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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 27 maggio 2007



Montezemolo e il sogno della nuova borghesia
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Nella vignetta di Altan pubblicata ieri dal nostro giornale uno dei due consueti protagonisti dice fissando l´altro: "Confindustria all´attacco" e l´altro con la mano in tasca e il basco di traverso risponde: "Speriamo in una forte risposta della Conferenza episcopale".
Ha ricordato Ezio Mauro nel suo editoriale dell´altro giorno che molti anni fa, in analoghe circostanze, l´avvocato Agnelli di fronte alle pressioni di chi auspicava una sua "scesa in campo" nell´agone politico, commentò: "Ipotesi ad alto rischio. Se fallisce non resta che ricorrere a un generale o a un cardinale".
I nostri generali sono leali alla Repubblica; i cardinali sono extraterritoriali, la loro verità viene da un altrove. A quindici anni di distanza uno dall´altro, Agnelli e Altan hanno colto perfettamente la fragilità della democrazia italiana quando la politica si infiacchisce e la società ripiega sui suoi "spiriti animali".
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Televisioni e giornali da qualche settimana sono pieni di dibattiti e inchieste sul costo della politica. Il libro dei bravissimi Stella e Rizzo ha dato la stura ad un Niagara di dati, testimonianze, invettive, denunce, che documentano sprechi, arricchimenti illeciti, ruberie, rendite di posizione, privilegi, tutti sulla pelle e con i soldi dei cittadini, vittime designate, agnelli sacrificali di tanto malaffare.
Tra i molti pezzi di bravura nel proporre e in un certo senso imporre questa agenda all´opinione pubblica si è distinto martedì scorso Enrico Mentana in due ore e mezzo di dibattito nella sua trasmissione "Matrix". Merita di essere segnalato perché il montaggio televisivo era di rara efficacia.
Partiva documentando che il costo complessivo dell´attività politica vera e propria – stipendi dei ministri, dei parlamentari, degli eletti nelle Regioni e negli enti locali, dei loro portaborse, del finanziamento dei partiti e dei giornali di partito – ammonta a 4 e più miliardi (la stessa cifra è stata ripresa da Montezemolo nella sua allocuzione all´assemblea della Confindustria).
Ma questo è solo l´inizio, l´antipasto, incalzava Mentana dal video di Canale 5. E via una serie serrata di quadri, brevi inchieste, tabelle sinottiche da lasciarti senza fiato, nelle quali si avvicendavano le cifre del debito pubblico, gli stipendi pagati ai dipendenti dello Stato e del parastato, il costo delle Ferrovie, il peso delle imposte e infine l´intero ammontare della spesa pubblica, cioè la metà di tutto il prodotto italiano, imputato in blocco al costo della politica. In studio due o tre personaggi con volti gravi e occhi spiritati annuivano e rilanciavano.
Quando ho spento il televisore (era quasi l´una dopo mezzanotte) ero francamente spaventato. A tal punto che lo stesso dibattito mi è ricomparso in sogno con le sembianze dell´incubo e la sensazione di essere fisicamente stritolato da una morsa che si stringeva su di me togliendomi l´aria e il respiro.
Enrico Mentana, quando ci si mette, è bravo, non c´è che dire.
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Il 27 dicembre del 1944 Guglielmo Giannini fondò il settimanale "L´Uomo qualunque", che ebbe come insegna un omino inerme schiacciato da un torchio. Il primo numero tirò 25 mila copie ma appena cinque mesi dopo, nel maggio del ´45, era già arrivato a 850 mila.
Lo scopo del settimanale era di dar voce all´uomo della strada contro i partiti di qualunque colore, contro lo Stato, contro il centralismo, ovviamente contro il comunismo e contro "gli antifascisti di professione".
Il 21 giugno di quello stesso anno nasce il governo presieduto da Ferruccio Parri che per Giannini diventò il bersaglio numero uno. Lo scontro aumentò il successo del settimanale. Sotto la spinta d´un vento così favorevole Giannini fondò il partito dell´Uomo qualunque; si aprirono sedi in tutta Italia, il giornale superò il milione di copie, fu tenuto a Roma il congresso di fondazione.
Il programma approvato all´unanimità "concepisce lo Stato come semplice ente amministrativo e non politico. Lo Stato deve essere presente il meno possibile nella società. L´economia deve essere lasciata totalmente ai privati in un sistema totalmente liberista". I punti cardine del partito enumerati nel programma erano: Lotta al comunismo. Lotta al capitalismo della grande industria. Propugnazione del liberismo economico individuale. Limitazione del prelievo fiscale. Negazione della presenza dello Stato nella vita sociale del Paese.
Il 2 giugno del ´46 "L´Uomo qualunque" si presentò alle elezioni per l´Assemblea Costituente, ottenendo 1.211.956 voti, pari al 5,3 per cento, diventando il quinto partito italiano dopo la Dc, i socialisti, il Pci e l´Unione Democratica Nazionale di Croce, Orlando, Nitti. Ebbe 30 deputati. Nel ´47, quando De Gasperi ruppe con le sinistre, l´Uomo qualunque appoggiò il governo centrista, ma questo fu l´inizio della sua fine. I qualunquisti finirono per confluire nel Partito monarchico e nel neonato Movimento sociale.
Fino al 1947 il giornale e il partito ricevettero sostegno finanziario dalle associazioni agrarie meridionali e dalla Confindustria.
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Qualunquismo, antipolitica, populismo, demagogia: sono quattro parole che configurano modalità ed esprimono modi di sentire abbastanza simili, pur non essendo termini sinonimi. Nella vita pubblica italiana queste modalità e questi sentimenti rappresentano una costante da molti anni, dalla fondazione dello Stato unitario ma anche prima, soprattutto nelle province del Mezzogiorno.
Una costante, ma per fortuna non una dominante se non a tratti e per brevi periodi. Per diventare dominante ci vogliono condizioni che esaltino quella costante e la propaghino nella psicologia di massa.
Una condizione è la debolezza dell´autorità politica. Un´altra è la debolezza delle organizzazioni dei lavoratori. Un´altra ancora è l´assenza d´una borghesia forte e responsabile. E il proliferare delle corporazioni e dei sindacati corporativi. L´ultima condizione infine è la presenza di demagoghi e populisti capaci di cavalcare il qualunquismo e trasformarlo in una forza d´urto che pervada le istituzioni e le offra al potere dei demagoghi di turno.
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Ho letto con molta attenzione l´omelia, o se volete la "lectio magistralis" di Luca Cordero di Montezemolo e ne ho sottolineato i passi salienti, i punti di consenso e quelli – dal mio punto di vista – di dissenso. Poiché molti amici e lettori mi hanno chiesto di esprimere un´opinione in proposito, dirò che i punti di consenso sono nettamente superiori a quelli di dissenso, sicché – sia pure con alcune note a margine – potrei concludere con un´approvazione finale.
