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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 5 agosto 2007



Ahi Costantin di quanto mal fu madre
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Tra le tante questioni che affliggono il nostro paese, insolute da molti anni e alcune risalenti addirittura alla fondazione dello Stato unitario, c'è anche quella cattolica. Probabilmente la più difficile da risolvere.
Personalmente penso anzi che resterà per lungo tempo aperta, almeno per l'arco di anni che riguardano le tre o quattro generazioni a venire. Roma e l'Italia sono luoghi di residenza millenaria della Sede apostolica e perciò si trovano in una situazione anomala rispetto a tutte le altre democrazie occidentali. Se guardiamo agli spazi mediatici che la Santa Sede, il Papa, la Conferenza episcopale hanno nelle televisioni e nei giornali ci rendiamo conto a prima vista che niente di simile accade in Francia, in Germania, in Gran Bretagna, in Olanda, in Scandinavia e neppure nelle cattolicissime Spagna e Portogallo per non parlare degli Usa, del Canada e dell'America Latina dove pure la popolazione cattolica ha raggiunto il livello di maggiore densità.
Da noi le reti ammiraglie di Rai e di Mediaset trasmettono sistematicamente ogni intervento del Papa e dei Vescovi. L'"Angelus" è un appuntamento fisso. Le iniziative e le dichiarazioni dei cattolici politicamente impegnati ingombrano i giornali, il presidente della Repubblica, appena nominato, sente il bisogno di inviare un messaggio di "presentazione" al Pontefice, cui segue a breve distanza la visita ufficiale.
Tutto ciò va evidentemente al di là d'una normale regola di rispetto e dipende dal fatto che in Italia il Vaticano è una potenza politica oltre che religiosa. Ciò spiega anche la dimensione dei finanziamenti e dei privilegi fiscali dei quali gode il Vaticano, la Santa Sede e gli enti ecclesiastici; anche questi senza riscontro alcuno negli altri paesi.
Infine il rapporto di magistero che la gerarchia ecclesiastica esercita sulle istituzioni ovunque vi sia una rappresentanza di cattolici militanti e la funzione di guida politica che di fatto orienta i partiti di ispirazione cattolica e quindi cospicui settori del Parlamento.
La questione cattolica è dunque quella che spiega più d'ogni altra la diversità italiana. Spiega perché noi non saremo mai un "paese normale". Perché una parte rilevante dell'opinione pubblica, della classe politica, dei mezzi di comunicazione, delle stesse istituzioni rappresentative, sono etero-diretti, fanno capo cioè e sono profondamente influenzati da un potere "altro". Quello è il vero potere forte che perdura anche in tempi in cui la secolarizzazione dei costumi ha ridotto i cattolici praticanti ad una minoranza.
"Ahi Costantin, di quanto mal fu madre...".
La questione cattolica ha attraversato varie fasi che non è questa la sede per ripercorrere. Basti dire che si sono alternate fasi di latenza durante le quali sembrava sopita, e di vivace ed aspra riacutizzazione.
Il mezzo secolo della Prima Repubblica, politicamente dominato dalla Democrazia cristiana, fu paradossalmente una fase di latenza. La maggioranza era etero-diretta dal Vaticano e dagli Stati Uniti, il Pci era etero-diretto dall'Unione Sovietica. Entrambi i protagonisti accettavano questo stato di cose, insultandosi sulle piazze e dai pulpiti, ma assicurando, ciascuno per la sua parte, un sostanziale equilibrio. Quando qualcuno sgarrava, veniva prontamente corretto.
Ma la fase attuale non è affatto tranquilla, la questione cattolica si è riacutizzata per varie ragioni, la prima delle quali è l'emergere sulla scena politica dei temi bioetici con tutto ciò che comportano.
La seconda ragione deriva dalla linea assunta da Benedetto XVI che ritiene di spingere il più avanti possibile le forme di protettorato politico-religioso che il Vaticano esercita in Italia, per farne la base di una "reconquista" in altri paesi a cominciare dalla Spagna, dal Portogallo, dalla Baviera, dall'Austria e da alcuni paesi cattolici dell'America meridionale. Le capacità finanziarie dell'episcopato italiano forniscono munizioni non trascurabili per sostenere questo disegno che ha come obiettivo l'esportazione del modello italiano laddove ne esistano le condizioni di partenza.
A fronte di quest'offensiva le "difese laiche" appaiono deboli e soprattutto scoordinate. Si va da forme d'intransigenza che sfiorano l'anticlericalismo ad aperture dialoganti ma a volte eccessivamente permissive verso i diritti accampati dalla "gerarchia". Infine permane il sostanziale disinteresse della sinistra radicale, che conserva verso il laicismo l'antica diffidenza di togliattiana memoria.
Si direbbe che il solo dato positivo, dal punto di vista laico, sia una più acuta sensibilità autonomistica che ha conquistato una parte dei cattolici impegnati nel centrosinistra. Ma si tratta di autonomia a corrente variabile, oggi rimesso in discussione dalla nascita del Partito democratico e dai vari posizionamenti che essa comporta per i cattolici che ne fanno parte. Con un'avvertenza di non trascurabile peso: secondo recenti sondaggi nell'ultimo decennio i cattolici schierati nel centrosinistra sarebbero discesi dal 42 al 26 per cento. Fenomeno spiegabile poiché gran parte dell'elettorato ex Dc si trasferì fin dal 1994 su Forza Italia; ma che certamente negli ultimi tempi ha accelerato la sua tendenza.
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Un fenomeno degno di interesse è quello del recente associazionismo delle famiglie. Non nuovo, ma fortemente rilanciato e unificato dal "forum" che scelse come organizzatore politico e portavoce Savino Pezzotta, da poco reduce dalla lunga leadership della Cisl e riportato alla ribalta nazionale dal "Family Day" che promosse qualche mese fa in piazza San Giovanni il raduno delle famiglie cattoliche.
