prima pagina pagina precedente



La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 22 aprile 2007



La nave in partenza verso il futuro
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Non è un giudizio di valore ma una semplice evidenza: il congresso della Margherita è stato una registrazione di posizioni tra le varie correnti che compongono quel partito nel momento in cui decide di confluire nel nuovo Pd; quello della Quercia è stato dominato dal "pathos" d´un popolo di militanti con alle spalle una lunga storia che ha attraversato nel bene e nel male gli ultimi ottant´anni della storia del Paese e ieri ha deciso di recidere tutti gli ormeggi per farsi protagonista del futuro.
Una classe dirigente che cessa, incalzata dai mutamenti della società, di arroccarsi e chiudersi nella propria identità, che smantella l´oligarchia cui fino ad ora si era affidata e decide di uscire dal limbo dei "post" e degli "ex" per mettersi finalmente nel mare aperto della democrazia senza aggettivi.
Accade di rado che un´oligarchia si sciolga di propria volontà: quella che Pareto e Mosca avevano battezzato come la "persistenza degli aggregati" di solito la vince su ogni altra considerazione e continua a mantenere in vita forme logore, gusci vuoti, crisalidi sterili che hanno perduto ogni capacità di generare.
La novità vera del congresso della Quercia a Firenze è stata un atto di coraggio che ancora fino alla vigilia sembrava in dubbio per i costi politici e sentimentali che avrebbe comportato, i rischi inevitabili dell´uscita dal porto e della navigazione nell´alto mare aperto.
Quest´atto di coraggio è stato compiuto. L´oligarchia si è azzerata consapevolmente e responsabilmente; non poteva infatti – quell´atto di coraggio – esser compiuto solo da alcuni o addirittura da un solo demiurgo capace di forzare gli altri suoi compagni a seguirlo. La forza propulsiva del vecchio aggregato si era esaurita e tutti i suoi componenti ne erano ormai persuasi.
Ecco perché il sentimento dominante al congresso di Firenze è stato il "pathos", l´addio, l´inizio del viaggio, la "pietas" verso i Lari e i Penati, la separazione dolorosa e rispettosa da chi aveva deciso di non partire. Ed ecco perché l´ultimo atto di questa lunga marcia è avvenuto con nobiltà insolita nei consessi politici dove signoreggiano soprattutto gli interessi e le brame di potere.
Piero Fassino, chiudendo il congresso, ha ricordato che il gruppo dirigente della Quercia viene da una grande scuola politica abituata ad anteporre gli interessi generali a quelli del partito.
Non so quanto sia esatta questa affermazione, anzi ho molti dubbi che corrisponda all´intera storia del Partito comunista italiano e dei suoi derivati. Ma sicuramente essa coglie alcuni tratti significativi di quella storia: l´ordine di Togliatti di rientrare nella legalità dopo l´attentato da lui subito; il contributo dato alla nascita della Costituzione repubblicana; la conquista dell´autonomia da Mosca effettuata da Enrico Berlinguer, lo strappo di Occhetto alla Bolognina.
Il congresso concluso ieri a Firenze con lo scioglimento del partito della Quercia entra a pieno titolo in questa galleria di memorie ed è di buon auspicio per la nuova sinistra italiana e quindi per la democrazia del nostro paese.
* * *
Credo sia doveroso riconoscere a Fassino una parte notevole del merito di quanto è accaduto a Firenze. Lo scioglimento di una formazione politica che per gran parte del Novecento ha avuto un ruolo rilevante nella società italiana ed ha fortemente contribuito alla sua educazione civile non era un´impresa facile. Il vero pericolo – lo ha segnalato Mussi con intenti polemici – era che la sinistra evaporasse, cioè si disperdesse in un pulviscolo di piccoli gruppi o di abbandono individuale d´ogni impegno civile. L´altro rischio – l´abbiamo già ricordato – era di chiudersi in difesa senza capire che blindature oligarchiche erano ormai divenute impossibili.
Il merito di Fassino è d´aver portato il partito compattamente allo scioglimento finale, indicandogli la sponda sulla quale traghettare e dalla quale ripartire. E d´avere accettato le sollecitazioni allo smantellamento dell´oligarchia della quale lui stesso faceva parte.
Ho molto apprezzato il finale del suo discorso e il suo ringraziamento a tre figure di spicco della sinistra, tre vecchi che hanno avuto in comune il pregio di guardare sempre verso il futuro: Giorgio Napolitano, Vittorio Foa, Alfredo Reichlin. Non configurano un Pantheon di memorie ma una presenza attiva e attuale, una sfida rivolta soprattutto ai giovani da parte di tre testimoni del tempo.
Ho visto giovedì scorso Fassino nella trasmissione di "Porta a Porta" alle prese con giornalisti che scambiano l´autonomia professionale con la sgarbatezza dei modi e con la riduzione della politica ad una lotta selvaggia per la conquista del potere. Debbo dire: ho apprezzato la sua civiltà e insieme la fermezza delle sue risposte. Ma apprezzo soprattutto il fatto che, nonostante il 75 per cento che la sua mozione ha ottenuto al congresso, Fassino resti per il breve periodo transitorio al suo posto di lavoro ben sapendo che non avrà alcuna rete di protezione in futuro ma solo la coscienza di avere meritato lode dalla carovana della sua gente che ha condotto all´appuntamento con il futuro.
* * *
D´Alema, Veltroni, Bersani, Finocchiaro e tanti altri, molti dei quali sono poco noti o noti affatto all´infuori delle cerchie locali e settoriali: da questo mix di individualità dovrà nascere il quadro dirigente del nuovo partito insieme alle individualità provenienti dalla Margherita e a quelle espresse dalle associazioni volontarie, e dai nuovi iscritti al nascituro partito.
