
La settimana sulla stampa
Sarà una rivoluzione
Walter Veltroni su L'Espresso
Il Partito democratico nasce per aprire una nuova stagione politica e di innovazione per il Paese, cominciando dai programmi. Da 15 anni contano di più gli schieramenti, formati contro qualcosa o qualcuno e non 'per' il bene del Paese. Il Pd ha l'ambizione di essere il baricentro di una coalizione unita attorno a pochi punti netti per cambiare l'Italia, stabilendo prima e in modo chiaro chi ci sta e chi no.
Dal Lingotto in poi, ho lavorato per introdurre profonde novità nella nostra cultura politica, proprio partendo dai programmi. Abbiamo messo la difesa dei diritti delle giovani generazioni e la lotta alla precarietà al centro di una necessaria riforma del welfare. Penso all'approdo a un 'ecologismo dei sì' contrapposto a quello che dice sempre no a tutto. O al modo in cui abbiamo cominciato ad affrontare problemi, come la sicurezza, il contrasto alla criminalità e all'illegalità - legati come pochi altri ai diritti fondamentali dei cittadini - che non possono essere lasciati a chi al tempo stesso non si cura dell'inclusione e dell'integrazione.
Abbiamo poi fatto nostro il principio che deve essere la povertà, non la ricchezza, il nostro primo avversario, e che senza crescita dell'economia e delle imprese ogni obiettivo di giustizia sociale e di creazione di opportunità si allontana. Siamo andati nel Nord-est a dire che è tempo di un nuovo patto fiscale per pagare meno tasse e pagarle tutti, recuperando risorse dalla lotta all'evasione, dall'abbattimento del debito e dalla riqualificazione della spesa pubblica. L'Italia deve uscire dalla crisi democratica che attraversa con riforme istituzionali: più poteri al premier, una sola Camera legislativa, la metà di parlamentari, e una nuova legge elettorale che garantisca stabilità, bipolarismo, potere di scelta nelle mani dei cittadini. Occorre una politica più sobria, trasparente, che non invada campi che non le sono propri e che sia in grado di decidere. L'Italia si cambia a cominciare da questo.
Quei dieci voti comprati e venduti
Eugenio Scalfari su la Repubblica
C´è un complottone, come sospetta Prodi, per far cadere il governo sulla Finanziaria?
Io non lo chiamerei così. L´immagine del complottone evoca un gruppo di cospiratori animati da un ideale o da un interesse comune, ma nel caso nostro di ideali non ne vedo neppure l´ombra, interessi sì, ma nient´affatto comuni, anzi spesso contrapposti uno all´altro.
No, non lo chiamerei complottone; lo chiamo invece col nome giusto che rispecchia la realtà: si tratta, né più né meno, d´una compravendita di voti che nel lessico della legge penale si chiama "voto di scambio".
Di solito si verifica nelle campagne elettorali, quando un candidato si rivolge a chi dispone di voti clientelari acquistabili; l´acquirente offre una cifra e/o benefici graditi a quella clientela ed ottiene in contropartita tutti i suoi voti. Le mafie hanno sempre agito in questa ottica e così si è creata intorno alle varie famiglie mafiose quella zona grigia che ha permeato o addirittura condizionato il funzionamento delle istituzioni.
Nel caso nostro cioè, per esser chiari, nel caso di Silvio Berlusconi non si tratta di voti elettorali in vendita bensì di voti di senatori che si preparano a passare da un partito ad un altro, anzi da uno schieramento ad un altro e, nella fattispecie, dalla maggioranza all´opposizione. Insomma un ribaltone in piena regola. Sì, proprio quell´operazione che tutto il centrodestra con in testa proprio Silvio Berlusconi ha demonizzato come la più diabolica operazione politica che si sia mai vista e contro la quale sono anche stati escogitati appositi deterrenti legislativi, come lo scioglimento automatico delle Camere, nel momento stesso in cui si verificasse in Parlamento un cambiamento di maggioranza.
Naturalmente è del tutto inutile accusare un uomo e una parte politica di incoerenza. Ieri il ribaltone era il diavolo, oggi diventa un obiettivo salvifico. Certo, è un´incoerenza evidente, ma la politica è il mondo dell´ossimoro, se lo scopo è la conquista del potere tutti i mezzi sono buoni e vada a quel paese anche il principio di non contraddizione.
Però è anche vero che c´è ribaltone e ribaltone. Prendiamo quello della Lega del 1994-´95, che determinò la caduta, a pochi mesi di distanza dalla vittoria elettorale, del primo governo Berlusconi e la nascita del governo Dini.
In quel caso la Lega, dopo una convivenza agitata con Alleanza nazionale e dopo avere mandato invano segnali di crescente malcontento, decise di uscire dal governo determinandone la caduta.
Fu un ribaltone? Certamente sì. Una compravendita di voti? Certamente no. La Lega aveva obiettivi politici di federalismo molto spinto che cozzavano con il nazionalismo missino del Fini di allora. La mediazione di Berlusconi tra le due opposte sponde a lui alleate non fu efficace e il governo cadde. Nessuno comprò i voti della Lega, Bossi decise di testa sua. Non ci fu nessun "vulnus" costituzionale perché il presidente della Repubblica ha il potere-dovere di verificare se in Parlamento vi sia una maggioranza prima di decretarne lo scioglimento e così correttamente fece Scalfaro. Il governo Dini fu l´esito parlamentare di quella verifica e durò fino al '96, quando le Camere furono sciolte. Tutto legittimo, tutto regolare, tranne che per Berlusconi che gridò sui tetti alla vergogna costituzionale, politica, morale del ribaltone. Fino ad oggi.
Vediamo più da vicino questa compravendita. Con i comportamenti e le dichiarazioni di Berlusconi e le ghiotte indiscrezioni di un altro singolare personaggio "informato dei fatti", Francesco Cossiga, presidente emerito della Repubblica e senatore a vita. Berlusconi, nel corso d´una colazione riservata con il presidente emerito, gli comunica che "l´operazione" è ormai conclusa, che i senatori d´accordo con lui sono già una decina; su richiesta dell´interlocutore gli mostra la lista. Cossiga la legge, commenta con un "lo sapevo già" (e figurarsi se avrebbe dimostrato sorpresa) esce e passa la notizia alle agenzie.
Alcuni dei "comprati" hanno confermato con lo schiaffo della mano, un paio hanno addirittura firmato un accordo scritto (si dice).
Berlusconi offre posti. Posti da ministro, posti da sottosegretario, presidenze di enti pubblici che ingolosirebbero perfino un anoressico, e anche denaro. Denaro finalizzato a sostenere campagne elettorali, spese politiche, apertura di sedi, assunzione di personale. Insomma denaro.
I venditori sono gelosi l´uno dell´altro. I posti appetitosi non sono moltissimi e ciascuno teme che un altro gli sia preferito. Ma anche dentro "all´inner club" berlusconiano scoppiano gelosie. Formigoni si preoccupa, Scajola si preoccupa e si preoccupa anche Dell´Utri, già molto allarmato dalla stella nascente di Michela Vittoria Brambilla. Ognuno corre ai ripari come può.