Da allora Pezzotta sta lavorando per trasformare il "forum" in un movimento politico. "Non un partito" ha precisato in una recente intervista "ma un quasi-partito; insomma un movimento autonomo che potrà eventualmente appoggiare qualche partito di ispirazione cristiana che si batta per realizzare gli obiettivi delle famiglie. Sia nei valori che sono ad esse intrinseci sia per i concreti sostegni necessari a realizzare quei valori".
L'obiettivo è ambizioso e fa gola ai partiti di impronta cattolica, ma Pezzotta amministra con molta prudenza la sigla di cui è diventato titolare. Dico sigla perché al momento non sappiamo quale sia la sua realtà organizzativa e la sua effettiva spendibilità politica.
Sembra difficile che il nascituro movimento delle famiglie possa praticare una sorta di collateralismo rispetto ai settori cattolici militanti nel Partito democratico: la piazza di San Giovanni non sembrava molto riformista, le voci che l'hanno interpretata battevano soprattutto su rivendicazioni economiche ma non basterà riconoscergliele per acquistarne il consenso e il voto. A torto o a ragione le famiglie e le sigle che le rappresentano ritengono che quanto chiedono sia loro dovuto. Il voto elettorale è un'altra cosa e non sarà Pezzotta a guidarlo. Ancor meno i vari Bindi, Binetti, Bobba nelle loro differenze. Voteranno come a loro piacerà, seguendo altre motivazioni e inclinazioni, influenzate soprattutto dai luoghi in cui vivono e dai ceti sociali e professionali ai quali appartengono.
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Un elemento decisivo della questione cattolica e dell'anomalia che essa rappresenta è costituito dalla dimensione degli interessi economici della Santa Sede e degli enti ecclesiastici, del loro "status" giuridico e addirittura costituzionale (il Trattato del Laterano è stato recepito in blocco con l'articolo 7 della nostra Costituzione) e dei privilegi fiscali, sovvenzioni, immunità che fanno nel loro insieme un sistema di fatto inattaccabile. Basti pensare che la Santa Sede rappresenta il vertice di un'organizzazione religiosa mondiale e fruisce ovviamente d'un insediamento altrettanto mondiale attraverso la presenza dei Vescovi, delle parrocchie, degli Ordini religiosi, delle Missioni. Ma, intrecciata ad essa c'è uno Stato - sia pure in miniatura - che gode d'un tipo di immunità e di poteri propri di uno Stato e quindi di una soggettività diplomatica gestita attraverso i "nunzi" regolarmente accreditati presso tutti gli altri Stati e presso le organizzazioni internazionali.
Questa doppia elica non esiste in nessun'altra delle Chiese cristiane ed è la conseguenza della struttura piramidale di quella cattolica e della base territoriale da cui trasse origine lo Stato vaticano e il potere temporale dei Papi. Non scomoderemo Machiavelli e Guicciardini, Paolo Sarpi e Pietro Giannone per ricordare quali problemi ha sempre creato il potere temporale nella storia della nazione italiana, nell'impossibilità di realizzare l'unità nazionale quando gli altri paesi europei avevano già da secoli raggiunto la loro ed infine lo scarso senso dello Stato che gli italiani hanno avuto da sempre e continuano abbondantemente a dimostrare. Sarebbe storicamente scorretto attribuire unicamente al potere temporale dei Papi questo deficit di maturità civile degli italiani, ma certo esso ne costituisce uno dei principali elementi.
Purtroppo il temporalismo è una tentazione sempre risorgente all'interno della Chiesa; sotto forme diverse assistiamo oggi ad un tentativo di resuscitarlo che si esprime attraverso la presenza politica diretta dell'episcopato nelle materie "sensibili" il cui ventaglio si sta progressivamente ampliando.
Negli scorsi giorni l'atmosfera si è ulteriormente riscaldata a causa di una frase di Prodi che esortava i sacerdoti a sostenere la campagna del governo contro le evasioni fiscali e lamentava lo scarso contributo della Chiesa ad un tema così rilevante.
Credo che Prodi, da buon cattolico, abbia pronunciato quella frase in perfetta buonafede ma, mi permetto di dire, con una dose di sprovveduta ingenuità. Lo Stato non rappresenta un tema importante per i sacerdoti e per la Chiesa. Ancorché i preti e i Vescovi siano cittadini italiani a tutti gli effetti e con tutti i diritti e i doveri dei cittadini italiani, essi sentono di far parte di quel sistema politico-religioso che a causa della sua struttura è totalizzante. La cittadinanza diventa così un fatto marginale e puramente anagrafico; salvo eccezioni individuali, il clero si sente e di fatto risulta una comunità extraterritoriale. Pensare che una delle preoccupazioni di una siffatta comunità sia quella di esortare gli italiani a pagare le tasse è un pensiero peregrino. Li esorta - questo sì - a mettere la barra nella casella che destina l'otto per mille del reddito alla Chiesa. Un miliardo di euro ha fruttato all'episcopato italiano quell'otto per mille nel 2006. Ma esso, come sappiamo, è solo una parte del sostegno dello Stato alla gerarchia, alle diocesi, alle scuole, alle opere di assistenza.
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Come si vede la pressione cattolica sullo Stato "laico" italiano è crescente, si vale di molti mezzi, si manifesta in una pluralità di modi assai difficili da controllare e da arginare.
Le difese laiche - si è già detto - sono deboli e poco efficaci: affidate a posizioni individuali o di gruppi minoritari ed elitari contro i quali si ergono "lobbies" agguerrite e perfettamente coordinate da una strategia pensata altrove e capillarmente ramificata.
Quanto al grosso dell'opinione pubblica, essa è sostanzialmente indifferente. La questione cattolica non fa parte delle sue priorità. La gente ne ha altre, di priorità. È genericamente religiosa per tradizione battesimale; la grande maggioranza non pratica o pratica distrattamente; i precetti morali della predicazione vengono seguiti se non entrano in conflitto con i propri interessi e con la propria "felicità". In quel caso vengono deposti senza traumi particolari.
Perciò sperare che la democrazia possa diventare l'"habitus" degli italiani è arduo. Gli italiani non sono cristiani, sono cattolici anche se irreligiosi. Questo fa la differenza.



