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La settimana in rete
a cura di Franco Isman - 12 agosto 2007


L´ombra del ´29 sui nostri risparmi
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Ci sono state molte altre crisi finanziarie negli ultimi vent´anni del Novecento, dovute all´improvviso sgonfiarsi di bolle speculative. La crisi del rublo, quella dell´insolvenza messicana, quella dei «bonds» argentini, quella (e fu la più violenta e diffusa) che travolse i super-investimenti nell´industria informatica. E naturalmente le crisi petrolifere che portarono alle stelle i prezzi del greggio con ripercussioni non solo sulla finanza ma sull´economia reale. E tutte, ovunque fosse il loro epicentro iniziale, coinvolsero il centro finanziario del mondo: Wall Street, le grandi banche d´affari americane, l´immenso ventaglio dei loro clienti internazionali e multinazionali, chiamando in causa inevitabilmente anche la Federal Reserve, la Banca centrale americana, supremo regolatore del sistema monetario e finanziario del pianeta.
Ma nessuna di queste «fibrillazioni» somiglia a quella di questi giorni. Forse proprio perché nel caso attuale l´epicentro è nel sistema bancario americano, nei mutui immobiliari facili, nel loro piazzamento in titoli «derivati» e nella loro diffusione in molte istituzioni finanziarie internazionali.
La finanza Usa e la Fed questa volta non giocano di rimessa, ma giocano in proprio. Il sisma nasce lì, a Manhattan, nel cuore della Grande Mela e ciò aumenta la sua potenza diffusiva e le sue devastanti capacità.
C´è però un precedente cui la crisi attuale può esser confrontata ed è il terremoto finanziario del 1929. Lo si nomina poco in questi giorni, anche gli analisti che inclinano piuttosto al pessimismo fingono di dimenticarsene, forse per scaramanzia. Ma, pur nelle grandi differenze di contesto rispetto a ciò che accadde ottant´anni fa, le analogie sono impressionanti. Consiglio ai lettori di procurarsi e di leggere un libro diventato fin dal suo primo apparire un classico in materia: «Il grande crollo» di Kenneth Galbraith. E´ una lettura paurosamente affascinante.
Intanto la crisi di oggi e quella del ´29 cominciano allo stesso modo: una gigantesca bolla immobiliare, mutui facili, esposizione di istituti bancari specializzati in questo settore, fame di case concentrata soprattutto in California e in Florida, emissione di azioni da parte di società-fantasma, cieca fiducia dei risparmiatori, rifinanziamenti a breve da parte del sistema bancario, interventi (inutili) della Banca centrale e delle principali istituzioni finanziarie, in particolare le banche d´affari che facevano allora capo ai Rockefeller, ai Morgan, ai Rothschild.
Nel ´29 vigeva il sistema aureo, non esisteva alcuna disciplina sul mercato dei cambi, New York, Londra, Berlino, Parigi erano in accesa competizione tra loro. Ciò aggravò e moltiplicò gli effetti del sisma che da una crisi di Borsa si estese al dollaro, dalla moneta americana alla sterlina e al marco tedesco e a tutto il sistema aureo, cioè a tutte le monete del mondo.
Per fortuna il sistema monetario mondiale è oggi completamente diverso, l´amplificazione dei fenomeni si verifica agevolmente ma è entro certi limiti governabile.
Siamo più attrezzati di allora. Ma le analogie restano e i rischi sono tutt´altro che lievi.
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Non starò ora a ripercorrere le tecniche dei mutui immobiliari, della loro cartolarizzazione in titoli, dei tassi di interesse prossimi allo zero per invogliare la clientela, dell´assenza di valide garanzie e infine nella diffusione anche fuori dal mercato Usa dei titoli - spazzatura e dei relativi rischi. Nei giorni scorsi tutto questo perverso meccanismo è stato ampiamente descritto e quindi lo do per noto.
Ricordo soltanto ai lettori che il mercato immobiliare e il suo enorme indotto coprono almeno un quarto dell´economia Usa. A loro volta i consumi privati rappresentano i due terzi della domanda interna di quel paese e gran parte di essi, specie tutta la fascia dei beni durevoli, è strettamente connessa alla costruzione di nuove abitazioni. Stiamo insomma discutendo di uno dei gangli vitali del sistema America e del «business» ad esso collegato.
Questo sensibilissimo settore è entrato in crisi di insolvenza. I clienti che hanno contratto mutui sono insolventi, non hanno soldi per pagare le rate; di conseguenza i loro creditori diventano man mano insolventi anch´essi; i risparmiatori che hanno affidato i loro risparmi a fondi d´investimento che hanno in portafoglio anche titoli immobiliari, ritirano i loro capitali; i fondi più deboli e più presi di mira cominciano a congelare le quote della clientela e creano in questo modo altri punti d´insolvenza. Purtroppo tra i fondi coinvolti ci sono anche alcuni fondi-pensione che sono tenuti dai loro statuti a corrispondere con periodica frequenza i dividendi ai pensionati. Per ora non si ha notizia di insolvenze in questo delicatissimo settore. Auguriamoci che i gestori dei fondi-pensione non siano stati troppo aggressivi nella ricerca di rendimenti superiori alla media.
Si tratta comunque di un´insolvenza abbastanza diffusa. Il governatore della Fed, in una recentissima dichiarazione, l´ha valutata a cento miliardi di dollari. Per ora le insolvenze acclarate ammontano a cifre molto minori, eppure sono state sufficienti a terremotare i mercati finanziari in Usa, in Europa, in Canada, in Australia. L´Asia, Giappone compreso, sembra al riparo dalla tempesta. Ma se e quando dovessero venire allo scoperto le insolvenze preannunciate da Bernanke, gli effetti potrebbero essere assai più micidiali.
Proprio per impedire che ciò accada e soprattutto per recuperare la fiducia dei risparmiatori e degli operatori, le Banche centrali hanno deciso di concerto di iniettare liquidità nei mercati con prestiti a breve e brevissimo termine ai sistemi bancari, accompagnando queste operazioni con inviti alla calma e solenni assicurazioni che la crisi è circoscritta, le insolvenze limitate, la liquidità comunque garantita e i «fondamentali» senza alcun contraccolpo.
