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La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 28 ottobre 2007


biocarburanti
Maurizio Ricci su
la Repubblica

Aveva ragione Fidel Castro e torto George Bush: la corsa al granturco per produrre ecobenzina colpisce drammaticamente i poveri. A dirlo, ora, è l´Onu. «Un crimine contro l´umanità» l´ha definita Jean Ziegler, l´inviato speciale Onu per "il diritto al cibo". Una definizione di una violenza insolita, studiata, probabilmente, per catturare i titoli dei giornali e attirare l´attenzione sugli effetti che l´impennata dei prezzi agricoli - determinata, almeno in parte, dal boom dell´etanolo - sta avendo sui paesi più poveri, dove anche limitate oscillazioni dei prezzi del cibo possono spostare il confine della fame. I dati del Fondo monetario internazionale confermano, infatti, che, in media, nel mondo, i prezzi del cibo hanno subito una brusca accelerazione: rispetto all´anno precedente, nei primi quattro mesi del 2006 l´aumento risultava del 3%. Nei primi quattro mesi del 2007 è stato del 4,5%. Ma questa è una media mondiale. Nei paesi emergenti, la cosiddetta inflazione alimentare è stata del 9%. Ma non basta questo scarto a spiegare perché il dramma del rincaro del cibo si concentri sui paesi più poveri. Più una società è povera, infatti, più alta è la quota di spesa destinata agli alimenti. Un consumatore americano spende il 10% del suo budget quotidiano per mangiare. Un cinese il 30%. Nell´Africa subsahariana il 60%.

Insomma, il rincaro dei generi alimentari colpisce tutti, ma in misura sproporzionatamente più alta i paesi più poveri. È tutta colpa dell´etanolo? In realtà, l´attuale impennata dei prezzi - soprattutto dei cereali - è il frutto anzitutto di alcune annate di cattivi raccolti, per via della siccità. Ma l´ira di Ziegler si spiega con il fatto che, mentre con i disastri naturali si può far poco, la corsa all´etanolo - che dell´attuale aumento dei prezzi è una componente - è una decisione politica. Nel caso specifico, della politica americana, determinante, perché gli Usa sono il maggior esportatore agricolo al mondo e, da soli, rappresentano il 70% dell´export mondiale di granturco, un alimento centrale anche per i mangimi animali. Nei mesi scorsi, la Casa Bianca ha scelto di incentivare massicciamente l´utilizzo del granturco per biocarburanti. In parte, per aggirare la necessità di provvedere con altre misure di risparmio all´emergenza petrolio. In parte, per conquistare i voti del Middle West (ciò che renderà assai difficile rovesciare questi incentivi, dato il peso che la "Corn Belt", gli Stati della cintura del granturco, hanno nel panorama elettorale americano). Ma la decisione di Bush di quintuplicare l´obiettivo ufficiale di produzione di etanolo da granturco ha avuto un impatto devastante sui prezzi. La quotazione del granturco ha raggiunto record storici, di fronte alla nuova domanda. Contemporaneamente, aree sempre più vaste sono state destinate alla produzione di mais. È questo, specificamente, il «crimine contro l´umanità» di cui parla Ziegler: la sottrazione di preziosa terra arabile alla produzione alimentare, per destinarla ai carburanti. Man mano che la popolazione mondiale aumenta, infatti, la quantità di terra arabile a disposizione diminuisce: pro capite, è quasi dimezzata rispetto al 1970. La corsa all´etanolo rischia di strangolare questa risorsa: un recente studio calcola che, per aumentare la produzione di biocarburanti in misura sufficiente ad assicurare il 5% dei combustibili per il trasporto, occorrerebbe destinarvi il 15% del totale di aree coltivate.
Probabilmente, è impossibile. Quasi certamente, sarebbe un disastro. Perché, in ogni caso, non ne vale la pena. L´errore più grave di Bush è aver puntato sul cavallo sbagliato: il futuro non è nell´etanolo da granturco.

Ziegler, ieri, ha proposto una moratoria di cinque anni nella produzione agricola per etanolo, perché guarda alle prospettive di produzione non più dal frutto della pianta, come oggi, ma dagli scarti e anche dal riciclaggio della cellulosa. Viaggiare, dunque, con la benzina da rifiuti, salvaguardando la produzione agricola. L´etanolo prodotto in questo modo consentirebbe un risparmio dell´88% nelle emissioni di anidride carbonica e anche di moltiplicare l´efficienza energetica del combustibile. Il problema è che, oggi, l´etanolo prodotto in questo modo (soprattutto attraverso enzimi) costa ancora troppo: circa il doppio della benzina. Ma è la frontiera più vicina del dopo petrolio.


