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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 luglio 2007



Mediare per il paese, non per il potere
Eugenio Scalfari su l
a Repubblica

Mi sono fatto da qualche mese una nomea alla quale non sono particolarmente affezionato: quella di essere la sola persona convinta che Romano Prodi sia un buon presidente del Consiglio.
In realtà dare giudizi su chi è migliore o peggiore rispetto ad un altro è un esercizio futile e logicamente scorretto perché non si possono paragonare le mele con le spigole, le zucchine con la carne d´agnello. E così non si possono dare etichette di efficienza a due governi che hanno operato in contesti politici ed economici diversi.
Se inquadriamo l´attuale governo Prodi nel contesto in cui ha operato nei primi dodici mesi dal suo insediamento sono convinto che si tratti d´un buon governo, anche se assai scarso nella comunicazione dei suoi provvedimenti. La capacità di Prodi a mediare è notevole, ma c´è mediazione e mediazione. Andreotti per esempio, ai suoi tempi, fu un fuoriclasse in questo esercizio da lui usato quasi sempre per mantenersi al potere anche a costo dell´immobilismo più disperante. La mediazione di Prodi ha una diversa natura: mira a compromessi capaci di avanzare verso obiettivi di utilità generale.
Andreotti – tanto per proseguire nell´esempio – governò in tutte le stagioni politiche; guidò governi appoggiati a destra, al centro, a sinistra. In alcuni casi ebbe perfino il sostegno dell´Msi; in altre fece maggioranze organiche con il Pci.
Prodi al contrario ha sempre sostenuto (e confermato con i fatti) di non essere un politico disponibile in tutte le stagioni ma in una soltanto. Forse proprio per questo non piace alla maggioranza degli italiani. In più ha una testa durissima, come quasi tutti quelli che sono nati a Reggio Emilia. Io sono nato nel segno dell´Ariete, perciò lo capisco.
Guardate ai vaticini berlusconiani che si susseguono ormai da un anno. Vaticinavano che sarebbe caduto entro un mese dalla proclamazione del verdetto elettorale. Da allora spostano la data dell´apertura della crisi di due o al massimo tre settimane in continuazione. Sono passati dodici mesi e le date di scadenza della crisi sono state finora almeno una ventina. Adesso il capo dell´opposizione e tutti i suoi accoliti hanno fissato per il prossimo settembre l´appuntamento decisivo con la dissoluzione del centrosinistra.
Tutto può accadere quando si naviga con la maggioranza di un voto, ma io non credo che il centrosinistra celebrerà il suo suicidio in autunno.
Credo che, di compromesso in compromesso, continuerà a realizzare obiettivi e ad andare avanti. Per una ragione molto semplice: ancora per un bel pezzo non ci saranno alternative al governo Prodi.
* * *
Vengo alla riforma delle pensioni, una vicenda che dura da mesi e che, un giorno dopo l´altro, è stata preconizzata come irrisolvibile. Sarebbe un esercizio utile per tutti rivedere i titoli dei telegiornali e dei quotidiani da maggio in poi. Una sequenza sussultoria senza fine: "Pensioni, l´accordo è vicino" "Scontro feroce sulle pensioni" "Il governo è spaccato" "La sinistra all´attacco" "Il contrattacco per i riformisti" "Berlusconi: governo in crisi" "Resta lo scalone" "Via lo scalone senza se e senza ma".
Bene. Giovedì sera alle 22 i sindacati confederali sono stati convocati a Palazzo Chigi. Alle 4 del mattino, in una delle tante pause d´un negoziato che tutti i partecipanti hanno definito durissimo, si sono appartati in una saletta del palazzo Prodi, Padoa-Schioppa, Letta e il segretario della Cgil, Epifani. "Devi dirmi sì o no. Adesso" gli ha detto il presidente del Consiglio. "Per me l´accordo va bene, ma debbo consultare il direttivo. Garantisco che la risposta sarà un sì ma formalmente la darò lunedì mattina". "Lo ripeto: mi devi dare la risposta adesso. Se è no esco di qui e annuncio le dimissioni del governo".
Dopo questo siparietto il sì di Epifani è arrivato con la clausola "per presa d´atto" scritta a penna prima della firma. Il senso di quella frase l´ha dato lo stesso segretario della Cgil in un´intervista di ieri al nostro giornale. Alla domanda dell´intervistatore sull´accordo raggiunto, la risposta è stata la seguente "il testo di ieri notte contiene molte misure di grandissimo valore e anche di carattere innovativo. In modo particolare sto pensando ai giovani, al fatto che nell´aggiornamento dei coefficienti di trasformazione sarà indicato che per loro la pensione non potrà essere inferiore al 60 per cento dell´ultima retribuzione. Non solo: dopo tanti anni vengono definiti finalmente i lavori faticosi".
Poche righe più in là il giornalista gli chiede: "Il governo reggerà la prova parlamentare dell´intesa?". Risposta: "Il governo ha una navigazione a vista, ma troverei paradossale che naufragasse proprio su questo. La conseguenza sarebbe la crisi di governo ma anche la sopravvivenza dello scalone e la rinuncia a tutto ciò che c´è di buono in questa intesa".
Esatto. Che altro c´è di buono in questa intesa? Ricordiamolo perché di questi tempi la memoria è diventata assai corta. C´è l´aumento delle pensioni d´anzianità a 3 milioni di pensionati, l´avvio degli ammortizzatori sociali, il sostegno ai giovani contro il precariato, per un complessivo ammontare di 2.600 miliardi.
Altri 5 miliardi sono stati stanziati per l´aumento graduale dell´età pensionabile al posto dello scalone di Maroni. Si parte da subito con lo scalino di 58 anni, nel 2009 l´età sale a 59 anni, nel 2011 a 60, nel 2013 a 61. Un anno in più alle stesse date per i lavoratori autonomi.
Tutti questi provvedimenti saranno inseriti nella legge finanziaria per il 2008. Se il governo fosse battuto, il complesso di questi accordi – che dovranno essere approvati dai lavoratori – salterà per aria insieme al governo.
Ha ragione Epifani: sarebbe un capitombolo epocale. Chi si prenderebbe questa responsabilità: Giordano? Diliberto? Cremaschi della Fiom?
* * *
Tito Boeri, un economista di valore, ha scritto ieri sulla "Stampa" che l´accordo sulle pensioni è un buon compromesso. Avrebbe voluto che l´età pensionabile si muovesse con maggiore celerità ma si rende conto, appunto, del "contesto" e se ne dichiara parzialmente soddisfatto. A differenza del suo collega ed amico Francesco Giavazzi che sul "Corriere della Sera", lancia invece raffiche sul governo, sui sindacati, sulla sinistra. Se la prende anche con Veltroni. Il finale arieggia a quello che il Manzoni mette in bocca a fra´ Cristoforo quando apostrofando don Rodrigo con l´indice puntato contro di lui e gli occhi fiammeggianti profetizza: "Verrà un giorno... ".
Più misurati gli eurocrati di Bruxelles. Conosceremo meglio domani la loro opinione ma il primo impatto è stato favorevole, almeno perché una decisione è stata presa.
Negativa – moderatamente – la Confindustria, anche perché non è stata ascoltata. Mi permetto di osservare in proposito che l´oggetto del negoziato riguardava i pensionati e i pensionandi. Non un contratto di categoria e neppure la politica economica in generale ma semplicemente pensionati e pensionandi.
Mi permetto altresì di dire che perfino la consultazione della "base" da parte dei sindacati è un gesto apprezzabile di democrazia ma non statutariamente necessario, come lo sarebbe per un contratto di lavoro. Si spera comunque che i dirigenti confederali accompagneranno la discussione con la base esternando il loro motivato parere e spiegando bene le conseguenze di un voto negativo. La democrazia non è (non dovrebbe essere) una lotta libera senza regole. Serve a costruire e non a sfasciare. E se i partiti invadono l´agone sindacale, tempi duri si preparano per i lavoratori.
Post Scriptum. Alcuni lettori si chiedono e ci chiedono perché mai la Chiesa abbia celebrato con tutti gli onori previsti dalla liturgia i funerali dell´avvocato Corso Bovio, eminente figura del Foro milanese, morto suicida, ed abbia invece negato quei funerali all´ammalato Welby che fu aiutato da un amico generoso a interrompere cure inutili che perpetuavano senza scopo alcuno una vita di intollerabili sofferenze.
Una spiegazione pare che ci sia da parte della Chiesa. Dal diniego opposto contro tutti i suicidi, essa è passata col tempo ad una visione più duttile (più ipocrita) secondo la quale il suicidio deriva da un "raptus", una perdita improvvisa di coscienza. Su questa base il suicida viene "perdonato" e ammesso ai funerali religiosi che mandano in pace l´anima sua e sono di conforto per i suoi parenti.
Nel caso Welby invece l´ipotesi del "raptus" non poteva essere adottata poiché si trattava di un militante che voleva contrastare l´accanimento terapeutico. Di qui il divieto di celebrare il funerale religioso nonostante fosse stato richiesto insistentemente da lui e dai suoi familiari.
Che possiamo rispondere ai nostri lettori? Che la Chiesa è, oltre che un´organizzazione religiosa, anche se non soprattutto un´organizzazione di potere. È anzi un potere a tutti gli effetti e si muove come tale su un´infinità di questioni che hanno poco o nulla a che vedere con la religione dell´amore e della carità predicata dai Vangeli. Come tutte le organizzazioni di potere, anche la Chiesa usa largamente lo strumento dell´ipocrisia. Questo è tutto.