Il congresso della Margherita, come si è già detto, non doveva sciogliere un aggregato con quasi un secolo di storia alle spalle; ma anch´esso doveva sfuggire ad alcune assai pericolose tentazioni. Per esempio a quella di abbandonare il concetto di bipolarismo, una delle poche novità positive che distinguono la Seconda Repubblica dalla Prima e che – è onesto riconoscerlo – dobbiamo soprattutto all´irrompere di Silvio Berlusconi nella politica.
Il bipolarismo attuale è lungi dall´essere perfetto, ma resta un approdo fermo anche se bisognoso di correzioni radicali. La tentazione di buttarlo a mare in favore di un´opzione centrista è stata forte – perché negarlo? – in alcuni settori della Margherita, ma è stata evitata con il contributo di tutto il gruppo dirigente, da Rutelli a Franceschini, da Enrico Letta a Rosy Bindi, da Marini a De Mita e a Parisi.
Anche nella Margherita si era formata un´oligarchia, sia pure di assai più fresca data. La tentazione di conservarla non sembra interamente scartata nonostante l´appello ai giovani e ai moderati lontani dalla politica.
Probabilmente questo sarà il banco di prova più significativo dei prossimi mesi se non addirittura delle prossime settimane.
Infine c´è il tema della laicità. Non vogliamo mitizzare il documento dei famosi Sessanta, cioè della grande maggioranza dei parlamentari cattolici che, nel momento più duro dello scontro tra l´episcopato ruiniano e gli ex Popolari della Margherita, rivendicarono l´autonomia politica del laicato cattolico e si schierarono a favore dei Dico e comunque per il riconoscimento dei diritti delle convivenze di fatto.
Questa posizione rappresenta il punto d´equilibrio e la misura della laicità. Direi la soglia minima e quindi non disponibile che il Partito democratico dovrà far propria. Proprio per questo anche l´oligarchia della Margherita dovrà sciogliersi e confrontarsi con i nuovi aderenti del Pd. Le modalità di formazione dell´Assemblea costituente e quelle, altrettanto importanti, dell´elezione dei quadri intermedi del nuovo partito, costituiscono uno strumento fondamentale per sottrarre le decisioni di fondo e la loro esecuzione alle vecchie burocrazie delle tessere.
I problemi che hanno inchiodato i partiti ormai dissolti alla cultura del Novecento (mettiamo tra questi anche l´appartenenza a questo o quel partito europeo) diventano irrilevanti per un partito che nasce nel Duemila. Non perché le convinzioni profonde, politiche e morali, debbano venir meno in favore d´un pragmatismo trasformista. Al contrario: la moralità pubblica sarà invece uno dei punti fermi del Partito democratico se vuole veramente che la politica colmi il fossato che oggi la divide dai giovani, dalle donne, dalla società. Ma cambierà l´ottica, salteranno le cristallizzazioni e le divisioni tribali. O almeno: questa è la speranza. Altrimenti perché farlo?
* * *
Ci sarebbe molto da scrivere sull´economia, il capitalismo, il mercato e la democrazia. Questo è un tema di fondo e anche qui gli schieramenti ideologici hanno fatto (dovrebbero aver fatto) il loro tempo. Sia da parte di chi attribuisce al mercato virtù salvifiche che non ha e non ha mai avuto, sia da parte di chi gli addossa tutti i vizi e le miserie del mondo.
C´è poi – e in Italia alligna più che altrove – una terza categoria di persone che predicano l´intangibilità del mercato e la sua assoluta sovranità ma danno sistematicamente mano alla sua manipolazione.
Si vorrebbe che il nuovo partito abbia le idee chiare in proposito. Difenda il mercato come meccanismo principe per l´allocazione delle risorse. Instauri una regolamentazione coerente che impedisca le manipolazioni. Pretenda che l´autorità politica non discrimini tra gli imprenditori, non favorisca né scoraggi alcuno, ma non rinunci a tutelare i consumatori, i risparmiatori, le maggioranze polverizzate degli azionisti senza voce né potere.
Siamo attualmente in una fase di ripresa economica in Europa e anche in Italia. Auguriamoci che duri e facciamo dal canto nostro tutto il possibile perché il governo contribuisca alla sua durata e ai suoi benefici effetti sul sistema Italia.
* * *
Riservo a Romano Prodi la conclusione di questa mia analisi dopo i due congressi di scioglimento.
Il presidente del Consiglio è stato il primo e il più tenace fautore della nascita dell´Ulivo e poi, conseguentemente, del Partito democratico. L´appuntamento da lui voluto quando era ancora il solo a parlarne si è finalmente verificato e potrà modificare radicalmente le modalità della politica italiana, non solo nel centrosinistra ma anche nello schieramento opposto. Bisogna dare atto a Prodi di questo suo contributo determinante all´innovazione politica e istituzionale.
Molti pensano che fino alla fine della legislatura, se il governo avrà vita lunga, il leader del nuovo partito e della Costituente debba essere Prodi, tanto più che il "premier" ha ribadito ancora ieri che dopo questa legislatura lascerà la politica.
Può darsi che questa programmazione sia saggia. Personalmente non lo credo. Credo che i compiti di governare un Paese come il nostro siano assorbenti e non lascino spazio ad altri compiti altrettanto impegnativi. Credo che il Partito democratico non possa esser tenuto per anni sotto una campana: si riformerebbero oligarchie, rapporti clientelari, cooptazioni, cioè tutto ciò che deve essere definitivamente abbattuto in favore della libera circolazione delle classi dirigenti, nell´attesa della scelta del nuovo leader che caratterizzi con la sua figura il ruolo del nuovo partito.
Il Pd ha avuto una lunghissima incubazione; non gli si può infliggere una gestazione ulteriore sotto la campana di vetro di Romano Prodi. A lui spetta di governare il Paese, al Partito democratico di scegliere il suo "reggente" in attesa che, alle prossime elezioni politiche, gli schieramenti si confrontino di fronte al corpo elettorale.