Naomi Klein e lo "shockcapitalismo"
Nel mondo così come lo vede Naomi Klein non ci sono eventi casuali. La distruzione di New Orleans ad opera dell´uragano Katrina ha scacciato molti residenti, afroamericani e poveri, e ha permesso che la maggior parte delle scuole pubbliche della città venissero rimpiazzate da scuole private legalmente riconosciute. La tortura e le uccisioni nel Cile del generale Pinochet e nell´Argentina della dittatura militare sono state un modo per spezzare ogni resistenza al libero mercato.
Joseph E. Stiglitz su
la Repubblica del 19 ottobre

Naomi Klein
Naomi Klein - mosaico di Maurizio Galimberti
L´instabilità in Polonia e in Russia dopo il crollo del comunismo e in Bolivia dopo l´incontrollabile inflazione degli anni ´80 hanno permesso a quei governi di rifilare a una popolazione che opponeva resistenza una impopolare "terapia d´urto" economica. E poi c´è il «piano tattico di Washington per l´Iraq»: «Traumatizzare e terrorizzare l´intero paese, distruggere deliberatamente le sue infrastrutture, non fare nulla mentre la sua cultura e la sua storia vengono saccheggiate, poi far tornare tutto a posto con un rifornimento illimitato di elettrodomestici a buon mercato e cibo spazzatura d´importazione», per non parlare di un mercato azionario e di un settore privato molto forti.
Shock Economy è il frutto dell´ambizioso esame che la Klein fa della storia economica degli ultimi cinquant´anni e dell´avanzata del fondamentalismo del libero mercato in tutto il mondo. «Il capitalismo dei disastri», come lo chiama lei, è un sistema violento che a volte deve servirsi del terrore per fare il suo lavoro. Come Pol Pot che proclamava che la Cambogia sotto i Khmer Rossi era all´anno zero, il capitalismo estremo ama la pagina nuova, trovando spesso nuove aperture dopo una crisi o uno "shock". Per esempio, sostiene la Klein, la crisi asiatica del 1997 spianò la strada al Fondo Monetario Internazionale, ai suoi propri programmi nella regione e alla svendita di molte imprese statali comprate da banche occidentali e da multinazionali. Lo tsunami del 2004 permise al governo dello Sri Lanka di obbligare i pescatori ad abbandonare le loro proprietà sul lungomare così che potessero essere vendute a società immobiliari. La distruzione dell´11 settembre ha permesso a George W. Bush di sferrare una guerra con lo scopo dichiarato di creare un Iraq con un libero mercato.

In uno dei primi capitoli, la Klein paragona la politica economica radical-capitalista alla shockterapia applicata dagli psichiatri. Intervista Gail Kastner, una delle vittime degli esperimenti segreti della Cia sulle tecniche di interrogatorio che furono portate avanti dallo scienziato Ewen Cameron negli anni ´50. La sua idea era di usare l´elettroshock per far crollare il paziente. Una volta che la distruzione del modello comportamentale era stata raggiunta, il paziente poteva essere riprogrammato. Ma, dopo aver fatto crollare i suoi "pazienti", Cameron non riuscì mai a ricostruirli.
In un altro capitolo introduttivo, la Klein parla di Milton Friedman – che chiama «l´altro dottor shock» – e della sua battaglia per conquistare gli economisti e le economie dell´America Latina. Negli anni ´50, mentre Cameron portava avanti i suoi esperimenti, la Scuola di Chicago sviluppava le idee che avrebbero eclissato le teorie di altri economisti in voga in quel periodo in America Latina. Cita ciò che l´economista cileno Orlando Letelier sosteneva a proposito «dell´armonia interna» tra il terrore del regime di Pinochet e la sua politica di mercato libero. Letelier diceva che Milton Friedman era corresponsabile dei crimini commessi dal regime, respingendo la versione di Friedman di essere solo un "consulente tecnico". Letelier fu ucciso nel 1976 da un´auto bomba piazzata a Washington dalla polizia segreta di Pinochet. Secondo la Klein, fu un´altra vittima dei "Chicago Boys" che volevano imporre il capitalismo del libero mercato nella regione.
Attivista no-global tra i più famosi del mondo e autrice del best seller No-Logo, la Klein ci fornisce una ricca descrizione delle macchinazioni necessarie per imporre sgradevoli politiche economiche a paesi che oppongono resistenza e del costo in vite umane. Traccia un inquietante profilo della hybris, non solo di quella di Friedman ma anche di quanti hanno abbracciato la sua dottrina. Colpisce sentirsi ricordare di quante delle persone coinvolte nella guerra in Iraq erano state precedentemente coinvolte in altri episodi vergognosi nella storia della politica estera degli Stati Uniti. Traccia un percorso evidente che va dalle torture in America Latina negli anni ´70 fino a quelle di Abu Ghraib e di Guantanamo.