Condannati all'immobilismo
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

"Non siamo mai stati fascisti" (1945), "non siamo mai stati comunisti" (1989): sono queste due negazioni, collocate all' inizio della nuova storia del Paese e in un tornante essenziale del suo successivo svolgimento, che danno un'impronta decisiva alla democrazia italiana, definiscono e consacrano un tratto del suo Dna. E sono proprio queste due negazioni diciamo così fondative che spiegano quello che di giorno in giorno sta diventando il dato più evidente e negativo del nostro sistema politico: il suo sostanziale immobilismo, la sua incapacità di decidere, di attuare svolte reali, di imboccare con determinazione vie nuove con uomini nuovi. E di conseguenza la sua irresistibile propensione ad acquistare un carattere castale.
1945, 1989: voglio forse dire che fascismo e comunismo sono stati la stessa cosa? Neanche per sogno. Voglio dire, invece, che moltissimo in comune ha avuto il modo in cui la fine di entrambi è stata metabolizzata dal Paese (del quale, non dimentichiamolo, i loro seguaci erano tanta parte): in un caso e nell'altro all' insegna, per l'appunto, di una negazione che era una rimozione. Ogni volta, infatti, ci si è liberati del passato sgradito dicendo di non avervi in realtà avuto davvero parte, e che in ciò che di esso vi era stato di negativo non si era mai creduto. Nell' obbligatorio antifascismo del dopoguerra la democrazia italiana è nata rifiutandosi di guardare indietro alla propria storia e a quella del Paese, e di farsi carico di entrambe con un adeguato esame di coscienza. Quaranta anni dopo, il fenomeno si è ripetuto e rafforzato: nell'obbligatorio anticomunismo del dopo "muro di Berlino" la sinistra (divenuta nel frattempo il vero crogiuolo delle nuove élites del Paese) è stata spinta a rimuovere il passato, negandolo nelle sue fattezze reali e facendo quasi come se esso non fosse mai esistito.
L' immobilismo attuale della politica italiana è l'esito estremo di questa cancellazione che ha presieduto alla storia repubblicana. Non avere voluto o potuto guardare nel passato ha impedito di disfarsene davvero distruggendolo dentro di sé. In Italia, anziché negare e rifiutare il passato sbagliato e dichiararsene per la propria parte colpevoli, il passato si preferisce "superarlo ": come se potesse esserci, per esempio, un "superamento" del fascismo o del comunismo nella democrazia, la quale è l'opposto di entrambi. Ed è così che da noi prosperano ad ogni stagione i reduci e i nostalgici, i quali non apprendono mai nulla dai loro errori ma anzi li custodiscono amorosamente.
La perenne vischiosità della politica italiana, l'invincibile propensione a "mediare", a "concertare ", all'"appoggio esterno ", alle "convergenze parallele", ai "vertici", sono precisamente il prodotto di questa fissazione del "superamento", di questo rifiuto della "rottura" come atto liberatorio dal passato. È ciò che impedisce di svoltare, di cambiare realmente. Ogni inizio infatti richiede preliminarmente una fine: ma in Italia non finisce mai nulla. Il passato, semplicemente rimosso, dura e sopravvive a se stesso convertendosi in immobilità. Solo in Italia si è verificato il paradosso per cui i principali schieramenti politici nati negli ultimi quindici anni sono stati di fatto composti quasi sempre e quasi interamente di reduci di un passato rimosso, i quali dicevano tuttavia di volere una qualche "rivoluzione" — la "rivoluzione liberale" di Berlusconi o quella "democratica" dell'Ulivo — e alla fine, però, sono diventati tutti protagonisti della conservazione e dell'immobilismo che ci stanno soffocando.


