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La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 23 settembre 2007


Auschwitz, le foto delle SS in festa
Mengele e i gerarchi nazisti nel Lager
In mostra al Museo dell'Olocausto di Washington 116 scatti risalenti al 1944
sul
Corriere della Sera



nazisti
 
 
WASHINGTON — Nazisti gaudenti, con le loro donne, a pochi passi dalla morte. Un album fotografico contenente 116 foto di ufficiali delle SS nel campo di concentramento di Auschwitz è in mostra da ieri al museo dell'Olocausto di Washington. Le fotografie, scattate tra il maggio e il dicembre 1944, ritraggono guardie e ufficiali mentre festeggiano il Natale o cantano accompagnati da una fisarmonica.
In otto scatti appare anche Josef Mengele, il famigerato «medico» — conosciuto anche come «l'angelo della morte » — che effettuò tragici quanto inutili esperimenti su esseri umani all'interno del campo di concentramento. Il gerarca nazista è ritratto in compagnia di alcuni alti ufficiali tra cui Josef Kramer, comandante del Lager annesso di Birkenau, e Rudolf Hoess, ex comandante di Auschwitz. È la prima volta che Mengele appare in fotografie autenticate, come hanno dichiarato i responsabili del museo.
Le immagini sono state conservate per tutti questi anni da Karl Hoecker, aiutante del comandante del campo di concentramento in Polonia liberato dalle truppe sovietiche il 27 gennaio 1945.
«Queste foto uniche mostrano in modo vivido come queste persone si divertissero mentre tenevano sotto controllo un mondo di inimmaginabile sofferenza. Offrono una prospettiva importante sulla psicologia di coloro che hanno perpetrato il genocidio», ha dichiarato in una nota il direttore del museo Sara Bloomfield.


«Binario 21, entro due anni il Museo della Shoah»
Nasce la Fondazione per il Memoriale, via ai lavori in Centrale. Il presidente de Bortoli: testimonianza contro l'oblio. La superstite Liliana Segre: un'attesa lunga 15 anni. Il messaggio di Napoletano.
Paola D'Amico su
Corriere della Sera

binario 21

MILANO - Due anni di lavori, due milioni di euro da trovare in fretta per garantirne la conclusione. Ma la firma dell'atto costitutivo della Fondazione per il Memoriale della Shoah, ieri, nella Sala Reale della Stazione Centrale, è finalmente la garanzia che il binario 21, da cui tra il '43 e il '44 partirono i convogli carichi di migliaia di deportati ebrei diretti ai campi di sterminio nazisti, ad Auschwitz- Birkenau, Bergen Belsen, a Bolzano-Gries, non rimarrà ancora a lungo un sotterraneo buio e spoglio, ma diventerà un luogo affollato di memorie.
È lunga quindici anni la storia di questo museo che «avrebbe dovuto già esserci», ha ricordato Liliana Segre, che di quelle deportazioni è una delle poche testimoni sopravvissute. E se ancora non c'è, «è per la sordità di tanti e la distrazione di altri. Ma oggi che i testimoni come me stanno tutti per morire, si è fatto più urgente che questo luogo diventi punto di incontro per i giovani, perché sappiano cose che ignorano, vedano nomi e volti e quei vagoni in cui siamo stati piombati per la sola colpa di essere nati». Quel luogo testimone di una immane tragedia, caduto nell'oblio, nei sotterranei della stazione, con un ingresso a se stante da via Ferrante Aporti, è uno dei «pochi rimasti intatti da allora», ha ricordato Andrea Riccardi, fondatore della Comunità di Sant'Egidio, che tra i primi ha lottato per trasformarlo in Memoriale della Shoah. La Fondazione, di cui è presidente Ferruccio de Bortoli e che ieri ha avuto la benedizione del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ha a disposizione 3 milioni di euro per far partire i cantieri e nasce con le istituzioni (Comune, Provincia, Regione), le Ferrovie dello Stato, la Comunità ebraica, l'Unione delle comunità ebraiche italiane, l'Associazione Figli della Shoah, la Fondazione Centro Documentazione Ebraica e la comunità di Sant'Egidio.

Nei seimila metri quadrati oggi dismessi troveranno spazio, secondo il progetto del compianto Eugenio Gentili Tedeschi e di Guido Morpurgo, un grande archivio-biblioteca, sale proiezioni, un museo, oltre ad una parete con i nomi di chi, partito da lì, non è più ritornato.