La Klein non è un´economista ma una giornalista che viaggia per il mondo in cerca di informazioni di prima mano su ciò che realmente è accaduto sul posto durante la privatizzazione dell´Iraq, all´indomani dello tsunami in Asia, nel corso della continua transizione polacca verso il capitalismo e negli anni successivi alla presa del potere da parte dell´African National Congress, in Sudafrica, che non riuscì a perseguire la politica di redistribuzione racchiusa nella Carta delle Libertà dove si affermano i principi fondamentali.

Alcuni lettori possono considerare le rivelazioni della Klein come la prova di una gigantesca cospirazione, conclusione che lei esplicitamente rifiuta. Non sono le cospirazioni che distruggono il mondo ma una serie di svolte sbagliate, di politiche fallite, con l´aggiunta di piccole e grandi ingiustizie. Eppure, quelle decisioni sono guidate da idee di più vasta portata. I fondamentalisti del mercato libero non hanno mai apprezzato abbastanza le istituzioni necessarie al buon funzionamento dell´economia, meno che mai un più ampio tessuto sociale di cui ogni civiltà ha bisogno per prosperare e fiorire. La Klein termina con una nota di speranza, descrivendo le organizzazioni non-governative e gli attivisti che, nel mondo, cercano di fare la differenza. Dopo 500 pagine di Shock Economy, è chiaro che si trovano col lavoro bell´e pronto.

Copyright The New York Times 2007
Traduzione di Valeria Garrassini Garbarino


Domenica saranno beatificati 498 preti uccisi dai Repubblicani che combattevano Franco. E il passato torna a dividere il Paese
Alberto Flores D´Arcais sul
Corriere della Sera

beati

MADRID - JuanDuarte aveva 24 anni, era un seminarista, un diacono che aspettava con ansia i pochi mesi che lo dividevano dall´essere ordinato sacerdote. Era il novembre del 1936, da poco più di tre mesi il "golpe" di Francisco Franco aveva fatto precipitare la Spagna in quella che sarebbe stata una guerra civile terribile e sanguinosa. Juan era in vacanza a Yunquera, un piccolo villaggio vicino a Malaga che, pur trovandosi nel sudovest del paese, non era ancora caduto nelle mani dell´esercito franchista.
Il 7 novembre venne arrestato dalle milizie repubblicane, torturato orrendamente per una settimana e infine ucciso. È uno dei 498 "martiri" che verranno beatificati domenica a San Pietro.

Domenica a Roma il Papa consegnerà al culto i martiri cattolici della guerra civile. Una cerimonia che sta dividendo la Spagna, un paese che non è ancora riuscito a chiudere i conti con il passato franchista. E che ora è attraversato da un lacerante conflitto tra Stato e Chiesa

La beatificazione dei 498 "martiri", così come la legge sulla memoria storica, più che riconciliare sta di nuovo dividendo la Spagna, evocando i fantasmi mai sopiti di una guerra civile che ha toccato praticamente tutte le famiglie del paese. Con la destra che accusa il governo di Zapatero di voler cancellare la storia del franchismo, con la Chiesa che spiega che dietro la beatificazione non si nasconde nessun progetto politico e nessun risentimento, «ma solo il sentimento della riconciliazione». Poco importa che i vescovi abbiano premuto sul papa (inizialmente contrario) perché le beatificazioni (un processo locale) venissero fatte a Roma, «sono i socialisti - dicono i documenti della Conferenza Episcopale - che vogliono riaprire le ferite della guerra civile».
José Maria Ridao è uno degli intellettuali emergenti della nuova Spagna, romanziere, storico e saggista, un elettore socialista che non fa mancare critiche all´attuale governo. Ridao ha una visione diversa, fuori dai vecchi schemi della guerra civile, di un paese spaccato in due. «Intanto dobbiamo dire che oggi la chiesa cattolica conta sul piano sociale sempre di meno. Conta politicamente e vuole contare di più, e il processo di beatificazione è insieme un problema ideologico e una risposta politica alla legge della memoria. Le dico chiaramente quello che penso: io sono d´accordo con i contenuti della ley de memoria ma sostengo che non c´era alcun bisogno di fare una legge. Gli indennizzi alle vittime si possono dare senza dover votare in parlamento; cercare e riaprire le fosse comuni per dare sepoltura a chi non l´ha ancora avuta dopo 70 anni è un dovere dello Stato; cancellare i segni del franchismo dalle strade e dai comuni è un compito dei poteri locali. La verità è che l´agenda ideologica di Zapatero è opposta a quella di Aznar ma usa gli stessi metodi. Come Aznar voleva rendere accettabile il franchismo, voleva banalizzare la dittatura, che fu una dittatura feroce e responsabile di migliaia di morti, così Zapatero lo vuole cancellare. Mi piace citare una frase di Tucidide, "la politica serve perché l´odio non sia eterno"; quello che succede in questi giorni è esattamente il contrario».

