
La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 26 agosto 2007
La nevrosi tutta italiana delle tasse da pagare
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Dal canto mio, poiché il tema delle tasse figura al secondo posto di tutte e due le indicazioni, dedicherò le mie osservazioni di oggi a questo argomento ringraziando gli amici per la loro collaborazione che, nella sua varietà, può stimolare l'attenzione del pubblico.
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Comincerò dalla sortita in favore dello sciopero fiscale fatta pochi giorni fa da Massimo Calearo, presidente della Federmeccanica e vicepresidente degli industriali di Vicenza. Per le due cariche che ricopre, Calearo è uno degli esponenti di primo piano della Confindustria. Non risulta che sia un leghista. La sua dichiarazione è stata dunque fatta in nome e per conto delle associazioni imprenditoriali da lui rappresentate. Perciò è assai più seria e grave dei proclami politici di Bossi e di Calderoli.
È vero che a distanza di poche ore il vicepresidente di Confindustria, Alberto Bombassei, ha vivacemente redarguito il suo collega vicentino e che quest'ultimo dal canto suo ha detto che la sua era stata una "provocazione per smuovere le acque". Ma il giorno dopo è intervenuto Montezemolo e a quel punto l'intera questione ha cambiato livello. Ha fatto, come si dice, un salto di qualità.
Che cosa ha detto Montezemolo? Nella sostanza ha detto due cose: anzitutto che la "provocazione" di Calearo rispecchia i sentimenti di gran parte degli italiani; in secondo luogo ha detto che gli industriali non pagheranno un soldo di tasse in più a meno che non vi sia in contropartita una drastica riduzione delle imposte che gravano sulle imprese.
Il tono è stato molto brusco e decisamente "radicale" nel senso che di solito si attribuisce alla sinistra massimalista che usa quel tono per affermazioni di opposto contenuto. È vero che Montezemolo, per bilanciare politicamente la sua perentoria dichiarazione, ha aggiunto che essa suona come condanna sia della politica economica del governo attuale sia di quella del precedente governo Berlusconi-Tremonti. Ma questo bilanciamento si risolve in un incitamento antipolitico che un'organizzazione semi-istituzionale come la Confindustria non dovrebbe fare se conservasse il dovuto senso di responsabilità e di misura.
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Il ministero dell'Economia ha diffuso ieri gli ultimi dati sulle entrate fiscali dello Stato dopo l'autotassazione di agosto di Irpef, Ires e Irap. Sono dati molto positivi, al di là delle aspettative. In percentuale l'aumento dei primi otto mesi dell'anno confrontati con l'analogo periodo dell'anno precedente è stato del 21 per cento. A parità di aliquote e di reddito. In cifre assolute sono entrati 4 miliardi in più di quanto previsto nel Dpef dello scorso giugno e 8 miliardi in più delle previsioni del marzo. Il risultato sarebbe stato ancora maggiore se non fosse già stata scontata la spesa di 4 miliardi per la restituzione dell'Iva sulle automobili delle imprese, decisa dalla Comunità europea.
Il presidente del Consiglio, commentando queste cifre, le attribuisce al senso civico degli italiani che smentiscono con i loro comportamenti gli irresponsabili appelli allo sciopero fiscale. E preannuncia che la prossima legge finanziaria affronterà il tema dell'alleggerimento del peso fiscale sulle imprese e sulle fasce di reddito più deboli.
Il vice ministro delle Finanze, Vincenzo Visco, dal canto suo ha liquidato la posizione di Montezemolo come "vacua retorica" ed ha aggiunto ai dati sulle entrate un'analisi della situazione che merita attenta riflessione.
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Dice Visco che il vero problema italiano è quello dell'evasione fiscale di massa che egli definisce una vera e propria "pandemia". Dice che l'aumento delle entrate fiscali - a parità di reddito e di legislazione - è interamente dovuto al recupero di evasioni ed elusioni fiscali e che il suo ammontare dall'inizio del governo Prodi è stato di 20 miliardi. Dice che la lotta all'evasione va dunque mantenuta con lo stesso rigore fin qui applicato. Dice che il governo Berlusconi-Tremonti ci aveva lasciato in eredità una finanza pubblica prossima ad una situazione Argentina. Dice che le maggiori entrate non hanno affatto accresciuto la pressione fiscale proprio perché ottenute con recuperi dell'evasione, ma che comunque è venuto il momento di abbassarla, quella pressione fiscale, in favore delle imprese, delle micro-strutture artigianali e dei redditi più deboli. Dice infine che molti dimenticano che l'Italia ha un debito pubblico enorme che ci costa ogni anno 5 punti di Pil in più di quanto avvenga negli altri paesi europei. Questo debito si formò nel decennio 1982-'92 balzando dal 57 al 120 per cento del Pil.
Vi ricordate quegli anni? Erano quelli della "nave va" e della "Milano da bere". In realtà dell'"Italia da bere", innaffiata dal debito e dall'inflazione, una Bengodi che ha scaricato l'onere sui figli e sui nipoti senza che nessuno vigilasse e desse l'allarme salvo pochissime Cassandre (tra le quali questo giornale) inascoltate e vilipese.
Queste cose ha detto il ministro Visco, anche lui come Prodi e Padoa Schioppa tra gli ultimi in classifica nell'opinione degli italiani. Ed ecco un altro tema che non figura nelle risposte dei miei amici ma figura in una mia personale classifica della disinformazione ed anche della propensione del pubblico a fermarsi alla prima osteria senza far la fatica di approfondire e di scegliere con più attenzione le vivande delle quali cibarsi.
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Io penso che il vero grave errore del governo e della maggioranza che lo sostiene (o dovrebbe sostenerlo) sia l'endemica disparità dei giudizi e la molteplicità delle ricette proposte a getto continuo da ministri, sottosegretari e capi partito, ciascuno dei quali si richiama a qualcuna delle 281 pagine di un programma elettorale in cui c'era tutto il generico dello scibile politico sciorinato con l'intento di tenere insieme una coalizione troppo lunga e strutturalmente disomogenea.
Ricordo a me stesso - come si dice per sfoggio di umiltà lessicale - d'esser stato tra i primi a segnalare questo serio anzi serissimo inconveniente dopo i primi trenta giorni dal suo insediamento parlando di "governo sciancato", il che non mi ha impedito di riconoscere i molti meriti su gran parte dei provvedimenti presi da allora ad oggi. Ma quel difetto purtroppo permane, come pure l'eccesso di annunci che sarebbe assai meglio evitare parlando soltanto dopo aver deciso e attuato le decisioni.
La rissosità governativa del resto - come ha chiarito assai bene domenica scorsa Ernesto Galli della Loggia sul "Corriere della Sera" - è stato proprio anche del centrodestra che, pur disponendo di maggioranze bulgare in Parlamento, non è riuscito a muovere neppure un piccolo passo avanti nell'attuazione del suo programma "liberale" che Berlusconi vorrebbe rilanciare oggi fondando il nuovo "Partito della libertà", anch'esso di pura plastica poggiata sulla figurina di Michela la rossa.