Le note a margine riguardano: 1. Il mancato riconoscimento del risanamento finanziario come premessa indispensabile della ripresa economica. 2. Il merito della ripresa attribuito soltanto agli imprenditori e al mercato. 3. Il silenzio sulle responsabilità di molti imprenditori in operazioni truffaldine che hanno pesantemente colpito il risparmio e la fiducia. 4. Le leggi e le politiche dissennate del quinquennio berlusconiano, per terminare con una legge elettorale votata da tutto il centrodestra a cominciare dall´Udc di Casini, che ha reso ingovernabile il Parlamento e il Paese.
Non sono note a margine trascurabili, ma le tralascio: sono state già segnalate e approfondite nei giorni scorsi, sicché le do per note, lo stesso Montezemolo del resto mi pare che le abbia riconosciute come valide e ne abbia fatto ammenda.
Confermo che, nonostante tali rilievi, la "lectio" confindustriale mi pare meritevole di consenso. Però...
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Il punto in questione riguarda la nascita d´una nuova borghesia. Montezemolo ha più volte insistito su questo aspetto e c´è ritornato nelle dichiarazioni del giorno dopo: è nata una nuova borghesia che sta facendo la sua parte. Lavora come e più di tutti. Effettua investimenti. Innova i prodotti e i processi di produzione. Accorcia lo svantaggio competitivo. Ha ridato slancio alle esportazioni.
In forza di questi meriti la nuova borghesia chiede, anzi pretende: meno tasse sulle imprese, piena mobilità del lavoro, ammortizzatori sociali adeguati, liberalizzazioni in tutti i settori, riforma delle pensioni in armonia con gli andamenti demografici, riconoscimento del merito in tutti i settori e a tutti i livelli.
La nuova borghesia ha già fatto ciò che il Paese si attendeva e continuerà a farlo, ma non può esser lasciata sola. Il governo finora è stato inadeguato e indeciso. Partiti e Parlamento altrettanto o peggio. Opposizione forse pure. Si mettano dunque al passo.
Gran parte di queste richieste sono condivisibili, anzi sacrosante. Per quanto ci riguarda le sosteniamo da mesi, anzi da anni. Ma l´osservazione che qui solleviamo riguarda la nuova borghesia, innovatrice, liberista e liberale, corretta con le regole del mercato. E dunque meritevole. Con quel che segue.
È già nata questa nuova borghesia, amico Montezemolo? E quando? Lei stesso fa datare il risveglio, la ripresa, l´innovazione a due-tre anni fa. Più o meno dall´inizio della sua presidenza in Confindustria. Prima di allora, è verissimo, l´innovazione era ridotta ai minimi termini, gli investimenti languivano, il Pil aveva addirittura cessato di crescere. Crescita zero.
Non voglio discutere le sue capacità salvifiche ma chiedo: in tre anni, in un paese dal quale la borghesia è scomparsa da almeno vent´anni, ce la troviamo rinata all´improvviso come Minerva che uscì armata di tutto punto dalla testa di Zeus? Non è credibile.
Le esportazioni sono aumentate. Verso quali aree del mondo e in quali settori della produzione? Lei lo sa benissimo. Perché non lo ha detto?
Gli investimenti. Quelli privati la soddisfano perché sono aumentati di ben il 2,3 per cento. Ma più oltre lei lamenta che quelli pubblici sono aumentati "soltanto" del 4 per cento. Quattro non è forse il doppio di due?
C´è un punto della sua relazione in cui lei, giustamente, lamenta l´evasione fiscale enorme e il sommerso altrettanto enorme. Ha ragione. Ma chi evade? E chi si sommerge? Che mestieri fanno i sommersi e gli evasori? Fanno molti e vari mestieri, ma concederà che quelli che pagano con il sostituto d´imposta evadono infinitamente meno di tutti gli altri. Ne dobbiamo dedurre che gli evasori sono tutti e soltanto i liberi professionisti?
Lei non ha parlato delle violazioni delle regole di mercato. Uno dei suoi vicepresidenti seduto accanto a lei ne rappresenta un luminoso modello: quello di aver controllato fino a ieri la più grande società per azioni italiana rischiando in proprio l´1 per cento del capitale. Sono questi i meriti da imitare e riconoscere?
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Gentile presidente di Confindustria, di Fiat, di Ferrari e di parecchie altre iniziative certamente meritevoli, noi abbiamo la sensazione che la nuova borghesia non sia ancora nata e – purtroppo – sia ancora sulle ginocchia di Giove. Lei fa benissimo ad auspicarla. Fa benissimo a dedicare i tre quarti del suo discorso ad una politica insufficiente e indecisa. Fa benissimo a parlare più da cittadino che da capo della sua associazione. Ci ruba un po´ il mestiere, ma ben venga.
Per fortuna per farci conoscere qualche cosa di più approfondito sui problemi dell´industria italiana c´è stato, dopo il suo, l´intervento del ministro Bersani. Se la platea dell´Auditorium fosse stata popolata dalla nuova borghesia, Bersani avrebbe avuto applausi appena appena inferiori a quelli avuti da lei. Non la pensa anche lei così? Non l´ha un po´ colpita constatare che l´ovazione più lunga al suo discorso è venuta quando lei ha scandito che gli industriali non pagheranno un solo euro di più di tasse? Dichiarazione ineccepibile. Da sottoscrivere. L´aveva già detto Mario Monti. Non parliamo di Giavazzi. Vedrà che il 31 maggio lo ripeterà Draghi e sarà più d´una triade, sarà un quadrumvirato. Ci vogliamo aggiungere anche Pezzotta e i cardinali?
Per finanziare tutte le richieste che vengono i soldi ci sono: basta cancellare il debito con un colpo di bacchetta, abolire la spesa pubblica seguendo le indicazioni di Matrix, e oplà, non è poi così difficile. I soldi si trovano sempre. Basta decidere da quali tasche prenderli.
Lei mi risponderà: dal sommerso e dall´evasione. Perfetto, è il programma del governo Prodi. Visco ci sta provando e qualche risultato è già arrivato. Forse è per questo che stanno facendo il tiro a bersaglio su di lui.
Le do una cifra, amico Montezemolo: la vecchia borghesia – la sola che l´Italia abbia avuto in 150 anni di storia unitaria, la cosiddetta destra storica – pagò attraverso l´imposta fondiaria il 52 per cento di tutte le entrate tributarie dello Stato nel periodo in cui governò, tra il 1861 e il 1876. Il 52 per cento. Era una borghesia composta interamente da proprietari fondiari.
Le entrate extra tributarie vennero dalla vendita dei beni ecclesiastici, avocati allo Stato e venduti da Marco Minghetti.
Purtroppo tarderà a nascere, se nasce, una borghesia di quel conio, che nazionalizzò le ferrovie e le assicurazioni sulla vita.



