
La settimana in rete
9 settembre 2007
La trottola impazzita
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Purtroppo bisogna di nuovo tornare sul tema della crisi immobiliare-finanziaria che non si è affatto spenta come alcuni ottimisti ritenevano e come tutti speravamo al di là e al di qua dell´Atlantico. Non si è spenta per varie ragioni e sta tracimando sulla cosiddetta economia reale. In realtà la globalizzazione finanziaria ha cancellato questa distinzione scolastica; tra la finanza e la domanda-offerta di beni e servizi non esiste più alcuna effettiva barriera e chi si ostina a pensare come se quella barriera esistesse sbaglia sia la diagnosi sia la terapia.
Fin dall´inizio, ai primi d´agosto, a noi sembrò chiaro che il terremoto che aveva come epicentro la bolla immobiliare americana avrebbe rapidamente coinvolto non solo alcuni fondi "aggressivi" e alcune istituzioni impegnate nel settore dei mutui ipotecari, ma anche le aspettative di investimento nell´edilizia e nel vastissimo reticolo di aziende che lavorano nell´indotto edile.
Le aspettative negative avrebbero avuto ripercussioni sulla domanda di investimenti e quindi sull´occupazione. Le Borse avrebbero registrato questi fenomeni attraverso strappi al ribasso sempre più forti in tutte le voci del listino.
Tutto ciò è regolarmente avvenuto. Ma si sperava irragionevolmente che il calo di domanda per investimenti non mettesse in discussione la domanda di consumi. E poiché i consumi nelle società opulente rappresentano una quota molto più consistente degli investimenti, l´irragionevole fiducia nella loro tenuta alimentava un moderato ottimismo.
Ancora una volta, cioè, ci si aggrappava ad una distinzione puramente scolastica, inesistente nella realtà. La domanda di consumi era già falcidiata dallo sgonfiamento disordinato della domanda di case e di beni e servizi connessi con il mercato edilizio e dalle insolvenze di molti fondi. A questo primo taglio della domanda si è aggiunto quello proveniente dai ribassi delle Borse (particolarmente importante nei paesi dove l´investimento del risparmio in valori mobiliari rappresenta un fenomeno di massa).
Infine i primi licenziamenti e le mancate nuove assunzioni nel mercato del lavoro, che hanno accentuato le aspettative negative di ulteriori tagli nella formazione del reddito e quindi un crescente trend a monetizzare il risparmio.
Tutti questi fenomeni strettamente connessi tra loro hanno rotto le briglie con sorprendente rapidità, specie nei paesi dove la flessibilità del lavoro è pressoché totale. Gli effetti sono sotto gli occhi di tutti: languono gli investimenti edilizi, i consumi indietreggiano, la liquidità sul mercato è in diminuzione, aumentano le insolvenze, le banche non si fidano delle altre banche, i tassi overnight (a brevissimo termine) sono rincarati di almeno 40 punti-base, i prestiti interbancari a tre mesi di 70 punti base.
Le Banche centrali in Usa e in Europa hanno per fortuna seguito una linea comune iniettando liquidità con ampie operazioni. Ampie, ma con velocissimi rientri. Molti osservatori ed esperti (?) continuano a commettere l´errore di sommare le varie immissioni di liquidità arrivando a totali di centinaia di miliardi di dollari e di euro. Totali inesistenti quando si parla di prestiti tra Banche centrali e banche ordinarie della durata di 24-48 ore, salvo quelli trimestrali che hanno infatti tassi molto più alti e rappresentano una massa assai minore delle operazioni complessive.
L´immissione di liquidità, indispensabile per costruire attorno ai sistemi bancari internazionali una rete di relativa sicurezza, ha tuttavia scarsi effetti su una crisi che si protrae coinvolgendo i cosiddetti "fondamentali". Scarsi effetti poiché le aspettative negative degli operatori e dei risparmiatori si stanno orientando verso la monetizzazione. Vengono cioè chiuse le posizioni rischiose e vengono aperte posizioni in impieghi liquidi. Un tempo si mettevano i risparmi "sotto il materasso"; oggi si collocano in fondi "monetari", in titoli pubblici, in obbligazioni di massima garanzia e di tipo assicurativo, di immediata negoziabilità.
Movimenti di questa natura hanno l´effetto di far sparire il capitale di rischio dal mercato facendo dimagrire fortemente i flussi di finanziamento alle imprese. Non è la liquidità che manca, ma gira su se stessa senza sbocco come una trottola impazzita. Gira da un fondo all´altro, da una banca all´altra, dalle Banche centrali agli istituti di credito ordinari, appunto come una trottola che si avvita su se stessa. Nessun imprenditore oggi sarebbe in grado di lanciare tra il pubblico un aumento di capitale della sua impresa o un´Opa. Le fusioni tra imprese restano possibili solo attraverso scambio reciproco di titoli. I take over sono diventati rari. Quanto al "nanismo" delle aziende fenomeno particolarmente diffuso in Italia tentare di spingerlo verso dimensioni aziendali più ampie e ottimali è diventata nelle attuali condizioni del mercato e delle aspettative un´impresa impossibile.
