
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 20 maggio 2007
Le banche e la nuova razza padrona
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Nasce oggi a Milano la sesta banca mondiale e la prima italiana per quanto riguarda la capitalizzazione, superando la concentrazione Intesa-Sanpaolo, con 100 miliardi di euro contro 77, novemila sportelli contro settemila, 40 miliardi di ricavi contro 18. Ma queste cifre, di per sé eloquenti, non dicono ancora tutto.
L´Unicredito di Profumo e Geronzi avrà il 9 per cento di partecipazione in Mediobanca mentre Intesa ha acquistato di recente il 2,5 della maggiore banca d´affari italiana ma fuori sindacato. Nelle Generali la stessa Mediobanca detiene il 14 per cento e la nuova Unicredito il 6 per cento contro il 2,3 di Intesa.
Impressionante è la mappa delle partecipazioni industriali del nuovo colosso, presente nei sindacati di Pirelli, Camfin, Gemina, Investimenti Infrastrutture, Rizzoli-Corsera, Parmalat, Borsa Italiana, Autostrade, Fiat. Senza contare le posizioni di sostegno finanziario consolidato in molte altre imprese.
In sostanza la fusione tra Unicredit e Capitalia oltre a costituire una concentrazione bancaria perfettamente complementare quanto a distribuzione di sportelli dal Piemonte fino alla Sicilia, è anche una grande holding presente con dimensioni importanti nei punti nodali dell´economia industriale italiana.
Un "monstrum" quale ancora non si era mai visto in Italia dagli anni Trenta del secolo scorso, quando la crisi mondiale tagliò le gambe all´altro "monstrum" dell´epoca che faceva capo alla Banca Commerciale di Toeplitz e finì poi nelle braccia dell´Iri appositamente creato per salvare dal collasso l´intera economia italiana. Il "monstrum" di oggi è profondamente diverso da quello di allora che aveva immobilizzato le banche con investimenti rischiosissimi nell´industria pesante. Oggi non è così. La finanza domina l´industria ma l´impegno diretto delle banche e quindi l´immobilizzazione del capitale e i rischi che ne conseguono sono infinitamente minori. Inoltre il mercato bancario conta molti operatori, sia italiani che europei, la vigilanza delle banche centrali è notevolmente aumentata e gli istituti di credito sono tutti contendibili. Insomma la concorrenza è rilevante e obbliga i vari operatori ad una continua attenzione e ad un continuo ammodernamento del quale i clienti non possono che beneficiare.
Sta di fatto però che la rete degli incroci tra banche e imprese e i conflitti d´interesse che ne derivano è enorme. La nascita del nuovo Unicredito non solo non li elimina ma li moltiplica e questo non è certo un bene.
Aggiungo anche che l´Unicredit che fin qui abbiamo conosciuto soltanto come "predatore" può diventare una preda per i "private equity" e per le grandi banche americane. Pur non essendo tra i difensori per principio dell´italianità delle aziende e delle banche, suscita preoccupazione pensare che eventuali operazioni di conquista del nuovo Unicredito metterebbero le mani su una parte rilevante dell´economia del nostro paese. Per non parlare del dislivello di potere tra i colossi banco - finanziari e l´autorità politica che, dopo queste operazioni (ma già da prima) diventa incommensurabile.
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Trent´anni fa il problema degli incroci azionari tra banche e imprese provocò un dibattito molto acceso. La legge bancaria, redatta quasi contemporaneamente alla nascita dell´Iri, poneva un divieto assoluto che per molti anni restò invalicabile. Proprio per ovviare ad una separazione così rigida fu creata Mediobanca (e con minori dimensioni l´Imi): istituzioni di proprietà pubblica che non potevano raccogliere depositi ma soltanto emettere obbligazioni, collocate tra i risparmiatori dalle banche di credito ordinario.
La particolarità di Mediobanca (quella fondata e diretta per tre decadi da Cuccia) fu proprio questa: le sue azioni erano in mano all´Iri il quale tuttavia non aveva poteri di indirizzo sulle operazioni e neppure di vigilanza: quest´ultima era esercitata dalla Banca d´Italia, quanto alle erogazioni del credito a lungo termine, cioè di finanziamento delle imprese, era Mediobanca a decidere in piena autonomia. L´Iri in sostanza funzionava come una cassaforte nella quale erano chiuse a doppio mandato e congelate le azioni di Mediobanca. Per dire che Mediobanca non era scalabile e per certi aspetti simile ad una fondazione.
Il sostegno finanziario alla Fiat, alla Pirelli, alla Montecatini, alla Orlando, all´industria tessile, alla Ferruzzi, a De Benedetti, insomma all´industria italiana di grandi dimensioni, faceva capo a Mediobanca. Le fusioni facevano anch´esse capo a Cuccia, lo sviluppo dell´economia privata era insomma finanziato da una società pubblica. Da allora fu chiamata il salotto buono. Buono per chi ci stava dentro, nient´affatto buono per chi ne era fuori.
L´internazionalizzazione dell´economia e i progressi tecnologici, insieme alla crisi del modello familiare sempre più inadatto a gestire imprese di grandi dimensioni, mandarono a gambe all´aria questo modello. Le banche ordinarie cominciarono ad eludere il divieto della legge bancaria; prese piede il modello della banca totale, diversificata, che accanto all´esercizio del credito di funzionamento cominciò ad erogare crediti finanziari a medio e lungo termine.
I rischi assunti crearono sofferenze sempre più ampie e nuove immobilizzazioni, anche se in misura molto minore di quanto era avvenuto nei primi trent´anni del Novecento.
La legge bancaria fu modificata, l´ingresso delle banche nel capitale industriale fu di nuovo consentito sia pure con rigidi limiti. Gli incroci presero nuovo slancio.
La legge Draghi cercò di dare una sistemazione a tutta questa materia. Fu introdotta l´Opa obbligatoria al di sopra del 30 per cento. Gli incroci azionari furono limitatamente legalizzati. Fu creata la Consob e altre autorità di regolamentazione a cominciare dall´antitrust.
Perché rievoco questo (recente) passato? Perché da allora, com´era facile prevedere, la rete degli incroci è diventata una foresta vergine.
Oggi l´attualità ci suggerisce di rivisitare questa foresta almeno per quanto riguarda l´operazione Unicredito - Capitalia. Ho sotto gli occhi un grafico pubblicato su "24 ore" di venerdì. Queste sono le reciproche presenze tra di loro dei vari soggetti coinvolti: Unicredit detiene il 3,7 per cento di Generali; Generali il 2,3 di Capitalia; Capitalia il 2,6 di Generali; Intesa il 2 per cento di Capitalia; Capitalia il 9 per cento di Mediobanca (ma Profumo si è impegnato a venderlo agli azionisti di quella banca); Generali hanno il 2,1 di Mediobanca ma quest´ultima detiene il 14 di Generali; ancora Generali hanno il 5 per cento di Intesa; Intesa ha il 2,2 di Generali e il 2,5 di Unicredit. Infine Unicredit ha il 9 di Mediobanca.
Che ne dite, voi lettori, di questa rete? Anzi di questo gomitolo che a districarne i capi ci vorrebbero anni? Non vi ingannino le percentuali di partecipazione apparentemente modeste: alle spalle di esse esistono patti di sindacato tra i vari soggetti che raggiungono quote di controllo assai consistenti e si basano sul rispetto dei reciproci interessi.
