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La settimana sulla stampa

La Chiesa lo Stato e l'arroganza della verità
Gustavo Zagrebelsky su
la Repubblica del 14 settembre

La riproposizione della religione in una dimensione civile ha sullo sfondo – espresso o sottinteso – il motto dostoevskijano: "Se Dio non c´è, tutto è possibile" che sintetizza l´atteggiamento etico nichilista di Ivan Karamazov, esposto nel dialogo col fratello Alësha che introduce a Il grande Inquisitore (un testo tutt´altro che irrilevante per i nostri temi). Di fronte all´anomia che pervade la società, solo Dio, la sua religione e la sua chiesa darebbero ragione del bene e del male, del lecito e dell´illecito. I credenti, rispetto ai non credenti, godrebbero così di uno status di superiorità non solo morale ma anche civile. Il cittadino per eccellenza sarebbe l´uomo di fede in Dio. Detto diversamente: solo i credenti in Dio sarebbero capaci di atteggiamenti eticamente orientati nei confronti dei propri simili e, in generale, nei confronti del mondo. Dovremmo così dare ancor oggi ragione a Locke, quando considerava i senza-Dio soggetti pericolosi, perché "inidonei a mantenere le promesse"; a Dostoevskij perché incapaci di districarsi nel dilemma tra il bene e il male?
L´argomento di Dostoevskij non è quello triviale, e in fondo immorale, del premio o del castigo nell´aldilà per il bene e il male compiuti nell´aldiqua. È invece l´argomento di Kirillov ne I Demoni: senza Dio tutto è permesso, perché l´uomo stesso si fa Dio; e il demonio che visita Ivan Karamazov aggiunge che "per Dio non esistono leggi". L´argomento di Dostoevskij è dunque quello della superbia, del super-uomo: l´uomo senza-Dio sarebbe quello che vuol prendersi il posto di Dio. Presso i moralisti cattolici, è proprio questo l´argomento principe, usato per sostenere il valore civile della religione, come strumento per arginare gli effetti distruttivi della libertà insolente di chi non riconosce nulla al di sopra di sé. Ma è un argomento convincente?
Ha senso dire che chi nega Dio vorrebbe mettersi al suo posto? Se Dio non esiste, non può essere questione di rimpiazzarlo. L´argomento della superbia sta e cade con Dio e, se Dio non esiste, non vale più niente. Potrebbe essere addirittura rovesciato: se si crede in Dio, si può credere ch´egli sia con noi, Gott mit uns, e, su questa premessa, ci si può porre legittimamente al di là del bene e del male, avendo Lui al proprio fianco.
Il "Dio è con noi" è la superbia in sommo grado e percorre tragicamente e violentemente la storia dell´umanità fino ai giorni nostri: il ritornante rovello dei capi religiosi, di come privare la fede in Dio della sua carica violenta, è la riprova di un problema insoluto. Invece, chi non crede in Dio non dispone di nessuna sicurezza a priori e sa che il compito dell´umanità di districarsi nelle difficoltà della vita dipende da lui, insieme con gli altri. L´etica della modestia e della responsabilità ha qui la sua radice e qui trova un fondamento che a me pare più chiaro che non la fede in un Dio onnipotente e provvidente.
In ogni caso, almeno questo è da concedere: la fede in Dio non è di per sé garanzia di modestia, esattamente come la mancanza di fede in Dio non è di per sé presupposto di necessaria superbia. Tutti sono a rischio e nessuno può vantare assicurazioni, mentre la disistima verso i non-credenti in Dio, che quel motto dostoevskijano porta nascosto in sé, è propriamente e precisamente un frutto di quella superbia che vorrebbe condannare.
L´utilità o la pericolosità della religione come rimedio contro le tendenze sociali auto-disgregatrici dipende forse anche dalla sua auto-comprensione, come religione della verità o come religione della carità. Il dilemma è particolarmente vivo per il cristianesimo, nato originariamente, nelle prime piccole comunità, come religione della carità (il discorso della montagna e i primi due comandamenti: "Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente" e "Amerai il prossimo tuo come te stesso": Mt 22, 37-37), quando la verità ("Io sono la verità": Gv 14, 6) era non un complesso di proposizioni teologiche né, tanto meno, teologico-politiche, ma semplicemente il riconoscimento e la confessione di Gesù, il Cristo. Progressivamente, però, il Cristianesimo è venuto istituzionalizzandosi come religione della verità, capace, attraverso l´uniformità di un apparato dogmatico, teorico e organizzativo, sempre più complesso, di tenere insieme vaste comunità di credenti, in comunione-confusione-competizione con il potere politico, quando il rapporto puramente d´amore, efficace nelle piccole cerchie, non bastava certo più a garantire l´unità. Le due concezioni del legame comunitario della fede coesistono dialetticamente e la loro tensione rappresenta uno dei fili conduttori della stessa storia della Chiesa nei secoli.
Ora, la questione da porre è se questa distinzione sia rilevante nella discussione circa il valore della religione, in particolare di quella cristiana, come tessuto connettivo spirituale della vita sociale. L´ipotesi da considerare è se non sia propriamente l´odierna insistenza sulla verità l´elemento che, nelle società pluraliste attuali, crea divisioni e conflitti mentre le cose andrebbero all´opposto se l´accento cadesse sulla carità, capace invece di creare solidarietà, legami e convergenze non solo tra i cristiani ma anche tra cristiani e non cristiani. "La scienza gonfia; la carità, invece, edifica. Chi crede di sapere qualcosa, senza la vera scienza testimoniata dalla vita, non sa: viene ingannato dal serpente, non avendo amato la vita", dice splendidamente l´anonimo autore della Lettera a Diogneto (XII, 5-6) del II secolo d. C.
In breve, c´è qui in nuce la contrapposizione tra l´arroganza della verità e l´umiltà della carità. La prima - a dispetto di tutte le proclamazioni in contrario da parte degli interessati - cerca la potenza e il potere, la seconda ne rifugge e, essendo il potere essenzialmente conflitto, competizione e perfino sopraffazione, si comprende facilmente come ogni religione della verità corre il rischio di alimentare tutto questo.
Con questo accenno alla religione della verità e alle sue inclinazioni, siamo giunti alla questione del "disagio democratico".
Condizioni primarie di ogni concezione della democrazia, non strumentale a poteri esterni che la usano come mezzo se e finché serve, sono la disponibilità alla ricerca di convergenze e, se del caso, l´apertura al compromesso, in condizioni di uguaglianza partecipativa. Su questo, non è il caso di insistere qui. Ma è proprio con queste condizioni che ogni religione della verità è potenzialmente in conflitto.