Alla fine, tre o quattro giorni fa, il "puzzle" berlusconiano si realizza. Il compratore fissa la data: prima metà di novembre. E dichiara: "Non sono stato io a contattarli, sono stati loro a venire da me, io ho solo cercato di trovargli un posto adatto". Appunto, voto di scambio, compravendita.
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Resta da vedere se il "puzzle" sia stato veramente compiuto o se almeno in parte sia ancora in dubbio; se darlo per fatto sia reale o faccia parte della guerra dei nervi. Personalmente penso che sia compiuto. Stando alle sue più recenti dichiarazioni così pensa anche Prodi ed anche Mastella.
Certo è che la maggioranza si sfarina ogni giorno che passa. Quasi mille emendamenti presentati dal centrosinistra alla Finanziaria, metà dei quali da parlamentari ulivisti, anzi ormai democratici. La sinistra radicale in piazza a chiedere di più sul piano sociale, al di là del referendum sindacale. Non è contro il governo? E allora contro chi? Contro il Partito democratico? Contro Padoa- Schioppa? Contro la Ragioneria dello Stato? Chi sono quei mascalzoni che lesinano il pane ai lavoratori?
Quali che siano quei nomi, la piazza di sinistra non fa sconti alla Finanziaria di Prodi e di Padoa-Schioppa, vuole molto di più.
Ieri è accaduto un fatto strano: per la prima volta dopo un anno e mezzo il "Corriere della Sera" ha pubblicato un articolo di fondo nel quale il vicedirettore del giornale, Dario Di Vico, elogia Prodi, elogia la sinistra radicale, elogia il "feeling" tra Prodi e Rifondazione.
Di Vico è un bravo collega e ovviamente ha scritto ciò che pensano lui e il suo direttore. Solo che da un anno e mezzo in qua ha scritto esattamente il contrario infinite volte. Io aborro la dietrologia, ma non la logica. Se si verifica un mutamento così improvviso e così totale una causa ci dev´essere, questa non è stagione da colpi di sole.
La logica mi dice che le cause possono essere due: 1. Placare lo scontento notorio e reso pubblico di Bazoli nei confronti del "Corriere" di cui Banca Intesa è azionista. 2. Valorizzare l´asse Prodi-Bertinotti per tagliar fuori Veltroni nel momento in cui il neo-leader del Pd è entrato in campo balzando in testa nei sondaggi d´opinione. E nell´imminenza di una possibile crisi di governo e delle consultazioni per risolverla in qualche modo. In proposito le intenzioni del Pd veltroniano avrebbero un peso notevole sui colloqui del capo dello Stato. Può condizionarle un articolo di giornale? Pro o contro elezioni immediate? Berlusconi è pro. Veltroni parlerà quando sarà consultato, ovviamente d´accordo con Prodi. Ma Prodi?
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Prodi finora ha detto e ripetuto che se cade il suo governo non c´è che andare alle urne. Meglio ancora se alle urne ci si va con l´attuale governo in carica per far svolgere le elezioni.
Probabilmente la posizione di Prodi è un deterrente per evitare la crisi. Ma se non fosse un deterrente sarebbe a mio avviso un grave errore. Le elezioni a primavera con questa legge elettorale darebbero partita vinta al centrodestra che ancora una volta si presenterebbe compatto dietro Berlusconi, tutti per uno uno per tutti.
Veltroni dovrebbe fare un miracolo. E forse potrebbe anche farlo, il Pd potrebbe arrivare al 40 per cento, ma dovrebbe presentarsi da solo e questo, con l´attuale legge elettorale e il premio di coalizione è manifestamente impossibile. Per contrastare il Berlusconi "ter" e i suoi alleati bisogna andarci con lo stesso schieramento di centrosinistra attuale, ma con la frana dell´area centrista. Una frana di scarso peso elettorale ma di forte peso politico perché arginerebbe quel deflusso di voti moderati verso il Partito democratico sul quale punta Veltroni. Senza quel
deflusso ed anzi con un sia pur modesto deflusso di segno contrario, la vittoria del centrodestra è scontata, non c´è miracolo che possa evitarla, checché ne pensino Ferrero e Diliberto.
Questi sono i dati del problema. Noi, vecchi liberaldemocratici, rischiamo di morire sotto Berlusconi. E´ vero che abbiamo altre risorse e altri interessi da coltivare per il tempo spero lungo che ci resta, ma per l´amore che portiamo a questo Paese vederlo sottoposto ad un ulteriore degrado morale ci riempie di tristezza.
Viaggio nell´utopia di Güssing
Il paese a emissioni zero
Cinzia Sasso su la Repubblica
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La città dell´utopia è arrampicata sulle colline del Burgerland, nell´Austria più profonda, ai confini con l´Ungheria, tra campi di mais e foreste di pini. Si chiama Güssing, ha quattromila abitanti e un profeta: Rheinard Koch, 46 anni, un ingegnere alto due metri e quattro che giocava a basket nella nazionale austriaca e che ha realizzato il sogno di trasformare il paese dove è nato in un´isola pulita che produce da sé, con quello che la natura gli mette a disposizione, tutta l´energia di cui ha bisogno. Il sole, il legno, il mais, i grassi vegetali, i rifiuti, a Güssing si trasformano in riscaldamento, elettricità, gas, carburante per le auto. Dice Koch: "Certo che è un sistema perfetto, ed è per questo che le grandi lobby non lo vogliono. Parliamo di molti soldi, e molti soldi vuol dire molto potere. Se ogni comunità facesse come noi, quel potere verrebbe meno".
L´uso dell´energia alternativa ha permesso alla città di ridurre del 90% le emissioni di biossido di carbonio e di guadagnare ogni anno, dalla vendita alla rete nazionale del surplus energetico, 500 mila euro che vengono reinvestiti in nuovi progetti. Dal '95 ad oggi, le emissioni sono state ridotte del 93% mentre la città svedese che ha vinto il premio per la Sustainable Community, Vaxjo, ha tagliato i veleni nell´aria del 25% negli ultimi dieci anni. E Al Gore ha auspicato una riduzione del 90% entro il 2050. In Europastrasse, là dove ha la sua sede il Centro Europeo di Energia Rinnovabile, hanno dovuto costruire anche un albergo, il Com Inn, per le comitive che arrivano da tutto il mondo: dall´Ocse di Vienna, con i cinquanta diplomatici guidati dal direttore degli affari economici Bernard Snoy, agli scienziati giapponesi; dai ricercatori del Canada alle comitive di contadini scozzesi, quasi 5.000 visitatori solo l´anno scorso. "Questa città - dicono - ha saputo coniugare la crescita economica con la sostenibilità ambientale".