La forza di Prodi
Sergio Romano sul
Corriere della Sera

Le ultime dichiarazioni di Romano Prodi ricordano quelle con cui Silvio Berlusconi elencava i meriti del suo governo e prometteva che avrebbe tirato avanti sino alla fine della legislatura. Ma il presidente del Consiglio non ha torto. È parso parecchie volte sul punto di cadere, ma ha superato una crisi e ne ha sfiorate altre senza perdere l'equilibrio. Come ha ricordato Massimo Franco sul Corriere di ieri, Prodi e il leader dell'opposizione si reggono a vicenda. Senza l'ombra incombente del secondo, il primo, forse, sarebbe già stato abbandonato da una parte della sua maggioranza. Senza un governo traballante che sembra sul punto di crollare da un momento all'altro, Berlusconi comincerebbe a sentire sul collo il fiato caldo di coloro che hanno una gran voglia di rimettere in discussione la sua leadership.
In altre parole Prodi può manifestare sicurezza perché in una democrazia dei partiti, come è ancora quella italiana, le crisi scoppiano generalmente quando i registi, dietro le quinte, hanno le grandi linee di un progetto e ritengono giunto il momento di metterlo in cantiere. Oggi nessuno sembra avere una soluzione di ricambio. La sinistra massimalista parla per mettere agli atti le sue posizioni radicali. Ma non vuole rendersi responsabile del ritorno di Berlusconi al governo ed è pronta a negoziare qualche compromesso. Organizzerà dimostrazioni e continuerà a proclamare il suo dissenso, ma farà del brinkmanship,
come veniva chiamata, durante la guerra fredda, l'arte di spingersi sino al ciglio del burrone e di fermarsi al momento opportuno.
Buona parte del Parlamento, d'altro canto, non vuole elezioni anticipate. Il presidente della Repubblica non desidera che gli italiani tornino alle urne con questa pessima legge elettorale. L'accordo su una nuova formula è ancora lontano. E Berlusconi ha continuamente oscillato in questi mesi fra due proposte egualmente impraticabili: un governo di larghe intese e le elezioni anticipate. Esiste sempre, naturalmente, la possibilità di una crisi al buio, provocata da un errore di calcolo o da un incidente di percorso. Ma per ora, e sino a quando non esisterà un'alternativa, Prodi può restare a Palazzo Chigi. Qualcuno, teoricamente, potrebbe suggerire un altro governo di centrosinistra con un nuovo presidente del Consiglio. Ma esiste una persona disposta ad accollarsi l'onere di guidare una maggioranza così risicata e litigiosa? Chi aspira alla successione di Prodi preferisce ereditare la carica in altre circostanze.
Vi sono situazioni in cui la debolezza può produrre una sorta di temporanea invulnerabilità. Se la stabilità è un obiettivo desiderabile, Prodi, nei limiti in cui la parola può applicarsi alla politica italiana, è "stabile" e può compiacersene. Ma la stabilità è una virtù soltanto quando permette di affrontare i problemi maggiori, quelli per cui occorrono continuità e coerenza. L'Italia ha bisogno di un governo che promuova la riforma delle istituzioni, realizzi grandi infrastrutture, riduca drasticamente i costi della politica, riformi lo Stato assistenziale senza usare per le pensioni il metodo del contagocce, rinunci ad aumentare le entrate con la pressione fiscale anziché con la riduzione della spesa pubblica. Un governo "stabile " che non riuscisse in questo compito assomiglierebbe al lungo governo di Silvio Berlusconi: un'esperienza che è meglio non ripetere.


