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a cura di Fr.I. - 18 gennaio 2007


Altan su L'espresso
  
«Bush non è mai stato così debole
Gli Usa dovevano impegnarsi di più»
Al Maliki: «Dicono che il mio governo è moribondo? Così la Rice aiuta i terroristi»
Lorenzo Cremonesi sul
Corriere della Sera

BAGDAD—Se è vero che la miglior difesa è l'attacco, allora Nuri Al Maliki si sta difendendo con le unghie e con i denti dall'intensificarsi delle critiche americane. Ieri, durante oltre un'ora di intervista nel suo ufficio super-fortificato nel cuore della «zona verde» di Bagdad, il primo ministro iracheno non ha risparmiato parole pesanti nei confronti dell'amministrazione Bush. I comandi americani lo accusano di essere alleato delle milizie legate all'estremista sciita Moqtada Al Sadr? Lui replica che hanno preso lucciole per lanterne e aggiunge che Bush «sembra davvero in difficoltà». La comunità internazionale lo rimprovera per l'esecuzione di Saddam Hussein e dei suoi luogotenenti? Maliki ne rilancia la piena legittimità. Gira voce che sia dimissionario? La risposta è netta: a nove mesi dalla sua nomina a premier e forte della sua lunga dirigenza nel partito sciita Dawa (tra i più importanti della vecchia opposizione clandestina ai tempi del regime di Saddam), Maliki smentisce e si dice pronto a governare «sino a quando sarà utile al popolo iracheno».
Signor primo ministro, ancora nelle ultime ore il presidente Bush ha ripetuto che il modo in cui avete condotto l'esecuzione di Saddam Hussein l'ha trasformata in una vendetta settaria. In Italia e nel mondo occidentale aumentano le richieste per l'abolizione della pena di morte. Non sarebbe stato meglio risparmiare la vita a Saddam?
«Il mondo dimentica che noi siamo state vittime per decenni del regime implacabile di Saddam Hussein. Decine di migliaia di innocenti sono stati mandati a morte dopo torture indicibili. Vecchi, donne, bambini sono spirati sotto l'effetto delle armi chimiche. Il mondo dimentica il terrore, la brutalità della dittatura baathista. Oltre 160 membri del mio clan familiare hanno perso la vita, per non parlare delle migliaia di militanti del mio partito. Tutti innocenti. Uccisi solo per le loro idee politiche. E, nonostante questo, voglio ripetere che il processo contro Saddam e i suoi complici è stato condotto in modo corretto, la legge è stata rispettata alla lettera. Nulla a che vedere con le vendette settarie. Dopo l'esecuzione ho personalmente ordinato che i corpi venissero lavati secondo il rituale della religione musulmana, poi sono stati riposti in bare di legno molto dignitose.

Però George Bush vi critica e Romano Prodi ha chiesto all'Onu di lanciare una campagna contro la pena capitale.
«Mi sembra che Bush stia capitolando sotto il peso delle pressioni interne, è soverchiato dai media e dai politici. Forse ha perso il controllo della situazione.E mi spiace perché George Bush in genere ha un carattere forte. Quanto a Prodi, vorrei solo ricordagli come l'Italia trattò Mussolini. Prima che venisse giustiziato nessuno gli fece alcun processo. Gli dissero solo che bastava che si facesse riconoscere con nome e cognome. Insomma, dico che il mondo deve rispettare le nostre leggi, la nostra storia e la nostra cultura. La pena di morte è contemplata dalla nostra Costituzione. Oltretutto la prevede anche il Corano, c'è un verso in cui si sostiene che con la morte si crea la vita. La legge religiosa islamica ribadisce che mettere a morte i criminali serve a proteggere la società umana».
Di recente il segretario di Stato Usa, Condoleezza Rice, ha dichiarato pubblicamente che il suo governo è ormai moribondo. E lei stesso ha detto che forse non arriverà a fine mandato. Sta per dimettersi?
«Sì, lo so che c'è una campagna mediatica contro di me. E capisco anche che l'attuale amministrazione americana si trovi in gravi difficoltà dopo la sconfitta elettorale di due mesi fa. Mai come oggi ho avvertito la debolezza di George Bush. Mi sembra che agli sgoccioli siano loro a Washington e non noi qui a Bagdad. Il nostro governo è in grado di funzionare meglio di tanti altri. E vorrei consigliare a Condoleezza Rice di evitare dichiarazioni che possono aiutare soltanto i terroristi. Che così si sentono più forti. Ma posso aggiungere che magari hanno sconfitto gli americani, certo non il governo iracheno».
Come vede il nuovo piano di intervento americano? Quando secondo lei Washington potrà iniziare a ritirare le sue truppe dall'Iraq?
«Io non smetterò mai di ringraziare gli americani per aver liberato l'Iraq dalla dittatura. Grazie a loro viviamo in un clima di libertà e democrazia, anche se ancora in costruzione. E i nostri rapporti continueranno a lungo sul piano economico, politico, militare. Detto questo, ritengo però che la situazione sarebbe di gran lunga migliore se gli Stati Uniti avessero mandato subito alle nostre forze dell'ordine armi ed equipaggiamenti più adeguati. Se si fossero impegnati di più e con maggiore velocità, avremmo avuto molti meno morti tra i civili iracheni e tra i soldati americani. Ora dobbiamo vedere come andrà sul campo. Ma non è da escludere che la situazione possa drasticamente migliorare, tanto che in un periodo compreso tra i tre e i sei mesi le truppe Usa potrebbero lasciare il Paese in grande numero».
Lei promette per i prossimi giorni la repressione delle milizie. Ma è anche sospettato di connivenza con l'Iran e di essere uno stretto alleato di Moqtada Al Sadr e del suo Esercito del Mahdi.
«Noi daremo la caccia a tutte le milizie, senza distinzione alcuna. Non ci saranno discriminazioni o preferenze. Qualsiasi gruppo armato verrà perseguitato: che sia sunnita, sciita o curdo. Colpiremo in ogni luogo, qualsiasi base, ogni gruppo. La legge sarà uguale per tutti e lo Stato deve avere il monopolio della forza, queste sono le uniche premesse possibili per avere un Paese funzionante. Con l'Iran vogliamo normali rapporti di buon vicinato.

