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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 29 aprile 2007



Telefoni e governo todos caballeros
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Dopo una paziente tessitura anche il dossier Telecom ha trovato la sua soluzione. I tessitori sono stati parecchi. Alcuni mossi dal proprio esclusivo anche se legittimo interesse, altri da considerazioni più generali, altri ancora a mezza strada tra gli uni e gli altri. Tra i primi metterei il "patron" della Pirelli, Marco Tronchetti Provera. Ha condotto la sua partita con collaudata abilità, ricca di colpi di scena e l'ha conclusa al meglio. Voleva uscire da Telecom incassando un prezzo di 2,82 euro per azione, ben al di sopra della quotazione di Borsa di 2,30, e c'è riuscito. In sei anni di avventura esce dal settore delle telecomunicazioni lasciandosi alle spalle un'azienda che non è né peggiore né migliore di quella che aveva rilevato dalla gestione Colaninno-Gnutti e con una perdita considerevole per gli azionisti Pirelli, ma è riuscito comunque a riportare a casa il grosso degli "asset" pirelliani.
A consuntivo, sei anni sprecati ma divertenti, almeno per lui. Ha brillato come una star di prima grandezza nel piccolo firmamento delle imprese italiane.
Adesso tornerà al trantran dei pneumatici e dei cavi sotto l'ala protettrice delle banche creditrici, col problema della credibilità perduta. Ma è ancora giovane e voglioso di cimentarsi. Speriamo per lui che abbia fatto esperienza e si contenti di obiettivi più consoni e meno avventurosi.
Il gruppo Benetton, che l'ha fiancheggiato con maggiore prudenza, si è mosso fino all'ultimo al suo rimorchio; ci ha rimesso qualche penna, non ha fatto complessivamente un gran figura ma nemmeno pessima. Resta comunque nella cordata che subentra in Telecom alla gestione Tronchetti, sperando che questa prova di buona volontà possa riaprire la fusione Autostrade-Abertis. Auguri.
L'attivismo di Banca Intesa, che ad un certo punto sembrava aver preso in mano il bandolo dell'intera operazione, ha invece ceduto il passo all'accoppiata Mediobanca-Generali per un errore di valutazione politica.
Aveva puntato sull'AT&T e sui messicani sottovalutando la contrarietà del governo a quella soluzione che chiamava tra l'altro in campo anche Colaninno e Mediaset. Quando ha fatto la sua comparsa la Telefonica spagnola, Intesa ha dovuto ripiegare su una partecipazione di seconda fila dell'11 per cento di fronte al 39 per cento del gruppo Generali-Mediobanca: un'occasione persa e una presenza residuale della quale probabilmente avrebbe fatto volentieri a meno se non vi fosse stata costretta dal senso di responsabilità e di opportunità politica.
Ma i protagonisti sono stati due: Telefonica e Mediobanca. Hanno agito con cautela, si sono preparati senza strepito quasi ipnotizzando i concorrenti e ammassando intanto le risorse necessarie. Al momento giusto hanno agito con fulminea volontà mandando a posto in un colpo solo tutti i tasselli dell'operazione, compreso il sovrapprezzo di 18 centesimi per ogni azione Telecom che Telefonica ha sborsato alla Pirelli e che ha reso possibile il raggiungimento del prezzo medio di 2,82 preteso da Tronchetti Provera per concludere il negoziato.
Telefonica entra con il 42 per cento nella Newco, la nuova holding che assorbirà Olimpia e controllerà Telecom con il 23,6 per cento del capitale. Per di più saranno negoziati accordi di collaborazione industriale e finanziaria tra Telefonica e Telecom con l'ipotesi di arrivare tra qualche anno ad una fusione vera e propria tra le due società. Nel frattempo nasce un colosso europeo e multinazionale nel settore strategico delle telecomunicazioni, con un azionariato stabile e una vocazione (già realizzata in Telefonica) di "public company" che è la formula più appropriata per un'impresa di pubblica utilità.

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Ma il vero vincitore di questa complessa partita è il governo e il presidente del Consiglio in particolare, che l'ha guidata con intelligenza e moderazione, senza mai travalicare dai suoi compiti istituzionali ma senza abdicare alla tutela di quelli che sono, a giudizio del governo, gli interessi del paese.
Si voleva che la nostra maggiore impresa di telecomunicazioni non fosse ridotta ad uno spezzatino e ad un osso spolpato com'era nei piani dichiarati dei messicani associati all'"AT&T". Si voleva tuttavia che il capitale estero partecipasse all'operazione con una presenza non solo ingente ma determinante. Si voleva che fossero il mercato e le parti private a stabilire prezzi e condizioni.
Si voleva che la rete di comunicazione e in particolare l'ultimo miglio che collega gli utenti alla rete generale avesse una gestione distinta e autonoma rispetto all'operatore affinché vi fosse piena concorrenza nel transito dei messaggi e delle immagini prodotte dai vari concorrenti. Si voleva infine che si rafforzassero i rapporti di collaborazione economica e industriale tra l'Italia e la Spagna, che hanno già avuto felice inizio con l'operazione Enel-Endesa e che possono ulteriormente progredire con vantaggio di entrambi i paesi.
Ebbene, tutti questi obiettivi sono stati raggiunti.
L'autonomia della rete è prevista dal disegno di legge Gentiloni all'esame del Parlamento e le modalità della sua attuazione affidate alla Autorità garante delle telecomunicazioni secondo le disposizioni della Commissione di Bruxelles. Senza pose gladiatorie né clamori né ricerca di inutile e invadente visibilità.
Chi ha accusato il governo di perseguire l'italianità sbattendo la porta in faccia al capitale straniero per assurdo spirito di nazionalismo economico e d'interferenza sul libero gioco del mercato, dovrebbe ora scusarsi e fare ammenda di giudizi avventati e smentiti dall'andamento dei fatti.
Dispiace che tali accuse siano state lanciate con molta ruvidità contro il governo da persone che hanno ruoli para - istituzionali, come il presidente della Confindustria, Montezemolo e il suo vicario, Bombassei. Dispiace che ancora due giorni fa un serio editorialista d'un importante quotidiano rinnovasse le medesime accuse senza nemmeno attendere l'esito dell'intera vicenda. Questi comportamenti non sono all'altezza delle responsabilità che incombono su chi guida importanti associazioni sindacali e a chi da autorevoli tribune vuole fornire informazioni fondate alla pubblica opinione.