Il grillo sparlante
sul blog di
Giorgina Baldi

Sembrava che a Beppe Grillo piacesse molto diventare Giuseppe Garibaldi. Voglio dire: cancellare e suon di “vaffanculo” tutti quei politici ardimentosi  che a parole raccontano del loro sogno politico di un'Italia pulita e onesta. Per anni scrive sul suo blog e, fra un concerto e una serata, aspetta la chiamata mentre si fa un po' di chiarezza sul campo di battaglia. Prodi dorme, Fassino lungo e inutile, tran-Sircana, ma per ora ci sono pochi cambiamenti in giro, la confusione regna sovrana e persino Lilli Gruber si rifà viva in attesa della chiamata di Veltroni. Si scoprono cene a tre e a quattro convitati, Dini di qua ,Dini di là, ma poi dichiara che starà dalla parte giusta. Insomma, si sparano addosso, sempre in nome di un Paese moderno e giusto. Grillo non ha buttato lo spettacolo alle ortiche, come faceva a Canzonissima, che sarebbe stato un gesto irriconoscente. Ha soltanto cambiato autore e agenzia. Ogni tanto si rifà vivo, mischiando  pubblicità mischiata e  politica, creando  intrecci misteriosi. Se fosse stato un comico televisivo qualsiasi, gli  basterebbe bastato un agente come Aragozzini, ma per uno che vorrebbe  diventare Garibaldi, non basta. Fino al V-Day, fino alla sua discesa come un Gesù laico fra i discepoli. A migliaia. E lui a ripetere Grillo  di essersi presentato come un cittadino fra i tanti che di questo andazzo non ne possono proprio più, ma era una spiegazione convenzionale, come dire: scusate il ritardo. Beppe è intelligente e sapeva che poteva aspirare a ben altri ruoli. In tanti gli hanno già assegnato la parte del leader prima ancora di sapere di che cosa. Grillo sa da sempre che se uno ha paura del lupo non deve andare nella foresta, ma in una piazza sì e c'è andato, da solo contro nessuno, perché poi si è scoperto che quel suo “vaffanculo” partito piano, poteva diventare il coro del Nabucco, e che l'unica vera insidia era la volgarità. Il Grillo comico è piaciuto a tutti, il Grillo capopopolo, a troppi, il Grillo politico, molto meno.  Diciamo che gli è fiorita intorno la leggenda, ma lo ha esposto alle critiche maligne di qualche collega e di molti politici. Tutti hanno convenuto sulle sue straordinarie qualità istrioniche, restano leciti i dubbi sulle sue doti di statista. Il giorno dopo, la sinistra non esulta. Si cercano i colpevoli di quell'invito a una festa dell'Unità che ha diviso un po' tutti. Consola la certezza che un Grillo così  sparlante è impensabile immaginarlo a fianco del Cavaliere. Per lui, dal palco, solo  favvanculi  mondani. Allora, tanto rumore per nulla? O per sentirsi  un capopopolo, uno che “te la do io la casta”, come già faceva con il Brasile e l'America nei suoi migliori tempi televisivi. Forse Grillo non voleva nemmeno diventare Garibaldi, ma essere soltanto  un bell'esempio di quella storia umana che normalmente in Italia capita a chi resiste a lungo e che da maestro diventa un rompicoglioni. Magari la sua è soltanto  la storia di un ragazzo “un po' così che aveva visto Genova”che comincia facendo l'attore con le battute di Antonio Ricci, quello di Striscia la notizia, che continua  sputacchiando verità sempre più dolorose ad un  pubblico inerme, e colpisce duro allo stomaco, mentre i suoi colleghi, giocano a fare Zelig e cercano sponsor nella politica . Poi lui esce dal video ed è la sua fortuna: fustiga il paese guadagnandosi pane e gloria tra le magagne della burocrazia e dello Stato.Ha fatto lo Zorro a teatro, il vendicatore sul blog, è diventato il simbolo della voglia di giustizia degli italiani incapaci di rimediare da soli alle malefatte del potere. E' diventato Garibaldi con trecentomila camice rosse in una festa dove mortadella e piadina sono da sempre, per la sinistra che si autocelebra, le brioches di Maria Antonietta. Un vaffanculo non ci salverà, ma, almeno per un giorno, Beppe Grillo è stato il protagonista di una grande illusione popolare.


Uno studio dell´università di Liegi:
una domenica di Formula Uno produce 8.400 tonnellate di Co2
E il gp inquina come 500 aerei Milano-Palermo
c.z. su
la Repubblica
 
SPA - La Formula Uno inquina, e adesso sappiamo quanto. A Spa, dove è in corso un dibattito sull´ecocompatibilità del Gran Premio del Belgio, gara che si svolge tra le foreste delle Ardenne, il Dipartimento delle scienze di Liegi ha calcolato quante emissioni di anidride carbonica vengono emesse in una domenica di Formula Uno. Sono 8.400 tonnellate, un´enormità. Lo studio ha certificato l´emissione di Co2 da parte di 22 prototipi che compiono 44 giri di pista (329 km) per 90 minuti. A questo vanno sommati 65.000 spettatori (una media) che percorrono 12,9 milioni di chilometri per raggiungere il gp. E poi c´è il biossido prodotto per fabbricare e distruggere pneumatici.
Le 8.400 tonnellate di Co2 sono equivalenti, calcola l´associazione AzzeroCo2, all´inquinamento di 500 voli Milano-Palermo. O, come preferiscono indicare in Belgio, a 24 mesi di funzionamento degli impianti solari della regione di Spa, la Vallonia. Una vittoria di Raikkonen è capace di annullare due anni di vantaggi ecologici garantiti dal sole.


I barboni nelle abitazioni, i cartelli "vendesi" dappertutto:
ecco Newark, la città dove la crisi dei mutui si vede lungo le strade
Mario Calabresi su
la Repubblica

