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La settimana sulla stampa
30 settembre 2007


i soldi del vescovo
 
Quanto ci costa la Chiesa
Curzio Maltese su
la Repubblica

«Quando sono arrivato alla Cei, nel 1986, si trovavano a malapena i soldi per pagare gli stipendi di quattro impiegati». Camillo Ruini non esagera. A metà anni Ottanta le finanze vaticane sono una scatola vuota e nera. Un anno dopo l´arrivo di Ruini alla Cei, soltanto il passaporto vaticano salva il presidente dello Ior, monsignor Paul Marcinkus, dall´arresto per il crack del Banco Ambrosiano di Roberto Calvi. La crisi economica è la ragione per cui Giovanni Paolo II chiama a Roma il giovane vescovo di Reggio Emilia, allora noto alle cronache solo per aver celebrato il matrimonio di Flavia Franzoni e Romano Prodi, ma dotato di talento manageriale. Poche scelte si riveleranno più azzeccate. Nel "ventennio Ruini", segretario dall´86 e presidente dal ´91, la Cei si è trasformata in una potenza economica, quindi mediatica e politica. In parallelo, il presidente dei vescovi ha assunto un ruolo centrale nel dibattito pubblico italiano e all´interno del Vaticano, come mai era avvenuto con i predecessori, fino a diventare il grande elettore di Benedetto XVI.
Le ragioni dell´ascesa di Ruini sono legate all´intelligenza, alla ferrea volontà e alle straordinarie qualità di organizzatore del personaggio. Ma un´altra chiave per leggerne la parabola si chiama "otto per mille". Un fiume di soldi che comincia a fluire nelle casse della Cei dalla primavera del 1990, quando entra a regime il prelievo diretto sull´Irpef, e sfocia ormai nel mare di un miliardo di euro all´anno. Ruini ne è il dominus incontrastato. Tolte le spese automatiche come gli stipendi dei preti, è il presidente della conferenza episcopale, attraverso pochi fidati collaboratori, ad avere l´ultima parola su ogni singola spesa, dalla riparazione di una canonica alla costruzione di una missione in Africa agli investimenti immobiliari e finanziari.
Dall´otto per mille, la voce più nota, parte l´inchiesta di Repubblica sul costo della chiesa cattolica per gli italiani. Il calcolo non è semplice, oltre che poco di moda. Assai meno di moda delle furenti diatribe sul costo della politica. Il "prezzo della casta" è ormai calcolato in quattro miliardi di euro all´anno. "Una mezza finanziaria" per "far mangiare il ceto politico". "L´equivalente di un Ponte sullo Stretto o di un Mose all´anno".

Alla cifra dello scandalo, sbattuta in copertina da Il Mondo e altri giornali, sulla scia di La Casta di Rizzo e Stella e Il costo della democrazia di Salvi e Villone, si arriva sommando gli stipendi di 150 mila eletti dal popolo, dai parlamentari europei all´ultimo consigliere di comunità montane, più i compensi dei quasi trecentomila consulenti, le spese per il funzionamento dei ministeri, le pensioni dei politici, i rimborsi elettorali, i finanziamenti ai giornali di partito, le auto blu e altri privilegi, compresi buvette e barbiere di Montecitorio.
Per la par condicio bisognerebbe adottare al "costo della Chiesa" la stessa larghezza di vedute. Ma si arriverebbe a cifre faraoniche quanto approssimative, del genere strombazzato nei libelli e in certi siti anticlericali.
Con più prudenza e realismo si può stabilire che la Chiesa cattolica costa in ogni caso ai contribuenti italiani almeno quanto il ceto politico. Oltre quattro miliardi di euro all´anno, tra finanziamenti diretti dello Stato e degli enti locali e mancato gettito fiscale. La prima voce comprende il miliardo di euro dell´otto per mille, i 650 milioni per gli stipendi dei 22 mila insegnanti dell´ora di religione («Un vecchio relitto concordatario che sarebbe da abolire», nell´opinione dello scrittore cattolico Vittorio Messori), altri 700 milioni versati da Stato ed enti locali per le convenzioni su scuola e sanità. Poi c´è la voce variabile dei finanziamenti ai Grandi Eventi, dal Giubileo (3500 miliardi di lire) all´ultimo raduno di Loreto (2,5 milioni di euro), per una media annua, nell´ultimo decennio, di 250 milioni. A questi due miliardi 600 milioni di contributi diretti alla Chiesa occorre aggiungere il cumulo di vantaggi fiscali concessi al Vaticano, oggi al centro di un´inchiesta dell´Unione Europea per "aiuti di Stato". L´elenco è immenso, nazionale e locale. Sempre con prudenza si può valutare in una forbice fra 400 ai 700 milioni il mancato incasso per l´Ici (stime "non di mercato" dell´associazione dei Comuni), in 500 milioni le esenzioni da Irap, Ires e altre imposte, in altri 600 milioni l´elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, che gestisce ogni anno da e per l´Italia un flusso di quaranta milioni di visitatori e pellegrini. Il totale supera i quattro miliardi all´anno, dunque una mezza finanziaria, un Ponte sullo Stretto o un Mose all´anno, più qualche decina di milioni.
La Chiesa cattolica, non eletta dal popolo e non sottoposta a vincoli democratici, costa agli italiani come il sistema politico. Soltanto agli italiani, almeno in queste dimensioni. Non ai francesi, agli spagnoli, ai tedeschi, agli americani, che pure pagano come noi il "costo della democrazia", magari con migliori risultati.
Si può obiettare che gli italiani sono più contenti di dare i soldi ai preti che non ai politici, infatti se ne lamentano assai meno. In parte perché forse non lo sanno. Il meccanismo dell´otto per mille sull´Irpef, studiato a metà anni Ottanta da un fiscalista all´epoca "di sinistra" come Giulio Tremonti, consulente del governo Craxi, assegna alla Chiesa cattolica anche le donazioni non espresse, su base percentuale. Il 60 per cento dei contribuenti lascia in bianco la voce "otto per mille" ma grazie al 35 per cento che indica "Chiesa cattolica" fra le scelte ammesse (le altre sono Stato, Valdesi, Avventisti, Assemblee di Dio, Ebrei e Luterani), la Cei si accaparra quasi il 90 per cento del totale. Una mostruosità giuridica la definì già nell´84 sul Sole 24 Ore lo storico Piero Bellini.
Ma pur considerando il meccanismo "facilitante" dell´otto per mille, rimane diffusa la convinzione che i soldi alla Chiesa siano ben destinati, con un ampio "ritorno sociale". Una mezza finanziaria, d´accordo, ma utile a ripagare il prezioso lavoro svolto dai sacerdoti sul territorio, la fatica quotidiana delle parrocchie nel tappare le falle sempre più evidenti del welfare, senza contare l´impegno nel Terzo Mondo. Tutti argomenti veri. Ma "quanto" veri?
Fare i conti in tasca al Vaticano è impresa disperata. Ma per capire dove finiscono i soldi degli italiani sarà pur lecito citare come fonte insospettabile la stessa Cei e il suo bilancio annuo sull´otto per mille. Su cinque euro versati dai contribuenti, la conferenza dei vescovi dichiara di spenderne uno per interventi di carità in Italia e all´estero (rispettivamente 12 e 8 per cento del totale). Gli altri quattro euro servono all´autofinanziamento. Prelevato il 35 per cento del totale per pagare gli stipendi ai circa 39 mila sacerdoti italiani, rimane ogni anno mezzo miliardo di euro che il vertice Cei distribuisce all´interno della Chiesa a suo insindacabile parere e senza alcun serio controllo, sotto voci generiche come "esigenze di culto", "spese di catechesi", attività finanziarie e immobiliari. Senza contare l´altro paradosso: se al "voto" dell´otto per mille fosse applicato il quorum della metà, la Chiesa non vedrebbe mai un euro.
Nella cultura cattolica, in misura ben maggiore che nelle timidissime culture liberali e di sinistra, è in corso da anni un coraggioso, doloroso e censuratissimo dibattito sul "come" le gerarchie vaticane usano il danaro dell´otto per mille «per troncare e sopire il dissenso nella Chiesa». Una delle testimonianze migliori è il pamphlet "Chiesa padrona" di Roberto Beretta, scrittore e giornalista dell´Avvenire, il quotidiano dei vescovi. Al capitolo "L´altra faccia dell´otto per mille", Beretta osserva: «Chi gestisce i danari dell´otto per mille ha conquistato un enorme potere, che pure ha importantissimi risvolti ecclesiali e teologici». Continua: «Quale vescovo per esempio – sapendo che poi dovrà ricorrere alla Cei per i soldi necessari a sistemare un seminario o a riparare la cattedrale – alzerà mai la mano in assemblea generale per contestare le posizioni della presidenza?». «E infatti – conclude l´autore – i soli che in Italia si permettono di parlare schiettamente sono alcuni dei vescovi emeriti, ovvero quelli ormai in pensione, che non hanno più niente da perdere…».