Non avevano altra strada, le Banche centrali, che stanno facendo egregiamente il loro lavoro. Riassorbire l´eccesso di liquidità quando non sarà più necessario non è tecnicamente difficile. Non è detto invece che il recupero di fiducia avvenga rapidamente. Nella crisi del '29 non avvenne, anzi durò per molti mesi fino a creare effetti depressivi sulle economie reali. Abbiamo già detto che le autorità monetarie e le istituzioni finanziarie sono oggi molto più attrezzate di allora. Tuttavia la fiducia è un elemento immateriale e estremamente volatile. L´ostentata tranquillità delle Banche centrali e delle autorità monetarie può non esser sufficiente a ripristinarla.
Se poi prendesse corpo la speculazione ribassista con l´obiettivo di deprimere fortemente i listini di Borsa per poi ricoprirsi realizzando favolosi guadagni, come spesso avviene in situazioni del genere, non c´è Banca centrale che possa reggere né fiducia che possa esser recuperata. E´ tuttavia difficile (o almeno così ci auguriamo) un intervento massiccio al ribasso. La situazione dei mercati si è fatta di colpo così delicata che un intervento speculativo al ribasso potrebbe produrre effetti di tale magnitudine da render poi impossibile per lungo tempo l´esito positivo per gli speculatori. C´è insomma un deterrente psicologico, e speriamo che basti a fermar la mano della speculazione.
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La Borsa italiana ha preso nell´ultimo mese e in particolare negli ultimi tre giorni potenti scoppole, più o meno in misura analoga a quella degli altri mercati europei. Più per contagio che per reali insolvenze. Di queste ne sono finora venute alla luce assai poche. Quella, di circa 700 milioni, dei tre fondi della Paribas parzialmente congelati. Altre sulle quali per ora circolano soltanto voci.
Il contagio comunque si può propagare come il «venticello» della calunnia cantato da Don Basilio nel «Barbiere di Siviglia». Ma se non è sostenuto da evidenze concrete può essere rapidamente dissipato. Il caso italiano non sembra dunque particolarmente esplosivo. C´è un punto tuttavia che merita di esser considerato e riguarda i fondi pensione nei quali sono recentemente affluiti oltre un milione di pensionandi che hanno versato i loro Tfr col metodo del silenzio-assenso.
Si è fatto un gran can-can da parte della «setta» degli economisti liberali perché il collocamento del Tfr nei fondi non era stato sufficientemente incoraggiato dal governo. Era una menzogna e il risultato delle sottoscrizioni lo dimostra. Ma ora ci sarà chi rimpiangerà, tra i pensionandi che hanno scelto la previdenza complementare, di non aver versato i propri Tfr ai fondi aziendali gestiti dai sindacati o addirittura di non aver conservato il vecchio sistema della previdenza pubblica dell´Inps. Gli investimenti arrischiati di alcuni fondi – pensione americani ci dicono che anche la via della previdenza alternativa non è cosparsa di rose e fiori e che il mercato non è mai stato e mai sarà il paese di Bengodi se non per i pochi che possono manovrarlo a danno dei molti.
C´è un altro aspetto italiano che vale la pena di considerare. E´ opinione diffusa che l´eventuale rallentamento della crescita della nostra economia, aggravato dai possibili effetti della crisi in atto, spingerà in alto l´onere del debito pubblico sul bilancio dello Stato.
Personalmente credo sia un marchiano errore fare simili previsioni. La crisi finanziaria in atto ha aumentato e ancor più aumenterà la propensione dei risparmiatori a investire in titoli pubblici, Bot o pluriennali. Questa propensione produrrà un aumento della domanda di quei titoli e quindi un´occasione per il Tesoro di spuntare condizioni più favorevoli nel momento dell´emissione.
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L´aspetto più preoccupante della situazione italiana sta invece nei possibili effetti di rallentamento sulla crescita del Pil che la crisi può esercitare. Rallentamento dovuto ad un calo nei consumi, allo sgonfiamento della bolla immobiliare che anche da noi è in corso e quindi nell´occupazione, nel reddito e negli investimenti nell´ampio indotto dell´industria edilizia.
A fronte di questi temuti effetti recessivi si ripete il suggerimento di accelerare le riforme. Ma quali?
Bisognerebbe specificare un po´ di più se si vuole evitare la ripetizione giaculatoria della parola «riforme». Le liberalizzazioni, certo. Ma non bastano, agiscono con ritardi tecnicamente inevitabili, non possono comunque essere effettuate tutte insieme in dosi massicce senza sconvolgere mercati alquanto sinistrati.
Il rallentamento nella crescita impone di concentrare l´azione del governo su quell´obiettivo. E quindi: favorire gli accordi governo-sindacati in favore della produttività; concentrare la spesa pubblica sui lavori pubblici e le infrastrutture; procedere a ulteriori sgravi fiscali sul lavoro e all´ulteriore sostegno dei bassi redditi.
Le crisi finanziarie hanno, come la loro storia ha invariabilmente dimostrato, l´effetto di accrescere la responsabilità e il ruolo dello Stato nel rilancio dell´economia. Così accadde nell´America del ´29, dove la crisi spazzò via la lunga dominanza dei conservatori e aprì la stagione dei riformisti, dai tre mandati di Roosevelt, a Truman, a Johnson, a Kennedy, a Carter, a Clinton.
La ragione è evidente: le crisi determinano rallentamento nella domanda. La ripresa avviene rifinanziando la domanda.
E quando è in sofferenza il settore delle costruzioni, affiancando all´investimento privato un massiccio e organico investimento pubblico. Tanto più in un paese come il nostro dove le infrastrutture sono carenti al Nord quanto al Sud. Su questa politica il governo può ritrovare compattezza ed efficacia. La situazione è già abbastanza seria per smetterla con i tiri alla fune e gli strappi per esibire una forza che isolatamente nessuno possiede.