Ma Romano non cambierà
Federico Geremicca su
La Stampa

Le ultime ore prima dell'apertura dei seggi se ne sono andate al solito modo: una polemica dietro l'altra, i giudizi contrapposti circa il valore di un test che chiama alle urne oltre 10 milioni di italiani.
Einoltre le accuse pesanti intorno alle presunte rotture del "silenzio elettorale" (stavolta l'imputato è Prodi, intervenuto a Firenze a chiudere la Conferenza della famiglia). Il tutto segnato, come sempre, da un clima di grande incertezza circa l'esito di una consultazione che comunque interesserà importanti città, dal nord al sud del Paese. In questa clima di incertezza, due sole cose possono esser date per sicure. La prima: che per il numero di elettori interessati e per l'eterogeneità delle aree coinvolte (da Verona ad Agrigento, per intendersi) il test non potrà non avere anche un valore decisamente nazionale, e cioè di giudizio sull'operato del governo.
La seconda: che per quanto questo sia vero (o anche solo parzialmente vero) Romano Prodi resterà al suo posto, pur se il voto dovesse trasformarsi in un rovescio per la sua maggioranza. Il che, naturalmente, è ancora tutto da vedere. La contraddizione tra i due aspetti è solo apparente. E per averne conferma - senza andare troppo indietro nel tempo - basta far scorrere rapidamente il film della passata legislatura. Tra il 2001 e il 2006, non c'è stata consultazione elettorale (dalle suppletive in qualche collegio fino alle europee) che non abbia visto la Casa delle libertà sconfitta più o meno nettamente. I leader del centrodestra, all'epoca, negarono puntualmente che le diverse consultazioni avessero in sè un qualsivoglia elemento di giudizio sull'operato del governo.
Mentivano, naturalmente, sapendo di mentire: tanto che i ripetuti e inascoltati campanelli d'allarme suonati in quelle tornate elettorali non hanno fatto che precedere la scontata (anche se poi ris i c a t i s s i m a ) sconfitta elle elezioni politiche. E non basta: perchè a parti invertite rispetto ad oggi, non è mai accaduto che Silvio Berlusconi fosse anche soltanto sfiorato dall'idea di trarre da quei diversi test elettorali "conseguenze nazionali ". Vale a dire, le dimissioni del suo governo. E Prodi, ovviamente, martedì - a risultati ufficiali e definitivi - lo ripagherà con la stessa moneta.
Politicamente (e perfino eticamente) la si può pensare come si vuole, circa analisi e comportamenti del tipo di quelli descritti. Quel che dovrebbe esser però ormai evidente agli stessi protagonisti è che si tratta di un errore: e che la programmatica sottovalutazione del valore del voto di milioni di italiani è l'incubatrice (questo insegna la cronaca degli ultimi anni) della inevitabile sconfitta alle elezioni politiche. Del resto - per citare un solo esempio - quando l'entourage del vicepremier Rutelli indica nel dietro-front sulla riduzione dell'Ici un possibile elemento penalizzante alle elezioni amministrative, cosa conferma se non l'esistenza di un inestricabile intreccio tra politiche nazionali e test elettorali locali? Comunque sia, l'aria che tira sembra invece esser precisamente quella che si diceva all'inizio.
Ed è certo, insomma, che già da domani sera andrà in scena la recita a soggetto ormai nota e prevedibile (soprattutto se a prevalere dovessere essere in maggioranza le liste e i candidati del centrodestra): i leader della Casa delle libertà a dire che dal voto è arrivato un avviso di sfratto al governo, i segretari dell'Unione a sostenere che si è votato per l'elezione di sindaci e presidenti, e che è inutile tirare in ballo le sorti del governo. Questo, ovviamente, di fronte alle telecamere: perchè poi, nel chiuso delle riunioni di entrambi i vertici, il voto sarà passato al microscopio. E tolta di mezzo la querelle propagandistica sulle eventuali conclusioni che Prodi dovrebbe trarre dall'importante test, si guarderà alle "cose serie": che ai cittadini, magari, non interessano granchè; ma che per i partiti restano di fondamentale importanza.
E di fenomeni da analizzare, altrochè se ce ne è. Per esempio: qual è la forza e lo stato di salute di Forza Italia in elezioni nelle quali è impossibile votare per il candidato- Berlusconi? O ancora: l'Udc di Pier Ferdinando Casini sta traendo vantaggio oppure no dalla distanza messa tra il partito e la leadership del Cavaliere? E i possibili interrogativi non finiscono qui: Rifondazione comunista e i partiti della cosiddetta sinistra radicale che dazio pagano all'aver scelto la collocazione di governo? E Ds e Margherita saranno incoraggiati nel cammino avviato verso il Partito democratico oppure dovranno registrare un calo di consensi?
Può apparire roba da poco, non interessante per i più. In fondo, invece, è questo l'unico vero valore nazionale di elezioni così: l'avvio di aggiustamenti di rotta e di piccoli o grandi regolamenti di conti che - questi sì! - possono poi portare allo sfarinamento di questa o quella maggioranza. Ma più in là, con calma e a tempo debito: per non contraddire la favola che in fondo si tratta soltanto di elezioni amministrative...