Il già citato Vittorio Messori ha lamentato più volte "il dirigismo", "il centralismo" e "lo strapotere raggiunto dalla burocrazia nella Chiesa". Alfredo Carlo Moro, giurista e fratello di Aldo, in uno degli ultimi interventi pubblici ha lanciato una sofferta accusa: «Assistiamo ormai a una carenza gravissima di discussione nella Chiesa, a un impressionante e clamoroso silenzio; delle riunioni della Cei si sa solo ciò che dichiara in principio il presidente; i teologi parlano solo quando sono perfettamente in linea, altrimenti tacciono».
La Chiesa di vent´anni fa, quella in cui Camillo Ruini comincia la sua scalata, non ha i soldi per pagare gli impiegati della Cei, con le finanze scosse dagli scandali e svuotate dal sostegno a Solidarnosc. La cultura cattolica si sente derisa dall´egemonia di sinistra, ignorata dai giornali laici, espulsa dall´universo edonista delle tv commerciali, perfino ridotta in minoranza nella Rai riformata. Eppure è una Chiesa ancora viva, anzi vitalissima. Tanto pluralista da ospitare nel suo seno mille voci, dai teologi della liberazione agli ultra tradizionalisti seguaci di monsignor Lefebrve. Capace di riconoscere movimenti di massa, come Comunione e Liberazione, e di "scoprire" l´antimafia, con le omelie del cardinale Pappalardo, il lavoro di don Puglisi a Brancaccio, l´impegno di don Italo Calabrò contro la 'ndrangheta.
Dopo vent´anni di "cura Ruini" la Chiesa all´apparenza scoppia di salute. È assai più ricca e potente e ascoltata a Palazzo, governa l´agenda dei media e influisce sull´intero quadro politico, da An a Rifondazione, non più soltanto su uno. Nelle apparizioni televisive il clero è secondo soltanto al ceto politico. Si vantano folle oceaniche ai raduni cattolici, la moltiplicazione dei santi e dei santuari, i record di audience delle fiction di tema religioso. Le voci di dissenso sono sparite. Eppure le chiese e le sagrestie si svuotano, la crisi di vocazioni ha ridotto in vent´anni i preti da 60 a 39 mila, i sacramenti religiosi come il matrimonio e il battesimo sono in diminuzione.
Il clero è vittima dell´illusoria equazione mediatica "visibilità uguale consenso", come il suo gemello separato, il ceto politico. Nella vita reale rischia d´inverarsi la terribile profezia lanciata trent´anni fa da un teologo progressista: «La Chiesa sta divenendo per molti l´ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l´ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo». Quel teologo si chiamava Joseph Ratzinger.
(Hanno collaborato Carlo Pontesilli e Maurizio Turco)

8 per mille


Iraq, arruolava mercenari: a giudizio Stefio
su
l'Unità

Stefio

Rinvio a giudizio per Salvatore Stefio e Giampiero Spinelli accusati di «arruolamenti non autorizzati a servizio di uno Stato estero»: ovvero, mercenari. I due avrebbero arruolato alcuni degli ex ostaggi italiani sequestrati assieme a Stefio in Iraq nell'aprile 2004 e liberati dopo 56 giorni: Umberto Cupertino, Maurizio Agliana e Fabrizio Quattrocchi – l'ostaggio che poi venne ucciso – sarebbero stati assoldati dalla società Presidium, intestata a Stefio e Spinelli, per svolgere attività di intelligence e di supporto all'antiterrorismo a servizio di uno stato straniero.