Crisi dei mutui: mercati con il fiato sospeso
Fed e Bce pronte alo cambio di rotta sui tassi
su
Il Sole 24 Ore

Negli Usa si rafforza l'ipotesi di una convocazione «intermeeting» del Fomc, come era accaduto dopo l'11 Settembre, per tagliare i Fed Funds anche di mezzo punto. In Europa non è più così sicuro il rialzo del costo del denaro già preannunciato   ...»
  • GERMANIA / WestLb esposta a subprime per 1,25 miliardi di euro
  • LANCETTE DELL'ECONOMIA / Mercati in tempesta, crescita solida
  • GLOSSARIO / dai Subprime al Credit Crunch
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Via Rasella, un legittimo atto di guerra
La Cassazione dà ragione al partigiano Bentivegna e condanna Feltri e il Giornale. E' la terza sentenza definitiva sul 23 marzo 1944. Soddisfatto e scettico l'ex Gap
Andrea Fabozzi su
il Manifesto

Roma - Per la terza volta la corte di Cassazione ha sentenziato la legittimità dell'atto di guerra del 23 marzo 1944, via Rasella. Per la terza volta ha dato ragione ai partigiani, a Rosario Bentivegna che è l'ultimo sopravvissuto del gruppo dei Gap che in quel giorno del '44 portò a segno - si legge nella sentenza - un «legittimo atto di guerra rivolto contro un esercito straniero occupante», l'undicesima compagnia del 3° battaglione dello SS Polizeiregiment Bozen. E per la terza volta i giudici di Cassazione - la terza sezione civile - hanno dato torto agli improvvisati revisionisti, stavolta si tratta di due giornalisti. Francobaldo Chiocci e più di lui Vittorio Feltri che da direttore del Giornale il 6 aprile 1996 in un fondo («Una giustizia un po' partigiana») aveva equiparato Bentivegna ad Erik Priebke, il capitano delle SS boia delle Fosse Ardeatine. Feltri, Chiocci e la società editrice del Giornale (di proprietà di Paolo Berlusconi) erano stati condannati tre anni fa a un risarcimento danni di 45mila euro in favore di Bentivegna. Ora la sentenza della Cassazione (n° 17172) rende definitiva quella condanna e stabilisce che l'azione di via Rasella era «diretta a colpire unicamente dei militari».
Il fatto che debba essere un tribunale a sancire la verità storica su uno degli episodi più importanti della guerra partigiana a Roma e in Italia non consente di esultare. A 85 anni Rosario Bentivegna (Paolo) accoglie la notizia con sperimentato scetticismo: «I faziosi e gli imbecilli che continueranno a ignorare la verità ci saranno sempre». Medico, marito di una partigiana medaglia d'oro, Carla Capponi, Bentivegna che è stato anche giornalista all'Unità è la memoria vivente dei Gap romani, con Mario Fiorentini e Lucia Ottobrini. Di via Rasella ha scritto varie volte, l'ultima solo l'anno scorso pubblicando (per la casa editrice del manifesto) un istruttivo carteggio con Bruno Vespa che nel suo abituale best seller natalizio aveva ripetuto le banali falsità sul 23 marzo '44, dalla più atroce - i partigiani non si erano consegnati ai nazisti così permettendo la «rappresaglia» delle Ardeatine - alla più patetica - le 33 vittime erano solo ignari concittadini.
Secondo i giudici di Cassazione invece le SS altoatesine non erano «vecchi militari disarmati», come sostenuto dal Giornale, ma «si trattava di soggetti pienamente atti alle armi, tra i 26 e i 43 anni, dotati di sei bombe e pistole (ciascuno, ndr)». Non erano nemmeno cittadini italiani «in quanto facendo parte dell'esercito tedesco i suoi componenti erano sicuramente altoatesini che avevano optato per la cittadinanza germanica». I giudici hanno poi confermato con sentenza quello che era già scritto in un libro di Sandro Portelli - L'ordine è già stato eseguito - di otto anni fa: non è vero che erano stati affissi dei manifesti che invitavano gli attentatori a consegnarsi. Anzi questa affermazione, di Feltri (e successivamente, tra gli altri, di Vespa) secondo la Cassazione «trova puntuale smentita». Nella «circostanza che la rappresaglia delle Ardeatine (335 morti) era iniziata circa 21 ore dopo l'attentato e soprattutto nella direttiva del Minculpop la quale disponeva che si sottacesse la notizia di via Rasella che venne effettivamente data a rappresaglia avvenuta». Di qui la condanna al Giornale, perché secondo la sentenza «la libertà di critica ha valore scriminante solo quando rispetti la verità dei fatti» altrimenti «diviene un mero pretesto per offendere l'altrui reputazione».
Via Rasella era stata portata in tribunale già subito dopo la fine delle guerra, nel 1949, quando i famigliari di Pietro Zuccheretti, un bambino che fu una delle due vittime civili della bomba fatta esplodere dai partigiani, intentarono una causa civile contro i Gap e contro Amendola, Bauer e Pertini come dirigenti del Cnl che cinque giorni dopo avevano rivendicato «l'atto di guerra». La vicenda si chiuse nel '57 con una prima sentenza della Cassazione che respinse la richiesta di risarcimento danni. Una seconda sentenza è del '99 e si tratta di un annullamento senza rinvio di una decisione del gip di Roma che suscitando scandalo aveva archiviato una denuncia per strage contro i partigiani ma solo perché il fatto era «coperto da amnistia». La prima sezione penale della Cassazione stabilì invece che l'azione via Rasella non è considerata dalla legge come reato in quanto «azione di guerra».


Se in Tv parla il corpo delle Donne
Maria Serena Palieri su
l'Unità del 10 agosto

Capita di rado, anzi quasi mai, di vedere in che modo una legge, nell'immediato, produca concretamente effetti negli individui e nei gruppi sociali che da essa sono toccati. W l'Italia in diretta, la trasmissione di Riccardo Iacona in onda martedì sera su Raitre, ci ha concesso esattamente questo: ha radunato un drappello di donne - singole cittadine che lì formavano un gruppo - e ci ha fatto vedere ciò che la legge 40 sulla fecondazione assistita va producendo in corpore vili. È un'espressione questa che di solito si usa in senso metaforico.