Queste considerazioni ci portano al tema della legge elettorale e del Partito democratico.
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Walter Veltroni, in recenti e ripetute dichiarazioni, ha detto che il Partito democratico nella sua visione dovrà rinnovare l'alleanza con gli altri partiti dell'Unione ma al tempo stesso privilegiare l'omogeneità della coalizione stilando un programma chiaro, concreto, sintetico.
Ove questi due obiettivi risultassero incompatibili tra loro, quello dell'omogeneità dovrebbe avere la meglio secondo Veltroni. In tal caso il Partito democratico sarebbe costretto a presentarsi da solo, rinviando a dopo le elezioni il problema delle alleanze.
Credo che questo modo di ragionare sia interamente condivisibile. L'antipolitica è un vizio antico degli italiani, ma non c'è dubbio che essa tragga nuovo e nutriente alimento dalle risse interne alle coalizioni, amplificate come è inevitabile dal circolo mediatico che vive anche di questi scontri adempiendo al suo compito di controllo in nome e per conto della pubblica opinione.
Naturalmente se questo modo di ragionare è giusto, esso dovrebbe essere applicato anche all'interno dei partiti. Le correnti sono inevitabili e anche utili nei partiti di ampia dimensione, a condizione che esprimano diversità di posizioni e di tonalità, compatibili tuttavia entro ambiti di condivisione di obiettivi e di principi.
Da questo punto di vista a molti osservatori - ed anche a me come ho già più volte scritto - non pare che le candidature alternative a quella di Veltroni siano portatrici di posizioni differenziate. Finora queste diversità non risultano, il che conduce a pensare che si tratti piuttosto di posizionamenti per acquisire maggior voce e presenza nel quadro dirigente del futuro partito. E' un obiettivo più che legittimo in un partito democratico, ma va chiamato per quel che è.
Ci sono però due temi specifici che il nuovo partito deve con urgenza affrontare e sui quali è opportuno richiamare l'attenzione del candidato principale: uno è quello dell'elezione dei segretari regionali, se debba esser fatta il 14 ottobre insieme a quella del leader nazionale o se debba invece avvenire successivamente, quando la Costituente del partito sarà stata insediata e dovrà appunto occuparsi anche dell'organizzazione. Si può sottrarre alla Costituente un tema così importante come è il quadro regionale e i modi della sua elezione?
Il secondo tema è quello dei partiti territoriali la cui federazione darebbe vita al partito nazionale. Finora sembra di capire che Veltroni sia favorevole a questo schema federativo. Come osservatore esterno ma interessato mi permetto di dissentire. Le istituzioni dello Stato è giusto che abbiano articolazioni federali provviste di ampie autonomie culminanti nel Senato federale e nel federalismo fiscale. Ma proprio per questo i partiti debbono avere una propria personalità nazionale. Le articolazioni territoriali sono ovvie e sempre esistite, ma non possono dare luogo a partiti autonomi di scegliere alleanze non compatibili e politiche proprie come se si trattasse di altrettanti Stati confederati.
I grandi partiti esprimono convinzioni, principi, consensi su base nazionale. L'Italia è stata e ancora in gran parte è uno spezzatino di interessi e di costumanze. Non spetta ai partiti di perpetuarle e di accentuarle. Essi anzi dovrebbero avere il compito di smussarle e ricondurle ad un concetto di unità della nazione e di visione dello Stato. Si vorrebbe conoscere in proposito l'opinione dei vari candidati alla leadership e in particolare quella di Walter Veltroni.
La tassa innominabile
Roberto Tesi su il Manifesto
Sull'unificazione al 20% dell'aliquota per la tassazione delle rendite finanziarie è difficile trovare pareri contrari da parte dei maggiori commentatori. Tutti d'accordo, salvo che negli editoriali (da Massimo Riva a Alberto Orioli), c'è sempre un opportunistico «ma» a inficiare la manovra. Il «ma» che tutti aggiungono è di convenienza politica (non è il caso di parlare di forme fiscali con la Lega all'attacco) ma anche economica: è sconsigliabile gettare benzina sul fuoco destabilizzando mercati alle prese con la crisi dei mutui subprime, cioè con la peggiore delinquenza organizzata al capezzale della quale si affannano le banche centrali.
Il programma dell'Unione, anche se non perfetto, è un unicum che necessita di spiegarsi interamente per produrre effetti percepibili. Sia sul fronte dei diritti civili che su quelli economici. Rinviare, come per le unioni di fatto, è lacerante: insinua il sospetto che questo sia l'ennesimo governo di «pataccari» incapaci di scegliere. In una maggioranza variegata come quella al governo non è facile prendere decisioni soprattutto se l'interesse primario dei vari partiti è solo di bottega. Però un denominatore comune c'è: è quel programma che liberamente un paio di anni fa hanno tutti controfirmato e che ora deve essere realizzato.
Sull'aliquota unica del 20% della tassazione delle rendite finanziarie il programma non ammette contestazioni anche se le difficoltà tecniche non mancano. L'unificazione era prevista dalla Finanziaria dello scorso anno, ma poi è saltata, facendo mancare all'erario circa 1,5 miliardi di euro che anziché finire in premio alla rendita potevano essere meglio utilizzati per potenziare il welfare o per difendere il territorio. Quello che non va dimenticato è che l'aliquota «secca» che oggi varia dal 12,5% al 27% è un privilegio visto che sottrae le rendite alla tassazione progressiva. Ma c'è di più: non ha senso privilegiare in una tassazione ridotta chi specula in borsa rispetto a chi lascia quattro soldi in banca o alle poste. Uno dei principi basi del fisco è la «neutralità». E questa in una prima fase si può realizzare con una unificazione delle varie aliquote eventualmente assoggettando alla «flat tax» anche gli affitti per cercare di ridurre l'evasione fiscale. E al tempo stesso introdurre ampie detrazioni per gli inquilini varando un sistema fiscale conflittuale con i proprietari.
Una delle leggende metropolitane di moda è che aumentando al 20% l'aliquota sui titoli del debito pubblico a rimetterci sarebbero i piccoli risparmiatori. Le stesse cose si dissero quando l'ex ministro del tesoro Giovanni Goria introdusse la tassazione sui bot. Falso allora e falso oggi. Cifre, certamente approssimative, indicano che il 70% del debito pubblico italiano è in mani estere e che l'80% di quello in mani italiane è posseduto dalle imprese. Ai pensionati dunque finiscono solo le briciole. Pagare le tasse non è mai piacevole e diventa sgradevole quando c'è la consapevolezza che paghiamo troppo a causa di un'evasione di massa, senza la quale la pressione fiscale potrebbe scendere di 10 punti.
