
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 15 luglio 2007
Un governo in affanno che deve durare
Eugenio Scalfari su la Repubblica
La cosiddetta fase due del governo Prodi è cominciata da un paio di mesi. Quella dei provvedimenti per la crescita e l´aumento del potere d´acquisto dei ceti deboli: il cuneo fiscale ormai operativo, l´aumento delle pensioni sotto al livello di 650 euro, il sostegno ai giovani, l´avvio degli ammortizzatori sociali, la revisione concordata degli studi di settore, infine la trattativa sull´età pensionabile ancora in bilico, alla quale saranno destinati 4 miliardi mentre il Tesoro cerca di reperire un altro miliardo necessario a spalmare il costo dello "scalone" su un arco di tre anni. Aggiungerei un primo lotto di sostegno alle famiglie, la firma del contratto del pubblico impiego, l´assunzione di 60mila precari nelle scuole.
Forse dimentico qualche altra cosa. Ma il guaio per il centrosinistra è che questa linea espansiva (comprensiva anche del pacchetto Bersani sulle liberalizzazioni) non ha prodotto, stando ai sondaggi, alcun effetto sul consenso degli elettori. Il governo resta ancora su livelli minimi, ma anche l´intera coalizione di centrosinistra registra molti punti di svantaggio rispetto alla coalizione opposta.
La grande maggioranza degli osservatori politici è arrivata alla conclusione che governo e coalizione di centrosinistra non hanno alcuna probabilità di risalire la china della fiducia perduta. I vantaggi d´una crescita economica ancora sostenuta ed un buon andamento delle entrate fiscali non migliorano il rapporto tra gli elettori e il governo. La parola "agonia" ed altre analoghe come "sfarinamento, implosione, caduta libera" sono sulla bocca di tutti. Calderoli parla di "putrefazione". Berlusconi reclama ogni giorno nuove elezioni e scatena i suoi nell´ordalia pressoché quotidiana delle votazioni in Senato.
Insomma la crisi sotto traccia scuote di continuo la tenuta di Prodi, anche se l´esplosione o implosione che dir si voglia viene regolarmente rinviata. Dopo l´ennesimo tentativo di spallata avvenuto venerdì scorso al Senato sull´ordinamento giudiziario, fallito per un voto, il nuovo appuntamento è fissato per settembre. La crisi non è affatto scongiurata ma rimane per ora sotto traccia. Il malato, nonostante le prognosi sfavorevoli dei medici, continua a dare robusti segni di vitalità.
Siamo dunque alle prese con un moribondo che si ostina a vivere. È positiva questa resistenza? Oppure è d´intralcio ad una ripresa del centrosinistra? E per il paese è utile o dannoso che il moribondo continui testardamente a vivere?
Per dare un giudizio oggettivo e rispondere a queste domande bisogna porsi il problema di ciò che verrebbe dopo l´apertura d´una crisi. A questo punto bisogna necessariamente tirare in ballo il presidente della Repubblica perché le sue decisioni sarebbero, in caso di crisi, le sole veramente determinanti.
Il Presidente applica la Costituzione. Per conseguenza non accetterebbe una crisi extra-parlamentare. Quali che fossero le decisioni di Prodi (salvo il caso di sue irrevocabili dimissioni) rinvierebbe il governo alle Camere per verificare se c´è ancora una maggioranza o se non c´è più.
Dubito molto che le Camere voterebbero sfiducia a Prodi. Ma ammettiamo che la sfiducia sia invece votata. Si può star certi che Napolitano a quel punto nominerebbe un governo istituzionale per alcuni adempimenti necessari: la legge finanziaria e una nuova legge elettorale. Poi elezioni.
Anche un governo istituzionale dovrebbe avere una maggioranza ma quasi sicuramente l´avrebbe. I presumibili candidati sono due: il presidente del Senato, Marini, oppure Giuliano Amato. La data del voto? La più prossima, oggettivamente, si può collocare al maggio-giugno 2008. Inutile dire che un anno con un governo istituzionale non è l´ideale per un paese che ha bisogno come non mai di decisioni rapide ed efficaci su molti versanti.
Proprio mentre il governo Prodi sembra avere ingranato la marcia, una crisi e un governo istituzionale ci riporterebbero alla paralisi indipendentemente dalle capacità dei suoi componenti. Per conseguenza dico che il decesso dell´attuale Ministero non è una buona cosa né per il centrosinistra né, soprattutto, per il paese.
* * *
Mettiamo ora a fuoco la situazione del centrosinistra e cominciamo dai riformisti del Partito democratico e da Walter Veltroni, intorno al quale si addensano ora manovre di ogni genere e tipo nei corridoi della politica e nei circuiti mediatici.
Molti direi quasi tutti sembrano aver dimenticato come e perché è nata l´offerta di candidatura a Veltroni.
È nata perché senza la prospettiva di quella candidatura la coalizione sarebbe già morta e di conseguenza anche il governo. Veltroni ha fatto di tutto per rinviarla ma poi ha dovuto cedere per necessità. Aveva tutto da perdere accettando. Quale che sia l´opinione dei professionisti in dietrologia, l´accettazione di Veltroni è stata un atto di generosità.
Piero Fassino l´ha capito meglio di tutti e da quel momento è stato il più coerente nell´appoggiarlo rinunciando anche alle sue legittime ambizioni. Anche quello di Fassino è stato un atto di generosità. Mi pare giusto dirlo in una situazione in cui la generosità non è un sentimento molto diffuso.
Se si guarda alle cause che determinarono la candidatura del sindaco di Roma per iniziativa di Massimo D´Alema, si vedrà che la questione delle primarie, delle candidature alternative e di quelle convergenti, è stata fin dall´inizio malposta.
Si parla per quanto riguarda le candidature alternative delle primarie americane. Ma le primarie americane non hanno niente a che vedere con la situazione del nascituro Partito democratico.
Le primarie americane servono a selezionare il leader che dovrà poi affrontare il leader del partito avversario, anche lui scelto attraverso lo stesso metodo a meno che non si tratti del presidente in carica che compete per il secondo mandato.
La nostra situazione è completamente diversa. Qui si è fatto ricorso, per ragioni di necessità, ad un leader già esistente e già indicato da un vasto coro di elettori potenziali. Qualche cosa cioè di molto simile alle primarie che insediarono Prodi alla guida dell´Unione di centrosinistra. Anche allora infatti non ci furono vere primarie ma una sorta di plebiscito con la sola candidatura di bandiera di Bertinotti.