Controriforma di struttura
Mario Monti sul
Corriere della Sera

Le riforme strutturali sono la chiave per aumentare la competitività e la crescita. L'Italia è in ritardo rispetto a molti Paesi europei. Le prime liberalizzazioni introdotte dal governo, ad iniziativa dei ministri Bersani e Lanzillotta, sono state salutate come un significativo passo avanti. Molti vorrebbero una marcia più spedita ed incisiva, che approfittasse della buona congiuntura economica e del fatto che le elezioni politiche sono ancora lontane.
Intanto, però, emerge un pericolo oscuro: la controriforma strutturale. A differenza delle riforme, essa non viene annunciata. Forse non viene neppure deliberatamente perseguita. Ma in Italia e all'estero è sempre più diffusa la percezione che il governo stia provocando, o consentendo, un'involuzione nel rapporto tra Stato e mercato, tra pubblici poteri e impresa. Un rapporto che solo con ritardo, con difficoltà e spesso sotto la pressione dell'Unione Europea si stava avvicinando a quello che caratterizza le moderne economie sociali di mercato: netta distinzione dei ruoli; non interferenza del governo, e a maggior ragione dei partiti, con il funzionamento del mercato; autorità di regolazione indipendenti ed efficaci.
Romano Prodi, da presidente della Commissione europea, ha contribuito a far progredire nell' Unione questi princìpi e a far avanzare la loro realizzazione negli Stati membri, spesso contro forti resistenze politiche. Sarebbe paradossale se, tornato alla guida del suo Paese, promuovesse o tollerasse un riflusso, che per lo sviluppo dell' Italia sarebbe particolarmente nocivo.
I casi Abertis/Autostrade e Telecom Italia sono rilevanti in sé — e su specifici atti si pronunceranno le autorità comunitarie — ma sono soprattutto rivelatori della grande confusione mentale, dell' incontrollata imagination au pouvoir, dell'impressione nel migliore dei casi di un'assenza di guida nel governo, nel peggiore di uno spregiudicato disegno.
Locuste vengono talora chiamati spregiativamente i fondi di private equity, quando si accingono ad acquisire imprese che ritengono bisognose di ristrutturazione. Assomigliano piuttosto a cicale — per le loro stridule e disparate dichiarazioni, nonché per l'imprevidenza di cui danno prova rispetto alla reputazione del Paese — i numerosi politici che, ad esempio sul caso Telecom Italia, esprimono i loro orientamenti, moniti o diffide: forme, spesso, di public inequity.
L'Unione Europea nel 2000 costrinse il governo italiano ad abbandonare la golden share in Telecom Italia, potenzialmente in conflitto con il libero movimento dei capitali, e continua a vigilare sulla materia. Attenzione, allora, a non sostituire la golden share con un istituto innovativo ma equivalente negli effetti, che si potrebbe chiamare
golden shake: lo scuotimento delle regole mentre è in corso un'importante operazione di mercato. Come è avvenuto in tema di concessioni durante il caso Abertis/Autostrade. Come sta avvenendo, in termini di vivaci discussioni sul tema delle reti, mentre è in corso il travagliato caso Telecom Italia.
Se il quadro normativo è malcerto, se viene percepito il rischio che i politici possano modificarlo a discrezione per tutelare l'italianità (o per favorire la degna intenzione di questo o quel soggetto di tutelare esso l'italianità, magari aprendo ad investitori stranieri sì, ma inclini ad accettare alcune caratteristiche dell' italianità), vi sono due conseguenze.
Si riduce la propensione delle imprese straniere, industriali e finanziarie, a investire in Italia. Si accresce il valore che quanti operano nel mercato, se vogliono affermarsi nel mercato italiano, devono annettere alle buone relazioni con i politici. E aumenta anche il valore che i politici annettono alle buone relazioni con coloro che, avendo rilevante potere di mercato, possano aiutarli a realizzare disegni — ad esempio di politica industriale, territoriale o infrastrutturale — che faticherebbero a realizzare con i normali strumenti di public policy, dati i vincoli posti dalle regole che, in Europa e in Italia, presidiano la concorrenza.
Qui emerge un altro profilo dell'involuzione in corso, insidioso perché, in apparenza, costituisce un elemento positivo: il "banchiere senza mandato". Il "capitalismo senza capitali", di cui spesso si parla, e i "politici senza politica", di cui non mancano gli esempi, non riscuotono ammirazione. La riscuotono invece quei banchieri che danno prova di gestire con successo le banche a essi affidate — cosa difficile e in sé altamente meritoria anche sul piano sociale — e in più sentono su di sé la responsabilità di dover operare nell'interesse generale. C'è di peggio, certo, nel capitalismo italiano! Ma destano qualche preoccupazione tre aspetti, non pienamente in linea con una moderna economia sociale di mercato.
Sarebbe preferibile che l'identificazione dell'interesse generale avvenisse per intero a opera degli organi a ciò preposti nel sistema democratico, quali il Parlamento, il governo, gli enti territoriali. Sarebbe auspicabile che, nella misura in cui comunque abbia luogo questo "servizio nell'interesse generale senza mandato", i banchieri in ciò impegnati non dessero neppure l'impressione di essere "vicini" o "amici" di particolari forze politiche o personalità politiche. Sarebbe infine desiderabile che, con banche sottoposte pienamente ai venti della concorrenza e in un sistema finanziario meno "bancocentrico ", le banche stesse non avessero i margini per dedicarsi al perseguimento di altre finalità di interesse generale. Il Parlamento e il governo quali istituzioni pubbliche, le famiglie e le imprese quali utenti di servizi finanziari, gli azionisti delle banche sarebbero tutti avvantaggiati da un minore ruolo dei "banchieri senza mandato".
Il 23 agosto 1924 Luigi Einaudi scrisse su queste colonne un articolo dal titolo "Banche con aggettivi". Il Corriere lo ripubblicò integralmente il 24 febbraio 1977. In entrambi quei momenti, i rischi presentati da banche che erano o si sentivano vicine a partiti politici erano ben più gravi di quanto potrebbe verificarsi oggi. Le riflessioni di Einaudi sull'esercizio del "mestiere di banchiere" conservano però intatto il loro valore.
Il 13 settembre 1977 Beniamino Andreatta pubblicò, sempre su queste colonne, un lungo articolo intitolato "Ristrutturazione finanziaria delle imprese: ecco come devono comportarsi i banchieri". Metteva in luce alcuni problemi, anch'essi da non dimenticare pur in un contesto molto migliorato, anche per merito del ministro Andreatta e di nuove generazioni di banchieri. Notava, riferendosi agli anni precedenti: "Garantita da questa rete di protezione che il nostro sistema di economia mista le assicurava, la banca italiana è stata in questi anni tradizionalmente riluttante a svolgere la sua funzione di spinta all'intermediazione azionaria, sia imponendo alle imprese un maggior ricorso ad aumenti di capitale, sia promuovendo presso la sua clientela l'assorbimento di nuove azioni".
Procedere oltre nel rendere moderno il sistema finanziario italiano, e con esso il sistema delle imprese: resta questo il migliore contributo che i banchieri possono dare, su un terreno proprio, all'interesse generale. E forse anche quello di esercitare tutta la loro influenza, nel dibattito politico, affinché non venga smarrito il sentiero da poco intrapreso delle riforme strutturali. Senza involuzioni o controriforme.