la crisi dei mutui

NEWARK (New Jersey) - La crisi americana dei mutui è una finestra rotta attraverso la quale si vedono due letti a castello che anche questa notte resteranno vuoti. E´ il padre di quei quattro bambini, un impiego da facchino allo scalo internazionale del Liberty Airport, che ha visto franare il sogno della sua vita, possedere una casa. E´ David, agente immobiliare d´assalto, che gira come un avvoltoio vestito di bianco per conquistare le case di chi sta per essere pignorato.
Qui a Newark in New Jersey, come a San Bernardino in California o a Maple Heights in Ohio, parole complicate e inaccessibili come «subprime mortgage», i mutui capestro concessi negli ultimi anni anche a chi non era in grado di dare solide garanzie e che sono alla base delle paure delle borse e della frenata dei consumi, significano dolore, fallimento, angoscia, paura e criminalità.
Significano interi quartieri dove una casa su due mostra il cartello in vendita, ha le assi inchiodate su porte e finestre, ed è preda di ladri di rame, vandali, spacciatori di crack e bande giovanili.
Siamo venuti qui seguendo i dati del nuovo censimento: negli Stati Uniti la percentuale di possessori di case che spende più della metà del suo reddito per pagare il mutuo e l´assicurazione sull´abitazione è passata dal 10 per cento nel 2000 al 14 nel 2006. A New York è del 17. A Newark del 35. Significa che in questa città in cui l´83 per cento dei cittadini sono neri e ispanici, famosa per il suo aeroporto, perché c´è nato Philip Roth e per la rivolta del 1967 che lo scrittore racconta in Pastorale americana, uno su tre di chi si è comprato casa vede sparire metà del suo stipendio il primo giorno del mese.
Siamo a 22 minuti di treno da Manhattan. In Nye avenue all´angolo con Howard street c´è la casetta verdina di tre piani con i due letti a castello. Nel micro giardino nel retro nessuno taglia l´erba da settimane, la famiglia che l´abitava se n´è andata: una mattina il padre, strangolato dai debiti si è deciso e ha chiamato quel numero di telefono che lo tormentava. Guardava ogni momento quel cartello bianco e azzurro con nove parole e dieci cifre. David glielo aveva piazzato proprio di fronte alla porta, inchiodato sul palo della luce: «Noi compriamo case. Chiusura veloce: 7 giorni o meno». Al numero risponde uno dei quindici dipendenti dell´agenzia immobiliare Tradewind e spiega che il pagamento è in contanti e immediato.
David, un nero gigantesco e completamente pelato, quella mattina è arrivato immediatamente sul suo suv e in meno di un´ora ha concluso l´affare.

E´ lui a raccontarci la storia. Camicia bianca di lino, pantaloni beige e scarpe chiare, parla con calma e precisione: «Ogni giorno ci chiamano cinquanta o sessanta persone. Ci raccontano sempre la stessa storia, perché sono storie tutte uguali: pagavano un migliaio di dollari per l´affitto di una casa poi gli è stato offerto un mutuo per comprarsela. Era la prima volta che accadeva, nessuno gli aveva mai fatto credito. Sono tute blu, hanno lavori a stipendio fisso, faticano a pagare tutti i conti. Sono camerieri, autisti, operai, carpentieri, gli è stato detto che avrebbero dovuto fare solo un piccolo sforzo in più, che con 1200 dollari ogni mese avrebbero potuto coronare il sogno di possedere il tetto sotto il quale vivevano. Hanno accettato. Gli è stato anche detto che il tasso era variabile, che dopo due anni sarebbe stato ricontrattato, hanno sperato di farcela e molti hanno pensato che i prezzi sarebbero cresciuti ancora. Nella peggiore delle ipotesi avrebbero potuto rivendere, rimborsare il mutuo e magari gli sarebbe rimasto anche qualcosa in tasca».
Invece le cose non sono andate così. Dietro la sua scrivania di capo della redazione economica dello Star Ledger, il quotidiano di Newark, T. J. Foderaro ci spiega la «tempesta perfetta». Tutti usano lo stesso vocabolario, anche il New York Times domenica ha scritto che «questa per il mercato immobiliare è stata la stagione degli uragani, e non è ancora finita». «Questi mutui - esordisce T. J. - si chiamavano A. R. M. (Adjustable Rate Mortgage), il più utilizzato era il famoso 3-1. Per i primi tre anni il tasso era fisso, poi diventava variabile. Partivano bassissimi, anche sotto il tre per cento, poi decollavano e ora sono arrivati sopra il sette. Ora la gente ironizza sull´acronimo ARM, dice che era tutto chiaro, era un pistola puntata alla testa». Su un mutuo di 400mila dollari una crescita di tre punti significano oltre 800 dollari al mese in più.

Nel 2006 negli Usa le case riprese dalle banche per morosità del proprietario sono state un milione e 200mila, il 40% in più del 2005 e alla fine di quest´anno rischiano di arrivare a due milioni. Solo nel mese di agosto 244mila persone hanno perso la loro abitazione, più del doppio dell´estate precedente. Sono cifre simili a quelle della Grande Depressione.

«Il mercato risalirà tra due o tre anni - conferma T. J. Foderaro - , gli speculatori lo sanno e rischiano, questa città ha avuto trent´anni di declino, ma da metà degli anni Novanta sta investendo sulla ricerca e la cultura. Ha attirato i migliori laboratori scientifici, il Performing Arts Center ha il meglio di Broadway e ora apriranno un´immensa arena per l´hockey. E siamo vicinissimi a New York».
Chi può permettersi di guardare lontano vede il sereno, noi vediamo il disastro. David può permettersi di aspettare e si sta comprando pezzi di quartiere.

E questa è un´altra delle mie case».
Entriamo, un gruppo di ragazzi sta per cominciare a ristrutturare, le pareti sono state sfondate per rubare i tubi di rame: «Per trenta dollari di rame mi fanno mille dollari di danni». Non bastano le assi, le telecamere, un cane lasciato a ringhiare nel giardinetto, i vandali e gli affamati non si spaventano. David però sta sperimentando una soluzione spregiudicata e sorprendente: paga degli homeless trenta dollari la settimana, dei senzatetto finora scacciati da tutti, perché passino la notte nelle sue case. Li lascia entrare al piano terra, dormono sul pavimento: «La loro presenza disturba i ladri, gli squatters e evita gli incendi».
L´America dei mutui impazziti e della deindustrializzazione ha storie terribili di quartieri che muoiono, di intere periferie che diventano terra di nessuno. A Buffalo, a nord dello stato di New York, il sindaco Byron Brown ha appena stanziato 100 milioni di dollari per abbattere 5mila case abbandonate, nel tentativo di frenare gli incendi e togliere rifugi alle bande e alla criminalità.