Candidature e referendum, le sfide del Pd
Andrea Romano su
La Stampa

E' in questi ultimi giorni di luglio che il centrosinistra dovrà decidere come vestirsi in autunno. Perché la prossima settimana si definiranno i termini della partita politica destinata a riaprirsi già in settembre. Da una parte con la conclusione della raccolta di firme per il referendum elettorale, dall'altra con la formalizzazione della candidatura di Enrico Letta alla leadership del partito democratico.
Sono due eventi solo in apparenza separati, perché il loro intreccio spingerà la maggioranza a definire una volta per tutte la direzione da prendere per uscire dalle secche nelle quali si trova. Un'opportunità di chiarezza verrà innanzitutto dalla scelta di Letta, che contribuirà a fare delle primarie per la guida del Pd quella trasparente contesa tra opzioni politiche diverse di cui tutto il Paese – e non solo il centrosinistra – mostra di avere bisogno. Già oggi quello che doveva essere un mesto percorso di incoronazione plebiscitaria si è fatto più ricco e appassionante. La candidatura di Rosy Bindi, oltre che per la forza del popolarismo sociale di cui è testimone, attira consensi per la sua esplicita difesa dell'esperienza di governo incarnata da Romano Prodi: "il prodismo delle origini – come ha scritto Federico Geremicca sulla Stampa – ovvero l'ulivismo della prima ora col suo arredo politico ideale". Quanto sia ancora attraente per il più ampio elettorato italiano questa prospettiva è difficile dirlo, o forse è fin troppo facile per essere qui ricordato. Ma è anche questo tocco di ardita incoscienza che rende ammirevole la scelta della Bindi.
Con la discesa in campo di Letta il menu è destinato a farsi ancora più ricco. Perché solo allora si renderà chiara un'offerta politica esplicitamente diversa da quella rappresentata fino a oggi dal centrosinistra prodiano. Un'offerta capace di svincolarsi dall'abbraccio con la sinistra radicale sulla base di un'esplicita assunzione di responsabilità riformista. Lo ha spiegato meglio di altri Umberto Ranieri, esponente Ds deluso dall'incapacità del proprio partito di esprimere con Bersani una candidatura di segno riformatore. La principale potenzialità di Letta – ha detto Ranieri al Corriere della Sera – è nel "mettere sul tappeto punti programmatici espliciti e concreti di riforma, rischiando anche l'impopolarità, facendo i conti con i tabù conservatori che permangono ancora in certa sinistra".
D'altra parte, è quanto si può leggere nella biografia politica di Letta. Giovane senza essere giovanilista, il che non guasta per quello che si propone di essere un partito nuovo che dovrà dotarsi di una classe dirigente anch'essa finalmente nuova. Ma soprattutto esponente della migliore tradizione democristiana, che con Beniamino Andreatta ha saputo incrociare il riformismo popolare con quello di segno Pci e Psi senza mai smarrire l'aggancio all'orizzonte politico e ideale dell'Occidente. Se vogliamo, la candidatura di Letta renderà concreta la suggestione di un "centrosinistra di nuovo conio" che il manifesto di Rutelli si è limitato a indicare senza poi tradurla in una piattaforma alternativa a quella di Veltroni.
Già, Veltroni. Perché tra il ritorno al "prodismo delle origini" di Bindi e l'esplicita opzione riformista di Letta rimane l'autostrada centrista percorsa da Walter Veltroni. Il quale in questi giorni sta organizzando le proprie truppe, con la regia di Goffredo Bettini, secondo un monumentale schema che più che politico appare corporativo. Si prepara una "lista dei giovani", una "lista dei sindaci", una "lista degli intellettuali", chissà che di qui a poco non si diano rappresentanza veltroniana anche "gli operatori del turismo" e "i lavoratori manuali". Qualcuno le ha già definite "liste polacche", ricordando il ruolo svolto dal "partito dei contadini" nel vivacizzare una lontana stagione del socialismo reale.
La vera forza di Veltroni è tuttavia nella sua capacità di non scegliere tra i due corni del dilemma, tra il prodismo vecchia maniera e un centrosinistra di nuovo conio. Ma è qui che il referendum elettorale può intervenire a dirimere quel nodo in vece sua. Perché il traguardo delle 500 mila firme costringerà le forze politiche, già dai primi di settembre, a individuare una soluzione condivisa per evitare una consultazione popolare dagli effetti imprevedibili. La ricetta proposta da Piero Fassino, la convergenza con il Polo sul modello tedesco, priverebbe i piccoli partiti di quel potere di ricatto che ha contribuito ad impedire al centrosinistra di sciogliere il vincolo con Rifondazione. Ed è l'incrocio tra questa prospettiva e la pressione politica esercitata dalle candidature di Letta e Bindi che forse costringerà la candidatura di Veltroni a farsi meno solenne e più riconoscibile per le scelte che saprà fare.