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Resta ancora inevaso un problema tutt'altro che irrilevante, che abbiamo più volte richiamato nel corso della vicenda Telecom e in precedenti e analoghe occasioni. Ed è quello delle lunghe catene societarie create per controllare grandi imprese quotate in Borsa attraverso capitali irrisori che si moltiplicano in un gioco di specchi e di matrioske.
Meccanismi di tal genere possono avere un senso quando si tratti di piccole imprese familiari e servano principalmente a stabilizzare equilibri e ruoli tra i vari componenti della famiglia imprenditrice. Ma non ne hanno alcuno quando siano messi in opera per il controllo di società di grandi e grandissime dimensioni, con vasto azionariato composto da una miriade di piccoli risparmiatori dominati da gruppi di controllo che non rischiano nulla ma comandano tutto.
Queste pratiche, basate appunto su lunghe catene societarie, patti di sindacato, connivenze e indulgenze bancarie, elusione degli obblighi di trasparenza, sono molto diffuse e rappresentano una deformazione grave del capitalismo e della democrazia economica.
Ho più volte rilevato l'assenza d'un serio dibattito su questa questione, l'indifferenza delle istituzioni e delle forze politiche e di quanti dovrebbero sensibilizzare la pubblica opinione. In particolare del pensiero liberale e di quanti presumono di rappresentarne la cultura e le regole.
La vicenda Telecom, fin dal suo nascere e soprattutto dall'Opa Colaninno del 1999 in poi, è stata segnata da questa deformazione strutturale: una grande impresa di pubblica utilità, bisognosa di grossi investimenti e di ampie risorse, dove è stata attuata una separazione radicale tra il capitale e il comando, seppellendo i ricavi sotto montagne di debiti e aspirando i profitti con l'idrovora dei dividendi.
Guido Rossi fu uno dei pochi a descrivere una situazione così anomala e a tentare di renderla inefficace. Giustizia vorrebbe che fosse richiamato in Telecom per completare l'opera forzatamente interrotta. Dopo quanto è accaduto non credo che accetterebbe ma non vale almeno la pena di provarci?


Tutto come prima
Tito Boeri su
La Stampa

La telenovela Telecom si arricchisce di una nuova puntata. Non sarà l'ultima. Né la più avvincente. In questa puntata vedremo uscire nuovamente di scena chi era alla guida del gruppo nel mezzo di una fitta serie di inquietanti vicende di spionaggio. Da qui in poi le deviazioni societarie collegate alle intercettazioni telefoniche potranno essere affrontate, speriamo dipanate, senza la sua presenza ingombrante. Bene. Non appaiono però nuovi protagonisti all'orizzonte, non si vedono volti nuovi. Anche gli stranieri di questa puntata, gli spagnoli di Telefonica, c'erano già, paradossalmente chiamati in causa proprio da chi oggi esce di scena. Il resto del cast è già stato ampiamente sperimentato, peraltro senza grande successo di critica e di pubblico. Tutti gli attori di questa puntata appaiono soddisfatti, distesi. Chi esce di scena, la Pirelli di Tronchetti Provera, si vedrà riconosciuto il prezzo pattuito con gli americani e i messicani.
La porta di ingresso in Telecom verrà ristrutturata: Olimpia potrà uscire da una situazione finanziaria che si era fatta molto intricata, con l'azzeramento delle riserve, l'agenzia delle entrate alle costole e un debito salito a tre miliardi da ripianare. E i difensori dell'italianità potranno vantarsi di avere difeso la patria, schierando le loro truppe fin oltre la foce dell'Isonzo. Ma per il grande pubblico non c'è di che gioire. Non si vede alcuna rivoluzione alle porte per un'azienda che ha dimezzato il proprio valore di mercato negli ultimi 5 anni. Mediobanca, Generali e Intesa erano già nel patto di sindacato di Pirelli, con una quota superiore al 22 per cento. Saranno ancora loro a controllare Telecom. Non a caso, hanno trovato un escamotage per non pagare alcun premio di controllo. Chi lo pagherà, e salato, è solo Telefonica, destinata a versare più di quei 2,82 euro per azione che erano stati promessi da AT&T e American Movil. Perchè Telefonica ha accettato di pagare un premio di controllo così alto per acquisire una quota di minoranza, che non offre neanche la possibilità di designare i nuovi vertici di Telecom? Lo scopriremo forse alla prossima puntata. Una cosa è certa: Telefonica è anche l'unico componente del nuovo gruppo di controllo che ha le idee chiare sul da farsi. Operando da tempo nel settore, a differenza dei nostri banchieri e assicuratori, conosce quali siano le opportunità del mercato, sia in Italia che in America Latina. Speriamo che voglia davvero valorizzare Telecom e non stia pensando ad altro. La domanda è lecita perchè la struttura piramidale di Telecom esce solo rafforzata da questo accordo. Questo significa che ci sarà ancora una netta separazione fra diritti di controllo e interesse alla valorizzazione dell'azienda. Nulla vieta che si continui ad assistere a una sequenza di nuovi risultati deludenti succeduti dalla beffa finale di cambiamenti nel gruppo di controllo senza alcun premio per gli azionisti Telecom. Sono proprio queste strutture societarie che rendono ottimale per chi ha il controllo cederlo senza che ciò crei valore per tutti gli azionisti. Il Governo avrebbe fatto bene allora ad occuparsi delle scatole cinesi, ricordando che il suo programma di legislatura contemplava la necessità di "incidere sulle forme di chiusura proprietaria come gruppi piramidali, accordi e patti di sindacato", proponendo l'adozione di misure che limitassero l'oggetto dei patti di sindacato "a questioni proprietarie e non gestionali". È un problema che trascende la vicenda Telecom e che andava affrontato comunque, ma che la vicenda Telecom (due cambi del gruppo di controllo avvenuti senza alcun beneficio per gli azionisti di minoranza) ha portato drammaticamente alla ribalta, dando un pessimo segnale ai lavoratori che stanno in questi mesi valutando l'opportunità di partecipare ai mercati finanziari. E' un problema grave, perchè dalla scelta dei lavoratori potrebbero nascere quegli investitori istituzionali, i fondi pensione, che garantirebbero gli intessessi dei piccoli azionisti presso il management e i gruppi di controllo, mettendo in moto un processo virtuoso per la nostra corporate governance e la dimensione dei nostri mercati finanziari.
Di altro sembra, invece, essersi occupato il Governo in queste settimane, tra le visite a Ibiza e le telefonate a Trieste. L'eroe tutto francese della battaglia per l'italianità di Telecom, il presidente di Generali Antoine Bernheim, ha ieri dichiarato di essere stato contattato dal Ministro Padoa Schioppa riguardo alla vicenda Telecom e di avere chiesto un sostegno al Governo per un'eventuale cordata italiana. Speriamo che la prossima puntata ci sveli che il Ministro si è in quella occasione astenuto dal prendere alcun impegno e che l'esecutivo davvero non intervenga in alcun modo, dovesse la cordata italo-iberica trovare sulla strada qualche ostacolo inaspettato. Altrimenti finiremmo una volta di più per alimentare i sospetti che dissuadono molti investitori stranieri dall'intervenire nel nostro Paese, che ha già subito dalla vicenda AT&T un forte danno alla propria immagine.