Il rinvio a giudizio è stato deciso dalla procura di Bari che, come anticipato da L'Espresso, contesta alla società dei due imputati di autodescriversi come una «società leader nell'addestramento operativo in Paesi ad alto rischio», che offre «corsi di formazione per persone che vogliano intraprendere attività a dir poco peculiari quali la negoziazione per la risoluzione di rapimenti, controspionaggio, piani di evacuazione, ricognizioni, sminamento e bonifica nel territorio, combattimento nella jungla, in ambiente urbano, nel deserto, commandos, controterrorismo, controguerriglia e, addirittura, controsorveglianza (cioè tecniche per eludere la sorveglianza di altri bodyguard, il che vuol dire per scopi solitamente poco edificanti quali il rapimento e l' omicidio della persona protetta)».

Per la magistratura barese si tratta chiaramente di servizi di «attacco», e non «soltanto di difesa», come sostengono i legali dei due imputati che promettono di portare in aula testimoni eccellenti come «il premier Prodi e il ministro degli Esteri D'Alema». L'avvocato Francesco Maria Colonna, difensore di Spinelli, prende a difesa del suo assistito il nuovo accordo che il governo avrebbe intenzione di raggiungere con la Aegis Defence Services, «un' agenzia che su larga scala fa esattamente quello che facevano Spinelli e Stefio: lo Stato – secondo Colonna – sottoscrive un accordo per una prestazione che considera essere un reato».

Per il procuratore aggiunto Giovanni Colangelo, invece, Stefio e Spinelli, tramite la loro società avrebbero militato «senza autorizzazione» in territorio iracheno al servizio delle forze armate anglo-americane.


La prima rivolta antitasse
Quando in Cordusio fu ucciso il ministro Prina
Armando Torno sul
Corriere della Sera

saccheggio
il saccheggio della casa del ministro Prina (da una stampa d'epoca)

L'esasperazione fiscale scrisse a Milano una storia che vale la pena conoscere. Non perché possa ripetersi, ma per la lezione che offre: la gente stanca delle imposte e l'autorità competente che chiede sacrifici per il debito pubblico mentre colleziona «tesoretti».
Come finì? Nel peggiore dei modi: Giuseppe Prina, ministro di Napoleone, fu ucciso e la sua casa in San Fedele saccheggiata.La storia si svolse nel Regno d'Italia, o meglio nella Milano occupata da Napoleone. La vicenda che evochiamo si concluse tragicamente il 20 aprile 1814. Ma chi era Giuseppe Prina al di là dei brevissimi profili che gli concedono i libri di storia?
Di origini novaresi, nato nel 1766, Prina era un tecnico preparato e competente, oltre che zelante servitore dello Stato. Realizzò riforme nel campo tributario e finanziario, seppe perseguire come pochi il pareggio di bilancio, sistemò a dovere il catasto, fu colmato di lodi, titoli e regali dallo stesso Napoleone.
Inoltre era onesto e fedele, le gabelle che escogitò furono spremute equamente. Giuseppe Pecchio, che lo conobbe, lo descrive nel suo
Saggio storico dedicato al periodo come un uomo dall' «animo ricolmo di dolcezza», ma con un cuore che «si ghiacciava, e non era più lui, quando entrava nel suo ufficio, ove subito acquistava l'insensibilità di un fermiere generale ». Di tasse ne mise a iosa, anche perché Prina sapeva spolpare i contribuenti con competenza unica. Individuò nel sale — vendita, acquisto e trasporto — il punto di forza per sistemare le voraci aliquote che erano continuamente ritoccate per i bisogni delle guerre napoleoniche, tutte combattute in nome della libertà, della fratellanza e della giustizia. Non staremo a scrivere troppe cifre: diremo soltanto che il «tesoretto» che riuscì a prelevare dalle tasche degli italiani nel quinquennio 1807-1812 aumentò del 30% circa.
Quando l'ora di Napoleone volse al termine, dopo il saccheggio del senato e i tumulti che caratterizzano quasi sempre la fine delle ere politiche nel Belpaese, i contribuenti non ebbero dubbi e corsero alla casa del ministro Prina. A nulla servì nascondersi: scoperto, fu prima percosso tra urla e insulti e gettato dalla finestra, poi trascinato nel fango e flagellato senza requie. Mentre la sua casa veniva saccheggiata, qualcuno impietosito lo fece riparare in una cantina. Sollievo di un momento. Ripescato, di nuovo picchiato e oltraggiato, chiese un sacerdote per sistemarsi l'anima: gli fu negato. Alcuni coraggiosi lo sospinsero caritatevolmente in una casa: il gesto non ebbe successo, perché la folla era decisa ad appiccarvi il fuoco; allora il malcapitato si consegnò. Le cronache riferiscono che fu finito con un colpo di martello, altri propendono per le ombrellate; di certo sappiamo che dalla sua abitazione presso San Fedele lo portarono al Cordusio, dove aveva sede il Demanio, e lì posto sopra un tavolo ricevette gli ultimi sputi dei passanti. La sua dimora recava i segni della vendetta popolare. Era ridotta in tale stato da sembrare colpita «da forte incendio o da violento terremoto».
Brutta vicenda, da meditare. Le tasse eccessive, nella storia di Milano, forniscono forza e crudeltà ai contribuenti. Con dei risultati che non richiedono particolari interpretazioni.


Realpolitik e democrazia
Enzo Bettiza su
La Stampa

In questi giorni di repressione s'è potuto vedere nei giornali occidentali un poster con l'immagine di Suu Kyi, l'eroina birmana dei diritti civili, a lato d'una scritta rivolta all'Occidente democratico: "Usate le vostre libertà per promuovere la nostra".