Qui no. Abbiamo visto, infatti, ciò che la legge provoca esattamente nei corpi delle donne italiane che, come quelle, vogliono avere un figlio ma che, per motivi diversi, devono farsi aiutare dalla scienza.
L'effetto è stato particolarmente significativo - di incandescente comunicativa - grazie all'abito stesso di questa normativa. La legge 40, infatti, così com'è, moltiplica fino al paradosso il vizio di tutte le leggi: il comune cittadino/cittadina, se ne scorre il testo, si sente come il Renzo che va dall'azzeccagarbugli. Non ci si raccapezza. Di norma, questo si deve al tradizionale tecnicismo giuridico. Ma la legge 40 a questo somma altre oscurità. C'è, dentro di essa, il linguaggio della tecnocrazia bio-medica, oscuro per noi profani. C'è poi, sedimentato nelle sue interdizioni, quel duello che doveva essere elevato, anzi elevatissimo, nel nome della bioetica. E che si è trasformato in un percorso fra trappole, sabotaggi, furbizie, non sapevi più, all'epoca della discussione parlamentare, ispirati da cosa e da chi, se dalle convinzioni politiche, se dal sottaciuto o dichiarato intento di manomettere un'altra legge, la 194 sull'interruzione volontaria di gravidanza, se dalla lotta anche all'interno dello stesso fronte, l'Ulivo, se dalle lobby - quali? i teodem, le multinazionali farmaceutiche, i proprietari di cliniche? - o se, più ovviamente, dal Vaticano.
W l'Italia in diretta l'altra sera ha mostrato a noi telespettatori ancora ben svegli (era in prima serata) esattamente cosa la legge 40 significa e produce. È il potere della tv: i giornali, l'Unità compresa, dal 2004 di storie così ne hanno raccontate, ma vedere i corpi fa tutto un altro effetto. Rossella, la donna della storia di apertura, era lì, col suo pancione al nono mese, e ci ha raccontato da quale «fortuna» nascerà la bambina che si chiamerà Camilla: benché precaria, e come lei precario il marito, hanno deciso, arrivati in dirittura d'arrivo, 42 anni lei, 46 lui, di averlo, il figlio, però hanno avuto bisogno del medico, e sono stati «fortunati», appunto, perché dei tre embrioni impiantati tutti insieme nell'utero, come vuole il capriccio della legge, due non ce l'hanno fatta. Rossella alla sua età non avrebbe retto una gravidanza tripla. Maria, invece, veniva intervistata in casa dove è sottoposta a cerchiaggio: perché il suo corpo ha «accettato» tutti e tre gli embrioni, ma al quinto mese li ha espulsi. «Al quinto mese di cosa parli, di embrioni, di feti? No, ho perso tre bambini» spiegava. Federica, segretaria, con Antonio, operaio, ha retto alla gravidanza plurima e ora hanno tre gemelli, così come Sara, lavandaia, e Riccardo, operaio anche lui: bambini bellissimi e, visto che sono arrivati, amati, ma davvero Federica e Sara coltivavano il progetto di cimentarsi con delle gravidanze da Guinness? E il legislatore ha stabilito anche come aiutare, poi, praticamente, queste coppie a mantenere le famiglie? No, fanno tutto da soli, chiariscono.
Queste coppie, assistite da una struttura pubblica di eccellenza, l'ospedale della Versilia, hanno in comune un dato, poi: non avevano i soldi per rivolgersi all'estero. Altri intervistati, o perché più agiati, o facendo debiti, o perché più disperati, sono andati invece in quelle località del Mediterraneo che, nel nostro immaginario, sono un passo indietro a noi quanto a modernità e benessere, Grecia e Turchia. Perché lì la legge 40 non vige e si può procedere secondo buon senso. Dunque, ci si può far impiantare un embrione solo. Oppure ottenere una diagnosi pre-impianto, se portatori di malattie genetiche. Ma non è rose e fiori. Anche in questo caso, in tv, hanno parlato i corpi: gli occhi della donna che, civilmente, spiegava cosa significa finire sotto i ferri di un medico di cui non capisci la lingua, tre ore dopo essere atterrata in un Paese.
Viva l'Italia, martedì scorso, ha dimostrato in che modo possa essere utilizzata - bene - la specificità del mezzo televisivo: cioè il «far vedere», e farlo «in diretta». Col che s'è moltiplicato l'effetto-lontananza degli altri mondi messi a confronto con le donne incinte, e i loro compagni di vita, fisicamente in studio. Coi loro occhi vedevi come marziani i tardi edonisti-reganiani che, in una serie di interviste filmate, all'inizio spiegavano perché preferiscono divertirsi piuttosto che avere figli. Ma ci è apparsa purtroppo sideralmente lontana anche la ministra interpellata, Livia Turco: la domanda che le veniva rivolta era basilare e semplice - quanto deve durare quest'obbrobrio? - e la politica, per sua voce, avrebbe dovuto trovare risposte altrettanto dirette.
Lunare, poi, sembra il dibattito di questi ultimi due giorni: la par condicio? Ma chi, nel centrodestra, parla di questo, la trasmissione l'ha vista? Se sì, ci si rizzano i capelli. Perché, a questo punto, la domanda che ci consegna questo pezzo di buona televisione è solo questa: questa legge orripilante quanto deve durare?


L'anno inutile del polo
Forza Italia tentenna, il dominus resta Bossi
Ernesto Galli Della Loggia sul
Corriere della Sera

Le cronache informano che gli onorevoli Bossi e Tremonti si accingerebbero insieme a mettere a punto il programma con cui il centrodestra intende affrontare le prossime elezioni, che evidentemente esso giudica più o meno imminenti.

Bisogna dunque dedurre che quelle dell'anno scorso sono state già archiviate, così come già archiviata è stata, evidentemente, la sconfitta allora subita dalla Casa delle libertà, anche se ancora nessuno ci ha spiegato le sue cause. Che cosa non funzionò nel 2006? Perché i cinque anni del governo Berlusconi non furono premiati dagli elettori? Fu tutta e solo colpa della feroce personalizzazione antiberlusconiana degli avversari? Si badi, però, rispondere a queste domande non è importante al fine di mettere giù sulla carta un bel programma nuovo e gradito al pubblico, ma semmai proprio a un fine in certo senso opposto: per rendersi conto che il problema del centrodestra (il discorso peraltro potrebbe essere allargato, e come!) non sta nel suo programma, ma nella sua immagine politica complessiva e nella capacità, specialmente quando è al governo, di adeguarvi la propria azione concreta.

Ciò che nella passata legislatura perse il governo Berlusconi non furono le cose fatte e sgradite agli elettori ma quelle non fatte, benché fossero state promesse. Soprattutto lo danneggiò il suo essere venuto meno alla cifra, all' ispirazione generale, con cui si era presentato e alla quale aveva detto di voler improntare la sua azione. Si trattava in sostanza, lo si ricorderà, della «rivoluzione liberale» da mettere in opera tagliando spese, cancellando privilegi di gruppo, disboscando regolamenti, abolendo leggi inutili, semplificando radicalmente, dando potere e iniziativa ai cittadini dopo averli tolti alle corporazioni. Di tutto ciò, però, nulla o assai poco il governo riuscì a fare, e ne pagò il conto il giorno delle elezioni. Dunque, la questione decisiva non è il programma — oggi Bossi e Tremonti potrebbero ripresentare immutato quello del 2001 e sono sicuro che più o meno al loro elettorato di riferimento andrebbe benissimo — bensì la possibilità/capacità di attuarlo, e forse più ancora la capacità di rappresentarlo simbolicamente, dando vita a gesti ed atti di portata magari limitata ma nettissimi e capaci di trasmettere in modi e tempi immediati messaggi significativi. Il punto è, però, che in Italia precisamente ciò risulta difficile a tutti i governi perché, date le regole delle nostre istituzioni, chi li guida o chi ne fa parte come ministro è costretto ad essere un mediatore perenne, trovando ostacoli infiniti quando da mediatore vuol trasformarsi invece, per così dire, in decisore.

