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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 19 agosto 2007



Le feste dell'Unità al tempo del Pd
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

L´anno scorso, tratteggiando una "mappa" delle feste di partito, nel centrosinistra, emergeva un´assenza significativa. In mezzo a un tripudio di feste dell´Unità, diffuse un po´ ovunque, qui e là si celebravano altri riti estivi. Organizzati da Rifondazione (Festa di Liberazione), la Margherita, i Verdi (Festambiente). Perfino dall´Udeur (Festa del Campanile) e dalla Lista Di Pietro. Un Paese in festa. Almeno d´estate. Con una evidente eccezione: il Partito Democratico.
Un marchio votato da milioni di elettori (sotto le liste dell´Ulivo). Che non disponeva, però, di una vera occasione di festa. Fino a un anno fa. Quest´estate, invece, nei dintorni di Urbino e Pesaro, zona tradizionalmente "rossa", abbiamo visto manifesti contrassegnati da diverse e curiose combinazioni di sigle e di bandiere. Festa dell´Unità (FdU) e dell´Ulivo; FdU e del Pd; FdU e dell´Ulivo per il Pd; FdU, dell´Ulivo e del Pd. Qui e là, isolata, qualche "festa dell´Ulivo", senza altre denominazioni. (Ma nessuna festa del Pd). Mentre resistono, in gran numero, le Feste dell´Unità.
Insomma, una "foresta di simboli" politici. Evoca la fase di passaggio, che stiamo attraversando. Sospesa tra partiti che hanno chiuso con il passato e altri fin troppo nuovi. Al punto che, per ora, hanno solo un futuro (assai prossimo) da coltivare. Eppure, un vocabolario di feste politiche tanto composito suggerisce anche qualche disagio. Ben sottolineato dalla polemica sollevata dalla proposta dal politologo Salvatore Vassallo, sostenitore, fra i più rigorosi, del Partito Democratico. Nel compilare un decalogo per la costruzione del Pd, Vassallo, nei giorni scorsi, ha inserito anche un "comandamento" che prevede il superamento delle Feste dell´Unità. Dove molti Democratici potrebbero sentirsi "ospiti graditi, ma non padroni di casa". Suscitando reazioni accese, fra molti dirigenti e militanti diessini.
Indisponibili a "cedere" la titolarità, la responsabilità e, magari, il controllo (amministrativo) della "loro" festa. La tentazione di scivolare nell´ironia, per quanto comprensibile, va controllata. Anche se sulle "feste dell´Unità" c´è un´ampia letteratura dall´impronta folk. Tuttavia, a noi la questione pare fin troppo seria. Perché permette di ragionare sulle basi del consenso ai partiti tradizionali, in Italia. E sui problemi conseguenti alla costruzione di un "nuovo" soggetto politico, che si propone di "andare oltre" i modelli del passato. La "festa dell´Unità", infatti, riassume molti degli aspetti che caratterizzavano il "partito di massa", nel corso della prima Repubblica. Il Pci, soprattutto, ma anche la Dc hanno costruito e mantenuto il loro consenso attraverso un profondo legame con la società e il territorio.
Costituivano dei soggetti di partecipazione, di "educazione", inseriti nella vita quotidiana. Così, in particolare nelle zone rosse dell´Italia centrale, votare a sinistra era il riflesso di un´appartenenza totale. Che si esprimeva in ogni momento e in ogni luogo. Nell´associazionismo economico e sindacale, nel tempo libero, nei consumi. Una vita trascorsa tra case del popolo, coop, arci, cgil, cna. E sezioni di partito.
Qualcosa di simile avveniva nelle zone bianche: nel Nordest e nelle province periferiche del Nord, dove dominava la Dc. Il cui retroterra associativo e organizzativo, tuttavia, preesisteva; in quanto faceva riferimento alla Chiesa e al mondo cattolico.
Le feste dell´Unità, di questo sistema di appartenenza, costituivano il riassunto fedele. Il luogo in cui la vita quotidiana e privata si incontra con quella pubblica. In cui lo spirito volontario dei militanti si traduce in "servizio" (negli stand gastronomici e no). In cui la passione si mischia all´evasione; e l´impegno al piacere. Dove si discutono i destini del mondo a tavola, di fronte a una piadina e a un quarto di vino. Dove la politica fa "comunità". Tutto al riparo delle bandiere rosse.
Per questo sono sopravvissute. Al Pci, al Pds e ai Ds. Per questo "resistono" al sopravvento del Pd. Perché echeggiano una memoria profonda e radicata. Gramsci, Berlinguer, la casa del popolo, la vita di fabbrica, l´impegno in quartiere. E poi D´Alema, Fassino, lo stesso Prodi. Tutti insieme. Senza soluzione di continuità.
Sono sopravvissute, le feste dell´Unità, non solo al Pci e ai soggetti politici venuti dopo, ma anche al modello di partito in cui sono sorte. Di cui costituivano un incrocio. Il partito di massa. Non c´è più. Non può ritornare.
In Italia, si è imposto il partito mediatico personalizzato, inventato e interpretato da Berlusconi. E imitato da tutti, anche a sinistra, con esiti diversi. La televisione ha rimpiazzato il territorio. La comunicazione ha sovrastato la partecipazione. Le passioni politiche hanno perduto intensità, ma anche significato. Nella biografia della gente, la politica conta meno di un tempo.
Comunque, non è più percepita come un elemento "normale", che attraversa la vita quotidiana. Ma come una frattura. Oggi, i settori sociali più "politicizzati", non a caso, sono anche i più estremisti. Oppure i più antipolitici. Quelli che: "la politica fa schifo e i politici anche".
Costruire un nuovo partito oppure un nuovo modo di fare politica significa, necessariamente, andare oltre il partito di massa. Ma anche oltre ciò che lo ha sostituito. Oltre il "partito come Chiesa", ma anche il "partito personale", celebrato attraverso il rito dei media. Oltre la forbice tra "partito comunità" e "partito senza società".
Di fronte a questo bivio, il Pd procede ancora incerto. Viene da partiti che hanno memoria lunga e radici profonde. Ma non ha riferimenti internazionali e storici precisi e definiti. Non è socialista, ma neppure americano (come suggerirebbe il nome prescelto). Su alcune questioni sociali ed etiche importanti, è diviso. E´ maggioritario, per strategia. Ma al suo interno resistono vocazioni partigiane e proporzionali. Come rivela la sua incertezza fra sistema elettorale francese e tedesco. Così, la polemica sull´etichetta delle feste di partito è meno futile di quanto sembri. Perché costringe a interrogarsi su cosa sarà, su cosa voglia diventare, il Pd, rispetto a ciò che c´era prima. Se il suo cammino debba procedere ammainando le bandiere del passato, le identità e i sistemi organizzativi da cui origina. Se debba avere una bandiera, un´identità, un´organizzazione specifiche e originali. Che assorbano e sostituiscano quelle precedenti. Se, come il Pci e la Dc di ieri, debba costruire mille "case del popolo" locali. Promuovere mille feste popolari di paese. Sventolando le proprie bandiere, esibendo il proprio nome.
Da parte nostra, immaginiamo l´identità del Pd come un "perimetro". Un "confine mobile" e non "un immobile" (visti i tempi, i rischi di svalutazione sarebbero, d´altronde, molto forti). Un´area, che distingue e delimita tradizioni ed esperienze diverse. Alla ricerca di un senso e di un destino comune. Per cui non ci preoccupa se sventolano le bandiere rosse, accanto e insieme alla bandiera del Pd (che peraltro ignoriamo; ci viene in mente solo quella dell´Ulivo). Tanto meno ci preoccupa che resistano, ancora a lungo, le FdU.
Auspichiamo, invece, che altre feste, intitolate al Pd e all´Ulivo, si diffondano, accanto ad esse. Ma senza sostituirle. Senza trasformare le mille FdU in altrettante FdPd. Perché le FdU sono irripetibili, slegate dal loro retroterra. E il Pd, peraltro, non le deve ripetere. Non deve cercare di identificarsi con la società o di confondersi nella vita quotidiana. Tanto meno di "colonizzarle". Ma di dar loro rappresentanza. Perché il futuro partito – se vuole avere un futuro – non deve riprodurre il passato. Ma neppure negarlo, riscriverlo o, peggio, occultarlo. Deve rispettarlo. Guardare avanti. E tirare diritto.
Perché, infine, chi vuole costruire il Pd ha ancora molto da lavorare. Il tempo della festa verrà più avanti.