Scritta tanto efficace quanto vana. La Birmania che brama libertà simili alle nostre, la Birmania dell'eroina Nobel tenuta sotto sequestro dalla giunta militare, la Birmania dei monaci marciatori tra fucilate e monsoni, dei monasteri colti, del buddhismo antitotalitario, è purtroppo sola ancora una volta: sola e di fatto abbandonata. Nonostante le belle promesse dell'Occidente, imperniate al solito sulla sterile diplomazia delle sanzioni, non s'intravede la possibilità di un aiuto concreto all'ultima insurrezione non violenta contro un regime asiatico che, per spietatezza e incapacità di gestione, occupa il secondo posto dopo quello nordcoreano. Difatti, nell'attuale momento d'emergenza, questo ignorato Paese del Sud Est dell'Asia, di circa 60 milioni di abitanti impoveriti e disperati, appare come un paradigma esemplare di scontro o, meglio, di divario tra la retorica dei diritti civili e la pratica del realismo politico. Certo. Due preminenti capi di Stato, Bush e Sarkozy, nei loro interventi al Palazzo di vetro hanno severamente censurato i tiranni di Rangoon ed esaltato gli ideali di libertà in difesa di una virtuale Birmania democratica di cui però, dopo 45 anni di dittatura, non si vede ancora la nascita effettiva.

Ben 28 ministri degli Esteri occidentali hanno firmato un documento di riprovazione nei confronti della giunta e di solidarietà verso i monaci in rivolta. Il governo italiano, il più machiavellico dei governi europei, ha ignorato perfino la retorica. Prodi, che all'Onu ha preso la parola dopo i presidenti americano e francese, ha aggirato il dramma birmano svicolando per i sentieri della moratoria universale della pena di morte. Il realismo Prodi lo ha adoperato a doppio uso, interno ed esterno. Perché mai irritare per l'ennesima volta i massimalisti d'una maggioranza pericolante che certo non hanno dimenticato che, fin dal 1962, i militari di Rangoon avevano legato all'esercizio del golpe l'idea di una "via birmana al socialismo"? Perché mai scontentare la grande Cina, o deludere la grande Russia, che da sempre proteggono la Birmania dei generali e votano nel Consiglio di sicurezza contro le sanzioni sostenute, con scettico automatismo punitivo, dagli americani e dai francesi?

Inoltre, il più indulgente e quindi incoraggiante sostegno alla neutralità o assenza nei confronti delle crisi birmane non viene proprio dall'India, la più popolosa democrazia del mondo? Nessuno ha mai visto (se qualcuno l'ha visto ce lo dica) un politico indiano di spicco agitare il mignolo per ammonire i vicinissimi dittatori in uniforme. Il silenzio di Nuova Delhi fu davvero assordante nel 1988, al tempo del massacro, in Birmania, di almeno tre migliaia di manifestanti incolleriti da una svalutazione brutale destinata ad accrescere la desolazione di un popolo che tuttora, in gran parte, sopravvive sotto la soglia della povertà. Ma per l'India, come per la Cina anch'essa contigua, la Birmania e la giunta che la tiranneggia sono fonte di guadagno commerciale, di alimento energetico, e di notevole interesse strategico.


Il realismo prevale alla fin fine, sotto l'abitudinario ricorso alle sanzioni e ai fuochi d'artificio umanitari, anche a Washington. I tre grandi protettori della dittatura birmana, Cina, Russia, India, non vanno disturbati oltre un certo limite. Mosca, che ha nel ventre molle il tumore ceceno, diffida d'ogni rivolta che possa coinvolgere le irrequiete minoranze etniche in un Paese già "coperto" dalla diplomazia sovietica. Nuova Delhi, pur incline alla simpatia per il "buddhismo democratico" delle pagode e dei monasteri, deve comunque salvaguardare il proprio tornaconto economico e l'espansione egemonica nell'Oceano Indiano insidiata da Pechino. Quanto a Pechino, il problema è ancora più spinoso. I cinesi, oltre a essere i principali partner commerciali della Birmania, a cui forniscono armi in cambio di gas e petrolio, sono ancestralmente ostili a ogni moto religioso che nel nome di un Buddha eversivo possa contagiare i buddhisti del Tibet. Ecco le ragioni per cui il nocciolo pragmatico dell'amministrazione americana, pur lasciando al presidente la retorica, coltiva al tempo stesso la persuasione che l'importante rapporto globale tra Washington e Pechino possa venire, sì, momentaneamente turbato, ma non distrutto da una "questione birmana" in fondo marginale. Non a caso Dan Fried, vice di Condoleezza Rice, ha rilasciato al nostro Molinari un sorta di realistico controcanto al discorso ideologico di Bush alle Nazioni Unite: "Noi, nella crisi birmana, cerchiamo la collaborazione di Pechino e speriamo di poterla trovare presto".

A Dio quel ch'è di Dio, a Cesare quel ch'è di Cesare. Insomma: a Buddha quel ch'è di Buddha, ma alla Cina quello che è della Cina e che resterà nelle mani della Cina.


Il male incurabile della Rai
Sergio Romano su
Panorama

Sulla sostituzione di Angelo Maria Petroni con Fabiano Fabiani nel consiglio di amministrazione della Rai è permesso avere opinioni diverse. Petroni rappresentava il ministro del Tesoro ed era stato nominato da Domenico Siniscalco all'epoca del governo Berlusconi. Forse le sue dimissioni, nel momento in cui un nuovo proprietario mise piede in via XX Settembre, sarebbero state logiche e opportune. Ma forse Tommaso Padoa-Schioppa avrebbe potuto attendere, prima di congedarlo, il verdetto della giustizia amministrativa. Insomma, siamo di fronte a uno di quei problemi in cui il torto e la ragione sono più o meno equamente distribuiti. Ma se ci attardassimo a discutere i meriti dell'uno e dell'altro perderemmo di vista l'aspetto più importante della questione. La furibonda disputa tra i partiti e la tempestosa seduta del Senato dimostrano che questa Rai è ingovernabile. Il caso Petroni-Fabiani è soltanto l'ultimo accesso di febbre, l'ultima manifestazione di una patologia incurabile.
Il male comincia nel momento in cui la Rai viene considerata dalla classe politica un bottino. Fornisce un microfono e un palcoscenico alla linea politica del governo e dei partiti al potere. Si astiene dal criticare la maggioranza. Lascia alle opposizioni spazi modesti, se non marginali. Nulla di sorprendente. Situazioni del genere esistono anche in altri paesi. Ma da noi il potere chiede alla Rai, sempre più frequentemente, favori meschini e degradanti. La costringe a essere, per le questioni che concernono il Vaticano, la versione laica dell'Osservatore Romano. Vuole che riservi uno spazio a tutti i notabili della politica nazionale. Costringe i giornalisti a tenere d'occhio continuamente il barometro della politica nazionale. La sua struttura economico-amministrativa, il numero dei canali e quello dei telegiornali non riflettono le esigenze dell'azienda, ma le diverse fasi della politica nazionale, dall'epoca del monopolio democristiano sino al centro-sinistra e alla solidarietà nazionale.