Chi terrà insieme le due sinistre
Edmondo Berselli su
L'espresso

Di qui al 14 ottobre, data di fondazione del Partito democratico, ci sarà la possibilità di analizzare le prospettive del 'partito nuovo', e di capirne le potenzialità. Ma c'è un problema che finora è stato solo sfiorato, e che è a suo modo un problema eterno, cioè strutturale, per il centrosinistra. Vale a dire la convivenza fra le due sinistre, quella liberal-riformista e quella 'alternativa'.
A essere meticolosi le sinistre sono ben più di due, dal momento che andrebbero considerate le componenti ambientaliste e neosocialiste. Ma se il Pd, secondo la formula più volte espressa da Walter Veltroni, dovrà essere un partito "a vocazione maggioritaria", la linea di confine del conflitto possibile, all'interno del centrosinistra, corre nei pressi dei Comunisti italiani e di Rifondazione comunista.
Quindi oltre a marcare una piattaforma esplicitamente riformista, come Veltroni ha fatto nel discorso al Lingotto di Torino, occorrerà anche provare a immaginare come dovrà svilupparsi il rapporto con l'altra sinistra. Finora infatti si è assistito a un incepparsi dell'azione di governo (esemplare, e preoccupante, nel caso delle pensioni), in cui le resistenze dell'ala oltranzista si sono intrecciate con la posizione della Cgil, che non può farsi scavalcare dai partiti, con la conseguenza di una impasse assai negativa per l'immagine dell'esecutivo.
La situazione è stata riassunta con lucidità lievemente sadica da Giulio Tremonti, il quale ha dichiarato: Prodi non è uno qualsiasi; ha governato il Paese; è stato, bene o male, alla presidenza della Commissione europea. Se si è piantato in un anno, vuol dire che nessun altro, nel centrosinistra, può illudersi di farcela. In altre parole: il problema del centrosinistra è irrisolvibile.
In realtà, Prodi ha tentato di risolvere la questione attraverso il suo voluminoso programma, le famose 281 pagine di super-mediazione. Ma il totem del programma rischia di diventare un vincolo, se non è sottoposto al vaglio della realtà e del contesto economico in evoluzione. Ad esempio: il taglio del cuneo fiscale alle imprese era stato pensato in una fase in cui c'era la sensazione di una perdita di competitività da tamponare a ogni costo. Per rispettare la promessa alle imprese, si sono impegnate risorse mentre l'apparato produttivo italiano stava riprendendo a fare profitti. Ne è venuta fuori una misura 'pro-ciclica', di quelle che il centrosinistra aveva spesso rimproverato al centrodestra (come nel caso della detassazione degli utili reinvestiti nel primo governo Berlusconi).
In sostanza, il programma è uno strumento che può diventare un vincolo ulteriore, come prova anche la discussione infinita sullo scalone. E allora, se non basta un accordo di programma, qual è la risorsa chiave che può garantire la gestione di un rapporto non paralizzante con la sinistra alternativa?
Non c'è una risposta unica. È possibile che a dispetto delle apparenze (e agli appelli di Fassino a Pier Luigi Bersani a non infrangere "l'unità riformista") a Veltroni possa far comodo una candidatura alle primarie che si dislochi alla sua 'destra': nel senso che la presenza di una piattaforma industrial-liberalizzatrice (come quella di Enrico Letta, per intenderci), potrebbe assicurargli una posizione di maggiore centralità nel Pd e nell'intera coalizione, e quindi un ruolo più dinamico nella trattativa con la sinistra meno riformisticamente malleabile.
Ma a prendere sul serio l'etichetta di "partito a vocazione maggioritaria", viene da dire che non si diventa partiti maggioritari senza sistema maggioritario. Per il centrosinistra, le future elezioni politiche avranno due fronti, non uno solo: il primo sarà quello del confronto, durissimo, con il centrodestra; il secondo sarà quello che designerà i rapporti di forza interni all'Unione.
Non è pensabile in questo momento che il Pd possa diventare maggioritario semplicemente in base alla propria condizione di partito dei riformisti più volonterosi. La leadership di coalizione dovrà essere conquistata sul terreno di una competizione interna all'alleanza. E allora è inutile illudersi che riforme elettorali all'acqua di rose possano rendere centrale il futuro partito di Veltroni. Se c'è una strada, per il Pd, è quella segnata dal referendum di Guzzetta e Segni. Che imporrebbe regole severissime e una torsione formidabile del sistema politico: ma poiché l'alternativa è la vittoria semiautomatica della destra, e simmetricamente una grande palude a sinistra, vale la pena di correre l'avventura. Anche perché un partito nuovo non nasce nella bambagia, bensì nell'asprezza del confronto. E allora, se il Pd vuole vincere, innanzitutto non deve avere paura di giocarsi la partita senza riserve mentali.