Proprio il centrodestra — la cui azione di governo è stata particolarmente danneggiata da quanto sopra agli occhi della sua stessa opinione pubblica, assai più incline al decisionismo di quella di sinistra — avrebbe dovuto discutere a fondo, meditando sul senso politico della propria sconfitta, di questo difetto sistemico. O almeno avrebbe dovuto farlo Forza Italia, che, come partito più forte e insieme come partito di Silvio Berlusconi — cioè di un leader percepito come dotato in modo particolare di qualità decisionali —, avrebbe avuto tutto il vantaggio, mi pare, a cercare di sfruttare questa caratteristica: per esempio decidendo di puntare su una revisione della sciagurata legge elettorale in vigore, e magari aderendo all'ipotesi di referendum. Nulla di tutto questo, invece. È passato più di un anno e l'immagine politica di Forza Italia è più che mai sfocata, i rapporti con gli alleati continuano a restare nel limbo, e Bossi continua ad apparire il vero padrone di fatto della linea della Casa delle libertà.


Tutti a spasso
Massimo Gramellini su
La Stampa

L'Italia è una repubblica fondata sul delirio. Inutile ricorrere a un giureconsulto per farsi spiegare quel che è successo ieri, nell'incubo di una mattina di mezza estate, fra Sanremo, Pinerolo e Latina: il triangolo della giustizia in bermuda, anzi in mutande. Meglio sarebbe interpellare lo psicanalista, oppure un Kafka a rovescio, come a rovescio è il funzionamento del diritto in questo Paese.

Cominciamo il nostro viaggio da Sanremo, dove il signor Luca Delfino ha sgozzato l'ex fidanzata a pochi metri dalla sede del Festival, fra decine di passanti ignari e inorriditi. Lo hanno acciuffato mentre ancora infieriva sul corpo della donna. Le foto della scena del delitto, che ovviamente non vi mostriamo, hanno sconvolto lo stomaco persino a noi giornalisti, noti ciniconi. Ebbene, dell'autore di questo scempio ebbe già modo di occuparsi la Questura di Genova alla fine del 2006, indagando sull'omicidio di un'altra sua ex. Il Delfino apparve subito come il probabile colpevole: non aveva un alibi, era stato l'ultimo a vedere la vittima da viva, nelle ore successive all'omicidio si era improvvisamente tagliato barba e capelli, le perizie psichiatriche lo definivano «una personalità disturbata e socialmente pericolosa». Come se non bastasse, esistevano sospetti fondatissimi che in passato avesse architettato un'esplosione di gas in casa della signora, al chiaro scopo di farla saltare per aria. I magistrati lessero con grande gusto il dossier della polizia e, dopo lunghe riflessioni, decisero di lasciar fluttuare il Delfino libero e bello per le vie della Liguria, alla ricerca di altre ex da perseguitare.

Missione compiuta. Stavolta l'hanno preso col coltello in funzione e si spera che la flagranza riesca almeno a prenotargli un breve soggiorno in galera. Ma nemmeno questo è sicuro, dopo che a Latina hanno liberato in poche ore un pastore sorpreso ad appiccare incendi nei boschi per allargare lo spazio vitale dei suoi pascoli. Era recidivo e nella sacca gli hanno trovato 17 inneschi: uno per ogni incendio che intendeva scatenare. Poiché però, e per fortuna, è stato fermato prima che il fuoco divampasse, lo si è potuto accusare solo di tentato incendio. Quindi, in nome della Legge, si è deciso di tenerlo dentro fino a pranzo ma di lasciarlo uscire subito dopo, in tempo per una sigaretta digestiva. Prego, signor pastore, vuole accendere? Meglio un colpevole fuori che un innocente in galera, ci ricordano i tanti innocenti finiti dentro anche solo per un giorno.

Ma questa verità non lenisce la rabbia per il colpevole uscito di cella ieri, a Pinerolo, cuore di quello Stato sabaudo che prima di allargarsi era considerato un esempio di rigore. Il miracolato di Ferragosto è un ubriaco di 30 anni che aveva travolto con la sua auto una ragazza di 16. Lo hanno scarcerato perché il suo omicidio è sprovvisto di dolo. E se manca la volontà, la galera non si fa. Il delitto di chi, inzuppato di alcol e droghe, gironzola per strada a tranciare vite altrui è trattato alla stessa stregua di quello compiuto da un muratore sobrio e perbene, dalle cui mani affaticate caschi un mattone sulla nuca di un passante. Entrambi sono omicidi colposi. Di diverso il primo ha solo l'aggravante, ma non abbastanza grave, evidentemente, da meritarsi l'onore del carcere. Ne sarà sollevata la signora di Genova che, guidando in stato di ubriachezza, ha appena steso un pedone di 65 anni. Il suo avvocato invocherà subito la par condicio. E come negargliela? Libera anche lei, liberi tutti. D'altronde da noi non fa notizia nemmeno che un prete spacciato per santo fosse già stato condannato a 4 anni per bancarotta fraudolenta. Cos'è infatti una sentenza definitiva passata in giudicato se non l'espressione di uno stato d'animo?

Rimane chi, per colpa o per dolo ma a lui non interessa, ha perso un figlio, un parente, un bosco. In un Paese dove i carnefici si comportano da vittime, chi lo è davvero non può più neppure permettersi di farlo. Anzi, fra tante coscienze lavate con perlana che pattinano senza memoria sulla superficie della vita, alla lunga rischia di essere ancora guardato come uno che porta rancore. Un cuore duro e incapace di perdonare. Ma si consoli: non manderanno in galera neanche lui. Almeno per ora.


New York: L'Italia dimentica i propri morti in USA
Mary Villano - PT Agency News - Newsitalia.com

West Virginia: Monongah commemora 1000 minatori morti, tra essi oltre 350 erano italiani.