Il discredito della politica
Angelo Panebianco sul
Corriere della Sera

Ciò che più impressiona delle reazioni negative di tanti uomini politici alla spietata e documentata analisi-denuncia del presidente di Confindustria è che nessuno, dico nessuno, di quei critici è stato capace di contestare nel merito anche una singola virgola di quanto Montezemolo ha sostenuto. Nessuno, fra i professionisti della politica, è in grado di negare che la politica, e il sistema pubblico che da essa dipende, siano ormai un motore ingrippato, e la principale causa dei mali italiani.
In quella che alcuni chiamano "crisi della politica" va distinto l'aspetto congiunturale da quello strutturale. C'è una crisi specifica, contingente, legata alla natura della coalizione oggi al governo. Una parte della paralisi decisionale che ci attanaglia dipende dalla debolezza della maggioranza e, in particolare, dal suo vero fallimento: l'incapacità di "costituzionalizzare le estreme". Nessuna democrazia bipolare può funzionare se le estreme non vengono addomesticate e controllate, se hanno un ruolo rilevante nelle politiche di governo. È dalla nascita del governo Prodi che le estreme, non addomesticate, hanno quel ruolo. Con effetti devastanti per i consensi all'esecutivo. La mancata costituzionalizzazione delle estreme ha ricadute su tutti gli aspetti delle politiche pubbliche, si tratti del blocco di infrastrutture vitali, di tasse e spesa pubblica, della sicurezza, o della politica internazionale del Paese. Si pensi a ciò che accadrà fra pochi giorni: l'estrema sinistra riceverà, come componente del governo, il presidente degli Stati Uniti, partecipando contemporaneamente a una manifestazione contro di lui.
L'aspetto congiunturale della crisi si incontra con l'aspetto strutturale, perché una politica paralizzata dalla mancata costituzionalizzazione delle estreme infligge un colpo mortale alla democrazia bipolare, porta acqua alle tesi di coloro che (a loro volta sbagliando, a causa di una memoria troppo corta) pensano che un sistema "bloccato al centro", un sistema con un nuovo centro eternamente governante sia la soluzione per i mali italiani.
Aspetti congiunturali a parte, c'è dunque una crisi di sistema: dipende dal fatto che la Seconda Repubblica non è mai nata, è stata solo una promessa o un miraggio che ci ha accompagnato dai primi anni Novanta, e adesso che la promessa è svanita ci ritroviamo ancora a vagare fra le macerie della Prima Repubblica, senza che siano in vista soluzioni. Gran parte dei mali attuali della politica sono segni di una crisi di sistema a cui nemmeno un nuovo ricambio di governo, checché ne dicano le opposizioni, potrà porre veri rimedi.
Sappiamo qualcosa su come e quando cambiano le democrazie. Sappiamo che esse non cambiano solo perché sono in crisi: possono restare in quella condizione per decenni, immobili, mentre trascinano lentamente alla rovina il Paese. Le democrazie cambiano solo quando (di solito, a seguito di una crisi repentina e drammatica) si apre, per un breve momento, una "finestra di opportunità", e appaiono leader capaci di imporre una radicale ristrutturazione delle regole del gioco. La fine del "primo sistema politico" della Repubblica avvenne per il combinato disposto di un mutamento geo-politico (la fine della guerra fredda), una crisi finanziaria, e l'intervento della magistratura. Avemmo una mezza Algeria ma senza un de Gaulle, senza incontrare un leader davvero all'altezza della situazione.
Si aprì comunque una finestra di opportunità che consentì alcune limitate innovazioni, come la legge maggioritaria del 1993, le leggi sull'elezione diretta di sindaci e presidenti regionali e l'alternanza al governo. Quella finestra di opportunità si è chiusa da un pezzo. Non ne sortì quella riforma complessiva delle istituzioni che avrebbe dovuto fare dell'Italia un'efficiente democrazia bipolare. E quando i partiti ebbero modo di riorganizzarsi tornammo addirittura indietro (con la riforma elettorale voluta dal governo Berlusconi).
Berlusconi, appunto. Di lui si deve parlare, essendo stato il vero dominus, nel bene e nel male, della politica italiana dal '94 ad oggi e, ci dicono i sondaggi, lo sarà ancora a lungo.
Berlusconi non è l'uomo nero che molti si ostinano a dipingere e ha fatto, insieme a cose sbagliate, e anche sbagliatissime, anche diverse cose buone. Il suo vero grande limite è che fece al Paese la promessa di una rivoluzione liberale e non l'ha mantenuta. Credo che stia proprio in quel fallimento la causa della crisi di sistema. Berlusconi ha avuto, per un momento, l'occasione di dare uno sbocco positivo alla crisi della Prima Repubblica ma l'ha in grande misura sprecata. Non è stato né de Gaulle (il costruttore di nuove istituzioni) né Thatcher (l'artefice di una rivoluzione neo-liberale). Per questo ora ci ritroviamo, dopo un lungo giro, di nuovo al punto di partenza, alla crisi di sistema così come l'abbiamo conosciuta alla fine degli anni Ottanta. Né sembra che Berlusconi ne abbia tratto insegnamento. È vero che è il "popolo", e non la Confindustria o i tecnici, che deve scegliere i governi, ma sono le élite che devono trovare le soluzioni politiche tecnicamente valide per dare soddisfazione alle aspirazioni del popolo. Uno dei problemi del governo Berlusconi fu che mancarono soluzioni tecnicamente adeguate per realizzare, su diversi fronti, la promessa rivoluzione liberale.
Non ci sono buone notizie in vista (a parte il referendum, ma non basta). Non si vedono all'orizzonte nuove "finestre di opportunità". Anche per questo il tanto parlare che ancora si fa di riforme costituzionali sa di imbroglio. Un Paese che discute da più di vent'anni di tali riforme e non le fa è un Paese malato. E la sua è una malattia morale.
Nella classe politica, a sinistra e a destra, ci sono diverse personalità di prim'ordine. Esse ingiustamente patiscono del discredito in cui è caduta la politica. Nessuna di loro, singolarmente, può fare nulla per risolvere la crisi. Ma è forse tempo che i migliori delle due parti si siedano intorno a un tavolo per tentare di capire che cosa è umanamente possibile fare al fine di bloccare il degrado della democrazia italiana.