Comunità montane senza montagne
Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

La pianeggiante Comunità montana di Palagiano è unica al mondo: non ha salite, non ha discese e svetta a 39 (trentanove) metri sul mare. Con un cucuzzolo, ai margini del territorio comunale, che troneggia himalaiano a quota 86. Cioè 12 metri meno del campanile di San Marco.
Vi chiederete: cosa ci fa una Comunità montana adagiata nella campagna di Taranto piatta come un biliardo?
Detta alla bocconiana, l'ente pubblico pugliese ha due "mission". Una è dimostrare che gli amministratori italiani, che già s'erano inventati in Calabria un lago inesistente a Piano della Lacina, possono rivaleggiare in fantasia con l'abate Balthazard che si inventò l'"Isola dei filosofi".
Nell'isola non esisteva un governo perché i suoi abitanti non riuscivano a decidere insieme quale fosse "il sistema meno oppressivo e più illuminato". L'altra è distribuire un po' di poltrone. Obiettivo assai più concreto della salvaguardia di un borgo alpino o della sistemazione di una mulattiera appenninica.
Certo, le Comunità montane sono solo un pezzetto della grande torta. Ma possono aiutare forse meglio di ogni altra cosa a capire come una certa politica, o meglio la sua caricatura obesa, ingorda e autoreferenziale, sia diventata una Casta e abbia invaso l'intera società italiana. Ponendosi sempre meno l'obiettivo del bene comune e della sana amministrazione per perseguire piuttosto quello di alimentare se stessa. Obiettivo sempre più disperato e irraggiungibile via via che la bulimia ha contagiato tutti: deputati, assessori regionali, sindaci, consiglieri circoscrizionali, assistenti parlamentari, portaborse e reggipanza. Fino a dilagare, nel tentativo di strappare metro per metro nuovi spazi, nelle aziende sanitarie, nelle municipalizzate, nelle società miste, nelle fondazioni, nei giornali, nei festival di canzonette e nei tornei di calcio rionali... Una spirale che non solo fa torto alle migliaia di persone perbene, a destra e a sinistra, che si dedicano alla politica in modo serio e pulito. Ma che è suicida: più potere per fare più soldi, più soldi per prendere più potere e ancora più potere per fare più soldi...
Sia chiaro: la montagna, che copre oltre la metà dell'Italia, è una cosa seria. E spezza il cuore vedere gli sterpi inghiottire certe contrade costruite dall'uomo a prezzo di sacrifici immensi, dalla piemontese Bugliaga all'abruzzese Frattura, dalla romagnola Castiglioncello ai tanti borghi calabresi svuotati dall'emigrazione. (...) Ma proprio perché la montagna vera ha bisogno di essere aiutata, spicca l'indecenza della montagna finta. Artificiale. Clientelare. Costruita a tavolino per dispensare posti di sottogoverno. Divoratrice di risorse sottratte ai paesi che vengono sommersi davvero dalla neve (...).
Basti dire che della Comunità montana Murgia Tarantina alla quale appartiene Palagiano (che si adagia in parte a zero metri sul livello dello Jonio lì a due passi), i comuni riconosciuti come solo "parzialmente montani" nel loro stesso sito internet sono 4 e quelli "non montani" 5. E montani? Manco uno. Tanto che l'altitudine media dei 9 municipi è di 213 metri. Una sessantina in meno dell'altitudine del Montestella, la collinetta creata alla periferia di Milano con i detriti. Ma quanto bastava a fondare una struttura con un presidente, 6 assessori, 27 consiglieri, un segretario generale... Pagati rispettivamente, visto che tutti insieme i paesi passano i 100.000 abitanti, quanto il sindaco, gli assessori e i consiglieri d'una città grande come Padova.
Chi vuol capire come funziona faccia un salto a Mottola, dov'è la sede, e giri una per una le stanze vuote fino a trovare qualcuno. "Cosa fate, esattamente?". "Cosa vuole che facciamo... Abbiamo pochissimi soldi. Non è che ci sono margini per fare tante cose". "Quindi?". "Qualcosa qua e là... Poca roba". "Ma il bilancio 2006 di quanto è stato?". "Non so... Intorno ai 400.000 euro. Togli gli stipendi, togli le spese...". "Il presidente, per esempio, che fa?". "Gira". "Gira?
". "Gira, si dà da fare per cercare di avere dei finanziamenti". "E ne raccoglie?". "Mah...".
Tutto merito d'una leggina regionale pugliese del 1999. Che interpretando a modo suo una sentenza della Corte costituzionale si era inventata la possibilità di inserire nelle Comunità anche comuni che non erano montani ma "contermini". Concetto che, di contermine in contermine, potrebbe dilatare una comunità montana dall'Adamello al Polesine. E infatti consentì a quelle pugliesi di sdoppiarsi e ampliarsi fino a diventare 6 per un totale di 63 comuni pur essendo la loro la più piatta delle regioni italiane. Benedetta da contributi erariali che, in rapporto agli ettari di montagna, sono quattordici volte più alti di quelli del Piemonte.
Eppure non è solo la Puglia ad aver giocato al piccolo montanaro. L'ha fatto la Campania, che con poco più della metà degli ettari montagnosi della Lombardia ha quasi il doppio dei dipendenti e quasi il triplo dei contributi pro capite. L'ha fatto la Sardegna, che era arrivata ad avere 25 Comunità, alcune delle quali bizzarre. Come quella di Arci Grighine, con paesi definiti nelle carte "totalmente montuosi" come Santa Giusta che, a parte un pezzo del territorio che si innalza all'interno, è sulle rive di uno stagno nella piana di Arborea, da 0 a 10 metri sul livello del mare. O quella di Olbia (Olbia!) che fino alla primavera del 2007 portava un nome assolutamente strepitoso per una "Comunità montana": Riviera di Gallura. Portava. Dopo un braccio di ferro con mille interessi locali, riottosi alla chiusura di un rubinetto da 11 milioni di euro, Renato Soru è riuscito a far passar infatti un drastico ridimensionamento: da 25 Comunità a un massimo di 8. Con l'invito ai comuni, semmai, a consorziarsi su alcuni interessi specifici. Una scelta i cui effetti sul risparmio e sulle clientele saranno tutti da vedere. Ma indispensabile. Lo stesso Enrico Borghi, presidente dell'Unione nazionale Comuni, Comunità, Enti montani, sorride: "La definizione di "montagna legale" che ai tempi di Fanfani voleva tutelare i paesi che magari stavano in pianura ma erano poveri come quelli alpini o appenninici, va rivista. Ha presente quei prelati che al venerdì, avendo solo carne, la benedivano dicendo: "Ego te baptizo piscem"? Ecco, da noi c'è chi ha detto: "Ego te baptizo montagnam". Troppi abusi. Col risultato che i 2 miliardi di euro che tra una cosa e l'altra vanno alla montagna sono dispersi spesso dove non ha senso. Diciamolo: almeno un terzo delle Comunità andrebbe chiuso". Viva l'onestà. Ma vale per un mucchio di altri bubboni, grandi e piccoli, gonfiati dalla cattiva politica. Come i consigli circoscrizionali di Palermo, dove i presidenti, contrariamente a centinaia di colleghi di tutta la Penisola che lavorano per rimborsi modestissimi, prendono 4750 euro al mese e hanno l'autoblu. Come certe società miste istituite anche per piazzare amici e trombati quale l'Imast, un consorzio parapubblico fondato dalla Regione Campania, Cnr ed Enea e qualche privato, con 25 consiglieri di amministrazione e un solo dipendente (...). Come l'Unità operativa nucleo barberia di Palazzo Madama dove c'è un figaro (le senatrici hanno un bonus per farsi la messa in piega da coiffeur esterni) ogni 36 senatori, il che, dati i ritmi dei lavori parlamentari, fa pensare a sforbiciate più rare e costose delle uova imperiali di Fabergé.