Le leggi dettate dalla ideologia
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Gavino Angius, senatore di Sinistra democratica (il gruppo che si è staccato dai Ds di Piero Fassino e non intende collaborare alla creazione del Partito democratico) ha dichiarato al Corriere che l'attacco di Rifondazione comunista contro la legge Biagi sul mercato del lavoro è "sbagliato e strumentale (...) figlio di una degenerazione propagandistica che ha del grottesco". Non è vero, secondo Angius, che quella legge abbia prodotto un'ondata di precariato: "In questi anni il lavoro regolare, ancorché flessibile, è aumentato per milioni di giovani. Merito della legge Treu e in parte anche della Biagi. In questo modo si è contrastato in parte il lavoro nero. Perciò eliminare queste leggi sarebbe un'operazione folle".
Nella sostanza questi paiono argomenti ragionevoli, sostenuti nelle scorse settimane da studiosi e uomini politici di diverso colore, spesso con dati comparativi sulla situazione italiana e quella di altri Paesi dell'Unione Europea. I sostenitori di tesi opposte dovrebbero replicare con altri argomenti e soprattutto con altri dati statistici. Ma le parole di Angius al Corriere hanno il vizio di provenire da un senatore di sinistra, vale a dire da un uomo che dovrebbe affermare esattamente l'opposto. Scatta così ancora una volta il meccanismo delle contrapposizioni ideologiche e soprattutto dei sospetti. Con un articolo di Rita Gagliardi, Liberazione,
quotidiano di Rifondazione comunista, si chiede quali siano le reali intenzioni di Angius. E' "uno spregiudicato uomo di manovra "? E' una quinta colonna del Partito democratico? E' un tenace avversario della "Cosa Rossa", la nuova formazione che dovrebbe nascere dall'incontro tra Rifondazione, Comunisti italiani, Verdi e Sinistra democratica? Appartiene a quella schiera di socialdemocratici europei (Blair e Brown, per esempio) che sono diventati centristi, liberisti, social- liberali? Non si rende conto che la battaglia contro la legge Biagi è "una grande insostituibile battaglia di civiltà"?
Nulla di nuovo, soprattutto in un Paese in cui i principi sono più importanti delle soluzioni, gli slogan contano più degli argomenti e le leggi sono buone soltanto quando si conformano ai dettati dell'ideologia. In queste eterne "grandi manovre" tra forze che si fanno e si disfano in nome del Vero e del Giusto, Treu e Biagi sono soltanto campi di battaglia, munizioni per la lotta, strumenti per mettere alla prova l'ortodossia del dissidente e dell'eretico.
La vittima di questa ennesima faida italiana è l'economia nazionale. Dovremmo parlare delle ragioni per cui una legge, probabilmente utile negli anni Settanta (lo Statuto dei lavoratori), sia poco adatta a regolare un mercato che le nuove tecnologie e la globalizzazione hanno radicalmente cambiato. Dovremmo chiederci quale siano le esigenze del Paese oggi e come sia possibile conciliare la domanda di stabilità dei lavoratori con il bisogno di flessibilità delle imprese. Dovremmo verificare i risultati di una legge con le cifre alla mano, fare i necessari aggiustamenti, tenere d'occhio i risultati piuttosto che gli schemi intellettuali. Ma la politica italiana, a sinistra come a destra, preferisce i proclami ideologici e le reciproche accuse. Divinizzata dalla destra al di là dei suoi meriti, la legge Biagi viene ora demonizzata da una sinistra massimalista che ignora i suoi risultati e non tiene conto dei suoi limiti. Questa politica non vuole cittadini elettori. Vuole soltanto seguaci credenti e obbedienti, sempre pronti a manifestare e a contro-manifestare. Peccato che altri Paesi nel frattempo abbiano altri metodi di lavoro e allunghino con il loro passo la distanza che li separa dall'Italia.