Il socialismo non basta
Barbara Spinelli su
La Stampa

Quello che sta avvenendo in Italia negli ultimi giorni ­ due congressi che sciolgono al tempo stesso Democratici di Sinistra e Margherita, per creare un comune partito che si chiamerà democratico ­ viene spesso descritto come normalizzazione dell'Italia, come suo vero ingresso politico in Europa dopo l'ingresso economico nell'euro. In parte forse è vero: una storia fatta di frammentazioni e flebile interesse generale diventa più simile alle esperienze europee. Per inciso, va ricordato che questo doppio movimento ­ verso l'euro, verso una democrazia dell'alternanza alimentata da partiti più grandi e semplici ­ è stato voluto da Prodi.
E da chi gli è stato vicino per decenni. Già nel gennaio 2000, in un'intervista a Gad Lerner, Arturo Parisi si rivolse al segretario dei Ds Veltroni con il fatidico invito ("Sciogliamoci!"). Non fu ascoltato, e quel che temeva ­ la sconfitta nel 2001 ­ s'avverò. Ma la normalità europea che si usa invocare ha qualcosa di posticcio, somiglia molto a un luogo comune. L'Europa non è quell'approdo esemplare che tanti descrivono, e la sua normalità è piuttosto un'abitudine inerte che si sbriciola. È anch'essa in cerca di nuovi pensieri, e minacciata dall'antipolitica, dall'intorpidimento mentale, da un passato che non arricchisce più (l'impoverirsi dei Popolari è significativo). È una normalità rattrappita in Inghilterra come in Germania, e in queste ore lo è più che mai ­ alla vigilia delle presidenziali ­ in Francia: un paese dove sinistra e destra si contrappongono senza essersi rinnovate in profondità, ma avendo solo cambiato facce (la faccia femminile di Ségolène; la faccia grintosa di Sarkozy, che incute crescente paura proprio perché annuncia il nuovo alla maniera di Bush, fondandolo sulla prepotenza d'un carattere instabile). Sono forze aggrappate a tic del passato, anche quando denunciano le burocrazie partitiche. Ségolène Royal ha capito alcune cose meglio di altri, aderendo al metodo delle primarie, ma la sostanza esita a vederla e la sostanza è: il socialismo da solo non vince, la vecchia alleanza mitterrandiana coi comunisti non è più maggioritaria.
L'affermarsi del moderato François Bayrou nasce da queste cecità, che il sociologo Touraine ha chiamato, in un'intervista con Domenico Quirico su questo giornale, l'agonia del partito socialista ("La Francia è il solo paese europeo che ha mantenuto costantemente, dal Fronte Popolare a Mitterrand, una sinistra rivoluzionaria (...) in una situazione non rivoluzionaria anzi generalmente molto moderata, esitante"). Quest'agonia è al centro delle elezioni, e Bayrou non è semplicemente figlio delle disillusioni e dell'antipolitica. Non stiamo neppure assistendo a una primaria nella destra, come scrive Jean-Marie Colombani, direttore di Le Monde. Anche se il partito di Bayrou ha radici a destra, la primaria avviene a sinistra visto che i consensi a Bayrou vengono essenzialmente da lì. Quel che in Italia si sta costruendo da dodici anni, con l'Ulivo, in Francia avviene a caldo, sulla scia dello spavento suscitato da Sarkozy. Senza confessarselo, le sue sinistre cercano le vie che l'Italia prepara da tempo e che oggi perfeziona.
Da questo punto di vista l'esperimento italiano è fondamentale per l'Europa. Questo sciogliersi dei vecchi partiti, questo riesame della storia, questa volontà di creare non un nuovo partito ma un partito nuovo, sono ambizioni di cui anche l'Europa ha bisogno. È il motivo per cui ha poco senso e poco interesse sapere a quale gruppo europeo ­ socialista o liberaldemocratico ­ apparterrà il partito democratico. La diatriba fra Ds e Margherita è oggi insensata perché anche in Europa c'è bisogno di revisioni, rifondazioni, come giustamente osserva Prodi. Il secco no di Rutelli ai Socialisti Europei che si contrappone alla volontà Ds di restare nel Pse inquieta per altri motivi: perché indica l'attaccamento di ciascuno alle proprie oligarchie e roccheforti, confermando le difficoltà dello scioglimento. Solo il giorno in cui i due partiti diranno che anche in Europa intendono reinventare partiti e coalizioni, secondo linee divisorie che non saranno più tra socialisti e liberali ma tra europeisti e non europeisti, il partito democratico apparirà, in Italia, una novità riformatrice non decisa dai vertici.
Tutte le parole rischiano l'insignificanza dell'ovvio, se usate troppo facilmente. Secondo Confucio gli uomini smarriscono addirittura la libertà, quando le parole perdono senso. Tra esse c'è anche il vocabolo scioglimento: delle tradizioni socialiste, o del cattolicesimo politico. Il vocabolo è forte, drammatico, e la discussione nel congresso Ds l'ha dimostrato: è stata una discussione profonda perché c'era consapevolezza della gravità di questo sciogliersi. La relazione di Piero Fassino è un testo da leggere e rileggere: un analogo rimettersi in causa è raro nella sinistra europea, e in Francia è impensabile un'adesione così forte a quel che vi fu di grandioso nella socialdemocrazia (il primato dato al movimento sui fini prestabiliti, teorizzato da Eduard Bernstein nell'800 e difeso da Fassino).
Ma sciogliersi e superarsi può divenire declamazione vuota, che seduce anche chi ti vuol eliminare. Cosa significa? Cosa intende Ségolène quando dice: "Mi iscrivo in una logica di dépassement, in un oltre-passare"? Il pericolo indicato al congresso da Fabio Mussi non si può sottovalutarlo: "La retorica dell'”oltre” ­ oltre i partiti, oltre le tradizioni, oltre il socialismo ­ non dice nulla, se non è chiaro dove si va". E ancora: "Cancellare le tracce può esser diseducativo. E quando il Moderno si presenta come “il nuovo” assoluto, in verità è già decrepito".
Tuttavia non si può che cercarlo, questo modo diverso di unire le forze per governare l'enorme mutare dei tempi: l'esigenza è possente ovunque in Europa, perché ovunque gli Stati non ce la fanno senza Unione e sono paralizzati da culture politiche tuttora nazionali. La rivoluzione liberale deve diventare di sinistra, come sostiene Michele Salvati, e non è solo il moderno a rischiare la decrepitudine ma anche l'antico: solo il classico non si deteriora e il classico ci è sempre contemporaneo. Anche la sinistra radicale può divenire quel sentiero interrotto di Heidegger, in cui l'uomo si perde nel buio del bosco. Son sentieri che Mussi teme, quando ricorda che "i partiti vivono anche nelle sconfitte, non sono fatti solo per la vittoria. Sono soggetti identitari, non solo programmatici".
Ma Fassino e Prodi ci paiono più convincenti quando parlano di democrazia governante: dunque di un'identità che deve confrontarsi col reale e saper padroneggiare il reale. Altrimenti avviene come in Francia: i suoi socialisti fanno di continuo pause e rinunce, ma senza mutare programmi e miti. L'identità ha qualcosa di diabolico, rischia sempre il fascino del falso quando non osa interrompere sentieri. In tal caso non è di aiuto né per vincere, né per vivere le sconfitte e ritrovare la via nel buio dei boschi.