L´appartenenza tanto alla cerchia dei cittadini quanto alla cerchia dei credenti, ciascuna delle quali con le sue istituzioni, i suoi diritti e i suoi doveri di status, le sue condizioni di inclusione ed esclusione, determina la situazione che si denomina di "doppia fedeltà", una situazione che comporta nella realtà una scissione dell´unità. La democrazia si basa sull´autonomia di tutti i suoi partecipanti, autonomia che è un´offerta di disponibilità reciproca. Quando questo presupposto viene incrinato, si ingenera il sospetto degli uni verso gli altri, un sospetto distruttivo alla radice della convivenza democratica. La religione della verità, al contrario, anche con sanzioni ecclesiastiche, pretende obbedienza agli amministratori della verità, cioè alle istituzioni ecclesiastiche, da parte di quelli che, non a caso, si chiamano i "fedeli". Qui, può nascere il conflitto tra lealtà ai principi della sfera politica e obbedienza ai dettami religiosi, per evitare il quale, sia pure in tutt´altro contesto, Locke negava anche ai "papisti" (oltre che agli atei) il diritto alla tolleranza (nel senso di essere tollerati). Si dirà: ma tutti noi siamo il prodotto di tante appartenenze, della più varia specie (politica, culturale, sindacale, professionale, ecc.) e ciò non genera problemi, anzi arricchisce la democrazia. Sì, ma c´è una differenza tra queste appartenenze e l´appartenenza a comunità dogmatiche che riservano a se stesse la gestione della verità. Si dirà ancora: si è sempre liberi, quando lo si voglia, di uscire dalla comunità dei credenti e riacquistare la propria autonomia, non esistendo più Sante Inquisizioni. L´appartenenza a una confessione religiosa è dunque pur sempre un fatto di autonomia. Sì, ma questa replica, indegna di provenire da uomini di fede, svaluta assai il valore della fede e non considera la profondità del legame, connesso a questioni ultime come la salvezza dell´anima, che questa appartenenza determina. Non è la stessa cosa appartenere a un partito politico, a un´organizzazione sindacale, a una associazione culturale, oppure a una fede religiosa. Questo problema di lealtà democratica non è diverso rispetto alla Chiesa, alle comunità islamiche o a quella che era un tempo la "chiesa" dell´Internazionale comunista. Come lo si discute in questi casi, non dovrebbe essere taciuto con riguardo alla Chiesa cattolica.
Il raddoppio dell´unità consiste in un plusvalore che si determina a favore della Chiesa, in quanto essa opera nella società sia, dall´interno, come insieme dei fedeli, sia, dall´esterno, come soggetto istituzionale che intrattiene rapporti diretti con le istituzioni civili e ne condiziona le dinamiche. Questo sdoppiamento della personalità, comunità e istituzione, e il raddoppio dei tavoli su cui si svolge la partita sociale comportano la moltiplicazione dell´influenza politica, ciò che spiega forse il peso della Chiesa cattolica in taluni Paesi, dell´Europa o dell´America latina, un peso certamente, o probabilmente, sproporzionato a ciò che il dato numerico dei cattolici dalla fede attiva potrebbe indurre a pensare. Questo doppio peso è un problema per la democrazia.
Si diventa ripetitivi, ma non si saprebbe fare diversamente, ricordando che queste questioni sono state affrontate, nella prospettiva della conciliazione della Chiesa con la democrazia e del superamento della sua plurisecolare diffidenza, quando non aperta ostilità, dal Concilio Vaticano II. Il punto nodale è l´autonomia e la responsabilità dei fedeli nella sfera politica e sociale: qui è in gioco il rapporto tra la Chiesa e la democrazia. Allora fu inibito ai laici di invocare l´autorità della Chiesa a sostegno delle loro posizioni, inibizione che, evidentemente, comporta il reciproco: la necessaria astensione della Chiesa da ogni iniziativa rivolta a impegnare, in quella stessa sfera, la coscienza dei suoi fedeli. Questo spirito del Concilio sembra oggi appannato, ma non abbiamo da perdere la speranza, poiché, come è detto, "lo Spirito spira dove vuole".


La Moratti e i morti
Furio Colombo su
l'Unità del 15 settembre

Il sindaco di Milano, Letizia Moratti, a cui una vigorosa sinistra di governo ha appena sottratto il pericolo lavavetri, si rivale prontamente sui morti, mostrandoci che, lungo il percorso del peggio, vincono sempre loro (ogni evocazione della nuova stagione dei maiali aperta con grande senso istituzionale dal vice presidente del Senato Calderoli sarebbe del tutto pertinente). Infatti Letizia Moratti - nota nel mondo dell'antifascismo per aver messo il padre in carrozzella (è un signore che per fortuna stava bene e di solito non usava la carrozzella) e averlo fatto sfilare un 25 Aprile a Milano (in epoca elettorale, mai prima, mai dopo) - adesso ha deciso un grande "reunion day".

Un "reunion day" dei morti nella lotta fascismo-antifascismo, ovvero il solo grande scontro di civiltà degli ultimi secoli.

La Moratti pensa probabilmente a una di quelle feste un po' imbarazzanti che si vedono in tanti film americani, in cui ex compagni di classe decidono di ritrovarsi venti o trent'anni dopo per confrontare le vite.

È bene avvertire il sindaco Moratti che nel "reunion day" progettato da lei tra fucilati e fucilatori, tra Primo Levi e Buffarini-Guidi, tra uomini e donne morti sotto tortura e i loro torturatori, tra militi in camicia nera impegnati a stanare gli ebrei e la folla di quei vagoni stipati di uomini, donne, vecchi malati, bambini in viaggio senza ritorno per Auschwitz, non resta molto da dire, neppure tra le povere spoglie.