È d'accordo con chi sostiene che la violenza in Iraq è degenerata in pulizia etnica?
«Ci sono elementi violenti dell'ex intelligence irachena e gruppi armati guidati da leader ignoranti che fanno operazioni di pulizia etnica. Ciò avviene tra gli sciiti, come tra i sunniti. Manon credo assolutamente che cadremo nella guerra civile. In passato qui ha trionfato la convivenza pacifica e sono certo che batteremo gli estremisti.



Congresso, rivolta bipartisan contro il piano.
Il presidente: avanti
Un gruppo di cinquanta militari ha consegnato al Senato un appello per il disimpegno con 1.000 firme
Ennio Caretto sul
Corriere della Sera

WASHINGTON — Esplode la rivolta contro la politica irachena del presidente Bush. Due senatori democratici, il capo della Commissione Esteri Joe Biden e quello della Commissione Difesa Carl Levin, e un senatore repubblicano, Chuck Hagel, eroe del Vietnam, hanno ieri varato una mozione contro la guerra. E una cinquantina di militari hanno consegnato al Senato un appello con un migliaio di firme per il disimpegno. «Il presidente non abdicherà dalle sue responsabilità di comandante in capo delle forze armate», ha ammonito il portavoce Tony Snow: si va avanti.

La mozione Biden-Levin-Hagel dice che «non è nell'interesse nazionale degli Stati Uniti accrescere il coinvolgimento militare in Iraq, in particolare aumentando la presenza delle nostre truppe», e che la strategia presidenziale può aver successo «solo con l'appoggio del popolo americano e un Congresso unito». Propone che la missione delle truppe Usa cambi, e si concentrino «sulla lotta al terroristi, sulla difesa dell'integrità territoriale dell'Iraq e l'addestramento dell'esercito iracheno». Sollecita inoltre «i Paesi della regione a contribuire alla stabilità e alla ricostruzione di Bagdad».

I democratici, che hanno un'esigua maggioranza, 51 a 49, sperano che l'invito di Hagel faccia effetto. La mozione non vincola Bush a cambiare strada, ma lo mette in difficoltà: il dibattito avrà luogo alla vigilia del suo messaggio sullo Stato dell'Unione martedì, il tradizionale discorso programmatico d'inizio anno. Sarà seguita da analoga mozione della Camera. E se l'adesione repubblicana a entrambe sarà sostanziosa, porterà a successive misure, come tagli ai fondi per la guerra. I democratici contano anche sul dissenso tra i militari, che si sta coagulando attorno a un nuovo gruppo, «Appello per raddrizzare la situazione dell'Iraq», che si definisce «patriottico» e ha aperto un sito online.
In una serie d'interviste ai media, Bush ha cercato di contenere l'offensiva democratica con l'accusa che «non offre alternative » al suo piano di inviare altri 21.500 soldati al fronte.

Dall'ultimo sondaggio, quello del Pew Center, il 61% degli americani condivide le proteste democratiche, appena il 31% approva il piano Bush.
Come i repubblicani, sull'Iraq i democratici sono tuttavia meno uniti di quanto non appaia. Molti temono di danneggiare le truppe, nessuno vuole il bis del Vietnam, e comunque per loro è tardi per bloccare la partenza dei 21.500. Mentre Bush fa marcia indietro sul fronte interno. Ieri ha abolito il programma di «sorveglianza non autorizzata», lo spionaggio clandestino a danno dei cittadini: ora, ha annunciato il ministro della Giustizia Alberto Gonzales, passeremo tramite il tribunale speciale previsto dalla legge.