Le case restano invendute, dopo anni di corsa all´acquisto, perché l´offerta è ormai nettamente superiore alla domanda e per quella tempesta perfetta di cui parlava T. J.: «Tutto si reggeva sul boom dei prezzi. Qui dal 2003 al 2005 i valori crescevano anche del 25 per cento l´anno. Anche chi non aveva i soldi poteva indebitarsi e comprare. Una casa da 300mila, arrivava a 400mila in un anno. Così chi non ce la faceva a pagare il mutuo dei primi 300mila chiedeva alla banca un home equity loan, e gli davano i 100mila della rivalutazione. Nel peggiore dei casi vendeva e rimborsava tutti. Ma il meccanismo poteva reggere solo se i tassi fossero rimasti bassi e se il mercato avesse continuato a crescere. Quando ha rallentato e poi a cominciato a scendere tutto si è smontato e il debito è diventato maggiore del valore. Un disastro. Oggi non compra nessuno, chi ha i soldi aspetta che i prezzi scendano ancora, chi non li ha non trova più nessuno che glieli presti. Anche se hai un buon reddito e hai sempre pagato i tuoi conti non riesci ad ottenere un mutuo».
Basti pensare, anche questa è notizia dell´ultima settimana, che i costruttori hanno diminuito la dimensione degli appartamenti in progettazione in tutta America. Nelle planimetrie c´è una stanza in meno. Ma una stanza di meno significa anche un televisore di meno, un letto di meno, una poltrona di meno. E´ per questo che il timore che ormai ha infiltrato la società e l´economia americane non passa, perché le spie che indicano la possibilità di una reale caduta dei consumi sono accese.



Architetti, tocca a voi rifare il mondo
”L' architettura è l' identità di un Paese Mi impegnerò appieno nella missione di restituire a questo mestiere la possibilità di essere audace”.
una lettera del Presidente francese Nicolas Sarkozy su
la Repubblica