Questo, dopo un mese e mezzo dall´inizio della crisi, è lo stato dei fatti. Scrivemmo ai primi d´agosto che il solo paragone possibile era con la crisi del ´29. Gli esperti (?) dissero di no, che il paragone era sbagliato. Ma sono loro che continuano a sbagliare. La crisi del ´29 che trasse origine anch´essa dallo sgonfiarsi improvviso d´una bolla immobiliare e borsistica creò un blocco degli investimenti, un´insolvenza diffusa, il crollo dell´occupazione, del reddito e dei consumi.
Naturalmente in situazioni diverse: c´era guerra tra le Banche centrali, guerra tra le monete, erraticità dei cambi. Oggi siamo meglio attrezzati da questo punto di vista ma la natura del sisma è assolutamente identica. Se poi si decide di non nominare il ´29 per non spaventare la gente, è un altro discorso; e se si decide questo tipo di autocensura per non risvegliare il ricordo dei rimedi proposti allora da Keynes e praticati da Roosevelt, è un altro discorso ancora. Discorsi ipocriti che producono solo chiacchiere senza formulare alcuna valida diagnosi e terapia.
Padoa-Schioppa vuole trasferire una parte della spesa improduttiva agli investimenti più carenti: infrastrutture, scuola, ricerca, sanità, sicurezza. Ha preparato un "libro verde" che segnala una serie di vistose distorsioni. Vuole cominciare a dare qualche concreta prova di questo risanamento qualitativo mai sperimentato da alcuno negli ultimi vent´anni. È invece contrario a riduzioni immediate di imposte.
Veltroni dal canto suo vorrebbe uno sforzo in più, ma Padoa-Schioppa non vede da dove prendere i soldi necessari. Se verranno fuori qualche cosa si farà, altrimenti si rinvierà ai prossimi esercizi. Prodi ci spera ma non abbandona il suo ministro del Tesoro.
In proposito ecco quattro riflessioni su questi controversi temi:
1. Bisognerebbe sempre premettere, quando si fanno confronti con altri Paesi, che il nostro bilancio è gravato da un debito pubblico che pesa per 70 miliardi all´anno. Non c´è Paese al mondo con un debito e un onere di queste proporzioni. Sinistra radicale e Confindustria si dimenticano sempre questo non piccolo dettaglio. Un debito che fu fatto durante il decennio degli anni Ottanta dalla Dc con l´attivo concorso di socialisti, comunisti e partiti laici minori.
2. Le imprese hanno ottenuto un taglio di 3 punti dell´Irap, già in corso di realizzazione, per un complessivo ammontare di 4 miliardi e mezzo. In Germania la Merkel ha fatto molto di più ma il debito pubblico tedesco è meno della metà del nostro.
3. La sinistra radicale sorvola sia sul debito sia sull´aumento delle pensioni minime per 3 milioni di pensionati sia sull´abolizione dello scalone sui pensionandi con un costo di 10 miliardi per il bilancio dello Stato. (Rossanda vuole sapere se il bilancio delle gestione contributiva dell´Inps sia in pareggio. Lo è, ma va in largo passivo con le uscite di tipo assistenziale. Se quelle uscite vengono tolte all´Inps bisognerebbe pagarle con altre tasse o abolire i servizi. Rossanda ha suggerimenti in materia?).
4. Padoa-Schioppa ha stabilito che il rapporto deficit/Pil vada mantenuto al 2.2 per cento nel 2008 come da impegni assunti a Bruxelles dal governo Berlusconi e confermati da quello attuale. Il proposito del ministro del Tesoro è encomiabile ma quando quell´impegno fu preso la crisi finanziaria mondiale non era scoppiata e le previsioni sul Pil erano migliori di quelle di oggi. Se i governi debbono sostenere la domanda globale con un´azione che compenserà gli effetti recessivi della crisi, credo che il rapporto deficit/Pil potrebbe essere portato fino al 2.5 senza danno e anzi con vantaggio. Del resto anche la Bce s´era impegnata ad innalzare i tassi di interesse a settembre ma ha cambiato politica, quindi potrebbe cambiarla su un punto abbastanza marginale anche il governo italiano.
La conseguenza sarebbe un aumento del fabbisogno che si potrebbe però compensare con tagli di spese maggiori del previsto e/o con alienazioni di patrimonio pubblico prefinanziate dal sistema bancario. In totale si tratta di uno scostamento di 5 miliardi di euro, che non è la fine del mondo.
Nell´eventualità che quest´ipotesi sia percorsa e percorribile si pone il problema di come usare quella cifra. Forse in parte per ridurre ancora Irap e Ires. Un´altra parte per sostenere i redditi degli incapienti, dei giovani e delle famiglie.
Vorrei anche far notare che negli undici anni dal '95 al 2006 le imposte riscosse dal fisco sono aumentate del 12 per cento in termini reali; nello stesso periodo il Pil è aumentato del 20 per cento e le imposte riscosse dagli enti locali sono aumentate del 111 per cento. E´ vero che alcuni trasferimenti dal centro alla periferia sono stati ridotti o cancellati, ma non in quelle dimensioni. Non è questione da poco quella di tirare la briglia alla finanza locale. Una buona parte della pressione fiscale e del debito pubblico viene proprio da lì.
