
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 29 luglio 2007
Breve lezione sulla felicità
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Mi permetterete, cari lettori, di uscire oggi dal seminato e di trattare un tema che potrà sembrare non pertinente alla stretta attualità. L'ho già sfiorato più volte ma ora vorrei prenderlo di petto e vedrete che non è poi così lontano dalle tematiche quotidiane così noiosamente ripetitive.
Il mio tema coinvolge tre concetti: il tempo, il senso, la felicità, strettamente connessi tra loro nel nostro agire quotidiano. Ma forse non ce ne accorgiamo, eppure ogni nostro atto, desiderio, comportamento, sono motivati e determinati da quei tre elementi. Ciascuno di noi vuole anzitutto sentirsi felice o meno infelice di quanto non sia; questo suo obiettivo si colloca ad una certa distanza dall'attimo presente e promette una certa durata e qui interviene l'elemento temporale. Il percorso tra la decisione che ci procurerà felicità e il tempo necessario per realizzarla dà senso a quel percorso e poiché la vita altro non è che la ricerca continua di felicità che si ottiene e si perde un attimo dopo averla raggiunta, ecco che il senso viaggia senza soluzione di continuità a cavallo di quei percorsi che ci accompagnano in modi variabili fino al nostro ultimo appuntamento.
Incito i nostri attori, politici professionali economici culturali, a riflettere su queste considerazioni. Ne indico qualcuno, tanto per fornire concreti esempi, precisando che indico in questi casi risultati di felicità connessi a obiettivi di natura pubblica e non privata, che pure ci sono e per la maggior parte delle persone hanno anzi caratteristiche dominanti.
Mi viene in mente, tanto per dire, Luca Montezemolo. Quando la Ferrari vince una gara è felice e lo si vede. Così pure quando la Fiat di cui è presidente realizza risultati positivi. E ancora quando la Confindustria centra un suo obiettivo di politica economica. Queste sue attività plurime gli costano (anche questo si vede) molta fatica, ma è fatica appagante e dà senso alla sua vita fino a quando riuscirà a ghermire qualche brandello di felicità.
Come ad esempio Silvio Berlusconi. Che sia felice ogni volta che si trova in un bagno di folla plaudente è un fatto evidente. Traspira gioia da tutti i pori. Bacia volti di bambini, stringe centinaia di mani. Lancia battute eccitanti, divertenti, esalta entusiasmi. Non c'è niente di falso né di studiato in tutto questo.
Prima d'entrare in politica la sua felicità dipendeva dai bilanci delle sue aziende, dai contratti pubblicitari che riusciva ad ottenere dagli inserzionisti. Era una felicità di qualità minore rispetto al bagno di folla. Perciò sarà un triste giorno per lui quando dovrà rinunciarvi. Farà di tutto perché arrivi il più tardi possibile, di questo si può star certi.
Ma prendete anche (scelgo a casaccio dal mazzo dell'attualità) il giudice Clementina Forleo. Fa un mestiere difficile e anche avaro di felicità: chi giudica tra parti in causa e si asside come arbitro neutrale in mezzo a loro ricava felicità solo dal fatto di garantire un'applicazione appropriata della legge. Ha fatto il suo dovere e tanto dovrebbe bastarle. Ma i suoi provvedimenti passano poi al vaglio di successivi gradi di giurisdizione, possono essere confermati o cancellati. Ammetterete che la felicità arriva col contagocce. A meno che il giudice non si sporga e non sprema la spugna fino all'ultima goccia.
E' ciò che ha fatto nel caso delle intercettazioni telefoniche su alcuni membri del Parlamento. Non entro nel merito della sua ordinanza perché non ne ho né titolo né voglia. Ma l'irruenza del giudizio che ha anticipato un'incriminazione prima ancora che la Procura della Repubblica la formulasse, non ha altra motivazione che una ricerca maggiore di felicità. Come il bagno di folla di Berlusconi. Il nostro presidente della Repubblica - ben prima che l'attualità facesse esplodere il caso Forleo - aveva indicato tra i malanni della giustizia anche quelli d'una eccessiva ricerca di visibilità. Ma parole sagge non riescono quasi mai a frenare una natura.
Mi ha stupito invece la posizione di Borrelli, che fu procuratore a Milano all'epoca di Tangentopoli. Ha detto che il "sovrappiù" della Forleo è un elemento marginale rispetto al merito del problema che riguarda la possibilità di indagare presunti colpevoli. Ha ragione e torto nello stesso tempo. I sospettati siano al più presto indagati, ma chi si occuperà del "sovrappiù" di Clementina? Potrà ancora fare l'arbitro d'un procedimento nel corso del quale è scesa tra i giocatori calciando impropriamente la palla? Borrelli è stato anche procuratore della Federcalcio e ha sospeso fior di arbitri. Dovrebbe dunque avere ben presente quell'esperienza.
Tanti altri esempi potrei addurre per spiegar bene quanto pesi nelle azioni umane la ricerca di felicità. Ma spero d'aver chiarito a sufficienza e proseguo nel ragionamento.
* * *
La durata delle singole felicità ha un tempo breve. Ma esistono anche felicità collettive e la loro durata è più lunga. A volte molto più lunga.
Quando dico felicità collettiva penso a soggetti collettivi, comunità locali, comunità nazionali, comunità internazionali che si vivano anche come veri e propri soggetti e come tali siano vissuti dai popoli che ne fanno parte.
I percorsi necessari per dare durata e stabilità alla felicità che abbia soggetti collettivi come destinatari sono notevolmente lunghi. Di solito operano di rimbalzo, come le biglie del biliardo che spesso debbono fare il giro delle sponde per realizzare l'obiettivo di ottenere punti e lasciare l'avversario in posizione incomoda.
Anche qui qualche esempio, dal mazzo dell'attualità. La sinistra radicale si sente a disagio; ha la sensazione che Prodi stia privilegiando la linea riformista e che questo spostamento la penalizzi. Perciò promette battaglia. E' chiaro il perché: il soggetto che si riconosce nei partiti della sinistra radicale pensa che la felicità propria, dei movimenti che vorrebbe rappresentare, della classe operaia della quale rivendica la rappresentanza politica, si realizzi spostando a sinistra la politica del governo. Questo è il dichiarato obiettivo dei suoi leader. I quali tuttavia sanno (e lo dicono) che una crisi del governo penalizzerebbe fortemente i loro veri e presunti rappresentati.
I leader dei partiti di quella sinistra sostengono di costituire un terzo della coalizione, ed è vero. Perciò pongono la domanda: si può governare contro un terzo della maggioranza? A questa domanda i leader del centrosinistra oppongono la contro-domanda: si può governare contro i due terzi?