La politica frattale
Luca Ricolfi su
La Stampa

Prendete un fiocco di neve e guardatelo al microscopio: vedrete un'elegante figura geometrica, con un perimetro aguzzo e frastagliato. Fate uno zoom e ingrandite un particolare del perimetro: sorpresa, rivedete lo stesso tipo di perimetro, aguzzo e frastagliato. E così via, zoom dopo zoom. Qualcosa di analogo succede dall'aereo, se provate a guardare le coste di un'isola frastagliatissima come la Gran Bretagna: il profilo di un tratto di costa di mille chilometri somiglia a ogni sua singola porzione di cento.
E quest'ultima a ogni singola porzione di dieci. I matematici, fortunati loro, hanno le parole per descrivere questa strana proprietà di annidamento, per cui il tutto è contenuto in ogni sua singola parte: parlano di figure autosimili e hanno inventato la geometria frattale per descriverle.
Gli studiosi di sociologia e di politica invece no, una parola non l'hanno. Che io sappia, non esiste un termine per dire che un certo oggetto sociale è autosimile, ossia riproduce sempre se stesso a qualsiasi livello lo si scomponga. È strano, perché un oggetto di questo tipo invece esiste ed è sotto gli occhi di tutti: la sinistra italiana.
Guardiamola prima dall'alto, sotto forma di coalizione. L'Unione è un cartello elettorale, che riunisce tutte le forze di sinistra e che è stato messo insieme con alcuni strumenti peculiari: un manifesto volutamente ambiguo (le famose 281 pagine del programma), una procedura di investitura del leader di tipo bulgaro (il plebiscito delle primarie), un meccanismo di selezione dell'élite politica perfettamente oligarchico (le candidature decise a tavolino). Il risultato è che, una volta vinte le elezioni, ogni partito dell'alleanza interpreta il programma a modo suo, il presidente del Consiglio passa il suo tempo a mediare fra le diverse componenti, correnti e sottocorrenti (dette eufemisticamente "differenti sensibilità"), l'azione di governo - risultante di mille spinte e controspinte che si elidono a vicenda - è lenta e impacciata, per non dire altro.
A questo punto, una parte dell'alleanza, ossia il tandem Ds-Margherita, si decide finalmente a varare il Partito democratico, di cui si parla da 12 (dodici!) anni. Allora proviamo a guardare dentro questa "parte", nata per neutralizzare le tensioni e le ambiguità del "tutto" di cui è il nucleo fondamentale. E che cosa scopriamo? Un miracolo dell'ingegneria sociale! Il nuovo partito conserva, in scala ridotta, tutte le peculiarità della coalizione di cui fa parte. Il suo manifesto, proprio come quello dell'Unione, è pieno di idee interessanti, ma prive del mordente necessario per tradurle in politiche economiche e sociali precise. Il leader del nuovo partito, Walter Veltroni, è stato scelto a tavolino dai leader dei due partiti promessi sposi, proprio come era successo per la scelta di quello dell'Unione: due anni fa si mise su il carrozzone delle primarie solo per confermare con un plebiscito una scelta già fatta dai capi (Prodi non aveva veri avversari), oggi si ripercorre la stessa identica strada con nuove primarie a esito scontato (Veltroni non ha veri avversari).
In barba ai bei discorsi sulle lobby e sul corporativismo, il terrore di una competizione vera è così forte che, anche dentro il nuovo partito, nelle menti dei capi Ds è scattato - implacabile - il riflesso pavloviano del centralismo democratico: D'Alema e Fassino non solo si sono autoaffondati come possibili candidati (perché altrimenti la vittoria di Veltroni non sarebbe stata certa al 100%), ma hanno costretto - pardon, "persuaso" - il povero Bersani a rinunciare anche lui, per evitare che un candidato Ds potesse disturbare in qualche modo il vincitore designato. Per non parlare dello spettacolo delle liste a sostegno dei vari candidati, ossia di Veltroni e degli altri due candidati di disturbo (Rosy Bindi ed Enrico Letta): mentre il bilancino dei posti in lista funziona già a tutto regime, gli sventurati elettori di sinistra non riescono a capire che cosa di veramente diverso farebbero i tre candidati, ma già sanno che ognuno "interpreterà" a proprio modo i principi esposti nel manifesto del nuovo partito.
Facendo lo zoom dello zoom, resterebbe Veltroni, ma anche qui la legge della politica frattale colpisce ancora. Il Pd riproduce le ambiguità dell'Unione di cui fa parte e il futuro leader del Pd quelle del partito di cui sarà leader. Forse Veltroni vorrebbe essere (o almeno sembrare) diverso da Prodi, ma nulla suggerisce che lo sia davvero. L'unico tratto che farebbe di Veltroni un leader diverso da quelli che finora hanno guidato la sinistra sarebbe che parlasse chiaro, scegliendo fra le politiche che la sinistra del futuro ha di fronte a sé.
Invece anche Veltroni ha paura. Non vuole scontentare nessuno, e quindi dice e non dice, accenna e corregge, fa un passo avanti e uno indietro. A Torino, nel discorso d'investitura, dice che anche il centro-destra ha fatto qualcosa di ragionevole (grande novità verbale, dopo anni di insulti), ma poi si guarda bene dal fare esempi veri: non cita, che so io, la legge Biagi, o la riforma delle pensioni, ma due provvedimenti politicamente marginali come la patente a punti (che peraltro non ha funzionato) e la legge sul risparmio (troppo tecnica perché un cittadino normale possa avere un'opinione in merito). Nella campagna referendaria, tuba con il Comitato promotore ma non trova neppure il coraggio di firmare, con l'incredibile argomento secondo cui le diverse opinioni presenti nel centro-sinistra renderebbero "inopportuna" una sua scelta netta. Ovviamente l'elettore normale si chiede: se non sa fare un gesto semplice e chiaro neppure quando è ancora solo candidato per la segreteria di un partito, che cosa potrà mai fare quando diventerà segretario? E quando diventasse presidente del Consiglio?
Per non parlare dello spinoso nodo delle alleanze. La vera, fondamentale, domanda che l'elettorato di sinistra si pone per il futuro è semplice e chiara: alle prossime elezioni il centro-sinistra si presenterà con o senza la sinistra estrema? Una risposta chiara a questa domanda basterebbe a rendere molto più prevedibili le politiche che da un futuro governo di sinistra potremmo aspettarci. Ma che cosa fa il buon Veltroni? Sembra accettare una lista di sostegno promossa da Rutelli, che in un breve documento prospetta senza troppi giri di parole la possibilità di "alleanze di nuovo conio" (ossia senza sinistra estrema). Nello stesso tempo si presenta in tandem con Franceschini che, a sua volta, dichiara senza mezzi termini che il Pd dovrà tenere unita la sinistra. Io traduco: "governare ancora con la sinistra estrema", con tutto quel che ne segue in termini di litigiosità e paralisi dell'azione.
Ho capito male? Forse, ma la geometria dei frattali mi dice che potrei aver capito benissimo e che siamo alle solite: ogni più piccola parte del nuovo riflette inesorabilmente il vecchio tutto da cui proviene.


