, testamento biologico, accanimento terapeutico, eutanasia, nella virtù di una legge che, senza autorizzare una terra di nessuno dell´arbitrio o del cinismo, assicuri il diritto primario della persona del malato e la dignità della persona del medico. (È significativo che Martini si preoccupi di "proteggere il medico da eventuali accuse, come omicidio del consenziente o aiuto al suicidio, senza che questo implichi la legalizzazione dell´eutanasia"). La recente legge francese, apprezzata da Martini come un esempio di equilibrio, e citata dalla "Domenica" del Sole-24 ore, recita: "Quando una persona, in fase avanzata o terminale di una patologia grave e incurabile, decide di limitare o di sospendere qualsiasi trattamento, il medico ne rispetta la volontà dopo averla informata delle conseguenze della sua scelta... Il medico tutela la dignità del moribondo e assicura la qualità della sua fine di vita somministrando le cure...". Tutto ciò mi rafforza nella convinzione che occorra parlare della cosa piuttosto che del nome della cosa, tanto più quando i nomi, come nel caso attuale dell´eutanasia, sono esplosi.
Il resoconto del bell´articolo di Martini sarebbe mutilo se non citassi il periodo che lo chiude, e che nel suo caso non è un orpello retorico. "È soltanto guardando più in alto e più oltre che è possibile valutare l´insieme della nostra esistenza e di giudicarla alla luce non di criteri puramente terreni, bensì sotto il mistero della misericordia di Dio e della promessa della vita eterna". Si può dunque essere d´accordo sull´aldiquà anche se non si guardi allo stesso modo più oltre.
La base di Vicenza
Risponde Sergio Romano sul Corriere della Sera
Ho 38 anni e sono un dipendente della Caserma Ederle. Sono a Vicenza da 4 anni circa, vengo da Napoli dove ho lavorato nella clinica odontoiatrica della marina Usa per circa 10 anni come assistente generico, poi ho deciso di venire a Vicenza per una posizione migliore e più "sicura" nella clinica odontoiatrica dell'esercito Usa in quanto si parlava di riduzione del personale anche nelle basi del Sud. Anche mia moglie lavora part time nella base, abbiamo avuto una stupenda figlia e acceso un mutuo trentennale per l'appartamento. Adesso però ci troviamo a correre il rischio di perdere il posto di lavoro e di conseguenza la casa! Se il governo negherà l'ampliamento come faremo a pagare i debiti? Chi ci darà subito un altro posto di lavoro permanente a Vicenza? Spero tanto che Prodi e D'Alema se prenderanno questa decisione autorizzino almeno il reintegro dei dipendenti della Ederle in enti statali, altrimenti ce la vedremo proprio brutta.
Fabio Di Lorenzo
Caro Di Lorenzo, dopo le dichiarazioni del presidente del Consiglio lei è certamente più tranquillo. Ma la sua lettera mi sembra ancora interessante perché solleva, con l'efficacia propria del caso personale, uno dei due argomenti che sono stati maggiormente utilizzati nelle scorse settimane da coloro che erano favorevoli alla richiesta americana. Molti hanno ricordato, come lei, che la chiusura della base avrebbe comportato il licenziamento di circa settecento persone e parecchi svantaggi economici per l'intera città. Altri hanno scritto per ricordare che i militari americani della base sono stati in questi anni persone simpatiche, affidabili, eccellenti vicini di casa. E gli autori di queste lettere hanno dato la sensazione di ritenere che questi argomenti fossero, nella vicenda della base, determinanti. Ebbene, debbo confessarle che mi sembrano irrilevanti. So che gli americani sono molto spesso persone affabili e gradevoli. E so che la chiusura di una installazione militare occupata da qualche migliaio di persone provoca sempre ricadute negative per la comunità che trae vantaggio dalla loro presenza. Ma non credo che questi problemi possano essere pesati sulla stessa bilancia su cui il governo deve valutare e pesare l'interesse nazionale. Il problema dell'occupazione sarebbe sorto successivamente e, sperabilmente, risolto. Ma non avrebbe dovuto condizionare la decisione del governo. Per la stessa ragione il presidente del Consiglio non avrebbe dovuto sostenere, come ha fatto durante la conferenza stampa di Bucarest, che il problema della base di Vicenza è "di natura urbanistico-territoriale, non politica". La definizione mi sembra sbagliata. Il problema è strettamente politico perché concerne la politica estera dello Stato, la sovranità della Repubblica, la compatibilità della base con i nostri interessi nel Mediterraneo. La base di Ederle fu creata all'epoca della guerra fredda, quando Italia e Stati Uniti avevano un potenziale nemico e la Nato doveva attrezzarsi ad affrontare nel miglior modo possibile una eventuale minaccia. Qual è il nemico comune oggi? Se è il terrorismo islamico, siamo certi che gli Stati Uniti siano disposti a tenere conto, nel momento in cui decidono di colpirlo, del nostro giudizio e delle nostre valutazioni? Avremo voce in capitolo nell'uso della base o saremo semplicemente costretti a leggere sui giornali che gli aerei americani di Ederle 2 hanno utilizzato il nostro territorio, qualche ora prima, per una operazione militare? Sono queste alcune delle domande che il governo avrebbe dovuto porre. E sarebbe stato utile, con l'occasione, preparare un Libro Bianco, da presentare in Parlamento, sul numero delle basi presenti nel territorio italiano, sulle clausole degli accordi che furono stipulati a suo tempo per la loro apertura, sulla durata dei contratti, sullo statuto giuridico delle truppe americane. Il governo ha preferito aspettare parecchie settimane e dire alla fine che il problema è "urbanistico- territoriale". Troppo poco, troppo tardi.