Perciò tirare in ballo candidature alternative nel caso del Partito democratico è un madornale abbaglio. Spiace che persino Prodi sembri di tanto in tanto caderci. Non parliamo di Parisi. Dispiace che ci cada una persona seria come Rosy Bindi. Bersani, dopo averci seriamente pensato, ha infine compreso. Letta no.
Si tratta di persone che fanno politica da molto tempo e sanno quale sia la sostanza del problema che non è quella (non dovrebbe essere) di precostituire pacchetti di voti di corrente all´interno del futuro partito, ma di dare forza al candidato prescelto. Soprattutto di aprire il Partito democratico ai giovani, ai simpatizzanti, agli elettori, affinché ritrovino il gusto della politica "perbene", della passione del fare, d´una visione condivisa del bene comune.
Le correnti d´opinione ci saranno, nella Costituente e poi nel Partito costituito; è inevitabile ed è bene che ci siano opinioni diverse. Ma non nel momento in cui si deve creare il nuovo soggetto politico. Partendo da una situazione di grave mancanza di fiducia della società civile nei confronti della politica e della sinistra. Diffusa in tutto il Paese. Specialmente nel Nord.
Veltroni è stato evocato sì, è questo il termine appropriato per descrivere quella candidatura anche se non soprattutto per una sorta di ecumenismo che circonda la sua figura di sindaco. Opporvi personalità che rivendicano la rappresentanza di specifici settori dei Ds e della Margherita è un nonsenso. I voti che potrebbero raccogliere sarebbero o troppo pochi o troppi. In tutt´e due i casi un errore. Questo almeno, per quel che vale, è il mio parere.
* * *
Ci sono tuttavia anche dichiarazioni e "manifesti" convergenti su Veltroni che rivendicano il "coraggio" di posizioni e l´esplicito desiderio di caratterizzare il leader e profilarlo a propria somiglianza. Dichiarazioni e "manifesti" ovviamente legittimi ma, a mio avviso, assai poco appropriati.
Lo sarebbero se il candidato prescelto si fosse presentato in pubblico esibendo soltanto se stesso senza dire "cose", senza fissare paletti, ignorando temi, domande, bisogni, speranze. Ma non è stato questo il caso. Nel discorso del Lingotto, poi in quello di Verona e presumibilmente in tutti gli altri appuntamenti che seguiranno, Veltroni ha reso esplicite le sue posizioni e l´orientamento che ritiene di poter dare al nascituro partito. Ha parlato di precariato, di previdenza, di sicurezza, di infrastrutture, di giovani, di Mezzogiorno e di Nord, di pressione fiscale da allentare, di evasione fiscale da perseguire, di lavoro autonomo e di lavoro dipendente, di Europa e di America.
Queste sue posizioni sono state esplicitamente richiamate e fatte proprie dalle dichiarazioni e dai "manifesti" principalmente da quello di Rutelli diffuso tre giorni fa e supportato da molte firme qualificate.
Perché dunque dico che a me pare un documento non appropriato? Per un punto, una frase, poche parole che peraltro sono le sole ad avere interessato i circuiti mediatici e quelli politici: "Alleanze di nuovo conio che il nuovo partito potrà stipulare". Chi ha orecchio per intendere ha inteso. Alleanze di nuovo conio significa, puramente e semplicemente, l´Udc di Casini. E poiché Casini ha sempre detto che può essere disponibile a concludere accordi col Partito democratico soltanto a due condizioni: rottura con la sinistra radicale e liquidazione del governo attuale, ecco che - magari al di là delle intenzioni dei promotori di quel "manifesto" , il senso politico di esso è di far intravedere che, al bisogno, il nuovo partito sarebbe disponibile ad adempiere a quelle due condizioni.
È appropriato un siffatto documento e dà forza a Veltroni spingendolo verso un´ala del riformismo? Indebolendo nel frattempo Prodi?
Direi di no. Le reazioni della sinistra radicale infatti non sono mancate. Rifondazione comunista ha denunciato una manovra per rompere l´Unione di centrosinistra. Ma ecco l´ultima questione da discutere la sinistra radicale ha le carte in regola per accusare Rutelli di rottura del patto di alleanza dell´Unione?
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La sinistra radicale ha fatto di tutto in questo primo anno del governo di centrosinistra per mettere l´alleanza in difficoltà. Ha rallentato e indebolito ogni provvedimento del governo di cui è parte tutte le volte che esso confliggeva con la visione politica di una sinistra radicale, antagonista, movimentista. Dalla Tav alla base Usa di Vicenza, dall´Afghanistan alle pensioni, dalla politica di Padoa-Schioppa ai moniti delle agenzie finanziarie internazionali. Per di più ha sparato a palle incatenate contro il nascituro Partito democratico.
Ha fatto il suo mestiere, la sinistra radicale? Forse sì. Ma certo non ha fatto il mestiere d´un partito che partecipa in condizioni minoritarie ad un governo di coalizione. Ha ottenuto molto più di quanto abbia dato. Ha mantenuto un tasso di litigiosità che ha causato un disincanto profondo tra gli elettori del centrosinistra e una vera e propria rabbia tra i ceti produttivi del Nord e del Nordest, senza neppure ottenere maggiori voti per Rifondazione e per gli altri cespugli della sinistra radicale.
Se Rifondazione voleva questo risultato avrebbe dovuto restar fuori dal governo. Avendo deciso di entrarvi doveva accettare la regola che fa del governo una istituzione e non un luogo di occupazione partitocratica.
La reazione di Rutelli, lo ripeto, non è appropriata ma la sinistra radicale, per quanto la riguarda, non ha titolo per protestare poiché in gran parte quella reazione è lei che l´ha provocata.
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Concludo in questo modo:
1. Prodi deve continuare nella sua fatica, come del resto sta facendo, assicurando al Paese un servizio indispensabile in mancanza di alternative, facendo in modo di operare con efficienza e continuità, mediando fin dove può, decidendo come deve fare quando la mediazione sia impossibile o snaturante.
2. Veltroni ha tutto l´interesse a non creare imbarazzi al governo e a procedere nella costruzione del nascituro partito puntando soprattutto sui bisogni e le speranze dei giovani, degli elettori, dei simpatizzanti.
3. La sinistra radicale si renda conto che l´elastico su cui si regge una coalizione ampia e differenziata non consente ulteriori tensioni senza rompersi. Se vuole tirarlo ancora sarà lei ad essere responsabile per la seconda volta in otto anni di aver riportato la destra berlusconiana al governo di questo Paese.