Le feste e i simboli che dividono
Salvatore Vassallo sul
Corriere della Sera

Caro direttore, attraverso un articolo abbastanza lungo uscito l'altroieri sul Corriere di Bologna
ho cercato di promuovere una riflessione costruttiva sui tratti che il Pd dovrà avere in Emilia-Romagna, con argomenti che a dire il vero credo valgano in parecchie parti d'Italia. Da parecchi mesi, del resto, come altri studiosi e analisti, contribuisco a questo dibattito, in assoluta indipendenza e per pura passione civile.
Ho provato a sintetizzare in 10 tesi, espresse in forma inevitabilmente stringata e perentoria, gli aspetti che mi paiono essenziali per misurare la novità del Pd e su cui credo i candidati alle elezioni del 14 ottobre dovrebbero prendere posizione. L'ultimo di questi punti ha sollevato reazioni pubbliche parecchio sgarbate, per usare un eufemismo. Mi resta il dubbio che l'acrimonia di cui sono stato fatto oggetto nasconda l'interesse a mettere in secondo piano alcuni degli altri nove punti che ho sollevato e sui cui quindi conto di tornare.
Sono partito da una premessa che guida da tempo le mie riflessioni sul Pd. "A dispetto della vulgata che mi vuole gazebista a oltranza, non credo che tutto l'esistente sia fatto di apparati da smantellare. Ritengo che i partiti abbiano (anche) bisogno di organizzazioni ramificate e stabili, di simboli comuni, e che proprio per non gettare con l'acqua sporca il famoso infante, debbano essere incisivamente rinnovati". Da qui la decima tesi, che riporto di seguito in forma integrale, in modo che chi è interessato possa giudicare se ha contenuti offensivi.
Un partito di popolo, radicato nel territorio, deve anche avere momenti conviviali, di dibattito, simboli comuni. Sotto questo profilo, l'organizzazione del Pci, insieme al senso di ospitalità e all'amore per la buona cucina così generosamente diffusi nel nostro Paese, hanno creato una formula speciale, imitata da molti senza successo. Le Feste de l'Unità già quest'anno saranno un'eccellente occasione per cominciare a dare corpo al nuovo partito. Ma i momenti unificanti non possono essere segnati da simboli che dividono, come il nome del giornale che fu organo ufficiale del Pci anche negli anni in cui l'"unità della classe operaia" implicava un conflitto irriducibile con i suoi nemici. Sotto quei simboli molti democratici possono essere volentieri ospiti ma non si potranno mai sentire a casa propria. La soluzione comunque è a portata di mano. Come dice il Manifesto, "per oltre un decennio il progetto del Pd è stato coltivato all'ombra di un sentimento che ci accomuna e di un simbolo che ci rappresenta: l'Ulivo". Dopotutto, basta cambiare tre lettere!
Aggiungo, se non fosse chiaro dal testo, che le Feste de l'Unità le frequento con piacere. Mi pare però giusto chiedere quale sentimento unitario alimenterebbero quando sarà nato il Pd e, considerato il pulpito da cui vengono le critiche più accese, quali soggetti finanzierebbero. Quest'anno sono stato invitato (sono andato o andrò) a Firenze, Pisa e Reggio Emilia. Ero stato invitato anche a Bologna, in una sezione dedicata alla costruzione del Pd al livello locale. Ho proposto di discutere delle posizioni che di lì a poco avrei espresso attraverso il Corriere, ma ho come l'impressione che il suggerimento non verrà accolto. Considero le Feste un segno di civismo e di buona politica. A quelle de l'Unità vado volentieri a discutere come ospite e a mangiare le tagliatelle. Alle Feste dell'Ulivo potrei anche condire freselle cilentane o arrostire pesce.