Oltre la “terra di mezzo”
Ilvo Diamanti su
la Repubblica

Fa una strana sensazione assistere a due congressi di partito che si muovono, in sincronia, con il medesimo scopo. Sciogliersi, per riunirsi in un nuovo partito. Un viaggio senza ritorno, verso una terra di cui si conosce il nome. Ma non molto di più. La Terra del Partito Democratico appare, infatti, ancora indefinita, oscura. Immaginata e descritta in modo diverso.
Proiettata nella tradizione del socialismo europeo oppure nell´orizzonte americano. Allo stesso tempo, non è chiara la rotta da seguire. Né chi governerà, domani, la nuova Terra. E chi la abiterà. Quanti la popoleranno, come saranno chiamati a partecipare, ad esprimersi.
Tuttavia, oggi i Ds e la Margherita sono definitivamente "ex partiti" in cerca di un "partito annunciato". E non é poco. Si sono mossi da quella "terra di mezzo" in cui si erano perduti già da alcuni anni. La testa girata all´indietro. A scrutare il proprio passato, le proprie radici. A coltivare la memoria. Senza accorgersi, quasi, che, un anno dopo l´altro, un giorno dopo l´altro, le radici sono divenute più deboli, la memoria più fragile. E la partecipazione è declinata. Come i voti. Alle elezioni politiche del 2006, al Senato, dove si sono presentati da soli, la Margherita è rimasta sotto l´11%, i DS non hanno raggiunto il 18%. Ecco come si sono ridotti. Due partiti di taglia medio-piccola, che insieme superano a stento al 28%. Meno della DC del 1992, quando, a fine corsa, toccò il minimo della sua storia.
Molto al di sotto del Pci degli anni Settanta e Ottanta. DS e Margherita.
Sotto il profilo elettorale, la prospettiva unitaria, per loro, più che un rischio costituisce un vantaggio. D´altronde, nel 2006, al Senato, Margherita e DS, considerati insieme, hanno totalizzato tre punti percentuali in meno che alla Camera, dove si sono presentati "uniti nell´Ulivo". La lista dell´Ulivo: prima, per numero di voti, in 85 province su 108, alla Camera. Mentre al Senato, i Ds e la Margherita, sommati insieme, hanno prevalso in 71 province: 14 in meno. Insomma, l´esperienza unitaria, nel centrosinistra, anche in assenza di una strategia elettorale coerente e convinta, non ha dissipato il bacino elettorale delle forze politiche alleate. Come era sempre capitato in passato.
Negli anni '60: al PSU, frutto dell´accordo fra PSI e PSDI. Negli anni '80: all´intesa PRI-PLI. Nelle ultime elezioni: alla Rosa nel Pugno, alleanza fra Radicali e SDI. In tutti questi casi, la nuova aggregazione ha raccolto meno (molto meno, talora) della somma degli elettori di cui disponevano i singoli partiti. Nel caso dell´Ulivo, padre legittimo del Partito Democratico, no.
Un po´ perché fra gli elettori di centrosinistra è particolarmente diffuso l´orientamento maggioritario. Molti di loro non si riconoscono in un singolo partito. Esprimono una scelta è di "parte", ma non "partigiana".
Un po´ perché i partiti di centrosinistra, più di quelli di centrodestra, hanno subito la crisi della prima Repubblica. Ne sono gli eredi. Ma anche, per questo, prigionieri. E stentano a proiettarsi nel futuro. Per cui faticano ad "attrarre" gli elettori intorno a progetti incerti, promossi da una classe dirigente afflitta da reducismo. Per cui, gli elettori non hanno faticato a "incontrarsi", a mobilitarsi e a votare insieme, quando ne hanno avuto l´occasione.
D´altronde, visti da lontano, DS e Margherita sembrano fatti uno per l´altro. Coerenti e complementari: per geografia, sociologia e orientamento politico.
a) Le mappe che tratteggiano i loro punti di forza nel Paese, si incastrano come le tessere di un puzzle.
I DS, saldamente ancorati al centro. Nel "cuore rosso" dell´Italia (come lo ha felicemente definito e descritto Francesco Ramella, in un saggio edito da Donzelli nel 2005). La Margherita insediata nelle aree intorno. A comporre le tessere mancanti del puzzle. Nel Nordest, nel Nordovest, nel Sud tirrenico, nelle isole. Zone in cui eredita e coltiva una parte della tradizione - e dell´organizzazione - democristiana. Insieme, appaiono una forza politica " nazionale". Mentre, da soli, presentano un profilo sparso: la Margherita; oppure fin troppo "regionalizzato": i DS.
Marc Lazar, per questo, li definì, in modo un poco impietoso, la "Lega di Centro".
Due insediamenti elettorali così distinti e, in passato, distanti - opposti - si sono dimostrati pronti a votare uniti, negli ultimi dieci anni, ogni volta che i "partiti di riferimento" ne hanno offerto loro l´opportunità.
Anche perché i due elettorati, hanno storie diverse, ma oggi propongono una serie di importanti riferimenti condivisi.
b) La posizione politica, ad esempio. I due terzi degli elettori Ds si dicono di "centrosinistra". Lo stesso avviene tra quelli della Margherita.
Insieme delineano il maggiore addensamento di "sinistra moderata".
c) Esprimono, inoltre, orientamenti verso le istituzioni e atteggiamenti di valore molto vicini. Fiducia nel sindacato, nello Stato, apertura verso l´Europa, tolleranza verso gli immigrati.
Per contro: sfiducia nella devolution e nello stesso federalismo.
Sono diversi dagli elettori di centrodestra. Ma anche da quelli della "sinistra" radicale (o "conservatrice", come la definisce Michele Salvati), da cui li distingue una maggiore fiducia verso il mercato e l´impresa. Fra gli elettori dei Ds e della Margherita, peraltro, emergono significative differenze riguardo alle questioni "etiche". In tema di famiglia e di bioetica: dalla procreazione assistita alla ricerca sulle staminali; ma anche in merito all´aborto o al divorzio. Riflesso della pratica religiosa e, quindi, dell´attenzione verso la Chiesa che caratterizzano gli elettori dell´Ulivo. Tuttavia, anche su alcuni di questi argomenti, gli elettori della Margherita appaiono più lontani dagli elettori di centrodestra che dai Ds.
In altri termini: gran parte degli elettori era pronta da molto tempo a "farsi coinvolgere" nel PD e, prima, nell´Ulivo. Come dimostrano le esperienze di questi ultimi anni. Se, fino ad oggi, non é avvenuto è soprattutto a causa delle resistenze opposte dai gruppi dirigenti. In nome di "buone ragioni", talora: la difesa dell´identità, della storia, dei valori, degli interessi "sociali" rappresentati. In molti altri casi, in nome di ragioni meno nobili.
La difesa di posizioni di potere, privilegio. Degli interessi "particolari" e "individuali". I congressi celebrati dagli "azionisti di riferimento" del PD hanno costituito, per questo, una importante opportunità. Non solo per accelerare la costruzione del nuovo partito, ma, prima ancora, per riaccendere la passione degli elettori, un po´ sopita, da un anno a questa parte.
Affinché il progetto non si incagli di nuovo, prima di arrivare alla Terra promessa, occorre, per questo, contrastare le resistenze che, nonostante la scossa determinata dai congressi, appesanticono ancora i gruppi dirigenti. In particolare, la tentazione di costruire il PD "dall´alto". Di trapiantare nel Nuovo Partito gli stessi leader, la stessa classe politica che, da anni, talora decenni, é alla guida di quelli Vecchi. Insensibile al passaggio da una Repubblica all´altra. Certo: tra essi vi sono figure di valore. Uomini generosi. Che hanno contribuito in modo determinante a questo percorso.
Dovrebbero, con la stessa generosità, farsi da parte. Perché ci riesce difficile immaginare un "partito nuovo" governato da "uomini vecchi". (E, ovviamente, non ne facciamo una questione di età).
Non vorremmo apparire, come sempre, cinici e disillusi, in un momento significativo come questo. Un poco lo siamo. Ma in questo caso abbiamo speranza. E una convinzione, confortata da questi congressi. Che la necessità del rinnovamento sia ben presente, negli ex-partiti del centrosinistra. Fra i militanti. Fra i dirigenti. Ma lo è altrettanto, forse di più, anche fuori.
Ogni volta che la politica ha gettato un ponte verso la società, i cittadini l´hanno attraversato in massa. Con entusiasmo perfino sorprendente. E´ avvenuto nel 2005, alle primarie del 16 ottobre.
Avverrà, ne siamo certi, in occasione della consultazione promossa per eleggere la "costituente"del Pd. A meno che proprio il successo inatteso delle primarie non suggerisca prudenza a chi le ha, non del tutto consapevolmente, "concesse" due anni fa.
Sarebbe molto rischioso. Perché quando si costruisce una casa "più grande e più bella", come ha suggestivamente promesso Fassino, a conclusione del congresso dei DS, poi é difficile lasciare gli invitati a guardia dell´uscio.