Il 15 agosto 2007, Monongah, una piccolissima cittadina del West Virginia in USA, commemora i suoi mille minatori morti: la più grande tragedia mineraria nella storia degli Stati Uniti d'America.
Era il 6 dicembre del 1907 quando quella terribile esplosione, una fuga di gas, spense per sempre  i sogni di quei 1000 minatori, tra essi oltre 350, si calcola ufficialmente, di età compresa tra 13 e 50 anni, erano italiani.
Assunta Leonardis del New Jersey, volontaria e stretta collaboratrice del fu padre Everett Francis Briggs, studioso e scopritore della tragedia,  in  un'intervista rilasciata al regista Pino Tordiglione per Rai e Abc, dichiara:  “Se ne contano tanti di più, se si pensa che a quel tempo qualcuno favoriva l'immigrazione clandestina , infatti, ogni minatore poteva portare con se due o tre persone, tra questi la maggior parte erano giovanissimi, bambini; loro giacciono lì, ignoti, in quella fossa comune, dimenticati dall'uomo e dal destino che attendono invano l'attenzione delle proprie Patrie.  Molti di questi, 171 italiani identificati,  provenivano da San Giovanni in Fiore, San Nicola dell'Alto, Falerna, Gizzeria, Civitella Roveto, Duronia, Civita d'Antino, Canistro, Torella del Sannio ed altre cittadine della Campania, Calabria, Abruzzo e Molise”.
Oggi, a distanza di un secolo, per interessamento dei volontari e del governatore dello Stato della Virginia  i nostri ignoti avi saranno ricordati con il marmo della loro terra, Carrara:  una statua in loro onore sarà eretta nella piazza centrale di Monongah.
Ancora una volta assistiamo all'indifferenza della nostra Patria, o meglio di coloro che la rappresentano, una tragedia di queste proporzioni è stata dimenticata ed ignorata per un secolo, immaginate la considerazione che hanno di noi italiani, vivi e vegeti, qui in America. I nostri governanti italiani si sono è ricordati solo di Marcinelle che si celebra l'8 agosto,  Monongah dov'è? Assolutamente vergognoso! , ognuno con le proprie azioni dimostra quello che è!-. così si è espresso il presidente delle Associazioni Campane in Usa, Nicola Trombetta.


Il giorno che morì il Cile
Maurizio Chierici su
l'Unità del 9 agosto

Per capire cosa è successo nel Cile dopo la morte di Allende bisogna ricominciare dall'ultima fotografia: il presidente si affaccia nel cortile del palazzo della Moneda. L'eleganza del borghese si avvilisce nell'elmetto sbilenco sugli occhiali, diventa irreale col mitragliatore col quale - tradito ed orgoglioso - si toglierà la vita.
L
o circondano le guardie del corpo. Alle spalle un ufficiale dei carabinieri. Allende alza gli occhi al cielo. Preoccupato per il ronzio degli aerei. Si avvicinano. Ha ascoltato alla radio l'ordine di Pinochet. Stanno per bombardare. Accompagna le figlie Isabel e Beatrix verso l'uscita minore del palazzo. Beatrix somigliava al padre: testarda, appassionata. Assieme ad Isabel insisteva: volevano restargli al fianco. «Appena fuori ci prenderanno in ostaggio. Ti ricatteranno; dovrai fare ciò che vogliono». Ma il dottor Allende non si lascia convincere: «”È stato promesso che sarete rispettate. Servono testimoni fuori dalla Moneda per spiegare cosa sta succedendo”. Lo vedevamo preoccupato per la nostra presenza», racconta Isabel Allende (oggi deputata in parlamento), «e per toglierlo dalla pena ce ne siamo andate. Ma papà voleva essere sicuro che saremmo uscite. Ci ha accompagnate ad una porticina aperta su calle Morante. Un abbraccio: “Subito a casa, la mamma è sola”. Poi il segno con la mano: l'ultimo addio…». Assieme a Beatrix e Isabel esce un fotografo che da anni accompagna Allende. Il presidente gli chiede di proteggere le ragazze. Ma un fotografo immerso nella grande storia non resiste: la sua Leica insegue il dottore lungo i corridoi e nelle scale che scendono dal Gran Comedor dove Allende aveva riunito collaboratori e funzionari per ordinare di andarsene. Il fotografo consuma le negative. L'ultima immagine è Allende che alza gli occhi al cielo. 10 del mattino, 11 settembre 1973. Tre mesi prima Allende ha compiuto 65 anni. Il fotografo nasconde il rotolo nell'imbottitura della giacca; trascina Beatrix e Isabel nell'incubo della città assediata. Immagini che appaiono tre mesi dopo sul New York Times, esclusiva mondiale senza autore. Perché l'autore vaga da un nascondiglio all'altro nel cammino verso le Ande, frontiera argentina. Affida le negative ad un amico che le passa ad un altro amico: di mano in mano arrivano al corrispondente del grande giornale. Paga 1800 dollari a mani sconosciute. L'autore non vedrà mai un centesimo.
Passano 34 anni. Il 5 febbraio 2007 muore a Santiago, dove è tornato col ritorno della democrazia, Luis Orlando Lagos Vasquez,«piccolo gigante della fotografia», scrive la Nacion, giornale di proprietà dello stato. Fra le righe, la rivelazione: era il fotografo che ha raccontato gli ultimi minuti di Allende. Perché non l'ha mai fatto sapere? Quando era in esilio, o a Santiago mentre la democrazia si irrobustiva e la presidenza del socialdemocratico Lagos cancellava la paura, ombra che ha chiuso tante bocche? Perché Chico Lagos continuava a non fidarsi: militari potenti e notabili arricchiti negli anni di Pinochet sempre padroni del paese. Sarà stata la vecchiaia, ma gli è mancato il coraggio. Il suo silenzio fa capire come la ferita del golpe non sia ancora rimarginata.
* * *