Quello che c'era da dire è stato detto il giorno in cui è iniziata La tregua (ricordate il libro di Primo Levi, la indimenticabile scena iniziale del film di Francesco Rosi?). È stato detto che ha vinto la libertà e la dignità degli esseri umani sull'epoca di barbarie fascista e nazista più spietata e più estesa che ci sia mai stata in tutta Europa.

Occorre spiegare a Letizia Moratti che è bene non lasciarsi sviare dal fiorire di testi revisionisti. Le basterà, poiché non è incolta, rileggersi La notte del 43 di Bassani, Il partigiano Johnny di Fenoglio e Il libro della memoria di Liliana Picciotto (con il lungo elenco di cittadini italiani ebrei arrestati da italiani fascisti e mandati a morire a cura dell'alleato nazista). Dopo quelle letture le tornerà chiaro che tutti i morti si rispettano. Ma alcuni si onorano, perché vittime innocenti o perché hanno costruito con le loro vite, la nostra libertà. La libertà di tutti, che prima non c'era. Certo, è passato del tempo, ma il tempo non cambia la Storia. O la cambia solo per i negazionisti, che non credo siano la maggioranza dei cittadini a Milano.

Milano infatti celebra lunedì mattina 17 settembre un evento triste e grande voluto dalla Associazione "Figli della Shoah". In tanti ci riuniremo alla stazione centrale intorno al binario da cui partivano i treni italiani per i campi di sterminio. Ci sono ancora quei binari, ci sono carri merce che partivano ogni giorno stipati da italiani, a cura di italiani, verso lo sterminio. Se avessero vinto loro, quei treni partirebbero ancora.


Tutti i morti si rispettano. Ma non si mischiano.


Un paese e due governi
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera del 15 settembre

L'ondata di interventi in tema di ordine pubblico e sicurezza (reali o solo proclamati qui non importa) da parte di molti sindaci di grandi città d'Italia, quasi sempre appartenenti al centrosinistra, svela un fatto che gli studiosi di queste cose conoscono da sempre, ma che per la prima volta si presenta con una simile evidenza agli occhi dell'opinione pubblica. Il fatto, cioè, che la personalizzazione del potere, che per forza di cose si verifica con l'elezione diretta alle cariche pubbliche, ha come effetto abituale quello di rafforzarlo e insieme di attenuare, fin quasi a cancellare, le precedenti diversità ideologiche dei vari candidati; o comunque di renderle non molto significative ai fini dell'esercizio concreto del loro mandato.

È per l'appunto ciò a cui stiamo assistendo oggi. Eletti con suffragio personale diretto, i sindaci unionisti, posti di fronte all'alternativa da un lato di obbedire ai principi ideali della propria originaria appartenenza politica, e dall'altro, invece, di dare voce comunque, anche a costo di mettere da parte quei principi, ai disagi della comunità che li ha eletti, perlopiù non esitano a imboccare questa strada. Di fronte a un simile fenomeno la deprecatio moralistica sul tradimento dei valori, a cui da giorni si abbandonano Il manifesto o Liberazione mettendo sotto accusa i sindaci del centrosinistra manca il bersaglio perché fraintende la natura dei fatti. Così come, egualmente, mistificano non poco la realtà storica (che tutti invece ricordiamo benissimo) i riformisti, allorché sostengono che i valori di legge e ordine, o il principio della legalità innanzi tutto, hanno fatto parte da sempre del bagaglio ideologico della sinistra.

In verità — e come era espressamente auspicato da chi ha voluto il nuovo sistema — l'elezione diretta con il maggioritario ha scardinato il rapporto tra il sindaco eletto e il suo partito o schieramento partitico di riferimento. Il sindaco è così divenuto politicamente e ideologicamente libero, e perciò responsabile in prima persona di fronte ai cittadini. Oggi un sindaco sa bene che per avere il consenso necessario domani ad essere rieletto, ovvero a sostenere comunque le sue diverse ambizioni (se le ha, ma quasi sempre le ha), deve poter contare su un consenso "personale" nonché, almeno in parte, trasversale agli schieramenti. Deve perciò riuscire, se non altro tendenzialmente, a rappresentare o comunque a farsi carico dell'intera comunità; e a decidere. All'opposto, pertanto, di questo o quell'assessore o partito locale, impegnati allo spasimo a difendere la propria specifica identità da un lato, e a mediare dall'altro.

Tendono così a radicarsi oggi, nel nostro Paese, in relazione a due diversi sistemi elettorali, due diversi e contraddittori modelli, sia di governo che di antropologia politica. Alla fin fine incompatibili. Da un lato quello del governo locale, personalizzato, decisionista, accentrato, che in genere si muove oltre le vecchie ideologie a rischio magari di apparire plebiscitario specie per mancanza di collaudati e fisiologici contropoteri; dall'altro, invece, il modello del governo centrale, spersonalizzato (non inganni il surrogato delle interviste e delle dichiarazioni di cui sono pieni i giornali), privo di vera capacità di decisione, dilaniato dalle risse politico-ideologiche, disarticolato di fatto nei vari ambiti tra loro non comunicanti dell'amministrazione.

È così, è anche così, che si logora e alla fine si disgrega il tessuto politico unitario del Paese. Che si logorano e si perdono nella confusione l'immagine e la realtà delle istituzioni.