4. Il quale Paese non dovrebbe dimenticare che la predetta destra berlusconiana ha governato per cinque anni con maggioranze parlamentari schiaccianti senza fare una sola riforma degna del nome, senza aver creato infrastrutture, senza aver adempiuto ad una sola delle promesse elettorali che aveva fatto.
Il ciclone francese (e i silenzi italiani)
Francesco Giavazzi sul Corriere della Sera
In poche settimane il "ciclone Sarkozy" non c'è altro modo per descrivere gli effetti del nuovo presidente della Repubblica ha trasformato la Francia e l'Europa. Lunedì sera Nicolas Sarkozy ha partecipato, fatto senza precedenti, alla riunione dei ministri delle Finanze dell'euro e ha chiesto clemenza: "Per riformare la Francia ho bisogno di spendere qualche soldo in più". E' stato accolto con scetticismo, i ministri temevano le solite promesse: più spese oggi, riforme mai. Quattro giorni dopo il Parlamento francese ha approvato i primi articoli della legge che elimina di fatto le 35 ore. Sarkozy lo fa con astuzia, non modificando l'orario di lavoro ma introducendo fortissimi incentivi a lavorare di più: il salario percepito nelle ore di straordinario non è tassato e le imprese non devono versare alcun contributo.
Il passo successivo è l'unificazione del mercato del lavoro. Contratti a tempo determinato (i precari) e a tempo indeterminato verranno aboliti e sostituiti con un nuovo contratto di lavoro uguale per tutti. Le garanzie saranno crescenti nel tempo: tutti precari all'inizio, ma con la prospettiva di divenire dipendenti via via più stabili se il rapporto fra lavoratore e impresa funziona.
Anche l'Italia a Bruxelles ha chiesto clemenza. Ma per far fronte agli effetti dell'ormai probabile abbassamento da 60 a 57 anni dell'età minima per andare in pensione. E per le nuove spese (circa 20 miliardi di euro nel 2008,
in primis per gli aumenti concessi ai dipendenti pubblici) che il Dpef castamente indica come "eventuali" ma che, spiega Luigi Spaventa su la Repubblica, sono ormai certi.
Al Consiglio europeo di giugno Sarkozy, con l'appoggio di Angela Merkel, ha chiuso un decennio di illusioni federaliste e di fallimenti dell'Europa. Il nuovo trattato è minimalista, ma consente all'Europa di guardare avanti. Per questo risultato il presidente francese ha tuttavia chiesto un prezzo molto elevato: la cancellazione della concorrenza dagli obiettivi primari dell'Ue. Sebbene gli articoli 81 e 82 del Trattato di Roma non siano stati modificati e quindi la Commissione conservi intatti i suoi poteri in materia di concorrenza e di aiuti di Stato il segnale politico è forte e si farà sentire. Da Roma, dove ha sede un governo presieduto da un ex presidente della Commissione il cui quinquennio verrà ricordato per l'incisività con cui ha promosso la concorrenza e vietato gli aiuti di Stato, nessun commento.
Al suo ministro delle Finanze, Christine Lagarde, il presidente ha chiesto di "dialogare con la Banca centrale europea per dotare l'euro di una strategia monetaria e di una politica del tasso di cambio". Da qui a mettere in dubbio l'indipendenza della Bce il passo è breve, e d'altronde Sarkozy ha più volte criticato l'eccessiva indipendenza dei banchieri di Francoforte. I tedeschi sono insorti in difesa della Bce; da Roma, dove il ministro dell'Economia è un ex membro del comitato esecutivo della Bce, nessun commento.
Martedì scorso, con straordinaria abilità diplomatica, Sarkozy ha convinto i 27 Paesi dell' Ue a sostenere la candidatura di Dominique Strauss Kahn alla direzione generale del Fondo monetario internazionale. Candidatura non scontata, considerando che la Francia già occupa tre importanti presidenze internazionali: Bce, Wto e la Banca europea per lo sviluppo. Da Roma, che pure aveva almeno 5 candidati eccellenti, nessun commento.
Domani Sarkozy e la signora Merkel si recheranno insieme a Tolosa, sede di Airbus, per scegliere presidente e amministratore delegato di Eads, la società franco-tedesca che controlla l'azienda aerospaziale. L'attuale presidente, l'imprenditore francese Arnaud Lagardère, ha le ore contate. Se si attendeva un segno di come Sarkozy interpreta il ruolo dello Stato nell'economia, Tolosa offrirà un esempio illuminante. Eads è una società quotata in Borsa, il 45% delle azioni è sul mercato, Daimler Chrysler possiede il 22,4%. Lo Stato francese possiede, a metà con Lagardère, una società che controlla il 27%. La maggioranza del gruppo è quindi in mano a privati.
La nostra lunga latitanza europea costerà cara a chiunque succederà a Romano Prodi.
Il miasma di Weimar
Barbara Spinelli su La Stampa
Difficile dire come mai quel che ultimamente vediamo sui telegiornali pubblici e privati non ci impressioni più di tanto. Accade ogni sera, ed è ormai pane quotidiano della politica, dell'informazione.
Il capo dell'opposizione, Silvio Berlusconi, gesticola su un pulpito nel mezzo d'una piazza e dichiara morto il governo definendolo illegittimo, figlio di brogli, erede di criminose ideologie defunte. Fa un comizio dopo l'altro davanti a folle enormi che lo osannano, come se fossimo nel cuore infiammato di una campagna elettorale. Probabilmente l'evento non ci impressiona perché siamo abituati al controsenso eretto a sistema. Perché la cultura dell'instabilità che avevamo riguardo a inflazione e moneta s'è trasferita nella politica. Perché la storia a noi dice poco, e le instabilità nostre non ci ricordano instabilità - come quella di Weimar - che altrove rimangono un'ossessione.
Se fossimo visitatori stranieri, quel che succede ci riempirebbe di stupore, d'incredulità. Infatti non siamo in mezzo a una competizione elettorale, il Parlamento non è sciolto, il governo sta governando a fatica ma governa. Berlusconi è solo, a gesticolare sui podi di Napoli o Lucca. Non ha rivali, come usa nelle campagne elettorali: oggi per i rivali è tempo di governo, non di comizi e conquista del potere. Lo straniero avrebbe non poche ragioni per domandarsi se per caso l'Italia non stia deragliando. Se non stia scostandosi da quel principio essenziale della ragione che è il principio di non contraddizione. Non si può al tempo stesso dire che l'uomo è animale bipede e il contrario: "niente simultaneamente può essere e non essere", insegna Aristotele.