A noi lontani è un tremore nascosto che fa impressione. Il Cile dei nostri giorni appare come l'America Latina vorrebbe essere: economia prospera, management accorto e dinamico, trattati di libero commercio con Stati Uniti, Europa e Cina. I suoi prodotti attraversano il mondo confermando l'immagine di un paese del quale ci si può fidare. Tutto vero, ma un'ossessione lo perseguita non solo nel passato: continua ad inquietare il presente.
A Santiago la democrazia del dopo Pinochet sta per compiere 18 anni. Durante i quattro anni di governo, il presidente Lagos, socialista deportato nella Terra del Fuoco nell'evo militare della dittatura, ha liberato il paese da abitudini inchiodate dal regime in una costituzione che resta complicato disarticolare. Fino al 2004 era il solo posto latino dove ancora si proibiva il divorzio trascurando quella modernità civile della quale il Cile va orgoglioso. Lagos ha fatto riscrivere i testi di scuola: colpo di stato e morte di Allende venivano sbrigati in poche righe malgrado l'avvento della democrazia, ma con Pinochet sempre alla guida delle forze armate e con Pinochet minaccioso, i suoi ricatti nel cassetto. Walter Millar, autore della edizione Zig Zag - un milione di copie l'anno, tre generazioni di studenti dell'obbligo - liquida in poche parole torture e massacri e l'esilio di migliaia di persone: «Il presidente Allende non è riuscito a terminare il mandato. La sua gestione politica ha trascinato il paese ad una grave crisi istituzionale. La maggioranza della gente e della stampa chiedeva che il governo andasse a casa per impedire l'avvento di una società socialista. Disordine e violenza avevano superato limiti inaccettabili. Questa la situazione quando l'11 settembre 1973 le Forze Armate e i Carabinieri del Cile, per impedire una possibile guerra civile, hanno deciso di assumere il comando del paese chiedendo al presidente Allende di andarsene. Allende non si è fidato delle garanzie degli alti ufficiali. Ha preferito suicidarsi nel palazzo della Moneda». Anche le università sono cresciute con queste informazioni, università Cattolica compresa. Cultura finalmente superata, ma gli anni dell'adolescenza di milioni di cileni sono stati oppressi da un dogma del quale è difficile liberarsi.
Dopo Lagos è arrivata Michelle Bachelet, novità di una donna alla guida del paese delle divise prussiane, socialista umiliata dalla violenza di Villa Grimaldi, palazzo degli orrori dove è morto per tortura il padre, generale Bachelet fedele ad Allende. Nei 18 anni della democrazia la destra è stata sconfitta per la quarta volta, ma preoccupa la differenza dei voti che dividono il futuro dal passato. Poche migliaia. Metà Cile non rinuncia all'armatura delle leggi lasciate da Pinochet. Può essere merito del benessere dovuto all'economia che vola nel paese virtuoso: paga in anticipo le rate del debito a Fondo Monetario e Banca Mondiale. Buona salute della quale essere grati al lungo regno neoliberistico di Pinochet, ripetono le analisi che hanno provato ad annacquare l'infamia il giorno della sua morte.
Dietro la contabilità dei grandi numeri la contabilità sociale è diversa. Assieme al Brasile delle favelas, il Cile è il paese dove resiste la disuguaglianza sociale più tragica del continente. Pochi imprenditori senza problemi ma gran parte della gente guadagna 1200 pesos al mese quando ne servono 1500 ogni mese per le rette dei figli che studiano nei 2500 collegi privati. 2000 pesos il costo delle università. La rivolta «dei pinguini» sta infiammando le strade di Santiago. «Pinguini» per la divisa bianca e nera. Chiedono che scuole superiori e università tornino allo stato eliminando rette insostenibili per il ceto medio.
Dietro le apparenze levigate il sistema resta fragile se non governato con mano dura. La morte di Pinochet è stata accolta con la rabbia di vedove e figli delle tremila persone svanite nelle fosse comuni o gettate in mare. Processi sospesi subito dopo il funerale per «decesso dell'imputato». Svaniscono nella storia non solo i delitti del generale, anche le ruberie della famiglia. Un mese dopo l'ultimo respiro del padre della patria armata, gran parte delle inchieste sui tesori nascosti nelle banche straniere vengono annullate dalla Corte d'Appello di Santiago e il giudice Carlos Cereda che frugava nei forzieri della banca americana Riggs, in Svizzera, a Hong Kong resta a mani vuote. Caso chiuso. Gran parte delle strutture restano quelle che ha imposto il generale col vantaggio di poter ribadire la dottrina del pinochettismo senza l'ingombro delirante di Pinochet. Avvenimenti simbolo hanno accompagnato le esequie fra lacrime e feste di gioia. La confederazione degli imprenditori si riunisce d'urgenza due ore prima del funerale. Nomina il nuovo presidente e di corsa tutti al cimitero per due parole di congedo: «Lo seguivano con umana simpatia». La presidente Bachelet non concede i funerali di Stato, «solo» l'onore delle armi come ad ogni alto ufficiale. Tre proposte per tre monumenti vengono subito presentate dal sindaco di Los Condes, quartiere elegantissimo della capitale. Il generale abitava lì. Antonio Skarmeta, autore de Il postino di Neruda, sdrammatizza nell'ironia: «Allende ha aspettato trent'anni per essere ricordato su un piedistallo. Anche sua eccellenza deve fare lista d'attesa».
Imprenditori, esercito, polizia, carabinieri continuano a determinare la politica del paese. Come scrive Patricia Verdugo «nessun progetto di legge viene discusso in parlamento se prima non approvato dai soliti importanti». Le Forze Armate sono una holding con industrie metallurgiche, banche, perfino una cattedrale separata dalla cattedrale della gente normale. E Casa Militar resta l'istituzione che riunisce ideologicamente gli ufficiali fino al giorno dell'ultimo respiro.
Che la transizione sia lentissima lo si capisce dai segni meno clamorosi della gestione politica come il rinvio dell'entrata in vigore della legge che restituisce dignità ai lavoratori. Ereditando un paese dove sindacati e scioperi erano proibiti, Lagos lascia la presidenza dopo l'approvazione di un provvedimento di tutela elementare: autorizza la creazione di tribunali competenti ad accogliere i ricorsi dei dipendenti in nero, incidenti sul lavoro, minimi di stipendio non rispettati, orari disumani e la questione femminile: le donne vengono pagate il 30 per cento in meno. Nuove corti specializzate nella materia dovevano essere pronte il primo marzo 2007, data dell'entrata in vigore della legge. Ma le due destre dei notabili propongono un rinvio: fino a quando i nuovi tribunali non saranno collaudati nella specializzazione. «Non bisogna precipitare». E il governo accetta.
Grandi giornali e Tv conservano tracce vistose del vecchio regime. Il Mercurio è il grande quotidiano del paese. Ogni articolo viene rivisto e riscritto da un gruppo di estensori dei quali fa sempre parte un ex militare. Articoli firmati solo da collaboratori stranieri. Chi non accetta e scava la verità, fuori per sempre. È il caso di Patricia Verdugo, la giornalista che ha documentato i delitti del regime in un libro all'origine delle ricerche del giudice spagnolo Garzon: ha «imprigionato» a Londra (prigione dorata) il generale che girava il mondo sicuro dell'impunità. Il libro della Verdugo Gli artigli del puma (in Italia lo pubblica quindici anni dopo Sperling & Kupfer) documenta con prove la confessione di un generale colpevole a metà: gli ordini di Pinochet dopo l'11 settembre 1973. Libri tradotti in tutto il mondo, premi negli Stati Uniti e in Spagna, ma l'esclusione resta: esclusa per sempre da ogni giornale e ogni Tv. Lesa maestà.
Ecco il nodo del futuro: riuscirà il governo Bachelet o il governo che verrà dopo a ridurre la distanza tra due paesi che non si somigliano sotto la stessa bandiera?
Non è ancora il Cile che Allende sognava, forse lo diventerà. Allende non è riuscito a far accettare la moderazione ragionata, il buonsenso di un passo alla volta. La sinistra estrema del suo governo imponeva tempi irragionevoli alle privatizzazioni, esasperando le grandi compagnie straniere: l'Itt, soprattutto, proprietaria delle miniere di rame, ancor oggi determinante nelle fortune dell'economia cilena. Itt così vicina al cuore del presidente Nixon e del segretario di Stato Kissinger, ispiratori della fine di Allende. Carlos Altamirano, buona famiglia, minacciava di distribuire armi ai minatori se l'Itt non fosse spogliata, e subito, di ogni diritto. Allende è stato schiacciato tra Altamirano e la democrazia cristiana di Frei padre. Alla fine è caduto. Altamirano invecchia col rimorso raccolto in un libro: «Mi sento colpevole di tutti gli orrori che i cileni hanno dovuto sopportare per la mia impulsività».
Per capire umanità e utopia di Allende, basta leggere la lettera con la quale si è dimesso dalla massoneria. Il nonno aveva aperto la prima loggia cilena, il padre gli ha passato l'insegna di gran maestro, ma il piccolo medico alla fine se ne è andato. Non si è nascosto nell'ambiguità del fratello in sonno. Ha chiuso la porta con queste parole: «Dal punto di vista teorico la massoneria è una istituzione perfetta. Ma questo mondo ideale può aiutare l'uomo reale, l'uomo comune che affronta i problemi della vita quotidiana ? I massoni proclamano uguaglianza, libertà e fraternità come somma sintesi della convinzione collettiva. Con onestà intellettuale possiamo immaginare che la composizione delle logge rifletta la società cilena dei nostri giorni? Possiamo restare indifferenti di fronte alla mancata rappresentanza della classe operaia?». Mancano i giovani che guardano il futuro, mancano i senza niente organizzati in sindacati, è l'amarezza. «È necessario che la massoneria si impegni contro le oligarchie, il feudalismo agrario, la concentrazione dei monopoli. È indispensabile che tutti abbiano accesso all'intera cultura. Può la massoneria chiudersi nelle logge e non cambiare in questo senso il mondo?». Troppo solo col suo sogno. I grandi interessi trovano ovunque e in ogni tempo un Pinochet a portata di mano.