Non a caso il 9 per cento di Capitalia in Mediobanca, che insieme alla nascita del nuovo Unicredito sarà venduto, non andrà sul mercato ma verrà offerto in prelazione agli attuali membri del sindacato e ad altri graditi ai predetti. Tra questi spuntano le Casse di risparmio di Torino e di Verona e la società Perseo. Le due Casse fanno parte del sindacato che controlla Unicredit. Perseo è invece una società con un azionariato molto interessante; ne fanno infatti parte la Cassa di risparmio di Torino, le Generali, Mediobanca, Aviva: controllori e controllati tutti insieme come la Sacra Famiglia. Ancora una volta incroci, incroci, incroci. La nebulosa del conflitto di interessi avvolge ormai l´intera economia del pianeta, globalizzata e - specie in Occidente - finanziarizzata. Lo stesso Guido Rossi, che negli ultimi vent´anni ne è stato il principale studioso e il più tenace avversario, sembra ormai essersi rassegnato di fronte alla vastità del fenomeno. Questa ormai è la più aggiornata edizione del capitalismo di fronte alla quale sia l´autorità politica, sia le sempre più deboli organizzazioni sindacali si dimostrano impotenti. La politica resiste nel suo ruolo di guida soltanto nei regimi strutturalmente dittatoriali: in Cina, in Russia e in pochi altri luoghi di incerta fisionomia sociale. Nuove disuguaglianze esplodono, nuove ingiustizie agitano la società.
Ma questo è un discorso più vasto e non riguarda soltanto la piccola Italia.
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Personalmente sono favorevole all´operazione Profumo di fusione tra Unicredit e Capitalia. E´ perfetta dal punto di vista strettamente bancario, crea un "campione" italiano nel settore del "banking" con una proiezione all´estero robusta; non affievolisce la concorrenza sul mercato italiano e l´accentua su quello europeo. Infine si compie nel rispetto di tutti gli azionisti dei due istituti promotori.
Naturalmente crea molto potere aggiuntivo al management in carica. Accresce la densità degli incroci. Raccoglie in un solo punto la concentrazione e la guida d´una parte rilevante del sistema economico-finanziario italiano. Questi sono gli aspetti negativi o quanto meno inquietanti dell´operazione.
Si dice che Profumo voglia correggere tali aspetti ma non sarà certo un´impresa facile. Dubito molto che i suoi potenti azionisti lo lasceranno procedere autonomamente su questa strada. Certo ha dimezzato la partecipazione del nuovo Unicredito in Mediobanca dal 18 per cento al 9, ma questa "virtuosa" iniziativa è avvenuta per evitare una guerra senza esclusione di colpi con gli azionisti francesi guidati da Bolloré e per venire incontro alla "moral suasion" di Draghi, al broncio di Bazoli, all´opposizione della stessa Mediobanca e delle Generali. Vedremo il seguito, per ora siamo agli inizi.
Il governo non ha influito in nessun modo sull´operazione. Chi parla di ingerenze e di alleanze politiche non sa quel che dice per la semplice ragione che la politica - l´abbiamo già detto - non è in grado di influire in nessun modo sul potere bancario. Quanto al potere bancario, esso è neutrale rispetto al mondo della politica, lo considera irrilevante dal suo punto di vista ed ha perfettamente ragione.
Però c´è un però. Non riguarda le singole operazioni ma l´erogazione del credito nel suo complesso.
Può quell´erogazione obbedire semplicemente alla creazione di valore per gli azionisti? La moralità aziendale esaurisce e soddisfa la moralità pubblica complessiva? E quella individuale dei protagonisti? L´erogazione del credito è lo strumento di potere più efficace che esista perché crea e distrugge ricchezze e destini di individui, regioni, nazioni. Non è affatto neutrale sulla felicità delle persone e delle comunità, nel presente e nel futuro delle generazioni.
Credo che questi pensieri ci siano nella mente dei protagonisti dell´operazione Unicredito o almeno nel suo primo attore. Sarebbe interessante se volesse dirci come la pensa in proposito.
Dittature dell'Est contro l'Europa
Barbara Spinelli su La Stampa
E'importante quel che accade lungo la frontiera Est dell'Unione, nel momento in cui a Parigi c'è un nuovo Presidente che promette di metter fine all'inedia che affligge l'Europa dal 2005, quando la costituzione fu bocciata in Francia e Olanda. È una frontiera dove stanno mettendo radice nazionalismi autoritari, che avvalendosi del diritto di veto insidiano mortalmente il farsi dell'Europa e il suo guarire. Sarkozy e il ministro degli Esteri Kouchner dicono che Parigi cambierà politica, difendendo i diritti dell'uomo nel mondo e combattendo le dittature. Ma la vera battaglia inizia in casa, se davvero la si vuol fare: il male è dentro l'Europa, ed è letale e contagioso. Le periferie dell'Est sono le nostre marche di confine, da quando la comunità s'è allargata, e questa loro condizione - l'esser baluardi orientali dell'Unione, come la Germania occidentale nella guerra fredda - le rende determinanti in politica estera e militare. Sono i governi dell'Est a decidere come e se l'Europa comincia a negoziare con il retroterra russo. Sono loro a influire sui rapporti con Washington, a meno d'un tempestivo chiarimento.
Chi vive nel cuore dell'Unione ha meno preoccupazioni politiche e strategiche di chi presidia le frontiere: questo è il dato da cui conviene partire quando si esamina quel che succede a Varsavia, Bratislava, Budapest, Bucarest, nei Baltici. I governi dell'Est hanno utilizzato questa carta (l'acuta coscienza delle marche di confine) ma col tempo il ragionamento strategico è divenuto un pretesto per insediare nazionalismi intolleranti che con le regole e la storia dell'Unione sono incompatibili. Il bisogno d'America che essi esprimono - su Iraq, sullo scudo anti-missili Usa, su ulteriori allargamenti a Est auspicati da Washington - è un mezzo per impantanare l'Europa con tre armi: il nazionalismo, l'appello al cristianesimo, la politica dei valori.
Il caso Polonia è il più significativo, ma il suo esempio fa scuola attorno a sé. Da quando i gemelli Kaczynski sono al potere, dopo le legislative e presidenziali del settembre-ottobre 2005, Varsavia è precipitata in un nazionalismo prevaricatore e religioso. Quel che conta per i due fratelli (Lech presidente, Jaroslaw premier) è opporre la democrazia al liberalismo, non solo economico ma istituzionale e dei diritti cittadini. Solo due idoli contano per loro - la legittimità popolare, i Valori - e su essi nulla deve prevalere: né le norme né la Costituzione, né le istituzioni né la divisione dei poteri. Una dopo l'altra, le istituzioni indipendenti sono state politicamente asservite (Banca Centrale, Corte costituzionale,Vigilanza sull'audiovisivo). Uno svuotamento democratico accentuato dal regolamento dei conti con la generazione dissidente, che nell'89 liberalizzò economia e politica negoziando con i comunisti (un metodo rischioso, che garantì alle nomenclature impunità e oblio del passato). Il regolamento dei conti secerne oggi la più vendicativa delle epurazioni.