Invece da noi no. C'è chi governa da oltre un anno e c'è chi fa finta che no, e agisce come se al comando non ci fossero che ombre usurpatrici o immaginarie. È menzogna illusionista, ma Berlusconi ha il talento di trasformare le menzogne in verità condivise dai più. Con tale dote suscita poteri opposti a quelli legali sino a farli apparire e renderli reali: poteri delle piazze, dei sondaggi, dei media, di corpi separati dallo Stato appunto come a Weimar. Per capire come fa, bisogna mettersi nelle vesti dell'osservatore straniero - condividere la sua capacità di stupirsi, d'interrogarsi - e cercare di penetrare lo speciale potere di persuasione esercitato dal leader dell'opposizione.
È un potere ben conosciuto da chi ha studiato la potenza delle masse, della pubblicità, della propaganda. Già nel 1895, quando scrisse la Psicologia delle folle, Gustave Le Bon - medico di formazione - indicò i tre ingredienti del fascino sprigionato dal meneur des foules, dal trascinatore di folle: l'affermazione che non tollera confutazioni anche se falsa; la ripetizione ininterrotta dell'affermazione; il contagio. Tutti ingredienti presenti nell'agire di Berlusconi, che per prosperare non possono fare a meno di una permanente campagna elettorale, fondata su un vuoto o un passaggio di poteri ingannevoli. Dice Le Bon: i trascinatori "tendono a rimpiazzare progressivamente i poteri pubblici a misura che questi sono messi in discussione e s'indeboliscono". I poteri pubblici non sono solo indeboliti: Berlusconi li dà per morti.
Ma il controsenso non nasce solo dalla discordanza fra governo e conquista del potere. Anche se fossimo in campagna elettorale, l'osservatore straniero si stupirebbe parecchio. Innanzitutto per la violenza, inaudita, che emana dalle folle aizzate (venerdì, a Napoli, Berlusconi ha incitato ad agire un "esercito delle libertà"). Poi per offese che altrove son tabù. Se la folla urla oscenità contro Prodi, Berlusconi non la frena ma la sprona: "Siete lievemente rozzi ma efficaci". Come in Elias Canetti, la ferocia distruttiva degenera in muta animale, se lusingata.
Le Bon spiega come il trascinatore sia a sua volta un trascinato: può esserlo da un'idea fissa e da dottrine nazionaliste, socialiste, o da entrambi. Nel caso di Berlusconi accade l'inedito: la folla, solitamente non mossa da interesse privato (è il singolo ad avere interessi personali) innalza la rivendicazione particolare a interesse collettivo. Nella Psicologia delle folle questa possibilità è contemplata: il capopopolo può essere motivato da privati interessi.
La piazza che un tempo era cruciale per l'ipnotizzatore delle masse è oggi la televisione, oltre alla stampa. Anche su di loro, dunque, s'esercita la triplice potenza dell'affermazione, della ripetizione, del contagio. Anch'esse scambiano per verità l'immagine incantatoria d'una competizione elettorale incessante, d'un governo inesistente, comportandosi spesso come poteri che dall'esterno indeboliscono l'autorità pubblica. Più di un anno è passato dalle legislative, e i notiziari tv non son cambiati. In teoria c'è differenza tra Rai e reti private, di Berlusconi. In realtà, il leader di mercato è tuttora Mediaset e Mediaset dà lo standard, come se non ci fosse stata alternanza: in televisione come in altri corpi dello Stato il governo è di Prodi ma il potere resta di Berlusconi (non pochi suoi uomini d'altronde sono oggi consiglieri ministeriali). Se il governo passa una legge con il voto di un senatore a vita, la televisione lo presenta come patologia (inutile ricordare che anche Berlusconi s'avvalse dei senatori non eletti: il 18 maggio '94 il suo governo ottenne la fiducia per un solo voto, grazie ai senatori a vita Agnelli, Cossiga, Leone).
Vorremmo citare il Tg1, e in particolare il notiziario di venerdì sul voto al Senato della riforma della giustizia. La cosiddetta pratica del panino resta immutata: il tg apre con dichiarazioni di Castelli della Lega, di Fini e Matteoli di An, di Schifani di Forza Italia (12,47 minuti). Seguono Finocchiaro, Salvi e Mastella, della maggioranza (38 secondi). Chiude il comizio di Berlusconi a Lucca (1 minuto). È la normalità, non un'eccezione: la Rai si ritiene obbligata a offrire lo stesso prodotto del concorrente. Obbligata da chi? Da un istinto fortemente legato al contagio. Nulla è più contagioso della menzogna e dell'immagine chimerica, conclude Le Bon: "Le folle non hanno mai sete di verità. Deificano l'errore. Chiunque le disillude tende a divenire loro vittima".
Il contagio per definizione trasmette l'infezione a tutti, compresi i sani e la città intera: infetta l'opposizione e i suoi tifosi, ma anche sindacati e esponenti della maggioranza. Esponenti d'estrema sinistra che impediscono al governo di decidere. Esponenti di centro che prospettano - come Rutelli - coalizioni alternative senza dire che qualsiasi alternativa, per necessità numerica, includerà i berlusconiani. È l'imperio del miasma, che nella Grecia antica è una misteriosa esalazione che s'espande a causa d'una colpa o un male banalizzato. Il male è quell'interesse personale trasfigurato in interesse collettivo, unito alla convinzione che il governo legale abbia tradito la nazione con pugnalate alla schiena e di conseguenza non sia legittimo.
Esattamente come a Weimar sono tanti a esserne contaminati, nonostante l'oggi non sia mai identico a ieri. Ma il presente può somigliargli, anche se i colpevoli non sono quelli evocati da Ostellino sul Corriere di ieri. Non furono i socialdemocratici a sovvertire Weimar ma i comunisti e i corpi separati (esercito, Freikorps). Oggi come allora, comunisti e destre rivoluzionarie sono di fatto alleate, prigioniere del medesimo miasma. A Weimar l'alleanza fu evidente. A partire dal '28 i comunisti seguono Stalin, scelgono i socialdemocratici come nemico primario, e nonostante cronici scontri con milizie hitleriane concordano azioni eversive con i nazional-socialisti: referendum contro il governo socialdemocratico in Prussia (1931); comuni mozioni di censura (1932 contro von Papen); sciopero di trasporti e picchettaggi congiunti (autunno '32); mozione comunista, appoggiata da Hitler, contro il rilancio economico di von Papen (dicembre '32); mozione che scioglie il Parlamento nel '32.