L'arrivo di Silvio Berlusconi complica il problema. Se è all'opposizione dispone di un potere televisivo grosso modo equivalente a quello dei condomini della Rai. Se è al governo, diventa il maggiore condomino dell'ente nazionale. Qualcuno sostiene, con ragione, che occorrerebbe privatizzare due canali della Rai e lasciare che un solo canale, finanziato dal canone, assicuri il "servizio pubblico". Ma come è possibile privatizzare due terzi della Rai quando il leader del maggiore partito politico italiano controlla tre canali? La concezione della Rai come bottino e l'ingresso di Berlusconi in politica hanno creato una matassa terribilmente imbrogliata.
È possibile scioglierla? Se le soluzioni ideali sono impossibili, occorre abbassare la mira e tentare la strada del compromesso. Bisognerebbe diminuire le dimensioni della Rai e privatizzare almeno uno dei suoi canali. Ma bisognerebbe al tempo stesso prescrivere alla Mediaset una stessa cura dimagrante costringendola a trasformare Rete 4 in un canale satellitare.
Non basta. Se la Mediaset vive soltanto di pubblicità, i due canali della Rai dovrebbero vivere soltanto di canone. Privata di pubblicità e dell'attenzione all'audience che questa comporta, la Rai avrebbe maggiori probabilità di comportarsi come un servizio pubblico. Costretta a vivere di solo canone, sarebbe costretta a comportarsi come un'azienda. E il dimagrimento delle due maggiori imprese televisive nazionali aprirebbe spazi in cui potrebbero sorgere o irrobustirsi altre aziende. Alla fine avremmo più televisione, più concorrenza e, forse, meno politica.


L'unità d'Italia? L'avevano fatta i Longobardi
Maurizio Assalto su
La Stampa

Selvaggi invasori che fecero a pezzi quanto restava della civiltà classica in Italia, foetidissima gens, come li bolla nell'VIII secolo il Liber pontificalis, oppressori "cui fu prodezza il numero, / cui fu ragion l'offesa / e dritto il sangue, e gloria / il non aver pietà", come s'indignerà ancora 11 secoli dopo Manzoni nell'Adelchi, in chiave antiaustriaca? Oppure popolo di emigranti, che quando si mette in marcia verso la Penisola è già largamente romanizzato, e una volta stabilitosi intraprende un proficuo scambio con i gruppi locali, avviando la costruzione di una nuova nazione? Sulla realtà storica dei Longobardi il dibattito è aperto da oltre un millennio, fin dalla caduta del loro regno nel 774.

La mostra che si apre domani a Torino, Palazzo Bricherasio, con un'appendice all'abbazia di Novalesa ("I Longobardi. Dalla caduta dell'impero all'alba dell'Italia", curatori Gian Pietro Brogiolo e Alexandra Chavarría Arnau) non prende partito tra le due opposte posizioni, affidando i saggi del catalogo Silvana a studiosi di differente orientamento. Lo scopo è piuttosto quello di ricostruire un quadro di più lungo periodo, che metta in evidenza le trasformazioni culturali, politiche, economiche e materiali sperimentate dall'Italia nel passaggio tra l'Impero romano, la dominazione dei Goti, quella dei Bizantini e infine i Longobardi. Quando questi arrivano, nel 568, al seguito di Alboino - approfittando della stanchezza di Costantinopoli, messa a dura prova dalla lunga guerra greco-gotica e già pressata da nuovi pericoli - nella Penisola l'Impero di fatto si è già dissolto da un paio di secoli: e la situazione che si trovano di fronte è quella di un generale impoverimento, un orizzonte manzoniano di "atrii muscosi e Fori cadenti" che non può essere a loro addebitato.

Certo non sono dei raffinati. Di lontanissima origine scandinava, abituati da secoli a una vita di spostamenti - che li aveva portati a risalire il corso dell'Elba fino a raggiungere il Norico (l'attuale bassa Austria) e la Pannonia (Ungheria) - hanno lasciato poche tracce nel campo edilizio e scultoreo (colpisce, in mostra, la scarsità di reperti di questo tipo, a fronte dell'abbondanza di materiali tardo-antichi e anche gotici). I nobili occupavano le antiche domus e i palazzi romani rimasti in piedi, tutti gli altri vivevano in capanne di legno seminterrate, erette sui resti di fori e anfiteatri. In compenso le loro tombe abbondano di armi (assenti invece nelle sepolture dei Goti) e di piccoli oggetti facilmente trasportabili, soprattutto gioielli e accessori in lamina d'oro, non privi di una loro barbarica suggestione: nel corso del tempo, peraltro, le raffigurazioni zoomorfe di carattere mostruoso, che testimoniano di una natura percepita come ostile e minacciosa, poco alla volta cedono il passo a motivi più eleganti di influenza mediterranea.

Come erano, o almeno come si rappresentavano i Longobardi, lo possiamo ricavare dai ritratti riprodotti sugli anelli-sigilli, per esempio quello della tomba 2 di Trezzo, o in alcuni bassorilievi, come quello, eccezionale, su un frammento di ambone ritrovato a Novara: torso nudo, una cintura multipla sui fianchi, folta capigliatura (a cui questi combattenti dovevano tenere parecchio: in diversi reperti sono raffigurati nell'atto di pettinarsi), lunga barba. E proprio da questo attributo, secondo il più alto esponente della loro cultura, lo storico Paolo Diacono autore alla fine dell'VIII secolo della fondamentale Historia Langobardorum, deriverebbe il loro nome: dapprima noti come Winnili, furono ribattezzati dal dio supremo Odino, colpito dalla loro lunga (lang) barba (bärte). Gli altri attributi, che ne caratterizzano la figura e ne segnano il rango militare-sociale, sono il cavallo (a volte sepolto con il guerriero, ma pure rappresentato lanciato al galoppo, con il cavaliere in sella, come nel frammento di decorazione in lamina di bronzo dorato dello scudo di Stabio) e ovviamente le armi con cui impongono il loro predominio sulle popolazioni soggette.