Rifarsi al programma è un puro alibi: un programma di 280 pagine è interpretabile e ognuno lo fa a suo modo. Sicché non c'è che affidarsi al capo del governo e della coalizione, Romano Prodi. Altro metodo non c'è. Ma i leader della sinistra radicale dovrebbero anche sapere che i loro continui strappi, che poi finiscono (finora) con il rientrare, provocano reazioni crescenti nei due terzi riformisti e disincanto ulteriore nel corpo elettorale.
Questa ricerca sussultoria di due felicità che si contrappongono configura una scomodissima situazione. Il solo risultato finora conseguito è stato quello - ottenuto principalmente dalla stessa sinistra radicale - di autoproporsi come capro espiatorio di tutto ciò che non va nella gestione della cosa pubblica. Debbo dire: non è un gran risultato.
* * *
La classe dirigente di uno Stato deve proporsi come obiettivo quello di procurare felicità agli abitanti e assicurarla per quanto possibile ai loro figli e nipoti. Diciamo tre generazioni. Andare al di là mi sembra azzardato; starne al di qua denota corta vista ed è ciò che di solito caratterizza regimi populisti e demagogici. La classe dirigente di uno Stato deve dunque avere una visione del paese dinanzi a sé e deve anche - anzi come primario obiettivo - attuare in corsa la riforma delle inefficienze dello Stato.
Si moltiplicano gli allarmi su questo punto, che viene chiamato di volta in volta questione settentrionale o questione meridionale, ma che più appropriatamente dovrebbe essere chiamata questione dello Stato.
La classe dirigente deve necessariamente darsi carico di tutto ciò. In una recente intervista al nostro giornale Giuliano Amato, per spiegare il suo punto di vista su alcuni temi d'attualità, ha avuto la cortesia di riprendere un'immagine da me usata un anno fa, quella dello specchio rotto. A terra sono rimasti i frammenti di quello specchio che non riflettono più l'intera realtà ma soltanto alcuni suoi parziali aspetti.
Bisogna dunque che la classe dirigente si dia carico di recuperare uno specchio capace di riflettere l'intera realtà nazionale e operi avendo di mira la felicità dei padri, dei figli e dei nipoti. Una felicità duratura, che dia sollievo subito ad alcuni bisogni impellenti ma nel contempo ponga le condizioni affinché speranze e attese che si proiettano nel futuro siano salvaguardate anche a prezzo di alcune rinunce oggi necessarie.
Una classe dirigente che sia capace di questo trova in questa visione e nel realizzarla, anche la propria felicità e il senso del proprio percorso e della propria funzione.
Post Scriptum. Rientro nel seminato (dal quale peraltro ho potuto allontanarmi assai poco) per spendere due parole sulla legge elettorale e sul referendum parzialmente abrogativo.
Stefano Rodotà segnala che la legge che dovesse uscire dal referendum sarebbe un mozzicone di legge, un dispositivo assai imperfetto che lascerebbe in piedi le liste bloccate senza preferenze e inciterebbe partiti e partitini a far blocco per intascare il premio di maggioranza.
Personalmente non do gran valore al sistema delle preferenze. Ricordo il trionfo del referendum Segni che restrinse le preferenze da quattro ad una soltanto e passò a furor di popolo.
Concordo invece con Giovanni Sartori che sul Corriere della Sera indica tra le soluzioni "buone" oltre al doppio turno alla francese anche la legge vigente in Germania. Purché sia conservata nel modello attuale e non ricucinata in salsa italiana, osserva Sartori. Anche su questo punto sono d'accordo con lui come pure sul gonfiarsi e sgonfiarsi dei partiti di centro, dovuto alla pressione moderata o esorbitante dei partiti estremi.
In materia pensiamo e scriviamo le stesse cose, caro Sartori, sperando con scarsa fiducia di essere ascoltati.
L'eterna spallata
Riccardo Barenghi su La Stampa
Caldo o freddo, come sarà l'autunno?
Parliamo ovviamente di conflitti sociali e politici, che in questi giorni, anzi in queste ore, vengono annunciati con grande enfasi dalla sinistra dell'Unione e anche, ma in tono minore, da dentro la Cgil. L'accordo sulle pensioni, gli scalini al posto dello scalone, e ancor di più il protocollo sul welfare, in particolare la parte che riguarda i lavoratori precari, non sono stati digeriti dalla Cosa rossa e dai suoi referenti nel mondo sindacale, a cominciare dai metalmeccanici della Fiom.
L'episodio di ieri, con Prodi che fa smentire il suo presunto passo indietro fatto durante l'incontro con i quattro ministri della sinistra radicale, ha esacerbato gli animi ancor di più. Noi quell'accordo non lo votiamo, hanno dichiarato il segretario del Prc Franco Giordano e il suo ministro Ferrero: faremo una dura battaglia in Parlamento e nel Paese per cambiarlo. C'è allora da aspettarsi assemblee e contestazioni nelle fabbriche, scioperi contro il governo (e contro lo stesso sindacato che quegli accordi ha firmato), manifestazioni di piazza dei precari, insomma una stagione di aspri conflitti che aiutino la sinistra politica a ottenere quei risultati che finora non ha ottenuto?
Se Prodi farà quel passetto indietro
Può darsi che vada così, può darsi cioè che in autunno lo scontro diventi così pesante da costringere Prodi e i suoi ministri economici a fare quel passo indietro, o passetto, smentito ieri: quantomeno per coprirsi le spalle a sinistra ed evitare così di cadere vista la situazione precaria (ironia dei concetti) in cui il suo governo è costretto a sopravvivere.
Può darsi dunque, ma non è affatto detto. E per due ragioni. La prima è che la Cgil non ha nessuna intenzione e nemmeno la forza di aprire un conflitto a tutto campo con un governo che continua a considerare "amico". Per quanti sgarbi Epifani possa lamentare, per quante dichiarazioni amareggiate o battagliere possa rilasciare, la realtà è che il leader del maggior sindacato italiano non può permettersi di far cadere un governo votato dalla stragrande maggioranza dei suoi iscritti e composto da partiti come i Ds che sono la sua sponda politica. Non a caso lui gli accordi li ha firmati, seppure con riserva. Potrà allora mettere in campo qualche iniziativa, magari ci saranno scioperi qua e là, probabilmente non mancheranno contestazioni nelle fabbriche verso i sindacalisti che andranno a spiegare le intese sottoscritte. Ma la spallata no, quella non ci sarà.