L'ultimo giorno di casa DS
Aldo Cazzullo sul
Corriere della Sera

FIRENZE — La maternità di Livia Turco, dibattuta nel partito — famiglia o impegno? — al punto da indurre Antonello Trombadori a sbottare: "E che è, la Madonna?".
I maglioni perenni di Fulvia Bandoli e gli zainetti di Franca Chiaromonte. Baffi: quelli di D'Alema, che Berlusconi non ancora ammansito descrisse "tremanti in una risata di sconcia allegria", e quelli di Occhetto, a Firenze rivalutato e rimpianto dall'altro baffuto Mussi e dal glabro Veltroni. Le lacrime di Marida Bolognesi, asciugate dalla scena simbolo del congresso: la più passionale delle deputate diessine che si getta tra le braccia del Cavaliere. L'ultimo giorno dei Democratici di sinistra.
Piero Fassino, cui si deve l'ultimo pianto della storia postcomunista, ha diffidato i cronisti dallo scrivere "un coccodrillo del nostro partito; perché esso è storia di uomini e donne, e questa storia continua". Ma anche gli uomini e le donne non sono più gli stessi, dopo sedici anni di addii. I "grandi vecchi" sono altrove, portati via dal tempo o da altre scelte: Ingrao in Rifondazione, Giovanni Berlinguer con Mussi, Macaluso tentato più dalla costituente socialista che dal Partito democratico definito "un accrocco senza futuro"; è rimasto solo Reichlin, che ieri ha accolto incredulo l'omaggio del congresso in piedi, a salutare quel che resta del Pci. In apertura, Fassino aveva citato anche qualche nuovo arrivato. Al nome di Ivan Scalfarotto, un brusio di delegati un po' offesi: "Perché lui sì e io no?". Sempre qui a Firenze, nove anni fa, veniva battezzata la "Cosa 2": il Pds acquistava Schietroma e Valdo Spini ma perdeva la "P". E poi astri sorgenti e altri eclissati, Anna Finocchiaro repentinamente assurta a nuova Madonna e Antonio Bassolino che ha parlato a una platea di sedie vuote e schiene girate, il pragmatismo emiliano-romagnolo di Pier Luigi Bersani da cui chiunque comprerebbe un pedalò usato e il rigorismo fuori moda di Luciano Violante.
Sarà meno credibile da domani l'antiberlusconismo, antica ragione sociale dei Ds, dopo la calda accoglienza al Cavaliere e l'elogio pubblico di D'Alema: "Berlusconi è venuto qui perché avendo una percezione profonda del Paese intuiva che stava accadendo qualcosa di importante...". È seguita rievocazione di una gita sui colli pisani sulla moto di Mussi, che gli annunciò prima di non volersi unire ai compagni del Manifesto,
poi di attendere una figlia: "Oggi la bimba di Mussi è una scienziata, mentre noi vecchietti siamo ancora qui a litigare". Come quella volta che, sulla spiaggia di Tirrenia, Massimo e Fabio cominciarono per scherzo a fare la lotta, e ci presero gusto tanto che il giorno dopo si presentarono al partito "pesti e ammaccati" (Fasanella- Martini, D'Alema, Longanesi 1995). Venerdì sera i delegati hanno ascoltato in silenzio, subendo con il consueto masochismo la frusta del padrone del partito, che poi li ha rassicurati ricorrendo al linguaggio iniziatico: "Blocco sociale", "nuovo internazionalismo"; "extra ecclesiam nulla salus", principio cattolico ma comunque familiare agli ex comunisti, e ancora: "Il socialismo non è un bambolotto di pezza", incomprensibile alle persone normali ma in realtà parafrasi di una citazione di Mussi alla Bolognina. Lessico famigliare il cui sottotesto era: compagni, se ve lo dico io, potete fidarvi e venire nel partito nuovo. A rafforzare il concetto, ieri ha sorriso accondiscendente a un delegato timido: "Non chiamarmi ministro; chiamami compagno".
Qualcosa di importante è accaduto davvero a Firenze, perché i Ds sono sempre stati percepiti dagli intellettuali, dai media e anche dagli istituti di sondaggi come qualcosa di più grande della dimensione reale: sulle tabelle oscillavano sempre tra il 22 e il 24, poi si votava davvero e prendevano il 17. Ma intanto conquistavano municipi — Torino, Firenze, Bologna, Roma, ora forse Genova —, Regioni — Piemonte, Liguria, Umbria, Emilia, Toscana, Campania... —, ministeri che uniti a quelli della Margherita rappresentano i tre quarti del potere pubblico, per un partito in corso di costruzione accreditato del 25% dei voti. Anche questa è egemonia, tecnica politica ("tekné politiké" disse D'Alema a un'ammirata platea di demitiani avellinesi), orgoglio identitario. Che ora però si piegano al disegno di un professore di Bologna, un esterno, un dilettante. Sui Ds aleggiava ancora l'aura del grande Pci, quel mito del comunismo italiano per cui un'idea sbagliata ovunque a Sud delle Alpi era giusta o almeno nobile. Da qui il senso di alterità antropologica, di superiorità morale ereditata della consuetudine con Berlinguer e un po' oscurata da quella con Consorte, per quanto le cooperative "restino quasi una riserva di etica protestante" (sempre D'Alema). "Così siamo padroni di una banca" si congratulò Fassino; ma, come chiarì Violante, era un vezzo linguistico piemontese.
Un personale politico di prim'ordine, sopravvissuto per un patto silenzioso alle rivalità incrociate, alcune divenute generi letterari ("D'Alema non è il mio nemico ma il mio amico; ho celebrato io il suo matrimonio con Linda, nel '93 siamo anche andati in vacanza insieme a Sabaudia" si accalora spesso Veltroni. L'anno dopo in vacanza era andato da solo: D'Alema l'aveva battuto nella corsa alla segreteria, e alle piccole Martina e Vittoria fu spiegato che "zio Massimo ci ha salvato le ferie"). Un accomodamento fu trovato anche dopo due anni di guerra interna per la guida della sinistra, il "biennio rossiccio" dei girotondi, con la sconfitta di Cofferati (che Fassino chiama "Cofferrati": ieri, due volte) ormai dedito a Bologna e alla prossima paternità, il rientro in maggioranza della Melandri che al congresso ha portato la figlioletta, l'addio di Folena e ora di Mussi.
Ultima volta in famiglia. Ultimo giorno con le bandiere rosse, portate via come ricordo dai militanti irriducibili. Per prendere l'abitudine, niente Internazionale, neppure in chiusura, ma Il cielo è sempre più blu di Rino Gaetano, ritmata con le mani da Fassino e dall'intero gruppo dirigente; la first lady uscente Anna Serafini ha fatto anche il "na-na-na-na-na-naaaa" del ritornello; D'Alema unico a braccia conserte. Sugli spalti, Giampaolo Pansa e Adriano Sofri litigavano come a un congresso di Lotta continua del secolo scorso, stavolta per una sigaretta ("Guarda Pansa che è vietato fumare"). E Lucia Annunziata, dopo aver rimproverato la Pollastrini e le altre per le lacrime facili: "Sono venuta a vederli chiudere la baracca. Era dal '77 che aspettavo questo momento".


Al cuore del partito
Gabriele Polo su
il Manifesto

Mozioni degli affetti tra separandi a parte, ieri il Congresso di scioglimento dei Ds ha indicato una differenza tra passato e futuro prossimo, tra ciò che restava della storia comunista in quel partito e cosa sarà il Partito democratico, almeno nella sua filosofia di fondo. Bisogna ringraziare più di ogni altro Walter Veltroni, il cui pensiero - troppo spesso liquidato come buonista - costituisce per la nuova creatura politica un vero architrave - per quanto lieve, ma ciò è perfettamente in linea con la logica di fondo. Forse il sindaco di Roma, che non è amato dagli apparati, suderà parecchio per diventare il leader del nascente Pd; o forse non ci riuscirà nemmeno. Tuttavia il futuro gli appartiene, perché esprime un senso comune largamente diffuso nella platea congressuale fiorentina e in tutto il morente partito.
Nello spiegare come si possa essere di sinistra (soprattutto nel cuore) in un soggetto politico che non si dirà più tale, Veltroni ha illuminato ciò con cui si rompe e ciò su cui c'è continuità. La rottura ha un oggetto preciso, il conflitto; o, meglio, i soggetti collettivi del conflitto. La continuità è incarnata nel demiurgo politico, nel partito e nel governo (nelle sue diverse versioni, nazionali e locali). Ciò che tiene insieme rottura e continuità è il principio (l'esigenza assoluta) di stabilità. Non che il conflitto venga cancellato: i Ds-Pd non sono mica stupidi. Semmai viene considerato una turbativa pericolosa (fino ad essere sanguinosa), che non produce più una politica positiva e che, alla fine, è antitetico alla democrazia. È una rottura storica con la tradizione delle sinistre europee, fatta a fin di bene, e giustificata dalla frammentazione sociale di fronte cui i soggetti che portano addosso una contraddizione focolaio di scontro non riuscirebbero più a reagire positivamente. A quel punto interviene il demiurgo politico - qui c'è continuità - che ha il compito di occuparsi delle sofferenze, lenirle, risolverle, almeno un po', determinando il buon governo. E con esso la stabilità. Vale per i bambini dell'Africa affamata, come per i giovani del call-center italiani.
Non è un caso che questa trasfigurazione dei soggetti dei conflitti in oggetti passivi di buon governo sia maturata profondamente sul ruolo sociale del lavoro. Offuscato da anni di ideologia liberista, il lavoro è oggi considerato da tutti un problema. I lavoratori meno, nel senso che non sono intesi più come un soggetto collettivo. Così bisogna affrontare la precarietà prima che diventi disperazione, bassi salari prima che si trasformino in rabbia, insicurezza sociale prima che generi nuovi egoismi o perfino criminalità. Tutti interventi ragionevoli e urgenti, ma tutti ipotizzati in assenza di un soggetto collettivo dotato di autonomia e identità: i lavoratori - in ogni loro versione "contrattuale" - sono semplicemente degli individui in difficoltà, da aiutare. Tanto da soli non ce la possono fare. A pensarci bene è una radicale riformulazione del ruolo della società e della politica; un ridisegno della democrazia in senso anglosassone (più americano che altro). E, naturalmente, non vale solo per il tema del lavoro, ma per ogni "voce" delle relazioni umane: affermando, fra le altre cose, che le democrazie occidentali si sentono minacciate dai conflitti sociali che le hanno storicamente generate. Ed è per questo che tutto deve avvenire dentro la società politica - nell'autonomia della politica -, dalla disponibilità a vendere Telecom a Berlusconi al come tenere insieme stato laico e dettami vaticani. È una visione che va presa molto sul serio: è il perno attorno cui ruoterà tutto il futuro quadro politico. O quasi tutto: chi ne è già fuori o chi ne sta per uscire (al di là delle collocazioni di partito o di governo) dovrà misurarsi con quella rottura-continuità non solo in opposizione ad essa, in nome del passati o come imperativo etico. Dovrà farci i conti contrapponendo una pratica politica e una concezione della democrazia che sappia superare la divisione - questa sì novecentesca - tra i soggetti del conflitto e quelli della sua gestione politica. E farlo sapendo guardare alle contraddizioni di oggi: in fondo sarebbe un bel modo per riempire lo spazio aperto di chi si dice a sinistra non solo nel cuore.