La legge entrata in vigore a marzo si propone di epurare ben 700 mila persone. Secondo i calcoli fatti da Aleksandr Smolar, presidente della Fondazione Batory a Varsavia (filiale della fondazione Soros), sono 3 milioni i cittadini messi in pericolo dalla lustrazione, se si includono le famiglie dei 700 mila. Ha fatto impressione la ribellione di Geremek, leader di Solidarnosc negli Anni 80 e ministro degli Esteri fra il '97 e il 2000: il deputato europeo si è rifiutato di firmare un'umiliante dichiarazione in cui negava d'aver collaborato con i servizi comunisti. Ma tanti si son rifiutati, perché l'epurazione non minacciava di licenziamento solo politici o giudici (come la legge del '97) ma studenti, professori, giornalisti. La Corte costituzionale ha invalidato la legge, l'11 maggio, affermando che i governi "non regnano sulla Costituzione" e i diritti individuali.
Di fatto sono forme neo-fasciste che s'installano a Est. Un neofascismo che usa la politica dei valori per imporre società chiuse, ostili alle diversità: per colpire chi difende gli omosessuali, chi avversa la pena di morte, chi si schiera per un'Europa che i Kaczynski considerano atea, permissiva, materialista, decadente moralmente. È in nome delle radici cristiane che i gemelli si ergono contro un'Unione sovrannazionale, e legittimano l'arbitrio nazionalista: chi in Europa occidentale inalbera bellicosamente i Valori, ha interesse a vedere quel che succede qui. I grandi nemici dei Kaczynski sono la Russia ma anche la Germania accusata di furia egemonica: le due nazioni sono messe sullo stesso piano, la battaglia per i diritti umani violati da Putin è contaminata. Ambedue le potenze si spartirebbero l'Europa centrale e minaccerebbero, come in passato, la sopravvivenza polacca. Paralizzata com'è, l'Europa di oggi non ha tuttavia strumenti d'intervento: né istituzionali né culturali. Non ha neppure volontà di capire. È tormentata dal falso dibattito sulle radici cristiane, non osa difendere una laicità vitale per la democrazia polacca. Fu vigilante nel 2000, quando Haider in Austria s'avvicinò al potere, ma quei tempi son tramontati e oggi, in una situazione ben più deteriore (un'estrema destra ai vertici del potere), impensabili. La vigilanza d'allora fu ingiustamente criticata, ritenuta inefficace. In realtà l'Unione influì grandemente su Vienna. Il cancelliere democristiano Schüssel fu abile, nell'assorbire Haider invece di demonizzarlo. Ma mai sarebbe riuscito nell'impresa, senza il vigile occhio esterno dell'Unione. Oggi l'occhio è cieco.
A bloccare l'Europa è la stasi istituzionale, ingovernabile da quando l'Unione è composta di 27 Stati: sulle decisioni cruciali occorre l'unanimità, e al veto gli orientali s'aggrappano rabbiosamente, perché il diritto di nuocere e interdire dà loro lo smalto di mini-potenze. Smalto fittizio, ma pur sempre smalto. Senza che l'Unione possa impedirlo, ci sono deputati polacchi nel Parlamento europeo che impunemente elogiano Franco (uno "statista cattolico eccezionale") o Salazar. Il deputato europeo Maciej Gyertich ha pubblicato un pamphlet antisemita, edito dal Parlamento europeo (Guerra delle civiltà in Europa: gli ebrei, "biologicamente differenti", avrebbero scelto volontariamente i ghetti). Maciej è padre di Roman Gyertich, il ministro dell'Educazione che vorrebbe escludere Darwin dall'insegnamento, che avversa gli omosessuali e appartiene alla Lega della Famiglie Polacche, una formazione che governa con i Kaczynski e l'estrema destra di Lepper (partito dell'Autodifesa).
La Carta dei Diritti potrebbe essere uno strumento europeo: ma non è vincolante senza approvazione della Costituzione. È sperabile che Kouchner si batta per non estrometterla dal mini-trattato che sarà presentato in Parlamento. L'Unione è inerme: ha contato molto durante la presidenza Prodi, quando Bruxelles impose una democrazia fondata sulla separazione dei poteri in cambio dell'adesione. Ma appena ottenuto l'ingresso, i dirigenti che l'avevano voluto sono caduti: a Varsavia, Praga, Budapest, Bucarest. Lo slogan s'è fatto nichilista: adesso che siamo entrati, tutto è permesso. Jacques Rupnik, storico della Cecoslovacchia, parla di sindrome da decompressione. "Ora possiamo far loro vedere chi siamo veramente", avrebbero detto i Kaczynski. Quasi nessuno di questi Paesi entrerebbe oggi nell'Unione: né la Polonia né l'Estonia, che critica non senza motivi Putin ma che smantella provocatoriamente monumenti ai morti dell'ultima guerra e vieta alle consistenti minoranze russe (40 per cento della popolazione) una cittadinanza che dovrebbe esser normale (lo stesso accade in Lettonia).
L'Europa ha oggi bisogno di istituzioni forti, ma per edificarle dovrà capire l'emergenza veto creatasi a Est. Ha bisogno di laicità, per arrestare le proprie derive autoritarie-religiose. Ha bisogno di trattare seriamente con Mosca, e di avere una politica energetica comune anziché molte politiche e sterili veti alla trattativa. Uno straordinario articolo di Piero Sinatti, sul Sole-24 Ore, spiega bene come la Polonia rischi, bloccando il negoziato euro-russo, d'impedire che una risoluta politica comune nasca. L'emergenza veto dovrebbe ricordare qualcosa ai polacchi. Quando introdusse il liberum veto, nel XVII secolo, la Polonia preparò la propria rovina: ogni deputato della Dieta poteva interrompere sessioni e decisioni con le parole "Non permetto". Nel secolo successivo sarebbe scomparsa dal continente. È grave che oggi Varsavia usi la stessa carta per far scomparire l'Europa, nell'illusione di salvarsi come finta nazione sovrana.
D'Alema: Politica, crisi come negli anni '90
Maria Teresa Meli sul Corriere della Sera
Ministro D'Alema, un bilancio di questo primo anno di governo.
"Il bilancio concreto dell'azione di governo è estremamente positivo".
All'esterno la percezione è un po' diversa...
"Questo è il frutto di una situazione paradossale. Noi abbiamo un alto tasso di crescita, il più alto da molti anni a questa parte e anche il più vicino alla media europea, abbiamo un tasso di disoccupazione che è il più basso da 15 anni, e l'inflazione è ferma all'1,5%. E tutto ciò non è successo per caso ma grazie al governo. Risultati straordinari: se li avesse ottenuti Berlusconi, si sarebbe fatto incoronare imperatore d'Italia. L'economia dunque è in ripresa e anche il profilo internazionale dell'Italia si è molto rafforzato. È un dato oggettivo, quest'ultimo: ci viene universalmente riconosciuto. D'altra parte in politica estera abbiamo abbiamo ottenuto una catena di successi difficile da mettere insieme".
Il governo però appare debole e Mastella minaccia la crisi.
"La debolezza del governo è una debolezza di messaggio al Paese. L'esecutivo ha il problema drammatico che i suoi risultati sono oscurati dalla crisi del sistema politico, dal prevalere del chiacchiericcio e delle litigiosità autoreferenziali.
Tra l'altro, tutto perde di significato quando uno protesta non per quello che dice di contestare, ma perché è preoccupato per la legge elettorale".
Si riferisce a Mastella, ministro?
