ANKARA - Lo scrittore e giornalista turco di origini armene Hrant Dink è stato ucciso a Instanbul davanti alla redazione di Argos, il giornale di cui era direttore. L'intellettuale, che da tempo si batteva per i diritti umani, è stato assassinato con quattro colpi di arma da fuoco. Due lo hanno raggiunto alla testa, gli altri in varie parti del corpo. Secondo la Ntv, la polizia sta cercando un ragazzo di 18-19 anni con i jeans e un berretto bianco.
Più volte perseguito dalla giustizia turca, il giornalista era considerato uno degli esponenti di maggior spicco della comunità armena ed era famoso per aver qualificato come genocidio il massacro degli armeni commesso sotto l'impero ottomano. Una posizione che gli aveva procurato l'ostilità dei nazionalisti turchi che rifiutano il termine genocidio. Secondo quanto riporta la Cnn, Dink aveva ricevuto recentemente minacce di morte da parte di nazionalisti che lo consideravano un traditore.
Dink, 53 anni, aveva fondato Agos, la rivista voce della comunità armena, e scriveva anche per i quotidiani nazionali Zaman e Birgun. Nato nel '54 a Malatya (Turchia), viveva a Instanbul da quando aveva sette anni. Si era formato nella scuola armena, poi si era laureato in zoologia e in lettere all'Università di Instanbul. Attivista per la democratizzazione delle Turchia, si batteva per i diritti civili e delle minoranze.
Dink era stato processato per violazione dell'articolo 301 del codice penale - la cui modifica è stata più volte richiesta anche dall'Unione europea - che è servito da base per tanti procedimenti giudiziari contro intellettuali che contestavano la tesi ufficiale sulla questione armena. Secondo il sito del Pen american center, durante le udienze del processo i nazionalisti avevano inscenato proteste violente chiedendo una punizione per Dink. Nell'ottobre 2005 il giornalista era stato condannato da un tribunale di Instanbul a sei mesi di prigione con la condizionale per "insulto all'identità nazionale turca" per aver scritto un articolo sul genocidio del 1915. La pena era stata poi sospesa.
L'America replica alle accuse di Al Maliki.
Guantanamo, confessioni estorte valide
La Casa Bianca: «Anche noi vogliamo che le forze irachene siano bene armate» Nuove regole nel manuale per i detenuti nel carcere. Condanne a morte sulla base di dichiarazioni fatte sotto tortura.
Ennio Caretto sul Corriere della Sera
WASHINGTON Il presidente Usa George W. Bush minimizza le dure critiche mossegli dal premier iracheno Al Maliki nell'intervista al Corriere:
dalla Casa Bianca, il portavoce Tony Snow dichiara che Al Maliki «ha messo spesso in rilievo di volere che le sue forze siano bene armate e capaci di garantire la sicurezza dell' Iraq». L'intervista al premier ha però ripercussioni al Congresso, che si scontra con l'Amministrazione anche sul fronte dei detenuti a Guantánamo. Il Pentagono ha completato il manuale per i processi, e risulta che i detenuti possano essere condannati a morte in base a testimonianze di seconda mano o a confessioni estorte con le torture. Effetto di una legge approvata dalla maggioranza repubblicana a settembre e che la nuova maggioranza democratica vorrebbe disconoscere. ACCUSE DI AL MALIKI Snow glissa sulla protesta del premier, secondo il quale finora gli Usa non hanno dotato l'esercito iracheno degli armamenti necessari, né lo hanno bene addestrato: «Il premier intende partecipare appieno al piano del presidente. E si sta assumendo seriamente tutte le sue responsabilità». Secondo il portavoce nelle ultime settimane a Bagdad «si sono registrati netti progressi politici e militari, il governo sta imbrigliando la milizia sciita». Da Londra, dove è in visita, il segretario di Stato Condoleezza Rice si scusa per avere involontariamente offeso Al Maliki rilevando che il suo governo non può continuare a temporeggiare: «Forse è un errore di traduzione, abbiamo fiducia in lui».