Blitz alla Diaz, sparita la prova contro gli agenti
L'irruzione nella scuola durante il G8: non si trovano le molotov che sarebbero state portate dagli investigatori. Il processo congelato per quanto riguarda la parte più delicata. Nomi noti della Polizia sono imputati di calunnia e falso.
Marco Imarisio sul
Corriere della Sera

GENOVA — Dopo l'agente con la coda da cavallo e le firme sui verbali di arresto, ci siamo giocati anche Gutturnio e Colli Piacentini. Sparite nel nulla. Le due bottiglie molotov addebitate ai 93 ragazzi arrestati durante la sanguinosa irruzione alla scuola Diaz, non si trovano più. In quell'ormai lontano G8, luglio 2001, una vita fa, dovevano essere la «prova regina», la conferma della pericolosità dei giovani finiti in manette. Divennero invece il fulcro dell'inchiesta sui poliziotti coinvolti in quella sanguinosa perquisizione. La «prova regina» era falsa. Fabbricata ad arte per incastrare i 93 no global e giustificare così un pestaggio a freddo, violentissimo, una specie di rappresaglia.
Gli ordigni erano stati sequestrati durante gli scontri del pomeriggio, e portati alla scuola da due agenti mentre il blitz era in corso. Sono il fulcro del processo che dall'aprile 2005 si sta celebrando nell'Aula magna del Tribunale di Genova. In Italia, è avvolto in una nuvola di silenzio. All'estero è diverso. Alcune udienze sono state «l'apertura» del telegiornale della Bbc, quando a deporre fu il giornalista inglese Mark Covell, massacrato a calci e pugni dagli agenti davanti al cancello della scuola; altre sono finite in prima pagina sulla Frankfurter Allgemeine, quando venne rievocato il calvario di Lena Zuhlke, vent'anni, tedesca di Amburgo, un anno di ospedale per riprendersi parzialmente dalle fratture e dalle lesioni provocate dalle scarpate dei poliziotti. Qui da noi, il nulla, anche se tra gli imputati vi sono nomi molto importanti della polizia italiana, accusati a vario titolo di falso, calunnia, lesioni gravi.
Eppure di cose ne succedono, nelle due udienze settimanali. Il clima è sempre frizzante. Sulla porta dell'aula ci sono sempre agenti che prendono le generalità di chi entra ed esce.

Nella storia di quest'inchiesta non è la prima volta che si verificano misteriose sparizioni. Era successo già un'altra volta, poco prima del rinvio a giudizio dei poliziotti. Erano scomparsi i tabulati telefonici ottenuti dalla Wind. La questura di Genova sosteneva di averli inviati in procura. Alla fine, vennero ritrovati negli uffici della Squadra mobile.
È molto probabile che la sparizione delle molotov sia attribuibile soltanto ad incuria e trascuratezza. Ma quel che emerge dal processo della scuola Diaz è la scarsa collaborazione delle forze dell'ordine quando sono chiamate a indagare su se stesse. Nelle ultime udienze è stata certificata l'impossibilità di identificare un poliziotto dalla fluente coda di cavallo fotografato in primo piano durante l'irruzione. Parla con altri agenti, dà ordini. Nessuno l'ha riconosciuto. Così come nessuno degli altri firmatari del falsissimo verbale di arresto dei 93 no global ha saputo indicare di chi è la quindicesima firma posta sul documento.
L'eccezione si chiama Luca Salvemini, fa il vicequestore a Palermo e nel giugno 2002 venne incaricato dalla procura di Genova di indagare sui falsi commessi dai poliziotti. Lo fece. E la scorsa settimana, si è limitato a raccontare in aula come le due molotov siano state introdotte alla Diaz mezz'ora dopo l'inizio della perquisizione, mentre i migliori investigatori d'Italia parlottavano tra loro nel cortile dell'istituto senza accorgersi di nulla, nel migliore dei casi. La sua deposizione ha inevitabilmente messo in risalto l'omertà e la mancanza di collaborazione degli altri suoi colleghi. Il riassunto delle puntate precedenti finisce qui. In attesa del ritrovamento delle molotov, se mai avverrà, il dibattimento va avanti a scartamento ridotto. Il tribunale ha deciso di «congelare» le testimonianze relative alle bottiglie incendiarie. Senza Gutturnio e Colli Piacentini, almeno per ora i vertici della Polizia sono dispensati dalla spiacevole incombenza.


Così si fa il vero riformismo
Crescita economica con equità e conti pubblici in equilibrio. Liberalizzazioni, riforma della pubblica amministrazione, del welfare e delle pensioni: le decidiamo insieme alle parti sociali.
Una lettera di Romano Prodi su
L'espresso

Cara e illustre direttrice,

non è frequente assistere ad un esercizio di fantasia così copioso come quello che ha preceduto, accompagnato e seguito il seminario di Caserta.

Si è arrivati anche a criticare l'aspetto "lussuoso e costoso della riunione", alludendo pure all'elevato affitto che il governo avrebbe pagato.

Tutto questo senza tener conto che il Seminario si è svolto nella francescana, ancorché efficiente, sede della Scuola superiore della pubblica amministrazione, che, guarda caso, è di proprietà della presidenza del Consiglio la quale, guarda caso, non può pagare l'affitto a se stessa.