Che fioriscano mille Rosy
Marco Damilano su
L'espresso

Ora di pranzo di martedì 3 luglio, si aprono le porte dell'ufficio del ministro della Famiglia. Rosy Bindi accompagna all'uscita un collega d'eccezione, il cardinale colombiano Alfonso López Trujillo, presidente del Pontificio Consiglio per la famiglia, di fatto il ministro della Famiglia vaticano. Un incontro al vertice, dopo mesi di scontri sui Dico: grandi sorrisi, il cardinale non ha mai aperto bocca per criticare la collega Bindi e ci tiene a sottolinearlo. Alla fine, quasi arrivato all'uscita, si informa: "Che farete con il Partito democratico?". Se lo chiedono in molti: la Bindi è reduce da un incontro nella comunità di Bose di Enzo Bianchi. Sono i giorni cruciali per decidere se compiere il grande passo: candidarsi il 14 ottobre in alternativa a Walter Veltroni.
Il Pd: c'è chi lo vuole in allegria, come Veltroni, e chi lo sogna da combattimento, come Bersani. E lei, come lo immagina?
"Io lo vorrei consistente. I partiti nascono perché devono assolvere un compito. Almeno all'inizio devono chiedersi soprattutto a cosa servono. Il Pd nasce in un momento in cui la politica è fortemente indebolita, delegittimata. Quando un libro come 'La casta' arriva a vendere centinaia di migliaia di copie vuol dire che si sta muovendo qualcosa di profondo: mi chiedo quanto costa la politica solo se ho la sensazione che non serva più a nulla. Ma c'è un paese che ci chiede di più, non di meno: un paese in cui le disuguaglianze sono aumentate, tra Nord e Sud, tra giovani e vecchi, tra chi ha studiato e chi no, un paese in ritardo in molti settori, in cui aumentano i corporativismi, in cui nessuno si sente più parte di un progetto comune. Questo paese ha bisogno di una politica autorevole e forte, capace di scelte coraggiose, e con una grande stagione di partecipazione. A questo serve il Pd".
D'accordo. Ma ora avete trovato il leader, Veltroni, ci penserà lui a dare forza al Pd. O no?
"Veltroni è un valore in sé: un comunicatore nel senso più vero del termine, nella sua capacità di mettersi in sintonia con il paese. Il miglior nome che abbiamo per fare la sintesi. Ma la sintesi non deve essere incolore, insapore, inodore. Dobbiamo aiutarla a essere più colorata, ad avere un buon sapore e pure un buon profumo".
Arturo Parisi ha detto che al Pd non serve un Walter ecumenico. Condivide?
"Il discorso di Torino non mi è sembrato ecumenico. E il consenso per un leader è un valore, non c'è niente di male a essere percepito come leader da una maggioranza, vorrei ricordarlo anche a Parisi. Certo, mi chiedo, perché questa fretta di scegliere il leader? Le amministrative sono andate male, il governo fatica al tavolo sociale, tutto vero. Però per fare cose serie servono i tempi e i modi giusti. Di fatto, questa accelerazione ha bruciato la fase costituente del nuovo partito. Ora dobbiamo recuperarla. Il confronto tra candidati diversi non è una minaccia, non indebolisce il partito, è il presupposto per restituire ai militanti il tempo della costituente e costruire una sintesi migliore. Il primo a saperlo è proprio Veltroni".
Cosa non le piace del programma di Veltroni?
"L'identificazione della leadership con la premiership: nessun partito può identificarsi in tutto con il governo del paese. La modifica costituzionale: d'accordo la riforma del bicameralismo, la riduzione del numero dei parlamentari, ma non è che la riforma del Polo della scorsa legislatura ora va bene perché c'è il centrosinistra. Il modello 'sindaco d'Italia' non mi piace: nella mia cultura politica e nella Costituzione c'è la centralità del Parlamento, il rapporto equilibrato tra Parlamento e esecutivo. E poi, va bene il richiamo ai sindacati a non occuparsi solo dei tutelati e dei già garantiti: ma credo che altrettanta autorevolezza dovrebbe essere esercitata nei confronti delle altre parti sociali. In passato l'Italia ha potuto contare su imprenditori che avevano il senso della politica, oggi questo non si percepisce, neppure tra gli intellettuali o tra i giornalisti, in verità. E poi non si deve avere timore della competizione: è questa la mia critica al ticket con Franceschini".
In realtà, il sospetto è che lei sia furente per la scelta di un esponente della Margherita che non si chiama Bindi...
"Non scherziamo, non ce l'ho con Dario. Lui sa bene che se ci fossero state le condizioni per sostituire Rutelli alla guida della Margherita il mio candidato si chiamava Franceschini. Ma perché incoronare insieme il primo e il secondo? Perché riproporre il duo Ds-Margherita, con la Margherita al numero due? Prima si pensa al Pd come partito aperto e plurale e poi ricadiamo nelle vecchie logiche. Dobbiamo dare la percezione che i giochi sono aperti, che si può scegliere qualcosa. Non ci sono solo le idee, ma anche il personale politico. E poi ci sono le donne. Una nuova conferma, purtroppo: l'Italia è quel paese in cui i leader giovani hanno cinquant'anni e le donne sono sempre quelle della prossima volta. Vale per il capo della polizia come per il leader del Pd, a quanto pare".
Nella Margherita ci sono alcuni nomi in pista: lei, Enrico Letta... Non siete già troppi?
"Abbiamo l'ambizione di poter realizzare anche da una storia diversa la sintesi del nuovo partito. Letta saprebbe rappresentare bene alcune istanze di modernizzazione e penso che Franceschini non dovesse sentirsi votato a fare il secondo, anche perché già era un numero uno come capogruppo dell'Ulivo. Credo di avere le stesse potenzialità di un ds, Veltroni o Bersani. Offriamo a chi sarà il leader del Pd questa disponibilità. Qual è la strada migliore? Fargli una lista in appoggio? O creare una competizione non sulle persone ma sulle idee con la preoccupazione di fare un partito che abbia un pensiero forte, che al paese offra una visione del nostro tempo e del futuro e non solo caramelle".
Lei pensa di rappresentare un pensiero forte?
"Penso di dare voce ad alcune esigenze. La presenza delle donne, che a questo punto è un fatto di principio per la qualità della nostra democrazia. Se si fosse candidata Anna Finocchiaro, non ci sarebbe stato il problema. Una forte connotazione sociale: a parità di risorse bisogna investire per superare le disuguaglianze. La voce dei cittadini dentro e fuori i partiti: i movimenti, la linfa del centrosinistra, così come la vitalità di tanti militanti sul territorio. E poi la laicità, che non è solo la difesa della laicità dello Stato e neppure la semplice tolleranza, un minimo comun denominatore: è la tensione etica della politica, quella che ci guida nella ricerca della verità e del bene comune. Non porto solo il mio punto di vista di una cattolica: sono alla ricerca di pensieri forti con cui confrontarmi, non pensieri deboli. Insomma, serve un Pd che non accarezza il paese, che gli vuole bene ma si prende anche la responsabilità di fargli fare le scelte giuste anche se impopolari, che lo porta a confronti profondi. Non bastano i viaggi dei candidati, contro Berlusconi non vinciamo a reti unificate".
Il manifesto Bindi c'è. È pronta a candidarsi?
"Voglio capire le regole. E vedere se è utile, se l'utilità viene percepita anche da altri".
La caccia al candidato alternativo ruota in realtà sui Ds. Fassino ha detto che la Quercia ha un solo candidato, Veltroni. E ha bloccato Bersani.
"E questo non va bene: non si è uniti perché c'è un unico candidato. Vedo più la preoccupazione di preservare l'unità del vecchio partito che quella del nuovo. Un presupposto che insospettisce: ancora una volta si vuole salvare la continuità organizzativa della sinistra italiana nel nuovo partito. Un altro candidato ds sarebbe il segnale più importante, la garanzia che davvero ci andiamo a mischiare. Così invece corriamo il rischio di avere l'incoronazione di un leader, la guerra tra liste che altro non sono che correnti personali e la continuità organizzativa dei vecchi partiti".
Aiuto, un mostro.
"Appunto. Penso che dobbiamo impegnarci per l'esatto contrario: la scelta di un segretario, un confronto tra le idee a prescindere dalle appartenenze di origine e il grande coraggio di pensare a un nuovo modello organizzativo. Solo così potremo eleggere il leader di un partito nuovo. E non un partito del leader: un modello che non ci appartiene".