Io, Silvio e l'estasi
Stefania Rossini su
L'espresso

Se si vuole intervistare Sandro Bondi bisogna prepararsi a non farsi stordire dalla sua inossidabile gentilezza, dalla sua voce sussurrante, dal suo linguaggio curiale che è l'opposto di quello solito della politica. Per Bondi le domande sono un dono che gli permette di avvolgerti in una imbarazzante nuvola di sentimenti, le obiezioni un'opportunità per ribadire che tutto al mondo è bello, buono, giustificabile o almeno perfettibile, a parte i comunisti naturalmente, ombre del suo stesso passato sui quali sembra aver condensato ogni residua aggressività. Alla fine pensi che quest'uomo di 48 anni che ne dimostra 60, nato dal nulla per volontà di Berlusconi che ne ha fatto prima il suo segretario, poi il suo portavoce e infine il coordinatore del suo movimento ("Però fisicamente non sono il tipo che lui apprezza a prima vista", disse una volta) un suo mistero ce l'ha. Nessuno può essere autenticamente come Bondi pretende di mostrarsi. Nessuno può affrontare il mondo della comunicazione con la sua impolitica affettività. Nessuno può trattare in quel modo idolatra il proprio capo politico, se non munendosi di una qualche malizia. Quindi entriamo nel suo gioco e gli poniamo una domanda primaria che gli piacerà.
Bondi, ma lei che uomo è?
"Deluso, prima di tutto. E anche sofferente per l'immagine ridicola che si dà di me".
Siamo alla malinconia. Che cosa l'ha delusa?
"La politica. Io mi sento dentro una forte tensione morale che non trova più spazio in questo modo di far politica, sempre più lontano dai sentimenti, dalle speranze, dagli entusiasmi della gente".
Va così male dalle sue parti?
"Va male ovunque. Ormai c'è solo una sterile contrapposizione tra schieramenti, senza slanci ideali. Ma voglio ritrovare le energie per trasformare Forza Italia in un vero partito".
Finora era finto?
"Questo no, ma qui non si conoscono quelle regole per cui un partito si sente tale. E siamo anche privi di anima e classe dirigente. Tutti gli esponenti del partito hanno un rapporto personale e di identificazione con Berlusconi. Tra noi non c'è né solidarietà né appartenenza. Così non si sopravvive".
Beh, non si può dire che lei dia il buon esempio. È considerato il campione dell'adulazione acritica verso il capo.
"Lui è un grande uomo e l'ho detto più volte, ma sempre per spiegarmi politicamente. Forse ho peccato d'ingenuità e hanno fatto di me una macchietta. Io venivo da un'esperienza politica locale e non ero abituato a questi trabocchetti".
Locale ma comunista. Non è proprio questo passato che le ha dato un posto speciale in Forza Italia?
"Ma io ero un comunista tiepido, un migliorista. Mi piaceva Berlinguer più per la sua tristezza esistenziale, che per le sue idee politiche. Ho anche fatto battaglie coraggiose per far nascere qualcosa di nuovo, di più democratico. Non sono mai stato un voltagabbana".
Come mai allora tutto questo disincanto? Non sembra a suo agio neanche qui.
"Vede, io non avevo capito che su Berlusconi, e di conseguenza su di me, c'era un atteggiamento della stampa e della cultura totalmente negativo. Se lui scherza allegramente con cinque ragazze, magari delle visitatrici occasionali della sua villa in Sardegna, ci si impianta su uno scandalo quando non è neanche una notizia. Se io scrivo libri, anche importanti, nessuno li recensisce".
Nessuno? Neanche i giornali di famiglia?
"No, ne ha parlato soltanto Alberto Bevilacqua su un settimanale femminile. Se i miei saggi sulla civiltà dell'amore e sul potere femminile li avesse scritti Walter Veltroni, sarebbero stati considerati politicamente, umanamente, intellettualmente e stilisticamente geniali".
Lei ha una fissazione per Veltroni. Prima dice che le fa pena perché nega il suo passato comunista. Poi gli dedica una poesia.
"E pensi che non mi ha neppure degnato di una telefonata di ringraziamento. Il mio era un gesto ardito che andava riconosciuto".
Forse il suo poetare è un po' oscuro. Forse Veltroni non l'ha capito bene.
"Allora spieghiamo. È una quartina. Il primo verso dice: 'Tenero padre', chiaramente il padre di Veltroni".
Il secondo, 'madre dei miei sogni', riguarda la madre?
"No, è il padre che nei sogni del figlio diventa madre".
Poi c'è un''anima ulcerata'. Di chi è?
"È di Veltroni. Gli è rimasta una cicatrice nell'anima".

E infine il 'figlio mio ritrovato' è Veltroni?
"No, è ancora il padre che vedo come figlio di Veltroni. Però lei non mi faccia come Berlusconi, che non capisce mai niente delle mie poesie. E me lo dice ridendo".
Come le è venuta la voglia di esprimersi in versi?
"Giuliano Ferrara, che mi prende teneramente in giro, dice che sono passato dall'estasi politica all'estasi poetica. Ma in realtà avevo bisogno di colmare un vuoto. Durante l'adolescenza ero tutto preso dall'impegno politico e non ho vissuto questa sfera importante dell'intimità".
I suoi detrattori dicono che oggi la vive fin troppo.
"È un complimento. Sentire la propria interiorità è vitale, anche nel dolore. Anche quando guardo mio padre, un uomo pieno di coraggio e dignità, un comunista che negli anni Cinquanta era emigrato in Svizzera a spaccare pietre, oggi reso muto da un ictus. Anche lui ha cambiato idee politiche e, quando mi vede, vorrebbe parlare, si sforza, si protende. Provo a immaginare quello che mi vuol dire".
Che cosa immagina?
"Forse che è un po' contento di me, che mi ha visto in televisione la sera. I miei genitori vivono in un paesino di 300 persone, dove io sono l'unica celebrità. Anche se sono tutti vecchi anarchici e comunisti, hanno deciso di sopportarmi".
Gira voce, invece, che sua moglie se ne sia andata negli Stati Uniti perché non la sopportava più.
"È una cattiveria che ho già sentito. Mia moglie si è traferita perché aveva vinto un concorso all'Università di Boston. Una grande opportunità che doveva cogliere. Certo, non nego che si sentisse un po' sacrificata dopo il nostro trasferimento ad Arcore, in un appartamento vicino alla villa di Berlusconi. Quando ho letto la bellissima lettera della signora Veronica su 'Repubblica', ho pensato che se mia moglie avesse parlato del nostro rapporto a un giornale, avrei tremato".
Il distacco ha funzionato?
"È stato un sollievo e un riavvicinamento. Ho ritrovato con mia moglie un rapporto di grande stima e amicizia".
E l'amore? Lei così sentimentale risparmia le parole?
"Sa, con mia moglie siamo stati compagni di classe al liceo, ci siamo persi di vista e ritrovati molti anni dopo. Ciascuno di noi aveva avuto esperienze negative. Siamo andati insieme a visitare mostre, abbiamo fatto dei viaggi. Forse non è mai stata una vera passione, ma un'intesa amorevole per trascorrere insieme la vita. Ora vado in nave a trovare lei e mio figlio in America".
Già, è noto che lei non prende l'aereo. Ha mai pensato di curare questa fobia?
"No, ho sempre cercato di non affrontare il problema. Anche quando ho fatto il servizio militare in aviazione, sono rimasto sempre a terra. Mi tengo la mia innocua paura di volare".
Sa comunque che viene considerata l'espressione di un'altra paura?
"No. Quale?".
Quella della libertà, dell'espressione dei propri impulsi sessuali.
"Eh, non vale. Su questo terreno non la seguo".
Come mai? Lei ha scritto molto sulle donne, sulla differenza emotiva tra i sessi.
"È vero, ho scritto che gli uomini si dividono in reazionari, che hanno sempre romanzato il passato, e in rivoluzionari che idealizzano il futuro. Così non vivono nel presente. Le donne invece sono qui ed ora, incarnate nella realtà. È per questo che Berlusconi è il più femminile dei politici".
Questa la spieghiamo meglio.
"Berlusconi, come le donne, è tutto concentrato sulla vita. Quello che mi ha attratto in lui è questo suo amore indistinto: per le donne, per la bellezza, per il paesaggio, per la natura. Di conseguenza ha una grande paura della morte, che per lui è un evento sconvolgente".
Per lei no?
"Cerco di abituarmi all'idea. Mi aiuta la fede che ho avuto fin da ragazzo, anche se tormentata e, come diceva Sergio Quinzio, inserita in un cammino di disperazione".
La consola il fatto di avere un posto riservato nel mausoleo che Berlusconi si è fatto edificare nel parco di Arcore?
"Non mi consola perché non ho nessuna intenzione di farmi seppellire lì. Lui ancora non lo sa, ma me ne andrò dov'è la mia famiglia, in un posto bellissimo sulle Alpi Apuane".
Un tradimento postumo.
"Non scherzi. La vita e la morte sono cose serie. E certo Berlusconi mi perdonerà".