Ma Grillo fa bene alla democrazia
Arrigo Levi su
La Stampa del 15 settembre

Che Beppe Grillo, sicuramente un comico brillante, abbia però detto, al V-day, diverse sciocchezze (lui userebbe un altro termine più vigoroso), è stato chiaramente spiegato da Andrea Romano e da Giampaolo Pansa su questo giornale, da Eugenio Scalfari su "la Repubblica", e da altri ancora. Forse sarebbe stata utile anche una risposta argomentata su ciascuna delle cose da lui dette o proposte, come gliela diede Carlo Azeglio Ciampi nel '97, quando seppe che Grillo, in un suo spettacolo, lo chiamava "the chicken", perché, diceva, "si era fatto spennare" al tempo della svalutazione della lira nel 1992. Ciampi prese la penna in mano, e gli scrisse una lettera lunga e cortese, spiegandogli, con sovrabbondanza di argomentazioni tecniche, ragioni, cause ed effetti di quella decisione, che non aveva affatto comportato lo "spennamento" di cui parlava Grillo. Il quale, suppongo, non capì nulla di quelle spiegazioni, ma telefonò a Ciampi ringraziandolo con molto garbo: tanto che fra i due scattò una sorta di istintiva simpatia.

Capita anche a Grillo, ovviamente, di dire cose giuste, e una sua risposta ai molti che l'avevano accusato di fare col popolo del V-day dell'"antipolitica" va citata.

Altro che antipolitica - ha scritto sul suo blog - quel popolo andrebbe ringraziato. È la valvola di sfogo di una pentola a pressione che potrebbe scoppiare. Un momento di tregua per riflettere sul futuro, un momento di democrazia". È un argomento non molto distante da quello di Ilvo Diamanti, che ha osservato come molti dei politici che "deprecano con parole sprezzanti la cosiddetta “antipolitica” se la prendono con la propria base; e quando definiscono il V-day una risposta al vuoto della politica, senza volerlo parlano di se stessi. Dovrebbero prenderne atto e agire di conseguenza".

Tutto questo induce a riflettere su quello che è una democrazia. La democrazia, nel senso moderno del termine (per gli antichi la democrazia era il malgoverno del popolo, e non il regno della libertà e del buon governo), è un frutto raro della storia umana. Solo qualche anno fa un istituto di ricerche annunciò che, per la prima volta, c'erano al mondo più democrazie di qualsiasi altro modello di governo. Ma proprio perché le vere democrazie sono, nella storia del mondo, una rarità (e poi ci sono anche le mezze democrazie, le pseudodemocrazie, le false democrazie e via dicendo), non siamo ancora molto sicuri di capirne bene il funzionamento.

In genere, le democrazie non hanno buona stampa. I popoli che vivono in democrazia tendono a vederne soprattutto i difetti, le manchevolezze rispetto a un modello ideale, forse irrealizzabile (vedi i tifosi di Grillo). Gli studiosi che confrontano le democrazie con gli altri sistemi politici tendono a giudicarle deboli, fragili, destinate a crollare sotto l'avanzata dei "golem" totalitari. Le democrazie erano date da molti sicuramente per perdenti negli Anni Trenta, a confronto col nazi-fascismo. Erano date di nuovo per perdenti fino agli Anni Ottanta nel confronto con il comunismo. Capitò così - do solo un esempio, ve ne sono altri - a Jean-François Revel, che pure era arguto e intelligente, di scrivere un libro intitolato "Come finiscono le democrazie" nel 1983: pochi anni dopo cadeva, per sua sfortuna e fortuna, il muro di Berlino. Ancora una volta la democrazia, che Revel aveva dato per comatosa, aveva vinto. Come e perché, negli Anni Trenta come negli Anni Ottanta e Novanta, le democrazie non siano state sconfitte, è ancora in discussione. In parte hanno vinto, oltre che per i propri meriti, per i difetti (che gli specialisti conoscevano da tempo) del sistema avversario. In parte hanno vinto perché la democrazia, come sistema politico, è, sì, fragile e imperfetta; ma è anche astuta.

Io penso che anche Beppe Grillo e i suoi fans siano strumenti più o meno consapevoli dell'astuzia della democrazia. Probabilmente lo fu anche, a suo tempo, l'Uomo qualunque, il partito fondato da Giannini, al quale Grillo con i suoi tifosi è stato correttamente paragonato, non solo per la scurrilità del linguaggio. Nelle storiche elezioni del 2 giugno del '46 l'Uomo qualunque prese una barca di voti. Ma presto scomparve. Probabilmente, la cometa dell'Uq lanciò un segnale di disagio non inutile per la nostra giovane democrazia. Il fatto è che la democrazia, cioè la libertà, che permette a tutti di dire quel che pensano, è capace, a volte, di usare anche il vociferare dei suoi critici e nemici come strumenti del proprio risanamento.


Accade che le dittature siano stupide. Mentre la democrazia è astuta. O almeno, può esserlo: se è vera democrazia (e se non appare all'orizzonte un personaggio dall'infernale carisma, come quelli che, negli anni della mia giovinezza, distrussero, a furor di popolo o con la forza, democrazie apparentemente consolidate), le critiche, anche quelle eccessive, le fanno bene. Però mi riesce ugualmente difficile concludere dicendo: grazie Grillo.


Il popolo che cerca il giudizio universale
Eugenio Scalfari su
la Repubblica del 16 settembre