"Un esercito segreto contro di noi ma gli sciiti sapranno resistere"
Parla Moqtada al Sadr: "L´uomo degli Usa è Allawi, non Maliki"
Il leader della milizia integralista vive alla macchia e ha nascosto i familiari in un luogo sicuro
Renato Caprile su la Repubblica
BAGDAD - Si sente braccato e si nasconde. Non dorme mai più di una notte nello stesso letto. Qualcuno dei suoi fedelissimi gli ha già voltato le spalle. Ha perfino trasferito la famiglia in un luogo segreto. Moqtada al Sadr sente che la fine è vicina. Troppi nemici, troppi infiltrati tra la sua gente. Eppure non ce l´ha con al Maliki che considera poco più di una marionetta, quanto con Yad Allawi, l´ex premier, su cui gli americani non avrebbero mai smesso di puntare. Sarebbe lui il vero regista dell´operazione che mira a cancellare dalla faccia dell´Iraq lui e il suo esercito del Mahdi.
Com´è che al Maliki, nel cui governo fino a poco tempo fa c´erano addirittura sei ministri della sua corrente, improvvisamente si è accorto che sono le milizie religiose, e soprattutto la sua, il vero problema da risolvere?
«Tra me e Abu Assara (il "padre di Assara", nome della figlia di Maliki, ndr) non c´è mai stato molto feeling. Ho sempre sospettato che fosse manovrato e non mi sono mai fidato di lui. Ci siamo incontrati in un paio di occasioni soltanto. Nell´ultima delle quali prima mi ha detto "siete la spina dorsale del paese", e poi mi ha confessato di essere "obbligato" a combatterci. Obbligato, capisce?».
Resta il fatto che contro la sua gente sta per scattare il pugno di ferro.
«Intanto è già scattato. Ieri notte hanno già arrestato oltre quattrocento dei miei. Non è noi che vogliono distruggere, ma l´islam. Noi siamo soltanto un ostacolo. Per ora non opporremo resistenza».
Vuol dire che consegnerete le armi?
«Durante il muharram, (il sacro mese in cui si commemora il martirio di Hussein, avvenuto oltre sei secoli fa, ndr) il Corano ci proibisce di uccidere. Che ci ammazzino pure, dunque. Per un vero credente non c´è momento migliore di questo per morire: il Paradiso è assicurato. Ma Dio è generoso: non moriremo tutti. Dopo il muharram ne riparliamo».
C´è chi sostiene che esercito e polizia siano largamente infiltrati dai suoi e che i marines da soli non ce la faranno mai a disarmarvi.
«E´ vero l´esatto contrario: è la nostra milizia che pullula di spie, D´altra parte in un esercito di popolo non ci vuole molto a infiltrarsi. E sono proprio questi che macchiandosi di azioni indegne hanno discreditato il Mahdi. Ci sono almeno quattro eserciti pronti a scatenarsi contro di noi. Uno "ombra" di cui non si parla mai, addestrato in gran segreto nel deserto giordano dai servizi militari americani. E poi c´è quello privato di Allawi, l´infedele che presto succederà a Maliki, che si sta preparando nell´ex aeroporto militare di Muthanna. Poi ci sono i peshmerga curdi e infine le truppe regolari americane».
Se è vero quello che dice, non avete alcuna speranza di resistere.
«Siamo in tanti anche noi. Rappresentiamo la maggioranza del paese che non vuole che l´Iraq, come invece sogna Allawi, diventi uno Stato laico, servo delle potenze occidentali».
Da una settimana lei è ufficialmente nel mirino. Il governo sostiene che senza i loro leader le milizie religiose sono militarmente più deboli.
«Ne sono consapevole. Per questo ho trasferito la mia famiglia in un luogo sicuro. Ho perfino fatto testamento e mi sposto continuamente facendo in modo che siano in pochi a sapere esattamente dove mi trovo. Ma anche se dovessi morire, il Mahdi continuerebbe a esistere. Gli uomini possono essere uccisi, la fede e le idee no».
In ogni caso la guerra tra voi e i sunniti continua.