Sinistra anno zero
Gabriele Polo su
Il manifesto


A volte le date sono crudeli. O portano in sé qualcosa di malefico, passando alla storia come giornate da scongiuri e diventano annuncio di sciagure, un po' come le Idi di marzo. Lunedì prossimo, 23 luglio, il sindacato darà il via libera all'ennesima riforma delle pensioni partorita ieri notte a palazzo Chigi. In quella stessa data, quindici anni fa, venne raggiunto un accordo tra governo e parti sociali che bloccò la contrattazione sindacale e cancellò definitivamente la scala mobile, determinando un collasso retributivo (per salari e pensioni) che peggiorò la vita di milioni di persone. Venne fatto per ragioni di bilancio e per non essere "morsi" dal serpente monetario europeo approdato al trattato di Maastricht. Presidente del consiglio era Giuliano Amato. Non si può dire che per la sinistra e il sindacato di allora fu un successo di pubblico.
Ora a palazzo Chigi siede Romano Prodi e al governo partecipa tutta la sinistra parlamentare, molte cose sono cambiate, ma l'intesa che avrebbe dovuto cancellare l'odioso scalone pensionistico introdotto da Maroni e Berlusconi è altrettanto foriero di disastri. Sociali e politici, proprio come quell'altro 23 luglio.
Il vero vincitore della partita è Tommaso Padoa Schioppa. Lui ha fissato la cornice finanziaria dell'operazione, lui ha imposto che i costi sociali venissero ripartiti dentro la stessa platea dello scalone, semplicemente cambiandone i tempi. Anzi, arrivando a recuperare - come sa fare un buon contabile - gli interessi del "credito" maturato con la rateizzazione dell'innalzamento dell'età pensionabile. Un calcolo ragionieristico, condito da un'indifferenza alla questione sociale, che abbasserà i redditi da pensione pubblica finanziarizzando la previdenza, penalizzando anche le pensioni di vecchiaia e trasformando la definizione dei lavori usuranti in una guerra a dimostrare chi sta peggio, per poter rientrare nel "tesoretto" destinato a pagare le esenzioni dagli scalini. La sinistra di governo ha provato a contrastare il primato finanziario della riforma, ma ne è uscita pesantemente sconfitta.
E qui veniamo ai disastri politici. Perdere e dividersi su un tema delicato come le pensioni - dopo non essere riusciti a incassare nulla sul terreno sociale ed economico in un anno e mezzo di governo - rappresenta un durissimo colpo alle speranze della "cosa rossa". L'egemonia di merito esercitata da Padoa Schioppa si è tradotta nell'antico ricatto sulla sinistra _ "altrimenti torna Berlusconi" - e nella centralità assunta dalla destra dell'Unione, da Dini a Rutelli più Bonino. In altre parole la pressione vincente è venuta da destra, in una partita che riguarda anche i futuri equilibri dentro il Partito democratico. Che è - benché ancora non nato - l'altro vincitore della partita previdenziale. Così tramonta definitivamente l'esperienza dell'Unione e la sinistra di governo lancia un messaggio di sostanziale impotenza. Ora dovrà trarne le conseguenze.
La limitazione del danno prodotto dal berlusconismo si è ridotta a poca cosa: nessuno parli di tradimento, perché l'impresa era complicatissima. Ma è un fatto che la credibilità dell'attuale sinistra è ridotta ai minimi termini. Bisogna prenderne atto e iniziare un altro percorso (ideale e culturale, ancor prima che politico), fondato sull'autonomia dal quadro centrista che sta rapidamente prendendo corpo, senza più sacrificare se stessi. Perché quando questo governo cadrà - e cadrà da destra, se non per via giudiziaria - nessuno potrà dire che di tanto sacrificio ne è valsa la pena.