"Genitori, vietato sculacciare"
l'Europa cambia le regole
Proposta di legge a livello Ue: al bando ogni forma di educazione violenta
Diventerebbe off limits qualunque punizione corporale come succede in Svezia da 30 anni
Giampiero Martinotti su la Repubblica
http://www.repubblica.it/2007/08/sezioni/scuola_e_universita/servizi/vietato-sculacciare/vietato-sculacciare/vietato-sculacciare.html

PARIGI - Guai a sculacciare i bambini, guai a chi pensa che una piccola violenza possa avere effetti positivi: tra poco questa pratica vecchia come il mondo potrebbe essere vietata in tutti i paesi europei.

Perlomeno se i governi finiranno per accettare la proposta formulata dal Consiglio d'Europa, organizzazione più larga dell'Unione europea, che propone ai suoi 47 membri di imitare l'esempio dato quasi trent'anni fa dalla Svezia, primo paese a bandire le punizioni corporali, di qualsiasi tipo, a casa come a scuola. Misura destinata a sconcertare gran parte dei genitori, abituati a considerare uno scapaccione un "sano" ausilio educativo. In autunno, il Consiglio d'Europa lancerà una campagna per "cambiare le mentalità" nella speranza di arrivare a un'abolizione completa di tutte le punizioni corporali, compresa la sculacciata.

All'origine di questa crociata c'è l'olandese Maud de Boer-Buquicchio, segretario generale aggiunto del Consiglio. Come ha ricordato ieri Libération, si batte da tempo sul tema e un anno fa ha difeso le sue proposte davanti ai ministri incaricati degli Affari familiari: "Dobbiamo proteggere l'integrità fisica e psicologica, la dignità umana dei nostri figli. Non siamo autorizzati a picchiarli, ferirli, umiliarli. Punto e basta. Dobbiamo cambiare le mentalità e adattare di conseguenza le nostre leggi". Nessun gesto violento, neppure il più leggero, dev'essere tollerato: come ha detto il responsabile dei diritti umani del Consiglio, parlare di punizione ragionevole è "un concetto giuridicamente disonorevole". Ma se si vietano le sculacciate dovremo mettere un poliziotto in ogni casa o aspettare le denunce dei vicini? O vedere i figli sporgere denuncia contro i genitori? Il portavoce del Consiglio invita alla ragionevolezza: "Vietare le punizioni corporali nelle famiglie non significa aprire procedimenti penali contro i genitori, ma cambiare i loro comportamenti".

All'origine della campagna del Consiglio ci sono le posizioni di molti educatori, secondo i quali la violenza verso i bambini è direttamente responsabile dei loro comportamenti violenti da adulti. La sculacciata è diventata un sorta di surrogato: i genitori non sanno più porre limiti ai loro figli e far capire loro il principio di autorità e, di fronte a disubbidienze, ricorrono ai vecchi metodi, mentre dovrebbero ritrovare il loro ruolo di educatori e di detentori dell'autorità.

Quasi vent'anni fa, la psicanalista Alice Miller affermò: "Le sanzioni provocano un'obbedienza a breve termine, ma a più lungo termine generano la paura, spesso dissimulata come aggressività, sete di vendetta, odio, volontà di essere finalmente al potere per punire i più deboli. Conducono insomma a un circolo vizioso". E gli svedesi, pionieri, martellano: "I bambini picchiati sono generalmente più aggressivi quando diventano adulti". Anche con una piccola sculacciata? "Quali sono i limiti? Chi li fissa?", rispondono. Il problema è tutto qui, sapere dove comincia la vera violenza.

Per il consiglio d'Europa la benché minima brutalità è foriera di danni irrecuperabili. Del resto, 16 Stati europei hanno già vietato per legge le punizioni corporali, a scuola come a casa. Si tratta adesso di convincere gli altri paesi, ma soprattutto di inculcare nella testa dei genitori l'idea che una sculacciata non è il mezzo migliore per educare i propri rampolli.


  12 agosto 2007