«E´ vero che siamo tutti musulmani e tutti figli dello stesso paese ma loro devono prima prendere le distanze dai saddamisti, dai gruppi radicali, dagli uomini di Bin Laden oltre a ribadire il loro "no" agli americani. Basterebbe solo che gli ulema accettassero queste nostre condizioni. Non l´hanno ancora fatto».
Possibile che non ci sia altro che sangue nel futuro dell´Iraq?
«Se il futuro è un paese diviso in tre, non mi pare ci siano alternative. E´ ciò che vuole Bush per controllarci meglio, certo non quello che desiderano gli iracheni. A mio avviso c´è una sola possibilità perché si arrivi a una soluzione: l´immediato ritiro americano».
Il doppio prezzo che il Paese paga alla deriva ideologica
Italia bloccata e contestazioni
Giovanni Sabbatucci su Il Messaggero
Se un manipolo di contestatori di estrema sinistra protesta rumorosamente contro le presunte scelte impopolari di un ministro, ciò non configura una situazione di emergenza democratica. Se qualche migliaio di cittadini scende in piazza per impedire l'ampliamento di una base militare Usa, questo non autorizza nessuno a evocare il fantasma del terrorismo del secolo scorso. E il discorso vale anche per le tante manifestazioni, a volte civili a volte meno, che quasi quotidianamente si svolgono nel nostro paese avendo di mira, di volta in volta, il progetto di un'autostrada o di una linea ferroviaria, l'impianto di una discarica o di un termovalorizzatore, la chiusura di una fabbrica o lo spostamento di un ospedale: ciascuna di esse, presa in sé, e scontando qualche deprecabile eccesso, rientra nella fisiologia di una democrazia occidentale. A suscitare preoccupazione è però la somma di tutto questo, è la simultaneità delle proteste, che tendono ormai ad assumere un carattere endemico, a cronicizzarsi e in qualche caso a collegarsi fra loro, al di là dell'occasione che le ha generate. E', ancor più, il loro immediato ripercuotersi sulla stabilità del governo e sugli equilibri della maggioranza.
Sul piano dell'ordine pubblico, innanzitutto, qualche apprensione è più che giustificata. L'Italia è il paese in cui il '68 si è protratto per una decina di anni; e l'emergenza terroristica, quella vera, è durata ancora più a lungo, lasciando uno strascico non trascurabile in termini di organizzazioni eversive, isolate e sparute quanto si vuole, ma pur sempre capaci di esercitare violenza contro cose e persone. Un collegamento fra quanto resta di questa realtà e l'area della contestazione "militante" (a sua volta capace di influenzare il cerchio più largo della contestazione pacifica) è sempre possibile. Tanto più che alcuni fra i protagonisti non pentiti della stagione violenta degli anni Settanta sono ancora in circolazione, liberi, peraltro legittimamente, di pontificare e di far proselitismo ideologico.
Ma, anche lasciando da parte queste preoccupazioni, e considerando quella stagione definitivamente chiusa (sia per le diverse caratteristiche dei movimenti antagonisti, sia per la maggiore efficienza degli apparati repressivi), restano i problemi di ordine politico. L'Italia è l'unico fra i grandi paesi europei in cui tutte, dicansi tutte, le pratiche contestative sopra accennate trovano sponde autorevoli in frazioni consistenti della coalizione di governo: si tratti di Tav o di autostrade, di basi militari o di missioni all'estero o di quant'altro, c'è sempre un partito della maggioranza e, cosa più grave, un membro dell'esecutivo pronto a sposare la causa dei contestatori e a trasferire la vertenza sul tavolo della politica nazionale. Il rischio, continuando così le cose è, né più né meno, quello della paralisi, o meglio della delega, nel migliore dei casi alle comunità locali, nel peggiore alle minoranze più rumorose e proterve, della decisione di ultima istanza sull'agenda delle cose da fare: decisione che, per i temi di rilievo nazionale, spetta invece al governo e alla maggioranza parlamentare.