Mercato da slegare
Luca Ricolfi su
La Stampa

Sono passati esattamente trent'anni da quando uscì in Italia la traduzione di un celebre libro degli Anni 70, La crisi fiscale dello Stato, dell'economista neomarxista James O'Connor. A quei tempi le nostre società venivano da un lungo periodo di crescita economica, di espansione dell'intervento pubblico. Ma venivano soprattutto da un progressivo ampliamento del cosiddetto Stato sociale, ossia delle istituzioni preposte a garantire a tutti istruzione, salute, assistenza, e una pensione nella vecchiaia. Il libro di O'Connor, come molti altri usciti in quegli anni, prendeva atto che quel tipo di sviluppo stava irrimediabilmente tramontando: l'economia, dopo il doppio choc degli incrementi salariali (fine Anni 60) e della prima crisi del petrolio (1973), era intrappolata nella "stagflazione", miscela esplosiva di stagnazione e inflazione, mentre i quattrini che il fisco riusciva a drenare dalle tasche di famiglie e imprese non bastavano a tener dietro all'impetuosa domanda di welfare, ossia di nuovi e migliori servizi sociali.
Di qui il trilemma di tutte le economie sviluppate: aumentare le tasse, lasciar correre il debito pubblico, ridimensionare lo Stato sociale. Di qui anche - soprattutto da parte della sinistra - il giustificato timore che la risposta alla "crisi fiscale dello Stato" finisse per risolversi in un più o meno radicale ridimensionamento di quel gioiello sociale pazientemente costruito in trent'anni di pace e tenacemente difeso dalle organizzazioni dei lavoratori un po' in tutto l'Occidente. Oggi, a tanti anni di distanza, non si può dire che quei timori fossero del tutto infondati. Almeno in due casi, quello degli Stati Uniti (Reagan) e del Regno Unito (Thatcher), la risposta principale alla crisi fiscale dello Stato fu effettivamente un ridimensionamento dello Stato sociale, talora accompagnato da drastiche riduzioni delle tasse e da bilanci pubblici in rosso, ma sempre compensato da buoni risultati in termini di crescita dell'economia. E tuttavia se guardiamo all'Europa, e in particolare all'Italia, è difficile non vedere che oggi, dopo tre decenni di vani tentativi di venire a capo di quel problema, i suoi termini si sono del tutto capovolti: chi volesse scrivere un libro sulla crisi italiana nel 2007 non potrebbe più intitolarlo La crisi fiscale dello Stato, ma dovrebbe chiamarlo, semmai, La crisi fiscale del mercato. Quel che è successo da allora, infatti, è che l'Italia ha imboccato prima - negli spensierati anni del CAF (Craxi-Andreotti-Forlani) - la strada della crescita senza freni del debito pubblico; poi, nei difficili anni di transizione fra la prima e la seconda Repubblica - dal primo governo Amato (1992) al primo governo Prodi (1998) - la strada del risanamento dei conti pubblici attraverso il solo aumento della pressione fiscale, ossia senza toccare lo Stato sociale; e da ultimo - nella lunga stagione che inizia con D'Alema e Amato, passa per Berlusconi e infine ritorna a Prodi - la strada del galleggiamento, con un costante deterioramento strutturale del deficit pubblico e - a partire dal 2000, ossia dall'ultimo governo di centro-sinistra prima del quinquennio berlusconiano (secondo governo Amato) - con un costante e spettacolare aumento dell'interposizione pubblica, ossia della somma di prelievo fiscale e spesa pubblica. Un aumento che, secondo le stesse stime governative, è destinato a proseguire quest'anno e, verosimilmente, anche nel 2008, anno in cui - secondo lo stesso Dpef - attendono di trovare copertura spese aggiuntive inevitabili per circa 20 miliardi di euro (oltre un punto di Pil). A trent'anni dalla stagione del "salario come variabile indipendente", ciò cui stiamo assistendo, in questi anni, è una politica economica completamente ostaggio della ricerca del consenso, una politica in cui - secondo la felice espressione di Luigi Spaventa - è la spesa pubblica l'unica "vera variabile indipendente" del sistema. La conseguenza fondamentale di questa politica, che nelle sue linee generali ha accomunato tutti i governi succeduti al primo governo Prodi del 1996-1998 (fatto cadere da Bertinotti), è stato il progressivo soffocamento del mercato, ossia delle possibilità di crescita del Paese, da parte dell'invadenza degli apparati pubblici, nella doppia veste di avidi esattori fiscali e di inefficienti erogatori di servizi. Non è forse inutile ricordare che la pressione fiscale generale in Italia è fra le più alte dell'Eurozona, ed è anzi la prima assoluta se la si calcola sui soli contribuenti onesti. Quanto alla pressione fiscale sulle imprese, siamo preceduti solo dalla Germania, ma fra pochi mesi - con la drastica riduzione delle aliquote recentemente decisa dalla Merkel - riusciremo a diventare i primi anche lì. Quest'ultimo aspetto, quello di un'insostenibile pressione fiscale sulle imprese, è particolarmente grave proprio se si pensa che sia un bene "salvare" lo Stato sociale. Contrariamente a quanto sembrano ritenere i politici della sinistra conservatrice, da Diliberto a Bertinotti, se c'è una chance di salvare lo Stato sociale essa passa sia attraverso una progressiva riduzione degli sprechi (capaci di liberare risorse per circa 40 miliardi di euro), sia - soprattutto - attraverso un sensibile aumento del tasso di crescita del Pil: da oltre un decennio, infatti, il Pil italiano cresce - chiunque sia al governo - quasi un punto in meno di quello degli altri Paesi dell'Eurozona, e tutta l'evidenza comparativa disponibile suggerisce che siano innanzitutto le nostre altissime aliquote sul reddito di impresa (oltre il 37 per cento, contro una media europea prossima al 25) a scoraggiare gli investimenti stranieri e a frenare la crescita. Passare dall'1,5 per cento al 2,5 può sembrare un cambiamento di poco conto, ma in realtà un aumento di un punto del tasso di crescita significherebbe portare ogni anno 400-500 euro in più nel bilancio familiare medio, nonché un gettito aggiuntivo di 6-7 miliardi a disposizione delle politiche pubbliche (quasi il triplo del famigerato "tesoretto").
Da questo punto di vista non si può che accogliere con favore l'idea, ventilata in questi giorni dal ministro Visco, di tagliare gli incentivi selettivi alle imprese e usarli per una consistente e generalizzata riduzione dell'Ires e dell'Irap, ossia delle due principali imposte che gravano sui produttori. Purché, come l'esperienza degli altri Paesi insegna (e come ci ricorda Contro le tasse, il bel pamphlet appena pubblicato da Oscar Giannino), tale riduzione sia drastica e concentrata nel tempo: l'unico modo che permette al fisco di inviare segnali chiari al mercato, ponendo fine alla lunga crisi che ha reso il mercato stesso ostaggio dello Stato.