Sarkozy chiama Monti
su Il Sole 24 Ore
Ciclone Sarkozy, fresco dei primi cento giorni al potere, il presidente francese continua a cercare modi per stupire e rompere gli schemi. Per esempio, chiama due italiani a dargli consigli su come rilanciare l'economia: l'ex ministro Franco Bassanini, padre della riforma della pubblica amministrazione, e l'economista, Mario Monti, ex commissario europeo alla Concorrenza, rettore - e poi presidente - della Bocconi. Non solo. Sempre sul versante economico il nuovo inquilino dell'Eliseo ha messo nel mirino la Bce, santuario delle istituzioni finanziarie europee, mandando chiari segnali circa la necessità di ridurre i tassi di interesse, anziché aumentarli ancora di un quarto punto il 6 settembre, per non limitare l'accesso ai prestiti a famiglie e piccole e medie imprese. Insomma, la stretta creditizia, secondo la Francia, sarebbe una iattura. Parole dette in consiglio dei ministri e riferite alla stampa. Una mossa irrituale, che ha irritato i vertici dell'Eurotower.
Ma è sul fronte interno che Sarkò si sta muovendo a tutto campo: dalle riforme fiscali, alle nomine nella pubblica amministrazione, alla programmazione economica, alla giustizia. Un attivismo che ha pochi precedenti. Monti e Bassanini faranno parte della commissione del governo francese, presieduta da Jacques Attali, che dal 30 agosto avrà il compito di studiare delle soluzioni «pragmatiche» per «liberare» la crescita economica. Sette gli esperti stranieri. Oltre ai due italiani ci sarà anche, fra gli altri, la spagnola Ana Palacio, ex ministro degli esteri nel governo Aznar. E anvcora: Pehr Gyllenhamar, ex presidente di Volvo, a Peter Brabeck, patron del gigante alimentare Nestlé, da economisti come Philippe Aghion (Harvard) e Jean Philippe Cotis, a editorialisti come Yves de Kerdrel (Le Figaro) ed Eric Le Boucher (Le Monde).
Il presidente francese è riuscito a varare anche una riforma fiscale che prevede di raddoppiare dal 20 al 40% le detrazioni sugli interessi dei mutui ipotecari nel primo anno. Lo sgravio fa parte del pacchetto legislativo su lavoro, occupazione e potere d'acquisto che ha defiscalizzato gli straordinari e abolito patrimoniale e diritti di succesisone. Una sferzata che dovrebbe garantire un punto di Pil in più alla crescita asfittica dell'economia francese. Sul versante della pubblica amministrazione il presidente ha anche chiesto ai suoi ministri più fantasia e innovazione nelle nomine dei dirigenti della Pubblica amministrazione, mentre in fatto di giustizia è tornato ad essere il Sarkò che abbiamo sempre conosciuto, quelle delle maniere forti durante la rivolta parigina delle banlieues, chiedendo al ministro della giustizia, Rachida Dati, di processare anche chi commette crimini in stato d'infermità mentale. (Al.An.)
Garantismi insensati
Perché nessun incendiario resta in carcere
Giovanni Sartori sul Corriere della Sera
Ogni estate ripassa la stessa dolente storia dell'Italia incendiata da incendiari che meriterebbero, a mio sommesso parere, di essere incendiati. Invece nulla. Una legge del 2000 (la 423 bis del Codice penale) ha finalmente stabilito condanne da 4 a 10 anni per i piromani boschivi. Dopo sette anni le condanne definitive sono state zero, dico zero. Ci viene raccontato che i nostri fuochisti sono difficilissimi da acchiappare. Davvero? Un lettore ci scrive così: «Abito a Palermo e, come tutti i siciliani, sarei in grado di determinare il giorno e i luoghi dove scoppieranno gli incendi. Basta guardare le previsioni del tempo: una giornata di forte vento caldo è quella giusta. Quanto ai luoghi, i boschi veri si contano sulle dita». Ma anche se concediamo che la caccia all'incendiario sia più difficile, per esempio, della caccia al ladro, anche in questa dannatissima ipotesi il fatto resta che nel 2006 i piromani denunziati, e quindi individuati, sono stati 353. Tutti a spasso. Possibile? Perché?
Un po' perché gli italiani sono italiani. Che proprio non sono un popolo di santi, navigatori ed eroi, ma in buona parte un popolo di cultura contadina che detesta gli alberi e che non ama la natura. Una foresta che va in fiamme non li commuove. Tanto vero che i nostri incendiari sono largamente protetti da una indulgenza che non li vede come criminali, ma come poveracci che si arrangiano.
Ma neanche i giudici aiutano. I nostri magistrati sono stati addestrati da un formalismo giuridico avulso dalla sostanza dei problemi. Se poi questo formalismo li induce a violare il principio summum ius, summa iniuria (troppo diritto è somma ingiustizia), la difesa è che il loro dovere è di applicare la legge, non di interpretarla. Sì e no. Qualsiasi applicazione di una norma astratta a una fattispecie concreta sottintende un'interpretazione.
Tornando agli incendiari, forse le nostre facoltà di Legge dovrebbero insegnare anche un po' di ambientalismo: che i boschi sono un prezioso bene pubblico e che bruciarli li trasforma in un micidiale gas serra che inquina l'atmosfera e minaccia la nostra stessa sopravvivenza.
Pare che i nostri piromani usino anche i gatti cosparsi di benzina ai quali danno fuoco. Il che dovrebbe commuovere almeno quei magistrati per i quali la legna è soltanto legna, ma che stravedono per il loro gatto. Se il capo del Corpo forestale ritiene che «anche la proposta di un vescovo di scomunicare i piromani è una buona idea», allora a me ne viene in mente un'altra: proviamo a regalare a tutti i giudici un gatto. Se ogni gatto mettesse in galera un piromane, sarebbe un buon affare.
Prendiamo un caso per tutti. Il 10 agosto viene arrestato un pastore passeggiante nei boschi con tanto di 17 inneschi incendiari in saccoccia. Ma un pm di Latina lo rilascia perché «non si può arrestare se non in flagranza di reato e il pastore non stava accendendo un fuoco». Il che implica che un signore carico di inneschi deve aspettare, primo, l'arrivo della Forestale e che poi, secondo, la Forestale lo lasci effettivamente incendiare il bosco al fine di coglierlo in flagranza di reato e così di fornire al magistrato prove sufficienti per arrestarlo. Altrimenti ridiventa libero di continuare a incendiare (tanto vero che il nostro pastore era recidivo). Insensato? Sì. Ma il magistrato risponde che la colpa è del Codice penale, al quale lui deve obbedire.
A proposito
Jena su La Stampa
Fioroni, Bindi, Letta, Bettini, Cacciari, Caruso, le polemiche infiammano il centrosinistra. A proposito di piromani in libertà.
I diritti dei tiranni
Le Nazioni Unite hanno incaricato la Libia di presiedere e hanno invitato l'Iran a partecipare a un comitato ristretto di 20 Stati che si riunirà domani a Ginevra per «analizzare le misure contro le discriminazioni e la xenofobia già adottate a Durban nel 2001». Una delle pagine più vergognose dell'Onu.
Magdi Allam sul Corriere della Sera
È del tutto evidente che se nel nostro mondo globalizzato la gestione dei diritti umani viene affidata prima al dittatore libico Gheddafi e poi al regime nazi-islamico iraniano di Ahmadinejad, vuol dire che abbiamo perso la certezza della sostanza dei valori fondanti della nostra umanità e ci siamo di fatto sottomessi all'arbitrio di coloro che strumentalizzano la libertà e la democrazia per annientare la comune civiltà dell'uomo.