La politica estera è il terreno su cui si misura l'autorevolezza di una classe dirigente e il peso di un Paese sullo scacchiere internazionale. La politica estera è il terreno su cui si gioca la partita permanente del «dare e dell'avere» all'interno di un sistema di alleanze che può essere, deve essere rimodulato - alleati e non vassalli - ma non può essere messo in discussione. Il «dare e l'avere» vale anche per la vicenda del sofferto via libera di Romano Prodi all'ampliamento della base militare Usa a Vicenza.
La partita del «dare e dell'avere» è tutta politica. Nazionale. Internazionale. È la capitalizzazione, su terreni cruciali per la pace ma anche per gli interessi nazionali, di obblighi di alleanza. La politica del «dare e dell'avere» non può essere liquidata, involgarita, banalizzata come una sorta di «do ut des» all'interno di una coalizione di governo. Il «dare e l'avere» si gioca innanzitutto nel rapporto tra Roma e Washington e si fa forte di una autonomia di valutazione che lo scontro (interno) su Vicenza non può, non deve cancellare. Vicenza, tanto per essere chiari, non oscura la critica alla guerra preventiva in Iraq; non cancella la contestazione dell'unilateralismo forzato dei falchi neocon dell'amministrazione Bush; non inficia la convinzione - manifestata a più riprese da Romano Prodi e Massimo D'Alema - che una stabilizzazione del Medio Oriente passa innanzitutto per una pace vera, tra pari, fra Israeliani e Palestinesi, una pace fondata sul principio di due popoli, due Stati. Questo per il passato. Ma la politica del «dare e dell'avere» deve definire anche un'agenda delle verifiche (internazionali) con l'alleato di oltre Oceanno.
Ripensare la presenza in Afghanistan non è la «merce di scambio» con la sinistra radicale per attenuare l'effetto-Vicenza. Ripensare l'Afghanistan è una necessità, avvertita in tempi non sospetti dal governo italiano quando, come per l'Iraq, si è sottolineato che per stabilizzare l'Afghanistan non può bastare, né essere il perno, l'esercizio della forza militare. Il «dare e l'avere» con l'alleato americano significa per l'Italia stringere i tempi per una Conferenza sull'Afghanistan che delinei una strategia politica, economica e non solo e tanto militare, che sia anche l'inizio non di una fuga - come non lo è stato in Iraq - ma di una efficace «exit strategy» dall'Afghanistan.
L'altro dossier è quello dell'Iran. Un dossier bollente per un Paese, l'Italia, che ha puntato sulla politica del «dialogo critico» con Teheran, condividendo la sottolineatura contenuta nel recente raprto della Commissione Baker, che considera Iran e Siria interlocutori essenziali per una svolta (di stabilità) in Medio Oriente. Sull'Iran l'Italia gioca una doppia partita, che riguarda idee di pace ma anche i nostri interessi nazionali. È la partita delle sanzioni: la linea dura avrebbe per l'Italia, ha avvertito D'Alema, una ricaduta economica e sociale ben più pesante di una pesante Finanziaria. Il credito acquisito con Washington - sottolineato a più riprese dalle dichiarazioni del Dipartimento di Stato Usa - va usato sul «fronte iraniano».
Il Settantasette quando nei cortei spuntò la P38
Adriano Sofri su la Repubblica
«Ci tolgono la gioia, ci tolgono la vita... ». Migliaia di giovani ebbero nel ´77 un´iniziazione travolgente, di cui serbano un ricordo geloso, come di qualcosa di riservato, incompreso o violato da chi non c´era, da chi era contro. Non feci allora gran conto delle rivelazioni teoriche, l´operaio sociale e il pensiero desiderante e il resto. Mi impressionava invece l´attaccamento intenerito e spaventato a una vita comune, separata e irriducibile a quella del mondo ufficiale e adulto: una comunità che si rannicchiava nel suo territorio, l´università e le scuole, certe piazze di quartiere e case occupate, e ne usciva come si azzarda una sortita in uno stato d´assedio, e non voleva cambiare il mondo, ma tenersene uno per sé. Di quella comunità romantica in modo adolescente, composta per tanta parte da adolescenti veri, le espressioni migliori si trovano nelle fotografie di Tano D´Amico e nell´effusione delle famose lettere a Lotta Continua, che allora leggevo con esasperazione. Anche la breve allegria, la dissacrazione del mondo ufficiale scemo-scemo, aveva un´aria di comunità a parte, di riserva indiana, appunto. Non aveva voglia, quel movimento, di conquistare il potere e nemmeno di guadagnare alla propria causa la maggioranza, ma di mettersi in proprio. La Repressione fu il suo spettro: non che mancasse la repressione concreta, ché anzi Francesco Cossiga, bersaglio lui stesso di un odio smisurato, sostenne con un oltranzismo infantile il ruolo di duellante, e andò a occhi chiusi al suo appuntamento con la tragedia.