Dicono che Prodi, a chi gli faceva osservare con disappunto che il consenso attorno al suo governo non dava alcun segno di ripresa nonostante il discreto andamento dell´economia e alcuni provvedimenti del governo senz´altro positivi, avrebbe risposto: "Non ti preoccupare. Già la Finanziaria del 2007 comincia ad esser giudicata in modo più favorevole dei mesi scorsi. Abbiamo ancora quattro anni di tempo. Alla fine della legislatura la maggioranza degli italiani darà un giudizio favorevole sul nostro operato".
Può darsi che Prodi abbia ragione e che le cose andranno così. Come cittadino e anche come giornalista che ha sempre riconosciuto al presidente del Consiglio una tenacia a prova di bomba, me lo auguro. Però non sono d´accordo. Per due ragioni. La prima è che l´attuale consenso riscosso dal governo è tecnicamente troppo basso, come un aereo che è sceso talmente verso terra da correre ad ogni attimo il pericolo di avvitarsi su se stesso rendendo inutile e anzi impossibile ogni tentativo di recuperare la linea di volo.
Ma la seconda ragione è ancora più decisiva della prima: cresce la quantità di cittadini che rifiutano in blocco questa classe politica.
Che questo atteggiamento si possa definire antipolitico (come personalmente ritengo) oppure politico al massimo grado perché non è frutto di indifferenza ma di partecipazione attiva e combattiva (come sostengono rabbiosamente tutti quelli che hanno risposto all´appello del "Vaffa-day") è questione opinabile, ma non cambia la sostanza nelle cose. C´è un crescente rifiuto di "questa" politica di "questi" partiti, di "questi" uomini politici.
Tutti, nessuno escluso. Loro e tutto il mondo che – secondo le persone che condividono quello stato d´animo – ruota intorno a loro.
Rifiuto totale. Su tutti i piani e a tutti i livelli: le tasse, la sicurezza, la legalità, le disuguaglianze, la libertà. Pollice verso su tutto.
Se ne devono andare.
Dopo il mio articolo su Grillo ho ricevuto 57 lettere tutte dello stesso tenore. Alcune, non tutte ma parecchie, scagliano il loro "Vaffa" declinato nella versione completa contro di me e la riga sotto concludono con un "cordiali saluti" in omaggio alla buona educazione d´un tempo.
Argomenti? Pochi. Uno in realtà ed è quello già citato: dovete andarvene, si deve ricominciare da zero, la nuova "agorà" sarà la rete, il metodo della democrazia rappresentativa non rappresenta nessuno, la forma non è sostanza ma pura e semplice ipocrisia, l´Italia non è quella che vedete dai vostri salotti ma quella di chi lavora e non guadagna abbastanza da poter campare.
Insomma tutto il male da una parte e tutto il bene dall´altra, le menzogne da una parte e la verità dall´altra, l´illegalità di qua e la legalità – quella autentica – di là.
Questo è il modo di pensare di molti ed è in crescita.
Dubito molto che un taglio dell´Ici o dell´Ires o dell´Irpef possa modificare la situazione anche se bisogna continuare a lavorare come se si vivesse mille anni, guardando al domani e non solo all´oggi.
Dubito che serva spiegare e spiegarsi. Quando il pollice della folla è rivolto all´ingiù ci vogliono colpi di scena per fargli cambiare posizione. Ci vogliono emozioni che capovolgano emozioni di segno opposto. Questa équipe politica tutto può fare salvo che suscitare emozioni in proprio favore.
Per queste ragioni credo che sia molto difficile riportare l´aereo governativo a livello di crociera anche perché pochissimi del personale navigante mostrano di aver capito quello che sta accadendo.
E´ probabile che tra sei mesi o tra un anno la gente sia stufa di esibire il pollice verso. Questo genere di ventate passa presto ma dietro di sé lascia un terreno devastato.
Il mitico Sessantotto insegna. Dopo arrivarono gli anni di piombo, l´indifferenza, il richiamo all´ordine. Una parte dei sessantottini di allora rientrò nel mondo della realtà concreta di tutti i giorni; altri finirono nella clandestinità, nel sangue e in galera; altri ancora fecero carriera nei percorsi che avevano vilipeso e desacralizzato.
Di solito va così. Ma qui non siamo in una situazione che consenta lunghe attese. Il tempo passa presto, come dice la canzone. Il distacco tra la città della politica e i sentimenti delle persone è diventato difficile da colmare.
Veltroni ci sta provando ma anche per lui le difficoltà aumentano.
Dicevo che ci vorrebbe un colpo di scena, un segnale preciso che inverta il "trend". Per esempio il taglio del numero dei ministri e dei sottosegretari.
Non annunciarlo ma farlo. La politica degli annunci è deleteria.
L´operazione del taglio dei ministri è difficilissima, come voler prendere il miele da un alveare mentre le api sono tutte nelle loro cellette e non hanno alcuna intenzione di volar via. Ma, se fatta con saggia incisività, sarebbe un colpo di scena coi fiocchi.
Scommetto che non si farà. Quand´anche il presidente del Consiglio si convincesse alla bontà dell´operazione, non avrebbe i poteri per imporla.
Avrebbe bisogno che tutti i ministri e i partiti che sono dietro di loro fossero d´accordo; che ciascuno gli affidasse la sua lettera di dimissioni e si rimettesse alle sue decisioni. Ma saremmo nel mondo dei sogni e non ci siamo.
* * *
Il sondaggio fatto pochi giorni fa da Ilvo Diamanti dice che dei 300 mila cittadini che hanno firmato la proposta di legge Grillo il 58 per cento ha opinioni di sinistra e centrosinistra. Solo il 30 per cento si dichiara di centrodestra. Si sapeva che la sinistra è più sensibile della destra a queste sollecitazioni ma le percentuali sono assai eloquenti.
Una sinistra militante ha dentro di sé il mito della politica, l´ideale della politica. Della politica "alta".
Della politica nobile. Della politica delle mani pulite. Se la presa del potere si impelaga nel lavoro sporco la sinistra militante si sente tradita.
La legalità è tradita.
Gli ideali sono traditi. La rivoluzione è tradita. La palingenesi è tradita.
Anche la destra estrema coltiva questo tipo di mitologia e il tradimento contro di essa: la guerra tradita, la vittoria tradita, la nazione tradita.
La reazione a questi supposti tradimenti è il rifiuto di tutto l´esistente e la sua sostituzione con un nuovo esistente virtuale.
Il riformismo non funziona in questo modo; si accontenta di un passo per volta. Purché non sia un passetto, ma un passo deciso. Uno per volta va bene, ma che incida e lasci una traccia. Se non è un passo ma solo un passetto anche il riformismo militante entra in crisi. I compromessi saltano, le ambizioni individuali prendono il sopravvento, la compattezza degli intenti si disgrega, lo specchio del bene comune si rompe.
Solo il 30 per cento del centrodestra è sensibile agli appelli di Grillo, perché il centrodestra il suo Grillo ce l´ha già e se lo tiene ben stretto. Si chiama Silvio Berlusconi, che da 15 anni fa politica in nome dell´antipolitica, che guida il più grosso partito italiano in nome della lotta ai partiti, che di battute ce ne ha una più di Grillo. Le fa perfino su stesso e ci si ride addosso contagiando quel riso a tutti i suoi fedeli.
Lui è ben contento che ci sia Grillo che il danno lo fa a sinistra. A lui, a Berlusconi, i "Vaffa" gli rimbalzano.
Colpiscono i suoi nemici, non lui.