"Io sono amico di Mastella, ma tutta questa agitazione appare strumentale e immotivata. Comunque tutta questa strumentalità allontana i cittadini dalla politica e dalle istituzioni. È un problema che riguarda il governo ma anche l'opposizione. È in atto una crisi della credibilità della politica che tornerà a travolgere il Paese con sentimenti come quelli che negli anni 90 segnarono la fine della prima Repubblica. E infatti se è vero che il governo non gode di altissima fiducia è anche vero che se si chiedesse alla gente se vuole il governo Berlusconi, la risposta sarebbe "no". Alla scarsa fiducia verso di noi non corrisponde una forte fiducia verso di lui. Per questo io non credo che il governo sia a rischio, perché non c'è un'alternativa".
Intanto il chiacchiericcio continua.
"Già, e qualche volta si cerca di coinvolgermi, attribuendomi frasi che non ho mai detto. Se potessi dare un consiglio amichevole ai giornalisti direi: non fidatevi dei politici che alzano il telefono e vi rivelano "i retroscena". Spesso sono bugie che vengono messe in circolazione per colpire qualcuno o favorire qualcun altro" .
Ministro, e la discussione sul tesoretto?
"Io non ho ancora capito bene di quanti soldi si tratti e la cosa non è irrilevante, perciò mi astengo da queste discussioni, perché credo che quando si parla di risorse pubbliche lo si debba fare con serietà e precisione".
Va bene, ministro, non conoscerà l'entità del tesoretto, ma visto che c'è, si sarà fatto un'idea di dove destinarlo.
"Occorrerà muoversi seguendo le tre grandi scelte che abbiamo fatto: rigore e cioè aggiustamento dei conti pubblici giustizia sociale e competitività. Adesso che l'Europa ci impone di estendere il cuneo fiscale a ogni tipo di impresa, questo ci costerà più del previsto".
Questa è la competitività. E la giustizia sociale?
"Ritengo che la priorità sia quella di aumentare le pensioni più basse. Penso ai tanti anziani, spesso soli, che sopravvivono con 400 euro al mese. Inoltre sarebbe una misura che aiuterebbe a chiudere positivamente la trattativa sulle pensioni".
E l'Ici?
"Io penso che le priorità per maggio- giugno siano le tre che ho detto. Il tema dell'Ici lo affronteremo più in là.
È un'imposta comunale ed è il maggior sostegno dei Comuni italiani.
Quindi dobbiamo riorganizzare la fiscalità locale: non è che possiamo togliere i soldi ai Comuni e basta. Si tratta pertanto di un'operazione molto complessa. Ma abbiamo quattro anni di tempo davanti a noi e se il trend di crescita internazionale si mantiene, noi possiamo ragionevolmente pensare di abbassare la pressione fiscale".
Lei prima accennava alla trattativa sulle pensioni. I sindacati sono sul piede di guerra per questo e altri temi.
"Io ho un grande rispetto per i sindacati, però hanno perso anche loro lo slancio che ha caratterizzato l'azione del movimento sindacale, che era una forza generale che si faceva carico dei grandi temi dello sviluppo del Paese. Oggi non è così: il sindacato è molto più focalizzato sulla tutela di interessi, legittimi, ma di natura particolare. Questo vale anche per Confindustria, ovviamente, e per le altre organizzazioni economiche e sociali".
Il sindacato, però, dice che vorrebbe confrontarsi con un governo unito...
"Effettivamente, con un esecutivo non unito, i sindacati sono in difficoltà: è molto più faticoso trovare un'intesa. E qui si torna al grande problema del nostro Paese, che è quello di dare autorevolezza alla guida politica. Noi paghiamo lo scotto di non avere avuto la forza di fare le riforme. Io non chiedo la dittatura, però o noi troviamo il modo fare una riforma elettorale che porti con sé anche un rafforzamento dell'esecutivo e il superamento di alcuni meccanismi obsoleti, come il bicameralismo, o rimaniamo nella palude. E di questo tema dovrebbero farsi carico tutte le grandi forze del Paese".
Anche l'opposizione, dunque?
"Già, tutti i leader dell'opposizione dovrebbero interrogarsi sul futuro di questo Paese e delle sue istituzioni, al di là dei calcoli di convenienza. È del tutto evidente che il nostro sistema politico corre dei rischi molto seri e che bisogna affiancare alla riforma della legge elettorale un pacchetto di riforme costituzionali".
Ma se la maggioranza non riesce a mettersi d'accordo neanche al suo interno sulla riforma elettorale...
"Se non si fa la riforma, si va al referendum. Le cose precipiteranno verso esiti magari non voluti, ma ormai il meccanismo referendario è avviato, non è che si può far finta di nulla. Il referendum rischia di generare un sistema difficilmente governabile e a quel punto quelli che finora cincischiano saranno costretti a riformare la legge".
Lei l'altro ieri ha rimpianto il patto della crostata, quello che a casa Letta sancì il patto della Bicamerale sulla riforma elettorale e istituzionale...
"La crostata non c'era. Non ricordo quale fosse il dessert, ma ricordo bene i contenuti di quell'accordo: c'era elezione popolare diretta del capo dello Stato e c'era il doppio turno, che avrebbe limitato il potere di ricatto delle forze minori. Era un accordo importante per l'Italia".
Ma Berlusconi e altri lo fecero fallire. E ora?
"Ora io penso che in questo panorama non confortante il Partito democratico si presenti come l'unica novità e non è un caso che questo progetto susciti interesse e partecipazione. Se non lo sciupiamo nel corso delle prossime settimane, rappresenta un progetto di speranza per molti. Noi abbiamo il dovere di non tradire queste aspettative e di dar vita a una fase costituente che consenta a ciascun cittadino italiano che lo vorrà di votare ma anche di essere votato. Ottobre sarà il momento della verità: il successo del nostro progetto dipenderà molto da quante persone andranno a votare per la costituente".
Come si immagina l'elezione dell'assemblea costituente?
"I meccanismi partecipativi possono essere tanti. Non è detto che debba essere una conta tra leader nazionali. Questo avverrà dopo, quando arriveremo alla scelta del leader del futuro, anche perché Prodi ha annunciato che col finire della legislatura lascerà. Lui è il padre fondatore del Pd che completa con questa legislatura la sua esperienza politica. La scelta del leader futuro, però, non è cosa di ora, ma, ovviamente, non aspetteremo neanche il 2011 per decidere".
Quindi anche lei si sottoporrà alla prova delle elezioni dell'assemblea costituente...
"E allora? Se siamo delegati di diritto non va bene perché rappresentiamo il ceto politico che riproduce se stesso. Se ci sottoponiamo alle elezioni non va bene... perché forse ci votano. Possiamo solo farci fucilare? Guardi che io non ho una funzione nella vita pubblica perché sono imposto dall'alto: io ho il consenso di una parte del Paese sennò non conterei nulla. Quando mi sono presentato alle elezioni mi hanno votato al di là dei partiti e dei loro apparati. Alle Europee ho preso 834 mila preferenze non perché sono stato imposto dal Pcus!".
Ministro, dica la verità, farà una sua lista per la Costituente?
"Non sappiamo neppure se ci saranno le liste. Francamente mi pare del tutto prematuro parlare di queste ipotesi quando non si sa neanche con quale sistema si voterà".