E verrà un autunno tiepido
Spallata che non arriverà nemmeno dal fronte politico, ossia da quei centocinquanta parlamentari che formano oggi la Cosa rossa. Certamente faranno la loro battaglia, certamente cercheranno di modificare in meglio (dal loro punto di vista) il protocollo del governo, sicuramente cercheranno di utilizzare quel che accadrà nel mondo del lavoro per rafforzare la loro sfida politica. Ma se si dovesse arrivare al dunque, ossia alla scelta cruciale tra "svolta o rottura" (lo slogan di Bertinotti del '98), è molto probabile che non sceglieranno né l'una né l'altra. Perché sanno che una vera svolta (sempre dal loro punto di vista) non potrà esserci visti i rapporti di forza interni all'Unione, e dunque al massimo dovranno accontentarsi di una svoltina, sempre che la ottengano. E quanto alla rottura, non se ne parla proprio: la sinistra del centrosinistra non può e non vuole far cadere un governo su cui si è giocata una scommessa non tattica, non contingente, ma strategica. Tanto che per superare o aggirare le difficoltà in cui si trova, pensa di mettere in campo una sorta di referendum tra gli iscritti per sapere da loro cosa deve fare, se restare al governo o uscirne. Un referendum il cui esito sarà scontato: restate che sennò torna Berlusconi.
Previsione meteopolitica: sarà un autunno tiepido.
Il paradosso italiano
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Per candidarsi alla guida del Partito democratico, Walter Veltroni avrebbe potuto limitarsi al discorso di Torino: un buon programma, pieno di indicazioni interessanti e condito di qualche inevitabile enfasi retorica. Ma con l'articolo apparso nel Corriere
del 24 luglio ha preferito dire al Paese che i problemi dell'Italia sono anzitutto costituzionali. Non è sufficiente, e neppure onesto, proporre soluzioni economiche e sociali quando l'autore del programma sa che il sistema politico non gli permetterà di realizzarle. Se la democrazia italiana attraversa una fase difficile e i suoi esponenti stanno perdendo il consenso della nazione, molto è dovuto al divario che separa ormai le promesse dai risultati, le parole dai fatti. L'elettore è stanco di partiti e governi che gli garantiscono programmi attraenti e gli servono ogni giorno compromessi mediocri o, peggio, l'opposto di quello che avevano preannunciato.
Veltroni ha avuto il merito di comprendere che il programma economico e sociale andava completato con un programma di riforme istituzionali. Anziché attendere un altro momento o un'altra sede, ha deciso che non si può essere candidati alla guida di un partito, in questo momento, e trascurare il nodo cruciale della crisi italiana, la causa della distanza che ci separa ormai dalle maggiori democrazie occidentali. Dietro i molti problemi che non riusciamo a risolvere, se non con misure insufficienti e grande ritardo, vi sono il bicameralismo perfetto, l'insabbiamento in Parlamento delle misure governative, gli scarsi poteri del premier, le norme che favoriscono la proliferazione dei gruppi parlamentari e la piaga dei piccoli partiti, per i quali sopravvivere è più importante che governare. In queste condizioni un altro programma di 281 pagine sarebbe un'offesa al buon senso degli italiani.
Veltroni, naturalmente, ha corso un rischio. Puntualmente, nei giorni seguenti, sono giunte le prime reazioni negative: un articolo di Andrea Fabozzi sul manifesto del 26, in cui è detto che la cura somministrata dal sindaco di Roma assomiglia a una "dose di veleno", e un editoriale di Piero Sansonetti su Liberazione dello stesso giorno, in cui la riforma costituzionale è definita "gollista". Vi saranno altre reazioni, certamente, anche sul versante opposto. Chiunque sostenga che l'Italia ha bisogno di essere governata verso la modernità è inevitabilmente destinato a scontrarsi con coloro a cui questo sistema politico offre una quota di potere assurdamente superiore alle loro dimensioni.
Esistono tuttavia anche quelli che riconoscono la necessità di una grande riforma, che l'hanno più volte auspicata e che hanno addirittura, come l'ultimo governo di centrodestra, cercato di realizzarla. Si chiamano, per restare nell'orbita dei leader, Amato, Berlusconi, D'Alema, Fassino, Fini, Prodi, tutti convinti, per averne fatto diretta esperienza negli anni passati al governo, che il sistema politico italiano è uno dei peggiori in Europa e certamente il meno adatto a tenere il passo con quelli dei nostri maggiori partner. Ma l'ennesimo paradosso italiano vuole che ciascuno di essi, quando è messo alle strette, scelga di tirare avanti alla giornata con i propri alleati, anche se ostili alle riforme, piuttosto che ricercare un accordo più largo con coloro che le desiderano. Esiste insomma un "partito della nuova Costituzione" che rappresenta la maggioranza del Paese ma è tenuto in ostaggio da una minoranza conservatrice di sinistra e di destra. Oggi, dopo l'articolo di Veltroni, c'è sul tavolo delle riforme il suo decalogo. E' ora che gli altri accettino di sedersi e lavorare insieme alla modernizzazione del sistema politico.
Due film di Walt Disney
Roby e Solimano su Abbracci e pop corn
La carica dei 101 Roby 24 luglio 2007
Tanto tanto tempo fa, in un'età felice e spensierata, molto prima dell'avvento di multisale, DVD, lettori CD, TVfonini e Ipod, esisteva un posto incantato, quasi magico, che gli adulti chiamavano pomposamente cinematografo, con un tono di voce che era già tutto un programma. I bambini venivano ammessi in tale luogo solo in occasioni speciali, per lo più a Natale e per il loro compleanno, dopo essere stati preventivamente ammaestrati sulla necessità di stare seduti composti, buoni e zitti per non disturbare gli altri spettatori. Cappottini con i bottoni di velluto, sciarpette e cappelli di lana col pon-pon venivano accuratamente ripiegati e sistemati sulle ginocchia da mamma e papà, mentre le luci in sala cominciavano ad abbassarsi, lentamente, fino al buio quasi completo. Il cuore batteva più forte, le manine si stringevano sui braccioli -troppo alti!- della poltrona, lo schermo s'illuminava di colpo... e finalmente, insieme ai titoli di testa, ripartiva anche il ritmo regolare del respiro, e gli occhi si allargavano al massimo per contenere tutto lo stupore del mondo nuovo e affascinante che ci si apriva di fronte.
In quel tempo lontano, ormai quasi dimenticato, si sapeva in anticipo che -una volta comparsa la parola fine o la più esotica espressione the end- ben difficilmente avremmo potuto rivedere ancora la pellicola appena proiettata, a meno che la nonna o la zia non si lasciassero convincere a riaccompagnarci al cinema in seconda visione. Per questo bevevamo avidamente ogni inquadratura, ogni fotogramma, ogni battuta dei protagonisti, fossero esseri umani, cuccioli dalmati, topolini parlanti o streghe cattive. L'unico modo di mantenere vivo il ricordo, al ritorno a casa, era farsi regalare il libro tratto dal film, del quale consumavamo le pagine, a furia di leggerlo, sfogliarlo, sgualcirlo per ricalcare le figure sugli album da disegno, ripercorrendo con la memoria le avventure fantastiche troppo in fretta assaporate.