Berlusconi è innocente
Marco Travaglio su
l'Unità

Naturalmente come si dice in questi casi, bisogna attendere le motivazioni della sentenza. Ma già dal dispositivo della II sezione della Corte d'appello di Milano nel processo Sme-Ariosto qualcosa si può arguire. Dunque Silvio Berlusconi "non ha commesso il fatto". O, meglio, non ci sono prove sufficienti che lo abbia commesso.
Questo vuol dire infatti il comma 2 dell'articolo 530 del codice di procedura penale. Il fatto però c'è, tant'è che gli altri imputati - gli avvocati Previti e Pacifico, e il giudice Squillante - furono condannati in primo e secondo grado per corruzione (semplice per i due legali, giudiziaria per l'ex magistrato), salvo poi salvarsi in corner grazie alla sentenza della Cassazione che l'anno scorso, smentendo se stessa, decise di spedire il processo a Perugia perché ricominciasse da capo. Anzi, non ricominciasse affatto perché, mentre le carte viaggiavano dal Palazzaccio verso Perugia, è scattata la prescrizione. Qual è dunque il fatto? Il bonifico bancario di 434.404 dollari (500 milioni di lire tondi tondi) che il 5 marzo 1991 partì dal conto svizzero Ferrido della All Iberian (cassaforte estera di casa Fininvest, alimentata dalla Silvio Berlusconi Finanziaria) e in pochi minuti transitò sul conto svizzero Mercier di Previti e di lì al conto svizzero Rowena di Squillante. Un bonifico molto imbarazzante per Berlusconi, che di Squillante era amico (si telefonavano per gli auguri di Capodanno, Squillante lo inquisì e lo interrogò e poi lo prosciolse nel 1985 in un processo per antenne abusive, poi il Cavaliere tentò di nominarlo ministro della Giustizia e gli offrì pure un collegio sicuro al Senato). Tant'è che l'allora premier tentò di sbarazzarsi delle prove giunte per rogatoria dalla Svizzera (legge sulle rogatorie, 2001), poi del giudice Brambilla che lo stava giudicando in primo grado (trasferito nel gennaio 2002 dall'apposito ministro Castelli), poi direttamente del processo (lodo Maccanico-Schifani del 2003 sull'impunità per le alte cariche dello Stato). Fu tutto vano. Ottenuto lo stralcio che separava il suo processo da quello a carico dei coimputati, Berlusconi fu poi processato da un altro collegio e ritenuto colpevole per quel fatto. Ma si salvò per la prescrizione, grazie alla generosa concessione (per la settima volta) delle attenuanti generiche. Contro quel grazioso omaggio, la Procura ricorse in appello affinché, spogliato delle attenuanti, il Cavaliere fosse condannato. A quel punto l'imputato, tramite il suo onorevole avvocato Pecorella, varò una legge che aboliva i processi d'appello dopo i proscioglimenti di primo grado: per esempio, il suo. La legge fu bocciata da Ciampi in quanto incostituzionale. Lui allora prorogò la legislatura per farla riapprovare tale e quale. Poi la Consulta la cancellò in quanto incostituzionale, e l'appello ripartì. Ieri s'è concluso con questa bella sentenza.
Insomma la condotta berlusconiana non somigliava proprio a quella di un imputato innocente. "Mai visto un innocente darsi tanto da fare per farla franca", commentò efficacemente Daniele Luttazzi. Tant'è che ieri, alla notizia dell'assoluzione (per quanto dubitativa e ancora soggetta a un possibile annullamento in Cassazione), il più sorpreso era proprio lui, il Cavaliere. Era innocente o quasi, ma non lo sapeva. O forse non aveva mai preso in considerazione l'ipotesi.
In attesa delle motivazioni, che si annunciano avvincenti, la questione è molto semplice. Cesare Previti è stato definitivamente condannato a 6 anni per aver corrotto un giudice, Vittorio Metta, in cambio della sentenza Imi-Sir del 1990 (tra l'altro, la sentenza che lo dichiara pure interdetto in perpetuo dai pubblici uffici, è del 4 maggio 2006, ma a un anno di distanza l'onorevole pregiudicato interdetto è ancora deputato a spese nostre). Due mesi fa la Corte d'appello di Milano l'ha condannato a un altro anno e 8 mesi per aver corrotto lo stesso giudice Metta in cambio della sentenza che, due mesi dopo di quella Imi-Sir, toglieva la Mondadori a De Benedetti per regalarla a Berlusconi (che, processato come mandante di quella mazzetta, è uscito da quel processo grazie alle attenuanti generiche e alla conseguente prescrizione). Restava da definire il ruolo di Berlusconi in quel versamento estero su estero a Squillante, risalente a un mese dopo la sentenza Mondadori: marzo 1991. Tre tangenti giudiziarie in 5 mesi, tra la fine del 1990 e l'inizio del '91. Se Previti, com'è irrevocabilmente accertato, pagò Metta per conto della famiglia Rovelli per vincere la causa (altrimenti persa) dell'Imi-Sir; se Previti pagò Metta per conto di Berlusconi per vincere la causa (altrimenti persa) del lodo Mondadori; ecco, se è vero tutto questo, per conto di chi Previti pagava Squillante? E perché Squillante, nel 1988, al termine della causa Sme vinta da Berlusconi e Barilla e persa da De Benedetti, ricevette 100 milioni estero su estero tramite Previti e Pacifico da Barilla, cioè dal socio di Berlusconi che non conosceva né Pacifico, né Previti, né Squillante? Questi erano i termini della questione che ieri i giudici dovevano risolvere. Hanno stabilito che, per i 100 milioni di Barilla a Squillante, "il fatto non sussiste": sarà stato un omaggio a un giudice che stava particolarmente simpatico al re della pasta (che però non lo conosceva). Quanto ai 500 milioni della Fininvest a Squillante, Previti avrà fatto tutto da solo. Pur non essendo coinvolto personalmente in alcun processo (all'epoca, almeno), pagava il capo dell'ufficio Istruzione di Roma con soldi di Berlusconi, ma all'insaputa di Berlusconi, che non gli ha mai chiesto conto dei suoi quattrini (ma adesso lo farà, oh se lo farà: andrà da Previti, presso la comunità di recupero per tossicodipendenti dove sta scontando la pena, lo prenderà per il bavero e lo strapazzerà a dovere, per avergli causato tanti guai con la giustizia). O almeno non c'è la prova, nemmeno logica, che Berlusconi lo sapesse. Squillante, quando gli telefonava per gli auguri di Capodanno o negoziava il suo seggio al Senato, non gli parlò mai di quei generosi bonifici in Svizzera. Che so, per ringraziarlo. Invece niente, nemmeno una parola gentile. Che ingrato.