È una storia che comincia nel 1989, quando Güssing era solo la capitale di una delle regioni più povere del paese. Non c´era altro che lavorare nei campi e il 70% della popolazione era costretta ad emigrare. Anche Koch aveva dovuto andare a Vienna, finché Herr Krammer, il sindaco di allora, pensò di offrirgli un posto come tecnico comunale. Racconta Koch: "Ci siamo chiesti che cosa si poteva fare per creare lavoro e ricchezza. E per prima cosa abbiamo realizzato che qui c´erano molti soldi: tutti quelli che la gente doveva spendere per procurarsi energia. Erano 36 milioni l´anno per la regione, 6 per Güssing. E così abbiamo pensato di creare da noi l´energia, sfruttando le nostre risorse".
Quei soldi sono rimasti nella zona e hanno creato lavoro. Negli ultimi dieci anni sono nate 60 aziende per 1.200 posti di lavoro. "Abbiamo scalato la classifica della povertà e siamo diventati i primi produttori al mondo di gas naturale". Ora Güssing è completamente autosufficiente. Negli otto diversi impianti produce 22 megawattora di energia l´anno, compresi 8 megawatt di surplus che vende. Contro la sagoma del vecchio castello della nobiltà ungherese che è il simbolo del paese, si stagliano adesso montagne di segatura e cattedrali di tubi. Verena, i capelli dritti in testa per il gel, lavora in un altro dei nuovi alberghi: "Sì, adesso vengono un sacco di persone, pare che tutti siano curiosi di sapere come abbiamo fatto". E Ullriche, che va a far la spesa con il cesto di vimini: "Questa era una città morta, adesso cercano sempre nuovo personale".
Il paese dell´eco-energia è cambiato: ci sono le case pastello con i tetti spioventi e i nidi di cicogna, ma anche le palazzine con le parabole sui balconi. Il Rathaus, il municipio, ha la scritta gotica e la facciata di pietra tirata a lucido e per le strade viaggiano i Renault Traffic della Biomasse Fernheizwerk Güssing. "La cosa più difficile - spiega Koch - è stata quella di convincere la gente che la nostra energia era buona come quella delle multinazionali". Ma la gente si è convinta e l´energia costa dal 30 al 40% in meno che nel resto del Paese. Al festival del teatro, quest´estate, hanno messo in cartellone il Don Chisciotte. Proprio come Koch, l´ingegnere che è diventato ricco facendo prima diventare ricco il suo paese. "Dice che sono un visionario? Sì, forse. Ma le mie visioni sono diventate realtà".
Il diavolo confessore
Maurizio Chierici su l'Unità
Non so quale tormento ha sconvolto i cattolici argentini nell'ascoltare il racconto dei sopravvissuti alle squadre della morte dei generali P2. Nella tribuna dell'imputato era seduto il cappellano militare Christian Von Wernich e le Tv e i fotografi che cercavano di cogliere nel volto un'ombra di imbarazzo (se non di pentimento) trovavano occhi di ghiaccio, labbra piegate nel sarcasmo quando, chi uscito vivo dalle prigioni clandestine, spiegava quale inferno aveva attraversato. L'ho visto e rivisto in Tv per evitare il luogo comune del colpevole indifferente, ma Von Wernich resisteva nel rappresentarsi come luogo comune senza speranza. Ha confessato i prigionieri che non si erano arresi alla tortura non avendo segreti da raccontare, invitandolo a collaborare perché l'Altissimo lo pretendeva.
L'accusa ha inchiodato all'ergastolo Von Wernich: 7 omicidi, 32 casi di tortura ripetuta dopo le notizie raccolte nel confessionale e 42 amici spariti nel nulla. Nove anni fa il capitano Scilingo, primo repressore ad aver confidato a Horacio Verbitsky (autore de Il volo, editore Feltrinelli) come funzionava la repressione, racconta delle parole di consolazione con le quali Von Wermich ed altri cappellani militari accompagnavano i condannati a morte verso l'aereo che li avrebbe dispersi in mare: la volontà del Signore lo pretendeva, segno dell' amore col quale proteggeva la patria. "Rassegnati, Dio lo sa". Nell'interpretazione di questi sacerdoti, la rassegnazione disinfettava dagli insetti maligni la nuova società che il delirio dei militari stava disegnando. Ma non erano insetti e non erano maligni: solo ragazzi che non sopportavano l'oppressione armata.
Ecco perché 30 anni dopo memoria e perdono restano i problemi irrisolti della Chiesa nel continente più cattolico del mondo. Von Wermich non è diventato improvvisamente colpevole otto giorni fa. Subito dopo la sentenza del tribunale, la Chiesa annuncia procedure per decidere il destino di un prete del quale si conoscono i delitti da tempo immemorabile. Negli ultimi mesi ogni vescovo ha incontrato ogni giorno su ogni giornale e ogni Tv i racconti dei testimoni e i documenti che provano l'orrore. Non a caso il comunicato della Commissione Episcopale appare cinque minuti dopo l'annuncio dell'ergastolo. Perché cinque minuti dopo e non cinque anni o cinque mesi fa come i credenti pretendevano? Poche righe che deludono: "Il vangelo di Cristo impone a noi discepoli una condotta rispettosa verso i fratelli. Un sacerdote cattolico, per azioni e omissioni, si è allontanato dall'esigenze della missione che gli era stata affidata. Chiediamo perdono con pentimento sincero mentre pregiamo Dio nostro Signore di illuminarci per poter compiere la missione di unità e di servizio".
Non una parola di pena per le vittime. La deviazione di Von Wermich rimpicciolisce nella deviazione personale ed il silenzio della comunità ecclesiale è il peccato inspiegabile che ha riunito tanti vescovi e tanti sacerdoti, alcuni di loro prossimi al processo. E dopo la sentenza se ne aggiungono altri. Il vescovo vicario della diocesi di san Miguel, Federico Gogala, visitava giovani donne che stavano per partorire. Nude e incappucciate per non riconoscerlo. Se ne andava col bambino appena nato mentre la madre veniva assassinata. Una suora e un'infermiera stanno testimoniando. E testimoniano le nonne di piazza di Maggio con la prova di una nipote ritrovata: era stata data in adozione dal Movimento Familiare Cristiano vicino al vescovo ausiliare Gocala. Comprensibile l'imbarazzo e il dolore eppure nessuna spiegazione su "omissioni ed azioni" che tormentano il clero argentino, ma anche sacerdoti e cattolici di tutte le americhe latine. Non hanno saputo affrontare il passato prossimo con la chiarezza compagna di viaggio della loro missione. Per il diritto canonico la decisione sul futuro sacerdotale dell'ex cappellano militare è competenza del vescovo della diocesi, monsignor Martin Elizaide, 67 anni, profilo incolore nella gerarchia argentina. Facile pensare che il verdetto risentirà degli umori della conferenza episcopale. La procedura sarà lunga, Martin Elizaide non ha indicato quanto durerà. A Von Wermich è consentito ricorrere al tribunale vaticano se gli sarà proibito per sempre di esercitare la funzione ministeriale.