La carica dei 101 -la prima e l'unica, quella del 1961- è per me l'esempio più calzante del cinema visto con gli occhi di chi era bambino secoli fa, negli anni '60 del Novecento. Passarono decenni, addirittura ventenni prima che potessi rivedere, in una moderna sala accessoriata di dolbysurround, il film che era stato il mito di tutta la mia infanzia. Accanto a me mia figlia, bambina della stessa mia età di allora, ma di me assai più smaliziata. "Mamma" mi chiese nell'intervallo, con leggera impazienza "dopo me la compri, vero, la videocassetta?". Ed io, che davanti ai cuccioli minacciati dalla perfida Crudelia mi stavo commuovendo come una perfetta imbecille, accennai che sì, certo, non c'era problema. Il solo problema era il tempo che passa e va (come diceva il vecchio Almanacco del giorno dopo della RAI): solo ieri era il 1961, e domani è già il 2010... Quando forse cinematografo sarà una parola desueta al pari del volgare dantesco, da spiegare ai ragazzi con l'aiuto di una nota a pie' di pagina.
Il libro della giungla Solimano 26 luglio 2007
-It was seven o'clock of a very warm evening in the Seeonee hills when Father Wolf woke up from his day's rest, scratched himself, yawned, and spread out his paws one after the other to get rid of the sleepy feeling in their tips. Mother Wolf lay with her big gray nose dropped across her four tumbling, squealing cubs, and the moon shone into the mouth of the cave where they all lived. "Augrh!" said Father Wolf. "It is time to hunt again."-
-Erano le sette di una sera molto calda, sulle colline di Seeonee, quando Padre Lupo si destò dal suo riposo quotidiano. Si grattò, sbadigliò e stirò una dopo l'altra le zampe per scioglierle dal torpore. Mamma Lupa se ne stava distesa col grosso muso grigio abbandonato sui suoi quattro cuccioli che ruzzolavano squittendo, e la luna entrava dalla bocca della tana dove la famigliola viveva. "Augrh!" disse Padre Lupo. "È ora di rimettersi in caccia."-
Come si vede, perde poco anche tradotto, tanta è la vigorìa di Kipling nell'inizio del Libro della Giungla, e continuerà così, perché leggere il primo e il secondo Libro della Giungla era una esperienza epica, altro che animalistica carina, come credono gli sprovveduti che non hanno letto Kipling all'età giusta, da ragazzi alla soglia dell'adolescenza. Non credo che lo facciano oggi, io ebbi quella fortuna e la capii quasi del tutto anni dopo, quando ebbi l'esperienza dello yoga. Non sono documentato, ma credo proprio che Kipling avesse acquisito l'attitudine giusta di vedere il mondo degli animali, vederli come dei nostri consanguinei: "Siamo dello stesso sangue, tu ed io!". In tutti gli asana yoga che ho imparato, ho ritrovato l'animale che insegnò con naturalezza quell'insieme di movimenti a volte faticosi ma sempre armoniosi.
Per me ragazzo Mowgli, Baaghera, Baloo, Akela, Shere Khan, Kaa, Tabaqui, i cani rossi del Deccan erano un mondo di cui avrei voluto fare parte, un mondo di pericoli e di libertà, di fame da soddisfare e di fantasia da sfrenare. Oggi, credo che pochi, ragazzi e adulti, leggano Kipling. Non sanno cosa si perdono, il piacere con cui si divorano quelle pagine con immedesimazione totale.
In Kipling si verifica veramente l'incontro fra Occidente ed Oriente, e si raggiunge proprio qui, più che nei suoi libri etichettati per adulti. Libri molto belli, ma che non danno questa esperienza così unica. La fase prima della adolescenza non era facile, per tanti motivi, non era certo un paradiso né di famiglia né di amici, ma il cuore che avevo dopo pochi minuti di lettura era quello di uno che al mondo voleva starci, e starci bene.
L'amore per la vita, ecco cosa insegna Kipling, e i ragazzi ne hanno bisogno, e di maestri ne trovano pochi, in genere pedanti o velleitari, privi di gusto e di rispetto per la prima regola, quella di essere un buon animale. Siamo talmente lontani da questa ovvietà che ne ridiamo o ce ne indignamo, mentre la prima regola è quella, e Kipling la insegna in un modo che apparentemente si scorda, ma in realtà dura nel tempo.
Dopodiché, che dire del bel cartone animato, l'ultimo che fece Disney prima di morire. E' ben fatto, ben costruito, con disegni meravigliosi, fa anche ridere, e sono riuscito ad averne delle belle immagini, e se lo vedono bambini e bambine sicuramente si divertono, ed i genitori ancora di più, ma se qualcuno riesce ancora a far leggere il primo ed il secondo Libro della Giungla ad un ragazzo di dieci anni, gli fa un grande regalo. Quel ragazzo, pur nelle traversie della vita, avrà un centro dentro di sè, un cuore di luce a cui potersi rivolgere non come pensiero pensato ma come forza di vita prima del pensiero. Ma non so, veramente non so, se oggi questo sia ancora possibile o se, come mi auguro - non sono un tifoso - ci siano degli autori più nuovi che conseguano lo stesso del vecchio Kipling, so che essere nella propria vita quella cosa lì che sei tu, non sarà mai facile, ma prima o poi è necessario.
Il libro giusto
Gabrilu sul suo blog NonSoloProust
In questi giorni ho letto tre libri di tre autori che apprezzo molto e che credo di conoscere ormai abbastanza bene: Milan Kundera, Amos Oz e Orhan Pamuk. Nessuno di questi tre libri mi ha entusiasmata.
Prima di tutto, La casa del silenzio di Orhan Pamuk. L'ho abbandonato a metà perchè stufa dopo appena cento pagine. Avendo già letto Il mio nome è rosso e Neve non trovavo nulla di nuovo. Struttura e stile: come farà anche in seguito --- affinandolo molto rispetto a questo suo primo romanzo -- con Il mio nome è rosso, Pamuk usa qui lo stile polifonico e cioè la prospettiva di cinque diversi narratori. Il tema di fondo: mi è stato subito perfettamente chiaro dove si sarebbe andati a parare: il travaglio dei turchi nella ricerca di una nuova identità ed appartenenza tra Oriente e Occidente.