Il fatto che il Seminario fosse ad un passo dalla favolosa Reggia di Caserta non è stato altro che una conseguente pubblicità per un monumento che lascia senza fiato i visitatori e che, essendo più bello di Versailles, meriterebbe un flusso turistico pari alla sua bellezza. Ci è stato anche chi si è spinto oltre, sostenendo che a Caserta abbiamo semplicemente trascorso un week end di chiacchiere.

Non mi sembra il caso di soffermarmi su questi aspetti. Mi basta sottolineare come queste giornate di lavoro e di approfondimento dei problemi siano indispensabili per costruire una squadra di governo affiatata e consapevole e per rafforzare le relazioni tra il governo e la maggioranza che lo ha espresso e lo sostiene.

Ma, forse, era proprio questa l'interpretazione che si voleva evitare per cui è stato molto più agevole insistere sulle differenze e sui ruoli dei singoli tralasciando di sottolineare la visione e l'impostazione unitaria e collegiale del Seminario.

A Caserta erano governo e maggioranza che si riunivano per analizzare, discutere e decidere strategie ed azioni: se lo avessero fatto anche il governo e la maggioranza precedenti avrebbero forse evitato gli errori che hanno portato, nonostante lo strapotere mediatico e la schiacciante prevalenza di seggi in Parlamento, alla loro sconfitta elettorale. In un Paese in cui tutta l'attività di governo viene ridotta a proporre e varare leggi senza alcun interesse per le modalità di applicazione delle leggi stesse, l'aver impiegato alcune ore a individuare le 'modalità' per mettere in atto la legge finanziaria e i provvedimenti relativi, mi sembra un fatto concreto ed importante. Così come importanti sono le proposte immediate venute fuori a Caserta. E non sono proposte da poco se misurate con il metro del riformismo che significa guardare alla coerenza dei risultati rispetto agli obiettivi che il governo stesso si era proposto. Ed è proprio la parola riformismo che è stata usata come una clava, riempiendola di ambiguità, come se il riformismo non fosse il perseguimento di obiettivi semplici e condivisi attraverso strumenti tra di loro coerenti. Riformismo non è la moltiplicazione delle decisioni, come si vantava il precedente governo quando annunciava di aver approvato 53 leggi in pochi mesi. Leggi mai discusse collegialmente ma affidate a chi più ne aveva interesse.

Alla Lega era stata appaltata la legge elettorale. A Previti la 'riforma' della giustizia. A Berlusconi, ovviamente, la riforma del sistema televisivo mentre Igor Marini e Mario Scaramella si attribuivano l'onere della ricostruzione di importanti capitoli della storia d'Italia.

Essere riformisti significa invece per noi perseguire crescita ed equità in una situazione di conti pubblici in equilibrio. Con il Dpef, con il decreto Bersani di giugno e con la legge finanziaria abbiamo avviato un paziente lavoro riformista e a Caserta lo abbiamo proseguito. In quella sede ho tra l'altro annunciato decisioni 'riformiste' forti e condivise che, da sole, potrebbero costituire già un elemento di grande progresso per l'Italia. Ne elenco alcune perché si possa valutarne la portata.

La prima è l'unificazione degli Enti di previdenza con un risparmio di quasi due miliardi di euro all'anno e con il passaggio dell'Inail dal metodo a capitalizzazione a quello a ripartizione essendo ormai l'unico ente in Europa che non ha attuato questa trasformazione.

La seconda è la riconduzione di Sviluppo Italia al suo scopo iniziale di attrazione degli investimenti esteri. Anche in questo caso riducendo sprechi enormi a partire dalla già avvenuta drastica riduzione dei consigli di amministrazione.

La terza è l'affiancamento al lavoro che l'onorevole Capezzone sta facendo con le Commissioni parlamentari rendendo davvero possibile costituire un'azienda in un giorno con la riduzione all'essenziale degli adempimenti burocratici.

Inoltre si è decisa la costituzione di un fondo rotativo per le opere pubbliche in cui mettere i soldi non spesi nelle opere che non vengono attuate nei tempi dovuti. E un chiaro programma di riforma delle Autorità che sovrintendono il governo dei mercati, con la creazione delle autorità dei trasporti e il compattamento delle Autorità finanziarie.

Infine ci sono gli incentivi alla ricerca e la costruzione in ogni provincia di poli tecnico-professionali, percorsi triennali e istituti tecnici superiori. E non dimentichiamo il deciso avanzamento nella elaborazione della nuova 'lenzuolata' di liberalizzazioni che presto il Consiglio dei ministri approverà. Cose concrete, semplici e che tendono allo stesso obiettivo di sviluppo ed equità. Quindi proposte certamente definibili come riformiste e che, come tali, non possono che essere interpretate ed accettate da tutta la coalizione.

E perché, invece, da parte della Confindustria si parla della vittoria della sinistra frenatrice? Non dovrebbero essere riforme che interessano in senso positivo gli industriali? E la stessa valutazione non dovrebbe riguardare anche il modo rigoroso e corretto con cui stiamo costruendo un futuro per Alitalia?