Così potenti così arroganti
Bernardo Giorgio Mattarella su
L'espresso

I sindacati dei lavoratori sono sotto accusa
.
Si rimprovera loro di coprire comportamenti fraudolenti, come gli scioperi formalmente mascherati da malattie collettive; di opporsi a misure che comportano sacrifici nell'immediato e benefici maggiori nel lungo termine, come la ristrutturazione di imprese in crisi; di tutelare interessi parziali a danno di quelli generali, per esempio quando ostacolano l'irrogazione di sanzioni disciplinari ai dipendenti pubblici assenteisti.
Questi fenomeni derivano in parte da una sproporzione tra potere e rappresentanza: i sindacati rappresentano solo alcuni cittadini, ma prendono decisioni che riguardano tutti e gestiscono risorse che appartengono a tutti.
Gli esempi della sproporzione sono numerosi.
Per la riforma delle pensioni, il governo ha ricercato il consenso dei sindacati, che rappresentano alcuni degli interessati (lavoratori e pensionati), e ha trascurato altri interessati, come le imprese, i contribuenti e, soprattutto, i lavoratori futuri (non a caso, Confindustria lamenta che, a differenza di quella trilaterale degli anni Novanta, la concertazione attuale è solo tra governo e sindacati). La legge finanziaria per il 2007 consente ai datori di lavoro di regolarizzare i lavoratori assunti in violazione della legge, ottenendo uno sconto sui contributi arretrati ed evitando le sanzioni, ma a condizione di aver concluso un accordo con i sindacati. Il Memorandum sul lavoro pubblico e sulla riorganizzazione delle amministrazioni pubbliche, che riguarda i servizi resi ai cittadini, dispone di materie che non dovrebbero essere negoziabili, come i concorsi pubblici: esso è stato sottoscritto pochi mesi fa dal ministro della Funzione pubblica e dai sindacati, ma nessuno ha consultato gli utenti.
Questa sproporzione ha precise ragioni storiche e, nel passato, è stata utile. In Italia vi è sempre stata una forte attrazione tra sindacati e pubblici poteri: un secolo fa si discuteva seriamente di riorganizzare lo Stato intorno alla rappresentanza degli interessi professionali; l'ordinamento corporativo fascista inserì i sindacati nell'organizzazione pubblica; in età repubblicana le grandi confederazioni hanno conquistato un notevole peso politico, tutelando gli interessi più deboli e spesso facendosi meritevolmente carico di quelli generali. Inoltre, il ritardo dello sviluppo di associazioni di consumatori e utenti ha indotto i governi ad assumere i sindacati come interlocutori, rappresentativi dell'intera società civile.
Di qui la concertazione sociale.
Di qui anche le tante leggi che attribuiscono ai sindacati il potere di designare componenti di organi pubblici, di porre norme valide per tutti, di condizionare l'adozione di atti amministrativi, di gestire risorse e uffici pubblici. Tutto ciò vale, in misura minore, anche per le associazioni dei datori di lavoro.
Queste ragioni storiche si vanno esaurendo e gli effetti negativi della sproporzione si acuiscono: la base sindacale rispecchia sempre meno l'articolazione della società e coincide sempre meno con le categorie più deboli; la frammentazione e competizione tra sindacati rende poco conveniente, per il singolo sindacato, farsi carico degli interessi generali, rischiando di perdere iscritti. Il potere sindacale è spesso utilizzato a vantaggio di alcuni, poco meritevoli, e a danno di tutti. È anche un potere invadente, come dimostrato dai contratti collettivi del pubblico impiego, che sconfinano regolarmente in materie che sarebbero riservate alla legge. Ed è un potere spesso incoerente: i sindacati criticano l'affidamento di funzioni amministrative e servizi pubblici a privati (che può determinare risparmi ed efficienza), ma sono i principali beneficiari dell'esternalizzazione in materia fiscale e previdenziale, con i Caf e gli istituti di patronato. I quali costituiscono veicoli di finanziamento pubblico dei sindacati, legittimo ma poco trasparente, e strumenti di proselitismo agevolato: attratti dall'assistenza fiscale gratuita (ma in realtà pagata dallo Stato), ci si iscrive al sindacato.
Come rimediare, senza rinnegare il ruolo positivo che i sindacati hanno storicamente avuto e possono ancora avere? Si potrebbe cominciare applicando la Costituzione. La quale offre indicazioni importanti sia sul rapporto tra interessi generali e interessi di singole categorie produttive, sia sui sindacati. Sul rapporto tra interessi generali e settoriali,la Costituzione prevede il Consiglio nazionale dell'economia e del lavoro (Cnel), retaggio delle vicende storiche menzionate. Questo organo non ha mai avuto un ruolo importante, anche per il modo in cui i suoi componenti vengono scelti: quasi una sinecura per esponenti politici o sindacali in carica o a riposo. Ma è interessante ciò che la Costituzione prevede: ne fanno parte i rappresentanti 'delle categorie produttive', e non solo dei lavoratori dipendenti; esso può fare proposte e dare pareri, ma la successiva decisione spetta al potere politico. Dunque, va bene la concertazione, ma tenendo conto di tutti gli interessi coinvolti e distinguendo tra le responsabilità di chi rappresenta tutti e quelle di chi rappresenta alcuni.
Sui sindacati, premesso che essi rappresentano alcuni ma decidono per tutti i lavoratori, l'articolo 39 della Costituzione stabilisce: che essi possono farlo soltanto attraverso rappresentanze unitarie, composte in modo da rispecchiare la rappresentatività dei vari sindacati; e che, per farlo, devono avere un ordinamento interno democratico. Il secondo requisito non dovrebbe spaventare le grandi confederazioni. Il primo forse sì, perché la misurazione della rappresentatività favorisce chi attualmente è sottorappresentato e danneggia chi gode di posizioni di rendita. È anche per questo che i sindacati si sono sempre opposti all'applicazione di questa norma (ingiustamente criticata anche da tanti studiosi). Ma, in tempi di crisi di rappresentatività, difendere le posizioni di rendita è sempre più difficile.