Voi evitate di fare nomi adesso per il leader del futuro. Ma c'è un nome che gira sui giornali: quello di Veltroni.
"Io ritengo che questa condizione di candidato predestinato così fortemente sponsorizzato dai giornali lo danneggi moltissimo. Se fossi in lui mi preoccuperei, ma sono convinto che siccome è un uomo intelligente questo lo capisca bene. Io ritengo che Veltroni sia una risorsa: la fiducia che i cittadini hanno verso di lui è una cosa importante, però nello stesso tempo bisogna avere anche la fiducia della classe dirigente perché governare non è un'impresa solitaria. A Walter mi sono sempre permesso di consigliare calma e prudenza, di non mettersi nelle mani frettolose di qualche king maker...".
Italiani felici nonostante la politica
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Vent´anni dopo, in Italia, avanza una nuova ondata antipolitica? Una nuova reazione dei cittadini, contro le organizzazioni e gli attori della vita pubblica, di proporzioni tali da minacciare la tenuta stessa del sistema? E´ lecito chiederselo, visto che le indagini d´opinione fanno emergere una sfiducia diffusa e crescente nei confronti delle istituzioni centrali e locali. Ma soprattutto nei confronti dei partiti e dei leader politici.
C´è, poi, la polemica crescente sui costi della politica. Sulla dilatazione delle spese, degli apparati e del personale impiegato nelle attività di governo, a livello nazionale e periferico. Vi hanno dedicato un documentato saggio Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella (intitolato, non a caso, "La casta", ed. Rizzoli). Sta incontrando un successo di vendite straordinario. Anche questo è un segno dell´attenzione sociale verso il fenomeno. C´è da chiedersi, per questo, se siamo alla vigilia di una nuova scossa tellurica, talmente forte da sconvolgere il terreno su cui poggiano le istituzioni, i partiti, le regole della nostra democrazia. Altri indizi, oltre alla sfiducia, concorrono a suggerire questo accostamento. Le inchieste dei magistrati, che, peraltro, non si sono mai fermate. Concentrate, in questa fase, sugli intrecci tra finanza e politica. Ma anche su aspetti al confine tra cronaca rosa e nera. Come Vallettopoli. Poi, i referendum. Come nel 1991-93, infatti, in questa fase è stata lanciata una campagna referendaria che mira a cambiare il sistema elettorale. In modo "rivoluzionario", rispetto a quello attuale.
Ancora: i partiti, le coalizioni. Come allora, anche oggi traballano, scricchiolano. E´ come se fossimo alla vigilia di una nuova palingenesi. Tuttavia, dubitiamo che questa nuova stagione antipolitica possa produrre gli stessi effetti di quella precedente. Al di là delle analogie (segno di una continuità innegabile) le differenze sono evidenti.
1. In primo luogo, oggi la sfiducia nelle istituzioni e nella politica investe tutte le democrazie europee. Vecchie e nuove. Non solo l´Italia. Come dimostra un´indagine condotta nei 25 Paesi della UE (Eurobarometro, Dicembre 2006). Dove la fiducia nei partiti risulta, in media, del 20%. Sale al 30% nei confronti di parlamento e Governo. Raggiunge il 50 % solo nei confronti delle istituzioni locali. Tuttavia, quasi un cittadino europeo su due sostiene di non provare fiducia in nessuna delle tre istituzioni nazionali (partiti, governo e Parlamento). In Italia, peraltro, la quota appare molto superiore: due persone su tre. Un dato che la avvicina alle "nuove democrazie", emerse dal crollo del comunismo. Non a caso, solo in Lituania, Bulgaria, Cekia e Polonia si rileva un grado di sfiducia più elevato.
Il giudizio nei confronti dei politici, peraltro, non è migliore. Come mostra una indagine condotta nel 2005 in 6 Paesi europei (Demos - FNE - laPolis - Pragma, di prossima pubblicazione sulla "Rassegna Italiana di Sociologia"). Secondo la quale in Italia l´82% dei cittadini ritiene che "tutti i politici - o la gran parte di essi - sono interessati solo al potere e a fare soldi". Solamente il 9%, invece, pensa che i politici siano "capaci di governare nell´interesse del Paese". Una valutazione peggiore, anche in questo caso, emerge solo nelle democrazie post-comuniste: in Cekia, Ungheria e soprattutto in Polonia. Tuttavia, neppure nell´Europa Occidentale si colgono atteggiamenti molto più positivi, verso il ceto politico. Considerato attento solo ai propri interessi da oltre il 60% dei cittadini anche in Francia e in Germania (dove, però, gli viene riconosciuta, almeno, maggiore competenza di governo). L´Italia, quindi, continua ad essere una penisola su cui il vento dell´antipolitica alita forte; ma è la stessa aria che soffia nel resto d´Europa.
2. Peraltro, la sfiducia nei soggetti e nelle istituzioni politiche non mette in discussione l´attaccamento alla democrazia. Ritenuta il "migliore dei mondi possibili". Nei Paesi dove è un sistema consolidato e in quelli in cui costituisce una conquista recente. Anzi, il sentimento di soddisfazione per la democrazia è cresciuto, negli ultimi anni.
Ancora: la sfiducia nelle istituzioni non ha scoraggiato la partecipazione democratica. Basti pensare all´affluenza al voto, in Italia, un anno fa. E, in tempi più recenti, alle elezioni presidenziali francesi. Basti pensare all´interesse, straordinario, dimostrato dai cittadini, nel corso della campagna elettorale. In Italia e ancor più in Francia. Quasi che la sfiducia agisse, in questa fase, da risorsa democratica. Come incentivo al controllo e alla mobilitazione, insomma, per seguire il ragionamento dello storico francese Pierre Rosanvallon (in "La contre-démocratie", pubblicato da Seuil).
3. Un altro, apparente paradosso è che, accanto alla sfiducia nella politica e nelle istituzioni, è cresciuta anche la soddisfazione "personale" dei cittadini. (Non era lo stesso, nei primi anni Novanta). Circa il 90% degli italiani (come nel resto d´Europa) si dicono, infatti, "felici". E´ il dato più elevato, negli ultimi anni. Soddisfatti: della loro vita personale, delle loro relazioni familiari e amicali, di quel che avviene nel loro mondo locale. Del loro reddito, della loro condizione economica. Ma, quando si riferiscono al contesto nazionale, restano pessimisti (cfr. indagine Ipsos per "Il Sole 24 ore" di alcuni giorni fa). E la politica li delude.
Dunque, la felicità personale non coincide con quella pubblica. E, a differenza di un tempo, la soddisfazione per la propria condizione individuale, familiare e aziendale non alimenta la fiducia nel sistema politico. Anche il giudizio positivo nei confronti del governo Prodi (in carica da un anno), rilevato da alcuni autorevoli istituti (fra cui Ipsos e Ispo) va considerato, a nostro avviso, suscettibile di fluttuazioni improvvise. Prodotte, magari, dall´esito negativo delle amministrative, dagli effetti di manifestazioni, come il Family day. Dalle polemiche sterile fra le cariche stesse istituzionali (come quella, recente, fra Prodi e il Presidente della Camera, Bertinotti).
In conclusione: non ci sembra che l´attuale clima antipolitico prefiguri un altro 1992. Un altro "terremoto". Perché, da allora, i cittadini hanno maturato un sentimento scettico nei confronti dei politici e delle istituzioni.