Al Family Day con i Killing Mother
Michele Serra su
L'espresso

Fervono i preparativi per il Family Day, che poi sarebbe il Giorno della Famiglia, ma per vendere i diritti televisivi all'estero ha dovuto adeguarsi, sul modello della Coppa dei Campioni ribattezzata Champion's League. Il numero dei partecipanti si preannuncia imponente, soprattutto grazie al contributo di parecchi politici del centrodestra che porteranno in piazza almeno due o tre famiglie. Si temono tafferugli per la conquista della testa del corteo: il Coordinamento delle Seconde Mogli ha fatto sapere di non potere accettare una posizione defilata, ma dovrà vedersela con l'Unione di Primo Letto, potentissima lobby che sfila sventolando testamenti, rogiti e carte da bollo. La questione sarà probabilmente risolta facendo aprire il corteo da un cordone di parroci, che non avendo famiglia sono i più indicati per mantenere la calma.

È un'incognita l'atteggiamento dei Collettivi Autonomi Amanti, da sempre in clandestinità. Lo storico centro sociale Buonasera Dottore, che raccoglie le veterane e i veterani della relazione adulterina, minaccia di bruciare in piazza le migliaia di pullover e di cravatte ricevuti furtivamente a Natale dal proprio partner mentre era a Cortina in famiglia. Probabile un corteo autonomo, con concentramento al Motel Le Rose sul raccordo anulare, e un percorso a zig-zag per depistare gli investigatori privati.

Molto complicate la trattative per convincere a sfilare nel corteo principale anche i figli. I più piccoli, dopo una sfibrante concertazione, hanno accettato di partecipare a patto che siano riforniti di palloncino, zucchero filato, skate-board, zainetto firmato e scarpe fosforescenti con i sonagli e le luci di posizione. Per evitare di smarrirsi, saranno preceduti da un enorme schermo televisivo che trasmette cartoni giapponesi. Secondo uno studio distribuito dagli organizzatori, il sentimento della famiglia è, nei più piccini, particolarmente forte, anche se il 56 per cento è convinto che la madre sia Cristina D'Avena e il padre il campione di wrestling Undertaker.

Ancora più difficili le trattative con gli adolescenti: ore di discussione inutili perché i rappresentanti dell'Unione Teen Agers avevano le cuffiette dell'i-Pod nelle orecchie e non hanno capito una mazza. Alla fine, in cambio di una mancia di 50 euro e di una felpa della band Killing Mother, hanno promesso che sfileranno per poter filmare i nonni che cadono e si fratturano il femore e metterli su YouTube nella sezione 'video divertenti'. Alcuni volontari, muniti di pertiche con l'uncino, seguiranno il corteo dei ragazzi per raccogliere i pantaloni a vita bassa che cadono a terra. Le adolescenti hanno promesso, in occasione del Family Day, di coprirsi l'ombelico. Ci applicheranno sopra un adesivo con la scritta 'Sex Forever'.

Pittoresco si preannuncia il corteo dei nonni e delle nonne, che sarà aperto da dieci coppie che festeggiano le nozze d'oro, accompagnati dalle badanti slave che gli spiegano dove sono. I cugini, i cognati e gli zii, riuniti nel rassemblement Parenti in Campo, saranno presenti dietro lo striscione 'Vengo a cena ma non stare a preparare niente di speciale', e leggeranno un documento programmatico con dieci menù elaborati. Un loro rappresentante chiederà al Parlamento di codificare, finalmente, la pratica dell'autoinvito.

Acceso dibattito, tra gli organizzatori, sull'eventuale adesione di famiglie molto tradizionali e devote, da Cosa Nostra alla Sacra Corona Unita, fondamentali nel processo identitario della società italiana, ma sorde alla richiesta di partecipare disarmate. Si cerca un compromesso: accettare chi è munito di porto d'armi, oppure chi si fa accompagnare da un secondino. Stupore per l'invito degli organizzatori a nuclei familiari formati da membri obesi. Si è poi capito che lo scopo era avere in corteo anche le famiglie allargate. Molti gli intellettuali che hanno annunciato la loro adesione: Federico Moccia.


L'autocoscienza degli animali
Danilo Mainardi nell'archivio di
Golem L'Indispensabile