Il catechismo laico del Dottor Sottile
Concita De Gregorio su
la Repubblica

Fuori dal cancello Alice e Valentina si baciano avvolte da un lenzuolo fucsia che, a dispetto dell´ambigua parentela col porpora, è stato eletto "colore della laicità". Adele Parrillo, vedova di fatto di Nassiriya, lamenta la vergogna "di uno Stato che non mi riconosce nemmeno il dolore": con Stefano Rolla, il regista ucciso, non era sposata dunque non è risarcita. "Vergogna Ratzinger, vergogna Bindi", le fanno eco i cartelli, pochi cartelli in verità, manifestanti che simulano nozze omosex e decine di bambini di famiglie senza casa con le magliette scritte a pennarello. Le associazioni si chiamano "Facciamo breccia", "Mai state zitte".
Il plotoncino di resistenti della laicità – "No Vat", ce l´hanno col Vaticano – balla in piazza. Rosy Bindi oggi radiosa come fosse all´altare esce a ricevere la madre polacca (dunque comunitaria) di Ammad Gabriel, tre mesi, nato da padre marocchino clandestino e perciò, per la legge, per quanto nato in Italia non italiano. Subito dopo abbraccia il vescovo ausiliario di Firenze Claudio Maniago, lui in porpora e non in fucsia: fotografi entusiasti. In prima fila, nel giorno di chiusura della conferenza sulla famiglia, l´unico leader di centrosinistra è Piero Fassino, silenziosissimo. Ragione ufficiale: il rispetto della consegna del silenzio pre elettorale. Si limita a dire, Fassino, che questo clima di ritrovata armonia fra governo e Chiesa dimostra come avesse ragione lui già venti giorni fa: "Era sbagliata la contrapposizione della piazze".
In verità la "ritrovata armonia" è più che altro una non reciproca aggressione: quella invocata da Napolitano in apertura e qui favorita dalla sostanziale potente maggioranza di presenze cattoliche. "E´ una conferenza della minoranza di governo", osserva uno dei convegnisti, la sinistra radicale non c´è, la sinistra moderata se c´è non si sente. Al palco si avvicendano scambiandosi complimenti Prodi e Bindi, il presidente dell´Anci, il diessino Leonardo Domenici, lascia parlare il suo vice Graziano Delrio, Margherita, brillante sindaco di Reggio Emilia sinora risparmiato dalla voracità dei media nazionali, la distrazione non durerà a lungo. Alla stupita osservazione di Anna Serafini – "ma perché non hai parlato tu?" – Domenici risponde, sorridendo, che Delrio ha nove figli. Nove. E´ più titolato dunque in questa platea di famiglie numerose, prolifiche e pluriaffidatarie, devote, tutte sposate e in molti casi monoreddito. "Famiglie normali" si presenta uno dei padri a dispetto dei dati Istat e del senso comune. Saranno queste famiglie tra un attimo a fare domande a Romano Prodi, domande – per così dire – non destinate a metterlo in imbarazzo né a sorprenderlo. E´ da dove non ti aspetti, piuttosto, che arriva la sorpresa.
E´ da Giuliano Amato, ministro arrivato a Firenze fuori programma che si alza e va al microfono, "caro Romano mi hai prestato tante cose nella vita prestami cinque dei tuoi minuti". "Te li regalo", risponde Prodi. E così Amato, che tante volte è stato il laico che parlava da cattolico, oggi fa qui la parte – lucida, netta, tagliente – del laico che parla da laico. Lo spettacolo è vedere con quanta cautela Prodi faccia partire i suoi applausi. Amato comincia dalle donne musulmane, dice che non sono molto diverse da quelle che ha conosciuto lui, bambino, in Sicilia. Dice che in questi sessant´anni c´è voluto "molto coraggio politico" per portare le donne italiane dove si trovano, lo stesso coraggio è necessario adesso: "Non dobbiamo alzare ponti levatoi, non ci siamo fatti imbrigliare fin qui dalla paura non facciamolo adesso: riconosciamo i diritti dei conviventi". I Dico, quindi. La sala applaude e Prodi batte le mani lentamente. Non basta: il testamento biologico, adesso. Amato si avventura vicino alla rovente questione dell´eutanasia e lo fa citando un testo che tutti ascoltano in silenzio: "L´interruzione di procedure mediche onerose rispetto ai risultati attesi può essere anche legittima. Non si vuole così procurare la morte ma accettare che non si può impedire". E´ la norma 2278 del Catechismo di Ratzinger. Applausi lunghi e sollevati della parte di platea defilata in alto, lunga esitazione di Prodi che solo una volta, alla fine, fa battere i palmi. E´ quindi il tempo dell´intervista al premier fatta dalle famiglie attentamente selezionate per l´occasione. Sergio e Giovanna, sei figli, monoreddito. Padre e madre del Burkina Faso, figlia adolescente nata a Reggio Emilia. Coppia, sempre di Reggio, con quattro figli e genitori malati a carico. Coppia multifigli di cui uno Down. Anziani coniugi fiorentini pensionati sotto i mille euro, "noi siamo sposati ma mio figlio vive a Roma con una bella signora, non è lo stampo che fa le scelte è la volontà delle persone", per il brivido libertario ci voleva un toscanaccio e qui anche Bindi, che è del senese, ride. "Bindi, fatti dare i quattrini", le dice l´anziano. Prodi promette "i due terzi del tesoretto" e questo fa i titoli di stamani. "Facciamo anche la metà, mi accontenterei della metà" commenta Bindi concreta poco dopo. Si va a pranzo. Il tavolo del presidente, a prevalenza emiliana, è composto dai coniugi Prodi, la di lui nipote Maria assessore regionale e qui impegnata nei lavori, Albertina Soliani e poi Fassino, Rosy Bindi, il sindaco Domenici. Alla Bindi, nel congedo, Prodi dice: "Rosy, oggi mi hai alleggerito il portafogli". All´arrivo aveva detto: "Il vero tesoretto è la Bindi". Un idillio. "Ogni promessa è debito", risponde lei con un vecchio proverbio scettico e contadino. Fuori la Federanziani posa per la foto ricordo.


“Il compagno segreto” di Joseph Conrad
Su
Il compagno segreto

3 dicembre 1909

Conrad è a metà della sua vita di scrittore: in una lettera aveva chiamato il 1909 il suo “quattordicesimo anno”; gliene resteranno altri quindici.
Abita con la moglie e i due figli in un cottage del Kent di sei stanze, tutte piccole. Il suo studio è il posto più angusto e più costipato di cose ma anche il più luminoso: “una stanza non molto più grande di una cella monacale, ma molto più ingombra di mobili”, ricorderà la moglie Jessie.
Il 1909 era stato un anno faticoso, quasi tutto dedicato a “Sotto gli occhi dell'Occidente”, secondo romanzo non marinaresco dopo “L'agente segreto”. Il suo Mentre scrive “Il compagno segreto”, Conrad compie 52 anni. E' una ragione in agente Pinker, per altro il meglio che Conrad potesse incontrare e amico vero fino alla morte, era esasperato: stanco di pagargli anticipi per romanzi che nascevano tra mille doglie, come se non dovessero nascere mai, e che, soprattutto, avrebbero venduto molto poco.
Un paio di mesi prima, Conrad aveva scritto a Pinker una lettera in cui si era difeso tra stizza e sarcasmo: “Quanto alle persone gentili che ti chiedono se ho smesso di scrivere, puoi dir loro che negli ultimi 20 mesi ho scritto 160 mila parole – ognuna delle quali ha un significato – e in condizioni mentali e fisiche tali che nove su dieci di loro sarebbero crollati infinite volte.”

"Religiosamente"
“Les stérilités des écrivans nerveux” le chiamò Baudelaire, aridità che Conrad, lavoratore dalla dedizione marziale e patetica, attraversò tutte.
Anche se questa è una lettera di undici anni prima, il quadro che traccia varrà fino alla fine: “Ogni mattina mi siedo religiosamente al tavolino, e vi rimango seduto per otto ore al giorno – e tutto quello che faccio è stare seduto (…). Ci vuole tutta la mia forza d'animo e capacità di autocontrollo per non sbattere la testa contro il muro. Avrei voglia di mettermi a ululare e sbavare dalla bocca, ma non oso per paura di svegliare il bambino e allarmare mia moglie”.
In un'altra lettera, racconta che, per interrompere il suo scrivere “with difficulty, slowly, crossing out constantly” basta il chiasso dei figli, l'abbaiare del cane, come qualunque altro rumore della casa, e questo dover lasciar cadere la penna “ten times in the course of the day is fatal”…
Lo scrittore nervoso doveva ben far filtrare oltre la sua porta chiusa le sue angosce, se la moglie raccontò poi la stessa cosa:
"I giorni, le settimane, i mesi talvolta, in cui Conrad non riusciva a scrivere nemmeno una riga, erano quelli che ci recavano maggiore angoscia e preoccupazione. Infinite volte ho cercato di indurlo a scacciare completamente il lavoro dalla mente e a venire a fare due passi con me, suggerendogli che il riposo gli avrebbe fatto bene alla mente. Conrad non si lasciava assolutamente persuadere. Dichiarava sempre che doveva star seduto immobile ad aspettare che venisse l'ispirazione.”
Ogni tanto però Jessie l'ebbe vinta: allora Conrad le concedeva, tra un deserto di parole e l'altro, qualche gita in calesse.