Ebrei, massoni e radical chic
Umberto Eco su
L'espresso

Mentre scrivo non si è ancora sopita la discussione giornalistica sul caso di don Gelmini, e vorrei subito dire che non sono gran che interessato a sapere se le accuse che gli rivolgono sono giuste o sbagliate, perché errare è umano, sia che abbia sbagliato un prete sia che abbia sbagliato un magistrato, e per il resto si tratta di faccende personali. D'altra parte ammetto che gli accusatori non solo sono carcerati o pregiudicati, ma vengono da storie di droga e, se sotto l'imperio della droga si può immaginare di essere assaliti da un mostro con gli occhi d'insetto, si può anche immaginare di essere baciati da un ecclesiastico ottantenne, perché all'orrore (come sapeva Lovecraft) non c'è mai fine.
Tuttavia l'aspetto più interessante della faccenda è quello (che invece è stato liquidato in due giorni) dell'affermazione che le accuse venivano da una cricca ebraica e radical chic. Poi don Gelmini, di fronte alla reazione ebraica, si è corretto, ha detto che pensava ai massoni, i massoni sono come l'Opus Dei o i gesuiti, meno si fa chiasso intorno a loro e meglio è, e quindi non hanno dato gran seguito alla cosa, anche perché nessuno ha mai ammazzato sei milioni di massoni (hanno solo fucilato qualche carbonaro in tempi risorgimentali) e quindi i massoni su queste cose sono meno permalosi degli ebrei.
Sono apparsi subito alcuni articoli (ricordo quelli di Serra e di Battista) che notavano come la citazione di don Gelmini rivelasse echi (consci o inconsci) di antiche polemiche clericali, e che questo costituiva l'aspetto più triste della faccenda. Infatti è più che noto che l'idea del complotto giudaico massonico, prima di andare a nutrire i Protocolli dei Savi Anziani di Sion, era nata in ambiente gesuitico e aveva percorso tutta la polemica anti rivoluzione francese, prima, e anti risorgimento, dopo.
Ma siccome al complotto giudaico massonico ci aveva ormai rinunciato da quel dì' lo stesso Vaticano, sembrava che questa immagine fosse rimasta sepolta in polverose biblioteche di seminari vescovili, lasciandone il copyright ad Adolf Hitler e a Bin Laden. E invece ecco che un sacerdote che vive oggi, e che presumibilmente ha studiato in seminario negli anni Trenta (dopo la Conciliazione), dimostra di aver conservato nei recessi della propria anima ricordi se non altro verbali del mostro che aveva ossessionato i suoi maestri più anziani.
Nel 1992 un povero cardinale, che non pensava affatto agli ebrei ma stava attaccando la mafia, l'aveva definita Sinagoga di Satana. Apriti cielo. Subito era sorta una polemica, a cui avevo partecipato anch'io con due Bustine. Chi giustificava l'uso di quella espressione ricordava come sinagoga nei dizionari significasse anche riunione, adunanza, conventicola, e che se ne parlava già nell'Apocalisse. Il fatto è che non solo nell'Apocalisse il termine appare in contesto antigiudaico, ma che il suo uso corrente è stato dovuto a un libro pubblicato nel 1893 da monsignor Meurin, 'La Sinagoga di Satana', dove si dimostrava che la massoneria, setta di adoratori di Lucifero, era pervasa di cultura ebraica (come del resto, e qui Meurin era molto generoso, gli scritti di Ermete Trismegisto, gli gnostici, gli adoratori del serpente, i manichei, i templari e i cavalieri di Malta) e che attraverso di essa gli ebrei miravano alla conquista del mondo.
Ora, dopo il libro assatanato di Meurin (che all'epoca aveva avuto molto successo) non si può più impunemente usare l'espressione 'Sinagoga di Satana' così come non si può più agitare una bandiera con la svastica affermando che si tratta soltanto di un venerabile e innocente simbolo astrale di origini preistoriche.
Annotavo qualche Bustina fa che stanno apparendo da un lato accanite polemiche anticlericali e antireligiose e dall'altro riprese della polemica clericale e sanfedista contro il mondo moderno e (da noi) contro i miti risorgimentali e l'ideologia dello Stato unitario. Altro che passo di gambero. Però forse mi sbagliavo, non si tratta di un paradossale ritorno a polemiche ormai morte, bensì di un naturalissimo ritorno del rimosso, di qualcosa che era sempre rimasto lì e non se ne parlava più solo per buona educazione. Ma chi è stato educato a temere il complotto giudaico non lo dimentica mai, anche se solo per via di frasi fatte - e anche se una patina di aggiornamento culturale permette di aggiungere espressioni come 'radical chic'. Insomma, pare che ci sia chi non ha mai smesso di leggere (sia pure di notte) i romanzi di padre Bresciani.
In questa vicenda l'unico aspetto che mi ha stupito è che, nel suo confusivo citazionismo, don Gelmini abbia tirato in ballo anche i massoni. Bel senso della riconoscenza, visto che (mi attengo a quanto ha detto lui) generosissimi finanziamenti ha ricevuto da un ex membro della P2, tessera 1.816, codice E.19.78, gruppo 17, fascicolo 0625.