Passato lo choc per la condanna che ritiene falsata da falsi testimoni, Von Wermich riprenderà a confessare, celebrare messa come ogni parroco in pace con Dio; potrà distribuire la comunione ad altri torturatori chiusi nella stessa prigione fino a quando la decisione del vescovo non lo impedirà. Ma glielo proibirà per sempre o "la contrizione palese per il male commesso" potrà risorgerlo a nuova vita restituendogli messa, comunione e confessione? Su Ernesto Cardenal e Manuel D'Escoto, ministri nel governo sandinista, papa Wojtyla aveva alzato l'indice del rimprovero. Hanno perso la messa per sempre. L'altro fratello, Ferdinando Cardenal, fratello di Ernesto e gesuita, a 70 anni ha riaffrontato il noviziato con l'umiltà di un seminarista adolescente. Ed è tornato a celebrare dopo anni di punizione...
I delitti di Von Vernich oscurati da silenzio e complicità aprono un capitolo finora esplorato con imbarazzo: il rapporto tra cappellani militari e dittature, dall'America Centrale a Brasile, Cile, Argentina. Con quale spiritualità si sono rivolti a Dio gomito a gomito con le squadre della morte? Fedeli alla loro coscienza o ligi all'obbedienza dovuta che incatena ogni militare? Fino al processo Von Wernich, ai cappellani militari di Argentina e Cile non era successo niente. Si sapeva e si sa delle ambiguità a volte degenerate in collaborazione al delitto. Sembra impossibile che i vescovi cappellani militari e i vescovi amici dei vescovi militari non abbiano saputo niente. Possibile che i nunzi apostolici, ambasciatori del Papa, non si siano rivolti a Roma supplicando di intervenire? Forse i doveri diplomatici e l'amicizia personale con gli strateghi della repressione hanno annacquato nell'ipocrisia quel dovere che impone la fede e l'esempio del pastore. Vent'anni dopo, 1996, i vescovi argentini finalmente si fanno vivi con un'autocritica superficiale. Nel 2000 chiedono per la prima volta perdono. In Cile il silenzio continua. Nella cattedrale castrense di Santiago, alla messa della domenica vecchi e nuovi militari si accostano all'altare con la devozione di Pinochet.
La storia dei rapporti chiesa-stato ha conosciuto in Argentina momenti che imbarazzano la rilettura. Subito dopo il colpo di stato 1976, il cardinale di Buenos Aires Carlo Aramburu invita i fedeli a collaborare col governo dei generali "i cui membri appaiono assai bene ispirati". Gran parte dei vescovi e il nunzio apostolico Pio Laghi (oggi cardinale) assistono alla cerimonia di insediamento del generale Videla. Laghi è l'unico diplomatico straniero presente. Perché? Tre mesi dopo benedice a Tucuman le truppe impegnate nella repressione: "L'autodifesa contro chi vorrebbe far prevalere idee estranee alla nazione... impone misure determinate. In queste circostanze si potrà rispettare il diritto fin dove si potrà". Anche il cardinale Benelli, sostituto segretario di stato vaticano, si dichiara "soddisfatto per l'orientamento assunto dal nuovo governo argentino nella sua vocazione cristiana e occidentale". Paolo VI era stanco e malato. Lo si informa in qualche modo nascondendo quasi tutto. Anche Giovanni Paolo II viene a sapere della tragedia argentina dalle madri di piazza di Maggio. La Chiesa di Buenos Aires imponeva il silenzio ma le madri alle quali avevano rubato i ragazzi vengono a Roma sperando di informare il papa. Per sopravvivere attorno al vaticano lavorano come perpetue o inservienti in collegi religiosi e parrocchie. Ed è così che è Wojtyla e non un vescovo argentino a pronunciar per primo la parola "desaparecido". Tardi, purtroppo: 30 mila morti.
Ieri, come oggi, in Argentina e nel continente latino (Venezuela compreso) si delineano due Chiese lontane tra loro. Tanti preti e due vescovi fra le vittime. Romero e dodici religiosi in Salvador. Due vescovi e religiosi assassinati in Argentina. Il primo a morire don Carlos Mugica, fondatore del movimento dei sacerdoti terzomondismi. Poi padre Josè Tedeschi, poi l'intera comunità dei Pallottini: tre preti, due seminaristi. Il vescovo Enrique Angeletti viene ucciso al ritorno da un convegno in Ecuador organizzato dai teologi della liberazione; il vescovo Carlos Ponce muore a San Nicolas in un incidente stradale che la polizia definisce "immaginario". Due suore francesi violentate, torturate e uccise dal guardiamarina Astiz. Quando l'indulto del presidente Menem libera gli assassini in diretta Tv l'ambasciatore francese anziché complimentarsi con Astiz, nuovo capitano di vascello dalla divisa immacolata, scandisce un giudizio che gela la cerimonia: "Non sapevo che per far carriera nella marina argentina servissero eccellenti qualità criminali". E a Parigi il cardinale Marty rifiuta di celebrare messa nell'ambasciata di Buenos Aires. Due vescovi argentini - Karlic e Novak - precedono il mea culpa ufficiale invocando perdono per il male che la chiesa "non ha impedito, sopportato e in qualche caso aiutato". Ma il vescovo Laguna, portavoce della confederazione episcopale, se ne era lamentato: possono parlare a titolo personale, non a nome della chiesa. Il regime cade ma certe solidarietà non svaniscono. 24 settembre 1991: il nunzio apostolico Ubaldo Calabresi organizza un ricevimento per festeggiare il dodicesimo anniversario dell'investitura di Giovanni Paolo II. Fra gli invitati i generali Videla, Viola e l'ammiraglio Massera mandanti dell'uccisione di migliaia persone, riconosciuti colpevoli in tribunale ma perdonati e rimessi in libertà dall'indulto.
La Chiesa continua a tacere. L'altra Chiesa argentina guarda al futuro in modo diverso. Dopo la condanna di Von Wernich la Commissione Giustizia e Pace assistita dal vescovo Jorge Casaretto (71 anni, origini genovesi) si preoccupa del dolore dei familiari ed esprime pietà per le vittime invitando la giustizia a scoprire quali complicità e quanti tradimenti siano allo radice di una tragedia impossibile da nascondere. Casaretto ha guidato la Caritas negli anni del disastro economico: metà Argentina non sapeva cosa mangiare. Ha aperto mense popolari, bussato alle porte che contano per raccogliere risorse. Ma Von Wernich appartiene all'altra Chiesa. L'ergastolo illumina lo scandalo dei sacerdoti che hanno trasformato la confessione in gadget della tortura. "Era difficile", sospirava il vescovo Laguna nella sua stanzetta di Morelos, qualche anno fa, "restare fedeli alla promessa e sopravvivere nella paura". Difficile, ma non impossibile.