Di beatificazione, di martiri e di leggi della memoria si parla molto sui giornali, si discute in modo acceso alle Cortes, ma non sembra che il tema stia appassionando particolarmente l´opinione pubblica. Perché se è vero che quasi ogni famiglia spagnola ha una vittima da piangere (sia in campo repubblicano che tra i nazionalisti) i giovani, ad esempio, sentono la guerra civile come qualcosa di sempre più distante. Del resto sono passati quasi settanta anni, come se all´alba della Seconda Guerra mondiale si discutesse ancora delle vittime della guerra franco-prussiana. Ed è un tema che, stando a tutti gli interpellati, non sarà neanche uno di quelli principali nella prossima campagna elettorale (si vota nel marzo 2008).
Ludolfo Paramio è considerato l´ideologo del premier spagnolo. Con lui ha lavorato, e lavora ancora, a stretto contatto, e rivendica la necessità della legge sulla memoria: «Tutti i sondaggi ci dicono che la maggioranza degli spagnoli è d´accordo, il fatto che tre giorni prima del voto ci sia la beatificazione non mi preoccupa, e non credo neanche che su questi temi il paese sia veramente diviso. Era giusto farla, anche se oggi, quasi settanta anni dopo, riguarda solo una minoranza degli spagnoli».


Padre Pio, ecco il giallo delle stigmate
dal libro di Sergio Luzzatto sul
Corriere della Sera del 24 ottobre

S.Padre Pio

«Nel 1919 fece acquistare dell'acido fenico, una sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani»
I l cerchio intorno a padre Pio aveva cominciato a stringersi fra giugno e luglio del 1920: poco dopo che era pervenuta al Sant'Uffizio la lettera- perizia di padre Gemelli sull'«uomo a ristretto campo di coscienza», «soggetto malato», mistico da clinica psichiatrica. Giurate nelle mani del vescovo di Foggia, monsignor Salvatore Bella, e da questi inoltrate, le testimonianze di due buoni cristiani della diocesi pugliese avevano proiettato sul corpo dolorante del cappuccino un'ombra sinistra. Più che profumo di mammole o di violette, odore di santità, dalla cella di padre Pio erano sembrati sprigionarsi effluvi di acidi e di veleni, odore di impostura.
Il primo documento portava in calce la firma del dottor Valentini Vista, che a Foggia era titolare di una farmacia nella centralissima piazza Lanza. Al vescovo, il professionista aveva riferito anzitutto le circostanze originarie del suo interesse per padre Pio. La tragica morte del fratello, occorsa il 28 settembre 1918 (per effetto dell'epidemia di spagnola, possiamo facilmente ipotizzare). La speranza che il frate cappuccino, proprio in quei giorni trafitto dalle stigmate, potesse intercedere per l'anima del defunto. (...) Il dottor Valentini Vista era poi venuto al dunque. Nella tarda estate del '19, il pellegrinaggio a San Giovanni era stato compiuto da una sua cugina, la ventottenne Maria De Vito: «Giovane molto buona, brava e religiosa», lei stessa proprietaria di una farmacia. La donna si era trattenuta nel Gargano per un mese, condividendo con altre devote il quotidiano train de vie del santo vivo. Il problema si era presentato al rientro in città della signorina De Vito: «Quando ella tornò a Foggia mi portò i saluti di Padre Pio e mi chiese a nome di lui e in stretto segreto dell'acido fenico puro dicendomi che serviva per Padre Pio, e mi presentò una bottiglietta della capacità di un cento grammi, bottiglietta datale da Padre Pio stesso, sulla quale era appiccicato un bollino col segno del veleno (cioè il teschietto di morte) e la quale bottiglietta io avrei dovuto riempire di acido fenico puro che, come si sa, è un veleno e brucia e caustica enormemente allorquando lo si adopera integralmente. A tale richiesta io pensai che quell'acido fenico adoperato così puro potesse servire a Padre Pio per procurarsi o irritarsi quelle piaghette alle mani».