Come interpretare diversamente la notizia, diffusa dal quotidiano israeliano Yedioth Ahronot, secondo cui le Nazioni Unite hanno incaricato la Libia di presiedere e hanno invitato l'Iran a partecipare a un comitato ristretto di venti Stati che si riunirà domani a Ginevra per «analizzare le misure contro le discriminazioni e la xenofobia già adottate a Durban nel 2001»?
È dal gennaio del 2003 che la Libia presiede la Commissione Onu per i diritti umani, grazie a una sconcertante disponibilità dell'Unione Europea a favorirla scontrandosi apertamente con gli Stati Uniti. L'Italia ha avuto un ruolo cruciale nello sdoganamento di un regime che, per sua stessa ammissione, è stato uno dei maggiori sponsor del terrorismo internazionale e continua a capeggiare un fronte radicale arabo pregiudizialmente ostile al diritto di Israele all'esistenza e legittimante del terrorismo palestinese.
E poi c'è l'Iran.
Dall'inizio dell'anno sono già stati giustiziati almeno 161 iraniani, con delle impiccagioni nelle pubbliche piazze. Il governo Prodi ha coraggiosamente denunciato la violazione dei diritti umani in Iran e si è offerto per dare asilo politico a Pegah Emambakhsh, una lesbica fuggita dall'Iran nel 2005 e che ora rischia la condanna a morte tornando in patria dopo il rifiuto della Gran Bretagna di accoglierla. Peccato che contemporaneamente consideri irrinunciabile la salvaguardia dei rapporti commerciali con il regime iraniano, ciò che l'ha obbligato a fare una mezza smentita dopo che Teheran ci ha accusato di interferire nei suoi affari interni. E peccato che tanta disponibilità nei confronti di una vittima della discriminazione sessuale, non ci sia stata nei confronti di Mohamed Hegazi, il giovane egiziano condannato a morte perché convertito al cristianesimo e che simboleggia la persecuzione e l'esodo forzato a cui sono sottoposti migliaia di cristiani in Medio Oriente.
E poi c'è Durban. Una delle pagine più vergognose dell'Onu dove nel settembre del 2001 si arrivò a redigere un documento in cui si equiparava il sionismo al razzismo e si accusava Israele di «pratiche razziste» nei confronti dei palestinesi. Come è possibile che oggi si rivalutino e si ripropongano quelle aberranti dichiarazioni?
Ebbene se oggi finiamo per prendere lezioni di democrazia dai fascisti e dai nazisti islamici, ciò si deve al fatto che a furia di relativizzare la conoscenza, l'etica, la cultura e la religione, ci stiamo impiccando con le nostre stesse mani accettando ciecamente di salire sulla forca del politicamente corretto, per cui tutto e tutti hanno pari dignità a prescindere dai contenuti e dagli obiettivi conflittuali, e di metterci al collo il cappio della par condicio, per cui si accreditano e legittimano come interlocutori se non partner anche i nostri aspiranti e prossimi carnefici.
L'invenzione di un partito
Forza Italia e la mossa di Berlusconi
Ernesto Galli Della Loggia sul Corriere della Sera
Dispiace per tanti illustri politologi e osservatori che qualche tempo fa avevano sentenziato il contrario e ancora ieri lo ribadivano, ma la verità rivelata per l'ennesima volta dall'ultima mossa di Berlusconi è sotto gli occhi di tutti: Forza Italia era un partito di plastica, e di plastica è rimasto, nel senso che non ci sono iscritti, quadri, parlamentari, consiglieri comunali o regionali, non ci sono organi, non c'è discussione, non c'è nulla che conti qualcosa. C'è solo il capo, e il capo è lui per una sola ragione: perché ha le televisioni e un mucchio di soldi, e quindi paga tutto e ogni cosa, incluse naturalmente le campagne elettorali. Chi non crede che sia così provi a dire dove altro sarebbe possibile che il presidente di un partito ne fondi più o meno di nascosto un altro senza dire niente a nessuno e scegliendo, per gestirlo, una persona di sua esclusiva fiducia più o meno come un sultano sceglie la favorita. Certo, nessuno dei cosiddetti dirigenti di Forza Italia è autorizzato a protestare: chiamati a suo tempo a far parte dell'harem dovrebbero conoscere come funziona il meccanismo. Ma per l'appunto un harem non è un partito.
Eppure, dicono molti, la mossa di dare vita al «Partito della Libertà» e di affidarlo all'immagine ammiccante di Michela Vittoria Brambilla potrebbe rivelarsi elettoralmente azzeccata. Addirittura Lucia Annunziata, sulla Stampa, ha attribuito quella mossa a una specie di estro futurista, a «una vitalissima reazione alla Sconfitta, al Tempo, e dunque alla Morte», che avrebbero fatto capire al Cavaliere che sarebbe giunto il momento di distruggere la sua stessa creatura e di farne nascere una nuova. Osservo sommessamente che nell' Italia del 2007 non c'è davvero bisogno di essere Marinetti o di possedere un fiuto particolare per capire che la gente non ne può più di un certo tipo di politica e di politici. Il che però non fa che riproporre la questione del partito di plastica, dal momento che non si vede proprio come anche il nuovo «Partito della Libertà » potrebbe non esserlo.
Non è vero, infatti, che l'unica distinzione sensata è quella tra partiti che prendono i voti e quelli che non li prendono. Un partito di plastica può anche incontrare per mille ragioni il favore dell'elettorato e prendere un sacco di voti (si pensi a quanti ne prese a suo tempo l'«Uomo Qualunque») ma è a questo punto che scatta la distinzione davvero capitale, che è quella tra partiti che con i voti presi riescono a farci qualcosa e quelli che invece riescono a farci poco o nulla. E' permesso ricordare qual è stata la prova politico-programmatica che Forza Italia insieme alla Casa delle Libertà è riuscita a dare nella passata legislatura nonostante disponesse di una maggioranza parlamentare enorme? E' permesso ricordare qual è stata in quei cinque anni la qualità, o meglio l'inconsistenza, sia della maggior parte dei suoi ministri sia della leadership del suo capo? Quando si parla di plastica è di questo che si parla.
La verità è che la mossa di Berlusconi è un tentativo di uscire dall'impasse in cui il centrodestra si trova dalla sconfitta dell' anno scorso, ma evitando di affrontare qualunque nodo politico (a cominciare dal nodo delle ragioni della sconfitta per finire con quello del rapporto con gli altri partner dello schieramento) e puntando invece tutto su una soluzione organizzativa: inventandosi un nuovo partito. E' fin troppo ovvio però che è una soluzione destinata a non risolvere niente: in un modo o nell'altro, possiamo esserne sicuri, Niccolò Machiavelli si farà beffe anche di Michela Vittoria Brambilla.