La moltitudine di ragazze e ragazzi che fino all´inizio del ´77 erano restati in aspettativa altrove, o non avevano ancora raggiunto l´età per mettersi in corteo, si riconobbe unita da qualcosa disoccupazione giovanile, massificazione scolastica, ma sono razionalizzazioni prosaiche di un più sfuggente senso di esclusione e di misconoscimento e subito si sentì minacciata da un Potere che la odiava e la scandalizzava con la morte dei giovani.La morte diventò compagna di quella nuova comunità, e la diede in pegno al vecchio gioco della violenza.
Lotta Continua si era sciolta. In realtà, continuava a esserci, ma con un impulso a ritrasformarsi nel "movimento" - non c´ero più io, smesso. Negli altri gruppi c´era un irrigidimento conservatore e una smobilitazione militante. Il quotidiano di Lc moltiplicò la sua influenza, pagando un doppio scotto: di una reticenza sulle malefatte nel "movimento", e di una esposizione al ricatto dei suoi reparti maneschi. In quel vuoto l´Autonomia operaia e i gruppi che avevano già fatto il passo della clandestinità terrorista ebbero a portata un frutto insperato, e ne fecero un boccone. Non fu affare di ideologia: la loro era poco attraente. Nemmeno di efficienza e brutalità organizzativa, che c´era, ma respingeva le persone, salvo sequestrarle nei momenti dello scontro fisico. Il movente era in quella sensazione di malvagità del potere, di invidia dei giovani e della loro voglia di amicizia e di felicità. Le nuove reclute conoscevano le prime vittime, i primi picchiati o incarcerati, e bisognava votarsi alla solidarietà con loro, disporsi a emularne la pena. Su questo sentimento si innestava il martirologio antico, la sequela dei caduti di cui si imparavano i nomi, i compagni carcerati, lo Stato, la Repressione. Un movimento, anche il più ingenuo e innocente, che non sia educato alla nonviolenza, non si sottrae alla stretta fra violenza repressiva e violenza dello scasso. (A Genova nel 2001 successe di nuovo, e si sono già perdute le molotov d´ordinanza).