La disfatta della sinistra
Riccardo Barenghi su
La Stampa

Ma dove sta questa sinistra radicale massimalista estremista che vince sempre? Ma chi l'ha vista questa invincibile armata che condiziona il governo, gli tarpa le ali, gli impedisce di dispiegare tutta la sua potenza riformista? Al di là del leit motiv, ormai quasi un luogo comune, che da più di un anno anima il dibattito politico e giornalistico - interviste di leader politici, editoriali, interventi televisivi che seguono sempre lo stesso schema - vediamole le vittorie dei nostri radical. E scopriremo che sono molte di più le loro sconfitte, anzi che sono quasi esclusivamente sconfitte.
L'ultima, cocente, è ovviamente quella sulle pensioni, tanto che i dirigenti di Rifondazione minacciano fuoco e fiamme, non solo una battaglia in Parlamento per cambiare l'accordo ma addirittura un referendum tra i loro elettori per farli decidere se ha ancora senso restare nel governo. Se avessero vinto, direbbero tutt'altro. E se torniamo a un anno fa, ci ricordiamo che sul Dpef di allora il ministro Ferrero votò contro. Poi, certo, arrivò la Finanziaria che fu all'inizio corretta in senso redistributivo, così da suggerire quell'infelice manifesto, "Anche i ricchi piangono". Peccato che poi piansero anche i poveri, non a caso i fischi a Mirafiori se li beccarono sia i leader sindacali sia quelli del Prc, accolti nelle fabbriche non certo come vincitori. Nel frattempo - e questa può essere una mezza vittoria - riuscirono a bloccare l'offensiva di Fassino e Rutelli sulla Fase due del governo, ma fu una magra consolazione.
Poche settimane dopo infatti la sinistra radicale lanciò la sua parola d'ordine: risarcimento sociale. Che tra l'altro era un'implicita ammissione di sconfitta: finora abbiamo pensato al risanamento, quindi ai sacrifici, adesso dobbiamo aumentare salari e pensioni. Ma i salari sono rimasti fermi, le pensioni non aumentano (tranne quelle minime, un euro al giorno, grande vittoria), lo scalone viene trasformato in scalini, l'età per uscire dal lavoro cresce. Il risarcimento insomma non è arrivato e nemmeno si intravede all'orizzonte.
Così come non arriva la cancellazione della "famigerata" legge Biagi, e nemmeno la sua profonda modifica. Così come non è stata ancora neanche discussa la nuova legge sulle droghe che dovrebbe sostituire quella considerata super repressiva voluta da Fini. Per non parlare dei Dico, battaglia che non è stata magari la bandiera della sinistra radicale (concentrata troppo sulle questioni sociali e poco sui diritti civili) ma che comunque è andata male: i Dico non ci sono, e forse non ci saranno nemmeno i loro sostituti Cus.
Si dirà, ma c'è la politica estera. Giusto, il ritiro dall'Iraq per esempio. Peccato però che fosse stato deciso già prima delle elezioni. La missione in Libano? Perfetto, ma non è stata certo una battaglia della sinistra radicale, semmai del ministro degli Esteri. Così come è stato Massimo D'Alema a decidere di cambiare la linea della nostra diplomazia, in senso più antiamericano, più antiisraeliano e più filopalestinese. Rifondazione e gli altri possono al massimo applaudire, concordare, appoggiare, ma non certo rivendicare una loro vittoria. Se poi ci spostiamo in Afghanistan, altro che vittorie: i nostri soldati sono sempre lì, di ritiro non si parla più, sono arrivati anche i terribili Predator, e la tanto agognata Conferenza di pace, grazie alla quale la sinistra del centrosinistra si è autocostretta a votare e rivotare la missione, è morta prima di nascere. Vogliamo aggiungerci anche la base di Vicenza? Aggiungiamocela.
Sarebbe ingeneroso tuttavia non segnalare i (pochi) risultati ottenuti da questa parte della coalizione di governo, la nuova legge sugli immigrati, il piano sulla casa e l'indulto. Che purtroppo non si è rivelato una grande iniziativa, visto che gli stessi elettori del centrosinistra (e della sinistra) non hanno affatto gradito, e infatti nessuno dei suoi leader politici ha poi avuto il coraggio di rivendicarlo come una battaglia vinta, meglio stenderci sopra un velo pietoso.
Morale della favola. La sinistra radicale ha scelto il governo per cambiare il Paese secondo le sue idee ma si ritrova al massimo a ridurre il danno (sempre dal suo punto di vista), ossia a frenare gli eventuali eccessi di riformismo. Nulla di più. Non molto viste le sue ambizioni, anzi molto poco: e ne è così consapevole che si prepara a chiedere ai suoi elettori se deve restare o andarsene dal governo.