L'autocoscienza, insieme con la consapevolezza degli effetti che i nostri atti hanno su noi stessi, su altri individui della nostra o di altre specie, sull'ambiente sociale o naturale, sono le più sottili, profonde, forse le più importanti conquiste evolutive che le nostre strutture biologiche ci hanno regalato. Uno specifico umano dunque, uno specifico che però trova, in altre specie, interessanti precursori.
Il regno animale infatti, la grande patria comune, appare sempre più una formidabile miniera d'informazioni sul come e sul perché nella storia della vita, nostra e altrui, si siano raggiunte capacità intellettive che in noi umani trovano la più superba magnificazione.
La sensazione che si trae da un'analisi comparativa è quella di un tragitto percorso gradualmente o, meglio ancora, quella dell'esistenza di più percorsi paralleli. Tre, per quel che finora sappiamo, perché l'autocoscienza e barlumi di generale consapevolezza sono presenti non solo nei primati, ma anche negli elefanti e, recente ma non sorprendente scoperta, nei delfini. E poi chissà, perché gli indizi sono tanti e promettenti e potrebbero portarci lontano, perfino fuori dalla classe dei mammiferi. Le prove indiscutibili sono però, di fatto, limitate, e tutte fanno capo, per quanto concerne la consapevolezza del sé, soprattutto a un esperimento in apparenza banale ma illuminante, la "prova dello specchio".
Banale perché lo specchio è uno strumento così comune che abbiamo perso il senso di cosa significhi la curiosità per il sé, il sé fisico intendo. Si pensi all'effetto straordinario che questo magico strumento produce in chi si specchia per la prima volta. Per ciò gli esploratori d'altri tempi non dimenticavano mai di portare nei loro viaggi specchietti da regalare ai "selvaggi". Erano oggetti di immenso valore perché, finalmente, quegli uomini potevano avere risposte appaganti a domande essenziali. Come conoscere altrimenti la propria immagine? Specchiarsi in una pozza d'acqua? Ascoltare le altrui descrizioni? Niente vale uno specchio, perché all'essere umano non basta sapere come è fatto un uomo, non basta conoscere mille individui, vuole conoscere il sé. E lo scimpanzé, e il gorilla, e l'orango? E altri ancora?
È affascinante seguire l'esperienza di uno scimpanzé posto per la prima volta di fronte a uno specchio. La sua prima reazione è palesemente quella di trovarsi di fronte a un altro individuo. Lo invita al gioco, alla zuffa. Poi però – non ci vuol molto - scopre che, qualsiasi cosa egli fa, l'altro la replica. Inizia così la fase sperimentale. Agita una mano, fa di proposito una boccaccia, una mossa strana. Rapidamente percepisce che nello specchio c'è un'immagine del sé. Segue, a questa emozionante fase, quella altrettanto intensa della curiosità per le proprie fattezze, fase che può durare a lungo, perché lo scimpanzé intraprende uno studio minuzioso, guardandosi negli occhi e in bocca, mettendosi in pose funzionali per raggiungere visivamente parti del corpo altrimenti celate. Mi risulta davvero difficile raccontare, usando solo parole, la varietà di emozioni che scorrono, descritte dalle espressioni facciali, sul volto della scimmia che scopre nei dettagli la propria immagine. È uno spettacolo che, per essere compiutamente apprezzato, non può che essere visto. A ogni modo questa della scoperta e dell'esplorazione del sé è solo il risultato d'un primo esperimento. Subentra poi l'applicazione, ad animali ormai esperti e addormentati, di segni o macchie in parti del corpo che non possono essere osservati se non con uno specchio. Per esempio su un sopracciglio, sul naso, su un orecchio. S'è così visto che, svegliandosi e specchiandosi, questi scimpanzé subito toccano le vere macchie, si annusano le dita, tentano di pulirsi e controllano, specchiandosi ripetutamente, il risultato della loro azione. Forniscono insomma una prova evidente di sapere che quell'immagine li rappresenta. Oltre ai grandi primati, e solo recentemente, esperimenti analoghi, che pure hanno offerto esito positivo, sono stati compiuti su elefanti indiani e su delfini tursiopi.
Esiste poi, al di là dello specchio, un'altra conferma della consapevolezza del sé raggiunta dai grandi primati, ed è quella che passa attraverso l'acquisizione del nostro linguaggio verbale. Avendo le scimmie scarsa capacità imitativa vocale, s'è dovuto in vario modo tradurre per altre vie sensoriali il valore simbolico o descrittivo contenuto nelle nostre parole. Ciò s'è ottenuto con l'uso di un linguaggio gestuale (lo scimpanzé Washoe, il gorilla Koko, che potete vedere all'opera nel sito , pure addestrato a comunicare usando in modo appropriato le parole del nostro parlare, anche questo intelligente uccello tra le specie che possiedono autocoscienza.
Devo, infine. ricordare quel fenomeno assai studiato che è l'autovalutazione (assessment). Molte sono infatti le specie (tra cui cani, cervi e mufloni) che per via empirica sono in grado di acquisire, attraverso il confronto con altri individui conspecifici, una consapevolezza (almeno) di certe loro importanti caratteristiche. È difficile valutare a pieno il significato del fenomeno, che pure sembra avere, in qualche modo, a che fare con una, evolutivamente primitiva, costruzione di una conoscenza del sé.
Occorre ora accennare alla consapevolezza delle conseguenze del proprio comportamento, che può venire usata, dalle specie più intelligenti, per manipolare il comportamento altrui. È il caso, tra l'altro, delle menzogne consapevoli. Un esempio per tutti: molte sono le specie sociali che, altruisticamente, hanno evoluto una comunicazione in funzione antipredatoria. La comparsa improvvisa di un predatore evoca nell'individuo che lo scopre l'emissione di segnali allertanti gli altri membri del gruppo, che così possono sottrarsi alla predazione. Ebbene, in certe specie di uccelli (corvidi, lanidi e formicaridi) e di mammiferi (la volpe artica) compare talora, come iniziativa individuale, un uso improprio e ingannevole di questi segnali, che vengono usati, alla scoperta di una risorsa alimentare, per allontanare possibili concorrenti.
Di questo tipo sono le evidenze principali dell'esistenza d'una primitiva consapevolezza in menti non umane. Una costellazione di menti evolutesi per essere adatte ad altri stili di vita e che perciò sono tra loro diverse, che per ciò sono per noi così difficilmente penetrabili, ma stimolanti proprio in quanto, seppure parenti, aliene. L'etologia cognitiva è un'area giovane e ancora poco esplorata del comportamento animale. Un'area che risulterà utile anche per comprendere le complessità e le diversità della mente umana.


Colazione da Tiffany, La bisbetica domata, Casablanca
Habanera, Giuliano e Roby su
Abbracci e pop corn

Colazione da Tiffany
Habanera 26 aprile 2007
Non è stato un amore a prima vista. Non che non mi fosse piaciuto quando l' ho visto al cinema, solo che in quel momento non sapevo ancora che sarebbe diventato uno dei film che avrei rivisto sempre volentieri, un film amico. L' ho scoperto quando ho avuto occasione di rivederlo la seconda volta, in TV, e ne sono passati di anni. Non è sempre vero che un film lo si apprezza realmente solo al cinema, dipende dalle circostanze, dallo stato d' animo. Invece è assolutamente vero che niente può sostituire il teatro, la sua magia, il rapporto diretto che si stabilisce tra gli attori e gli spettatori, ma questo è un altro discorso.
Torniamo al film e ai due protagonisti, Paul (George Peppard) ed Holly (Audrey Hepburn).
Paul, scrittore in crisi d' ispirazione, è l' amante strapagato di una sofisticata signora dell' alta borghesia, Holly frequenta il giro delle persone in vista sperando di accalappiare un marito ricco per riscattarsi, insieme al fratello, dalla miseria in cui sono cresciuti. Sono vicini di casa e diventano amici, con estrema naturalezza, nel momento stesso in cui si conoscono. Nessuna formalità tra di loro, mai un attimo di imbarazzo, solo confidenza e fiducia reciproca, come si conoscessero da anni.
Holly entra ed esce senza preavviso da casa di Paul, anche in piena notte, direttamente dalla finestra e lui sembra trovarlo del tutto naturale. E' un' amicizia complice ed allegra, come tra due adolescenti, che si rafforza di giorno in giorno; tutto sembra filare a meraviglia finchè Amore ci mette lo zampino e inevitabilmente la situazione si complica. Holly ha paura di amare e di essere amata, non vuole appartenere a nessuno, teme di trovarsi ingabbiata, lei così interiormente libera da non avere mai arredato il suo appartamento nè dato un nome al suo gatto, che infatti chiama Gatto. Paul è il primo a capire che l' amicizia si sta trasformando in qualcosa di diverso e si comporta di conseguenza. Lascia senza rimpianti l' amante non amata, ricomincia a scrivere, cambia casa e stile di vita. E Holly? Adorabilmente testarda, come sempre, non si arrende. Resiste, si rifiuta di mettersi in gioco, cerca di fingere, anche con se stessa, che niente sia cambiato. Spera ancora di realizzare un matrimonio in cui l' affetto non rischi di trasformarsi in amore per continuare così a sentirsi libera, senza radici.
Ma alla fine cederà anche lei. Sotto una pioggia torrenziale, cercando e ritrovando il Gatto che aveva abbondonato, ritroverà anche Paul. Si guardano negli occhi e per un tempo che sembra interminabile nessuno dei due si muove verso l' altro...
L' Happy End, prevedibile ma non tanto, arriverà con l' abbraccio più inzuppato della storia del cinema, un abbraccio a tre perchè c'è anche Gatto, bagnato fradicio anche lui ma felicemente al riparo sotto il bavero dell' impermeabile di Holly.
Il tutto condito da una sognante colonna sonora, Moon River, e dalle immagini di una New York sul finire degli anni cinquanta con la sua mitica Quinta Strada, emblema di quel sogno americano che ha accompagnato tante generazioni e in cui oggi è tanto più difficile credere, per tutti.
Ho detto molto ma non ho detto tutto, chi ha visto il film lo sa. Occorre ascoltare il dialogo, battuta per battuta, ma soprattutto vedere lei, Audrey Hepburn, perchè senza i suoi incantevoli occhi questo film sarebbe un' altra cosa ed io, probabilmente, non sarei qui a parlarne.