Io credo profondamente nella capacità regolatrice del mercato e credo che tali regole non dovrebbero essere applicate soltanto dal governo, ma dovrebbero diventare patrimonio comune anche delle imprese. Ho seguito ad esempio con attenzione e favore la ormai annosa proposta di quotazione in Borsa del 'Sole 24 Ore', fatto che sarebbe un segno di progresso nel mondo dei media. All'annuncio però non è seguito nulla. Eppure non credo che questo positivo processo riformista sia stato bloccato dal conservatorismo di Rifondazione comunista. Forse da qualcun altro.

Non sarebbe allora più produttivo che, ciascuno nel proprio campo, facesse con la dovuta pazienza un passo in direzione del riformismo, visto che tutti sembrano condividerne gli obiettivi?

E, visto che parliamo non solo di sviluppo ma anche di equità, c'è qualcuno che mi spiega perché venti anni fa ci scandalizzavamo del fatto che tra la remunerazione dei dipendenti e quella dei massimi dirigenti vi era un rapporto tra 1 e 40 mentre oggi che il rapporto è passato tra 1 a 400 nessuno sembra preoccuparsene? E che si parli con tranquillità di 500 milioni di stock options solo nel corso del 2006?

Se sollevo con serenità, ma con chiarezza, questi problemi debbo davvero sentirmi "schiavo dell'estremismo di sinistra"?

Queste mie posizioni sono il frutto di una duplice preoccupazione: quella di sviluppare la nostra economia e quella di non spaccare il Paese in due.

Ancora una volta, quindi, crescita ed equità. E vogliamo applicare questi criteri anche al problema della riforma dello stato sociale di fronte alla quale ho due obiettivi cui non posso e non voglio rinunciare: garantire una pensione decente ai giovani che entrano ora nel mondo del lavoro, e aumentare le pensioni più basse in un Paese in cui due milioni di persone ricevono meno di 400 euro al mese.

Il trattamento dello scalone, la correzione dei coefficienti, gli incentivi alla permanenza nel mercato del lavoro, il pensionamento graduale e gli ammortizzatori sociali e tutti i capitoli che compongono lo stato sociale non possono che essere armonizzati agli obiettivi di crescita ed equità che ci debbono continuamente fare da guida.

Per ottenere questi risultati abbiamo evidentemente bisogno di risorse, ed è per questo che vogliamo mettere insieme gli Enti previdenziali e produrre profonde innovazioni nella Pubblica amministrazione. Per mettere in atto questo progetto serio ed ambizioso non si può certo prescindere dal coinvolgimento delle parti sociali che devono in buona parte attuarlo.




Antitrust Ue: illegali gli incentivi ai decoder per la tv digitale terrestre
Antonio Pollio Salimbeni su
Il Sole 24 Ore

La Commissione Ue si accinge a bocciare mercoledì prossimo gli aiuti pubblici decisi dal Governo Berlusconi per incentivare nel 2004 e nel 2005 l'acquisto di decoder digitali per la televisione. Per la responsabile Antitrust Neelie Kroes si tratta di «un aiuto di stato illegittimo e incompatibile con le norme europee» che costituisce «un vantaggio indiretto» per Rai e Mediaset (85% delle audience tv). Secondo le conclusioni di Kroes, che Il Sole 24 Ore Radiocor è in grado di anticipare, tocca ora alle società sostenere le spese del rimborso parziale.
La Commissione europea salverà gli incentivi agli utenti valdostani e sardi per il 2006, giudicati compatibili con norme comunitarie perchè hanno uno scopo di «interesse comune», cioè lo sviluppo della tecnologia digitale in zone in cui esistono un problema di coesione sociale e particolarità geografiche. Bruxelles ritiene che nelle due regioni senza i contributi pubblici il settore digitale non decollerebbe. La scampano anche i produttori di decoder: la Commissione ritiene non abbiano goduto un «vantaggio particolare e specifico» per cui l'aiuto non comporta discriminazione alcuna. Lo scorso maggio l'Antitrust italiano aveva stabilito che Silvio Berlusconi non aveva violato la legge sul conflitto di interessi. Inoltre la società Solari.com, controllata al 51% da Paolo e Alessia Berlusconi attraverso la Pbf da loro posseduta che distribuisce in Italia i decoder digitali Amstrad Mhp, non ha beneficiato di vantaggi preferenziali dato che la quota di mercato è inferiore al 5%. Le misure riguardano i contributi pubblici di 150 euro nel 2004 e di 70 euro nel 2005 destinati direttamente a chi ha acquistato decoder che captano i programmi trasmessi con la tecnologia digitale terrestre. Un pacchetto del valore di 220 milioni di euro che, secondo Bruxelles, ha garantito un vantaggio netto alle emittenti televisive terrestri e agli operatori terrestri di rete che offrono servizi a pagamento.