Mani
Conrad scriveva a mano. Poi dettava a una dattilografa che, fino alla nascita del secondo figlio, fu la moglie Jessie. Del resto, quando l'aveva conosciuta, era questo il suo mestiere. Poi, fino alla fine, resistette al non facile padrone miss Lilian Hallowes.
La gotta aveva iniziato a martoriarlo nel 1896, durante il viaggio di nozze in Bretagna. Le mani erano, come i piedi e tutte le giunture, quasi sempre doloranti per l'acido urico che non veniva espulso. La gotta si manifesta con attacchi sempre più dolorosi: si può soffrire al punto che anche la pressione di un lenzuolo leggero sul corpo nudo è insopportabile.
La crisi più grave Conrad la subì proprio poco dopo aver scritto “Il compagno segreto”, ma su questo vedi anche la pagina intitolata “Do you speak English?”. La malattia pian piano si fece cronica e le mani presero a deformarsi. Negli ultimi anni, Conrad poté scrivere solo se la mano sinistra sorreggeva per il polso la destra: “Sarebbe bene che noi tutti ci ricordassimo di quella mano”, ha scritto il suo amico Christopher Morley.

Un polacco
“Ti ricordi sempre che sono uno slavo (è la tua idèe fixe) ma sembri dimenticare che sono polacco. Dimentichi che noi siamo abituati ad andare in battaglia senza illusioni. Siete voi britannici che ci andate solo per vincere. In questi ultimi cento anni noi ci siamo andati ripetutamente solo per prendere colpi in testa - com'era chiaro a chiunque considerasse la cosa con calma. Ma tu, senza dubbio, hai imparato la storia dai russi. Non ci far caso.
Non aggiungerò altro, altrimenti lo riterrai ammutinamento e mi sparerai addosso qualche cattiva prefazione.”
(Lettera a Garnett, ott. 1907)

Soldi
Conrad non era né Dickens né Kipling, e dunque pochi soldi dai suoi libri. Così per molti anni. Eppure piaceva a Galsworthy, a Henry James, a H.G. Wells: la cosa aiutava a toccare il cielo con un dito, ma non pagava l'affitto.
Le cose migliorarono un po' quando, dal 1902, grazie anche all'interessamento di Henry James, il Royal Literary Fund pensò bene di passargli una piccola pensione di 300 sterline, divenute 500 nel 1905.. Soprattutto, l'agente Pinker fu bravo a ottenere economicamente il massimo per uno scrittore non solo genialmente sperimentale, il che è già grave, ma ispido e complicato. Pinker vendette le opere di Conrad sempre almeno due volte: prima a riviste che le pubblicavano a puntate e poi all'editore del libro; in più Pinker si premurò sempre che Conrad avesse editori diversi già nei paesi anglofoni: e dunque uno per l'Inghilterra e uno per gli Stati Uniti, mossa che risultò vincente.
Intanto però le tirature dei romanzi restavano basse e le ristampe rare: Conrad era passato dalle 1000 copie dell'esordio con “La follia di Almayer”, alle 2-3000 copie, con poche ristampe, del pur prestigioso editore Blackwood di Liverpool, col quale pubblicò dal 1897 al 1902 e poi di Methuen, editore de “L'agente segreto” nel 1907 e di “Sotto gli occhi dell'Occidente” nel 1911.
“Sotto gli occhi dell'Occidente” non solo rese pochissimo, ma costò a Conrad come nessun altro libro: la stessa notte della lite con Pinker per il suo rifiuto di far corrispondere alla consegna del primo manoscritto l'ennesimo anticipo, Conrad ebbe un attacco di gotta devastante che gli morse tutto il corpo. Fu l'inizio di un crollo totale che lo bloccò a letto, nello stesso studiolo in cui aveva scritto il romanzo, per quattro mesi. Ecco la lettera che la moglie scrisse all'editore Blackwood:
“Il romanzo è finito ma la penale va pagata. Mesi di tensione nervosa gli hanno fatto venire un bell'esaurimento. Il povero Conrad sta malissimo e il Dr Hackney dice che ci vorrà un bel po' di tempo prima che sia in grado di fare qualcosa che richieda uno sforzo mentale (…). Il manoscritto è completo ma non corretto e lui rifiuta ostinatamente che perfino io lo tocchi: è lì sullo scrittoio ai piedi del letto e lui rivive le scene del romanzo e conversa con i personaggi (…) lui, che di solito è tanto depresso dalla malattia, sostiene di non essere malato e accusa me e il dottore, dice che siamo cercando di metterlo in manicomio.”


Suoni e Colori
Roby su
Stile libero

Suoni
18 maggio
Ci pensavo andando al lavoro, stamattina: intorno a me, la solita folla di rumori, musiche, voci umane, versi di animali… Durante un viaggio di media lunghezza in autobus, seguito da un percorso a piedi di circa 10 minuti, di suoni “ce n'è da dare e da serbare”, come si dice noi a Firenze. Allora (per passare il tempo mentre il bus procedeva lentamente, nel traffico mattutino) ho cominciato a fare una classifica personale interna dei suoni che mi piacciono di più: e quel che è venuto fuori –giuro- ha stupito anche me! Dunque, facendo colazione ascolto sempre con piacere il canto del MERLO, quello che abita sull'abete davanti alla finestra della mia cucina e che spesso riesco anche a vedere, appollaiato su un ramo a pochi centimetri dal davanzale. Non mi dispiace il suono della CHIAVE che gira, quando chiudo la porta di corsa, essendo cronicamente in ritardo: anzi, mi dà sicurezza l'idea che la serratura blindata custodirà i miei “tesori” fino al mio ritorno! Trovo celestiale il sibilo, in genere piuttosto sgradevole, delle PORTIERE dell'autobus che si aprono: succede quando (finalmente!) vomita fuori il solito esercito di liceali vocianti, due fermate prima della mia, così che posso godermi un pezzetto di viaggio tutto per me, tra due ali di palazzi fiorentini che sembrano aprirsi al mio passaggio, come per omaggiarmi. Al bar è un solletico per i miei timpani il tintinnio fra il CUCCHIAINO, il piattino e la tazzina di caffè, che contribuisce a risvegliare definitivamente le mie sonnolente cellule grigie. E poco più tardi, all'angolo della strada, il tono di VOCE del ragazzo che distribuisce il quotidiano gratis, col suo saluto adulatorio (“Signora bella, buongiorno!”) è quel che ci vuole per tirare un po' su un “rudere” come me. Ma la “musica” più bella, quella che risuona più gradita alle mie orecchie, quella che mi fa sognare di più, sollevando il mio spirito e portandomi a volare lontano con la fantasia… quella musica, dico, è il suono caratteristico delle piccole RUOTE delle centinaia di trolley multicolori che i turisti in visita a Firenze si trascinano dietro ad ogni ora del giorno sui cubetti di porfido, sulla pietra serena, sull'asfalto,
sul legno delle passerelle provvisorie nelle numerose strade oggetto di lavori in corso. Quel suono mi parla di viaggi, di evasione, di posti nuovi da vedere, di bagagli da fare e disfare allegramente, di treni, di taxi, di aerei, di navi, di metropolitane. Di movimento. Di curiosità soddisfatte e di altre –sempre nuove- da accontentare. In un'unica -forse un tantino retorica- parola: di vita. E credo sia proprio per questo che, in questo periodo della mia esistenza, lo trovo così insostituibilmente adorabile!