La risorsa di Teresa
Giuliana Chiaretti su
Golem l'Indispensabile

Raccontare storie e storie di storie è un modo di entrare in relazione con gli altri e con se stessi, perché raccontando gli altri raccontiamo a noi stessi e noi stessi. C'è questo ed altro nella storia di Giovanni, che vive in una grande città e dopo molti anni per motivi di lavoro ritorna al paese d'origine e ritrova Francesco, suo amico d'infanzia, che è rimasto lì ed è diventato un impiegato all'anagrafe comunale. La storia ci viene raccontata per avviare una conversazione sull'arbitrio del funzionario pubblico e sui cittadini che finiscono per subirla. È un tema che non va in vacanza, poiché il nostro rapporto quotidiano con i servizi e la pubblica amministrazione non va in vacanza.
La storia, di cui non conosciamo il finale, racconta dell'uso/abuso del potere pubblico a fini personali (si chiama “privatismo”) che si compie al di qua e al di là del bancone, oggetto simbolico che divide, separa, contrappone, la posizione di potere di chi sta dietro a quella sottomessa di chi sta dall'altra parte, davanti. I protagonisti ricalcano le figure degli utenti messi in riga di fronte al funzionario, un piccolo funzionario, ultimo anello di una lunga catena gerarchicamente organizzata che dal centro arriva nel paese dove si svolge la storia. Francesco, infatti, è anche il paesano che mette in imbarazzo Giovanni, il cittadino emancipato, che mostra subito di aver acquisito una nuova mentalità, di possedere il senso civico e dell'istituzione, di conoscerne le giuste regole di funzionamento.
La storia mi fa venire in mente la sindrome del familismo amorale, che è qualcosa di più del privatismo perché all'interesse personale aggiunge il peso dei legami familiari, di gruppo e di clan che evocano rapporti di tipo feudale, premoderni e ignari dei diritti individuali, ed, infatti, i paesani messi in fila non protestano e subiscono le regole del suo gioco. Mi ha colpito che sia una storia tutta al maschile. Forse perché il potere chiama in causa soprattutto i maschi? Eppure, oggi, dietro ai banconi dei servizi pubblici e privati, troviamo molte donne. Mi chiedo: la storia sarebbe stata diversa con Teresa al posto di Francesco? E poi a che cosa rinvia la parola “funzione”, che, se non ho capito male, è suggerita come la corretta alternativa all'evidente negatività dell'arbitrio? Ascoltare storie evidentemente sollecita l'immaginazione, invita a porre domande al narratore e a raccontare storie di storie.
Francesco è una persona che investe nelle relazioni, sensibile ai ricordi d'infanzia e contento di ritrovare l'amico di un tempo. Non dimentico il bisogno tutto suo della pausa arbitraria e quotidiana per il caffè ma potrei essere tentata di provare un po' di simpatia per il modo in cui accoglie Giovanni, se non fosse che proprio Giovanni mi richiama all'ordine, ricordandomi che sentimenti privati e virtù pubbliche non sono in contraddizione, basta tenerle ben separate: ogni cosa a tempo e luogo. C'è il tempo dell'agire sociale razionale, proprio delle organizzazioni moderne e finalizzato a garantire prestazioni competenti e funzionali al sistema, e c'è il tempo privato della condivisione, della socialità, dell'empatia e dell'amicizia. La separazione, la non interferenza, tutela l'utente, che si sente garantito da leggi/norme/regolamenti/procedure, efficaci e uguali per tutti, e premia il funzionario, per il suo comportamento competente e corretto. Eppure alla storia manca qualcosa, che non è il finale. Manca l'esperienza che da cittadini facciamo della burocrazia e del burocrate nell'esercizio delle sue funzioni.
L'esperienza di essere sottoposti ad un procedimento è comune a chiunque viene a contatto come utente con la burocrazia. Questo non significa essere sottoposti all'arbitrio o essere soggetti a forze maligne, siamo solo trattati in base a procedure impersonali e regolamentate, e, infatti, il rapporto che ci lega come utenti ad un'organizzazione burocratica è espresso nei diversi numeri che ci sono assegnati. I pregi di questo funzionamento sono molti, ma i difetti non sono pochi. Ad esempio, il principio della competenza, costitutivo del funzionario modello, gli consente di rispondere “non è di mia competenza” a chi avanza richieste fuori della sua giurisdizione, legittimando, così, la sua inazione sul problema in questione, mentre l'etica dell'obiettività gli insegna a non farsi coinvolgere dalle vicende personali dell'utente, a non vederlo anche come persona. In breve, l'insuccesso o il successo dell'operazione burocratica rischia di essere misurato in base al vecchio adagio “il paziente è morto, ma l'operazione è brillantemente riuscita”.
Non solo in veste di sociologa ma anche come utente delle poste, dell'anagrafe, della giustizia, della sanità ecc. sto raccontando della spersonalizzazione che affligge il rapporto tra cittadino/utente e organizzazione funzionale delle ammistrazioni. Per spersonalizzazione intendo la mancanza di una dimensione relazionale che sia ricca di significati sociali e curata a questo scopo nella forma. Al suo posto c'è la prestazione anonima e automatica, la cui qualità è valutata e certificata in termini tecnico-economici, né potrebbe essere diversamente se il modello è quello aziendalistico. Poiché sempre più la vita sociale è amministrata, e potrei raccontare di una generale spersonalizzazione dei rapporti sociali e dell'impoverimento della socialità che ne consegue. Un sistema di servizi pubblici così regolamentato e disciplinato richiede, come è noto, una parallela organizzazione informale che lascia spazio all'iniziativa individuale. Il che è vero in teoria e molto meno in pratica, poiché la spersonalizzazione riguarda anche il funzionario, così quello che rimane della persona per far fronte alle disfunzioni dell'amministrazione non fa sistema e si risolve in personali trovate e arrangiamenti, il che non è male, o in particolari arroganze e abusi di potere a fini personali, il che non è bene. Francesco, a pensarci bene, non è un funzionario così paesano, come a prima vista ho pensato che fosse.
Mi aspetto che qualcuno obietti: di fronte al dilagare dell'arbitrio, dell'illegalità, del familismo amorale e del privatismo, che contraddistinguono la pubblica amministrazione e non solo, il principio della funzione non è comunque una garanzia? Forse si, possiamo continuare ad affermarlo e difenderlo ma interroghiamoci anche sulla possibilità di una terza via. Perché, a mio parere, Giovanni non basta. Non basta se pensiamo e crediamo che il servizio pubblico (e anche quello privato) è comunque costituito di relazioni, di comunicazione, di scambi sociali, di compartecipazione, di persone, che stanno dietro e davanti il bancone; che il suo scopo, non solo latente ma esplicito, dovrebbe essere quello di creare rapporti sociali fondati sulla cooperazione e sulla fiducia. Qualcuno dovrebbe sentirsene responsabile e prendersene cura. Se al posto di Francesco ci fosse stata Teresa, le cose sarebbero andate diversamente?
Raccontiamo e ci raccontiamo che le donne, da sempre socializzate al lavoro di cura e all'etica delle relazioni, portano nelle organizzazioni burocratiche e nella sfera pubblica la loro differenza, che si esprime anche nella cultura della cura, dell'aver cura e del prendersi cura. Compensano l'etica del diritto tipicamente maschile e pongono un limite alla sua logica, premono per una modifica dell'organizzazione sociale in tal senso. È vero o falso? Carol Gilligan lo ha sostenuto teoricamente nel suo libro Con voci di donna, ma non possiamo darne per scontata la sua messa in pratica per i tanti elementi che giocano, praticamente, a suo sfavore. Le donne della mia generazione sono stanche di farsene doppiamente carico, non solo in privato, come tradizionalmente è loro richiesto, ma anche in pubblico, stanche di ricevere il doppio e paradossale messaggio di dover rispondere a una pressante domanda e di non doverne chiedere il riconoscimento sociale. C'è poi la forte sollecitazione ad imitare la logica, nel bene e nel male, a sentirsi uguali per poter competere ad armi uguali e/o godere di uguali diritti individuali. C'è, infine, la vera e propria conversione, dall'etica della relazione e della cura, cui siamo destinate per nascita e primariamente socializzate, alla conquista di posizioni di diritto che tradizionalmente sono state identificate con l'elemento di puro potere individuale. La conversione ha un costo individuale e sociale, che richiederebbe altri racconti in cui vedrei apparire le nuove generazioni di donne. Le ragazze e le giovani donne del duemila mi sembrano diverse dalle loro mamme e nonne. Forse le hanno messe in guardia, educandole a far valere i loro diritti? Oppure sono più brave a praticare ed ottenere una conciliazione tra le due etiche, a realizzare un'opportuna contaminazione dell'una con l'altra? Non mi avventuro nel racconto della storia di Teresa, che mi piace immaginare giovane, istruita, forse in procinto di emigrare come fece Giovanni, anche un po' paesana, se con questa parola si intende una presa di distanza non dai valori della cittadinanza sociale e politica ma dagli aspetti critici della civilizzazione che ben conosciamo. Teresa potrebbe credere nell'esistenza di una terza via, quella della società della cura che ho tenuto presente per dire che Giovanni non basta, cui incominciano a credere anche gli uomini, come dimostra il bel libro di Stefano Rodotà, La vita e le regole. Tra diritto e non diritto. L'idea di fondo che l'autore ci propone è quella della cura, del prendersi cura e dell'avere cura come "critica a un'idea dei diritti come strumento per rafforzare i legami sociali, non ripiegamento su di sé di chi ne è titolare". Ma questa è un'altra storia.


   22 luglio 2007