La partita si giocò il 12 marzo a Roma. Alla vigilia, a Bologna, Francesco Lorusso, 25 anni, studente di Lotta Continua, era stato ucciso dalla pistola di un carabiniere, a ridosso di un´incursione, malaugurata ma innocua, di militanti di sinistra in un´assemblea di Comunione e Liberazione, cui non aveva partecipato. La manifestazione fu enorme, e si misurò con uno schieramento di polizia a sua volta enorme. Blindato l´accesso a via Nazionale, prevalse la volontà di far valere la forza politica del corteo, che scese per via Cavour. Quando già la testa era a largo Argentina, un gruppo, facendosi scudo di uno spezzone composto da donne, attaccò con le molotov la sede della Dc e la polizia schierata. Le forze dell´ordine, o almeno i loro capi, non aspettavano altro. La città a ferro e fuoco: centinaia di feriti, arrestati, vetrine infrante, auto (utilitarie per lo più) incendiate o sfasciate, armerie svaligiate, sparatorie, caccia all´uomo. Nella gran parte dei manifestanti restò un senso di frustrazione e di inganno. Ma nemmeno quella amarezza bastò a rovesciare il tavolo. Si sentì di muoversi in un vicolo cieco, senza il coraggio di una ritirata, che un ricatto facile faceva passare per diserzione. Nemmeno il giornale di Lc usò parole abbastanza nette. Non che non le pensasse: ma si lasciò a sua volta legare dal senso di responsabilità. Voleva stare dentro il movimento per scongiurarne la resa ai feticisti della violenza e ai reclutatori della lotta armata. Nel corso dell´anno, il giornale arrivò alla rottura piena con l´idolo dell´"unità del movimento", più drammaticamente quando fu ammazzato Carlo Casalegno a Torino. Quella Lc trasfusa nel "movimento" lo convogliò nel convegno di settembre a Bologna e ne sventò un ulteriore esito violento, e ottenne anzi una piccola ricucitura negli strappi che avevano contrapposto la città "comunista" ai giovani, di cui il funerale di Lorusso lividamente confinato in periferia fu la macchia peggiore. Ma dal vicolo cieco il "movimento" non sarebbe più uscito. Il resto dell´anno riservò altri ammazzamenti, e "gambizzazioni" - neologismo d´annata - e attentati e scontri e Giorgiana Masi e odio e rancore senza fine. Gli adolescenti che avevano Aldo Moro.
Fuori gioco, seguivo con trepidazione i miei compagni che si prodigavano per tenere le cose di qua dal precipizio Alex Langer nella famosa foto, accucciato con le mani giunte accanto al poliziotto che giace in strada colpito il 2 febbraio 1977, Marco Boato che sfida la minaccia teppistica nel Palasport di Bologna, Enrico Deaglio che risponde alla "condanna a morte"» fornendo i percorsi delle sue giornate. Il corteo del 12 marzo lo seguii dai bordi. A un angolo di via Cavour mi intrattenni con Umberto Terracini, trepidante per il più piccolo dei suoi figli, che tante volte mi aveva raccomandato. Massimo aveva allora vent´anni, è morto nel 1995. Ero persuaso che bisognasse impedire che il retaggio dell´estremismo politicante e filoterrorista si saldasse con la nuova leva militante, nel vittimismo e nel lutto. Che fosse essenziale, prima del diluvio, dare un segno di svolta e disarmare la retorica del complotto e del martirio con un´amnistia per tutti, sinistra e destra. Sentendo di essere alla vigilia del diluvio, fare come se si fosse all´indomani del diluvio. Liquidare una partita, perchè la prossima non si caricasse del debito antico. «Vuoi tirare fuori Curcio?», mi chiedevano. Volevo: se non altro, avrebbe impedito ai ragazzi in corteo di gridare, senza sapere perché, "Curcio libero". Qualcun altro rivendicava l´amnistia politica per "i compagni prigionieri", dagli autonomi a Guattari, ma era una parola d´ordine agitatoria, come gridare "Curcio libero". La mia speranza era irrealistica. Questo non toglie che mi interroghi sui suoi eventuali effetti. C´è sempre quel tornante dell´assassinio di Moro, a fare da pietra di paragone.
Il ´77 si porta dietro la sensazione soffocante di un angolo in cui si resta inchiodati, senza scampo. Però le cose non sono ineluttabili come diventano una volta consumate. Che cosa sarebbe successo se il Pci non avesse deciso di cercare la prova di forza, se il 17 febbraio Luciano Lama - piuttosto l´esecutore incauto di quella decisione - non fosse andato a sfidare il movimento alla Sapienza? Su questo giornale Eugenio Scalfari commentò l´errore di Lama. Ci sono errori che costano molto cari. Quella giornata scavò fra il movimento operaio e i giovani un fossato mai più colmato. Da parte di professionisti del realismo, fu una prova di imprudenza micidiale. A distanza di tre anni, fu ripetuta a Mirafiori con il comizio di Berlinguer che, a domanda, ammise con un involuto imbarazzo l´appoggio all´occupazione, e il messaggio fu che aveva incitato a occupare. La marcia dei cosiddetti 40 mila fu poi l´equivalente del 12 marzo romano. Due tappe essenziali nella destituzione della classe operaia in Italia.