Michael mio, primo romanzo dell'israeliano Amos Oz, che mi ha annoiato mortalmente e che ho letto fino in fondo solo perchè il volumetto è smilzo ed il mio Super Io non sempre mi lascia le redini sul collo. Il lungo monologo di Hannah, giovane studentessa di Gerusalemme che sposa un geologo e che racconta il monotono susseguirsi degli anni della sua vita coniugale mi è risultato alquanto soporifero. Inutile dire che nella quarta di copertina del volumetto Feltrinelli Hannah viene etichettata come "la Bovary israeliana". Inutile dire che Hannah ed Emma hanno, in realtà, ben poco in comune.
L'ignoranza di Milan Kundera mi è piaciuto, ma solo perchè conoscendo ormai bene il pensiero complessivo di Kundera e la sua caratteristica di scrivere romanzi-saggi in cui la storia si intreccia continuamente a riflessioni filosofiche e musicologiche sono stata in grado di apprezzare anche questo.
Mi sono soffermata con piacere in particolare sulle considerazioni che Kundera fa sulla memoria, e sugli interrogativi che pone: è veramente possibile --- sia a livello di individui che a livello collettivo -- avere una memoria condivisa? Esiste dvvero la possibilità di condividere i ricordi? E poi tutte le considerazioni sulle analogie e differenze tra storia personale e storia del proprio Paese, e sul significato del concetto "nostalgia della Patria" e sullo stesso concetto di Patria... Si, molto interessanti. Però mi guarderei bene dal consigliare la lettura de L'ignoranza a chi di Kundera non avesse ancora letto nulla.
Ancora una volta riflettevo su quanto sia importante, quando ci si accosta ad un autore che ancora non si conosce, cominciare dal "libro giusto". E' una riflessione banale che più banale non si può, però cominciare dal libro sbagliato può a volte farci perdere (magari per sempre) l'occasione di conoscere uno scrittore che invece ameremmo molto.
Sospetto fortemente che se fossero stati questi tre i primi libri di Kundera, Oz e Pamuk che mi fossero passati per le mani non mi sarei minimamente sentita invogliata ad approfondire la conoscenza di questi autori che invece considero grandi.
Red Brianza Party
Brianzolitudine sul suo blog
Allegria di balli in quella stagione
del '45, bollente estate,
Mariano Comense insieme a Lentate
sul Seveso per la Liberazione,
più di cinquecentomila persone
in quei boschi brianzoli attirate
dall'ansia di vivere, insanguinate
ancora le spoglie della Nazione
tutta da rifare e l'ascia di guerra
civile deposta soltanto da
pochi giorni, Italia che si rinferra,
che si ingegna a diventare chissà
cosa mai di nuovo tra cielo e terra
alla prima Festa dell'Unità.
Cari amici Compagni, ex-Compagni, mai-Compagni o semplicemente compagnoni, l'avreste mai detto? Forse gli stessi Fassino e Veltroni manco lo sanno o se lo ricordano, ma lo so io ed ora lo sapete anche voi che leggete: la prima Festa dell'Unità si tenne proprio qui in Brianza nell'estate del 1945, nell'attuale Parco della Brughiera, nei boschi e nei prati compresi tra i Comuni di Lentate sul Seveso e Mariano Comense.
Alzi la mano chi non c'è mai stato alla Festa dell'Unità, a mangiarsi un fritto misto o un risottino allo scoglio, a farsi due salti di polka o tre di mazurka, oppure ciò valga per i più impegnati e in carriera politica - ad alimentare accesi dibattiti serali sulle differenze teoretiche tra Bloch e Feuerbach, o tra Fromm e Marcuse sotto caldi affollati tendoni, divorati da zanzare ficcanti come Black e Decker.
Nell'estate del '45 la prima di tantissime altre Feste si tenne proprio qui, nel Brianzashire. Inimmaginabile quel che capitò in quella kermesse, madre ispiratrice di tutte le successive, non ci sono testimonianze scritte. Chissà come fu l'incontro di cotanta popolazione (si narra arrivarono tra cinquecento e settecentomila partecipanti, e questo solo ad alcune settimane dal 25 aprile!), che pochi mesi prima pativa fame e freddo sotto l'occupazione nazista e che invece in quell'estate quasi sorrideva felice, in quella prima grande festa rossa nei verdi boschi e prati brianzoli.
Ebbene sì, quella prima Festa dell'Unità in Brianza coinvolse davvero un numero enorme di persone. Il tutto all'alba di una nuova Italia che ancora non era Repubblica, incerta sul futuro: poco più a sud nel triangolo della morte si viveva un estate assai più torrida, a base di resa dei conti col Noir Ancient Regime.
Ma più su in Brianza era festa, festa vera, Festa dell'Unità. E chissà perché la Direzione Politica del PCI scelse proprio quell'area boschiva tra quei due paesini brianzoli, area che ancora oggi è un grande polmone di bosco sconfinato. Figurarsi allora che brughiera poteva mai essere, e quali problemi logistici la cosa comportò.
Io credo si volesse tenere a tutti i costi quella festa in zona Milano, per dare continuità con l'insurrezione popolare del 25 aprile. Ma Milano era un cumulo di macerie, non ispirava certo allegria (il Monte Stella, attuale luogo naturale della Festa dell'Unità, nascerà infatti come accumulo sistematico delle macerie belliche milanesi).
La scelta naturale poteva essere il parco di Monza, ma nell'estate 1945 esso (come tante altre aree verdi brianzole) era diventato il parcheggio dei carri armati delle truppe americane di occupazione. Probabilmente si fece quella scelta radicale di festeggiare in quel bosco incontaminato tra Lentate e Mariano Comense per dare un segnale di stacco e rottura totale col passato, che fosse contemporaneamente di alterità e di novità: quasi un Via dalla pazza guerra, per festeggiare e progettare la nuova Italia.
E fu così che quel nugolo di uomini e donne partecipò al primo dei tanti imponenti eventi festaiol-politici che conosciamo, in eterno bilico tra festa gioiosa gastronomico-cuccaiola e visibile segnale di chiamata a raccolta, di impegno fortemente schierato muro contro muro, come si sarebbe contraddistinta per tutta la Guerra Fredda e anche dopo. Fu quella prima Festa dell'Unità in Brianza anche un modo per il PCI di contarsi, di capire quanto il popolo e il "vento del Nord" soffiasse dalla sua parte.
In internet non si trovano testimonianze scritte o fotografiche di quella prima grande partecipazione di festa aggregata del dopoguerra, allo stesso tempo gioiosa e impegnata: anche sul sito ufficiale della Festa dell'Unità non se ne parla punto, quasi l'organizzazione si vergogni oggi di aver celebrato quella primissima sua kermesse non - che so - a Bologna o a Firenze, ma nella Brianza paolotta e del biancofiore di Papa Ratti. Niente di niente su internet, accontentatevi quindi di questa mia piccola testimonianza, a futura memoria.