Voglio porre l' architettura al centro delle nostre scelte politiche. L' architettura ha un ruolo primario nel destino individuale e collettivo degli uomini: non solo lo traduce e lo interpreta, ma lo condiziona. L' architettura disegna le nostre mura, le nostre finestre, definisce il nostro ambiente di vita, orienta i nostri spostamenti, modifica i nostri rapporti con lo spazio e con gli altri. Con l' architettura, diceva Paul Valery, "noi stiamo, ci muoviamo, viviamo nell' opera dell' uomo". E' il contatto più immediato dei cittadini con l' arte, con la storia, con la creatività. Questa Città rappresenta in verità il nostro Paese intero, il territorio dei nostri valori, dei nostri riferimenti, delle nostre speranze - in una parola, il luogo della nostra identità. Un' identità che affonda le sue radici nelle nostre regioni, e al tempo stesso si esprime nell' universalità di una cultura aperta al mondo, magnificamente riassunta nell' opera dell' architetto sino-americano venuto a costruire una piramide nel cuore stesso del Louvre. L' identità non è sinonimo di chiusura. Questa società esiste e si perpetua grazie al cemento e ai legami della cultura, e il patrimonio culturale ne è l' illustrazione più visibile e durevole. La nostra epoca è caratterizzata dal trionfo della scienza e della tecnologia, ma al di là degli straordinari universi virtuali creati dall' informatica, rischiamo sempre più di perdere la nozione delle tracce che lasceremo nella storia. Non sono favorevole a una concezione utilitaristica della cultura. Non credo che la cultura sia una semplice merce. Il teatro, la musica, il patrimonio culturale, l' architettura, il cinema, l' arte e gli artisti vanno sostenuti per ciò che sono in sé, per quanto ci danno sul piano dei significati, della speranza, o anche semplicemente del piacere. La cultura non è un' aggiunta, un "supplemento d' anima", è l' anima stessa della civiltà. La dimensione spirituale non è separabile da quella materiale. L' arte, la cultura, l' architettura sono parte integrante delle condizioni di spirito della società; esprimono la sua visione del mondo, il posto che riserva all' uomo. E ciò è particolarmente vero per l' architettura, che si colloca al crocevia di tutte le tecniche, di tutti i saperi, di tutte le credenze, nel cuore stesso del rapporto col tempo e con lo spazio, dell' immaginario che unisce, o che dovrebbe unire i membri di una stessa comunità umana. E' testimonianza di un passato comune e di una proiezione verso il futuro. E una politica dell' architettura, come ogni altra politica culturale, deve tener conto allo stesso modo delle due facce del problema: il patrimonio culturale e la creatività. Potremmo dissertare a lungo sul ruolo filosofico dell' architetto, ma è mia intenzione parlare di politica. Perché l' architettura è anche politica, e anzi si colloca al crocevia delle politiche culturali, economiche, urbanistiche, abitative, ambientali ~ E' questo il motivo per cui, nel momento stesso in cui i valori collettivi sono minacciati e la competizione mondiale tra i territori giunge al suo culmine, io vorrei dare alla politica dell' architettura del nostro Paese una nuova ambizione, un nuovo afflato creativo. Ecco ciò che vorrei dire agli architetti di oggi: voi avete una sfida fantastica da raccogliere: quella di sviluppare la vostra creatività in un universo stretto da vincoli economici, portato dalla sua inclinazione naturale a normalizzarsi, a formattarsi, a seguire sempre il principio di precauzione. Se questo principio fosse stato applicato all' architettura, alcune meraviglie non avrebbero potuto nascere. Naturalmente non ho nulla contro il principio di precauzione. Mi limito a constatare un fatto. Cosa distingue oggi la maggior parte dei grattacieli di Shangai da quelli di Sao Paulo, di Città del Messico o di Singapore? Qual' è la differenza tra i quartieri di villette delle periferie di Parigi e quelli di Lione, di Bordeaux o di Marsiglia? Come preservare le identità nazionali e regionali, quando la pressione demografica impone di trovare soluzioni che ovviamente devono essere rapide ed economiche? Come resistere all' appello di chi propone edifici standard da scegliere in base a un catalogo, a prezzi imbattibili - una sorta di "prêt à habiter" con eventuale giardinetto come optional? La ricerca della bellezza architettonica è una sfida al più alto grado culturale e umanistico. In passato, spesso l' inferno delle città era lastricato con le migliori intenzioni. Si può rammaricarsi ad esempio degli eccessi del "funzionalismo", sinonimo di frammentazione degli spazi in zone abitative e produttive ~ E quest' ideologia si ravvisa tuttora nel modo in cui vengono concepiti i documenti urbanistici. Io mi auguro dunque che le regole edilizie e urbanistiche lascino più ampi margini alla scelta dei mezzi per conseguire gli obiettivi: siamo arrivati a un limite massimo in fatto di vincoli, ma in questo modo si finirà per soffocare ogni creatività, ogni possibilità innovativa. È venuto il momento di tornare a un' architettura umana, sensibile, creativa, attenta alle caratteristiche di ciascun territorio, alle abitudini di vita delle popolazioni, alle particolarità del clima e dei paesaggi naturali~ A un' architettura che parta dall' analisi del reale per inserirvi una forma, invece di calare sulla realtà uno schema prestabilito. Il progetto di Jean Nouvel per la Philharmonie de Paris ne costituisce un esempio nuovo e vibrante, e io farò di tutto perché questo piano possa andare in porto. Per quanto riguarda la regione parigina, vorrei proporre, al di là delle nostre differenze d' opinione, una riflessione su un assetto globale della Grande Parigi. Mi corre l' obbligo di portare avanti quest' idea, anche se naturalmente non voglio contestare la responsabilità dei sindaci - sono stato anch' io sindaco per vent' anni. Ma guardiamo a quanto si è fatto di grande cinquanta o sessant' anni fa. Allora non si è avuto timore di guardare al futuro. Non è questione per noi di pensare ai prossimi sei mesi, ma al secolo che ci si apre davanti. I committenti dovrebbero sempre preoccuparsi della qualità dei progetti, e circondarsi di architetti in veste di consulenti. Ma è altrettanto importante che anche i privati agiscano in base a questo principio. Oggi in Francia, l' 83% delle abitazioni individuali si costruiscono senza il contributo di un architetto: un dato che la dice lunga sullo scarso riconoscimento di questa professione. Il risultato è naturalmente un tendenziale impoverimento della diversità, oltre al degrado dei paesaggi, aggravato dal moltiplicarsi delle "aree d' attività" nelle periferie delle città: un vero scandalo. Come se fosse normale imbruttire le periferie per mantenere splendido il cuore delle città: non è un ragionamento repubblicano. Perciò dobbiamo promuovere le ragioni dell' architettura presso gli acquirenti, i promotori e i sindaci. Dimostreremo così che l' innovazione e la creatività non sono riservate a un' élite, ma possono essere accessibili all' intera popolazione. Come vediamo, lo sviluppo armonico del nostro patrimonio culturale - di ieri e di domani - è davvero una questione che ci riguarda tutti. E proprio per questo ci deve essere sempre, oggi come ieri, uno stretto legame tra educazione e cultura. In "Eupalinos ou l' architecture", Paul Valery chiedeva: "dimmi se tu, sensibile come sei agli effetti dell' architettura, hai mai osservato, passeggiando per questa città, che molti dei suoi edifici sono morti, mentre altri parlano, e alcuni infine, assai più raramente, cantano?" L' architettura è l' identità del nostro Paese per i cinquant' anni a venire. Ed è quindi del tutto normale che in quanto capo dello Stato, io mi impegni appieno nella missione di restituire all' architettura la possibilità di essere audace. Perché se voi, signore e signori architetti, avete il gusto dell' audacia, non ne avete più la possibilità - quanto meno in un Paese come la Francia. Io vorrei ridarvela, questa possibilità; e vi ringrazio.
Traduzione di Elisabetta Horvat


Se l´orgasmo femminile entra nel salotto di Vespa
Esilarante puntata di Porta a porta, tra sessuologhe e show girl  
Natalia Aspesi su
la Repubblica