Da subito nella storia di padre Pio, i detrattori impiegarono quali capi d'accusa quelli che erano stati per secoli i due luoghi comuni di ogni polemica contro la falsa santità: il sesso e il lucro. E per quarant'anni dopo il 1920, il celestiale profumo intorno alla cella e al corpo di padre Pio riuscirà puzzo di zolfo al naso di quanti insisteranno sulle ricadute economiche o almanaccheranno sui risvolti carnali della sua esperienza carismatica. Ma nell'immediato, a fronte delle deposizioni di Maria De Vito e del dottor Valentini Vista, soprattutto urgente da chiarire dovette sembrare al Sant'Uffizio la questione delle stigmate. Tanto più che il vescovo di Foggia, inoltrando a Roma le due testimonianze giurate, aveva accluso alla corrispondenza un documento che lo storico del ventunesimo secolo non riesce a maneggiare – nell'archivio vaticano della Congregazione per la Dottrina della Fede – senza una punta d'emozione: il foglio sul quale padre Pio, forse timoroso di non poter comunicare a tu per tu con la signorina De Vito, aveva messo nero su bianco la richiesta di acido fenico. Allo sguardo inquisitivo dei presuli del Sant'Uffizio, era questo lo smoking gun, l'indizio lasciato dal piccolo chimico sul luogo del delitto. «Per Marietta De Vito, S.P.M.», padre Pio aveva scritto sulla busta. All'interno, un unico foglietto autografo, letterina molto più stringata di quelle che il cappuccino soleva scrivere alle sue figlie spirituali: «Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da duecento a trecento grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo».
Se davvero padre Pio necessitava di acido fenico per disinfettare le siringhe con cui faceva iniezioni ai novizi, perché mai procedeva in maniera così obliqua, rinunciando a chiedere una semplice ricetta al medico dei cappuccini, trasmettendo l'ordine in segreto alla cugina di un farmacista amico, e coinvolgendo nell'affaire l'autista del servizio pullman tra Foggia e San Giovanni Rotondo? Ce n'era abbastanza per incuriosire un Sant'Uffizio che possiamo immaginare già sospettoso dopo avere messo agli atti la perizia di padre Gemelli. Di sicuro, i prelati della Suprema Congregazione non dubitarono dell'attendibilità delle testimonianze del dottor Valentini Vista e della signorina De Vito, così evidentemente suffragate dall'autografo di padre Pio. Agli atti del Sant'Uffizio figurava anche la trascrizione di una seconda lettera autografa del cappuccino a Maria De Vito, il cui poscritto corrispondeva esattamente al tenore della deposizione di quest'ultima: «Avrei bisogno di un 4 grammi di veratrina. Ti sarei molto grato, se me la procurassi costì, e me la mandassi con sollecitudine».


Giovanni XXIII: «Padre Pio, un immenso inganno»
Nel libro di Sergio Luzzatto sul frate di Pietrelcina ricostruite anche le diffidenti valutazioni del pontefice. Papa Roncalli annotava: «I suoi rapporti scorretti con le fedeli fanno un disastro di anime»
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera del 25 ottobre