La borsa e la vita
Furio Colombo su l'Unità
Il debito per la casa, il precariato nel lavoro, le tasse giuste. Che cosa hanno in comune queste tre bandiere della modernità e - secondo alcuni - del vero e disinibito riformismo? Tutte e tre appaiono democratiche. Vediamo. Lo scossone pauroso delle Borse (un panico domato solo per il momento) ha svelato la sua causa - il debitore non è più legato al debito, può comprarsi una casa con un prestito che forse non può pagare.
Questo fatto crea movimento e animazione fra i meno abbienti. Perché all'improvviso ottieni un prestito che - dal punto di vista del vecchio capitalismo - non ti spetta. Non hai «collaterali» (altri beni) o garanzie (qualcuno o qualcosa che, all'occorrenza, paga per te). Ma niente paura. Non c'è alcun legame personale o fisico fra chi ha dato i soldi e chi li riceve. È passata una merce del tutto nuova al mondo. Dal lato del debitore cresce il debito se cresce (come succede abbastanza spesso) il tasso di interesse ovvero il costo del denaro.
Il creditore invece si libera subito del tradizionale fardello dei soldi prestati e dal secolare grattacapo di riaverli indietro puntuali e con gli interessi. Come? Semplice. Vendendoli. Questi debiti infatti sono cifre che entrano in infinite combinazioni contabili. Passano di azienda in azienda, di gruppo in gruppo, di bilancio in bilancio cambiando di valore mentre attraversano il mondo e le Borse del mondo in cui quelle somme diventano azioni vendute e comprate dall'ultimo destinatario, l'investitore.
A questo punto il primo debitore e l'ultimo creditore sono lontanissimi e non si conosceranno mai.
Ma la nuova democrazia della Borsa (l'ingresso è aperto a tutti, compreso il debitore insolvente e l'investitore azzardato) da Hong Kong a Zurigo li rende uguali nel momento del panico. Quando? Quando, come è appena accaduto (e forse non è ancora finito di accadere) il costo del denaro sale, il compratore in debito della casa perde la casa, (e poiché come abbiamo visto, siamo ai piani bassi della scala sociale, perde tutto) e l'investitore che si è fidato di certi fondi molto moderni, che hanno incartato e rivenduto il debito, perde tutto ciò che ha investito.
Il panico di chi perde la casa non lo vede nessuno, o compare soltanto nelle pagine dei drammi sociali. Il panico di Borsa invece non solo ha una grande importanza psicologica perché scuote come un vento furioso l'albero della cuccagna (come è la Borsa per i veri giocatori e i veri investitori che hanno buone informazioni e sanno quando comprare e quando vendere) e non sai mai come quel vento malevolo potrebbe propagarsi. Ma chiama in causa le banche, la loro capacità di riserva e di solvenza, perché è nelle banche che è cominciata tutta la storia. È per questo che sentite notizie tranquillizzanti sull'immissione, da parte delle banche centrali, di grandi quantità di denaro sul mercato. Nonostante il tono festoso dei telegiornali, la notizia non riguarda noi tutti, che rischiamo il danno della inflazione e dei prezzi che salgono, ma nessun vantaggio.
E non riguarda quei poveretti che, a causa del costo del danaro più alto non possono più pagare la rata del mutuo e devono restituire la casa. Riguarda il rapporto fra grandi banche e grandi investitori, al fine, ragionevole certo, di rasserenarli e di far continuare, regolare e tranquilla, la loro vita d'affari. Però qualcuno ha pagato ed è caduto senza rete: ha pagato chi ha perso la casa: ha pagato l'ultimo investitore, che ha comprato l'ultimo debito presentatogli lungo la elegante catena detta delle cartolarizzazioni. Se era un piccolo investitore, se non aveva abilmente diversificato e se, come Pinocchio, aveva messo tutti i suoi risparmi nelle mani del Gatto e della Volpe (spesso con nomi illustri di grandi fondi di investimento), ha perso tutto.
Per questo il Premio Nobel per l'Economia Joseph Stieglitz si è indignato e ha detto al New York Times che ciò che sta accadendo in Borsa è una grande truffa. Ha detto che i soldi dovrebbero indirizzarsi verso chi ha pagato, all'inizio o alla fine, l'intera operazione, che nei passaggi intermedi ha prodotto ricchezza non più rintracciabile. Appello inutile. Nessuno, né governi né esperti, gli ha risposto. È probabile che abbiano pensato, con un po' di disprezzo: «Ma come è vecchio questo signor Stieglitz che va in cerca di paracaduti e rifugi e rimborsi per chi è stato sfortunato». Fortuna e sfortuna sono personaggi a pieno titolo del mercato. C'è chi diventa ricco e chi no. È la vita. La vecchia ostinazione socialistoide ad aiutare chi resta indietro mette piombo sulle ali dello sviluppo. Dunque grandi flussi di liquidità al mercato che va. E chi ha perso la casa o i risparmi si faccia una ragione. Se è giovane, ne ricavi la giusta lezione. Che è: qualcuno, anche se non sei tu, trae sempre beneficio dal rischio.
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Anche il lavoro precario, ovvero la nuova moderna forma di prestazione d'opera che garantisce un facile e agile flusso di scambi di lavoro e denaro tra parti diverse (chi ha bisogno di un po' di lavoro e chi ha bisogno di un po' di denaro) ha la caratteristica che ormai domina il mercato. I contraenti non si conoscono ed è bene che non si conoscano. Il prodotto (in questo caso il lavoro) viene sdrammatizzato: se la casa non è più il sogno grande e caro di una famiglia ma soltanto un frammento di cartolarizzazione (e peggio per chi non si è svegliato nel nuovo, dinamico clima) allo stesso modo smettiamola di fare del lavoro il punto di riferimento di una vita. Anzi, più si cambia e più sei libero. E anche qui si creano spersonalizzazioni e distanze da cui il mercato trae un grande vantaggio. Le persone molto meno. Però è il mercato il protagonista del momento, non le persone, dunque smettiamola con le lagne.
Una prova della spersonalizzazione del lavoro precario è stata data in una lettera inviata a la Repubblica (22 agosto) dai genitori di un intelligente e sensibile bambino tetraplegico, che dunque ha assoluto bisogno, a scuola (ha 10 anni), di un insegnante di sostegno. Raccontano i genitori che, nel nuovo mondo del precariato, quell'insegnante cambia continuamente, di anno in anno e anche di trimestre in trimestre, benché il bambino sia giunto alla quinta elementare sempre nella stessa scuola. Vedete la distanza, che resta grande e diventa più grande? La scuola dal bambino, il bambino dall'insegnante, l'insegnante dal piccolo allievo che ha bisogno di lui, ma anche dalla scuola di cui lui, l'insegnante, ha bisogno ma che lo riassegna continuamente, perché nessuno conosce e vuol conoscere nessuno.
E nessuno ha tempo o mani libere o anche solo attenzione per occuparsi della disperazione del bambino. Direte: ma è scuola pubblica. Vero, ma è immersa nella cultura del nostro tempo che dice: chiunque vale chiunque altro. Tu hai, in un dato momento, una casella libera, e la riempi con il materiale umano che hai sottomano in quel momento, senza badare a chi c'era prima e a chi viene dopo.