Egon Schiele - gli amanti

Quando non si sa dove sbattere la testa, né di cosa parlare, e un settimanale femminile ha bisogno di attenzione, e un conduttore televisivo deve evitare almeno una volta i tizzoni della politica quel giorno particolarmente incandescenti, c´è un argomento classico per andare sul sicuro: l´orgasmo femminile! Evento volatile, problema insolubile, mistero insondabile, simulazione inevitabile.
E attorno a cui si può chiacchierare per secoli, senza arrivare ad alcuna soluzione neppure da parte di eminenti sessuologi, che da Kinsey in poi, intervistando ma anche molestando e pasticciando gentili cavie umane, sono arrivati a questa dotta conclusione scientifica e realistica: ci sono signore che sì e signore che no; o meglio, ci sono signore che si con uno e no con l´altro; oppure, una volta si e cento no, o una volta no e cento si, con lo stesso; o ancora, ma qui sondaggi, conduttori e sessuologi sono più cauti, per non dire muti, quasi sempre sì signora con signora, addirittura sempre sì signora con se stessa. L´altra sera a «Porta a Porta» Bruno Vespa cinguettava zuccheroso e disinvolto dell´impervio argomento, con quattro sapienti e bellissime orgasmiche, la timida Flavia Vento, showgirl, la bellicosa Alessandra Mussolini, deputato, la pacificante Alba Parietti, conduttrice, la colta Daniela Melchiorre, sottosegretario alla giustizia: cui poi si sono aggiunti la direttrice di Grazia Vera Montanari, responsabile del sondaggio clitovaginale, il docente di sessuologia medica Emanuele Jannini, e Manuel Casella, un giovanotto che non deve aver difficoltà a compiacere le sue signore dato il fisico e il garbo, le cui credenziali scientifiche sono l´aver partecipato all´Isola dei Famosi e il cui master di fascino è l´essere il compagno di Amanda Lear. Soverchiandosi con le spinose ma disinibite chiacchiere, le quattro esperte del ramo si sono appellate con generici commenti (e nessun riferimento alla loro probabilmente ricca casistica), al poderoso sondaggio cui ben 15.394 donne si sono affannate a rispondere spiattellando i pro e i contro della loro intimità, forse, come ha fatto osservare cautamente il sessuologo, indorando, come si dice, la pillola. Inutilmente il conduttore tentava di estrarre dal fracasso oratorio di gelido carattere meccanico e perciò erotico come un disegno dell´apparato genitale sui testi di ostetricia, qualche simpatica porcheria o gossip; per non parlare del gentile Casella, cui non è riuscito di spiaccicare parola, mentre tentava di spiegare che in Oriente, il piacere non è solo in quella cosa là ma in ogni gesto…Figuriamoci le signore, pronte a reclamare quanto loro dovuto, pur riconoscendo sia la precaria disponibilità genitale femminile, che l´inettitudine, in generale, del maschio incaricato della bisogna.

Le cifre dei sondaggi si sa sono ballerine, le donne poi, per quieto vivere, simpaticamente mentitrici, tant´è che ben il 44% ha detto di non aver mai simulato l´orgasmo (Parietti educatamente spernacchia), mentre, mitomani, il 74% assicura di essere brava a letto, ma non si specifica in quale, ricevendo la posta del cuore molte lettere di mariti che si lamentano dell´abitudine alla paralisi notturna delle loro signore. O viceversa, peraltro. Vento, angelica: «A me piace se c´è amore». Melchiorre, pratica: «Il 36% lo fa due o tre volte la settimana, ma forse agli inizi, poi dopo una giornata di lavoro…» Mussolini, mussoliniana: «La simulazione è cosa gravissima, l´uomo va educato!» Parietti, saggia: «Ma l´uomo è narcisista, devi farlo sentire appagato, se no si avvilisce».



Tiziano
A Belluno e Pieve di Cadore, città natale del grande pittore, in mostra cento opere della sua estrema stagione. Con alcuni capolavori inediti o mai prestati prima.
Fabio Isman su
Il Messaggero