Li volete riconquistare con le detrazioni fiscali? Col poliziotto di quartiere? Con la confisca dei patrimoni mafiosi? Con la lotta alla prostituzione stradale? Con il recupero dei parametri di Maastricht? Ma via! Vogliono ben altro. Vogliono un giudizio universale. Una purificazione collettiva. Il regno dei giusti dopo le devastazioni dell´apocalisse che punisca i corrotti e i malvagi.
Attenzione: non è la rabbia degli esclusi e degli ultimi.
Non è la protesta dei mendicanti di Brecht nell´"Opera da tre soldi". I protestatari non sono né esclusi né tantomeno ultimi. Ma non si sentono riconosciuti. Si sentono impoveriti nel portafoglio e negli ideali e questa è una miscela esplosiva.
* * *
Leggerete in queste stesse pagine gli esiti del sondaggio effettuato nei giorni scorsi sulle intenzioni di voto, confrontati con quelli del giugno scorso e con i dati delle elezioni 2006. Essi registrano una situazione drammatica per il centrosinistra rispetto ai risultati di un anno fa e un leggero recupero nel confronto col giugno scorso. Quanto al Partito democratico, migliora di un punto e mezzo rispetto a giugno ma non decolla.
Non ancora. Spiccherà il volo dopo il 14 ottobre? Intanto si moltiplicano gli appuntamenti di piazza.
Alleanza nazionale in ottobre, Pezzotta e il "Family Day", Grillo anche lui in ottobre (ma ieri sera ha già fatto il suo show alla "Festa dell´Unità" di Milano), Berlusconi il 2 dicembre e vuole portarci due milioni di persone.
Senza contare il grande referendum dei lavoratori sul Welfare, decisivo anche ai fini della Finanziaria e della tenuta del governo.
Se si votasse oggi, dice il sondaggio, il 65 per cento degli interpellati dà la vittoria al centrodestra, solo il 12 al centrosinistra. Si possono certo opporre a questo sondaggio altri con esiti alquanto diversi, ma la visione comune è quella di un paese agitato, percorso da emozioni e incertezze, speranze e paure. Domina – così mi sembra – un´attesa di palingenesi con sfumature vagamente messianiche.
Quanto di peggio.


Il nemico in casa
Sergio Romano sul
Corriere della Sera del 16 settembre

Che cosa faceva Beppe Grillo ieri alla festa milanese dell'Unità? Il comico genovese non è soltanto il fustigatore della politica italiana. A Bologna ha dichiarato che non vuole fondare un partito. Vuole distruggerli tutti. Nel suo sito e nelle sue performance non ha fatto distinzioni e non ha trattato gli esponenti dei Ds meglio di quelli di altri partiti. Che cosa faceva dunque, con un suo spettacolo, alla festa annuale di un organismo che è pur sempre, nelle ossa e nel sangue, l'erede del Pci, vale a dire di un partito che fu contemporaneamente, per i suoi fedeli, Dio, patria e famiglia? Un incidente di calendario? È possibile. Gli organizzatori della Festa lo avevano invitato verosimilmente prima del V-day e hanno forse ritenuto che la cancellazione dell'evento sarebbe stata interpretata come una manifestazione di stizza o codardia. Beppe Grillo, dal canto suo, potrebbe avere deciso di accettare la sfida e stare al gioco. È un provocatore, conosce l'arte del palcoscenico, e ha scommesso con se stesso che avrebbe conquistato e sedotto persino i diessini milanesi. Un comico in tournée sceglie il suo itinerario secondo le dimensioni, l'acustica e la notorietà dei teatri in cui dovrà recitare. La Festa dell'Unità è stata per molti anni il Circo Massimo della politica italiana. Grillo ha scelto il teatro e il suo pubblico, non l'impresario. E ha vinto la scommessa.
Eppure dietro l'invito dell'impresario potrebbero esservi motivi su cui vale la pena di spendere qualche riflessione. Come tutti i partiti, anche i Ds sono preoccupati da un fenomeno che sta strappando al loro controllo una parte importante della società. Ma hanno un particolare motivo d'inquietudine. Fin dalla sua nascita, il partito da cui provengono si è considerato depositario di una grande promessa e titolare della opposizione al sistema politico ed economico. Quando un altro partito ha cercato di conquistare le masse, i comunisti hanno difeso il monopolio della protesta e hanno combattuto duramente i concorrenti. Il loro scontro con la socialdemocrazia e con il fascismo, negli anni Trenta, fu politico e strategico ancor prima che ideologico. Non potevano tollerare che un altro partito s'impadronisse delle piazze, delle fabbriche, del cuore delle ultime generazioni.

Non vorrebbero che Grillo fosse, con nuovi ceti sociali, l'antesignano di un nuovo "sessantotto ", e temono i suoi comizi più di qualsiasi altro partito.
Ma i comunisti e i loro eredi hanno sempre dato prova di un robusto e spregiudicato realismo politico. In Germania, durante la Repubblica di Weimar, il partito comunista tedesco scese in piazza, soprattutto a Berlino, insieme al partito nazional- socialista. Da Mosca, quando si accorse che Mussolini, con la guerra d'Etiopia, aveva conquistato il consenso della grande maggioranza degli italiani, Togliatti lanciò un messaggio ai "fratelli in camicia nera".
Alla fine del 1946, mentre il movimento dell'Uomo Qualunque sembrava destinato a grandi successi, lo stesso Togliatti esplorò la possibilità di una intesa con il suo fondatore, Guglielmo Giannini (teatrante, anch'egli, come Grillo). E Massimo D'Alema, nel febbraio 1995, disse che la Lega era "una costola della sinistra".
Vizio o virtù, il "dialogo con il nemico", quando il concorrente non può essere eliminato con altri mezzi, appartiene alla cultura politica dei comunisti. E sopravvive, a quanto pare, nel patrimonio genetico degli eredi.