Post Scriptum. Molti emeriti collaboratori del Corriere della Sera si susseguono a recensire il libretto di fresca pubblicazione scritto da altri collaboratori di quel giornale (nel caso specifico Giavazzi e Alesina) con il titolo Il liberismo è di sinistra. Pare, stando ai recensori, che sarà il libro più importante di questa stagione editoriale con robusti effetti anche sul dibattito politico e sulle decisioni del governo.
Avendolo letto anch´io per ragioni d´ufficio, non vi ho trovato granché da discutere. Mi è sembrato un tessuto di domandine retoriche che, per come sono formulate, contengono già le risposte. È di destra o di sinistra liberalizzare i mercati? È di destra o di sinistra favorire i figli anziché i padri e i nonni? È di destra o di sinistra assicurare la legalità? Far funzionare meglio e con minori costi la sanità, la giustizia, le infrastrutture?
Siamo ai dibattiti che satiricamente si tenevano nel salotto di Arbore nella trasmissione Quelli della notte. Ebbene non è né di destra né di sinistra risolvere questi problemi che rappresentano le condizioni per un funzionamento normale della società. In Italia vige un sistema corporativo. Da quando? Da sempre. Perché? A questo bisognerebbe rispondere. Noi ci abbiamo provato più volte.
Il libro di Alesina-Giavazzi considera il mercato come uno strumento al quale bisognerebbe rimettere la soluzione dei problemi. Ma i due economisti non ignorano visto che insegnano una disciplina che si chiama Economia Politica che il mercato fornisce risposte in presenza di una data distribuzione della ricchezza. Se quella distribuzione fosse diversa anche le risposte del mercato lo sarebbero.
Luigi Einaudi ipotizzò teoricamente una società nella quale gran parte della ricchezza accumulata e trasmessa per eredità fosse redistribuita ad ogni generazione. Tutta la struttura dei prezzi e l´allocazione delle risorse ne sarebbe risultata rivoluzionata. Quindi ragionare sul mercato e affidarsi ad esso come fosse uno strumento neutrale è un´assoluta sciocchezza.
Infine gli autori del libro si domandano perché i governi non operino per favorire i consumatori anziché le lobby che rappresentano i produttori. C´è ovviamente del vero in quella domanda, ma non va ignorato che non esiste un consumatore allo stato puro che non sia allo stesso tempo anche un produttore; con una mano consuma e con l´altra lavora per procurarsi il reddito destinato a farlo vivere. Sicché i provvedimenti che favoriscono alcuni consumi sono accolti con favore dagli utenti o consumatori di quei beni e di quei servizi, ma non da chi li offre sul mercato. Tutti gli altri poi sono indifferenti.
Micro esempio: le licenze dei tassisti e le tariffe dei taxi. Gli utenti dei taxi sono lieti di provvedimenti che liberalizzano quel mercato. I tassisti invece sono furibondi. Le persone che dispongono di automobile e autista se ne infischiano. La massa dei poco abbienti va a piedi o con i mezzi pubblici e anch´essa se ne infischia. Così più o meno avviene in tutti i settori e questa è la vera ragione per cui non esiste un partito dei consumatori in nessun Paese dell´Occidente.
Può dispiacere. A me personalmente dispiace. Ma con i dati di fatto è inutile polemizzare. Per dire che il liberismo ha pochi fautori perché parte da premesse del tutto irreali.
Quanto al liberalismo, quella è un´altra cosa.
Il rifiuto del liberismo
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Il liberismo è di sinistra? Certamente sì, secondo Alberto Alesina e Francesco Giavazzi che hanno scritto un pamphlet con quel titolo ma senza il punto interrogativo. In cento pagine, con un linguaggio semplice e efficace, i due economisti raggiungono l'obiettivo che si proponevano: fornire munizioni, sotto forma di eccellenti argomenti, ai riformatori presenti nella coalizione di centrosinistra e impegnati (con pochi successi) in un braccio di ferro con le componenti dirigiste della maggioranza. Il libro di Alesina e Giavazzi è destinato a influenzare il dibattito politico-culturale nella sinistra italiana con riflessi possibili (auspicabili) anche sulle scelte politiche di governo. Nella peggiore delle ipotesi, i loro argomenti serviranno almeno a indebolire pregiudizi (contro il mercato e la concorrenza) e idee ammuffite che, per forza d'inerzia, continuano a circolare nella sinistra italiana, anche in quella ufficialmente non massimalista.