Il laureato e Una poltrona per due
Solimano su
Abbracci e pop corn

Il laureato
3 agosto 2007
Sin dal lontano 1967 ho sempre pensato che la signora Robinson avesse molte ragioni dalla sua parte. Si trova ad avere un marito con cui non ha più nessun rapporto se non per tenere su la facciata del matrimonio. Inoltre è un po' alcoolizzata, fuma moltissimo, non sembra svolgere nessuna attività particolare, visto che la figlia è cresciuta. Sai che noia le giornate, specie se si è ancora belle e sveglie come Anne Bancroft. Si accorge che il figlio del socio del marito ha vent'anni, si è appena diplomato (altro che laureato, Dustin Hoffman è solo diplomato però con ottimi voti) ed è piuttosto imbranato perché dice che non sa cosa fare nell'avvenire, e lei gli offre di risolvere il problema del presente, una soluzione buona per tutti e due. Lui nicchia un po' uffa! perché fa fatica a fare mente locale, ma la signora Robinson è paziente e furba, lo punge sull'orgoglio e il gioco è fatto. Tutto bene, solo che lui uffa! vorrebbe anche parlare di tante cose, e dell'arte, e che cosa lei voleva fare all'università, e dove l'ha fatto la prima volta con quello che è diventato suo marito (su una macchina Ford, orrore!), e soprattutto tira fuori il discorso della figlia della signora Robinson, che adesso tornerà dal college e che quindi lui vorrebbe uscire con la figlia. Beh, d'accordo Katharine Ross (che però è un un ragnetto rispetto a quella che sarebbe stata due anni dopo in Butch Cassidy), ma suvvia, stai andando a letto con la madre, non tirare fuori ragionamenti che non le possono piacere, il mondo è largo, non esiste solo Katharine Ross. Ma soprattutto non parlarne.
E invece Dustin Hoffman si impunta (secondo me perché vuole punire la signora Robinson di averlo sedotto, invece di esserne contento) e nascono le complicazioni. Siccome il regista Nichols è furbissimo, gli spettatori si schierano tutti con la coppia di giovani, che vanno in giro camminando sulla musica di Simon & Garfunkel, musica di una dolcezza esagerata. E finisce, come tutti sanno, con la fuga in autobus dei due (lei in abito bianco perchè stava sposandosi con un altro) e la signora Robinson si trova senza più figlia, col marito che vuole divorziare e con l'odio di milioni di spettatori giovani che se la prendono con lei, forse proiettandole addosso i loro problemi con la madre in casa.
Troppo comodo, prendersela con la signora Robinson, e sembra che la cosa continui, ragazzi e ragazze sui vent'anni continuano a dare voti alti a questo film che di fondo è una favola del tutto incredibile, troppe sono le complicazioni che si susseguono. Non era meglio se Dustin Hoffman si godeva in silenzio il bel rapporto con la signora Robinson, che in fondo molti spettatori maschi giovani e meno giovani gli invidiavano? Tanto, dopo alcuni mesi avrebbe deciso riguardo il suo avvenire, e vivere un ottimo presente è mettersi nella condizione migliore per decidere sul futuro.
Sarebbe partito per un college, e arricchito dalla esperienza non di chiacchiere con la signora Robinson, ne avrebbe trovate quante ne voleva, meglio anche di Katharine Ross. "Ma lui l'ama!" questa è l'obiezione. La risposta è che lui avrebbe dovuto avere il buonsenso di non innamorarsi della figlia della signora Robinson, povera donna. Sei caduto in tentazione? Non fare star male chi ti ha fatto solo del bene, come la signora Robinson. Oppure, cosa che ai tempi d'oggi è possibile, nel 1967 forse no, fai in modo che madre e figlia si mettano d'accordo fra di loro, tu hai solo da guadagnarci. Conclusione: a me ventenne una signora Robinson avrebbe fatto solo bene.


Una poltrona per due
12 agosto 2007
Louis Winthorpe III (Dan Aykroyd), per brevità lo chiamerò Louis, tempo fa non era gradevole come adesso. Era uno che se la tirava in modo insopportabile. Lavorava per quei due, i fratelli Mortimer e Randolph Duke (Don Ameche e Ralph Bellamy), allora ricchissimi e che lo portavano in palmo di mano. Louis aveva la fidanzata giusta, per uno come lui, il lui di allora, Penelope Whiterspoon (Khristin Holby), che apparteneva all'alta società di Philadelphia , essendo fra l'altro mezza parente dei Duke. Poi una bella villa e un maggiordomo di nome Coleman (Denholm Elliot), di cui non ho mai capito l'orientamento sessuale – ma sembra che faccia parte della professionalità di quel delicato mestiere, e comunque sono fatti suoi. Coleman era talmente bravo da far venire uno sturbo di invidia a un Lord inglese.
Torno a Louis: aveva anche tutti i diplomi, le lauree, i master che ci volevano. Poi un country club in cui giocare a tennis, sempre cercato da tutti. Dov'era il problema? Allora Louis era il tipo che non fa mai una cosa gratis, deve avere sempre un suo motivo, se no non la fa. Esagerava, nel camminare sopra alla gente, e lo fece anche con quel poveraccio nero, Billy Ray Valentine (Eddie Murphy) che per brevità chiamerò Billy Ray. Era uno strapelato che fingeva di aver perso le gambe nel Vietnam. Lascialo perdere, Louis, fatti i casi tuoi! No, invece Louis si impuntò e fece fare una figuraccia a Billy Ray sotto il naso dei fratelli Duke.
Fu allora che i due - adesso lo posso dire, visto che non hanno più un soldo - quei due, vere e proprie anime nere, fecero quella scommessa di un dollaro per vedere come si comportavano
Louis e Billy Ray scambiandogli il ruolo: Billy Ray con villa, maggiordomo etc e Louis come morto di fame. Billy Ray, che di suo era furbissimo, reagì bene, dimostrando una volta per tutte che fare il broker dei Duke non era poi così difficile. Louis invece reagì malissimo, in pochi giorni si trovò che oltre aver perso la villa e il maggiordomo, perse la morosa, gli amici, il country club, finì addirittura in prigione e meno male che ci fu Ophelia (Jamie Lee Curtis) che lo prese in simpatia e gli diede una grossa mano. Ophelia era una che faceva il mestiere ed era stata scritturata per creare problemi a Louis con Penelope, ma quando vide Louis così messo male, fallito anche come Babbo Natale, sull'orlo del suicidio e con un febbrone da cavallo, lo ospitò a casa sua rinunciando pure a qualche incontro di lavoro per stargli vicino.
I fratelli Duke si divertivano come matti per il vespaio che avevano combinato, solo che fecero l'errore della troppa sicurezza: si raccontarono le loro cose mentre Billy Ray si faceva una canna nella toilette. Così Billy Ray capì tutto, capì soprattutto che dopo aver fregato Louis i Duke avrebbero fregato anche lui, e si mise in pista per rintracciarlo, coinvolgendo anche Coleman, che vedeva il suo futuro di maggiordomo a rischio se non se ne veniva ad una duratura.
Così, dopo essersi scornati all'inizio, Louis e Billy Ray divennero amici per la vita, sì per la vita perché quella avevano in ballo. La determinazione di Louis e la fantasia di Billy Ray determinarono un combinato/disposto che travolse i fratelli Duke, fino all'attuale misera fine, che vanno tutti giorni dai frati per un piatto di minestra. I Duke non avevano scampo perché non sapevano cos'è l'amicizia, neppure fra loro, ed attorno avevano solo gente a libro paga.
Vuoi mettere, Louis e Billy Ray? Avevano conosciuto la miseria e la disperazione, avevano capito che se non si davano una mossa quella sarebbe stata la loro sorte comune, e fecero una specie di serissima parodia della lotta di classe, al loro posto tutti avrebbero fatto lo stesso. In più, oltre a loro due, ci fu Ophelia a dare una bella spinta. Adesso nessuno parla più del suo passato, neanch'io lo voglio fare, quella ragazza era sprecata a fare quel mestiere - a cui rinunciò poi volentieri per amore di Louis - ma la faccia tosta non ce l'aveva solo di natura, se l'era costruita giorno per giorno, anzi, notte per notte.
Coleman infine provvide a dare una copertura di tipo sofisticato a tutte le balle che Louis e Billy Ray dovettero spacciare per rovinare i Duke. Proprio una bella squadra, difatti non si è sciolta, dopo la meritata vendetta su Randolph e Mortimer. Mi risulta che si frequentino anche nel tempo libero, in vacanza ai Tropici. Ophelia e Louis è difficile staccarli l'uno dall'altro, Billy Ray si è messo con una moretta, le bianche della Philadelphia bene gli corrono dietro – compresa Penelope, credo - ma lui dice che è abituato così. Anche Coleman è in vacanza con loro, le sue frequentazioni rimangono misteriose, ma non oserei mai fargli domande, specie adesso, che non fa più il maggiordomo.
Sono anni che, per festeggiare il meritato successo, per Natale continuano a raccontarci la loro storia alla televisione, e la raccontano così bene che non ci hanno ancora stancato. Parere personale: più ancora della coppia Louis e Billy Ray, è Ophelia quella che la racconta meglio, poi, in una piccola parte, c'è un cameo di un gorilla vero che chissà cosa ha combinato in Africa col gorilla falso, ma anche in questo caso vale quello che diceva Osgood Fielding III: "Nessuno è perfetto!"