Un festino nazista con strage di ebrei
Danilo Taino sul Corriere della Sera
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BERLINO Ci sono storie che, come i peggiori fantasmi, restano nell'aria per decenni. Poi, all'improvviso, si materializzano e lasciano senza fiato. Questa è una di quelle. La notte tra il 24 e il 25 marzo 1945, le truppe dell'Armata Rossa erano a 15 chilometri dal castello di Rechnitz, sul confine tra Austria e Ungheria, residenza di Margit Thyssen-Bornemisza, maritata al conte Ivan Batthyany. Che il Terzo Reich fosse al crollo era chiaro, ma gli dei caduti erano più sprezzanti e mostruosi che mai. Margit organizzò l'ultima festa: 40 persone, tra Gestapo, SS e giovani nazisti.
Fino a mezzanotte, balli, vino, liquori. A quel punto, però, serviva qualcosa di speciale che potesse fare ricordare quei momenti cruciali. Franz Podezin, un amministratore della Gestapo che aveva anche una relazione sessuale con la Thyssen-Bornemisza, prese l'amante e una quindicina di ospiti, li armò e li accompagnò a una vicina stalla. In alcuni locali del castello, erano ospitati (in condizioni tremende) circa 600 ebrei che avevano il compito di rafforzare le difese della zona e Podezin ne aveva presi 200, non più in grado di lavorare, e li aveva portati in quella stalla. Raggiuntala assieme agli ospiti li invitò a sparare "a qualche ebreo".
Cosa che i pazzi ubriachi fecero dopo avere fatto denudare le vittime. Un massacro. Un certo Stefan Beiglboeck, la mattina dopo, ancora si vantava di averne massacrati sei o sette a mani nude. Tutti morti, tranne 15 che dovettero scavare le fosse e che il giorno successivo furono ammazzati a loro volta. I sovietici arrivarono pochi giorni dopo, il 29 marzo, e il 5 aprile compilarono un rapporto nel quale dicevano che "in tutto sono state trovate 21 tombe" ciascuna delle quali conteneva dai dieci ai dodici corpi. "Apparentemente aggiungeva sono stati colpiti con bastoni prima di essere uccisi" con armi da fuoco. Il documento fu ritenuto propaganda comunista e dimenticato. Poi, negli Anni Sessanta, alcuni processi per stabilire i fatti finirono in nulla dopo l'omicidio di due testimoni chiave. Un giornalista austriaco, negli Anni Ottanta, abbandonò un'inchiesta dopo avere ricevuto minacce. E una registrazione inviata alla tv viennese Orf, nella quale una vecchia testimone oculare raccontava la sua storia, andò perduta.
Margit Thyssen-Bornemisza scappò in Svizzera, dove il padre Heinrich aveva vissuto durante la guerra a villa La Favorita di Lugano e da dove aveva diretto le forniture di acciaio e munizioni che le sue fabbriche garantivano al Terzo Reich. Morì nel 1989.
Questo è il terribile segreto dei Thyssen-Bornemisza così come lo ha ricostruito e raccontato David Litchfield, un autore inglese, qualche giorno fa sull'Independent di Londra e, ieri, sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, probabilmente il giornale tedesco più autorevole. E qui sta la parte interessante dello sviluppo che potrebbe avere la storia: per la prima volta, in Germania si parla apertamente di una vicenda che tocca il cuore della famiglia Thyssen, una delle più famose e ricche d'Europa, industriali, collezionisti d'arte e jet-set di prima fila. Che la dinastia si fosse arricchita con le forniture militari durante la prima guerra mondiale e poi durante il nazismo è cosa nota anche se poco raccontata. Ora, però, le accuse arrivano direttamente in casa, in Germania. Ed è quella notte del marzo 1945 che può diventare il tragico fantasma dei Thyssen-Bornemisza.
E la Chiesa inventò il ballottaggio
Filippo Di Giacomo su La Stampa
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Il monoteismo ostacola la democrazia? Gli studi storico-giuridici dimostrano che la democrazia moderna ha radici già nel V secolo, quando la Chiesa reintroduce due grandi principi. Il primo, riscoperto da Leone I nel 440, insegna che colui che deve governare su tutti deve essere eletto da tutti. Il secondo, spiega che ciò che interessa tutti come singoli va discusso e approvato da tutti. La decisione di affidare a un'assemblea (che ha la summa potestas) la scelta di colui che guiderà un'abbazia apparve nel VI secolo chiaramente stabilita nel capitolo 64 della regola benedettina; con l'elezione, a chi veniva affidato il comando era anche precisato il fine politico del mandato: adattare il suo governo alle circostanze e ai caratteri dei sudditi.
Il consenso popolare nelle assemblee ecclesiali veniva sottoposto allo scrutinio. Scrutari significa pesare, ponderare, esaminare, penetrare il significato esatto della portata dei voti espressi in un'assemblea. Lo scrutinio permise la nascita del voto segreto e la Chiesa lo accettò nei monasteri già dal V secolo: diventerà prassi comune con il Concilio di Trento. Nei Comuni, voto segreto e scrutinio apparvero per la prima volta negli statuti di Verona del 1225. Tanto per essere casuidici: il Parlamento inglese ammise il voto e lo scrutinio segreto solo nel 1872. La nascita della democrazia parlamentare viene fatta coincidere con l'istituzione del parlamento inglese, la "Magna Charta" del 1215, ma già nel 1115 i cistercensi si erano già dotati di una "Charta Charitatis" con cui ricorrevano a un parliamentum (parola e istituzione, quindi, nascono monastiche) che si riuniva per chiedere l'accordo della comunità prima di impegnarla in azioni e gravarla di imposte.
Per rendere accessibile il voto segreto a coloro che erano analfabeti, la fantasia democratica cristiana del VI secolo ricorse alle ballotte: fave chiare e scure, monete e medaglie di colore diverso: un colore per il "sì", l'altro per il "no". Dalle ballotte derivano infatti la parola ballottaggio e la locuzione parlamentare inglese "to black ball", bocciare una legge. Ai monaci illetterati i moderni parlamentari inglesi devono il loro usuale metodo di votazione: alzarsi in piedi per approvare o respingere. Quando gli ecclesiastici erano colti, lo scrutinio avveniva per schedulas segrete deposte in modo visibile nell'urna. Il voto di fiducia, invece, nacque certosino, a cavallo del Mille: ogni anno l'assemblea si riuniva giudicando l'operato del superiore, in base al quale quest'ultimo veniva confermato o deposto.
Anche la convocazione legale di un'assemblea e il quorum hanno un'impronta ecclesiastica. Nella storia dei Comuni il sistema maggioritario apparve solo nel 1143, nella Chiesa era in uso da otto secoli. Ai Domenicani si deve il bicameralismo, il voto di fiducia, la libera elezione dei rappresentanti alle assemblee elettive e legislative e l'espressione dei tre principi strutturali della democrazia parlamentare: corpo elettivo, collettività deliberante, autorità esecutiva. Ai Predicatori e al loro Definitorio dobbiamo la struttura dei consigli dei ministri; furono loro a conferire alle assemblee legislative il diritto di revocare a metà mandato il superiore eletto, secondo il grado di attuazione del programma espresso nel momento in cui si era candidato al superiorato. I nostri ordinamenti comunali, provinciali e regionali traggono buona parte delle loro istituzioni dalle costituzioni domenicane di Raimondo di Peñafort del 1238-1240 e di Raimondo Bandello del 1254-1256. Il sindaco, ad esempio, era un laico a cui veniva affidata la gestione dei beni di un istituto religioso.