Il mestiere del fuoriuscito
Francesco Merlo su
la Repubblica

Temiamo che alla fine non gli abbiano fatto un favore cancellandogli la condanna a 16 anni e permettendogli, dopo 26 anni di Parigi, di rientrare in un´Italia che, tra i petardi contro Padoa Schioppa e il diffuso antiamericanismo, persino istituzionale, potrebbe a prima vista dargli l´illusione che non solo gli anni settanta non sono finiti, ma che ora magari lo faranno ministro degli Esteri o, meglio, commissario del popolo, perché insomma continua quella cosa che non era che un debut.
In realtà, secondo noi, non gli hanno fatto un favore perché, senza più lo status di rifugiato politico, Oreste Scalzone smetterà di essere la ricercatssima stella della irriducibilità al pensiero unico giustizialista e revisionista, e forse perderà anche la simpatia che ancora gli fa dire: «In vita mia non ho mai avuto tempo di lavorare».
Ora davvero rischia, povero prescritto, di diventare un altro dei tanti detriti depositati dal fiume della storia italiana più recente, ex brigatisti ed ex terroristi che, oggi ancora più paradossali di allora, scrivono e presentano libri, organizzano incontri mediatici con le proprie vittime, tengono lezioni in università dove vengono, da un lato, applauditi perché fenomeni da baraccone spettacolare e, dall´altro lato, contestati perché c´è sempre un tornaconto nel gioco delle parti, nell´eterna guerra tra sceriffi e banditi.

Adesso dunque toccherà anche a Oreste Scalzone fare il marziano a Roma: «A marzia´, vie´ qua», «A terrori´, vie´ qua». Sarà chiamato come consulente, o come opinionista del Tg1, costretto a fare il verso a Dostoevskij e agli anarco nichilisti. E infatti mi dice: «Farò il one man show. E come sempre mi basterà un marciapiede». Ecco la vera malinconia del sottosuolo italiano: i cani rabbiosi degli anni settanta sono gatti castrati, le pantere sono diventati orsi ballerini.
La prescrizione è come la data di scadenza dei farmaci, non cancella la malattia ma la terapia, annulla l´aspetto curativo, abolisce la pena. Rimane Oreste Scalzone e quel senso di penosità che, senza più lo status formale di rifugiato, ne farà comunque un rifugiato sostanziale per tutta la vita, in perenne fuga dalla realtà, un recluso nella "politica spiegatutto", un prigioniero della "politica innanzitutto". Il mal di schiena per esempio, che lo tormenta da quarant´anni, gli viene da «una banconata fascista che mi arrivò sul groppone». E anche l´epatite c, che si beccò a Regina Coeli per una trasfusione, «È la somatizzazione dell´universo concentrazionario capitalista». Così le nevrosi che denunzia e sulle quali sa magnificamente scherzare sono «guerra civile a bassa intensità». E fuma tanto, ma solo per dissimularsi nelle nebbioline e ingannare l´occhiuta sbirraglia. È ipocondriaco, ma per ripararsi dagli effetti nichilistici della caduta tendenziale del saggio di profitto>.
A Parigi aveva un mestiere preciso, quello del capo dei rifugiati appunto, con i suoi procedimenti e le sue regole, le sue abitudini e un posto nella gerarchia delle professioni. Adesso invece dovrà impersonare se stesso, sarà l´ex portavoce di un mondo prescritto, quello degli esuli italiani, un club di latitanti, come spiegherà nelle conferenze, che aveva fatto di Parigi la striscia di Gaza, il campo profughi dove per più di trent´anni c´è stato chi procurava l´alloggio, chi si occupava della prima accoglienza, chi offriva da mangiare... E ci sono ancora il collegio degli avvocati, gli intellettuali francesi esperti in sottoscrizione di appelli, i ristoranti di riferimento.

Dice con un sospiro: «Sono rimasti solo un decina di ricercati per omicidio, ma sono lontani da Parigi, sparsi per la Francia, dispersi, fuori dal campo profughi. Qui ci restano appena una quarantina di rifugiati minori».
Ebbene, se l´Italia di quegli anni era un pandemonio dove tutto ribolliva, questi esuli sono gli ex bolliti della P38. Aspettano sul boulevard la fase suprema del capitalismo, e nei bistrot di Saint Michel, al vecchio Passe-partout o al Baraonda, in questa città-clinica dove è ricoverato il mondo, l´equipe medica di Oreste Scalzone tasta il polso alla società digitale, all´Impero di Toni Negri e al Nomadismo, all´anarco-democrazia di Attali, ai naufraghi del pianeta che fremono nella banlieue, all´apocalisse climatica del capitale. E sono associati in una organizzazione che chiamano Assemblea Generale, litigano e si dividono, nel movimento Bella Ciao, fra "entristi" ed "uscisti", tra chi vorrebbe entrare e chi vorrebbe uscire dalla lotta armata.
E forse Scalzone smetterà pure di vestirsi "anni settanta", forse abbandonerà questo stile sfigato d´epoca che potrebbe ispirare i manifesti paradossali di Oliviero Toscani, come il catalogo degli abiti dei condannati a morte fotografati negli Stati Uniti, o il "vestivamo alla Corleone" dei picciotti di Totò Riina. I rifugiati portano i jeans, i maglioni, le Clark e l´eskimo. E´ appunto l´abbigliamento alla Scalzone, è la moda del "c´eravamo tanto armati".