La scuola deve saper punire
Claudio Magris sul
Corriere della Sera

È evidente che gli alunni devono essere difesi da eventuali atteggiamenti sadicamente repressivi, che esistono pure fra gli insegnanti. Ma scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione disciplinare e vedere traumi in ogni normale sgridata è insensato. Paralizza gli insegnanti, inducendoli a lasciare che gli alunni telefonino con i cellulari durante le lezioni, per non incorrere in grane penose. (...) Non sarebbe male se tutti — allievi, docenti, esperti e le famiglie preoccupate di tutelare i loro bebè magari diciottenni — fossero obbligati da una circolare a scrivere, almeno cento volte, "sono deficiente".
U na scolara, durante l'ora di lezione, usa il cellulare e l'insegnante, come è logico, glielo sequestra temporaneamente, con una piccola ramanzina. Non è un grande avvenimento e non dovrebbe fare notizia, bensì tutt'al più procurare alla ragazzina un salutare sberlotto da parte dei genitori, che salda il conto e riporta il sereno. Invece il fattaccio — come tanti altri analogamente futili, ma altrettanto rivelatori di una crescente assurdità — finisce sui giornali, che riportano le vibrate e angosciate proteste di papà e mamma contro l'insegnante reo di repressione. Qualche tempo dopo, in un'altra scuola, un ragazzotto fa il bullo con un compagno, accusandolo di essere gay e femminuccia. Nemmeno questo sembrerebbe un evento atto a turbare l'opinione pubblica, rispetto alle tante calamità del mondo e di casa nostra. La stupida prepotenza del piccolo bullo è una delle tante di cui ognuno di noi si è reso talora colpevole, in virtù dell'ignobile impulso a perseguitare (anche solo minimamente) chi in quel momento è più debole, impulso latente nell'animo umano, incline all'istinto del branco che si accanisce su chi è diverso e inabile a difendersi. Chi si comporta così, in quel momento è un piccolo deficiente e in qualche momento lo siamo stati un po' tutti; proprio per questo è opportuno che qualcuno ce lo faccia notare, senza infierire ma senza troppi riguardi. L'insegnante di quella classe (forse anche lei, in qualche occasione della sua vita, non esente da qualche simile caduta, perché siamo tutti peccatori e proprio per questo conosciamo l'esigenza di stroncare benevolmente sul nascere queste universali miserie) punisce il bulletto costringendolo a scrivere cento volte "sono un deficiente".
Forse si poteva arrivare a duecento volte, pena che non traumatizza nessuno, ma tutt'al più toglie mezz'ora di svago. L'insegnante viene invece denunciata e processata, come accade ai rapinatori, ai ladri, ai violenti. Per una vicenda banalissima, che avrebbe dovuto risolversi in quattro e quattr'otto con quella indulgente sanzione allo scolaretto e non uscire dalla classe, si mobilitano consigli di istituto, sociologi, psicologi e politici, imbarazzati a conciliare la solidarietà al ragazzino accusato di essere "femminuccia" — frase stupida, come è in genere stupida l'adolescenza specie maschile, ma non particolarmente grave — con il sostegno, peraltro cauto, all'insegnante e insieme con la preoccupazione che il bullotto non sia stato traumatizzato da quelle cento righe; i giornali dedicano a questo dramma nazionale grande attenzione.
La farsa sembra sempre più il distintivo della nostra vita; purtroppo una farsa presa melodrammaticamente sul serio, anziché vissuta allegramente come tale. Quando, alla scuola media, sono stato blandamente punito per aver portato a scuola una pistola ad acqua con cui sparavo al mio vicino di banco, non mi sono sentito traumatizzato né represso e non sarei preoccupato di un eventuale trauma che potrebbe colpire uno scolaro americano se, anziché essere autorizzato ad andare a scuola con una pistola vera in tasca, come accade, dovesse, entrando a scuola, consegnarla al bidello. L'autentica educazione, quella che influisce su di noi, ha qualcosa in comune con la poesia, perché ci fa sentire il bene e il male e, rispettivamente, la dignità o la penosa balordaggine del nostro comportamento. Quando, come ho già raccontato, al ginnasio di più di un mezzo secolo fa uno di noi ruppe la penna di un nostro compagno timido e impacciato, verso il quale eravamo tutti un po' colpevoli, un nostro geniale professore di tedesco gli disse che aveva fatto bene, perché nella vita accade che i più forti prevarichino sui deboli, dopodiché gli ruppe tutte le penne, facendogli e facendoci capire per sempre che a ognuno, prima o poi, capita di trovarsi nella condizione del debole esposto alla violenza del più forte e facendoci dunque capire per sempre come sia cretino, prima ancora che ignobile, accanirsi contro qualcuno in quel momento indifeso.
Quel professore ci aveva insegnato, con una specie di psicodramma, quello che la Bibbia insegna a tutti quando ammonisce Israele ad essere generoso con lo straniero "perché, ricordati, anche tu sei stato straniero in terra d'Egitto". Se allora fosse esistita la pletora dei vari consigli e organi collegiali, quel nostro insegnante sarebbe stato messo sotto accusa e sarebbe finito sui giornali; psicologi e sociologi avrebbero esternato voluttuosamente e probabilmente quel nostro compagno, piccola vittima di piccole prepotenze così genialmente stroncate, sarebbe divenuto l'ancor più umiliato oggetto di pubbliche discussioni e commiserazioni. È evidente che gli alunni devono essere difesi da eventuali atteggiamenti sadicamente repressivi, che esistono in tutte le categorie e dunque pure fra gli insegnanti. Ma scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione disciplinare e vedere traumi in ogni normale sgridata è insensato. Paralizza gli insegnanti, inducendoli a infischiarsene dell'insegnamento e a lasciare che tutti gli alunni telefonino con i cellulari durante le lezioni senza imparare nulla, per non incorrere in grane penose. Rovina quel piacere di studiare e insieme di far baracca che è il sale della scuola — di una scuola sana in cui gli alunni cercano di copiare e gli insegnanti impedirlo, in cui si impara a riconoscere il gioco delle parti, a ridere insieme, a vivere la solidarietà e ad amare anche lo studio, non più seriosa pedagogia ma avventurosa scoperta; in cui si impara ad accettare la sanzione se si esagera nel fare baracca, riproponendosi di farla senza essere pizzicati.
Non sarebbe male se, all'inizio dell'anno scolastico, tutti — allievi, docenti, esperti e soprattutto le famiglie preoccupate di tutelare i loro bebè magari diciottenni — fossero obbligati da una circolare ministeriale a scrivere, almeno cento volte, "sono deficiente".
Scambiare per violenza persecutrice ogni piccola sanzione e ogni sgridata è insensato