Colori 22 maggio
Mia madre adorava il VERDE, in tutte le sue tonalità. E' da lei che ho imparato l'esistenza di un verde-acqua, di un verde-bottiglia e persino di un verde-salvia. Senza
contare il TURCHESE, che in pratica è un azzurro/verde, o forse un verde/azzurro: tanto che, davanti ad una maglietta di questa tinta, il 50% delle persone la definisce in un modo e il 50% nell'altro, senza tuttavia che si possa parlare di daltonismo. Un pomeriggio di festa, mi ricordo, tutta la famiglia era in gita “fuori porta”, sulla Fiat 850 ACQUAMARINA appena comprata dal babbo; e la mamma, indicandomi il panorama delle colline, disse: “Guarda che bello: quante sfumature di verde!”. Ed era vero: là una macchia più scura, qui tenere foglioline appena nate, laggiù un cespuglio che tendeva al grigio. Puro relax per gli occhi e per lo spirito!
La zia Nella, invece, interpellata sulle sue preferenze cromatiche durante una lunga serata estiva, nella casa –senza televisore- presa in affitto al mare (data approssimativa: 1966), affermò recisamente di amare il color ARAGOSTA, gettandomi nel dubbio più atroce. Che razza di colore aveva, l'aragosta? Arancione? Rosa? Rossa (una volta cotta a puntino)? Per anni non ebbi il coraggio di chiederglielo: e ancora adesso, all'idea di dare la definizione giusta, mi vengono i sudori freddi… Quasi come quando mio cugino -unico maschietto, tra ben sei nipoti femmine- affermava testardo che il più bel colore del mondo era il PISTACCHIO, oltretutto da lui prediletto anche come gelato. Io, che già allora avevo gusti tanto schizzinosi da non tollerare altro che i classicissimi panna-e-cioccolato, inorridivo solo all'idea di assaggiare quella roba lì, che somigliava proprio tanto ad una cacca di marziano!
Ma la più ovvia e prevedibile era mia sorella, pervicacemente abbarbicata al ROSA pallido nella scelta di ogni suo capo di vestiario e/o accessorio abbinato ( N.d.R.: sto parlando di una bambinetta di 6-7 anni!!!). A me il rosa dava contemporaneamente il vomito, l'orticaria e l'intolleranza alimentare: tuttavia, in quanto femmina, ero costretta a portare un fiocco di quel colore ben in vista sul grembiule BIANCO delle elementari. Quei fortunati degli alunni maschi –beati loro!- potevano al contrario esibirne uno di un bell'AZZURRO-cielo-d'estate, giusto al di sopra del grembiule NERO, complice fedele di rotolate nell'erba e scalate di alberi nel giardino della scuola, nonché di rovesciamenti d'inchiostro (niente penne biro, all'epoca) in classe. Tutti piaceri negati alle bambine-scolare bianco-vestite.
Per quel fiocco CELESTE e per quel grembiule anti-macchia, giuro, avrei dato 10 anni di vita. Il problema –oggi direi: la fortuna- è che io, in quel momento, ancora non li avevo.