«Stamane da mgr Parente, informazioni gravissime circa P.P. e quanto lo concerne a S. Giov. Rotondo. L'informatore aveva la faccia e il cuore distrutto».
L'informato è Giovanni XXIII. P.P. è Padre Pio. E queste sono le parole che il Papa annota il 25 giugno 1960, su quattro foglietti rimasti inediti fino a oggi e rivelati da Sergio Luzzatto. «Con la grazia del Signore io mi sento calmo e quasi indifferente come innanzi ad una dolorosa e vastissima infatuazione religiosa il cui fenomeno preoccupante si avvia ad una soluzione provvidenziale. Mi dispiace di P.P. che ha pur un'anima da salvare, e per cui prego intensamente» annota il Pontefice. «L'accaduto — cioè la scoperta per mezzo di filmine, si vera sunt quae referentur, dei suoi rapporti intimi e scorretti con le femmine che costituiscono la sua guardia pretoriana sin qui infrangibile intorno alla sua persona — fa pensare ad un vastissimo disastro di anime, diabolicamente preparato, a discredito della S. Chiesa nel mondo, e qui in Italia specialmente. Nella calma del mio spirito, io umilmente persisto a ritenere che il Signore faciat cum tentatione provandum, e dall'immenso inganno verrà un insegnamento a chiarezza e a salute di molti».
«Disastro di anime». «Immenso inganno ». Una delle «tentazioni» con cui il Signore ci mette alla prova. Espressioni durissime. Che però non si riferiscono alla complessa questione delle stigmate, su cui si sono concentrate le prime reazioni al saggio di Luzzatto, «Padre Pio. Miracoli e politica nell'Italia del Novecento», in uscita la prossima settimana da Einaudi.

Al futuro Giovanni XXIII, Padre Pio non era mai piaciuto. All'inizio degli Anni '20, quando per due volte aveva percorso la Puglia come responsabile delle missioni di Propaganda Fide, aveva preferito girare alla larga da San Giovanni Rotondo. Ma è soprattutto la fede ascetica, mistica, quasi medievale di cui il cappuccino è stato il simbolo, per la Chiesa modernista di inizio secolo come per la Chiesa conciliare a cavallo tra gli Anni '50 e '60, a essere estranea alla sensibilità di Angelo Roncalli. Che, sempre il 25 giugno, annota ancora: «Motivo di tranquillità spirituale per me, e grazia e privilegio inestimabile è il sentirmi personalmente puro da questa contaminazione che da ben 40 anni circa ha intaccato centinaia di migliaia di anime istupidite e sconvolte in proporzioni inverosimili». E, dopo aver ordinato una nuova visita apostolica a San Giovanni Rotondo, ad appunto quasi quarant'anni da quella compiuta nel 1921, il Papa conclude che «purtroppo laggiù il P.P. si rivela un idolo di stoppa».
Gli appunti di Roncalli rappresentano uno dei passaggi salienti dell'opera di Luzzatto. E, se letti con animo condizionato dal pregiudizio, possono indurre a giudicarla o come una demolizione definitiva della figura del santo, o come un'invettiva laicista contro un fenomeno devozionale duraturo e interclassista. Ma sarebbero due letture sbagliate. Il giudizio di Luzzatto su Padre Pio non è quello sommariamente liquidatorio, che si è potuto leggere ad esempio nel recente e fortunato pamphlet di Piergiorgio Odifreddi. Luzzatto prende Padre Pio molto sul serio. E, con un lavoro durato sei anni, indaga non solo sulla sua biografia, ma anche e soprattutto sulla sua mitopoiesi: sulla costruzione del mito del frate di Pietrelcina e sulla sua vicenda, profondamente intrecciata non solo con quella della Chiesa italiana, ma anche con la politica e pure con la finanza. Un mito che nasce sotto il fascismo (Luzzatto dedica pagine che faranno discutere al «patto non scritto» con Caradonna, il ras di Foggia; ed è un fatto che le prime due biografie di Padre Pio sono pubblicate dalla casa editrice ufficiale del partito, la stessa che stampa i discorsi del Duce). Ciò non toglie che l'esito di quella ricerca sarà inevitabilmente elogiata e criticata, com'è giusto che sia.

Scrive Luzzatto che «l'importanza di Padre Pio nella storia religiosa del Novecento è attestata dal mutare delle sue fortune a ogni morte di Papa». Benedetto XV si dimostrò scettico, permettendo che il Sant'Uffizio procedesse da subito contro il cappuccino. Più diffidente ancora fu Pio XI: sotto il suo pontificato si giunse quasi al punto di azzerarne le facoltà sacerdotali. Pio XII invece consentì e incoraggiò il culto del frate. Giovanni XXIII autorizzò pesanti misure di contenimento della devozione. Ma Paolo VI, che da sostituto alla segreteria di Stato aveva reso possibile la costruzione della Casa Sollievo della Sofferenza, da Pontefice fece in modo che il frate potesse svolgere il suo ministero «in piena libertà». Albino Luciani, che per poco più di un mese fu Giovanni Paolo I, da vescovo di Vittorio Veneto scoraggiò i pellegrinaggi nel Gargano. Mentre Wojtyla si mostrò sempre profondamente affascinato dalla figura del cappuccino, che sotto il suo pontificato fu elevato agli altari.