L'abitudine al controsenso minaccia anche il rimedio alla distruttività delle folle, che Le Bon individua nell'esperienza. Ma l'esperienza agisce assai lentamente: "Solo se vien fatta su larga scala e ripetutamente". Non ne basta una, come credeva Montanelli, e sovente l'esperienza d'una generazione non vale per le successive. Non basta sapere che Berlusconi ha esorbitanti conflitti d'interesse ed è stato indagato più volte, se c'è miasma e il privato interesse viene deificato. Se c'è miasma Berlusconi appare come vittima immacolata, anche se assolta con formule dubitative e colpevole di numerosi reati prescritti. Effetto del miasma è che non se ne tiene conto. Che i fatti vengono sottratti alla vista, come scrive Marco Travaglio. L'impunità è quel che consente alla folla di inferocirsi senza rischiar nulla, osserva Le Bon. Mimetizzandosi con essa, Berlusconi molto freddamente ne profitta.
Nel paese debole esplode la voglia di un uomo forte
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Sorprende lo straordinario successo di Nicolas Sarkozy in Italia. Paragonabile a quello che gli è stato tributato nel suo Paese. Anche in Italia Sarkozy piace, alla classe politica e agli elettori. Di destra, sicuramente, ma anche di sinistra. Forse perché rappresenta ciò che in Italia attendiamo, inutilmente, da troppo tempo: il rinnovamento. Sarkozy, infatti, è veramente un "homo novus", come lo ha definito Barbara Spinelli (su "La Stampa"). "Sospettato" di essere accentratore e decisionista. Secondo la tradizione e il linguaggio francese: un "bonapartista". Determinato a interpretare la parte del "Presidente che governa" (anche se in modo flessibile, come segnalava nei giorni scorsi Bernardo Valli, su "la Repubblica"). Ma più che un vizio, per gran parte degli elettori (anche di sinistra) questo è un pregio. Una virtù. In Francia e ancor più in Italia. Dove avanza, inarrestabile, una grande voglia di "cesarismo" (versione italiana del "bonapartismo"). In un recente sondaggio condotto da Demos-Eurisko per "la Repubblica" (su un campione nazionale rappresentativo), infatti, l´84% degli italiani si dice d´accordo con l´affermazione: "Ci vorrebbe un uomo forte a guidare il Paese". Perché "oggi c´è troppa confusione". Il dato è ancora più clamoroso se valutato in termini di tendenza. Visto che dal 2004, fino a novembre 2006, era cresciuto dal 49% al 56%. Mentre negli ultimi sei mesi la domanda di "un uomo forte alla guida del Paese", in Italia, è aumentata di 30 (!!!) punti percentuali. Sulla differenza dei valori (lo chiariamo per prudenza) può avere influito il fatto che l´ultima rilevazione sia stata condotta da un istituto diverso rispetto alle precedenti occasioni: Eurisko invece di Demetra.
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Shoah, la Bibbia del dolore
Claudio Magris sul Corriere della Sera
"Solo i carnefici riescono a raccontare tutto l'orrore e il male di Auschwitz"
I l mondo, secondo un vecchio detto ebraico, può essere distrutto tra la sera e il mattino. Queste parole sono più antiche della Shoah. La loro ipotesi, in certo modo, era una profezia, perché con la Shoah il mondo ha subito un'irreparabile distruzione e non solo per quel che riguarda gli ebrei. Non si può pensarlo come prima, non è come prima; il senso e l'ordine delle cose, il rapporto fra progresso e barbarie, il significato dell'umano sono passati anch'essi attraverso i forni crematori. Dopo Majdanek, diceva Saba, a scandire una cesura radicale. Dopo Auschwitz, ha scritto Adorno, è impossibile scrivere poesia; se vogliamo vivere, dobbiamo smentire questa sentenza che infatti è stata smentita pure da poeti che hanno conosciuto quell'orrore irrappresentabile, come Celan, ma è impossibile scrivere poesia senza fare i conti con quel divieto, senza assumere nella poesia il peso di quella svolta mostruosa.
Sulla Shoah esiste una vastissima letteratura: di testimoni, di sopravvissuti, di vittime, di carnefici, di storici, psicologi, antropologi. Con il suo volume La vendetta è il racconto
(edito da Bollati Boringhieri) Pier Vincenzo Mengaldo ha scritto una specie di Bibbia, di "libro dei libri" sulla Shoah non "Olocausto", termine che egli giustamente rifiuta quale espressione retorica e falsificante, com'era accaduto di scrivere anche a me anni fa, che involontariamente nobilita in un alone di sacrificio religioso una bestiale e innominabile infamia.
Consapevole che le parole sono inadeguate all'indicibile realtà dello sterminio specialmente quelle di pur sincera partecipazione e condanna Mengaldo fa parlare i testi, come ha fatto da grande filologo e critico con tante opere letterarie, e cerca di dire personalmente il meno possibile; in una recensione che è a sua volta un incisivo saggio, Gian Luigi Beccaria ha parlato di una "esecuzione dei testi" (come diceva Contini), di un loro ascolto che li fa parlare, come un coro diretto da un grande maestro che rende giustizia alle voci. Il libro è una summa di testi, colti nei loro temi essenziali; un'enciclopedia come quelle medievali che volevano contenere e riassumere il mondo, ma dedicata alla fine del mondo.
Mengaldo si fa storico delle testimonianze, senza volerle spiegare storicamente; ciò gli è stato ingiustamente rimproverato, perché il senso del libro è proprio l'opposto di ogni storicizzazione, la quale fatalmente vuole spiegare, comprendere e dunque rendere in qualche modo razionale l'orrore. Egli analizza, classifica, distingue nella loro diversità i testi; quelli scritti dalle vittime immediatamente dopo la loro tragedia, quelli scritti tanti anni più tardi e le dichiarazioni di chi non si è sentito di scriverne; le testimonianze dei lager, dei gulag e delle altre prigionie inumane; la fame e il rapporto con il proprio corpo, la riduzione dell'individuo a mero corpo; e indaga il come più che il perché dell'abominio. Ha postillato un Inferno, dopo il quale è difficile immaginare un
Purgatorio e ancor più un Paradiso; lo ha descritto pensando che tutto ciò verosimilmente accadrà di nuovo, nei confronti di altre vittime.
"La Shoah gli chiedo si è trasformata da storia criminosa a evento metafisico, a male assoluto (senza con ciò ovviamente attenuare la consapevolezza degli orrori subiti in altre circostanze da altre vittime, non certo meno degne di ricordo degli ebrei) e rifiuta di essere superata in quel giudizio storico che è, diceva Croce, "oltre il rogo" e dunque più sereno che furente; d'altronde è angoscioso che essa possa paralizzare per sempre ogni giudizio storico. Come è possibile mantenere il senso della sua assolutezza e contemporaneamente collocarla nel tempo, nel relativo per eccellenza?".