A Belluno alcuni dipinti inediti, o mai prestati prima a alcuna mostra, quattro o cinque dei quali bellissimi; la scuola dell'estrema stagione dell'artista ricostruita minuziosamente, e non era mai successo; un allestimento dell'architetto Mario Botta, che alla fine riserva un folgorante coup-de-théâtre; diverse scoperte, anche di buon rilievo; e a Pieve di Cadore, città natale, una sezione imperniata su documenti assai importanti, e i ritratti, di Tiziano e Tintoretto, di colei che fu amante di Pietro Aretino: l'esposizione Tiziano, l'ultimo atto (fino al 6 gennaio a Belluno e Pieve; a cura di Lionello Puppi, catalogo Skira) è il primo atto d'una singolare “guerra” non per bande, bensì per mostre: una, analogo soggetto, si aprirà infatti tra un mese al Kunsthistorisches di Vienna, e a febbraio migrerà alle Gallerie dell'Accademia di Venezia. Né occorre dire che le opere degli ultimi anni di Vecellio se le sono contese, anche con grande animosità. Tiziano torna a casa: nel suo Cadore, una mostra simile non si era mai vista; e torna il Tiziano ultimo: quello che è ormai vecchio (muore attorno al secolo, nel 1576), dopo che se ne erano già andati Pietro Aretino, aiutante e grande amico; Carlo V; il fratello Francesco. «Ormai voleva fare», dice Augusto Gentili, «poche cose e solo le più importanti, quelle per Filippo II». E di questo periodo, i “contorni” non erano mai stati studiati. In mostra, un centinaio d'opere.
Le tre più importanti, l'Ultima cena (Palazzo Lira dei duchi d'Alba a Madrid, mai imprestato prima: un Giovanni disperato come mai s'è visto; un cane che addenta l'osso), San Giacomo in cammino (dalla chiesa veneziana di San Lio) e il Paolo III (Ermitage di San Pietroburgo), sono nel cortile di palazzo Crepadona, che Botta ha trasformato in un elegante salone di 12 metri, coperto e colorato: è una folgorazione finale per i visitatori. Che prima, però, hanno già ammirato un paio delle ultime opere che Tiziano ha in casa quando muore (il figlio Pomponio vende subito tutto), passate ai Barbarigo e poi allo Zar; l'Ecce Homo di Sibiu, «indubbiamente il busto più bello di Cristo» per Mina Gregori; l'Orazione nell'orto del Prado; un Paolo III senza camauro, di collezione inglese, mai visto prima; la Madonna Molloy, ex Colonna, emigrata a Seattle, dal 1928 perduta; e altro ancora. Di alcuni temi cari all'ultimo Tiziano, qui manca - è chiaro - la versione più famosa e nota, ma pazienza: è, appunto, la “guerra per mostre”.
L'ultimo Tiziano ha pennellate più “impressioniste”; è tutto colore; un almeno apparente non finito. Giorgio Tagliaferro svela i nomi di chi gli è vicino: il figlio Orazio, il nipote Marco (due dei nove Vecellio pittori) e altri. Ci sono anche opere, notevole un Autoritratto, di Simone Peterzano: allievo di Tiziano e maestro di Caravaggio. Ai quadri della bottega, seguono quelli del mito: il successo postumo. Nel Ritratto di donna con fanciulla, anch'esso di raccolta inglese, qualcuno vede la figlia di Tiziano, Lavinia, se non perfino Emilia: quella illegittima, che poi chiamerà Vecellia la sua nata. A confortare lo spettatore in visita, anche le musiche, cariche di prodigi, della Venezia d'allora (Willaert, Gabrieli), che il maestro conosceva e praticava: l'Aretino dice che per un ritratto chiede un clavicordo. Ma l'ultimo Tiziano è carico di problemi: il fisco lo multa; i più celebri committenti non lo pagano. Per ampliare la platea dei compratori, fa incidere i suoi capolavori, per dar loro maggiore diffusione: ora qui formano una bella galleria, con alcuni disegni, la ventina di tele autografe, quelle della cerchia, e dei primi seguaci.
Belluno compie un'operazione coraggiosa, fuori dal circuito solito delle grandi mostre; l'accompagna con Pieve, e con un interessante esperimento, condotto da bravi giovani e diretto dalla soprintendente Anna Maria Spiazzi: gli itinerari del maestro, Lungo le vie di Tiziano, anch'essi editi da Skira. Colui che Vasari, visitato lo studio di Venezia, consacra «pittore divino», al suo Cadore, dove commerciava anche tanto legname, resta sempre legato; la casa natale, ben preservata anche se una parte è stata mutilata e sconciata, resta lì, ad affermarlo. Il figlio Pomponio, costretto dal padre a farsi prete e in eterna lite con lui, appena egli muore vende anche quella: «Come abbia poi dissipato tanta ricchezza, non sono riuscito a capirlo», ammette Puppi; lasciata l'Università, ora vive a Pieve; e fa tenerezza che Tiziano abbia, anche per lui, ancora qualche segreto.


Il mio atto d'accusa al sistema Coop, cifre alla mano
Lettera di Bernardo Caprotti (Presidente di Esselunga) a
Il Sole 24 Ore