Ma per concludere ho una domanda, che pongo agli attivisti e simpatizzanti DS: quale fine mai farà la Festa de l'Unità (ormai monumento e patrimonio socio-culturale eno-gastronomico di tutti gli italiani), con il nuovo Partito Democratico?
Scusi, prof, ho sbagliato romanzo
Annarita sul suo blog
Alessandro Banda
Ugo Guanda Editore, 2006, euro13,00
"Un fascio di luce improvvisa illumina un giovane corpo che si muove circospetto tra le buie colonne e i bui spazi polverosi di un sotterraneo: gli spazi sottratti alla vista del giorno, di quel tetro edificio scolastico di ci siamo occupati ormai tante volte.
- Ah! Niente paura, è la Zacchi!
- Zacchi, sei proprio tu? Avvicinati, dai. Siamo noi: Alastor, Bacigalupo e Vermicelli
- Parola d'ordine!
- Protofisico Settala.
- Bene.
- Allora ce l'hai la roba?
- Certo.
- E che edizione è?
- La più completa!
- Quella in cofanetto?
- Quella.
- Ma non era esaurita?
- Uhei, Bacigalupo, ricordati che per Ileana Zacchi l'impossibile non esiste!
- Ma c'è tutto? Anche il Fermo e Lucia e il testo interlineare con ventisettana e quarantana insieme?
- C'è tutto. Tutto. Tranquilli.
- Non è che magari ti hanno rifilato un'edizione commentata o, orrore!, con apparati didattici?
- Non sono mica nata ieri! Un'edizione così gliela facevo mangiare!
- Senti, ti dispiace mica se diamo una controllatina
- Prego, fate pure.
- Passami il Fermo e Lucia, uhhhh, anche solo l'odore, l'odore di questa carta, di questi inchiostri, mi fa svenire
uhhhh
vediamo il tomo quarto
capitolo terzo
eccolo! La famosa digressione sulla storia delle idee sbagliate: una di quelle sciocche e funeste idee che un'epoca impone a se stessa come un giogo
e poi le età venture la scuotono via da sé con sdegno
- Con isdegno!
- Sì, sì, con isdegno.
- Sono parole che dovremmo far leggere e imparare a memoria a quegli idioti di profi, con le loror stronzate psico-pedo-didattico-metodologiche! Che domani tutti se le scuoteranno via di dosso con isdegno, e con uno stupore incredulo: come è possibile che abbiano avuto così largo corso, simili idee?
- Parole sante!
" (pag.119)
Una mano femminile dalle lunghe dita sottili; una colonna, da cui spunta quella mano, che afferra saldamente qualcosa, qualcosa di rettangolare: una foto incorniciata? un quadretto?
un quadernetto? No, è un libro, piccolo, la cui copertina è
è
- Zacchi? Sei tu?
- Mma
ma non è mica lei!
- Sono Caterina Alambicchi, Ileana non è potuta venire, ho qua un campione della merce
- Fa' vedere
- Prima la parola d'ordine.
- Oltre la spera.
- Controparola?
- Che più larga gira.
- Perfetto.
Mani febbrili si passano un volumetto esile che porta in copertina la riproduzione di un antico affresco.
- È un'edizione economica, ma non è peggio di altre.
Rumore sottile di pagine sfogliate.
- E così dimorai alquanti dì con desiderio di dire e paura di cominciare
sono le ultime parole del capitolo diciottesimo
Chi l'ha descritta meglio di lui, meglio di Dante, qui nella Vita nuova, quest'angoscia iniziale? Questa oscillazione tra volontà di esprimersi e paura, vera paura, terrore, che prende chiunque si accinga a scrivere, sia lui, Dante, o sia l'ultimo dei pennivendoli.
- I nostri profi.
- E questo sonetto per la donna gentile
Color d'amor e di pietà sembianti / non preser mai così mirabilmente / viso di donna
come lo vostro
- Ma sembra quasi D'Annunzio!
- Vero? Bocca d'Arno, direi
- Diresti bene, perché Bocca d'Arno attacca proprio così: Bocca di donna mai mi fu di tanta / soavità nell'amorosa via / se non la tua
- Pensa che quando ho tentato di farlo notare al prof, mi ha quasi aggredito. 'Non rientra negli OSA' - gridava - Esula dalle UIA! Non c'entra con il DIVA!' Poveraccio, era così incazzato che non ho osato nemmeno chiedergli cosa diavolo fossero UIA OSA DIVA
- Bisogna compatirli
(pag.171)
Ma dove siamo? Perché questi studenti si comportano come un gruppo di cospiratori che si sceglie come parola d'ordine il nome del personaggio citato nel XXXI capito dei Promessi Sposi "allora poco men che ottuagenario, stato professore di medicina all'università di Pavia, poi di filosofia morale a Milano " e la prima strofa del sonetto XXV del capitoloXLI della Vita Nuova di Dante?
Andiamo con ordine. Prima di tutto siamo nel Tragedistan (nome omen!), "piccolo territorio montuoso sito al limite meridionale del Nord ( o al limite settentrionale del Sud)" in un istituto superiore come ce ne possono essere tanti, nel quale "entrare in una sala professori è come entrare in un obitorio". Vi regna il silenzio o quasi, prima che suoni la campanella d'inizio delle lezioni, nessuno rivolge una parola o un pensiero, non dico gentile, ma almeno civile a un collega; lo pensano ancora solo i precari, poveri illusi inesperti. E che cosa succede di più penoso in quella sala? Gli scrutini. E non sono i voti delle varie materie, e non è la condotta, e non sono i crediti scolastici, la bestia nera degli scrutini, ma i famigerati crediti formativi. E nella consultazione di leggi, d.p.r. circolari, delibere e combinati disposti ci si può incagliare già sul primo alunno dell'elenco.