La maggioranza qualificata resuscitò nella Chiesa nel 915, divenendo regola per l'elezione del Papa a partire dal 1179, ma è sulla maggioranza relativa che vale la pena riflettere: non piaceva a nessuno, nel 1205 il Papa la vietò e per tutto il XIII secolo scomparve da ogni istituzione. Ma, dotate di maggiore realismo sulle realtà soggettive e quelle strutturali, le comunità monastiche ignorarono il precetto papale e continuarono a decidere come sempre: maggioranza assoluta nei primi due scrutini, maggioranza semplice a partire dal terzo.
Non è quindi un caso se oggi le uniche assise elettive sovrannazionali dove il voto di un africano abbia lo stesso valore di quello di un americano sono il conclave moderno. E, a leggere la lista dei Papi che hanno saputo liberamente eleggere, ai cardinali cattolici
Mamma li curdi
Sergio Romano su Panorama
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Per capire ciò che sta accadendo in questi giorni fra la Turchia e gli Stati Uniti occorre risalire alla primavera del 2003, quando i progetti del Pentagono prevedevano che l'Iraq venisse invaso da sud e, attraverso la Turchia, da nord. Presentata al parlamento di Ankara, la proposta americana venne respinta.
La principale ragione del rifiuto fu il timore turco che la dissoluzione del regime di Saddam Hussein rafforzasse le aspirazioni all'indipendenza dei curdi iracheni e, di conseguenza, i movimenti secessionisti dei 15 milioni di curdi che abitano le regioni sudoccidentali della Turchia. Da allora i rapporti fra Turchia e Stati Uniti sono oscurati da una sorta di sospettosa diffidenza.
I turchi non impediscono agli Usa di usare il loro territorio per le esigenze logistiche e strategiche della loro presenza in Iraq. Ma assistono con preoccupazione alla nascita di un Kurdistan iracheno che sta trasformando la sua autonomia in una sorta di ufficiosa sovranità nazionale.
Le loro preoccupazioni si sono avverate. Dopo una lunga fase relativamente tranquilla, i curdi del Pkk sono rientrati in campo con operazioni di guerriglia e attentati terroristici. Colpiscono obiettivi civili e militari in territorio turco, ma trovano asilo, a quanto pare, nel Kurdistan iracheno. I militari turchi vorrebbero inseguirli e stanarli al di là del confine e il 17 ottobre il parlamento di Ankara ha dato il via libera a operazioni nel nord dell'Iraq, nonostante l'accordo siglato fra i due paesi nella lotta contro il terrorismo. Il governo centrale iracheno, infatti, non ha poteri effettivi sul Kurdistan: ce ne siamo accorti quando l'uccisione di dieci militari turchi, nelle scorse settimane, ha fatto traboccare ad Ankara il vaso della rabbia.
Appare a questo punto, nell'imbrogliata matassa dei rapporti turco-americani, il problema armeno. Dopo i successi ottenuti dalle iniziative delle comunità ebraiche negli scorsi anni, le comunità armene hanno deciso di chiedere a loro volta un pubblico riconoscimento dei massacri subiti nel 1915 (circa 1 milione e mezzo di morti) e hanno indirizzato le loro richieste soprattutto ai due paesi (Francia e Usa) in cui sono maggiormente presenti. Il riconoscimento non avrebbe alcun effetto, se non quello di procurare qualche voto agli uomini politici francesi e americani che hanno patrocinato la causa armena. Ma infrange un inviolabile tabù turco. Per Ankara i massacri non furono genocidio, ma il risultato non programmato di legittime misure di sicurezza contro una minoranza che era divenuta la quinta colonna della Russia zarista all'interno della società ottomana.
A questo intreccio di problemi se n'è aggiunto un altro, prettamente americano. In altre circostanze il presidente degli Stati Uniti sarebbe riuscito a convincere il Congresso che l'approvazione di una risoluzione sul genocidio armeno avrebbe danneggiato i rapporti con la Turchia. Ma George W. Bush è alla fine del suo mandato e il Congresso sente odore di elezioni. Forse non tutto è perduto. La risoluzione, per ora, è stata approvata soltanto dalla commissione Affari esteri della Camera dei rappresentanti. Se non verrà approvata dall'intera Camera, il peggio, forse, potrà essere evitato.
Ma se i guerriglieri curdi continueranno a colpire la Turchia, le forze armate turche, prima o dopo, reagiranno. Un'ultima nota per coloro che amano i paradossi storici. Non è la prima volta che curdi e armeni appaiono insieme in una stessa crisi. Quando gli armeni furono cacciati dalle loro regioni e spinti verso il deserto e la morte, i loro peggiori aguzzini lungo la strada furono i militari della cavalleria curda.
Addio al mito del lavoro stabile
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
La sfida della "piena disoccupazione" può diventare un'opportunità positiva
Per anni la sinistra è stata succube di un mito: l'"alleanza dei produttori". Un mito che ha le sue radici in una visione marxista del lavoro, inteso nel senso più ampio del termine. Il marxismo si focalizza sulla produzione, sul conflitto di classe all'interno del sistema produttivo; la domanda, cioè i consumatori, è pressoché irrilevante. In una visione marxista della società l'individuo si caratterizza per la sua posizione nell'ingranaggio del sistema produttivo, dell'offerta, non della domanda. Ecco perché la sinistra italiana ha sempre fatto fatica a vedere i consumatori come una categoria di cui farsi carico.
L'alleanza dei produttori fece comodo anche agli imprenditori, perché offriva loro un alleato prezioso nelle battaglie per ottenere protezione dalla concorrenza internazionale (ad esempio quando si trattò di convincere l'Iri a vendere Alfa Romeo alla Fiat, anziché agli americani della Ford) o per mantenere condizioni di scarsa concorrenza nel mercato interno (ad esempio non consentendo ad uno stesso concessionario di vendere automobili di marche diverse). Non è un caso che su questi obiettivi Giovanni Agnelli e Luciano Lama avessero idee e interessi coincidenti.
Un altro mito della sinistra è la stabilità del lavoro. Prima che apparissero le nuove forme di lavoro cosiddetto "precario", in Italia, fra i maschi, si lavorava poco più di 25 anni. L'ingresso nel mercato del lavoro avveniva tardi, spesso alla soglia dei 30 anni, e poco dopo i 55 si andava e ancora si va in pensione. In quei 25 anni però tutti lavoravano e senza interruzioni a questo appunto serviva un sindacato forte. Ma forse non ve ne sarebbe stato neppure bisogno. In Giappone il sindacato era più debole, ma le aziende si facevano esse stesse carico della stabilità dei lavoratori, assorbendo gli effetti sull'occupazione di fluttuazioni della domanda. Se lo facevano era perché la stabilità del lavoro era anche un loro interesse. Le tecnologie cambiavano lentamente e il capitale umano accumulato da un lavoratore deperiva con altrettanta lentezza: quindi conveniva conservarlo, anche al costo di mantenere un'occupazione temporaneamente in eccesso.