Anni di guerra e di blog
Barbara Spinelli su
La Stampa del 16 settembre

Anche se la strategia militare di Bush è tornata a infiammare gli Stati Uniti, in Congresso e sulla stampa, quasi si direbbe che la guerra antiterrorista proclamata con solenne convinzione sei anni fa, subito dopo l'attentato alle Torri di New York, si sia smarrita in una sorta di nebbia, e anzi sia divenuta a sua volta nebbia: inafferrabile, opaca, informe, disorientante. Chi parlò di quarta guerra mondiale dovrà ricredersi, perché la permanente emergenza militare-poliziesca non rimanda a conflitti precedenti. È diversa l'essenza dell'odierno conflitto, è diversa la figura del nemico, è diversa la percezione del tempo, del luogo, della realtà, delle vittorie, delle sconfitte. È inedito, infine, l'effetto del conflitto non solo sui regimi democratici ma sulla vita quotidiana d'ogni cittadino, sorvegliato come accade di rado in democrazia. Considerare la guerra anti-terrorista un prolungamento della prima, della seconda e della terza guerra (quella fredda) si sta rivelando un'analisi comoda e cieca: un'analisi che non vede le metamorfosi in atto nelle democrazie e nei cervelli di ciascuno.

Il termine che più s'addice a questa strana guerra è probabilmente quello che Carl Schmitt usò per descrivere l'incommensurabile visione del bene in Dostoevskij, contrapposta al severo formalismo del cattolicesimo: visione caratterizzata da una gestaltlose Weite, una vastità senza forma. Tale è la guerra nella quale siamo immersi, e la sua assenza di forme (cioè di limiti spazio-temporali) spiega come mai viviamo accanto a essa senza più vederla davvero, senza più prender nota delle sue vittime. Non ne prendiamo nota perché si è infiltrata negli interstizi delle nostre esistenze come polvere caliginosa. Perché il suo essere è fuori dallo spazio, dal tempo, come le forze malefiche di Lovecraft: imprendibile, ineffabile, ovunque incombente.

Alcuni elementi di guerre precedenti sono naturalmente presenti. L'estendersi della menzogna e l'uso politico della paura, in primo luogo: non solo le menzogne iniziali ­ sulle armi di distruzione di massa e sui legami di Saddam con Al Qaeda ­ ma un disinformare ormai incessante, sulle guerre e i pericoli più svariati. Il generale Petraeus che guida le operazioni in Iraq e che ha appena testimoniato al Congresso sostiene che la situazione è assai migliorata, dopo l'aumento delle truppe deciso in gennaio, e invece morti e violenze si son moltiplicati. Ha accennato a "incubi umanitari" in caso di ritiro, ma l'incubo già c'è: milioni di iracheni son fuggiti in altri Paesi. Il concetto di vittoria oscilla, così come sin dall'inizio ha oscillato l'idea della guerra: era guerra vera? E se sì, che vittoria ci si proponeva? Al momento, la vittoria si riduce a un risultato minuscolo, ben modesto: l'accordo in una provincia, quella di Anbar, tra militari Usa e capi tribù sunniti che hanno rotto con Al Qaeda. La provincia rappresenta meno del 5 per cento della popolazione, e l'accordo già vacilla: giovedì è stato ucciso il capo tribù che aveva negoziato con gli Usa, lo sceicco Abdul Sattar Buzaigh al-Rishawi.

Nuove sono invece la natura apocalittica di questa guerra e la determinazione a protrarla indefinitamente, con lo scopo di accrescere poteri centrali fatiscenti: "Durerà generazioni", ha confermato Bush in gennaio. Essa non ha fine né frontiera, perché gli obiettivi non sono indicati e gli orologi son discordanti: non stupisce che la metafora dei due orologi ­ quello di Baghdad, quello di Washington ­ sia ricorrente nelle parole di Petraeus. È indefinito l'esordio bellico, perché siamo abituati a considerare l'attacco alle Torri come principio di tutto, sebbene la guerra cominci in realtà negli Anni Ottanta: quando gli americani armarono gli islamisti radicali in Pakistan per debellare i sovietici in Afghanistan.

Anche questo svapora negli interstizi. I gihàdisti che da sei anni minacciano l'Occidente erano i più osannati alleati dei governi Usa, fino all'11 settembre. A loro andarono soldi, elogi, millenaristi manuali islamici pubblicati in America. Reagan paragonò i mujahiddin afghani ai Padri Fondatori americani. Se questo è vero, paragonare Al Qaeda a Hitler è insensato: le democrazie furono più che ambigue nel '38, ma non a tal punto complici e finanziatrici. Né indulgevano nell'escatologia dell'Armageddon, che oggi dilaga. Dilagò nel 2001, quando Bush e Condoleezza Rice dissero che con Saddam si rischiava il "fungo atomico". Il 28 agosto 2007 Bush ha insistito, anticipando a proposito dell'Iran un "olocausto nucleare".

Ma la novità maggiore è la ripercussione sulle vite private, il formarsi d'una "generazione-paura" come l'ha chiamata il regista tedesco Peter Zadek. Non solo la verità è la prima vittima della guerra, ma il regno della necessità si è esteso in maniera abnorme, riducendo gli spazi del libero pensiero, della libera critica, dell'individuo. Ogni opinione contraria è definita anti-patriottica, non solo in America: tanto forte è l'incitazione al conformismo, alle unanimi censure liquidatorie, non solo nel linguaggio politico ma in gran parte dei giornali (l'autocritica della stampa è forte in Usa; è assente in Europa e Italia). Il settimanale Die Zeit scrive che siamo vicini al "delitto di cambio d'opinione", dopo gli attentati sventati in Germania e architettati da terroristi tedeschi convertiti all'Islam. Infatti il nemico di questa guerra senza fine non è solo fuori: è in casa, come in Inghilterra e Germania. È la ragione per cui in questi anni si sono enormemente dilatate le sfere dove la libera critica, l'informazione e le proposte alternative s'esprimono senza censure e autocensure: le sfere alternative dei blog, le iniziative cittadine, il dissacratore sito YouTube creato nel 2005.