La bisbetica domata
Giuliano 28 aprile 2007
Richard Burton e Liz Taylor erano due attori magnifici, così per il puro piacere di vederli recitare decido di guardarmi “La bisbetica domata” diretta da Zeffirelli. Sorpresa: il film è bellissimo, e molto godibile. D'altra parte, rifletto, non è poi così strano: Zeffirelli ha sempre saputo fare bene il suo mestiere, e in quel 1967 era nel suo periodo migliore. In più, “La bisbetica domata” non è l'Amleto: Shakespeare si diverte e vuol far divertire, è l'occasione di fare festa, per gli attori e per il pubblico. Non è un testo su cui ci sia molto da scrivere o da riflettere, come per La Tempesta o per il Mercante di Venezia, o l'Otello; perciò mi abbandono al piacere del testo, della recitazione, della regia e passo ottanta minuti della mia vita divertendomi molto.
Ma a film finito c'è una cosa che mi disturba, e subito capisco cos'è (ormai sono fatto così, mi dovete scusare). E' che in questo film i servi sono servi, e i padroni sono padroni. C'è una differenza netta e marcata nei loro comportamenti, e ovviamente non è colpa di Zeffirelli: è che così andavano le cose, e sono andate avanti per moltissimi secoli. Dubito che fosse davvero così nella realtà, ma in quest'opera sembra davvero che i servi siano nati servi e i padroni siano nati padroni (pardon, “nobili”), quasi che siano dure razze diverse e ben riconoscibili, come l'asino e il cavallo, insomma. E' una rappresentazione non sgradevole, tanto da apparire fluida e naturale anche a me che sto guardando il film. Forse vent'anni fa non me ne sarei accorto, oggi ci faccio caso sempre più spesso. E' un mondo che piace a molti, questo, sia ai padroni che ai servi: ma per chi non si riconosce in nessuna delle due categorie (pardon, “razze”) la vita è sempre stata molto dura, sia al tempo delle Regina Elisabetta Prima che oggi sotto Elisabetta Seconda; abbiamo vissuto un breve intervallo, ma oggi si sta tornando all'ordine antico – e forse naturale, almeno secondo alcuni (quelli che comandano, naturalmente…)

Casablanca
Roby 28 aprile 2007
Un giorno o l'altro devo proprio andarci, in Marocco, per vedere se a Casablanca sia rimasta traccia del bar di Rick, e se nel souk del vecchio centro si aggirino ancora furtivamente profughi europei, alla spasmodica ricerca di un lasciapassare per volare finalmente verso la libertà. A me il candore della giacca di Humphrey Bogart, seduto al banco del suo locale con l'immancabile sigaretta pendente dal labbro inferiore, fa letteralmente impazzire. E la lucentezza dei capelli e degli occhi della Bergman - che in quello stesso locale fa il suo ingresso, non si sa bene quanto inaspettato- mi colpisce ogni volta, più che se il film fosse in technicolor. Per me “Casablanca” non è affatto un normale film in bianco e nero: è semplicemente una pellicola “non colorata”, dove –come in uno di quegli album molto in voga fra i bambini dell'asilo- le sagome dei personaggi si possono riempire con le tinte preferite, magari pasticciandole un po' a proprio piacimento. Anche a me vien voglia di “pasticciare” parlandoci a quattr'occhi, con Rick, perché la faccia finita di fingersi cinico e distante, permettendo a Sam di suonarla più spesso, quella famosa canzone. E potrebbe pure sbilanciarsi, una volta tanto, fino a dare una mano al povero Peter Lorre, in una delle scene iniziali, per aiutarlo a salvare la pelle! Allo stesso modo, sussurrerei all'orecchio di Ilsa che, alla fin fine, Laszlo sarà nobile, alto, intelligente e patriottico, ma… vogliamo mettere lo sguardo con cui l'avvolge Rick, vedendola entrare??? Bambina, dammi retta: saluta Laszlo sulla scaletta dell'aereo e torna indietro, che i bei tempi di Parigi possono tornare, solo che tu lo voglia… Così come bacerei con lo schiocco su tutte e due le guance il capitano Renault di Claude Rains , quando nel finale alza la cornetta del telefono e dice, sornione:”Il maggiore Strasser è stato ucciso -(pausa ad effetto)- Fermate i soliti sospetti”.
Una curiosità: pochi giorni fa mi è capitato fra le mani un numero recente di TOPOLINO in cui i personaggi Disney “interpretano” il remake di “Casablanca”. Topolino è Rick, Minnie la sua amata, Orazio è Laszlo e Gambadilegno (c'è bisogno di specificarlo?) il malvagio nazista. Il fumetto, in uno splendido bianco e nero, è un ulteriore omaggio ad una delle colonne della cinematografia di tutti i tempi: con la differenza che nell'ultima vignetta Minnie e Topo-Rick restano insieme, benchè ammettano candidamente che forse si sono un po' confusi e che la storia originale era un po' diversa. Però - concludono, per la felicità dei "piccoli lettori" di tutte le età- in fondo cosa importa? A loro ( e a me) va benissimo così.