Col passare del tempo, però, si determinano alcuni importanti cambiamenti. A partire dalla lingua, che dopo pochi decenni dall'insediamento non è più quella germanica ma quella latina, in un originale impasto che porterà all'evoluzione delle diverse varianti volgari. Ma anche nell'assetto politico-statale, con i duces, comandanti o "duchi" - spesso in conflitto col potere centrale - che dall'originario ruolo essenzialmente militare estendono via via le loro competenze all'ambito civile. E nella struttura economico-sociale, con l'emergere di una stratificazione in cui al Longobardo libero e guerriero si affianca una molteplicità di figure meno guerriere e meno libere, sempre più legate al lavoro nei campi, all'artigianato e al commercio.

Ulteriore, illuminante dettaglio, la statura diminuisce: indizio del fatto che i matrimoni misti si stanno diffondendo, la separatezza longobarda è ormai caduta, favorita anche dalla sempre più convinta adesione al cattolicesimo, prima contrastato dalla forte tendenza ariana nonché dalle persistenze pagane.

Gli occupanti cercano il dialogo con i vescovi, nuovi leader (non solo spirituali) della comunità, forti dell'investitura popolare, delle relazioni sociali e del possesso di portentose reliquie. Costruiscono chiese e monasteri, adattando il linguaggio figurativo romano. A ogni livello. Come nella celebre lamina dorata di Agilulfo, il pezzo più importante della mostra: un frontale di elmo che riproduce, innovandolo, il medesimo schema figurativo del missorium argenteo di Teodosio (388 d.C., di cui è esposta una preziosa copia), con il sovrano seduto al centro della scena, ai lati due militari con la lance, affiancati da due Vittorie alate; intorno alla testa del re, sulla falsariga di ciò che si vede nel dittico eburneo del console Probo (406), la scritta "D.(omino) N.(ostro) AGILU(lfo)". Da notare che questo grande sovrano, già duca di Torino scelto nel 590 come sposo dalla vedova di Autari, la fervente cattolica Teodolinda, approdato nella capitale Pavia ampliò il suo titolo dal tradizionale rex Langobardorum al più ecumenico gratia Dei rex totius Italiae.

Tutto sembra indicare che, dopo la fase dell'occupazione violenta e degli steccati, i Longobardi fossero avviati alla piena integrazione nel melting pot di una nuova realtà nazionale che andava tumultuosamente prendendo forma, in parallelo con quanto accadeva nei regni romano-barbarici di Francia e Spagna. "Di già non ritenevano di forestieri altro che il nome", scriveva Machiavelli all'inizio del '500, indicando la radice dei mali da cui era afflitta l'Italia nella discesa dei Franchi di Carlo Magno, sollecitata dal papa Adriano I, che portò alla caduta dell'ultimo re longobardo Desiderio. I successori di Alboino avevano unificato gran parte della Penisola, dando vita a un popolo unico e coeso. Un'idea possibile di Italia, oltre un millennio prima dell'unità. Ed è singolare che a concepirla siano stati proprio gli antenati di coloro che, appena qualche anno fa, l'Italia avrebbero voluto disfarla.


Uno scrittore nella testa degli aguzzini di Hitler
Bernardo Valli su
la Repubblica

Come un ciclone tropicale scoperchia case e sradica alberi, cosi Le Benevole di Jonathan Littell, da martedì prossimo nelle librerie italiane, è destinato a sollevare emozioni, passioni, entusiasmi, rigetti, critiche, consensi. Senz´altro polemiche. È un uragano narrativo. L´espressione è dello storico Pierre Nora, che, superando lo scetticismo o il ripudio di molti suoi colleghi e di non pochi critici, ha definito il romanzo uno straordinario fenomeno storico e letterario. E il suo elogio non è solitario. Legioni di lettori l´hanno condiviso. L´anno scorso, quando ha invaso le vetrine di Parigi e quelle sale di lettura che sono i vagoni della metropolitana, ho osservato quel libro a lungo, l´ho spiato, soppesato a debita distanza, con diffidenza.
La mole, novecento pagine, e il titolo Les Bienveillantes, non mi invitavano ad affrontarlo. Anche se non mi sfuggiva l´eroismo dei passeggeri, in bilico nel metro, con l´esorbitante volume spalancato davanti, sbatacchiati, schiacciati nella ressa delle ore di punta, tra la Trinité e la Concorde, assorti nella lettura quasi ne fossero ipnotizzati. Ma, pensavo, i parigini sfuggono così alla loro popolata solitudine. La lettura è la sola rassicurante compagnia nella marea umana in cui nessuno ti guarda.
Noi europei non siamo più tanto abituati ai romanzi fiume. Soltanto americani e russi continuano imperterriti a proporci dimensioni che accettiamo abitualmente dai classici ma difficilmente dai contemporanei.

C´era poi quel che inorgoglisce i francesi, lusingati dal fatto che un altro straniero, dopo Milan Kundera, abbia scelto la loro lingua per scrivere un romanzo. E per di più, questa volta, un americano, titolare della lingua universale che ha spodestato il francese. Jonathan Littell è oggi un quarantenne, nato americano in una famiglia ebrea di origine russa, ma di cultura francese, che nel romanzo si identifica con un ufficiale delle Ss, Max Aue, del quale racconta in prima persona le vicissitudini, e con esse il nazismo, la Seconda guerra mondiale e quindi la Shoa. Un´americanata?
Il titolo, sarò sincero, non aggiustava le cose. L´autore l´ha imposto agli editori recalcitranti. Anche quello italiano, Einaudi, si è dovuto rassegnare e tradurre letteralmente Le Benevole (pagg. 956, euro 24). In inglese sarà The Kindly Ones. Il titolo era, non soltanto per me, il primo tassello di un puzzle laborioso. Le Benevole (o The Kindly Ones o Les Bienveillantes) sono le Eumenidi della Orestiade, la trilogia di Eschilo: sono le Erinni che chiedono vendetta dopo l´assoluzione del matricida Oreste, ma che Atena persuade a divenire benigne: benevole. Appunto Eumenidi. Spiegazione abbreviata, approssimativa e incompleta: il mito di Oreste è la struttura fondamentale del romanzo: salda l´Olocausto al matricidio di Max, l´ufficiale delle Ss. Le Erinni anche trasformate in Eumenidi hanno il compito di ricordare la colpevolezza, di tener vivo il rimorso.