Se la sala professori è un obitorio, l'Aula Magna prima del Collegio dei Docenti è "rumorosa, tumultuante perfino" Ed entriamo così nel vivo della vicenda. Il preside Kalforth, (capace di abbinare una camicia rosa con cravatta gialla a pois viola e armonizzare il tutto con giacca arancione) ha convocato il Collegio dei Docenti per dare il via a quanto già spiegato con la circolare interna 148 bis barra ter: il GRAPRORISCLA o Grande Programma di Riscrittura dei Classici, geniale idea che ha preso forma all'interno del SARPIAD (Sistema Autoresponsabilizzante Integrato Allargato Decentrato) fortemente voluto dal "Ministero per l'Istruzione Pubblica Privata e Parificata, in collaborazione con l'Intendenza Scolastica Regional-Provinciale Tragedistana e con l'avallo del Gruppo Ristretto di Lavoro (GRUL) validamente impiantato dalle teste d'uovo dell'Istituto Sociopedapsicagocico Transfrontaliero Occiduo Permanente"
In altri termini ai disorientati professori si chiede di mettere in campo tutte le proprie competenze per aderire al GRAPRORISCLA e offrire agli studenti una riscrittura dei classici che li renda appetibili perché modernizzati e più vicini al loro mondo. Il primo testo a finire nel mostruoso ingranaggio del GRAPRORISCLA è quello dei Promessi Sposi e così ogni docente propone un diverso approccio; si va da versione matematizzata proposta dal prof. Pippetti alla crescita emozionale caldeggiata dal prof. Toboso, dalla rilettura mistico-gnostica del collega Sacer alla filiazione classica della collega Grecina, senza trascurare la possibilità di trarne un giallo, ipotesi che fa saltare sulla sedia il docente Dan Baha "professore-scrittore ritenuto arrogante e saccente e presuntuoso", alter ego cartaceo del professore che si sente tradito nella propria appassionata volontà di insegnante. È lui a suggerire l'impianto principale del succedersi di monologhi dai quali si delineerà la trama di "Rodriguez"
E così facciamo la conoscenza di Ronnie (Renzo) che produce speck contraffatto, di Lucy (Lucia) che non crede alla favola dell'amore eterno, di Rodriguez (Don Rodrigo) che colleziona da anni insuccessi con le donne, di Friar Laurence (Fra Cristoforo) che è un ex ultrà pentito. Il nuovo polpettone incontra l'incondizionato gradimento della macchina burocratica che ne ha determinato la nascita e così ai poveri professori non resta che gettarsi a capofitto nella riscrittura delle "Ultime lettere di Jacopo Ortis" (che diventanto "L'ultima lunga lettera di Lorenzo Alderani" resoconto delle sventure del povero diavolo afflitto dalle logorroiche e-mail dell'amico Jack Ramiro Ortiz) e della "Vita Nuova" nella quale un grifagno Dante deve vedersela con una certa Gina che mal sopporta le sue attenzioni e la sua ostinazione nel chiamarla Beatrice.
E quando il preside Kalforth, esibendo una "giacca psichedelica iridescente, una cravatta metallizzata mai vista prima" esulta di fronte ai docenti perché grazie all'impegno profuso nel GRAPRORISCLA la loro scuola è sulla bocca di tutti, il professor Dan Baha non ce la fa più, si alza in piedi e si lancia in una requisitoria finale nella quale espone finalmente il proprio punto di vista.
Senza nulla voler togliere alla godibilità della requisitoria finale, il succo del discorso è uno solo: se la macchina burocratica scolastica partorisce un'idea che svilisce i classici, questi diventeranno oggetto del desiderio tra gli studenti, che saranno disposti a tutto pur di averli e perfino di leggerli. Se ciò avvenga per lungimiranza o solo per un colpo di fortuna, non importa ed è tutto un altro discorso.
Due parole sull'autore. Alessandro Banda è nato a Bolzano nel 1963 e vive a Merano, dove insegna nel liceo pedagogico. Di lui avevo letto due anni fa il romanzo "La città dove le donne dicono di no" e mi era piaciuto molto per l'ironia con la quale aveva descritto le piccole vicende della cittadina di Meridiano, molto collocabile nella zona geografica familiare all'autore, ma, nel medesimo tempo, prototipo valido per tutte le latitudini.
Stessa ironia che ho ritrovato in questo "Scusi, prof, ho sbagliato romanzo" che non è solo un libro in più sull'oramai abbondantemente saccheggiato argomento "scuola", ma una paradossale estremizzazione dei pericoli che la nostra scuola corre, soffocata tra lacci e lacciuoli del proliferare di insensate iniziative formative che minacciano sempre più di svuotare i veri contenuti e di triturarli fino a farli sparire.
A proposito, il nome del professor Dan Baha e il suo atteggiamento vi dicono qualcosa?
Un lavoro d' alveare
Oyrad sul suo blog
Le parole del mio professore di storia dell' arte alleviavano il terrore che, in quel lontano pomeriggio di novembre, mi tormentava, mentre vagavo fra le stanze dell' Ambrosiana, mescolato ai miei compagni di classe, che sbadigliavano, stropicciandosi gli occhi, davanti al Luini, al Bergognone, o al Bramantino: solo con Caravaggio, o con Botticelli, o con il cartone de La scuola di Atene di Raffaello raddrizzavano la schiena, e reggendo il mento con due dita, si sforzavano di sgranare gli occhi lucidi per il sonno e per la noia, perché quelli erano comunque dei capolavori, ed erano da vedere.
Anche io ero stanco, ma l' angoscia per l' interrogazione di chimica che mi aspettava, temibile, il giorno seguente, bussava alla soglia dei miei pensieri a ritmi regolari, misurati, e mi teneva sveglio. Da fuori, la voce del mio professore. Da dentro, una voce che continuava a ripetermi: Domani sarai interrogato in chimica., Cosa ci fai qui? Avresti fatto meglio a stare a casa, a ripassare chimica!, Appena torni a casa, dovrai ripassare tutta chimica, e non farai in tempo: non ce la farai mai!.
Già. Perché non ero rimasto a casa? Semplicemente perché la devozione che provavo per il mio professore era troppo grande perché io rinunciassi a poter visitare l' Ambrosiana, e poi Brera, con lui a far da cicerone. Volevo esserci, e anche se all' andata e al ritorno, nel pieno del terrore, avevo tormentato tutti i miei compagni con la mia interrogazione in chimica, ero comunque felice di poter andare, anche se solo per un breve pomeriggio, a Milano: un luogo per me, allora, ancora troppo lontano, sconosciuto e straniero.
Il mattino seguente, l' interrogazione di chimica andò bene: anche se avevo commesso qualche grave errore, l' insegnante di chimica mi aveva guardato in faccia, con un sorriso accennato sotto i baffi, e mi aveva detto Sai, io con te non riesco proprio ad arrabbiarmi
Di quel pomeriggio ricordo, in particolare, i marmi di Agostino Busti, murati, in Ambrosiana, sulle pareti di uno stretto corridoio, sotto le occhiaie torve del Platone di Casa Piatti. Io, e alcuni dei miei compagni, ci chinavamo, avvicinandoci ai vetri, cercando di sfuggire il riflesso pallido e opaco dei nostri volti, per guardare a bocca aperta le piccole cianfrusaglie antiquarie che quell' Agostino Busti, detto il Bambaia, aveva meravigliosamente scolpito nel marmo, fino a trasformare i blocchi di pietra in scatole piene di corazze, scudi, armi ed eroi.