La tesi di partenza di Alesina e Giavazzi è semplice. Ciò che, in omaggio a una tradizione italiana, essi chiamano "liberismo " (ma, come Piero Ostellino, anch'io preferisco, per ragioni che dirò poi, la dizione "liberalismo economico") è in grado di realizzare gli obiettivi di equità e di uguaglianza delle opportunità che sono storicamente ideali di sinistra mentre le politiche interventiste e dirigiste praticate dalla sinistra italiana calpestano il principio di equità e finiscono per accrescere disuguaglianze e ingiustizie. Si tratti di meritocrazia nell' istruzione, di riforme del mercato del lavoro, di liberalizzazione delle professioni, di privatizzazione delle industrie di Stato, è possibile dimostrare, secondo Alesina e Giavazzi, che la concorrenza e l'equità non sono in antitesi, che le politiche liberiste, colpendo privilegi e rendite monopolistiche dei pochi, avvantaggiano i più, rendono la società più giusta e più efficiente al tempo stesso. Condivido totalmente. E guardo con simpatia al loro tentativo di fornire munizioni ai deboli, minoritari, e un po' spauriti, "liberisti" del centrosinistra.
Non mi convince però la tesi secondo cui dovremmo considerare "di sinistra" il liberalismo economico/liberismo. Penso piuttosto che il liberalismo economico sia tale da non lasciarsi facilmente assorbire nella tradizionale classificazione destra/sinistra. Non è questione di etichette ma di sostanza. Non c'è solo il fatto (non proprio marginale) che se consideriamo di sinistra il liberalismo economico, ne consegue, per il principio di non contraddizione, che i (pochissimi) liberal-liberisti italiani, fra i quali includo anche me stesso, dovrebbero essere considerati tutti di sinistra (il che forse provocherebbe in alcuni di loro una crisi di identità). È soprattutto che il liberalismo economico, benché tradizionalmente considerato di destra, non "quaglia" né con la destra né con la sinistra. Non con la destra perché la destra è prevalentemente corporativa. E non con la sinistra perché la sinistra è prevalentemente classista e redistributiva.
Manovra in tre mosse
Mario Sensini sul Corriere della Sera
ROMA Prima un decreto legge, poi la Finanziaria e quindi i disegni di legge collegati. Nel governo prende corpo l'ipotesi di anticipare con un provvedimento autonomo una parte consistente della manovra di politica economica per il 2008. Un decreto, dunque, per la riduzione delle tasse e degli incentivi per le imprese, i tagli di alcune spese, l'abbattimento dello scalone previdenziale che scatterebbe il 31 dicembre e più difficilmente per la riduzione dell'Ici, che comunque troverebbe spazio in Finanziaria.
Nei giorni scorsi il premier Romano Prodi ha garantito al presidente del Senato che, nonostante la maggioranza risicata, il governo rispetterà la prassi "dell'alternanza", avviando a Palazzo Madama l'iter della Finanziaria, che l'anno scorso debuttò alla Camera. Esposta ad uno scontato doppio passaggio al Senato, però, la legge di bilancio corre rischi. E così da qualche giorno, tra Palazzo Chigi e il ministero dell' Economia, oltre che delle entrate tributarie "strutturali", dell'Ici e delle misure per le famiglie, si ragiona molto attentamente sull'impacchettamento della manovra 2008. Dovendo tener conto dei numeri e degli umori della maggioranza, ma anche dei vincoli posti dal Presidente della Repubblica, che a Prodi ha fatto sapere pochi giorni fa di volere una Finanziaria comprensibile e ordinata, e di dimenticare i maxi-emendamenti dell'ultimo minuto con la fiducia.
Il ministro dell'Economia Tommaso Padoa-Schioppa ha ipotizzato tre strade: il decreto prima della Finanziaria, la Finanziaria condita da alcuni Ddl fuori dalla sessione di bilancio, la Finanziaria classica, con i disegni di legge collegati. Un decreto legge di sostanza sul quale porre alla bisogna la questione di fiducia, prima di una Finanziaria leggera e comunque diversa dal solito grazie alla nuova classificazione del bilancio statale, seguita poi dai classici collegati, è però, secondo gli esperti del governo, la soluzione migliore "per rispettare la forma e portare a casa la sostanza".
Il rischio è quello di svuotare la Finanziaria, rendendo la manovra indigesta al Quirinale. Dal punto di vista politico, però, l'operazione non è difficile. "Se i contenuti sono discussi e concordati - dice il capogruppo di Rifondazione Comunista al Senato, Giovanni Russo Spena - a noi sta bene anche un decreto pesante". Purché, aggiunge, "il Protocollo Damiano sul welfare venga inserito in un disegno di legge distinto dalla legge Finanziaria". Al decreto resterebbe affidata l'abrogazione dello scalone Maroni, che è tuttora legge vigente, insieme alle misure fiscali e ad alcuni tagli della spesa.
La riduzione dell'Ires e degli incentivi alle imprese, come la semplificazione che dovrebbe riguardare un milione e mezzo di piccole e medie imprese, è stata già messa a punto da Vincenzo Visco alle Finanze. Sarà un taglio consistente, ma per forza graduale, dovendo assicurare un "costo zero". Potrebbe esserci spazio, in funzione delle disponibilità che darà il Tesoro, anche per avviare la dote fiscale per i figli, la restituzione del fiscal drag e i sostegni agli incapienti.