Il raffinato Ss- Obersturmbannfueherer Max Aue, che cita Sant´Agostino e Kant, che ama la gavotte "à six doubles" di Rameau, e che ha una passione per Bach, oltre ad uccidere la madre e il patrigno davanti a un paio di gemelli frutto di una fornicazione clandestina della sorella gemella, sodomizza anche quest´ultima, su una ghigliottina, aiutandosi con la saliva. Una versione senza veli, brutale dell´incesto (illibato) alla Musil, che precede e succede a tanti altri episodi erotici, sadici, perversi. Davanti ai quali Sade, Genet, Bataille impallidiscono, hanno detto i critici accusatori. "Vuol farsi leggere". Per la verità sono immagini crude necessarie, anzi indispensabili, alla trama. Ricalcano il cliché nazista? Beh! Che fare se quel cliché ricalca la realtà?
Dopo una lunga marcia di avvicinamento, superate le tante perplessità, moltiplicate via via dai resoconti negativi ("è la storia di un serial killer", "una sinistra burla"), dalle critiche ("il protagonista-narratore non è credibile, soltanto un nazista può interpretare il pensiero di un nazista, non un ebreo"), dall´enfasi degli uni ("è un´opera di grande forza, travolgente") e dalle esecrazioni degli altri (soprattutto degli storici, scandalizzati dal miscuglio di storia e di fiction), ho infine comperato il libro.

La copertina di Le Benevole è rimasta a lungo inviolata. L´ho girata, l´ho rimossa con rassegnazione sul treno che mi portava l´inverno scorso da Parigi in provincia, verso il Massiccio centrale, ritardato da una bufera di neve. Non arrivavamo mai a destinazione. Non avevo scampo. Il sonno o il romanzo. Il freddo escludeva il primo. Cosi ho affrontato il secondo. E ne sono stato subito travolto. Quando il treno si è fermato a tarda notte nella stazione di Montluçon ho insultato in cuor mio le ferrovie francesi che non sono mai abbastanza in ritardo.
Il romanzo è diviso in sette parti distinte con i nomi di sette movimenti musicali. A Montluçon mi ero lasciato alle spalle da un pezzo la "Toccata" ed ero immerso nel capitolo intitolato Allemande I e II. La musica occupa uno spazio importante. Direi che Bach è uno dei protagonisti. Un vecchio viene assassinato quando si spengono le note di una "fuga". Yakov, un piccolo pianista ebreo, si salva perché suona divinamente Beethoven e Haydn, e in particolare tutte le Suites di Bach, che conosce a memoria, ma viene ucciso quando si ferisce una mano e quindi non serve più a nulla. E in tante occasioni la musica classica accompagna la tragica danza nazista. Che spesso ricorda quella sceneggiata dalla Cavani e soprattutto da Visconti, dal quale però l´autore nega di essere stato influenzato.
È come se una nobile musica di sottofondo accompagnasse il lettore nell´orrore, gli imponesse il ritmo mentre si inoltra nella storia dell´Olocausto. Questa storia gli storici l´hanno ricostruita o la ricostruiscono da più di mezzo secolo. Ma il loro compito è stato e resta quello di razionalizzarla. "La raffreddano anche quando vogliono riscaldarla", dice Pierre Nora, in una lunga, essenziale conversazione con l´autore (sulla rivista Le Débat, marzo-aprile 2007). Jonathan Littell l´ha invece arroventata. La storiografia ha compiuto il suo dovere valutando, interrogando una gigantesca massa di documenti, attraverso i quali è stata ricostruito, anche sul piano contabile, lo sterminio degli ebrei. Il risultato non poteva che essere "raffreddato", come esige ogni razionale ricerca. Con il suo romanzo Jonathan Littell si è introdotto nel meccanismo psicologico, al quale gli storici non avevano e non hanno accesso. Grazie a una straordinaria conoscenza di quel periodo, ha usato l´esercizio letterario, libero dai vincoli della storia e della memoria, per raggiungere una verità che può scandalizzare gli storici. Ma che resta comunque una verità.
Il romanzo è in effetti un uragano. Sembra scritto d´un fiato. Di getto. Ripercorre avvenimenti cui sono state dedicate montagne di scritti. Ma leggendolo si scopre quanto possono essere profondi e sconosciuti gli abissi di quella tragedia. Il dottor Max Aue, l´Ss-Oberturmfuehrer via via promosso Ss-Obersturmbannfuehrer, descrive minuziosamente i luoghi dello sterminio in cui capita nelle sue missioni in Ucraina, in Polonia, nel Caucaso. Racconta con ricchezza di particolari come le squadre della morte (gli Einsatzgruppen) agiscono nel torrente di Baby Yar, vicino a Kiev. Mette a fuoco le facce, le espressioni di chi uccide. Ripete i loro discorsi nelle mense, dopo il massacro. Scava nelle loro menti, misura i loro sentimenti mentre uccidono o programmano lo sterminio. Enumera i loro brillanti risultati senza nascondere i difetti della macchina infernale. E i progressi di quella macchina, che prima funziona artigianalmente, con forche mitra fucili e pistole, e che poi passa col gas a sistemi industriali. Non ci risparmia niente Max Aue. Né le perplessità o le vanterie degli assassini, né gli ictus degli impiccati sulla pubblica piazza. E ci fa incontrare da Himmler a Eichmann, a Berlino, dove assiste alla distruzione finale, fino a quando viene sventrato dalle bombe anche lo zoo di Tiergarten. E la disperazione degli animali si confonde con quella degli uomini.
Max Aue è un intellettuale. Nella Berlino in macerie legge L´educazione sentimentale. Il suo racconto è condito di citazioni e di discussioni filosofiche e letterarie. A volte ricordano quelle tra Settembrini e Naphta nella Montagna incantata. La sua raffinatezza estetica è quasi perfetta. È spesso preso da scrupoli morali. Ma anche da raptus omicidi. Da passioni incontenibili. Soffre per quel che vede a Auschwitz o a Stalingrado (dove vive l´assedio, con accenti che ricordano quelle di Vita e destino di Grossman). E si chiede "se uccidere sia una soluzione". Ma poco dopo anche lui uccide. Dopo la spossante lettura, ancora frastornato da urla e furore, mi chiedo se il libro, che destinavo stoltamente come un prodotto commerciale a stazioni e aeroporti, non sia in realtà un forte testo educativo. Ci invita a guardare in faccia l´orrore.
Dimenticavo di dire che Max Aue, cambiata l´identità alla morte del Terzo Reich, sfuggito ai tribunali, scrive le sue memorie nella profonda provincia francese, dove vende merletti, pizzi, e ha da tempo una famiglia. E comincia cosi: "Fratelli umani, lasciate che vi racconti come è accaduto".