Il professore si avvicinava, e sventolando come ventagli le sue mani dalle dita sottili, ci parlava di questo straordinario scultore lombardo. E ad un certo punto diceva queste parole:
Vedete
è come se fosse un lavoro d' alveare
Un lavoro d' alveare. Queste parole andarono a impigliarsi, non so bene dove, fra i filamenti neurali del mio cervello, dove le conservo, non so come, ancora oggi. Oggi che non ricordo più niente di tutte le sofferenti ore trascorse a studiare chimica, chimica organica, biologia, fisica, matematica, geometria, biochimica
Solo qualche anno dopo sarei tornato a passare in quel corridoio, per poi tornarci ancora, ancora e ancora. E ogni volta che ancora oggi cammino in quel corridoio, con il parquet chiaro che scricchiola sotto le scarpe, rivedo gli intagli del Busti, ripenso a quel che diceva il mio professore, e mi piace immaginare di passare accanto a delle arnie abbandonate. Come se nel cavo delle piccole corazze, fra i fragili raggi di ruota dei carri trionfali, o fra i tralicci intrecciati dalle cataste di insegne militari, ornate d' acquile e orlate di fronde, fossero un tempo sigillate, con miele e cera, le larve delle api.
Chi l' avrebbe mai detto che mi sarei ritrovato, anni dopo, a dover dare esami di storia dell' arte moderna proprio con il prof. Giovanni Agosti, autore del libro Bambaia e il classicismo lombardo, edito nei Saggi Einaudi. Vado a prenderlo: è uno di quei libri che un tempo tenevo intonsi, in adorazione, sul più lontano dei miei scaffali, come fossero coppe d' oro vinte in chissà quale gara, e che, per importanza, si mettono in mostra, ben in vista, sulle mensole più alte.
Al suo posto, oggi, sullo stesso scaffale, c' è un altro librone di Giovanni Agosti, Su Mantegna I edito da Feltrinelli, e che, se volete, potete sfogliare anche voi, a scrocco, in libreria, nei reparti dedicati alla storia dell' arte. Librone che può essere un ottimo prequel del Bambaia: utile dunque per capire come le passioni per l' antichità hanno contagiato di rinascimentali febbri antiquarie l' Italia del nord, almeno a partire dall' arrivo di Donatello a Padova.
Tutto è accaduto come se fra i Fori, a Roma, fosse scoppiato un ordigno atomico: come se pezzi e pezzi di colonne, di capitelli e di statue, scaraventati a manciate nell' aria dall' energia scaturita, sian poi piovuti dal cielo, per gravità, molto più a nord, proprio sulle pianure e le paludi fra Mantova e Padova. E il giovane Mantegna, scorribandando nei dintorni patavini e mantovani, dopo quella pioggia di anticaglia romana, sembra aver ritrovato, in tutti quei pezzi di pietra precipitati a conficcarsi lì, nelle melme erbose, e lì abbandonati ad assorbire l' umido delle paludi, proprio i dettagli cruciali che cercava per completare i paesaggi di quella che, secondo quella zucca dura e intransigente che teneva celata sotto i suoi boccoli scuri, doveva essere, ad ogni costo, la sua pittura.
Il Bambaia, invece, ora che sono andato a stanarlo da dove era andato a finire, a far da chignolo sotto una pila di cataloghi, sarebbe bene farlo correre, ad alta velocità, sui binari antiquari che, facendo all' occorrenza anche una sosta a Firenze (come fanno i Milano-Roma ancora oggi, che dalla stazione Centrale finiscono alla stazione Termini passando accanto a Santa Maria Novella), portavano su e giù gli artisti, fra i quali molti tornavano al Nord con bagagli carichi di qualche souvenir, e schizzi su carte e valigie di cartoni.
Altro libro da mettere on the road è il saggio Einaudi di Vincenzo Farinella dedicato a Jacopo Ripanda. E il segnalibro, come fosse un biglietto da obliterare, va inserito, all' andata, nell' Introduzione, sotto la scritta Roma, gli antiquari e gli artisti. Al ritorno, invece, è da infilare nel secondo capitolo del Bambaia, dedicato al gusto per l' antico a Milano. Grazie per l' attenzione e buon viaggio.
Agostino Busti, anche lui, è a Roma, al seguito di Leonardo e dei suoi giovani apprendisti. Era nato nel 1483, come Raffaello, ma in Lombardia, e prima del viaggio romano, aveva lavorato al Duomo di Milano. Leggiamo allora un pezzetto del Bambaia, per vedere come i due artisti, Leonardo e Agostino, trascorrevano le loro piccole vacanze romane
Leonardo, chiuso nel Belvedere vaticano, ospite di Giuliano de' Medici, in stanze adattate a laboratori per esperimenti misteriosi con specchi e fiale ed animali, senza preoccuparsi troppo delle statue antiche lì raccolte, delle Stanze di Raffaello o della Volta Sistina, appena inaugurate: disposto, semmai, a far sopralluoghi nelle paludi pontine o al porto di Civitavecchia, a raccogliere conchiglie fossili a Monte Mario. Si lamentava che i suoi ragazzi lo lasciassero solo per andare tra i ruderi a giocare con le Guardie Svizzere e a tirare di fionda agli uccelli. Il Melzi, per garbo ed educazione e presentabilità, gli sarà stato accanto nelle inevitabili occasioni sociali. Agostino, invece, che era un lavoratore e che voleva approfittare di quella occasione straordinaria, girava per Roma a studiare le antichità di cui aveva tanto sentito parlare, febbraio 1514.
Febbraio 1514, ma poco più tardi farà fagotto, per tornar su, a Milano, a vestir di sepolcri antiquari la very important people dell' epoca: era suo il monumento a Gaston de Foix, scolpito tra il 1515 e il 1521, oggi scomposto e sparso un po' a Milano, un po' a Torino, e con pezzi, in esilio londinese, anche presso il Victoria and Albert Museum. Quel che è successo, dopotutto, a quasi tutti i monumenti del povero Bambaia, venuti giù, al soffio della storia, come castelli di carte.
La cattiva sorte di questi marmi del Bambaia pareva inscritta, come una malattia di famiglia, tramandata di padre in figlio, nella loro stessa origine. Modellati sulle antiche rovine romane, erano destinati, fatalmente, a diventar rovina.Marmi che, soffocati dietro i cristalli del candido corridoio igienico dove sono oggi conservati, implorano aria e luce. E sembrano non desiderar altro che esser portati in un bel prato verde, e come se fossero eremiti di pietra, essere lasciarli lì, da soli, fra l' erba, le lumache, e la polvere.
29 luglio 2007