Quanto poco adatto fosse questo sistema alla società moderna lo spiegano molto bene Massimo Gaggi e Edoardo Narduzzi in un libro dal titolo allusivo Piena disoccupazione
(Einaudi). Negli Stati Uniti il 13 per cento degli uomini in età da lavoro non ha un vero lavoro, né lo cerca. Si tratta di persone che si concedono un periodo di pausa e si mantengono consumando un po' di ciò che hanno risparmiato, talvolta indebitandosi a fronte dell'aumento del valore della propria casa, ma anche attingendo alla rete di protezione sociale. Alcuni tornano a studiare, magari utilizzando una borsa di studio: l'età non è un muro invalicabile. In questo modo non solo imparano a convivere con la flessibilità e quindi a 65 anni non considereranno chiusa la loro esperienza lavorativa ma spesso adeguano le loro conoscenze ad un'economia in cui i vecchi lavori scompaiono e se non vuoi essere schiacciato nei "McDonald-jobs", devi mantenere la mente aperta e imparare ad utilizzare nuove tecnologie. ("Istruzione, istruzione, istruzione!" scrive Michele Salvati nel suo pamphlet Il Partito democratico per la rivoluzione liberale, che la Feltrinelli sta ristampando).
Nell'Europa continentale queste forme di flessibilità richiedono una trasformazione radicale dei nostri sistemi di welfare. L'Italia è un caso estremo. Unico fra i paesi occidentali sviluppati, il nostro non ha un sistema di sussidi di disoccupazione generalizzati: sindacati e imprenditori, quando li chiedono e accade di rado , lo fanno sottovoce. Negoziare volta per volta la cassa integrazione è un modo per giustificare l'esistenza di forti organizzazioni dei lavoratori e degli imprenditori. Ma un'economia flessibile non può svilupparsi senza un sistema di sussidi di disoccupazione automatici, almeno non in Europa dove il rifiuto della disuguaglianza sociale è molto più forte che negli Stati Uniti.
Esiste un'alternativa alla flessibilità? Certamente: è un'economia che si protegge dalla concorrenza delle "fabbriche del mondo" orientali imponendo dazi e tariffe. Ma è un'economia in cui la sopravvivenza di alcuni i produttori protetti viene pagata dai consumatori. Alcuni si illudono che un po' di protezione consentirebbe più innovazione. È un errore: anche l'innovazione richiede flessibilità. "Le aziende non possono più permettersi di mantenere giganteschi laboratori di ricerca come i Bell Labs dell'AT&T che negli anni Sessanta e Settanta tanto contribuirono alla supremazia tecnologica degli Stati Uniti. Oggi sono necessarie strutture più snelle e un rapporto flessibile tra imprese e università", osservano Gaggi e Narduzzi. Aggiungerei che anche la capacità delle imprese di sfruttare nuove tecnologie richiede flessibilità, perché per adottarle esse devono poter essere smontate e poi rimontate, e questo evidentemente non è possibile se il lavoro non è flessibile.
Il veneziano che svelò gli harem
Federico Rampini su la Repubblica
"Non ero ancora adulto e già mi divorava il desiderio più ardente di vedere il mondo. Nonostante il rifiuto ostinato di mio padre lasciai Venezia, la culla della mia tenera infanzia, e presi la decisione di navigare. Seppi che una tartana stava per salpare, sa il diavolo per dove, e m´imbarcai. Era il 1653 e avevo quattordici anni
". Così inizia la Storia do Mogor di Niccolò Manucci, il veneziano che visse alla corte dei Moghul e raccontò al mondo l´India del Diciassettesimo secolo. Un´autobiografia avventurosa, quasi un romanzo picaresco. Passeggero clandestino per Smirne, il quattordicenne viene scoperto dal comandante che vuole gettarlo in mare. Lo salva l´intervento di un finto mercante inglese che si rivelerà essere Lord Bellomont, ambasciatore segreto del futuro Carlo II d´Inghilterra presso i sovrani indiani.
È con il suo protettore britannico che il Manucci arriva nell´impero Moghul dove se la sbroglia in tutti i mestieri: s´improvvisa artigliere, si spaccia per farmacista e medico, diventa confidente delle dame dell´harem, diplomatico e spia al servizio di tutti potenti di turno, indiani o portoghesi, inglesi o francesi. Sempre in bilico tra la gloria e la morte, Manucci scampa ad agguati, trappole ed esecuzioni. Sfugge alla Santa Inquisizione travestito da carmelitano. Ruba agli odiati gesuiti il segreto di un afrodisiaco. Per i servigi resi alla corona viene insignito del titolo di Cavaliere dell´Ordine di Santiago dal re del Portogallo. Sposa una ricca vedova inglese e infine dedica la vecchiaia a scrivere le sue memorie a Pondichéry, colonia francese in India, dove muore nel 1717 all´età di settantanove anni.
Per la ricchezza dei suoi resoconti sull´India Manucci meriterebbe di essere celebre quasi quanto il suo concittadino Marco Polo. Invece la Storia do Mogor non ha avuto una fortuna neppure lontanamente paragonabile al Milione. Una ragione va cercata negli incidenti "politici" che perseguitano il suo testo. Il primo manoscritto nel 1698 finisce nelle mani di un gesuita francese, François Catrou, che censura l´autobiografia tagliando le pagine più scomode, e intercalandovi commenti contro il paganesimo induista. Manucci ne riscrive una seconda versione, affidata a un frate cappuccino perché la porti a Venezia. Questa cronistoria troppo sincera dell´India seicentesca rischia i fulmini della Chiesa; la censura veneziana ne vieta la diffusione. Il manoscritto sonnecchia per due secoli nella Biblioteca Marciana.
A riscoprirlo cent´anni fa è un funzionario coloniale del Raj britannico in India, William Irvine, biografo dell´imperatore Aurangzeb e appassionato cultore della civiltà Moghul. Irvine nel 1907 pubblica la fortunata traduzione inglese della Storia do Mogor.
L´Europa del Seicento e Settecento è avida di descrizioni dell´Oriente, il "viaggio in India" si afferma come un genere di successo. I filosofi dell´Illuminismo come Voltaire, critici verso il cristianesimo, sono ben disposti nei confronti dell´Oriente. Sono all´opera però tanti pregiudizi razziali e religiosi, che danno alle cronache indiane un carattere eurocentrico.