E, come documenta Luzzatto, quando «La Settimana Incom illustrata» sparò in prima pagina il titolo «Padre Pio predisse il papato a Roncall »”, compreso il dettaglio di un telegramma di ringraziamento che il nuovo Pontefice avrebbe inviato al cappuccino, Giovanni XXIII ordina al proprio segretario di precisare all'arcivescovo di Manfredonia che era "tutto inventato": «Io non ebbi mai alcun rapporto con lui, né mai lo vidi, o gli scrissi, né mai mi passò per la mente di inviargli benedizioni; né alcuno mi richiese direttamente o indirettamente di ciò, né prima, né dopo il Conclave, né mai».


Ipotesi su Padre Pio, la fede oltre la storia
Quello esposto nel libro di Sergio Luzzatto non è l'unico punto di vista possibile. «Io stesso ho assistito a eventi prodigiosi».
Vittorio Messori sul
Corriere della Sera del 26 ottobre

il santuario da www.flickr.com

Il Padre Pio di Sergio Luzzatto è un libro importante e serio. Per questo, non gli rendono giustizia certe anticipazioni giornalistiche che — dalle oltre 400, fitte pagine — estrapolano «rivelazioni » e «gialli», come le richieste da parte del frate di acido fenico e di veratrina, quasi fossero le sostanze con cui procurarsi stigmate truffaldine. A questi sospetti — provenienti soprattutto da ambienti clericali — hanno già dato risposta da decenni non solo gli agiografi del frate, non solo perizie e controperizie di illustri clinici, ma anche le inchieste implacabili delle commissioni vaticane che hanno portato alla beatificazione del 1999 e alla canonizzazione del 2002. Libro serio, dicevo, che non merita presunti scoop da rotocalco; libro nato da anni di lavoro, da ricerche a tutto campo, non solo negli archivi (da cui sono emersi molti documenti inediti) ma anche nel
fall out mediatico e magari spettacolare del «fenomeno padre Pio». Una serietà di indagine — unita a un gusto gradevole per la divulgazione che non disdegna l'aneddoto e la curiosità — di cui sarebbe sleale sospettare,

Ci voleva, dunque, un ancor giovane ma già temprato studioso di tradizione ebraica per riempire una lacuna di informazione sul francescano che Luzzatto stesso (pur parlando di boutade, ma non troppo) definisce «l'italiano più importante del secolo scorso».

Luzzatto non ha torto nel rivendicare di avere colmato un vuoto: da una parte una vastissima, ripetitiva, spesso acritica produzione editoriale di devoti; dall'altra, gli scherni e le sbrigative liquidazioni di un anticlericalismo come quello dei pamphlet che vanno oggi per librerie. E dai quali Luzzatto prende subito le distanze, indicando esplicitamente, come esempio da evitare, le invettive goliardiche di un ex seminarista enragé come Piergiorgio Odifreddi.

In ogni caso, Luzzatto si è accorto e, lo scrive, che «padre Pio è ormai ovunque», che non possiamo più prescindere dalla presenza enigmatica di un frate che pur non si mosse, per mezzo secolo, da un disadorno convento nel Sud più profondo. È ovunque: nelle gigantografie dei Tir sulle autostrade e nelle cornicette d'argento sui tavoli dei Vip, nel borsellino della massaia e nel portafoglio del professore. C'è, qui, il mistero di una presenza carismatica che stringe da vicino una infinità di vite. La mia stessa, alla pari di innumerevoli altre, magari con piccoli prodigi dove brillano l'attenzione e la misericordia per le cose quotidiane. Se è lecito, dunque, (e per capire), un aneddoto personale. Una spastica grave che non ho mai visto di persona ma con la quale intrattengo da decenni un rapporto epistolare, molto imparando dal suo sensus fidei. La sua desolazione, anni fa, per il ritardo nel ricevere posta, a causa di miei viaggi e di superlavoro, il suo rivolgersi a padre Pio, di cui è ovviamente devota, e l'immediato, forte profumo di fragola che è per lei il segno di essere stata ascoltata. Il mattino dopo, ecco la lettera. Ma, dall'annullo sul francobollo, risultava spedita il giorno stesso, soltanto un'ora prima: e tra le nostre case corrono più di 300 chilometri. L'esclusione, da parte del direttore dell'ufficio, che fosse possibile un errore nel timbro, errore impensabile ma che, comunque, avrebbe portato a un ritardo, non a un anticipo della data. Poco tempo dopo, una mia visita a un convento lombardo di cappuccini, l'incontro con un vecchio frate che fu a lungo segretario del Santo, sul Gargano. Al racconto dell'episodio, nessuna sorpresa ma un gesto di condiscendenza: «Roba normale, niente da stupirsi. Quando aveva una lettera che gli stava a cuore, mi diceva di metterla nella buca in piazza: ma al recapito provvedevano gli angeli custodi. Un'ora dopo, puntualmente, arrivava».