Più complicato di quanto possa sembrare, invece, è l'abbattimento dell'Ici. Dopo mesi di discussione il Parlamento ha sviscerato tutti i modi possibili di ridurre quella tassa, commisurando gli sgravi al reddito, al metro quadro, al valore catastale. Si sa quanto costa ogni opzione, ma l'Ici resta pur sempre una tassa che va ai comuni, coi quali bisogna discutere. Se non fosse che i sindaci hanno tagliato i rapporti col governo dopo il Dpef e la sforbiciata da 4 miliardi sui loro avanzi di gestione, che rischiano di ripetersi nel 2008 complicando il dialogo e la strada del decreto per l'Ici. In ogni caso il taglio ci sarà perché paradossalmente il governo deve fronteggiare sul piano politico il boom delle entrate fiscali, evitando a tutti i costi di far aumentare la pressione fiscale.
La paura che divora
Barbara Spinelli su La Stampa
La sensazione d'insicurezza che si prova per strada in città, il difficile convivere in una società divenuta meno omogenea e prevedibile, la risposta fattuale che si vuol dare alla paura, questo fatto che sembra dilagare ed è trattato ormai alla stregua d'un dato incontrovertibile, di una fatale necessità che non si può analizzare né discutere: la sinistra è alle prese con simili dilemmi, e ne è come sommersa. È come se il mondo si riducesse a quest'unico assillo, che invade l'intero campo del pensiero, dell'azione. È come se il nascente Partito democratico non avesse altro scopo che questo: divenire partito che nutre la paura e se ne nutre, con lo stesso agitato nervosismo della destra. Alcuni parlano addirittura di panico, che è parola adatta a eventi straordinari ed è sempre più usata. Ci sono perfino porte anti-panico, negli ospedali. Ci sono sempre più persone che sentono inquietudine, e disinvolte la chiamano panico. Il politico moderno galleggia su questa parola divenuta ordinaria, come tappo di sughero che sfida le maree grazie alla propria volubile leggerezza. Non vuol urtare questa grande emozione che gli giunge amplificata da voci, giornali, impaurenti immagini tv. Se medita in silenzio sa che le città non sono quell'inferno, che in giro c'è tanta esagerazione. Sa che il fascismo non è alle porte e che l'assalto alle Torri di New York non accade ogni giorno, ma per qualche ragione preferisce farsi assillare dalla paura e tenerla accesa anziché esaminarne le radici, far pedagogia, rimediare con un'applicazione puntuale delle leggi esistenti. Molta parte della sinistra - quella definita riformista - sembra ritenere che qui sia il pensiero nuovo da abbracciare e impersonare. Che qui siano i fatti reali finora trascurati. Non ha torto: la paura è oggi un dato cui occorre dar risposte pubbliche, non private e della coscienza. Ma sulla natura e sul perché di questo dato vale la pena interrogarsi e non è affare solo di sociologi e sinistre estreme. Il calcolo politico o partitico che è dietro tale assillo non è in fondo quel che conta. Non interessa sapere se i riformisti o i sindaci che chiedono poteri supplementari vogliano silurare Prodi, o scaricare la sinistra radicale, o patteggiare sottobanco con la destra e il suo elettorato. Quel che interessa è sapere se l'assillo risponda al vero o a un'esasperazione. Se il pensiero presentato come nuovo sia effettivamente nuovo o no; se sinistra e destra davvero non debbano distinguersi sulla sicurezza; se una repressione indiscriminata dei reati più diversi sia un dogma o qualcosa che il pensiero può analizzare, confutare, senza subito essere accusato di idealismo, di astrazione, di cosiddetto benaltrismo ("il problema è un altro").