Di questi vizi ideologici è libero il Manucci. Figlio di un droghiere, cresciuto annusando le spezie orientali nella bottega paterna, abituato a incrociare fin da bambino mercanti di ogni colore venuti a Venezia da lande esotiche, Niccolò ha una vocazione per il nomadismo, oltre che un talento speciale di intermediario fra popoli e culture diverse. Durante il viaggio da Smirne all´India impara il turco e il persiano, appena arrivato in India si applica al sanscrito e comincia a studiare gli annali dei Moghul. È il 1656, regna ancora Shah Jahan e la sua corte è cosmopolita. Lavorano al suo servizio molti europei esperti di armi e di medicina: perciò Manucci lascia credere di essere un maestro in quelle discipline. La fama di artigliere gli vale il privilegio di partecipare in prima fila ad alcune battaglie di successione, nel conflitto fratricida che oppone i successori al trono di Shah Jahan. Le sue descrizioni dell´esercito indiano in marcia sono memorabili. "Sembrava un mare che copriva la terra. Il principe Dara, al centro del suo squadrone, evocava una torre di cristallo, splendente come il sole a mezzogiorno. Attorno a lui cavalcavano squadroni di cavalieri rajput le cui armature scintillanti si vedevano da lontano, con le punte delle lance che muovendosi sprizzavano lampi di luce. Altri squadroni di cavalleria erano armati di giavellotti e preceduti da feroci elefanti in corazze di metallo brillante, con le proboscidi cariche di catene e le zanne incrostate d´oro e d´argento. Era una gran meraviglia quel corteo che passava dalle cime alle vallate come le onde di un mare in tempesta".
Quando viene convocato per la prima volta d´urgenza al capezzale di un alto dignitario malato Manucci non si fa scrupolo della propria ignoranza.
Spronato dalla curiosità, il veneziano è assistito da una buona memoria: da figlio di speziale ha visto preparare nella bottega veneziana erbe medicinali, estratti e pozioni curative. Nel dubbio ricorre con generosità alle due "terapie" più diffuse in Europa a quel tempo: il salasso e il clistere.
La fama di guaritore conquista a Manucci un privilegio riservato a pochissimi maschi bianchi: l´accesso, sia pure regolato da limiti e precauzioni, agli harem nobiliari. Le sue testimonianze diventano una lettura prelibata per gli europei, ghiotti di informazioni sulla condizione della donna in India. Nell´Europa del Seicento imperversa la cosiddetta Querelle des Femmes, una controversia etico-filosofica sul carattere della donna: virtuosa o viziosa per indole, naturalmente casta oppure depravata e insaziabile di piacere sessuale? Le fantasie sulla femmina orientale, la curiosità morbosa eccitata dai misteri dei serragli, si innestano su quel clima. Manucci offre al voyeurismo dei suoi contemporanei nuovi dettagli inediti. "Quando applicavo il salasso alla sposa del re - scrive - ella allungava il braccio attraverso una tendina. La pelle era avvolta nella seta salvo una piccola zona lasciata nuda, vicino alla vena. Ogni mese principesse e dame si lasciavano curare da me nel modo che ho descritto".
Per verificare che il medico veneziano non sia un pericolo, il sovrano lo mette alla prova. "Mi mandò in casa una superba creatura di diciott´anni, con il pretesto che aveva bisogno di cure, accompagnata da una vecchia. L´anziana si allontanò in giardino e la ragazza, rimasta sola con me, si mise a fare la libertina sia con le parole che con gli atti". Manucci subodora il tranello e caccia la giovane.
Manucci distingue tra la condizione della donna musulmana - custodita gelosamente da mariti possessivi - e quella della donna indù che a volte appare provocatrice e peccatrice. È un´immagine che fa presa in Europa. Proprio mentre il veneziano vive le sue avventure alla corte dei Moghul, in Francia appare Les Voyages et Observations di François de la Boullaye le Gouz, un diario di viaggi con ricche illustrazioni, dove una donna indù è ritratta mentre fa il bagno nuda, si massaggia la pelle con l´olio, gioca con i veli per eccitare la fantasia del lettore.
È di Manucci la prima descrizione della potenza delle donne indiane di religione islamica che vivono negli harem. "I maomettani passano la maggior parte del tempo in mezzo alle loro donne. Sono queste ultime che hanno l´ultima parola sugli affari di corte. Per conto mio non l´ho mai dimenticato, e più d´una volta per i miei interessi ho fatto ricorso all´intervento di una principessa importante. Tutti gli intrighi di Stato, le guerre e le paci, le nomine di governo, sono ottenute attraverso i loro mezzi. Sono loro il vero gabinetto esecutivo del Gran Moghul. La preoccupazione primaria di ogni grande ufficiale dell´impero è di entrare nelle grazie di una signora protettrice alla corte. Una rottura con lei è la rovina". È sua la descrizione della forza militare femminile che presidia l´harem. "L´imperatore è sempre scortato dentro il serraglio da uno squadrone di virago tartare, un centinaio di donne armate di archi e frecce, pugnali e scimitarre. La signora capitana ha il rango di un alto ufficiale dell´esercito".
Manucci è uno dei primi europei a vedere di persona il costume del sati, il suicidio della vedova indù sul rogo crematorio del marito. "Presi la strada di Rajmahal dove stavano per bruciare una donna. Costei, innamorata di un musicista, aveva avvelenato il marito sperando di sposare l´amante. Ma quando fu vedova l´altro si tirò indietro e lei, che si vedeva definitivamente senza marito e senza onore, aveva preferito le fiamme. Lo spettacolo aveva attirato una gran folla, tra gli altri c´era anche il musicista che sperava di ricavarne qualcosa. Il costume vuole infatti che le donne distribuiscano i gioielli della vedova agli astanti. Il rogo era in una larga fossa, attorno alla quale la vedova continuava a girare. Quando fu all´altezza del musicista lo catturò con la collana d´oro che indossava, lo prese in braccio e si gettò nelle fiamme insieme a lui, nella stupefazione generale perché nessuno si aspettava un simile colpo di scena. Così il giovanotto e la donna espiarono insieme il loro peccato e l´uccisione del marito".
Manucci dà credito a una giustificazione del sati che diventerà popolare in Occidente: questa crudele usanza sarebbe nata all´origine come un deterrente contro la tentazione dell´uxoricidio nelle donne adulterine.
Altrove racconta di aver salvato una vedova destinata al rogo suo malgrado, vicino ad Agra. La donna si risposa poi con un amico di Manucci, un armeno. "Quando il re tornò ad Agra dal Kashmir, i bramini si lamentarono con lui perché noi stranieri avevamo calpestato le loro tradizioni impedendo che bruciassero le vedove. Il sovrano decretò che sul territorio sotto controllo dei Moghul era vietato far morire le donne sul rogo". Rifiutato dai sovrani islamici, il terribile costume induista del sati sarà proibito in seguito anche dalle autorità britanniche del Raj.
L´autobiografia del Manucci si conclude sulla nota con cui si apre: l´amore dei viaggi. "Mi si potrà obiettare che questi piccoli aneddoti riguardano solo la mia umile persona e non presentano alcun interesse per il pubblico. Ma se qualcuno dovesse accarezzare un progetto di viaggio in queste contrade lontane, può darsi che il racconto delle mie modeste avventure non gli sia del tutto inutile
Il viaggio è un grande maestro; chi si sposta senza nulla apprendere può con buona ragione esser definito un asino".
21 ottobre 2007