Cosmé Tura e Francesco del Cossa nella Ferrara di Borso d'Este
Stefano Biolchini su
Il Sole 24 Ore



"Una nuova pazzia scoppia nell'arte ferrarese". Con queste parole Roberto Longhi descrisse quella straordinaria tensione espressiva che caratterizzò l'epoca di Borso d'Este a Ferrara. E sul tema si cimenta con dovizia la mostra a Palazzo dei Diamanti fino al 6 gennaio, dal titolo "Cosmè Tura e Francesco del Cossa. L'arte a Ferrara nell'età di Borso d'Este". Fu quella di Lionello prima e di Borso poi un'età d'oro per la città, con miniatori, pittori, scultori e maestranze tra le più varie, tutti partecipi e insieme creatori di un linguaggio figurativo originale, destinato ad avere gran parte nella storia dell'arte. Una sintassi che ha il fulcro nello studio di Leonello e Borso d'Este a Belfiore e come ultima tappa del percorso, anche espositivo, Palazzo Schifanoia, fresco di restauro. La scelta dei curatori si è concentrata negli anni della signoria di Borso (1450-1471). Anni che per il numero e qualità degli impegni e della produzione, nonché delle maestranze coinvolte, videro organizzarsi ed emergere quella che può a buon titolo essere definita come una vera "scuola".

È quello dello sfarzo imperativo e collante che in pittura si declina nella rappresentazione e simulazione della rarità, del pregio e della varietà dei materiali. Voce e interprete principale di questa civiltà che Andrea Natali definisce "dell'apparenza" è Cosmè Tura, con le sue fluorescenze vegetali (la Madonna col bambino di Washington) e una eccezionale tecnica virtuosistica, di matrice fiamminga e di reminiscenza borgognona. Una Borgogna alla cui corte e tradizione la signoria ferrarese guarda in maniera privilegiata. Ricorda papa Pio II Piccolomini come Borso esibisse anzitutto se stesso. "Non si mostrò mai in pubblico senza essere adorno di gioielli". Fu dunque Tura interprete massimo di questo "stile ornato e profano", che si nutre di un forte risalto cromatico e di una ossessiva rappresentazione di panneggi finissimi (dalle linee spezzate), di pietre preziose e di marmi, con un'attenzione financo spasmodica per il particolare (vedansi le lacrime sul volto della vergine e il reticolo di vene che percorrono il corpo del Cristo, come i sassolini "luccicanti" sullo sfondo de la Pietà, proveniente dal Museo Correr di Venezia).


Un'eleganza quella di Tura che ebbe il contraltare nel differente registro espressivo di Francesco del Cossa. Prossimo ai modi fiorentini e forte di un'inventiva eccezionale, sorretta da una notevole capacità di progettazione visiva d'insieme, Cossa propone una pittura dalle cadenze più pacate e solenni, facendosi interprete di un nuovo linguaggio più asciutto e alternativo a quella inerzia dell'eleganza e dell'apparenza imposta da Borso, e connaturale a un Tura dall'espressività possente e dai cromatismi violenti. Con Cossa le norme prospettiche e le variazioni di luce, di ascendenza fiorentina, si saldano secondo un'austerità impensabile per Tura e che avrà invece gran parte nella pittura di Ercole de' Roberti, come ben testimonia Schifanoia. Ed è proprio in Schifanoia l'approdo ultimo di questo linguaggio particolarissimo: incombe secondo la definizione di Luciano Bellosi la "pittura di luce", e per il linguaggio ferrarese non resta che l'approdo alla lingua di Firenze che intanto si fa "italiana".
Di quel glorioso Quattrocento ferrarese i curatori della mostra, con un'operazione davvero ambiziosa, sono riusciti a riunire il possibile. Di Tura sono fra l'altro in mostra la Circoncisione da Boston, la Madonna col bambino in un giardino da Washington, il sofferente San Sebastiano da Berlino, La Madonna col bambino da Bergamo; di del Cossa la Pietà con donatore in veste di san Francesco da Parigi, il bellissimo Ritratto d'uomo dalla Collezione Thyssen-Bornemisza di Madrid, il San Giovanni Battista da Brera; di de' Roberti il San Girolamo proveniente da Los Angeles.
Un rimpianto infine e un auspicio. Il rimpianto è per l'assenza, definita inspiegabile dai curatori, della Madonna in trono con bambino e santi Girolamo e Apollonia, conservata al Musée Fesch di Ajaccio. Quanto all'auspicio è che da qui si parta per affrontare l'"assenza-presenza" più ingombrante di questo unicum ferrarese: il Piero della Francesca che, chiamato dal duca Borso, nel suo palazzo dipinse molte (perdute) stanze.

Cosmè Tura e Francesco del Cossa - L'arte a Ferrara nell'età di Borso d'Este, Palazzo dei Diamanti e Palazzo Schifanoia, Ferrara, dal 23 settembre al 6 gennaio 2008.


   30 settembre 2007