All´inizio, è vero, fu un vera fatica. Poi, a poco poco, Scalzone ha imparato a vivere così, una vita sospesa, lavoretti per il cinema, traduzioni, né in cielo né in terra, una specie di palafitticolità. E di questo mondo parigino in prescrizione era ormai diventato la mascotte di 49 chili di peso e un metro e cinquantacinque di altezza, allegro e felice anche se a Parigi non ha avuto né i soldi né le opportunità di Toni Negri che - mi racconta - «la prima volta che mi vide mi disse 'io sono geniale´». Scalzone da Parigi non ha avuto cattedre, come il suo amico Persichetti «l´unico estradato, l´unico in prigione». Per lui le complicità dei salotti intellettuali non sono mai diventati agi, spazi editoriali, portinerie, negozietti da idraulico, libri gialli... Scalzone è rimasto l´agitatore di trent´anni fa, così strano che sembra inventato, un personaggio da parodia risorgimentale, il protagonista di un codice irreale che davvero crede di essere scampato non alla giustizia ma allo Spielberg d´Italia.
C´è qualcosa di geniale nel riuscire, per ventisei anni, a vivere di espedienti, in questa città che non è generosa, senza mai diventare un clochard. E ha pure una bella famiglia, una moglie che lo protegge dall´ipocondria («che è la politica andata a male»), una figlia che gli ha regalato un nipotino. E ogni giorno si inventa occupazioni, e ha la battuta facile quando non si infila in verbosissime e professorali spiegazioni politiche, anch´esse da collettivo metropolitano d´antan, che gli servono per far quadrare il mondo sconclusionato dei suoi rifugiati, che è fatto di mille cose incompatibili tra di loro e incontenibili, con i giudici nella parte dei persecutori, e l´Italia nel ruolo del «paese dove trionfa l´accanimento punitivo».

Forse Scalzone, ma lo diciamo senza crederci troppo, potrebbe assolvere a un compito: quello di azzittire tutti questi suoi ex complici, invitarli a farsi da parte, e aiutarci a sciogliere l´imbarazzo di un paese in cui le vittime del terrorismo e i loro familiari sono dimenticate mentre ai rivoluzionari armati, assassini, omicidi, cattivi maestri e gregari del terrorismo sono riservati seminari, gruppi di studio, lauree, posti di lavoro statali, segreterie d´aula parlamentari... Da terroristi hanno sfondato le teste alla gente e da ex terroristi vogliono mettere in testa alla gente che andava fatto, che la colpa è dell´epoca, perché, insomma, lo storicismo, la generazione, il contesto, e "avevamo vent´anni".



«Ci sono passati sopra la testa, ricordiamoci del Cermis»
Mario Rigoni Stern: non so se le persone che abbiamo eletto meritano di stare al governo...
t.fon. su
l'Unità

Vicenza - «Sono indignato, ora la protesta non si deve fermare, sono in gioco i diritti dei cittadini. Non dobbiamo dimenticare quanto è accaduto al Cermis». Parla lo scrittore Mario Rigoni Stern, in questi mesi solidale con i comitati di Vicenza che si sono battuti contro la realizzazione della base Usa.
Come si sente all'indomani della decisione annunciata dal governo?
«Indignato, oggi non so se meritano di stare al governo le persone che abbiamo eletto. Diamo gli Usa una parte del nostro territorio, dov'è finita la nostra sovranità nazionale? Abbiamo forse dimenticato che cosa è accaduto al Cermis? Mi meraviglio che il consiglio comunale di una città si sia arrogato il diritto di concedere un territorio. Si tratta di una questione che travalica i confini del comune. È una questione seria, sono in gioco i nostri interessi di cittadini».
Lei ha sempre difeso la necessità di tutelare l'ambiente naturale..
«A Vicenza e in Italia non stiamo discutendo solo una questione ambientale. Qui è in gioco un diritto nazionale. Ci rendiamo conto che le base straniere godono di extraterritorialità? Se succede un incidente i responsabili vengono giudicati da un tribunale di una potenza straniera. Ciò è inaccettabile. Del resto anche un personaggio con una grande esperienza internazionale come Sergio Romano ha dichiarato che è anacronistico concedere l'uso del territorio nazionale per realizzare altre basi militari straniere. Se si trattasse solo di una questione ambientale allora dovremmo chiudere anche Porto Marghera, sigillare i quartieri soffocati dall'inquinamento. Qui invece stiamo discutendo anche di altro. Ricordate il sequestro avvenuto a Milano di un cittadino arabo?».