L'impresa Beppe Grillo è parte di questo vasto fenomeno (il suo sito è tra i più popolari del mondo: creato anch'esso nel 2005, è annoverato dal settimanale Time tra gli "eroi europei per gli sforzi e il coraggio nel campo dell'informazione pubblica") e accusare la sua avventura di antipolitica è come riproporre un dizionario dei luoghi comuni alla Flaubert.

Questi eterodossi spazi internet sono attaccati, ovunque. Significativo è quel che accade ultimamente in Germania: una legge proposta dal governo prevede il controllo di tutte le attività online. Anche questo è un effetto della guerra che non dice il suo nome, e che non può esser chiamata, per questo, quarta guerra mondiale. Infatti è guerra e non-guerra. È politica estera e interna-poliziesca. Di volta in volta i suoi demiurghi la dichiarano vittoriosa ma per subito aggiungere, come Bush nel messaggio al Congresso il 13 settembre, che l'"emergenza nazionale continua".

Per questo è così importante riconoscere che invece è fallita. Lo spiega molto bene Michael Ignatieff, in un bellissimo articolo sul New York Times del 5 agosto 2007. Inizialmente favorevole alla guerra, Ignatieff ha scoperto che tutto quel che aveva immaginato più che pensato era sbagliato: fu travolto dall'emozione, e in politica l'emozione inquina; aveva fantasticato pericoli, e ignorato il principio di realtà. Aveva creduto nella guerra umanitaria e morale, per poi scoprire che la morale è una sola: morale è chi calcola le conseguenze delle proprie azioni, non chi compiaciuto s'installa nel bene. Riconoscere i propri sbagli e fallimenti è l'atteggiamento veramente morale, oltre che politico ("Più utile dell'imperativo morale è la responsabilità per le conseguenze", scrive l'editorialista del blog contropagina.com. Una constatazione cui si potrebbe aggiungere: non solo più utile, anche più decente).

Chi non riconosce gli errori, chi come Bush presenta il ritiro delle truppe come vittoria, resta intrappolato nella guerra senza fine e senza forma, che durerà "molte generazioni". Solo fissare il limite e riconoscere l'errore riporta la guerra alla sua dimensione normale: rendendola non inesauribile ma esauribile, non apocalittica ma terrena, non fantasticata, dunque ideologica, ma reale.


Monza, ferme le opere per cambiare la città
Bloccati il tunnel di viale Lombardia, l'autosilo in centro, la sede della Provincia, il recupero di Villa Reale e il Pgt
Riccardo Rosa sul
Corriere della Sera

Monza che cambia. O almeno che cerca di farlo attraverso quattro megaprogetti e un nuovo Piano di governo del territorio (il Pgt) dai quali dipende il futuro urbanistico e viabilistico della città. Cinque grandi interventi: tutti stentano a decollare. La madre di tutte le occasioni mancate (almeno fino a oggi) è il tunnel sotto viale Lombardia, un progetto che risale alla metà degli anni Novanta e che adesso sta affogando in un mare di guai giudiziari, seguito a ruota dal faraonico piano di recupero di Villa Reale (106 milioni di euro), per il quale Regione Lombardia organizzò addirittura un concorso internazionale di progettazione, ma che è stato dimenticato in chissà quale cassetto in attesa di trovare i finanziamenti.
L'elenco delle opere ferme o in grave ritardo è molto più lungo e comprende anche l'autosilo di piazza Trento e Trieste, rimasto per oltre un anno invischiato in una selva di ricorsi e contro ricorsi e la nuova cittadella istituzionale sede della Provincia di Monza (con centro commerciale) che a due anni dal voto non ha ancora aperto un solo cantiere.
Il tutto, ovviamente, inserito nella cornice del nuovo Pgt, che sebbene abbia visto la luce solo la scorsa primavera rischia già di incagliarsi sul caso Cascinazza, l'area della famiglia Berlusconi su cui pende un piano di lottizzazione da quasi 400 mila metri cubi.

Per l'ingegnere Carlo Gaiani (NDR Franco Gaiani, Carlo era il padre cui sarà intitolato il nuovo museo), il mecenate monzese che ha finanziato e realizzato il Museo del Duomo (sarà inaugurato l'8 novembre) in realtà è anche un po' più di 20 anni che Monza stenta. «Per me è ferma da molto più tempo — osserva —. La città purtroppo pensa in piccolo ed effettivamente la maledizione di Sant'Ambrogio si sta rivelando veritiera. Rendiamoci conto che i monzesi sono quelli che dagli anni Sessanta discutono il prolungamento del metrò senza farlo e che hanno abbattuto il teatro Sociale del Piermarini, il castello Visconteo e hanno salvato l'Arengario per un solo voto in consiglio comunale ». Qualche segnale di risveglio, per Luigi Caregnato, architetto, ex assessore e presidente dell'associazione Amici dei Musei, sta invece arrivando. «La situazione di stallo vissuta da Monza è comune a molte altre città — sottolinea Caregnato — e trovo che il Pgt, al di là delle questioni politiche, sia ben fatto e che l'autosilo di piazza Trento e Trieste fosse indispensabile. Starei invece attento alla cittadella istituzionale. Si trova in una posizione periferica e per evitare che diventi un quartiere morto dovrà essere ben collegata al centro».
La viabilità, comunque, rimane uno dei problemi centrali e la controprova arriva da Carlo Valli, presidente dell'Associazione industriali di Monza e Brianza, che in cima alle priorità ha messo il tunnel di viale Lombardia.

Marco Mariani, sindaco di Monza, non ci sta e di fronte a questo clima di disfattismo s'infuria: «Non credo che Monza sia colpita da maledizioni. Per fare decollare i progetti sono necessari, oltre alla volontà politica, anche i soldi». Per la prima «non ci sono problemi » aggiunge. Per i fondi, invece, «la situazione è più critica. Faccio un esempio: per il recupero di Villa Reale servirebbero circa 100 milioni di euro che purtroppo non ci sono».


   16 settembre 2007