Caro direttore,
lo confesso. Sono imbarazzato, anzi, intimidito. Non sono un uomo pubblico e non ricordo di aver mai scritto su un giornale. Però la gentilezza con la quale me lo si è richiesto, mi ha indotto a cimentarmi. Buona occasione – oltre che per ringraziare pubblicamente – per pubblicamente rispondere all'ultima insolenza del presidente di Ancc, Associazione nazionale cooperative consumatori, Aldo Soldi, che ha appena dichiarato a un giornale che la questione Esselunga appartiene al folklore. Come se noi di Esselunga ogni mattina ci alzassimo, per poi passare la giornata a ballare la tarantella, o ci unissimo alla sagra delle "colombe della pace", tema per tanti anni carissimo alle feste dell'Unità di tutta Italia. Vediamo allora, cifre alla mano, il nostro e l'altrui folklore del 2006. Osserviamo cioè i dati di bilancio delle cinque grandi cooperative (Unicoop Firenze, Coop Adriatica, Coop Estense, Unicoop Tirreno, Coop Liguria) di cui trattiamo nel volume «Falce e Carrello» che sarà presentato domani alla stampa.
I dati, aggregati, li raffrontiamo ai dati 2006 di Esselunga (si veda la prima tabella in basso). È facile constatare che noi abbiamo prodotto, con 132 negozi e la metà degli addetti, un risultato del 47% superiore a quello della Coop (del 367% superiore se escludiamo il frutto finanziario dell'anomalo "prestito sociale") e abbiamo "contribuito" con le nostre imposte per più del doppio di tutti questi messi assieme.
Qualità, livello di servizio ed eleganza a parte – tutti fattori opinabili – a quale livello di prezzo si verifica quanto sopra? Di prezzo per il consumatore, voglio dire. È vero almeno che costoro sono dei benefattori?
Oltre a quanto già affermato lo scorso anno a mezzo stampa e in parte riportato nel volume cui ho accennato, presento qui due casi proprio recenti, attuali.
Nell'imminenza dell'evento, abbiamo verificato cosa fa Coop Estense, la cooperativa modenese presieduta da Mario Zucchelli, a Ferrara, splendida e ricca città ove questa Coop è dominante a tal punto da avervi escluso persino l'ipermercato della sorella Conad (Conad è anch'essa parte di Legacoop).
Abbiamo raffrontato Ipercoop di Ferrara con Ipercoop Grand'Emilia di Modena e poi con la piccola Esselunga di via Morane a Modena e con l'Esselunga di via Ripamonti a Milano. Lo abbiamo fatto attraverso una nota società specializzata in rilevamento prezzi su circa 3.100 prodotti uguali e quindi direttamente confrontabili.
Gli indici di prezzo risultanti mostrano Esselunga di Modena a 100, Esselunga di via Ripamonti a Milano a 101, Ipercoop di Modena a 102 e Ipercoop Ferrara a 110. Abbiamo poi fatto, noi, fisicamente 4 grosse spese di 150 articoli, acquistando gli stessi prodotti nei 4 punti vendita citati (si tratta degli articoli più comuni e centrali degli assortimenti, da Barilla a Nestlè, da Lavazza a Coca-Cola). Ne esce che soci e consumatori di Ferrara (da Ipercoop Il Castello di Ferrara, Coop Estense) pagano il 10% in più dei modenesi che fanno la spesa a Grand'Emilia di Modena, medesima cooperativa.
Vorrei permettermi di fare osservare a un lettore poco attento – certo una rarità per questo foglio – che il 10% su un fatturato come il nostro, 10.000 miliardi di vecchie lire, fa la bella differenza di 1.000 miliardi. Tutti i dati degli indici prezzo e delle nostre "spese" sono ovviamente a disposizione.
Ciò che ci ha indirizzato al secondo caso è il guaio che il mondo intero si trova ad affrontare: il raddoppio, in pochi mesi, del prezzo del latte e quello dei "grains", delle granaglie, che alla borsa di Chicago son più che raddoppiate dal gennaio scorso. Un guaio mondiale, devastante, che andrebbe onestamente illustrato al pubblico italiano, invece di fargli – per non dir di peggio – la solita iniezione di morfina. In questa circostanza, Coop annuncia il blocco dei prezzi dei suoi prodotti a marchio privato, sino al 31 dicembre.
"Da domani la Coop congela i prezzi" titola a piena pagina un grande quotidiano "sostenitore", dando così una notizia distorta. E creando un gran subbuglio nel mondo commerciale e della stampa, e allarme in molte teste, da Governatori di Regione all'ultimo cliente.
Il problema c'è, enorme. Ma Coop non può bloccare i prezzi, per la semplice ragione che è impossibile.
In realtà blocca, come sbandierato sul "Corriere della Sera" del 7 settembre 2007 dal suo altissimo esponente Vincenzo Tassinari, i suoi prodotti a marchio, una percentuale minoritaria del suo assortimento, e temporaneamente. Allora siamo andati a verificare pasta, farina, latte. Vi annoio con la pasta, articolo ora all'attenzione di tutti. Premetto che Esselunga vende da tempo la sua pasta a marchio a 39 centesimi (in Toscana a 38) per confezione da 500 grammi, e lì continua a stare nonostante i forti aumenti all'origine.
Qual è il prezzo della pasta Coop, col suo propagandato blocco? (si veda la seconda tabella). Coop blocca? Forse dovrebbe scendere, o meglio essere scesa da quel dì. Come da tempo a Firenze e come in Liguria solo dopo la nostra apertura di La Spezia (2006). Al riguardo viene proprio ora diffusa dalla più autorevole associazione di consumatori del Paese la sua ricerca annuale che indica Esselunga come la catena più economica: indice dei prezzi uguale a 100. Ipercoop a 105 e supermercati Coop a 110.
Chiedo scusa, so che è noioso. Ma il nostro mestiere è ben diverso da quello del finanziere o del creatore di moda. È un mestiere fatto di queste noiosissime quisquilie, anzi, ben più piccole del prezzo di una pasta a marchio.
"Le détail est une question de détail", dicono i francesi, e la cura di tanti faticosi, piccoli dettagli fa la differenza: l'eccellenza o la panzana con la quale imbonire tanta brava gente. Con buona pace di tutti coloro che sentono il bisogno di schierarsi; perché di stare in mezzo, sulle proprie gambe e con la propria testa, non hanno la capacità.
Quanto ho qui cercato di esporre è un piccolo anticipo di ciò che racconta il volume che sarà presentato domani. Esso denuncia un modus operandi che, assieme al "modus propagandi", è, a mio modo di vedere, pericoloso. Disastroso per il mercato, è ovvio, ma pericoloso per il Paese. Per quanto riguarda il business, da anni, almeno quindici, osservo questo pachiderma e mi interrogo sul suo futuro. Si regge su impensabili protezioni, privilegi fiscali inauditi e sul polmone finanziario inesauribile del prestito sociale.
E se qualche puntello, con una vera liberalizzazione-normalizzazione dell'Italia, venisse meno? Chi si farebbe carico del pachiderma? Il contribuente, come da decenni accade per l'Alitalia? O se invece, nel solito salvataggio, cadesse nelle mani di un operatore veramente grande, agile, performante? Come faremmo noi di Esselunga a tener testa a una tale concorrenza?
Ecco che forse le ragioni di quanto faremo domani possono essere più chiare. Non è un attacco – come certamente sarà definito da costoro – assolutamente, è una legittima difesa. Da una situazione intollerabile, distorta, pericolosa.
Avremmo potuto tacere? Sopportare ancora? No. Perché è da cinquant'anni, da quando siamo nati, che subiamo, nel nostro operare quotidiano, prevaricazioni, prepotenze e ingiustizie (si veda in proposito il saggio di Emanuela Scarpellini «La spesa è uguale per tutti», edizioni Marsilio, 2007). Come se non bastasse, Soldi ci ha attaccato incessantemente, appena giunto al vertice di un sodalizio comunque prestigioso: Ancc. E non cessa di stupire che alla testa di un organismo presieduto un tempo da uomini del calibro di Ivano Barberini venga tollerato ancora questo signore, che usi di mondo non ha.
Spero di non aver troppo abusato della pazienza dei lettori e chiudo con un grande grazie a questo autorevole giornale per l'ospitalità che mi ha oggi offerto.


  23 settembre 2007