All´antagonismo si è sostituito il distacco. La sfiducia, per questo, non costituisce più un metro, una misura del consenso. Ma un vizio congenito. Una sorta di antidoto, un metodo di controllo.
I cittadini. Non si scandalizzano più. Ma compensano la delusione pubblica attraverso la felicità personale e familiare. Disincantati verso la politica, sono, tuttavia, pronti a farsi coinvolgere. Quando e se ne è data loro la possibilità. Quando vengono offerte loro opportunità concrete di partecipazione. La patologia dell´Italia è proprio questa. Dal 1992 ad oggi la promessa di cambiamento è stata rinnovata più volte e altrettante delusa. E oggi gli italiani stentano a crederci. Manca, in Italia, la capacità di ricambio della leadership politica e della classe dirigente che si esprime in altri Paesi. Da ultimo, in Francia e in Gran Bretagna. E, prima, la Germania e la Spagna. Insomma, un po´ dovunque, meno che da noi.
Ciò che avviene oggi in Italia, quindi, è solo il pallido riflesso del sentimento antipolitico che ha scosso i primi anni Novanta. Al posto della rabbia collettiva, che trascinava l´illusione di cambiare, oggi troviamo una certa stanchezza. Uno sguardo scettico sul futuro. E la feroce determinazione a cercare la felicità da soli. Nella vita quotidiana, nelle relazioni.
"Nonostante" la politica. "Nonostante" lo Stato. Potremmo considerarlo un bene, se condividiamo l´affermazione di Benjamin Constant: "Che lo Stato si occupi della giustizia; ad essere felici ci pensiamo noi". Però, appunto: occorre uno Stato giusto.
Ed efficace.
L'individuo come mezzo o come fine
Gherardo Colombo su Golem l'Indispensabile
In un sistema nel quale il profitto è il punto di riferimento non esclusivo, ma indubbiamente preponderante, cosa sono bene e male? Quando il profitto è un imperativo, è bene o male usare le cose come strumento al di là della loro ragionevole utilizzabilità (per esempio, sempre e comunque l'automobile); impedire l'accesso a beni considerati per consuetudine comuni (per esempio, la privatizzazione dell'acqua); esasperare il ricorso a materiali usa e getta (per esempio, le confezioni dei supermercati)?
Ma soprattutto, è bene o male usare come strumento le persone, sia nel campo del lecito (lavoro precario senza sicurezza nel futuro, senza tutela sindacale e via dicendo), che nel campo dell'illecito (caporalato), del delinquenziale (commercio di droga, taglieggiamenti, bancarotte programmate, corruzione) e del macroscopicamente criminale (sfruttamento della prostituzione, tratta di esseri umani, riduzione in schiavitù, commercio di organi)?
È bene o male mettere la vita tra i valori bilanciabili nel calcolo costi-benefici, ed arrivare ad un totale di morti per infortunio sul lavoro che si aggira intorno a 1500 l'anno?
In un sistema nel quale si elabora un'etica dell'impresa diversa, e qualche volta contraddittoria, rispetto all'etica dell'individuo, come è possibile individuare la categoria del bene e quella del male che non siano completamente relativizzate, a seconda del campo, del settore cui il concetto viene applicato?
Mi è successo di partecipare a una lezione: università, sociologia, indirizzo criminologico. Nessuno dei circa venticinque studenti presenti sapeva cosa fosse la P2, né aveva mai sentito parlare di Giorgio Ambrosoli, di Michele Sindona, delle sue banche. Nessuno conosceva il libro di Corrado Stajano, nè il film di Michele Placido sull'eroe borghese.
Gilberto Corbellini, professore universitario, insegnante di bioetica, nel suo intervento del mese scorso ci ha detto di essersi accorto che agli studenti mancano alcuni fondamenti essenziali che consentono di collegare i principi (che, nella sua materia, stabiliscono che la libertà personale e l\'uguaglianza sono dei diritti fondamentali anche per i pazienti) ai fondamenti costituzionali delle democrazie liberali.Ha aggiunto che per quel che riguarda la morale gli studenti, in genere, sono dogmatici o relativisti. Ha cominciato a parlare con loro di questi temi, e si è trovato di fronte lo stupore di chi scopriva un mondo sconosciuto. Le lezioni, scrive Corbellini, sono frequentemente seguite da accese discussioni: il tema, dunque, interessa, e genera istanze di approfondimento.
Cosa c'entra tutto ciò con dovere, volere, convincimento? La domanda ne richiama un'altra: come si può arrivare ad una effettiva convinzione, se si rimane in superficie? Come si può esser se stessi, se non si va in profondo? Il dogmatismo delega le proprie scelte alla regola (si deve/ non si deve; si può/ non si può). Il relativismo, quando non significa che anche il contingente ha rilievo e contribuisce a modellare la regola (non è lecito uccidere, ma lo si può fare per difendere se stessi, o un bambino indifeso, dalla altrui aggressione letale), più che rendere tutto equivalente altera le scale gerarchiche di riferimento (il valore della vita dell'operaio è relativa si potrebbe dire inversamente proporzionale al profitto ricavabile dall'attività di questo). Entrambi, così intesi, presuppongono che si rimanga in superficie. Lo stato che ne deriva ha consentito ai volonterosi carnefici di Hitler di provare, magari, un senso del dovere nell'eseguire le loro disumane attività, tanto quanto può, per senso del dovere, eseguire con scrupolo il suo incarico il killer della mafia, anche quando si trovi in condizioni di rischio o di difficoltà. Si tratta ovviamente di orrende degenerazioni, ma il seme sta spesso nella superficialità, nell'assenza delle informazioni necessarie, nella mancanza di approfondimento, di riflessione e di pensiero.
Si impone un altro interrogativo: una volta soddisfatte queste condizioni conoscenza, riflessione, pensiero si arriverebbe ad individuare effettivamente un bene condiviso da tutti e quindi universale?
E infine, ancora, una domanda, che non è una domanda retorica: sono davvero il bene ed il male le categorie alle quali informarsi perché ciascuno possa svolgere la propria esistenza nell'ambito di libertà, uguaglianza e (come ha giustamente reclamato Beonio Brocchieri qualche numero fa) fraternità?
Amare i bambini
Leonardo sul blog Macchianera
Noi siamo persone normali, persone buone. Abbiamo chi un cane, chi un gatto, chi almeno un canarino. E molti di noi hanno bambini. Sono belli, i bambini. Teneri, senza colpe. Sono angeli. Noi amiamo i bambini.
E questo ci riempie di angoscia, perché sono indifesi, i bambini. Se potessimo tenerli sempre con noi ma non è possibile. Ogni tanto dobbiamo lasciarli andare fuori.
Fuori ci sono altre persone. Sembrano normali, come noi, ma non sono normali. Hanno un cane, hanno un gatto, come noi, ma sono mostri. Sono pedofili. Sono organizzati. Hanno libri e siti internet.
Adescano i nostri bambini. Li drogano, coi tranquillanti. Li costringono a fare cose che noi non riusciamo neanche immaginare. Davanti a una telecamera li molestano. Gli rubano l'infanzia e la felicità per sempre.
In una casa come la nostra c'è una stanza buia, in cui torturano i nostri bambini. Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Bidelli e benzinai sono d'accordo. Insegnanti e medici, custodi, obiettori, avvocati, preti. Non ti puoi fidare di nessuno.