Emergenza scatena spettacolo
Sandro Cappelletto su
La Stampa

Le rissose profezie di Franco Zeffirelli - "il nuovo non piacerà, il pubblico diserterà" - non si sono realizzate: le gradinate dell'Arena di Verona continuano a colmarsi, nonostante o forse proprio grazie alla originale qualità di alcune delle proposte di spettacolo. Anche il Parco della Musica di Roma ha segnato un mese di luglio da record, con un notevole incremento delle presenze rispetto al 2006. In questi giorni, in questi mesi, il nostro Paese è diventato un unico, disteso, affollato palcoscenico: concerti, opere, festival, danza, teatro. Un articolo di Osvaldo Guerrieri su La Stampa aveva constatato: dati alla mano, il pubblico che frequenta "lo spettacolo dal vivo" supera ormai nettamente quello che va allo stadio.
E cosa potrebbe ancora succedere se l'informazione televisiva si occupasse appena un po' di più e meglio, facesse da cassa di risonanza a questa realtà artistica, produttiva e occupazionale! Tra i settori della nostra economia, sono proprio i mestieri dello spettacolo - che ha bisogno di qualche artista e di molti artigiani, di creatori come di amministratori - a tirare la volata, rappresentando anche un concreto sbocco occupazionale per i molti studenti universitari che hanno scelto proprio i recenti corsi di laurea dedicati a formare i nuovi "manager delle arti". E giovani sono, in particolare nel campo musicale, molti indiscutibili talenti. Il fenomeno sembrerebbe inspiegabile. Ma non doveva cadere sulla Penisola una cupa cappa di silenzio creativo, dopo i tagli pesantissimi al Fondo Unico dello Spettacolo decisi dall'ultima finanziaria firmata Tremonti nel 2005 e dopo che le promesse "di reintegro" del nuovo ministro della Cultura, Francesco Rutelli, stentano assai a diventare operative? E i Comuni, feriti dalla riduzione pesante dei trasferimenti di risorse, certo per prima cosa avrebbero penalizzato il cosiddetto superfluo, cioè lo spettacolo. Milano invece stanzia tre milioni di euro per la prima edizione di "MITO - Settembre Musica", il festival che fra un mese proverà a prefigurare, grazie alla musica, l'esistenza di quell'area metropolitana coesa tra Torino e Milano inseguita da tempo, e invano, anche dalla politica. A chi chiedeva conto di tanta generosità, magari ricordandogli gli stenti in cui versa l'Orchestra Verdi, l'assessore Vittorio Sgarbi rispondeva con la consueta eleganza: "Del mio budget dispongo come mi piace". Quasi fosse un granduca Sforza. A occuparsi di gestione dello spettacolo sono spesso affermati professionisti: il finanziere Francesco Micheli - con molta tenacia, con qualche vanità - è il Presidente della fondazione creata proprio per MITO; l'ingegnere Paolo Baratta, già ministro della Repubblica, assume la presidenza dell'Accademia Filarmonica Romana; a Bologna, l'industriale Bruno Borsari è il vulcanico patron di Musica Insieme. Con l'eccezione della quasi totalità delle Fondazioni liriche, che continuano a vivere situazioni di disagio economico e di incertezza contrattuale - travolto da un passivo di 20 milioni di euro, il Teatro San Carlo di Napoli è stato commissariato - si rafforzano i segnali di un qualche rigore nella gestione, nei compensi, nell'agilità delle soluzioni produttive. In difficoltà a governare la normalità, ci riveliamo abilissimi nell'affrontare l'emergenza, mentre i dati dell'indotto economico confermano che, se bene amministrata, la spesa per le performing arts diventa un eccellente investimento. Sarà allora il poco entusiasmante momento politico, la difficoltà a investire entusiasmo verso qualche leader o partito, a spingerci verso la creazione e il consumo artistici? Il bisogno di evasione e insieme quello di capire, se i dati premiano non soltanto gli spettacoli più leggeri, ma i testi, le proposte, le soluzioni visive meno scontate, quelle che offrono aria fresca e sangue vivo alla testa e al cuore. Nel Terzo uomo, il film di Carol Reed sceneggiato da Graham Greene, Orson Welles parlava così di noi al suo amico Joseph Cotten: "Pensa al Rinascimento italiano: guerre, delitti, veleni, però Raffaello, Leonardo, Michelangelo. Guarda la Svizzera: in cinque secoli di pace, hanno inventato solo l'orologio a cucù".


Il giardino segreto
Habanera sul
Nonblog

Il mio giardino segreto segreto più non è.
Vi svelo l'esistenza del mio tumblr, paroletta strana che non è l'abbreviazione di "tamburi lontani", come sostiene Solimano.
In realtà è una specie di blog, leggermente più... intimo.
Niente commenti e niente contatore. Nessuno saprà mai quante persone lo hanno visitato, se lo hanno trovato di loro gradimento, per quanto tempo hanno deciso di fermarsi.
Il felice tenutario di un tumblr ha l' impressione di essere in un luogo che è soltanto suo, un rifugio magico e segreto, proprio come quel "Giardino segreto" del libro di Frances H. Burnett che ci ha fatto sognare da bambini.
E ora che ce l' ho, cosa ne faccio del mio tumblr?
Lo scopriremo solo vivendo. Intanto ho iniziato con una raccolta di quello che sono riuscita a trovare in rete dell' Antologia di Spoon River.
Ecco un piccolo assaggio.

Da L' Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters

Questo è il dolore della vita: che si può essere felici solo in due; e i nostri cuori rispondono a stelle che non vogliono saperne di noi.