Strano che di tanto in tanto i teorizzatori entusiasti del mercato libero del lavoro sfoderino come una lama la parola merito. Nel migliore, nel più pulito dei casi, il merito premia il migliore fra i figli di coloro che hanno già una professione da condividere o una azienda da lasciare in eredità. Ho detto: nel migliore dei casi. Ma il caso tipico è che, qualunque cosa valga il figlio, è lui (o lei) che si prende lo studio o l'azienda. Il famoso caso Ikea, in cui il fondatore e titolare del Gruppo ha accantonato i figli per lasciare l'azienda ai suoi manager migliori, resta rarissimo.
Una bella pagina sulla spersonalizzazione e il precariato come nuova natura del lavoro, si trova in un articolo di Claudio Magris (Corriere della Sera, 18 agosto), sul labirinto dei numeri verdi, voci elettroniche che si alternano a voci umane in un intrico di rimbalzi verso il niente e verso il vuoto. Perché la voce umana del call center dovrebbe prendersi cura di te visto che, nella sua vita di lavoro, non conta più della voce elettronica?
Ma la parola merito dà i brividi quando l'utente viene improvvisamente e inaspettatamente a contatto con una voce intelligente, informata, partecipe, di quelle voci che, a volte, dal centralino di un'ambulanza o di un servizio essenziale, confortano un anziano, aiutano un bambino, salvano una vita.
Perché ho detto che provo un brivido alla parola merito? Perché al momento di dare una sfoltita all'organico di quel precariato perfetto che sono i centralini dei servizi e i call center, la voce umana, intelligente, partecipe, non farà alcuna differenza. Va via quando deve andar via, col prossimo taglio dei costi (che, nel mondo del lavoro precario, viene sempre) senza badare al mitico merito. Esattamente come (ci dicono i genitori che hanno scritto l' angosciata lettera a la Repubblica) è avvenuto per il piccolo scolaro tetraplegico. Il più bravo e abile degli insegnanti, che aveva elaborato un programma speciale in base a un di più di conoscenza, di preparazione, di buon lavoro, è stato spazzato via come gli altri, come quelli che a mala pena si erano occupati del caso.
Ecco dunque il vero esito del precariato. Diventa precario non solo chi lavora, ma anche gli allievi, gli utenti, coloro che hanno bisogno di un servizio, diventano precari anche gli assistiti e i malati. Il nuovo film di Michael Moore (Sicko, alterazione della parola sick, malato) dimostra che, in un mondo ospedaliero di costi continuamente tagliati, i pazienti diventano tutti precari, anch'essi senza diritti, senza identità, senza altro riferimento che non sia il mercato. Ecco perché c'è da restare almeno perplessi quando ti dicono che questa è la modernità, la riforma, il vero futuro. E ti buttano in mezzo la parola merito benché nessuno di noi, in questi nostri giorni, sarebbe in grado di indicare il tale o tal altro giovane di qualunque professione o mestiere che sta dove sta, in una bella carriera, per merito. Forse ho scarse conoscenze di persone di valore. Qualche lettore vorrà aiutarmi, e citare casi diversi?
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In questo deserto compare un nuovo precario: il contribuente. Scoppia all'improvviso la polemica delle tasse, che fa del maxievasore Valentino Rossi una specie di eroe e di simbolo. Anche qui la distanza e la spersonalizzazione è grande e paurosa. Tu non sei nessuno e il fisco fa quello che vuole. Oppure: tu sei bravo e furbo e tieni in scacco il fisco come vuoi e quanto vuoi e basta un po' meno celebrità di Rossi per restare al coperto anche dopo decenni di ricchezza rampante.
A confronto con ogni altro Paese si cade nel ridicolo quando Bossi e la Lega dichiarano lo sciopero fiscale nel Paese celebre nel mondo per la sua inclinazione diffusa a evadere in tutto o in parte il pagamento delle tasse.
Rimpiango che qualche autorevole americano, che spesso ci ammonisce sulla strada giusta in politica estera, non abbia ritenuto di far sapere, a Bossi, a Calderoli, a Tremonti, ma anche al cardinale Bertone, che cosa succede se un cittadino americano di qualsiasi livello e rango economico, invece di pagare, nel giorno e nell'ora stabilita dalla legge, si mette a riflettere in pubblico su che cosa sia la tassazione giusta. Segue immediato intervento dello Stato che vuole i soldi dovuti, puntuali e subito e non ha alcun interesse alla riflessione. È uno dei pochi casi in cui le istituzioni americane non tollerano cauzioni o dilazioni o condoni.
Ogni democrazia rispettabile e con un minimo di memoria storica sa che non esiste una tassazione giusta. Esistono Parlamenti eletti che confrontano, esaminano, valutano, decidono, con decisioni che si chiamano leggi. Esistono governi che, da un lato, sono fermi nelle loro decisioni; e dall'altro comunicano bene e in modo inequivocabilmente chiaro con i cittadini-contribuenti. Ma non buttiamo sulla scena il rapporto tra tasse alte e servizi impeccabili. Per esempio negli Stati Uniti il trasporto di massa, la scuola pubblica, gli ospedali (vedi Sicko di Moore) nonostante la tassazione perfetta, sono molto inferiori a ciò che dovrebbero garantire le tasse, che pure nessuno si azzarda a discutere. E sono molto peggiori che in Italia. In quella stessa America la proposta di organizzare un Tax day o maxi protesta contro le tasse decise dal legittimo Parlamento, come propone Gianni Alemanno, stroncherebbe la sua carriera politica e quella di tutti gli altri membri del Parlamento disposti ad associarsi a quella goliardica proposta. Tutto questo in America. Direte: che cosa c'entra con le primarie del Partito democratico in Italia? C'entra, c'entra. Ha detto giustamente Francesco Rutelli (sia pure con intenzioni politiche diverse): «Che primarie saranno se non affronteremo i problemi più importanti del Paese?». Per quel che ne so Veltroni è d'accordo. Le primarie, e anzi l'intera vita e identità del Partito democratico, cominciano qui.
Il mio «rione Sanità» Big Michael in Italia
Il regista in Italia per il lancio di «Sicko», fa arrabbiare il centrodestra e provoca il centrosinistra. «Berlusconi voleva essere come Bush tagliando ogni spesa sociale. Per questo mi permetto di suggerire a chi è ora al governo di non seguire più gli Stati uniti in questa guerra illegale. Spendete i soldi delle armi per i vostri cittadini»
Cristina Piccino su il Manifesto
Roma - Arriva un'ora dopo mortificato. Si scusa moltissimo, il volo dagli Stati uniti la notte prima ha fatto sette ore di ritardo. Pensate, dice, dovevamo essere in albergo alle dieci di sera e ci siamo arrivati alle cinque di mattina. L'applauso è subito caloroso e prolungato. A attenderlo in sala per l'incontro romano di lancio del film c'è anche il ministro della sanità Livia Turco che ha adorato Sicko. Michael Moore indossa calzoncini corti e quell'aria da ragazzone stordito che non te lo aspettersti così in forma. Invece zac!, basta una frase e sono sciabolate di umorismo, conoscenza di ogni dettaglio (per l'occasione anche la sanità italiana), leggerezza dell'ironia, pure su di sé, che fanno a pezzi un sistema. In Fahrenheit 9/11 era la guerra «giusta» di G.W. Bush, qui è il sistema sanitario americano che lascia morire le persone se non hanno abbastanza soldi per pagarsi la cura. Un' indagine secca e drammatica nella disperazione di un paese che all'esterno continua a giocare l'immagine della grande potenza e dentro non è in grado di occuparsi dei suoi cittadini.