Marlene Dietrich: parole per la Musa
su
Il compagno segreto

1. Calma magica

- Lei è forse l'artista Lola Lola?
- E lei è della polizia?
- Lei sbaglia signorina, io sono il professore Emanuele Rath, insegnante al Ginnasio Civico!
- Allora impari a togliersi il cappello, quando entra nel mio camerino.
(Angelo azzurro, 1930)
Da lei spesso li uomini irrompono, trafelati e contegnosi, con cose da dire concitate e ultimative. – Marlene si protegge, separata in una sua serenità anche malinconica: il mondo, infatti, è incorreggibile. Questa distanza istintiva e paziente, in apparenza passiva e invece esatta, ha la sua magia: con uno sguardo e una frase, disarma l'intruso e riduce al ridicolo l'attacco, quella volgarità tipica di galantuomini che sono venuti lì per mettere a posto una donna. – Lo sguardo sorridente e appena interrogante di Marlene ha chiari poteri stilnovistici: “ch'ogne lingua deven tremando muta…”
La cosa è preziosa e rara, perché quasi mai la grazia ha una capacità d'evidenza e un giusto carisma verso una volgarità che di solito stracapisce appena se stessa. Invece con Marlene si ribalta subito il gioco, e diventa chiaro in un attimo che un uomo non è mai lì da lei perché abbia qualcosa d'urgente da dire o da fare ma, semplicemente, perché lì c'è lei. – A sue spese, Marlene ha imparato i due tempi del Maschile, quell'infantile trapasso dalla coda di pavone alla coda tra le gambe (e viceversa):
- Sapevo che sarebbe tornato… Da me tornano tutti.
(Angelo azzurro, 1930)


2. Le gambe

- Fammi vedere.
- Cosa?
- Le gambe. Forza!
- Le basta?
- Sì, per il momento…
(Venere Bionda, 1932)
Disonorata (X-27, 1931) comincia con Marlene che si aggiusta una calza sotto la pioggia; finisce con lei davanti al plotone di esecuzione, che rimette il rossetto nella giarrettiera, dopo esserselo ripassato velocemente sulle labbra per morire più bella.
Nell'Angelo azzurro (Der Blaue Engel, 1930), l'amor de lohn del Professor Spazzatura per Lola inizia con tre fotografie sequestrate a uno studente: in quella più intrigante, Lola ha le gambe coperte da un gonnellino fatto di filamenti piumosi che si sollevano se ci si soffia, mostrando il reggicalze e la parte nuda delle cosce. Da quella cartolina, con una dissolvenza si passa prima sul volto di Lola, poi si stacca proprio sulle gambe, che per qualche secondo occupano tutto lo schermo. Quando a Lola cade il portasigarette e Spazzatura si infila sotto il tavolo per recuperarlo, il professore indugia un po' troppo. Lei, attribuendogli una malizia di cui non è ancora capace, gli dice: “Quando ha finito, si ricordi di mandarmi una cartolina”.
Poco dopo, Lola sale le scale a chiocciola che portano dal camerino alla camera da letto mentre Spazzatura è proprio lì sotto: “Attento, papà! Ora viene il bello!”, e lascia cadere le culottes che si è appena sfilate sul viso dello sperduto professore. Spazzatura è tanto tiranno in classe quanto scolaretto nel camerino di Lola, che infatti lo tratta da bimbo: “se non fa capricci e sta buono, può restare”…
Celeberrime, le gambe della Dietrich in realtà non appaiono moltissimo nei sette film di Sternberg: quasi solo, tra l'altro, quando canta. Molto bella in
Marocco (Morocco, 1930) un momento in cui è sola con Gary Cooper nella sua stanza, con un vestito nero semplicissimo, lungo fino ai piedi, in cui si scopre la gamba fino al ginocchio.


3. Puttana

“Un paese senza bordelli è una casa senza gabinetto.”
(M. Dietrich, Dizionario di buone maniere e cattivi pensieri)
“Un uomo solo non sarebbe bastato
a fare di me Shangai Lili.”
Shangai express (1932)
In
Disonorata (X-27, 1931), la polizia irrompe in una palazzo perché si è suicidata una puttana. L'ufficiale di polizia abborda Marlene invitandola ad andare a bere da qualche parte per dimenticare “questa sgradevole casa”. Lei risponde: “Non è sempre sgradevole. Io vivo qui.”
Già nell'
Angelo azzurro (Der Blaue Engel, 1930) Lola vive bene nel suo retropalcoscenico, nel bric-à-brac di una puttana cantante (sul suo status, opinioni diverse tra lei e il suo padrone: “- Cosa sei tu? - Sono un artista! - Lei che ne dice, professore, non è un po' boriosa la signorina?”).
Nello stesso anno, ed è il primo film a Hollywood, Marlene è in
Marocco (Morocco, 1930) Amy Jolly. La metamorfosi è compiuta: ha perso - oltre che dieci chili - la crisalide di volgarità che c'è in Lola, ed è già una dea che si prostituisce. Tanto che da quel film in poi apparirà sempre del tutto naturale, a ogni aristocratico miliardario che incontra, di chiederla in moglie. Lei, sempre all'altezza di chi le offre gentilezza e galanteria, dice sempre no, ma mai per il peso eventuale del suo passato.
Che i miliardari abbiano ragione lo manifestano perfino le toilettes, che lei indossa come se ci fosse nata, come se anche i vestiti non avessero aspettato che lei per esistere davvero. (
Billy Wilder diceva di lei che, più che un'attrice, la Dietrich era una indossatrice...).
La variante più preziosa della puttana divina, la vedi in
Shangai express (1932), dove Marlene è più ricca di quasi tutti gli uomini possibili; e anche la più colta e la più educata (nel treno dove si svolge quasi tutta la storia, per esempio, lei è l'unica che sappia il francese).
°*°
Anche agli antipodi, dove la prostituzione è il cedimento al massimo della sventura, Marlene conserva segni squisiti di grazia e di decoro: in
Disonorata (X-27, 1931), quando sta per essere fucilata, al frate non chiede conforti religiosi, ma di avere per gli ultimi giorni in cella il suo pianoforte; e per il plotone d'esecuzione il vestito con cui, prima di diventare agente segreto, faceva la prostituta: di quando serviva “i compatrioti invece della patria” (e com'è femminile quel ritorno al concreto dall'astratto...).
La prostituzione come arte greve di fare ciò che non si è, la vedi forse soprattutto in una scena di adescamento in
Venere Bionda (Blonde Venus, 1932), scena girata benissimo, con campi e controcampi sui primi piani, e il volto di Marlene quasi astratto, con un cappello bianco che le nasconde gli occhi lasciando in evidenza solo le labbra con la sigaretta. Qui Marlene, madre ridotta alla fame e alla fuga, attira proprio il poliziotto che la sta cercando.
Scene così nel film di von Sternberg sono però buchi neri quasi sempre occultati, per fare spazio a un'essenza più misteriosa e sacrale. – Von Sternberg adora quell'eccesso di grazia che non può che fare di Marlene una puttana ambigua, qualcosa di troppo prezioso per essere comprabile. – Nella versione quasi folle di
Capriccio spagnolo (The devil is woman, 1935) la vedi che fa impazzire d'amore e di desiderio il maturo Capitano Castellar (Lionel Atwill). Il capitano crede di aver comprato l'amore della bella Conchita Perez, già all'inizio del film, ripianandone i debiti. Ma non è per una via così breve che la farà sua. Conchita, che accetta tutto e chiede ancora, scappa e riscapperà ogni volta.
(Chissà se
Svevo conosceva il romanzo di Louys, quando scrisse La novella del buon vecchio e della bella fanciulla).


   29 aprile 2007