I bambini di questo non parlano. Non esistono, alla loro età, le parole, per l'orrore che hanno dentro. Vorrebbero dimenticare.
Per salvarli dai pedofili, noi non li facciamo più uscire. Per aiutarli a non dimenticare, li chiudiamo in una stanza, e cominciamo con le domande. Quello che devono dirci, lo abbiamo già sentito da altri, a cui è successa la stessa cosa. Perché noi ci teniamo informati, sui libri e i siti internet.
Loro all'inizio non vogliono dire niente. Allora insistiamo. Li tempestiamo di domande.
Può durare un paio d'ore o un paio di giorni. A volte occorre abbassare la luce, e minacciarli. È durissimo ascoltarli quando ancora non vogliono parlare. È odioso riprenderli con una telecamera. Ma è l'amore che ci fa resistere, è l'amore che ci costringe a farli parlare. E alla fine l'amore vince sempre.
Arriva il momento in cui parlano. È terribile starli ad ascoltare, ma tutto quello che dicono di solito coincide. E non sono invenzioni. Tutti i racconti coincidono. Come potrebbero, bambini così piccoli, inventarsi dettagli così orribili. E sono sempre gli stessi! Chi può in buona fede pensare a un'invenzione? I bambini non mentono mai. Sono angeli.
Dopo aver parlato sono sempre molto scossi. Fanno fatica a uscire. A volte dobbiamo dargli tranquillanti, perché ciò che hanno ricordato, ciò che hanno vissuto in quella stanza buia è orribile. Resterà con loro per tutta la vita.
Ora però abbiamo il loro racconto. Lo metteremo su internet. Faremo girare anche il video, è giusto che tutti vedano, che tutti sappiano. Perché ci sono persone cattive là fuori.
Persone che torturano i bambini. Che mettono i video on line. Ci sono i mostri. Il mondo deve saperlo. E glielo dobbiamo dire noi.
Bisogna che tutti stiano attenti. Fuori c'è gente cattiva. Torturano i bambini. Dicono di amarli, ma sono i mostri.
Fuori i pulmini girano indisturbati, nel traffico pigro di metà mattina. Vigili e carabinieri sono d'accordo. Giornalisti e psicologi, giudici e magistrati. Di chi ti puoi fidare.
Lo zio Podger appende un quadro
Jerome K. Jerome nell'archivio di Golem l'Indispensabile
La sera dunque ci riunimmo di nuovo per elaborare i nostri piani. Harris disse:
"Ora, per prima cosa, dobbiamo decidere quel che porteremo con noi. Tu prendi un pezzo di carta e scrivi J., e tu, George, porti qui il listino del droghiere e anche una matita, dopo di che io preparerò l'elenco." Harris è fatto così... sempre pronto ad assumersi il gravame di tutto, e a scaricarlo sulle spalle altrui.
Mi ricorda sempre il mio povero zio Podger. Non si è mai visto un trambusto come quello che accadeva in casa di mio zio Podger quando egli si disponeva a eseguire qualche lavoro domestico. Per esempio, c'era un quadro arrivato fresco dal corniciaio, ritto contro una parete della sala da pranzo, in attesa che qualcuno lo appendesse; la zia Podger domandava che cosa si doveva fare con quel quadro, e lo zio Podger rispondeva:
"Oh, lascia fare a me. Nessuno se ne preoccupi, nessuno. Ci penso io."
Allora si toglieva la giacca e cominciava. Mandava la domestica a comperare sei pence di chiodi, poi la faceva raggiungere da uno dei ragazzi per dirle quanto dovevano essere lunghi; e da quel momento, a poco a poco, mobilitava tutta la famiglia.
"Tu vammi a prendere il martello, Will" gridava "e tu portami la riga, Tom; mi occorrerà la scaletta, e sarà meglio portarmi anche una sedia di cucina; ehi, Jim, corri dal signor Goggles e digli: "Il babbo le manda tanti saluti e spera che stia meglio della sua gamba e dice se può prestargli la sua livella". Tu, Maria, non te ne andare perché avrò bisogno di qualcuno che mi regga il lume; e quando la ragazza ritorna, bisognerà che esca di nuovo a prendere un pezzo di cordone da quadri; Tom!... dov'è Tom?... Tom, vieni qui; tu mi porgerai il quadro."
Allora, lo zio sollevava il quadro, se lo lasciava sfuggire di mano e il quadro usciva dalla cornice; lui tentava di salvare il vetro e si tagliava un dito; dopo di che, si metteva a saltellare per la stanza, alla ricerca del proprio fazzoletto. Non riusciva a trovare il fazzoletto perché era nella tasca della giacca che si era tolto e lui non sapeva dove l'aveva messa e tutta la famiglia doveva sospendere la ricerca degli utensili per mettersi alla caccia della giacca; intanto, lui continuava a girare come una mosca senza testa, ostacolando le ricerche.
"Insomma, non c'è proprio nessuno in tutta la casa che sappia dov'è la mia giacca? Non ho mai visto gente simile, in vita mia, parola d'onore. Siete in sei e non riuscite a trovare la giacca che mi sono tolto appena cinque minuti fa! Roba da matti..."
In quel momento, si alzava dalla seggiola su cui, frattanto, si era lasciato cadere, e scopriva di essere stato seduto proprio sulla giacca.
"Ormai, potete smettere di cercarla!" gridava allora. "L'ho trovata da solo. Se aspettavo che me la trovaste voialtri, tanto valeva che mi rivolgessi al gatto!"
Quando poi si era sprecata una mezz'ora per medicargli il dito, si era provveduto un vetro nuovo, e gli utensili, la scaletta, la seggiola e la candela erano stati portati in sala, lo zio Podger faceva un altro tentativo, mentre tutta la famiglia, compresa la cameriera e la donna di fatica, gli formava attorno un semicerchio, pronta ad aiutare. Due persone dovevano tener ferma la sedia, un'altra doveva aiutarlo a salirci sopra e dargli una mano per stare in equilibrio, una quarta gli porgeva il chiodo, una quinta il martello, e lui prendeva il chiodo e lo lasciava cadere.
"Ecco!" diceva in tono esulcerato "adesso, se n'è andato il chiodo."
Noi dovevamo inginocchiarci tutti per esplorare il pavimento e cercare il chiodo, mentre lo zio brontolava e domandava se lo avremmo costretto a stare lassù tutta la sera.
Finalmente, si trovava il chiodo, ma intanto lui aveva perso il martello.
"Dov'è il martello? Dove ho cacciato il martello? Accidenti! Ve ne state lì in sette, a bocca aperta, e non sapete dove ho cacciato il martello!"
Si trovava il martello, ma lui, intanto aveva perso di vista il segno che aveva fatto sulla parete per piantarci il chiodo; a uno a uno, salivamo tutti accanto a lui, sulla sedia, per vedere se ci riusciva di trovarlo; ognuno lo scopriva in un posto diverso, e lo zio ci dava degli imbecilli e ci ordinava di scendere. Prendeva la riga, misurava daccapo, constatava che il chiodo doveva distare dall'angolo la metà di settantacinque centimetri e sette millimetri, tentava di fare il calcolo a memoria e andava fuori dai gangheri.
Ognuno di noi tentava, allora, di fare lo stesso calcolo a memoria, ma tutti arrivavamo ad un risultato diverso e ci deridevamo a vicenda. Nel trambusto generale, ci si dimenticava il numero originario e lo zio Podger doveva riprendere la misura.