Quel che interessa è sapere se l'ordine pubblico s'aggiunge a altri temi o sia ormai tutto il programma del Partito democratico; se quest'ultimo intenda vivere nel solo presente o darsi un più variegato orizzonte per il futuro. Se questo essere inghiottiti dall'emergenza-panico faccia perdere la bussola alla sinistra, come ha scritto ieri su questo giornale Federico Geremicca. Sapere queste cose conta perché la psicologia delle folle si edifica intorno a simili assilli e mitologie, e perché un fatto esagerato a forza di infiammarlo può sfociare in realtà, come nelle profezie che mille volte proclamate si auto-inverano. Tanto più importante è sapere dove stia la verità, e chiedersi più precisamente come mai la verità sia divenuta così marginale, infida, contrapposta a emozioni come panico, paura, sensazione di "non farcela più". Veramente non se ne può più? E se non se ne può più, come si spiega che tutti possono ancora, senza dare en masse in escandescenze? In certi momenti sembra che siano i politici a aprire la pista, dando in escandescenze. Che sia la stampa e siano i telegiornali (non solo in Italia), costellati come sono di cronaca, incidenti di alcolisti, reportage dove a intervalli regolari s'insiste su "interminabili scie di sangue" che solcano le vie delle metropoli. Ciascuno in cuor suo lo sa: un'indagine veritiera non darebbe questi risultati, perché l'indagine razionale si costruisce distinguendo, operando sugli effetti di un disagio ma anche sulle sue origini. I politici sanno perfettamente che ha ragione il magistrato Caselli: che persone marginali come lavavetri, graffitari, mendicanti, posteggiatori abusivi suscitano insofferenza ma "se non compiono atti violenti non commettono alcun reato". Che fra destra e sinistra "si fa a gara nell'appiattirsi su posizioni populistiche, accantonando temi ormai giudicati obsoleti come la questione sociale". Che il rimedio è nel risanamento di malattie che affliggono istituzioni pubbliche e leggi non applicate. Che la malattia si chiama "incertezza della pena e una lentezza smisurata dei processi: lentezza che per i privilegiati dal censo costituisce la salvezza dalle condanne, e per la povera gente è una punizione in più" (La Repubblica, 6 settembre). Così come ha ragione il ministro di Rifondazione Ferrero quando invita a distinguere tra criminalità e ardua vivibilità urbana, o il sindaco di Torino Chiamparino quando propone non d'incarcerare i lavavetri sospingendoli verso la delinquenza, ma di legalizzare il loro mestiere. Allo stesso modo, sanno che non è rendere omaggio a Cesare Beccaria, questa politica che non si basa sulle leggi ma sullo spirito e l'interpretazione arbitraria delle leggi: "Quindi veggiamo gli stessi delitti dallo stesso tribunale puniti diversamente in diversi tempi, per aver consultato non la costante e fissa voce della legge, ma l'errante instabilità delle interpetrazioni. \ La incertezza dei limiti ha prodotta nelle nazioni una morale che contradice alla legislazione; più attuali legislazioni che si escludono scambievolmente; una moltitudine di leggi che espongono il più saggio alle pene più rigorose, e però resi vaghi e fluttuanti i nomi di vizio e di virtù, e però nata l'incertezza della propria esistenza, che produce il letargo ed il sonno fatale nei corpi politici" (Dei delitti e delle pene). Il politico sa infine che c'è qualcosa di falso e distruttivo nel voler sistematicamente riformare all'unisono con l'opposizione, non solo nel modificare la Costituzione ma su ogni materia, comprese sicurezza e economia. Forse ricorda anche che sì, destra e sinistra storicamente si son trovate unite, nell'esaltazione della violenza che risponde a violenze reali o dilatate: unite nella demagogia, nel populismo.
Da questo punto di vista Fini ha ragione e torto, nell'intervista a Lucia Annunziata (La Stampa, 7 settembre). È vero che la sinistra copia la destra e che la gente potrebbe preferire l'originale alla copia. Ma è vero anche che la violenza come risposta ai disagi della civiltà è patrimonio della destra come della sinistra. Georges Sorel era un faro per Mussolini come per la sinistra rivoluzionaria. In un fondamentale capitolo del Dottor Faustus, Thomas Mann descrive l'emergere di un pensiero che si dice nuovo, ed è invece vecchissimo. È il pensiero che difende la comunità come branco contrapponendola alla verità che viviseziona, che coltiva le virtù individuali della riflessione e della ricerca assolutamente libera.
Pensare diverso è cercare la verità a dispetto di una comunità-branco che muove in un'unica semplificata direzione. Anche questo andar controcorrente è genio italiano. È Beccaria, e sono tanti pensatori che gli somigliano. È anche Paolo Isotta che sfida il comune sentire e pur elogiando la delizia della voce di Pavarotti osa aggiungere che il tenore non conosceva il solfeggio e non era consapevole dei propri limiti (Corriere della Sera, 7 settembre). Cercare la verità in completa indipendenza è scintilla preziosa. Speriamo che il Partito democratico la salvaguardi, e non si confonda con la Lega, con Berlusconi e la demagogia del pensiero uniformatore.
V-day: tra politica e populismo
Michele Serra su la Repubblica
La cosa peggiore del "Vaffanculo Day" era il titolo, che dietro l´ammicco "comico" contiene tutta la colpevole vaghezza del populismo. (Vaffanculo, satiricamente parlando, è roba da Bagaglino, non da Beppe Grillo). Ma fermarsi alla crosta greve (e facile) non serve a capire, non aiuta a riflettere. Bisognerà, per esempio, ragionare un po´ meglio sul concetto di "antipolitica", alla luce del successo politico del raduno nazionale convocato dal cittadino Giuseppe Grillo in arte Beppe. Piazza Maggiore gremita per il comizio del leader, decine di altre piazze italiane con la gente in coda per firmare una proposta di legge di iniziativa popolare fatta da tre punti secchi secchi: no alla presenza di condannati in Parlamento, ineleggibilità dopo due legislature, elezione diretta di tutti i candidati.