Capaci, 23 maggio 1992
Filippo Facci su
Macchianera

"Ho ucciso Giovanni Falcone. Ma non era la mia prima volta: avevo già adoperato l'auto bomba per uccidere il giudice Rocco Chinnici e gli uomini della sua scorta. Sono responsabile del sequestro e della morte del piccolo Giuseppe Di Matteo, che aveva tredici anni quando fu rapito e quindici quando fu ammazzato. Ho commesso e ordinato personalmente oltre centocinquanta delitti. Ancora oggi non riesco a ricordare tutti, uno per uno, i nomi di quelli che ho ucciso. Molti più di cento, di sicuro meno di duecento. Ho strangolato parecchie persone. Ho sciolto i cadaveri nell'acido muriatico. E, prima di farlo, molti li ho carbonizzati su graticole costruite apposta".
Parole di Giovanni Brusca, il mafioso che esattamente 15 anni fa, il 23 maggio 1992, fece saltare in aria Giovanni Falcone e tutta la sua scorta. Brusca ha messo queste cose messe a verbale e nel 1999 le ha pure raccontate al collega Saverio Lodato.
"Non ho mai avuto modo di conoscere il dottor Falcone. Il mio risentimento nei suoi confronti era identico a quello di tutti gli affiliati a Cosa Nostra: era il primo magistrato, dopo Rocco Chinnici, che era riuscito a metterci seriamente in difficoltà, quella che aveva inaugurato la pagina del pentitismo, che aveva istruito, anche se non da solo, il primo "maxi processo" contro di noi. Era riuscito a entrare dentro Cosa Nostra, sia perché ne capiva le logiche, sia perché aveva trovato le chiavi giuste. Lo odiavamo, lo abbiamo sempre odiato".
Non erano i soli.
Sin da quando giunse a Palermo nel 1978, chiamato dal consigliere istruttore Rocco Chinnici, Falcone fece poco per rendersi simpatico. A Palermo era stato appena assassinato il giudice Cesare Terranova, e "mafia" era una parola che si pronunciava ancora malvolentieri. Ma poi, dopo l'uccisione del segretario regionale della Dc Michele Reina e del capo della squadra mobile di Palermo Boris Giuliano, dal 1982 al 1988, ricomincerà la mattanza: uno cadranno il presidente della regione Sicilia Piersanti Mattarella, il capitano dei carabinieri Emmanuele Basile, il procuratore di Palermo Gaetano Costa; il segretario generale del Pci Pio La Torre, il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa e la moglie; il capitano Mario D'Aleo, il capo dell'ufficio istruzione di Palermo Rocco Chinnici; il commissario Beppe Montana, il dirigente della squadra investigativa di Palermo Ninni Cassarà e l'agente Roberto Antiochia, l'ex sindaco Dc di Palermo Giuseppe Insalaco e il giudice Antonino Saetta. E con loro gli uomini delle scorte e gli ignari passanti che si trovano per caso nei luoghi degli attentati.
"Prendemmo la decisione iniziale di uccidere Falcone, per la prima volta, alla fine del 1982" racconta Brusca. "Non tramontò mai il progetto di uccidere Falcone, di eliminare lui e tutti i nostri avversari: quelli che ci avevano tradito, quelli che erano stati amici e ci erano diventati nemici, e mi riferisco agli uomini politici che spesso si trinceravano dietro lo scudo dell'antimafia per rifarsi una verginità. Per esempio quelli che ormai realizzavano tutto ciò che chiedeva Falcone: le sue leggi, i suoi provvedimenti, le sue misure restrittive. Giulio Andreotti per ripulire la sua immagine ci provocò danni immensi: Salvo Lima e Ignazio Salvo sono stati uccisi per questo".
Falcone non era simpatico neppure ai vicini di casa. Alcuni condòmini del giudice, in via Notarbartolo, stesso stabile dove ora c'è "l'albero Falcone", scrissero al Giornale di Sicilia nel timore che un attentato potesse tirarli in mezzo. Dopo l'apertura del maxiprocesso nell'aula bunker, nel febbraio 1986, Ombretta Fumagalli Carulli, purtroppo sul Giornale, giunse a scrivere così: "Il vero nodo del contrasto sta in un fenomeno allarmante che solo ora, dopo le notizie intorno alle coperture date da Falcone al costruttore Costanzo, comincia a essere percepito".
Quando Falcone andrà a deporre al Csm per giustificarsi circa questa faccenda del costruttore Costanzo, racconterà retroscena inquietanti: infatti, mentre uno dei fratelli Costanzo, primo gruppo di costruttori in Sicilia, gli stava raccontando il sistema delle tangenti nell'isola, il consigliere istruttore Meli lo fece arrestare con un mandato di cattura per mafia basato sulle dichiarazioni di Antonino Calderone. I Constanzo non erano organici alla mafia, sostenne Falcone: ne conoscevano certo uomini e meccanismi, ma il loro contributo era ben più imporatante sul versante delle tangenti. E invece fu fermato. La storia di Tangentopoli, forse, poteva essere scritta da un'altra procura molti anni prima delle confessioni di Mario Chiesa.
Così, quando il 16 dicembre 1987 la Corte d'assise di Palermo comminò 19 ergastoli, le polemiche non calarono: tutti si attendevano che il nuovo consigliere istruttore di Palermo dovesse essere lui, Falcone: ma il Csm, il 19 gennaio, 1988, scelse Antonino Meli seguendo il criterio dell'anzianità. Chi temeva che l'arrivo di Meli avrebbe rappresentato un motivo di divisione si rivelerà facile profeta: sette mesi, in due interviste, una a L'Unità e un'altra a La Repubblica, Paolo Borsellino denuncerà la distruzione del pool antimafia e del suo metodo di lavoro.
...
Mentre Roma discuteva su come impedire la nomina di Falcone, Giovanni Brusca stava facendo dei sopralluoghi sull'autostrada Palermo-Punta Raisi.
"Nel periodo precedente all'attentato", ha raccontato Brusca, "si doveva fare il nuovo presidente della Repubblica e si parlava di Andreotti come uno dei candidati più forti. Noi volevamo che l'attentato avvenise prima della nomina, in modo che il senatore non venisse eletto.Tanto che Riina disse: "Glielo faccio fare io il presidente della Repubblica…". Noi pensavamo:"A cu fannu, fannu, a noi non ci interessa. Basta che non è Andreotti". E così accade. Anche un bambino capisce che in quel periodo, con le voci che giravano su Andreotti, con la strage di Falcone, lui era spacciato. Completamente tagliato fuori".
Poi, a macerie fumanti, il tentativo di sfruttare la morte di Falcone per portare acqua all'inchiesta Mani pulite resterà uno degli episodi più disgustosi della storia del giornalismo italiano.
Piero Colaprico, su Repubblica, definì Antonio Di Pietro “il Falcone del Nord”, e inventò che “si è saputo solo ieri che Falcone seguiva da vicino l'inchiesta sulle tangenti, ma adesso una tonnellata di tritolo ha spezzato per sempre il suo contributo all'indagine milanese”.
L'Unità scrisse: "A Milano i magistrati hanno considerato la strage anche un avvertimento per quanti vogliono smascherare i signori di Tangentopoli”. Solo Ilda Boccassini, e gliene si faccia onore, ebbe la forza di urlare nella aula magna del Tribunale di Milano, rivolta ai colleghi di Magistratura democratica: " “Voi avete fatto morire Giovanni, con la vostra indifferenza e le vostre critiche; voi diffidavate di lui; adesso qualcuno ha pure il coraggio di andare ai suoi funerali”.
Due giorni dopo la strage di Capaci, su l'Unità, anche Piero Sansonetti ebbe un sussulto di dignità: "Questo giornale, negli ultimi mesi, e più di una volta, ha criticato Giovanni Falcone per la sua nuova amicizia con i socialisti e per la sua scelta di lasciare Palermo. E ha osteggiato la sua candidatura alla direzione della superprocura. In queste ore terribili una cosa l'abbiamo capita tutti, credo: Giovanni Falcone era un uomo libero. Abbiamo invece fatto prevalere il dubbio politico: forse non è uno dei nostri. Forse è politicamente ambiguo. Forse è il cavallo di Troia. E così abbiamo giudicato la sua scelta tattica una sorta di abbandono. Siamo stati faziosi".
E' la sola autocritica, in quindici anni, messa nero su bianco da sinistra.
Per la strage di Capaci hanno fatto almeno undici inchieste, e i processi che hanno inchiodato i capi di Cosa Nostra, i corleonesi, sono almeno sei. Giovanni Brusca, nel libro "Ho ucciso Giovanni Falcone", come in parte visto, ha rivelato i dettagli di un assassinio che la mafia progettava sin dal 1982.
Caltanissetta, poi, ha inquisito Berlusconi e Dell'Utri quali "mandanti esterni" della strage: archiviata.
La stessa procura, con la stessa accusa, ha inquisito altre cinque persone legate agli appalti siciliani: archiviata.
Caltanissetta, pure, ha inquisito imprenditori e politici che secondo un pentito avevano trescato coi boss prima della strage: archiviata.
La Procura di Firenze, a sua volta, aveva indagato su Berlusconi e Dell'Utri sempre come mandanti esterni: archiviata.
Stavamo per dimenticare "sistemi criminali", inchiesta palermitana che ipotizzava legami tra mafia, logge segrete, destra eversiva e Lega Nord: archiviata.
Ma non serve. Repubblica nei giorni scorsi ha fatto l'ennesima paginata sui "mandanti" e cioè sul niente, tirando in ballo quella povera donna che è la sorella di Falcone. Ma sono parecchi i giornalisti che ancora favoleggiano sui "mandanti", con ciò ignorando dove la pazienza e il buon senso comune, da un pezzo, ha mandato loro.
Hanno denigrato Falcone da vivo, lo hanno sfruttato da morto, ora continuano. Sono tra le persone più schifose che conosco.


   27 maggio 2007