Da dicembre petrolio -22%, benzina -1,7%.
I consumatori: «La Procura intervenga»
brevi de Il Sole 24 Ore
Con la liberalizzazione della rete dei carburanti e l'introduzione di «meccanismi di vera concorrenza nel settore» si otterrebbero «risparmi medi di 8 centesimi a litro, 4 euro ogni pieno di 50 litri», pari a «100 euro l'anno a famiglia» (lo stesso importo calcolato anche da Adiconsum, altra associazione di consumatori) e a «2 miliardi di euro l'anno sottratti al cartello dei petrolieri e restituiti nel circolo virtuoso dei consumatori». Questo il risparmio stimato da Adusbef e Federconsumatori, che appoggiano la proposta fatta dal ministro per lo Sviluppo Pierluigi Bersani e chiedono che, oltre all'Antitrust, intervenga la magistratura per il reato di aggiotaggio. Il primo dicembre, affermano le associazioni dei consumatori, «il prezzo di un barile di brent (il petrolio estratto nel mare del Nord) era pari a 64,44 dollari, mentre il prezzo della benzina era fissato a 1,234 euro e quello del gasolio a 1,133 euro. Oggi, a tasso di cambio euro-dollaro sostanzialmente invariato (1,290), un barile di brent è sceso sotto i 50 dollari, con un ribasso del 22,41%, ma il prezzo della benzina, fissato a 1,213 euro a litro, ha avuto un irrilevante ribasso dell'1,70%; quello del gasolio da autotrazione, secondo il sito del ministero dello Sviluppo Economico, è imposto oggi ad 1,090 euro in media, ha avuto un calo del 3,09%». Secondo Adusbef e Federconsumatori si tratta di dati che potrebbero «portare le Procure della Repubblica all'apertura di indagini penali per il reato di aggiotaggio». Le due associazioni chiedono inoltre «sgravi urgenti sulle accise per restituire ai cittadini, anche come un bonus fiscale, quei 3,6 miliardi di euro l'anno lucrati dal meccanismo perverso Iva-accise».
In dvd il docufilm sull'11 settembre di Bush
Per il regista ci sono sospetti sulla tragedia delle Torri Gemelle
sul Corriere on line
MILANO - Dopo aver spopolato in Rete, arriva anche in Italia in dvd (distribuito da Exa Media a 9,99 euro) Il grande complotto (Loose Change 2nd edition), il film-documentario sull'11 settembre che, con oltre 30 milioni di download, è tra i filmati più scaricati del Web. Realizzato dallo studente 22enne Dylan Avery con un computer portatile e meno di 10 mila dollari, il film ha sostituito Fahrenheit 9/11 di Michael Moore nel cuore dei cospirazionisti di tutto il mondo. Il punto di arrivo di un'ora di video è infatti che la tragedia è stata organizzata a tavolino dall'amministrazione Bush, una messa in scena per giustificare l'occupazione dell'Iraq.
Il film inizia con alcuni fatti sintomatici accaduti prima dell'11 settembre, prosegue con estratti da filmati tv sull'attacco e l'intervista a Hunter S. Thompson, autore di un libro sulle stragi, morto suicida in circostanze oscure, le speculazioni a Wall Street e i dubbi sul Pentagono, il crollo delle Twin Towers e il «mistero» del volo 93 - quello dell'atto eroico dei passeggeri - le scatole nere sparite, le manipolazioni dei media.
Il film sostiene la tesi del drone teleguidato lanciato contro il Pentagono, differente dalla teoria del missile propagandata invece da Thierry Meyssan nel libro L'incredibile menzogna, tradotto in 28 lingue. Il filmato ha cominciato a circolare poco dopo la diffusione, a opera della Difesa Usa, del video che certificherebbe l'impatto del volo American 77 contro il Pentagono, reso pubblico proprio per sfatare teorie cospirative in circolazione da tempo.