Brianza Black Sun
Sul blog
Brianzolitudine

Infinito prato al centro del Parco
di Monza, rettangolo d'imperiale
memoria in canicola micidiale
alle tre del pomeriggio, con l'arco

tracciato nell'aria da un sole al varco
delle mie pupille, asciutte nel sale
del sudore che si spreme sul male
meridiano del mio animo, parco

di parole, ma presente e in attesa
che in un moto di coscienza il pensiero
esca dalla strada e prenda il sentiero

dissestato al vecchio mulino nero
della mente, dove il Lambro ha pretesa
d'inondare ancora una secca presa.

Quell'enorme prato in fotografia è letteralmente un parco nel parco di Monza: circa venti ettari di erba a distesa nel parco della Villa Reale che si perdono verso nord, sotto lo sguardo indifferente delle Grigne e del Resegone.
In origine quel terreno era il campo coltivato di una azienda agricola modello, fortemente voluta agli inizi dell'ottocento dal Vicerè Eugenio Beauharnais (nel pieno dell'impero napoleonico), che proprio nel parco della villa imperiale volle applicare nuove regole illuministiche e razionali di produzione agricola. All'interno del parco della villa era stata ideata una organizzazione verticale di coltivazione, comprensiva di mulini per la macina del grano mossi dalle acque del fiume Lambro.
Poi, con l'avvento degli Austriaci prima e del regno d'Italia poi, i mulini si si fermarono e quel campo degradò a riserva di caccia alla lepre e fagiani, sino a decadere a parcheggio dei carri armati Leopard americani alla fine della seconda guerra mondiale. E quei carri armati devono aver dato una schiacciata / mazzuolata decisiva alle velleità di coltivazione di quel nobilissimo agro brianzolo, che a vederlo oggi incute viva emozione per la sua vasta area, come è rimasta intatta a soli due passi dalla Brianza più urbanizzata.
Ogni volta che percorro a piedi quel prato, mi pare di fare una seduta psicanalitica. Specialmente d'estate, quando il sole a picco graffia la cabezza e quello stretto sentiero in mezzo alla distesa d'erba disseccata diventa più che mai pista sahariana, e quegli alberi sullo sfondo miraggi d'oasi all'orizzonte.