La base americana vista da Caldogno
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Io abito a Caldogno, a un paio di chilometri dall´aeroporto Dal Molin. Dove avverrà l´ampliamento della base militare americana, secondo la richiesta degli USA, accolta (senza impegni scritti) dal precedente governo, approvata dal Comune di Vicenza (21 voti su 40) e ora accettata da Romano Prodi. Parlo in prima persona, per una volta, perché non intendo fingere distacco.
Né adottare lo stile analitico con cui traccio le mie "mappe". Perché il mio sguardo è filtrato dal sentimento e dal coinvolgimento diretto. Io abito a Caldogno, dicevo. Poco più di diecimila abitanti. Fra cui Roberto Baggio. E´ cresciuta in fretta Caldogno. La casa dove abito l´ha fatta costruire mio padre negli anni Settanta. Nel quartiere, allora, c´erano solo due o tre case, perse in mezzo ai prati. Caldogno: trent´anni fa contava quattromila abitanti, forse. Da allora è quasi triplicata. Un punto della grande galassia del Nordest. Informe. Caldogno, in particolare, è divenuta il tessuto connettivo fra l´Alto Vicentino e Vicenza.

Il Dal Molin fa da confine. Lo incontri quando arrivi a Vicenza dalla strada interna, dopo aver attraversato Ponte Marchese, che scavalca il "fiume" Bacchiglione. (Confidenzialmente il Livelon. La spiaggetta dei vicentini). Il Dal Molin. Fra i pochi spazi verdi quasi un parco, tra Caldogno e Vicenza. Al di là del fiume sorgono le villette di Lobbia. L´aeroporto ti accompagna per un tratto, fino a Viale Dal Verme. Che funge da circonvallazione per una città che non ha una circonvallazione. Assediata dal traffico e dall´urbanizzazione. Da lì al centro, pochi minuti in bici, per chi ha coraggio (si rischia la vita su quelle strade, in bici; tanto più se devi affrontare una sequenza infinita di rotatorie). O in auto (semafori permettendo). Quando accompagno in auto i miei figli, che studiano a Vicenza, da casa mia ci metto dieci minuti. Il Dal Molin è a metà strada. Cinque minuti dal centro; di Vicenza e di Caldogno. Per questo, qualche anno fa, quando si sparse la voce che proprio lì sarebbe sorta una nuova base militare Usa, io non ci ho creduto. E come me molti altri, che conoscono il sito. Tremila militari, sei-settemila tra familiari e ausiliari. Circa diecimila persone. (Altrettante ne risiedono, attualmente, nel villaggio Ederle. In totale diverrebbero ventimila americani, in una città di centomila abitanti). Una base militare proprio lì, a due passi dal centro (e, lo ammetto, da casa mia). Impossibile. Invece era assolutamente vero. Tanto vero che erano stati predisposti piani particolareggiati, circa gli aspetti urbanistici, immobiliari. E finanziari. Definiti con cura dal governo americano insieme all´amministrazione locale.

Ritenevo, tuttavia, che, alla fine, il progetto non sarebbe stato approvato. Perché bastava guardare, conoscere, vedere… Sbagliavo, evidentemente. La base si farà. In nome delle alleanze internazionali. E dell´interesse nazionale. Che, naturalmente, non può essere stabilito dai cittadini del luogo. Ci mancherebbe. Il Bene del Paese contro il bene del "mio" paese. Non c´è partita. Tanto più se l´informazione locale, gli imprenditori, i politici (non solo) di centro-destra catalogano l´opposizione alla base, tutta insieme, nel segno dell´antiamericanismo no-global. E l´accusano di attentare non solo all´occupazione dei 750 dipendenti della Caserma Ederle (le cui paure e le cui resistenze, di fronte gli avversari dell´ampliamento, sono del tutto comprensibili e legittime). Ma perfino all´economia vicentina, nel complesso. Quasi che lo sviluppo locale dipendesse dalla presenza americana. Le ragioni di chi teme per la sicurezza, per il traffico, per le infrastrutture, per il paesaggio: sepolte dall´antiamericanismo, dalla minaccia all´economia. Nella provincia più americana e più sviluppata d´Italia.
Così, oggi si parla di "scelta obbligata" del governo. Di ragion di Stato. Come se il Dal Molin segnasse una nuova cortina di ferro, fra americani e comunisti. Come se fosse "ragionevole" costruire una base militare in centro città.
Per questo, oggi, mi sento personalmente stupito, sconfitto e un poco stupido. Perché avevo pensato impensabile ciò che poi è avvenuto. Perché (come altri che abitano qui) mi sento circondato. Solo contro tutti: il Comune di Vicenza, gli americani, il governo Berlusconi e il governo Prodi. E disarmato. Perché non posso fare neppure il no global, globalizzato come sono. Tanto meno l´estremista antiamericano. Io, che non ho conosciuto l´ebbrezza dell´estremismo. Io che non sono mai stato marxista. Neppure da giovane. Mi sento confuso e deluso. E arrabbiato. Lucio Caracciolo, ieri mattina (a "Prima pagina", su Radiotre), ha detto che "il governo non abita a Vicenza". (Ma l´America sì). Lo sapevamo anche prima, qui nel Nordest. Estrema periferia d´Italia. Ora lo sappiamo anche a Caldogno. Piccola periferia del Dal Molin. Invisibile. Informe. Senza voce.


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  18 gennaio 2006