Mengaldo: "Piuttosto che di male "assoluto" o anche "radicale" io parlerei con la utili allo storico".
Arendt di male "estremo", che pur nella sua eccezionalità non esclude altri mali estremi, passati e recenti. Wiesel ha detto che la Shoah "trascende" la storia, ma credo che abbia torto; è invece nel vero a mio parere Yehuda Bauer quando sostiene che la Shoah, in quanto opera umana, può e deve essere compresa anche nelle sue cause come tutti i fatti umani; e solo così ci si può attrezzare un po' meglio perché non si ripeta. Quello che va evitato è piuttosto di premere il pedale (al modo ad esempio di Goldhagen) su una sola delle molte "cause" il cui intreccio, quasi moltiplicando il potenziale di ognuna, ha prodotto quegli effetti".
Magris: "Rispetto alle testimonianze dirette e vissute della Shoah, come si collocano le opere letterarie (intendo quelle autentiche non le spettacolarizzazioni)? È possibile un'invenzione fantastica che parta da Auschwitz?".
Mengaldo: "Naturalmente è possibile, anche se ad esempio uno dei testi più noti, Le armi della notte di Vercors, lascia sempre l'impressione di morbosità. Ma prendiamo il cinema: eccellente, e purtroppo poco nota, è La passeggera
del polacco Andrej Munk, mentre io rifiuto totalmente il film di Benigni, minato da una contraddizione insanabile, quella tra quei fatti atroci e la pretesa di presentarli, non senza astuzia, nella chiave di una favola gestita da un clown. Ma tornando alle opere letterarie "d'invenzione", a me sembrano pur sempre preferibili quelle basate su una seria documentazione come La notte dei girondini di Presser per non parlare del-l'Istruttoria di Weiss. E solo queste sono.
Magris: "Primo Levi considera quasi inadeguate le proprie pagine rispetto a ciò che descrive, perché, dice, solo chi ha fissato in volto la Gorgone può raccontarla a fondo, ma chi ha visto la Gorgone non può parlare, perché non è tornato. Talora, infatti, certi libri scritti dai carnefici quale per esempio, Comandante ad Auschwitz
di Hoess fanno toccare con mano ancora di più l'orrore proprio perché esso non è affrontato con l'umanità di un Levi o di altri, la quale, proprio opponendosi al male e in qualche modo vincendolo con la propria dignità, dice che esso non è assoluto".
Mengaldo: "L'opinione di Levi è inconfutabile, anche se si può aggiungere che ci sono rimaste testimonianze (ovviamente pochissime) di membri dei Sonderkommandos addetti alle camere a gas e ai forni, che forse hanno visto la Gorgone ancor più da vicino dei cosiddetti "sommersi" o dei "mussulmani". E a me sembra che l'importanza del Memoriale di Hoess, o delle dichiarazioni di Stangl (comandante di Sobibor e di Treblinka) riportate nel magnifico In quelle tenebre di Gitta Sereny, stia anzitutto nel fatto che costoro conoscevano per intero struttura e funzioni del "loro" lager, mentre le vittime-testimoni in genere ne hanno potuto avere solo una visione intensa ma parziale".
Magris: "Talvolta, è stato detto, si parla strumentalmente della Shoah per tacere di altri stermini, mentre invece ci ricorda, come scrive Sofsky da te citato, che quando c'è il terrore esso alla fine colpisce tutta l'umanità. Che ne pensi? E che pensi della tesi secondo la quale la Shoah non è la negazione del progresso storico che ha portato la modernità, ma è connaturata alla modernità stessa, a tutto ciò che ha prodotto il mondo in cui viviamo?".
Mengaldo: "Non so come si possa dire che si parla strumentalmente della Shoah per tacere di altri stermini. La nostra colpevole disattenzione a questi purtroppo non ha bisogno di coperture. Piuttosto io auspicherei che si tenesse sempre distinta la Shoah dalle questioni che riguardano lo Stato d'Israele. Quanto al resto, io mi trovo a pensare che la Shoah sia un preciso prodotto, non necessario ma conseguente, della nostra modernità, fatta di totalitarismi, razzismi, tecnologia e ideologia della medesima, apparati burocratici amorali, omogeneità delle masse ecc. Non va dimenticato che lo specifico della Shoah non è stato tanto la sua motivazione ideologica, quanto il suo carattere di sterminio tecnologico e amministrativo...".
Dopo la 500 si rifarà la Loren
Michele Serra su L'espresso
Il grande successo della nuova Cinquecento sta facendo tendenza. Il richiamo al passato esercita sugli italiani un fascino irresistibile, e stilisti, creativi e uomini del marketing stanno preparando il lancio di nuovi prodotti dotati dello stesso potere evocativo. Vediamo i principali.
Nuova 600
È un'idea geniale, imprevedibile di Lapo Elkann, che ha lasciato senza fiato il management Fiat. Da mesi tutti si facevano la domanda: che cosa fare dopo la nuova 500? Alcuni dirigenti di corso Marconi proponevano di lasciar passare una decina d'anni e poi lanciare una nuova nuova 500, poi una nuova nuova nuova 500 e così via fino al 2250 circa, quando la caduta di un gigantesco meteorite e la distruzione del pianeta Terra dovrebbero finalmente mettere fine allo straziante obbligo di progettare automobili. È stato Lapo a proporre di uscire dagli schemi con una proposta sorprendente: dopo la nuova 500, perché non progettare la nuova 600, e subito dopo la nuova 700?
Nuova minigonna
È identica alla precedente, ma si indossa allacciandola sulla fronte e lasciando scoperti i glutei e i genitali.
Nuovi Savoia
Si tratta di Vittorio Filiberto e di Amedeo Emanuele. Sono stati clonati da un ramo minore, quello degli Aosta-Tangenziale, e sono stati necessari solo pochissimi ritocchi per renderli identici ai Savoia storici: inciampano uscendo di casa, parlano l'italiano come Alberto Tomba e riescono ad allacciare le scarpe solo togliendosele e mettendole sul tavolo.