Sergio Romano
Vorrei il lunotto nero
Marco Belpoliti su La Stampa
Neri, sono diventati neri: il lunotto posteriore e i due in corrispondenza dei sedili posteriori. Sempre più spesso si vedono passare automobili - Suv o automobili di grossa cilindrata - con i vetri posteriori oscurati. In questo modo non si vede chi c'è dentro. Una forma di privatizzazione dello spazio dell'auto? Privacy o ostentazione di potere?
Nel nostro Codice della Strada non esiste nessun articolo o comma che tratti l'argomento "oscuramento vetri". L'unica regola è quella di non modificare il campo di visibilità del conducente applicando pellicole o altri filtri scuri. Tuttavia è possibile avere in dotazione vetri oscurati direttamente dal produttore, vetri che devono essere omologati secondo le norme Cee: trasparenza minima del 75% nel parabrezza anteriore e del 70% su quelli laterali. Per questo attualmente i produttori, per lo più giapponesi, ma non solo loro, montano vetri fumé solo nella parte posteriore del veicolo.
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Il trionfo dell'opacità
Le Corbusier e gli architetti modernisti avevano pensato la casa - ma non solo quella - come uno spazio di transito attraversabile da tutte le pensabili forze e onde di luce e aria. Il vetro, scriveva Walter Benjamin, è nemico del possesso. L'utopia modernista è di abolire la distinzione tra pubblico e privato su cui si era fondata la cultura borghese dell'800. La nuova borghesia cosmopolita e globale, che parla la lingua franca del new english, fa affari in giro per il mondo, frequenta i propri omologhi degli altri paesi e spesso lavora in grattacieli dai vetri specchianti, oggi viaggia dentro automobili oscurate, sviluppa forme di difesa dagli sguardi altrui, vive appartata e invisibile in case che non ostentano più alcun segno esteriore di ricchezza o potere. Andé Gide, in una frase citata da Beniamjn, fornisce probabilmente la miglior spiegazione a questo comportamento: "Tutte le cose che voglio possedere, diventano per me opache".
Pannella-Capezzone nuova lite
Marco Nese sul Corriere della Sera
ROMA "Eh, lo so. Quando io parlo, sono logorroico, perdo il filo. Invece Daniele è uno precisino". Marco Pannella punta lo sguardo verso il suo ex pupillo Daniele Capezzone e subito si capisce che fra i due il gelo non si è sciolto. Anzi, appare chiaro che ormai vivono come separati in casa.
"Nel museo antropologico radicale ironizza Pannella Daniele entrerà per la sua perfezione dialettica". Rimprovera a Capezzone di aver dichiarato ai giornali di essere stato più efficace di lui, più convincente del grande leader, con frasi tipo: "L'ho stracciato", "Ho vinto 3 a 0". Gli mette in conto anche una certa doppiezza, nel senso che Capezzone dichiara: "Facciamo squadra", seguiamo la stessa linea politica, e poi invece si comporta in modo diverso. Allora Pannella, con parole velenosette, con la fredda schiettezza che lo caratterizza, gli sibila in faccia: "Quando stai zitto sei un poema".
L'attacco a Capezzone è andato in scena ieri, al terzo e conclusivo giorno del comitato nazionale dei radicali, dove Pannella ha parlato per quasi due ore.
Capezzone, naturalmente, non l'ha presa bene. "Ma non sono arrabbiato. Sono deluso. Da Marco mi aspetto idee, discussioni, non queste polemichette". C'è chi sostiene che Capezzone sia stufo e mediti di andarsene. Secondo alcuni potrebbe annunciare la decisione di lasciare i radicali il 29 gennaio, quando si riunisce a Milano, al teatro Angelicum, il tavolo dei Volenterosi.
Lui smentisce decisamente: "Non gli darò questo piacere. Ho detto e ripeto che ho una brutta notizia per Pannella: mi potrà accusare di qualunque cosa, compreso il fallimento del trattato di Kyoto, io comunque non me ne vado". Ieri mattina, ha condotto regolarmente la rassegna stampa su Radio radicale, il direttore dell' emittente Massimo Bordin non gli ha tolto l'incarico, non ha dato ascolto alle lamentele di Pannella, che addossa all'ex segretario del partito la responsabilità di dare un tono troppo autoreferenziale a quella rubrica. "Bordin dice Capezzone si sta comportando in modo esemplare e, sebbene in passato abbiamo avuto delle divergenze, oggi devo ringraziarlo".
Nella conversazione serale (dalle 22 alle 24) con Bordin su Radio radicale, Pannella è tornato su Capezzone, senza particolari polemiche. "Gli ho risposto nel dibattito al comitato nazionale per 5 minuti ha detto . Poi ho dedicato il mio intervento ad argomenti di grande rilievo". Ma soffermandosi sul tema dei Volenterosi, lanciato da Capezzone, ha rimarcato il fatto che "prima dell'agenda Giavazzi c'era l'agenda Pannella". Nel senso che lui ha sempre richiamato l'attenzione sui punti di cui si occupano i Volenterosi. Ha infine annunciato che oggi D'Alema a Bruxelles cercherà di convincere i colleghi europei a mettere in agenda la moratoria sulla pena di morte.
22 gennaio 2007