Chissà se è anche per questo che all'Italia Moore ci teneva in particolare. Il suo arrivo infatti non era previsto, Moore era a Sarajevo, al festival, dove Sicko è stato proiettato in chiusura. «Mi sono detto: ma la Bosnia non è vicina all'Italia? Questo per darvi un'idea della conoscenza geografica che abbiamo noi americani del resto del mondo». Un po' si sentiva anche «obbligato» dal successo di Fahrenheit 9/11, che da noi ha ottenuto al botteghino uno degli incassi più alti nel mondo. Poi c'è il cinema italiano, Ladri di biciclette, e tutti gli altri, da ragazzo una fonte di ispirazione preziosa. Ma soprattutto c'è quel Mister Berlusconi che citerà spesso, un tipo a cui piaceva tanto l'America di Bush e i suoi sistemi e «guardate che casino ha lasciato a chi è venuto dopo».
Il centrodestra non ha gradito. Attacchi ai limiti dell'insulto a Moore definito «bugiardo». Intanto la sera il regista presenterà il film al pubblico. Con lui l'amica prediletta in Italia, Sabrina Guzzanti. «Quando ho visto Viva Zapatero mi sono detto, è incredibile ho una sorella dall'altra parte del mondo».
«Sicko» è un documento molto duro verso il sistema sanitario negli Stati uniti. Lei lo costruisce però attraverso una serie di giustapposizioni, partendo da singoli casi piuttosto che da una critica generale.
Ci siamo subito detti coi miei collaboratori che non dovevamo raccontare alla gente qualcosa che sa già, cioè che la sanità nel nostro paese è vergognosa. Se guardiamo la classifica dell'Oms (organizzazione mondale della sanità) troviamo l'Italia al secondo posto, la Francia al primo, e gli Stati uniti solo al trentasettesimo. Sembra incredibile no? Almeno rispetto all'immagine che si ha di noi, un paese ricco, pieno di medici bravissimi e famosi, dove si fanno continue scoperte in campo farmacologico. Tutto vero. Abbiamo degli ottimi apparati, dei bravi medici, il punto è però che la maggior parte dei cittadini non ha diritto a usufruirne. Cinquanta milioni di cittadini americani sono tagliati fuori da tutto questo perché non hanno i soldi necessari con cui pagare le cure. Ma anche tra chi ha un'assicurazione le cose non vanno meglio. I costi sanitari infatti sono altissimi, c'è gente che per pagare l'ospedale nonostante l'assicurazione ha perso tutto, è finita in strada, gli hanno tolto anche la casa dove abitava. Vi viene in mente un italiano a cui hanno preso la casa per pagare le spese ospedaliere? Ci si può lamentare, lo fate voi italiani, lo fanno i francesi, i canadesi, gli inglesi, ed è giusto, ogni sistema sanitario proprio perché riguarda una fascia sociale così ampia ha delle lacune. Però almeno ce lo avete un sistema sanitario.
È per questo che usa nel film l'esempio di altri paesi?
Criticare soltanto il nostro sistema sanitario non serviva a molto perché tutti sappiamo di cosa si tratta. Ovviamente non è mio compito valutare il funzionamento della sanità in un altro paese. Ma ripeto, per quanto possiate criticare, avete un sistema a cui riferirvi. E quando è così vuol dire che ci sono dei valori riconosciuti che danno diritto al cittadino di essere curato senza denaro, è una cosa normale. Da noi no.
C'è sempre il rischio della politica, le scelte di chi è al governo in quel momento.
Credo che il diritto alla sanità se diventa un valore va al di là della politica di un governo. La maggioranza degli italiani sia con la destra che col centro che con la sinistra continua a pensare di poter vedere i medici, avere le cure etc. Certo se poi ti ritrovi con un governo conservatore il cui primo ministro ammira Bush e gli Stati uniti e vuole essere come noi, è un guaio. Perché a quel punto è chiaro che la prima mossa sarà tagliare la rete di sicurezza sociale in favore del privato colpendo i cittadini meno abbienti. Berlusconi ha provato a tagliare tutto costringendo chi è venuto dopo a rimettere le cose a posto. E nel caso del governo attuale deve farlo da sinistra. Per questo mi permetto un consiglio approfittando anche della presenza del ministro: il vostro sistema sanitario è sottofinanziato, aumentate i fondi per questo invece di unirvi agli Stati uniti nel sostegno di una guerra illegale. Fate che i soldi per le spese militari tornino ai cittadini.
Nei suoi paragoni tra Stati uniti, Europa e Canada non è però solo il sistema sanitario a non funzionare. Sembra che l'intero sistema di vita americano sia da rivedere.
Facevamo uno show televisivo, The Awful Truth, una volta ci capita una persona che aveva problemi con la sua compagnia di assicurazioni che non voleva pagargli un trapianto di organi. È stato lì che ho cominciato a pensare a Sicko... Un'altra volta avevamo deciso di intitolarlo la «serata della vacanza italiana». Sono andato a Times Square, ho fermato diversi italiani chiedendogli quanti giorni avevano di vacanze. Una ragazza mi ha detto sei settimane, un altro quattro e erano tutte pagate. In Francia ci sono le 35 ore, in America questo è impensabile. Credo che ci ammaliamo anche perché lavoriamo troppo e male. Insomma il mio problema è: perché noi che siamo una superpotenza moriamo prima di voi? Vi lamentate dei tempi di attesa per protesi, chirurgia plastica, però se è questione di vita o di morte magari aspettate meno che negli Stati uniti. Da noi si fa in fretta ma è facile quando si eliminano dalla coda cinquanta milioni di persone. Il problema è che voi italiani ascoltate troppo quel signore che si chiama Gesù, quella storia degli ultimi che saranno i primi, dei pani e dei pesci ... Vi racconto una cosa, e mi diverte farlo a pochi metri dal Vaticano. Un tipo va da Gesù e dice: 'come faccio e entrare nella grande casa?' Gesà gli dice: ' ti do io la chiave di accesso. Mi avete curato quando ero malato, sfamato quando ero affamato e allora avete diritto a entrare nella grande casa. Credo però che il signor Berlusconi non si è conquistato questo diritto'.
Non pensa che l'immagine così positiva di altre realtà, utile a sostenere il suo discorso sugli Stati uniti, sia un po' eccessiva? Il fatto è che la politica applicata negli Stati uniti sta dilagando nel resto del mondo. O voleva avvertirci del pericolo?