Nuovi Bartali e Coppi
Il romantico dualismo tra il campione democristiano e il degenerato Coppi, bigamo e di sinistra, potrà rivivere grazie al lancio dei nuovi Bartali e Coppi. Si tratta rispettivamente di un ciellino in carriera, capace di dare la scalata allo Stelvio e ad Antonveneta nel corso della stessa tappa, e di un sosia di Fassino, intercettato dalla giuria mentre telefona all'ammiraglia per chiedere come mai sta pedalando da solo sulla Sila mentre tutti gli altri concorrenti sono sul lungomare di Viareggio.
Nuovo mangiadischi
Chi non rimpiange quella valigetta di 12 chili per ascoltare musica in spiaggia, che dopo avere emesso poche note si riempiva di sabbia e cominciava a gracchiare, fino a prendere fuoco verso mezzogiorno? In omaggio a quell'oggetto di culto, ecco il nuovo mangiadischi: si tratta di un iPod costosissimo, da portare a tracolla nonostante le dimensioni enormi, in grado di memorizzare solo due canzoni dei Dik Dik o di Jimmy Fontana prima di esplodere. Già centinaia di migliaia i pezzi prenotati. L'ordinazione più cospicua è stata fatta dal terrorismo sunnita iracheno.
Sofia Loren nel 1963Nuova Sophia Loren
Per rilanciare il cinema italiano è in progetto uno stock di nuove maggiorate. Insieme a una nuova Sophia Loren, che girerà una nuova 'Ciociara' (storia di una concorrente del 'Grande Fratello' che violenta un intero battaglione di soldati americani), sono allo studio una nuova Silvana Mangano, protagonista di 'Sushi amaro', e una nuova Lollo che in 'Coca, amore e fantasia' darà vita a una simpatica saga sulla provincia italiana.
Nuovo Maciste
Torna l'eroe indiscusso del cinema mitologico all'italiana. Grazie agli anabolizzanti, è largo sei metri e durante i provini per le strade di Roma ha abbattuto a mani nude la nuova Ara Pacis, diventando un idolo popolare. Lancerà macigni dal cavalcavia.
Nuovo papa
È l'operazione più difficile. Questo papa si sforza di tornare al passato, ma ha esagerato retrodatando l'effetto nostalgia al Seicento e alla Controriforma. Un pool di costumisti sta cercando di convincerlo a rinunciare almeno alle babbucce di Cesare Borgia, con stiletto incorporato, e di sostituire i cappellini della linea Torquemada con quelli di Elton John, che sono quasi identici ma almeno non attirano i pipistrelli. Ma il fallimento del restyling è quasi certo: il papa, durante le prove del 'discorso della Luna' che rese così amato papa Giovanni, ha fatto piangere i bambini presenti.
Il silenzio del mare. Ma non solo.
Gabrilu sul blog Non solo Proust
A volte, le storie della nascita di un libro e di un film sono altrettanto avvincenti di quelle da essi raccontati e si intrecciano o vanno in parallelo con altre storie. Di altri libri ed altri autori.
Seconda Guerra mondiale. 1942. Nella Francia occupata dai nazisti viene stampato e diffuso clandestinamente dalla Resistenza un lungo racconto intitolato Le silence de la mer (Il silenzio del mare). Il racconto è firmato Vercors e narra di un ufficiale tedesco di nome Werner von Ebrennac che si insedia nella casa di un anziano signore francese e della sua giovane nipote.
Von Ebrennac, che nella sua vita "normale" è un musicista e parla perfettamente il francese, è un grande conoscitore ed ammiratore della Francia, della sua cultura e della sua arte e tenta in ogni modo -- ma invano -- di conquistarsi la simpatia di zio e nipote i quali, durante i sei mesi di permanenza dell'ufficiale in casa loro non rispondono mai nemmeno con una parola ai suoi lunghi monologhi.
Da parte sua, von Ebrennac non cerca mai di forzare la situazione, è addolorato dal loro silenzio ma non pretende risposte ai suoi discorsi.
Attraverso una scrittura fatta di pause ed uno stile sommesso, il lettore a poco a poco comprende che nel gioco di silenzi, di sguardi, di non detto qualcosa sta avvenendo, nella relazione fra i tre personaggi, e che al di là dei ruoli e della drammatica situazione storica in cui si trovano (occupanti e occupati, dominatori e dominati) che non consente loro un avvicinamento, si fa strada la complessità di una relazione tra "persone".
La giovane nipote e suo zio però non cederanno e quando von Ebrennac comunicherà loro, sconvolto, di essere venuto a conoscenza delle reali intenzioni del Governo tedesco nei confronti della Francia e avere per questo domandato e ottenuto di essere inviato sul fronte russo lo lasceranno partire senza --- nemmeno in quel tragico momento -- pronunciare una sola parola.
Terminata la guerra, i francesi scoprono che dietro lo pseudonimo di Vercors si nascondeva il noto ingegnere-disegnatore-illustratore Jean Bruller, nato nel 1902 da padre ungherese e madre francese che allo scoppio della guerra, entrato in contatto con la Resistenza aveva fondato la casa editrice clandestina Les Editions de Minuit per promuovere la resistenza civile.
Vercors-Bruller scopre, da parte sua, di essere diventato talmente famoso da essere ormai considerato un vero e proprio simbolo della Resistenza intellettuale e vede pioversi addosso molte richieste di autorizzazione a trasporre Le silence de la mer in teatro, al cinema e di farne persino un balletto.
Tra coloro che chiedono a Vercors l'autorizzazione per la realizzazione di un film c'è anche il trentenne Jean-Pierre Melville, alla sua prima esperienza cinematografica. Ha letto il racconto a Londra e ne è rimasto sconvolto. Vercors non dà l'autorizzazione ma Melville comincia egualmente a girare il film clandestinamente e con un budget modestissimo.
Per convincere Vercors, ad un certo punto va a trovarlo e stipula con lui un accordo. Si impegna cioè a mostrare il suo film ad un gruppo di ex membri della Resistenza scelti da Vercors e a distruggere la pellicola se la maggioranza di essi esprimerà un giudizio sfavorevole. Il film viene girato in appena 27 giorni. Il gruppo designato da Vercors ne è entusiasta. Soltanto allora Vercors si decide a concedere i diritti.
Il racconto di Vercors fu pubblicato in Italia da Einaudi nel 1945. La traduzione, affidata a Natalia Ginzburg riesce a rendere magnificamente lo stile rarefatto eppure fiero del testo originale. Il libro è tuttora in catalogo Einaudi.
Andiamo adesso al film di Melville, secondo me uno di quei rarissimi miracoli che qualche volta avvengono di perfetta empatia-sintonia tra film e testo originario. Non a caso Jean Cocteau se ne entusiasmò al punto tale che dopo averlo visto chiese a Melville di dirigere un film tratto dal suo romanzo Les enfants terribles in cui la bravissima Nicole Stéphane -- che ne Le silence de la mer interpretava la nipote --- ricoprirà il ruolo di Elisabeth.