A cominciare dalla piazza piena, luogo simbolico per eccellenza di tutte le cause politiche, sbocco tradizionale di tutti gli umori che da individuali vogliono farsi pubblici, la giornata particolare di Beppe Grillo e dei suoi tanti compagni di avventura è difficilmente inquadrabile, nel male e nel bene, se non dentro il difficile momento politico e civile del Paese. Il manifesto di convocazione, nella sua indubitabile rozzezza (dire che "dal ´43 a oggi in Italia non è cambiato niente" è, per dirla con Grillo, una notevole belinata), era di contenuto squisitamente politico. Almeno due dei tre punti in oggetto (negare ai condannati il diritto di rappresentare il popolo, impedire alle segreterie dei partiti di nominare di straforo i candidati senza passare attraverso il vaglio degli elettori) sono molto difficilmente liquidabili come "qualunquisti". Esprimono, al contrario, un´insofferenza per larga parte condivisibile e condivisa da milioni di italiani, molti dei quali (senza bisogno di vaffanculo) hanno appena fatto la coda per il referendum Segni contro questa indecorosa legge elettorale proprio perché non sopportano più il piglio castale e l´autoreferenzialità malata delle varie leadership di partito. E chiedono la partecipazione diretta dei cittadini alla scelta della propria classe dirigente. Più controverso il terzo punto, perché non è detto che congedare un ottimo politico dopo due sole legislature coincida con il miglioramento della qualità professionale della classe politica (anzi).
Ma quello che lascia il segno, vedendo decine di migliaia di cittadini mobilitarsi attorno a Grillo, alle sue drastiche parole d´ordine, al suo ringhio esasperato, perfino alla sua presunzione di Unto dalla Rete, è constatare, piaccia o non piaccia, che un uomo famoso ma isolato, popolare ma ex televisivo, antimediatico suo malgrado o fors´anche per sua scelta, sia in grado di mobilitare una folla che molti dei piccoli partiti, pur radicatissimi nei telegiornali e sui giornali, neanche si sognano. La rappresentanza di Grillo e del suo blog, dopo la giornata di ieri, esce dal discusso limbo del virtuale e diventa così reale da riuscire a contendere spazio (anche nei telegiornali) alla poderosa, inamidata routine dell´informazione istituzionale.
Va ricordato che ieri, mediaticamente parlando, non era una giornata facile per un outsider sbucato dal suo blog. C´erano i funerali di Pavarotti, moltissimo sport di sicuro impatto (Monza, il rugby, il calcio, il basket), e bucare la copertura mediatica, ritagliarsi uno spazio importante, irrompere nel dibattito non era facile. Grillo c´è riuscito facendo leva solo su Internet, sulla piazza virtuale nella quale ha da tempo installato il suo podio di artista e di polemista. E´ come se una pura ipotesi numerica si fosse materializzata di prepotenza, come se la qualità sfuggente di un´assemblea virtuale fosse diventata quantità evidente. Questo costringe chi dubita della forza politica e culturale di Internet (compreso chi scrive) a rifare un po´ di conti, perché la giornata di ieri, e questo Grillo lo sa, è soprattutto un colpo all´idea di onnipotenza della televisione, una breccia nel muro, un indizio non decisivo ma importante a favore del peso che la rete ha via via acquisito nel determinare orientamenti e scelte di massa.
Di qui in poi, naturalmente, comincia il difficile, per Grillo e per il "suo" movimento. E´ proprio la natura rudemente politica delle richieste messe in campo che non consente comode ritirate nel mugugno o nello sberleffo. Si può essere genericamente riottosi o anche furibondi nella critica, ma una volta che l´umore raggrumato attorno a un leader popolare si fa piazza, si fa raccolta di firme, si fa manifestazione da titolo di telegiornale, muta la natura stessa della mobilitazione. Una proposta di legge non è una pasquinata, non è un gesto dell´ombrello contro il Palazzo, è un passo avanti dentro l´agorà, una pubblica assunzione di responsabilità. Qui si misureranno il peso e il calibro di Grillo e del grillismo da un lato, e del "popolo dei blog" dall´altro: l´organizzazione del dissenso, la sua trasformazione in elemento di rottura e di rinnovamento, sono questioni che impegnano allo spasimo, dalla notte dei tempi, qualunque leader o partito o movimento, compresi molti di quei "professionisti della politica" che, per quanto casta o lobby o Palazzo, negli anni hanno via via dato voce a qualcosa di più che ai propri meri interessi personali.
In altre parole, la rappresentanza della politica tradizionale è in crisi, ma sostituirla con altra politica è il solo metodo accertato di "cambiare lo stato delle cose", come già sapevano e dicevano i vecchi rivoluzionari.
Amici e detrattori di Grillo, da oggi, seguiranno con mutata attenzione le sue mosse. Già altri movimenti impetuosi (da quello pro-giudici ai tempi di Mani Pulite ai girotondi a infiniti e ricorrenti subbugli studenteschi) sono finiti in niente dopo avere riempito piazze e giornali e telegiornali. E´ mancata, in quei casi, la capacità di trasformare in peso politico l´investitura popolare. Anche in questo caso non resta che aspettare. Cominciando, intanto, a prendere atto di una giornata non consueta, non facilmente incasellabile.