George Gray

Molte volte ho studiato
La lapide che mi hanno scolpito:
una barca con vele ammainate, in un porto.
In realta' non e' questa la mia destinazione
ma la mia vita.
Perche' l'amore mi si offri' e io mi ritrassi dal suo inganno;
il dolore busso' alla mia porta, e io ebbi paura;
l'ambizione mi chiamo', ma io temetti gli imprevisti.
Malgrado tutto avevo fame di un significato nella vita.
E adesso so che bisogna alzare le vele
e prendere i venti del destino,
dovunque spingano la barca.
Dare un senso alla vita puo' condurre a follia
ma una vita senza senso e' la tortura
dell'inquietudine e del vano desiderio -
e' una barca che anela al mare eppure lo teme"


Cassius Hueffer

Hanno inciso sulla mia lapide le parole:
"Generosa fu la sua vita, e gli elementi così frammisti in lui
che la natura potrebbe levarsi in piedi e dire a tutto il mondo,
questi fu un uomo".
Coloro che mi conobbero sorridono
mentre leggono questa vuota retorica.

Il mio epitaffio avrebbe dovuto essere:
"La vita non gli fu generosa,
e gli elementi così frammisti in lui
che egli mosse guerra alla vita,
e ne rimase ucciso".
Mentre ero in vita non potei fronteggiare le lingue della calunnia,
ora che sono morto devo sottomettermi a un epitaffio
scritto da uno sciocco!


Serepta Mason

La corolla della mia vita avrebbe potuto sbocciare da ogni lato
se un vento crudele non avesse tarpato i miei petali
sul lato che voi nel villaggio potevate vedere.
Dalla polvere innalzo una voce di protesta:
il mio lato in fiore non lo vedeste mai!
Voi che vivete, siete davvero degli sciocchi,
voi che non conoscete le vie del vento
e le forze invisibili
che governano il processo della vita.


Milano da sniffare
Michele Serra su
L'espresso

Secondo un recente studio del Mulino sulla composizione di classe in Italia, i metalmeccanici sono stati sorpassati dai cocainomani. Il dato è controverso, perché ogni cocainomane ha risposto al questionario almeno quattro o cinque volte, compilandolo a velocità impressionante e chiedendone con insistenza degli altri. Ma le tracce di polvere bianca nell'aria del centro di Milano cominciano a essere registrate in dosi sempre maggiori dalle centraline anti-inquinamento.
Gli esperti se ne sono accorti perché le centraline, da qualche mese, anziché rimanere imbullonate nei siti prestabiliti, percorrono a velocità sostenutissima la circonvallazione indossando una maglietta di Fabrizio Corona. Ma qual è il profilo sociale dell'italiano cocainomane? Quali le sue abitudini? Quali le terapie più efficaci?
Identikit Se vedete un giovane tra i 25 e i 35 anni, lampadato, con i capelli molto corti, la canottiera firmata, gli occhiali neri a specchio, tatuaggi sull'avambraccio, che vi sorpassa a destra su una Golf nera (o una Audi 3 nera, o una Mini Cooper nera) ascoltando house-music a un volume tale che l'abitacolo dell'auto si dilata fino a sembrare un camper, non potete sbagliare: o è un cocainomane o è uno stronzo. Molto spesso è entrambe le cose.
Consumo La tradizionale sniffata con una banconota arrotolata è sempre più difficile perché ormai non si trovano più banconote pervie: sono tutte tappate dalle caccole del naso dei precedenti consumatori (il problema è anche allo studio delle banche: molti bancomat si sono inceppati perché zeppi di banconote sudicie di muco e di peli del naso. Vengono ripuliti con aerosol balsamici). In uso, dunque, molti modi alternativi di assunzione della polvere bianca. C'è chi la lecca da terra, chi la mangia a cucchiaiate, chi ci condisce la polenta, chi ci impana le cotolette, chi ci si fa lo shampoo. Il leader riconosciuto dei cocainomani di corso Como, noto come Jimmy Aspirapolvere, la assume dalle orecchie grazie a una pompa per biciclette.
Luoghi di ritrovo Discoteche e locali notturni non bastano più a soddisfare il consumo. Gli spacciatori non fanno nemmeno in tempo a parcheggiare che già decine di clienti aspirano l'intero contenuto della macchina, compresi il cric e il triangolo, introducendo tubi di gomma nei finestrini e nello scappamento. Meglio i baretti chic, dove già alle sei del pomeriggio, all'inizio dell'happy hour, si possono notare ragazze e ragazzi che ballano vorticosamente facendo 'unz-unz-unz-unz' con la bocca e tirandosi in faccia i long-drink, secondo la spiritosa usanza di Ibiza. Sono locali che si riconoscono facilmente perché la cassiera ha l'elmetto e ha recintato la cassa con filo elettrificato. In quei locali i cessi sono così affollati che i gestori sono costretti a svitare il water e il lavandino per evitare che qualcuno, nella ressa, si faccia male. Molti gestori di corso Como hanno risolto la questione invertendo il rapporto tra locale e cesso: il locale è di un paio di metri quadri, il cesso di due o trecento.
Sesso Il rapporto sessuale tra cocainomani ha un andamento molto tipico. Dura una quindicina di secondi, nel corso dei quali gli amanti si stracciano i vestiti di dosso con un machete, si urlano parolacce orribili, chiamano i passanti perché assistano all'amplesso, telefonano agli ex partner per deriderli, ingoiano cibo assortito, sfasciano la mobilia e danzano nudi davanti allo specchio. Allo scoccare del quindicesimo secondo, scoppiano a piangere e si accasciano addormentati.
Terapie Il lavoro duro nelle miniere di salgemma, secondo gli esperti, sarebbe la cura più indicata, ma oramai scarseggiano. Asfaltare le strade in agosto, a mezzogiorno, potrebbe essere utile a patto che le linee bianche di mezzeria siano tracciate solo quando i lavoratori cocainomani si sono allontanati, altrimenti percorrono carponi chilometri di carreggiata inalando tutta la segnaletica. Da riesaminare il rimedio suggerito dai vecchi reazionari, il famoso "ci vorrebbe una bella guerra ogni paio di generazioni".


   5 agosto 2007