Ho avuto la fortuna di poter vedere questo film in televisione (la televisione di una volta, prima che venisse ridotta alla discarica di immondizia che è oggi) per ben due volte e ne ho un ricordo vivissimo. Un film molto difficile da realizzare ed interpretare; tutto fatto di sfumature, di particolari, di sguardi, di quasi impercettibili mutamenti nell'espressione dei volti.
Un film in cui la musica gioca un ruolo fondamentale. Perchè tutta la musica che si ascolta nel film (molto Brahms, molto Beethoven), questa musica amata e capita da tutti e tre i personaggi è... tedesca.
La musica viene utilizzata da Melville non solo come linguaggio al posto delle parole che non vengono pronunciate (non è stato Thomas Mann a dire che la musica "Tutto dice, senza mai nulla nominare"?), ma rappresenta anche e soprattutto un legame che unisce i due francesi e il tedesco, una allegoria della migliore Germania, di quella Germania dolorosamente rimpianta ed esaltata in alcune delle più belle pagine del Doktor Faustus di Thomas Mann.
In rete ho trovato soltanto, su Amazon, una VHS in francese con i sottotitoli in inglese. Ma mi pare di capire che stiano rieditando i migliori film di Melville in DVD, ed allora io spero che, prima o poi potrò averlo e rivederlo, questo film. Apprendo da imdb e da YouTube che nel 2004 è stato fatto un remake per la TV belga di cui però non so dir nulla.
Ma questa storia fatta di intrecci di storie e di coincidenze non finisce qui.
Il racconto di Vercors venne scritto nella clandestinità nel 1941.
Proprio nel 1941 nel piccolo paesino francese di Issy-l'Évêque, una giovane scrittrice, ebrea francese di origini russe e madre di due figlie scriveva --- con la frenesia di chi sa di avere i giorni contati --- la seconda parte di quello splendido libro che oggi noi conosciamo con il titolo di Suite francese.
Questa giovane donna, che nel 1942 verrà deportata e morirà ad Auschwitz si chiamava Irène Némirovsky.
Le analogie del suo racconto Dolce con Le silence de la mer di Vercors mi hanno molto impressionata.
Anche qui, un ufficiale tedesco, il tenente Bruno von Falk ("giovane, magro, con belle mani") va ad alloggiare in una casa francese abitata da due persone: le signore Angellier --- madre e moglie di Gaston Angellier prigioniero in Germania --. Anche il tenente Von Falk è un musicista (nella vita civile è un pianista professionista). Anche qui la musica che viene suonata e di cui si parla è musica tedesca. Anche qui, alla gentilezza, alla cultura, all'amore per la Francia professato dal tedesco le due donne oppongono il silenzio. Anche qui, una giovane donna comincia piano piano a vedere nell'ufficiale non solo il nemico in divisa ma anche l'uomo.
Anche qui, il racconto si chiude con la partenza di Von Falk per il fronte russo.
Vercors e Irène Némirovsky non si sono mai conosciuti, mai incontrati. Eppure, e praticamente in contemporanea, hanno scritto lo stesso racconto.
Corrado Guzzanti: Da Il libro di Kipli
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La nuova Destra
Non ce l'abbiamo con i neri e gli africani, solo non vogliamo che ci rubino il lavoro.
Non ce l'abbiamo con gli omosessuali, solo non vogliamo che ci contamino col loro morbo.
Questa è una Destra nuova che vuole battersi per il rispetto della civiltà e della democrazia.
Non ce l'abbiamo con gli zingari, solo non vogliamo che mettano in pericolo la nostra comunità.
Non ce l'abbiamo cogli extracomunitari solo non vogliamo che occupino le nostre case.
Questa è una Destra nuova che vuole mettersi dalla parte del cittadino e del lavoratore.
La pelle, la lingua, la razza non c'entra.
E se non capite questo siete degli ebrei!
Boy-scout
Scegliere una buona azione non significa aspettarsi necessariamente delle ricompense, ma solo aver capito che, per una cattiva azione, non ne ricevereste mai.
Scegliere una buona azione non significa "eroismo", ma una cattiva azione non porta medaglie.
Scegliere una buona azione non significa sentirsi migliori, ma solo sapere di aver fatto la cosa giusta.
Una cattiva azione non serve a nessuno, non dà ricompense, non dà medaglie...
Le cattive azioni non servono né a voi né agli altri.
Scegliete sempre le buone azioni.
Comprate solo quelle.
Perduto amore
Cosa ci resta dei nostri ricordi?
Cosa ci resta del nostro perduto amore?
Quando ci siamo lasciati eri alto, magro e muscoloso, con una folta chioma di capelli biondi.
Quando ieri ti ho rivisto eri un nano, grasso, calvo e flaccido, con due orribili baffi incolti e neri...
Ma perché fingere di non riconoscermi?
Morire d'amore
Si dice che d'amore non si muore,
che non si muore di tradimento,
che non si muore di delusione,
che non si muore di dolore
quando una coppia si distrugge
soltanto perchè uno dei due vuole
togliersi lo sfizio con altri,
solo più giovani, solo più attraenti...
Quando una persona,
quella che più si è amata al mondo,
ci mortifica con volgari menzogne,
ci dimostra con interminabili, luridi esempi
che la cosa più importante
della nostra vita è stata
sempre e solo
uno spietato inganno...
per giunta un inganno interessato...
un inganno per denaro...
Ditelo adesso, maledetti ipocriti!
Ditelo oggi, che d'amore non si muore,
ditelo qui, al funerale di mia moglie!
Essere e avere
Per tanti anni ho lavorato solo per diventare ricco, ho dedicato tutta la mia vita al denaro, ho sognato ville in campagna, auto costose e abiti firmati...
Ho sognato consigli d'amministrazione, quotazioni in borsa, fabbriche da dirigere, giornali da controllare...
Ma oggi che ho ottenuto tutto questo, la mia vita mi sembra vuota.
Davvero non c'è dell'altro?
Certo che c'è dell'altro, ci siamo noi stessi.
Oggi il mio desiderio è quello di essere, voglio essere ricco dentro, voglio essere apprezzato per ciò che sono, non più solo per quello che ho.
Oggi, fra "essere" e "avere", non ho più dubbi, scelgo l'essere.
Anzi, ne prendo due!
15 luglio 2007