Leggere, guardare
Daniele Barbieri su
Golem l'Indispensabile

Voglio approfittare di questo numero estivo – scritto nascondendomi nella parte più buia e fresca della casa, mentre fuori impera l'afa cittadina di luglio – per scrivere una volta tanto non una recensione, ma qualcosa su un tema più generale. Voglio parlare della lettura, e attraverso questo tema accostare e comparare il fumetto al romanzo e al film.
Per fare questo, devo però fare una premessa, che riguarda la differenza tra leggere e guardare. Evidentemente il leggere presuppone il guardare, ma ogni guardare che non sia un leggere comporta un atteggiamento molto diverso da quello che assumiamo nel leggere. L'idea mi arriva da una riflessione di Warren Chappell, storico della tipografia, che in un suo libro appassionante (Breve storia della parola stampata, revisione di Robert Bringhurst, Milano, Sylvestre Bonnard, 2004) associa il leggere al respirare, con il suo andamento ritmico regolare, e il guardare all'ansimare o al trattenere il respiro, caratterizzato comunque dall'assenza di regolarità ritmica.
Chappell fa poco più che un accenno alla questione. Potremmo aggiungere, noi, che la regolarità del respiro evocata dal leggere è quella della voce che parla, magari leggendo ad alta voce, visto che il leggere è un guardare vincolato alla sequenza della scrittura. Nel guardare puro, invece, non c'è nessuna sequenza vincolante: il nostro sguardo corre intorno alla ricerca esso stesso di una logica complessiva, di un “disegno” generale che suggerisca una corretta sequenza di lettura.
Pensate all'atteggiamento che teniamo nel guardare un dipinto, o un'illustrazione. C'è prima uno sguardo d'insieme, che mi permette di cogliere le relazioni principali complessive, e poi lo sguardo corre immediatamente alle forme più pregnanti, quelle dove si condensa presumibilmente la maggiore quantità di informazione, e quindi i volti umani e più in generale i corpi, e le forme che si trovano verso il centro piuttosto che quelle che sono ai lati, e le forme grandi piuttosto che quelle piccole, e le forme con colori vividi e luci più contrastate piuttosto che quelle con colori più smorti e meno contrasto. Non c'è una gerarchia precostituita tra queste diverse gerarchie locali: nelle immagini dove ci sono volti umani verso il centro, più grandi e più vividi, il nostro percorso visivo sarà più sicuro; in quelle dove questa coincidenza non si dà il nostro sguardo sarà più ondeggiante, almeno sino a quando una qualche interpretazione narrativa non ci darà la chiave per una modalità di sguardo più sicura.
Ma nemmeno allora avremo raggiunto la quiete, l'andamento ritmico rassicurante della parola, che esprime già di per sé un ordine che di fronte all'immagine dobbiamo invece riconquistarci ogni volta e in ogni momento. Continueremo quindi a vagare, certo con più appigli di prima, alla ricerca di un ordine sempre più ricco di dettagli, ma sempre più conquistato a caro prezzo.
Potremmo dire (e spero che non sia il caldo di luglio a stimolare il delirio della mia immaginazione) che l'immagine si è presa la propria riscossa con il cinema. Il cinema nasce muto, e pure per un po' lo si teorizza come arte del movimento. L'immagine in movimento del cinema ha caratteristiche molto differenti, percettivamente, rispetto a quella statica della pittura: poiché le immagini del cinema non durano nel tempo, siamo costretti, inevitabilmente, a limitare la nostra percezione ai loro aspetti più pregnanti, presumibilmente l'insieme e le figure principali. La possibilità stessa di esplorare altri elementi dell'immagine dipende dalla durata dell'inquadratura, ed è quindi a sua volta un elemento espressivo. L'immagine del cinema, dunque, respira, proprio come la scrittura nell'atto del leggere, ed è legata ad andamenti ritmici che hanno a che fare con microcicli vitali, come quello del gesto, del respiro stesso, dello sguardo che esplora (e che qui si manifesta in mutamento di inquadratura – continuo o improvviso che sia). Per questo poi, a dispetto dei teorici, il cinema sonoro si è imposto così facilmente: il cinema era già pronto sin dall'inizio ad accogliere il sonoro, perché i suoi andamenti ritmici erano già quelli della parola, o almeno facilmente compatibili con quelli della parola. Riuscite a immaginare un modo altrettanto naturale di innestare la parola sull'immagine fissa?
Ed è appunto con questa domanda che si arriva al fumetto.
La parola entra in gioco nel fumetto quando il fumetto è ancora una grande vignetta unica, e siamo nel 1895. Ma questo leggere, richiesto dalla presenza della parola, è un episodio minuscolo di fronte alla dominanza del guardare, imposto dall'immagine unica. Dopo pochi mesi, però, l'immagine unica si trasforma in sequenza di vignette, e le cose cambiano per sempre.
Nel fumetto, inteso come sequenza narrativa di vignette, occasionalmente accompagnato da parole (come supporto narrativo, o come dialoghi dei personaggi), il guardare diventa un fenomeno locale asservito a un complessivo leggere. Poiché quello che domina è il ritmo della lettura, siamo spinti a guardare le singole immagini un po' come guardiamo le immagini del cinema, cioè alla ricerca dei soli elementi narrativamente significativi.
Osserviamo che nel fumetto l'immagine non scappa, come invece succede nel cinema. L'immagine resta lì, disponibile a farsi guardare sinché vogliamo, proprio come in pittura e illustrazione. Ma è l'andamento impostato dal leggere che ci impone di correre oltre, di non fermarci troppo a lungo. Al massimo, se siamo dei patiti della forma visiva, ci torneremo sopra più tardi, rileggendo, attraverso un intervento critico volontario che possa privilegiare il guardare sul leggere.
E tuttavia, per quanto dominante, questo leggere che si esperisce con il fumetto non è proprio uguale a quello che viviamo quando leggiamo un romanzo. Per esempio, quando si volta pagina, lo sguardo coglie naturalmente l'insieme delle due pagine successive; ma se si tratta di due pagine di testo verbale questo colpo d'occhio non ci fornisce molta informazione utile: al massimo possiamo scoprire che siamo quasi alla fine del capitolo. Se invece stiamo leggendo un testo a fumetti, lo sguardo che corre avanti rivela inevitabilmente qualcosa, perché le immagini impongono molto più facilmente la propria pregnanza. Più in generale, è proprio la persistenza del guardare sotto il complessivo leggere a rendere questa lettura differente da quella del romanzo. Le parole scorrono via omogenee: la differenza che conta sta in quello che dicono, non nel loro aspetto visivo. Ma quando si arriva a quello che dicono, le parole sono già scorse, e il ritmo della lettura è già impostato nella sua tendenziale omogeneità. Le immagini che costituiscono le singole vignette vanno invece guardate una per una, e una per una possono impostare velocità differenti (e modalità differenti) di comprensione.
Il respiro del lettore di fumetti è quindi, in fin dei conti, più ansioso e incerto di quello del lettore di romanzi. Gli autori bravi conoscono questa caratteristica del linguaggio, e la sfruttano per creare tensioni. La lettura del fumetto accelera e rallenta, passa momentaneamente alla visione generale di pagina, per tornare al dettaglio narrativo; è lettura, sicuramente, ma le resta un'ombra dell'incertezza tipica dello sguardo che vaga, dello sguardo che esplora le superfici statiche.
E una volta che abbiamo riflettuto su questo, quale atteggiamento ritmico ritroveremo in campi diversi da questi, ma non così lontani, come la fruizione delle pagine dei quotidiani e anche dei periodici, frazionate tra titoli, testi degli articoli e immagini? E che cosa succede quando a tutto questo si aggiunge una componente di interattività, come accade con le pagine del Web, proprio come quella che state leggendo ora?
Questo leggere, in che misura è lo stesso leggere che caratterizza il fruitore del romanzo? E il leggere poesia, è ancora il medesimo leggere?
L'estate imperversa, le spiagge sono piene di lettori. Spero di raggiungerli presto anch'io. Cosa leggerò? E soprattutto, come lo leggerò?


   19 agosto 2007