Questa volta, si serviva di un pezzo di spago, ma, al momento critico, quando, da quel vecchio tonto che era, si stava sporgendo dalla sedia a un angolo di quarantacinque gradi e tentava di raggiungere con la mano un punto che era almeno una spanna più in là del massimo cui poteva arrivare, lo spago gli sfuggiva dalle dita, e lui piombava sul pianoforte e produceva un efficace effetto musicale, colpendo i tasti simultaneamente con la testa e col corpo.
La zia Maria diceva che non poteva permettere ai bambini di rimanere ad ascoltare il linguaggio dello zio Podger.
Finalmente, lo zio riusciva a fissare di nuovo il punto dove andava piantato il chiodo, vi appoggiava la punta del chiodo con la sinistra e prendeva il martello con la destra, ma al primo colpo si schiacciava il pollice, dopo di che, con un grido di dolore,lasciava cadere il martello sui piedi di qualcuno.
La zia Maria osservava blandamente che se un'altra volta lo zio Podger si fosse sognato di piantare un chiodo nel muro, lei si augurava che la preavvisasse, dandole il tempo di prendere le sue misure per andare a passare una settimana con sua madre, intanto che si compiva l'impresa.
"Oh, voialtre donne fate sempre un gran cancan per ogni nonnulla!" ribatteva lo zio Podger, riprendendosi. "A me piace tanto fare qualche lavoretto in casa."
Poi, compiva un altro tentativo e, al secondo colpo, il chiodo penetrava tutto intero nell'intonaco e la testa del martello gli andava dietro per metà, cosicché lo zio Podger veniva proiettato contro il muro con una forza sufficiente ad appiattirgli il naso.
Naturalmente, dovevamo rimetterci alla ricerca della riga e dello spago, e lui faceva un altro buco; verso la mezzanotte, il quadro era attaccato... storto e malsicuro, mentre la parete per qualche mero all'intorno aveva l'aria di essere stata grattata con un rastrello; e tutti eravamo stanchi morti, depressi... tutti, a eccezione dello zio Podger.
"Ecco fatto!" esclamava, saltando pesantemente dalla sedia sui calli della donna di fatica e, osservando la devastazione compiuta, con palese orgoglio. "Diamine, tanti altri avrebbero chiamato un operaio per fare un lavoretto di questo genere!"
Stefano Benni: due brani da Bar Sport
Su TecaLibri
Introduzione storica
L'uomo primitivo non conosceva il bar. Quando la mattina si alzava, nella sua caverna, egli avvertiva subito un forte desiderio di caffè. Ma il caffè non era ancora stato inventato e l'uomo primitivo aggrottava la fronte, assumendo la caratteristica espressione scimmiesca. Non c'erano neanche bar. Gli scapoli, la sera, si trovavano in qualche grotta, si mettevano in semicercbio e si scambiavano botte di clava in testa secondo un preciso rituale. Era un divertimento molto rozzo, e presto passò di moda. Allora gli uomini primitivi cominciarono a riunirsi in caverne e a farsi sui muri delle caricature, che tra di loro chiamavano scherzosamente graffiti paleolitici. Ma questo primo tentativo di bar fu un fallimento. Non esistevano la moviola, il vistoso sgambetto, il secco rasoterra, il dribbling ubriacante e l'arbitraggio scandaloso, e la conversazione languiva in rutti e grugniti.
Gli antichi romani, invece, inventarono subito la taverna osservando il volo degli uccelli, e la suburra era un vero pullulare di bar. Gli osti facevano affari d'oro, tanto che divennero presto la classe dominante. Cesare cominciò la sua carriera come cameriere, e conservò per tutta la vita la pessima abitudine di farsi dare mance dai barbari sconfitti.
Nei bar romani si beveva molta menta, vini dei colli e assenzio. Le leggi erano molto severe: a chi veniva pescato ubriaco veniva mozzata la lingua. Questo provvedimento fu revocato allorché in Senato le sedute cominciarono a svolgersi in perfetto silenzio.
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Cos'è un ubriaco
"Prendete una qualsiasi persona, versatele dentro cinque o sei litri di birra, e ne farete un ubriaco" diceva Schopenhauer agli alunni del suo corso di Pessimismo all'università di Jena. Era una frase che il Maestro ripeteva spesso, e gli alunni si chiedevano ogni volta se il loro insegnante era molto profondo o molto ubriaco.
In realtà, Schopenhauer voleva dire che ognuno di noi è un ubriaco in potenza. Naturalmente, essendo ubriaco, aveva bisogno del paragone della birra per dare un'idea dell'ubriachezza. Se fosse stato sobrio, avrebbe usato altri termini, e non si sarebbe sdraiato sulla cattedra.
In realtà, soleva chiedersi spesso il filosofo, cos'è un ubriaco? E, penso, qualcuno di voi si sarà talvolta rivolto la stessa domanda. Non è, evidentemente, uno che beve. Tutti noi beviamo. Non è nemmeno, uno che beve molto. I cammelli bevono molto, ma non ne ho mai visto uno cacciato fuori da un bar.
Schopenhauer, ad esempio, dava questa definizione dell'ubriaco: "Un ubriaco è quella persona che dopo aver bevuto molto vino, o birra, o bevande alcoliche, a fine serata vede due baristi dietro il banco". In realtà, è una definizione errata, come ebbe a fargli notare Hobbes. Se ad esempio al bancone del bar servono marito e moglie, cioè due baristi, tutti gli avventori del bar sono da considerarsi ubriachi? Evidentemente no. Quindi la definizione esatta, secondo Hobbes, è la seguente: "Un ubriaco è quella persona, che dopo aver bevuto molto vino, birra e melassa, a fine serata vede il doppio dei baristi che vedeva prima di bere".
A parte il fatto che Hobbes, come avrete notato, ha messo la parola "melassa" al posto delle bevande alcoliche, e questo non è antologicamente corretto, perché corrisponde a un suo gusto soggettivo, non si vede come questa definizione possa essere presa per buona. "Infatti" critica Schopenhauer "la teoria del doppio è assurda. Mettiamo il caso che all'inizio, quando il futuro ubriaco inizia a bere, al bancone ci sia solo il marito, e la moglie sia a spazzare il retrobottega. A fine serata l'ubriaco non vedrà marito + marito: ma due mariti e due mogli, cioè quattro volte il numero iniziale. Inoltre, una persona che va al bar per divertirsi, non può mettersi a contare il numero dei baristi tutte le volte per essere sicuro di accorgersi quando è ubriaco."
La critica di Schopenhauer è molto feroce, certo, ma in re ipsa ineccepibile, almeno fino a questo punto.
"Hobbes" prosegue Schopenhauer "può continuare nella sua vana ricerca di una definizione matematica dell'essenza dell'ubriachezza. In realtà, egli è un bevitore di melassa, e come tale dovrebbe limitarsi a parlare di libri per ragazzi. Comunque, se una definizione dell'ubriaco può essere tentata, io suggerirei questa: "Ubriaco è quella persona che, dopo aver bevuto molto vino, o birra, o fernet, o bevande alcoliche, non riesce più a stare in piedi su una gamba sola e a braccia aperte, e a camminare dritto su una immaginaria linea retta"."
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20 maggio 2007