Dice così perché in Italia siete al secondo posto della classifica sanitaria, dopo i francesi, e questo non vi piace. Potete provare a batterli, col calcio ci siete riusciti ... Il mio è un punto di vista da americano. Con quanto ha perduto Segolene Royal contro Sarkozy in Francia? Il 46%? Provate a pensare negli Stati uniti un partito che con la parola «socialista» nella sua siglia arriva al 46%, e al di là del programma. Per voi è una sconfitta ma non si deve piagnucolare. Siamo aggrediti da quelle forza che sono il capitalismo e le multinazionali in America. Per questo ci vuole tutta la nostra responsabilità. Se i nostri figli non avranno una pensione o avranno solo un lavoro precario è perché non li abbiamo protetti come si doveva in una società globalizzata. Anche Chirac quando è stato eletto ha provato a tagliare la spesa sociale. La gente ha reagito e lui ha capito che non avrebbero tollerato questi tagli. Alla fine ci si stanca di questi uomini di affari.
La sanità è un tema centrale nei programmi dei democratici americani.
Finora non mi sembra che si sia affrontato il cuore del problema, che è il sistema stesso basato su profitto e avidità. Si devono eliminare le società di assicurazioni private e controllare meglio le multinazionali farmaceutiche... John Edwards ha un progetto che ancora una volta prende nostri soldi per pagare le assicurazioni private. Obama invece non ha ancora presentato il suo progetto, però mi aspetto da lui qualcosa di nuovo.
Sacco e Vanzetti nell´America della pena capitale
Andrea Camilleri su la Repubblica
Il secolo che ci siamo lasciati alle spalle appena sette anni fa è stato brillantemente descritto dallo storico britannico Eric Hobsbawm «il secolo breve». Una definizione forse più esatta, però, sarebbe «il secolo compresso», perché mai un periodo di 100 anni ha visto così tante guerre mondiali, così tanti progressi scientifici e tecnologici, così tante rivoluzioni, così tanti eventi epocali ammonticchiati l´uno sull´altro. Il secolo passato sembra come una valigia troppo piccola per contenere tutto quello che è successo: è troppo piena di vestiti vecchi, e ce ne sono alcuni che ci impediscono di chiuderla e metterla via in soffitta una volta per tutte. Uno di questi è il caso di Nicola Sacco e Bartolomeo Vanzetti. Nel secolo trascorso, milioni di uomini e donne sono morti in guerre, epidemie, genocidi e persecuzioni, e purtroppo la loro memoria corre serissimo rischio di scomparire.
Eppure la morte di Sacco e Vanzetti sulla sedia elettrica 80 anni fa, così come la morte di John e Robert Kennedy sotto i proiettili dei killer, sono destinate a rimanere nella nostra mente.
Forse perché, come per i fratelli Kennedy, troviamo ancora difficile accettare le ragioni, o la mancanza di ragioni, della loro morte. E in Italia, dove l´omicidio insensato (o fin troppo sensato) è stato per lungo tempo un elemento del panorama politico, questo disagio lo si avverte con asprezza.
Nel caso di Sacco e Vanzetti, sembrò subito chiaro a molti, in Europa e negli Stati Uniti, che il loro arresto, nel 1920 inizialmente per possesso di armi e materiale sovversivo, poi con l´accusa di duplice omicidio commesso nel corso di una rapina nel Massachusetts i tre processi che seguirono e le successive condanne a morte erano pensati per dare, attraverso di loro, un esempio. E questo nonostante la completa mancanza di prove a loro carico, e a dispetto della testimonianza a loro favore di un uomo che aveva preso parte alla rapina e che disse di non aver mai visto i due italiani.
La percezione era che Sacco, un calzolaio, e Vanzetti, un pescivendolo, fossero le vittime di un´ondata repressiva che stava investendo l´America di Woodrow Wilson. In Italia, comitati e organizzazioni contrari alla sentenza spuntarono come funghi non appena essa fu annunciata. Quando la sentenza fu eseguita, nel 1927, il fascismo era al potere in Italia da quasi cinque anni e consolidava brutalmente la propria dittatura, perseguitando e imprigionando chiunque fosse ostile al regime, inclusi naturalmente gli anarchici. Eppure, quando Sacco e Vanzetti furono giustiziati, il più grande quotidiano italiano, il Corriere della sera, non esitò a dedicare alla notizia un titolo a sei colonne. In bella evidenza tra occhielli e sottotitoli campeggiava un´affermazione: «Erano innocenti».
Non c´è probabilmente un solo quotidiano italiano che non abbia dedicato un articolo a questo caso, ogni 23 agosto, dal 1945 a oggi.
Nel 1977 fu dato grande risalto alla notizia che Michael Dukakis, all´epoca governatore del Massachusetts, aveva riconosciuto ufficialmente l´errore giudiziario e aveva riabilitato la memoria di Sacco e Vanzetti.
In Italia, la loro storia diventò il soggetto di uno spettacolo teatrale, che ebbe grande successo prima di venire trasformato, nel 1971, in un bellissimo film, diretto da Giuliano Montaldo, con splendide interpretazioni e una colonna sonora di Ennio Morricone, che comprendeva anche canzoni di Joan Baez. (Anche l´album di Woody Guthrie, Ballads of Sacco and Vanzetti, del 1960, ebbe un grande successo in Italia.). E nel 2005, la Rai, la televisione pubblica italiana, ha prodotto un lungo programma sui due italiani giustiziati. (Stranamente, per qualche ragione, la Rai non ha mai trasmesso, nonostante ne abbia acquisito i diritti molto tempo fa, The Sacco-Vanzetti Story, un film per la televisione girato nel 1960 da Sydney Lumet.)
E adesso un sito italiano ospita una vivace discussione sul caso dei due anarchici. Uno dei tanti partecipanti al dibattito scrive: «L´unica colpa di quei poveracci era di lottare contro il razzismo e la xenofobia».
E un altro: «Che cosa è cambiato? La pena di morte in America esiste ancora, certe volte perfino per degli innocenti, e il razzismo e la xenofobia sono in aumento». E un terzo: «È impossibile fare paragoni fra quel periodo e questo. Oggi i tribunali fanno errori, errori gravi, ma comunque errori, mentre allora fu commesso un omicidio bello e buono, a fini esclusivamente politici. E anche se il razzismo è ancora vivo e vegeto negli Stati Uniti, sono stati fatti grandi passi avanti». Infine, una conclusione: «Fu una faccenda sporca in un´epoca difficile».
Una faccenda sporca davvero se gli italiani, solitamente indulgenti verso la terra che ha accolto così tanti loro concittadini bisognosi che partivano emigranti, ci si soffermano ancora, dopo tutti questi anni. Il dibattito, a quanto sembra, è tuttora in corso. Un segnale, forse, che la ferita non si è ancora cicatrizzata. E che ancora, per quanto ci sforziamo, non riusciamo a chiudere quella valigia.
Copyright The New York Times Syndicate. Traduzione di Fabio Galimberti
26 agosto 2007
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