Polonia, vade retro Radio Maryja
Giovanni Cerruti su La Stampa
VARSAVIA. "Grazie a noi e alla nostra Radio Maryja le questioni polacche ora sono conosciute in tutto il mondo...". Per una volta padre Tadeusz abbandona microfono e frequenze. Meglio scrivere, adesso. Ora che la Polonia rientra in una campagna elettorale che s'annuncia spietata, meglio evitare altre denunce e altre accuse. Meglio, soprattutto, non irritare i vescovi nemici e non esporre i vescovi amici. E così padre Tadeusz Rydzyk scrive su "Nasz Dziennik", Il Nostro Giornale: il suo giornale. "Che democrazia europea è quella dove i cattolici non hanno gli stessi diritti nel chiedere finanziamenti? I deputati guadagnano troppo a nostre spese!".
Per uno come lui, abituato a definire l'Olocausto "un lucroso business" e gli omosessuali "peccatori bisognosi di cure mediche", oppure a minacciare i deputati favorevoli all'aborto ("le loro teste saranno rasate a zero!"), sono ancora parole gentili. 62 anni, frate Redentorista, la potente congregazione fondata da Sant'Alfonso Maria de Liguori, secondo un sondaggio del quotidiano "Gazeta Wyborcza" per due polacchi su tre sarebbe "il personaggio che più danneggia il Paese". Labbra sottili, le lenti degli occhiali affumicate, alza la voce solo quando parla alla radio e scomunica i nemici, che cominciano ad esser troppi.
Gli ebrei, l'Europa e l'euro, i tedeschi, i russi, gli omosessuali, l'aborto, l'eutanasia, i divorziati, l'evoluzionismo, il modernismo, la politica corrotta, i politici affaristi... Gli amici sono i gemelli Kaczynski, il Premier e il Presidente, e il secondo molto meno perché ha una figlia che si è sposata due volte. Amici che, in questa campagna elettorale avranno ancor più bisogno di padre Tadeusz, dei suoi voti e del suo impero di radio, tv, giornali, scuola di comunicazione, licei e due Fondazioni. "Raggiungiamo almeno sei milioni di polacchi", dicono da Torun, la loro piccola e invalicabile capitale, a due ore da Varsavia.
I polacchi non arrivano a 40 milioni, meno della metà vanno a votare, e dunque il "pacchetto" di Radio Maryja è ambìto e pesante. Se il Parlamento sciolto venerdì sera è figlio della Polonia di Solidarnosc e delle battaglie di Lech Walesa, Padre Tadeusz in quegli anni non era nemmeno nelle retrovie. Se ne stava in Germania Ovest, a vendere auto usate prima e ad organizzare pellegrinaggi alla Madonna di Medjugorje poi. Fino al 1990, quando scopre Radio Maria proprio in Italia, da padre Livio, a Erba, la copia e la importa in Polonia. La prima trasmissione è dell'8 dicembre 1991, la festa dell'Immacolata Concezione.
Abile, spregiudicato nelle alleanze, sicuro di sè. Tanto sicuro da poter navigare con il suo microfono tra vescovi e cardinali polacchi che non lo amano, come l'Arcivescovo di Cracovia Stanislaw Dziwsz, l'ex segretario di Papa Giovanni Paolo II. Trova sempre chi lo difende, e ancora una volta sono i suoi media ad amplificare le benedizioni. L'ultima è di ieri, firmata da Stanislaw Budzik, segretario della Conferenza Episcopale di Polonia, a nome del presidente Cardinale Dziennik Michailik: "E' stata violata la discrezione che spetta ai nostri incontri, e le discussioni su Radio Maryja non hanno alcun valore".
Per la Conferenza Episcopale polacca padre Tadeusz non sarebbe problema. Ma se lo fosse, è da maneggiare con cautela: anche se quasi tutti delle province lontane da Varsavia sempre di milioni di fedeli si tratta. Così l'Arcivescovo di Cracovia ne parla ai vescovi il 25 agosto, sostiene che è il caso di sostituire padre Tadeusz, invoca un intervento del suo diretto superiore il Generale dei Redentoristi e lascia che il settimanale cattolico "Tygodnik Powszechny" pubblichi uno stralcio della sua scomunica. Ma l'assoluzione arriva dal Cardinale Michailik: "Il problema non esiste, non perdiamo di vista gli aspetti positivi".
I milioni di ascoltatori fedeli, e forse anche i milioni nel senso di quattrini, rendono Padre Tadeusz un'intoccabile, una potenza nella Polonia dalla politica interna fragile. L'inventore di Radio Maryja, poi, sa come usare la comunicazione: tanto da riuscire, giocando con il microfono e le parole, ed è successo giusto un mese fa a Castel Gandolfo, a far passare un suo baciamano a Benedetto XVI come incontro privato. Immaginarsi la reazione del Congresso Ebraico europeo, che da anni definisce padre Tadeusz come "Goebbels in tonaca". Il Vaticano ha duvuto precisare e smentire, ma per Radio Maryja resta verità. E insomma, in Polonia conta più la Chiesa di Roma o la Radio di Padre Tadeusz? In campagna elettorale di certo peserà più la seconda, e il redentorista con le labbra sottili e le lenti affumicate lo sa bene.
9 settembre 2007