Un «neonato omosex» nel manifesto choc. Scontro sulla Toscana
La campagna antidiscriminazioni della Regione
Marco Gasperetti su
Corriere della Sera

manifesto choc
FIRENZE — Il testimonial è un neonato. Un bel bambino roseo e paffuto, la mano sinistra protesa verso la bocca nel gesto, sublime e atavico, della suzione del pollice. Una perfetta e tranquillizzante icona dell'infanzia, quell'immagine, se non ci fosse qualcosa di inusuale e «diverso». Una fascetta da polso sulla quale, invece del nome del piccolo, c'è scritto homosexuel, omosessuale in francese.
Il neonato gay è l'ultima trovata di una campagna pubblicitaria contro le discriminazioni di genere che la Regione Toscana ha presentato ieri con il patrocinio del ministero delle Pari opportunità provocando proteste e polemiche. Il manifesto, stampato in migliaia di copie, sarà affisso sui muri delle città toscane, negli uffici pubblici, davanti alle scuole. Diventerà il frontespizio di cartoline, copertina di brochure e depliant. E sarà pure il logo di una «due giorni», venerdì e sabato, contro le discriminazioni — inserita nel Festival della Creatività — alla quale parteciperanno il ministro Barbara Pollastrini, i governatori Claudio Martini e Nichi Vendola, esperti e studiosi internazionali. Durante l'evento sarà allestita anche una mostra con i manifesti anti omofobia realizzati in altri paesi europei e negli Stati Uniti, in Nuova Zelanda e in Canada.
L'idea del manifesto choc, che ha provocato una raffica di giudizi negativi ma anche l'approvazione delle organizzazioni gay, è venuta ad Agostino Fragai, Pd, assessore ai Diritti dei cittadini e al suo collaboratore Alessio De Giorgi, presidente dell'ArciGay toscana. «Con questa immagine lanciamo un messaggio forte e chiaro — spiega De Giorgi —. L'omosessualità non è una scelta ma un dato immutabile da rispettare».

Alla campagna è stato concesso il patrocinio dal ministero delle Pari opportunità di Barbara Pollastrini


Munari
Non sono di bronzo o di marmo e neppure si appendono ai muri. Le fa anche Calder, ma lui è straniero, viene trattato con riguardo...
di Bruno Munari

Nate nel bel mezzo del Novecento italiano, classico, monumentale, eroico e «granitico», le mie «macchine inutili» sono sempre state considerate come scherzi o meglio «giochini», neanche giochi (i giochi sono cose serie) ma giochini, proprio roba da poco. Infatti non erano né di bronzo come deve essere una vera scultura, né di marmo, nemmeno dipinte a olio ma a tempera, non si appendevano al muro come i quadri, ma al soffitto come i lampadari, insomma non si sapeva come catalogarle: non erano pitture, non erano sculture, che cosa erano? Erano i giochini di Munari. A quei tempi le pitture e le sculture erano gli unici mezzi consentiti, dalla cultura ufficiale, agli artisti per esprimersi. Tutti gli altri modi e le altre materie non rientravano nel catalogo ufficiale dell'arte: erano giochi o scherzi di tipi strani non ben definibili. Poi a poco a poco si conobbero le opere di Calder che già operava negli Stati Uniti: ecco che viene preso in considerazione anche perché è straniero, costruisce i suoi oggetti in ferro, insomma può essere considerato uno scultore vero e proprio (anche altri scultori hanno fatto opere in ferro), e poi i suoi prezzi sono molto alti. Tutte valutazioni che di fronte a un oggetto costruito in cartoncino colorato a tempera, bacchette di legno e fili di seta, come le mie «macchine inutili» di allora, fanno orientare decisamente il giudizio dalla parte di Calder. Anche oggi la gente è più pronta ad accettare come opere d'arte oggetti enormi di bronza dorato che piccole sculture da viaggio di cartoncino, da usare e buttare via.


  28 ottobre 2007