Musica del Novecento
Giuliano su
Stile libero

Un grande critico musicale: il mio gatto siamese
21 aprile 2007
Rimpiango molto il mio vecchio caro gatto siamese, insieme abbiamo passato dei gran bei momenti, ascoltando musica e leggendo. Cioè, io leggevo e scrivevo; lui non so bene cosa facesse mentre ascoltava così intento e assorto Beethoven e Brahms, forse pensava, forse sognava di sue vite passate, chissà (forse perché era nato a Parma?) Aveva precisi e raffinatissimi gusti musicali. Non ha mai amato il rock, e il suo interesse per il mio stereo era stato fin lì limitato al moscone che i Pink Floyd avevano messo su Ummagumma, ma solo per il tempo di capire che non era un moscone vero. Ma poi le cose erano cambiate, io avevo cominciato proprio in quegli anni ad ascoltare musica sinfonica e operistica, e quando la puntina scese per la prima volta su quel coro del Nabucco (il primo, “Gli arredi festivi”) il gatto stava facendo con grande piacere quello che quasi tutti i gatti di casa fanno: rincorreva senza sosta una cartina di caramella accartocciata. Durante il gioco, il gatto finì sul mio letto proprio mentre partiva il coro di Verdi: e il micio si fermò di colpo, rimanendo assolutamente immobile per tutta la durata del disco. Ricordo ancora mio padre incuriosito dal comportamento del gatto: avevamo provato a spostarlo con delicatezza, a toccarlo, a far scricchiolare la cartina, ma non c'era niente da fare; ed è da quel giorno che ho avuto il gatto siamese come compagno fedele d'ascolto. Quando trovava la porta della mia stanza chiusa, si metteva seduto con un'espressione così desolata che mia madre apriva e mi chiedeva se non avevo cuore a lasciarlo fuori così; e quando provavo a rimettere il rock il gatto se ne andava a dormire, ma in un'altra stanza, non prima di avermi lanciato un'occhiata di rimprovero e forse anche di disprezzo, perché per lui quella non era musica. Non amava neanche Stravinskij, “La sacre du Printemps” per lui era un'accozzaglia di suoni senza senso; e sicuramente avrebbe amato molto le sinfonie di Bruckner, ma a quell'epoca non lo avevo ancora scoperto (con gli lp da girare ogni venti minuti, ascoltare il fluviale Bruckner non era facile).
Ho detto che andava a dormire, perché da me non dormiva. Un gatto che dorme, si sa, è un gatto stravaccato o appallottolato; invece il mio amico in ascolto era sempre composto, si metteva comodo con le zampine sotto il corpo, in posa quasi da sfinge, immobile e con gli occhi chiusi, ma con le orecchie ben tese e attente, sistemate nella posizione migliore per percepire nel modo migliore il suono che usciva dalle casse dello stereo. E, quando il disco finiva, usciva dal suo samadhi; apriva gli occhi, consentiva ad essere spostato e mi permetteva (mi spingeva?) di alzarmi per cambiare il disco, operazione che oggi con i CD sarebbe evitabile. Dopodiché, tornava nella sua posizione preferita (addosso a me, naturalmente: chi conosce i gatti sa cosa intendo) e riprendeva l'ascolto. Non per questo cessò di inseguire le carte di caramella, o di arrampicarsi sugli alberi quando poteva scendere in giardino: in fin dei conti, era pur sempre un gatto e, si sa, gatti si nasce e non si diventa.


Jean Philippe Rameau e le emozioni in musica 22 aprile 2007
Ho tirato in ballo il mio vecchio e caro gatto, oltre al piacere del ricordo, perché ogni tanto leggo sui giornali articoli più o meno scientifici che parlano del rapporto tra musica e cervello, l'incremento delle capacità intellettuali attraverso la musica, eccetera. Di solito sono articoli molto superficiali, che danno informazioni parziali e distorte: purtroppo capita quasi sempre così con l'informazione scientifica, ed è un peccato. A volte sembra che i neuroni migliorino grazie a Mozart, altre volte il titolista spara che è l'heavy metal a rendere più intelligenti, e che l'effetto Mozart non esiste ed è stato sconfessato completamente quello studio del'93; e così non ci si capisce più niente.
Non sono un neurologo e nemmeno un musicista, però so per certo che per capire la grande musica, Mozart e Beethoven ma soprattutto i contrappuntisti, occorre sapere cosa stanno facendo. Se non si ha nozione di quello che accade in Bach, o in Couperin o in Scarlatti, la loro musica sembrerà assurda e noiosa; ma avendone qualche nozione, o essendo predisposti in partenza alla musica e alla matematica, certamente il nostro cervello ne trarrà vantaggio. Del resto, è un ragionamento così semplice che in altri campi ci arriviamo subito tutti: mettere in mano Dante ad un analfabeta, o a una persona che non ha nessuna voglia di leggere, è del tutto inutile; così come un trattato di fisica o di chimica risulterà illeggibile se non c'è qualcuno a spiegare almeno i primi rudimenti.
Un'altra certezza è che il nostro primo suono musicale è il tamburo: è il battito del cuore di nostra madre, prima ancora di nascere. Un suono semplice, ritmato, forte: anche qui non si scopre nulla di nuovo, è il grande fascino dei ritmi tribali, dell'heavy metal, ma è anche l'inizio della Prima Sinfonia di Brahms.
Fu Jean Philippe Rameau, grandissimo musicista e di grande successo in vita (cosa che capita a pochi) a cercare di mettere anche gli affetti e le emozioni nella teoria musicale: lo fece nel 1722, pubblicando il suo “Trattato dell'armonia ridotta ai suoi principi naturali”: la musica non è solo un rapporto matematico, sembrerebbe dire Rameau. I suoi critici dicono che è un discorso confuso, solamente teorico, poco utile nella pratica, ed è per questo che il suo sistema è stato messo da parte. Oggi il trattato di Rameau lo leggono solo gli eruditi, e io non so nemmeno suonare tre battute messe in fila senza interrompermi; ma posso garantirvi che il la minore è davvero triste e malinconico, che l'accordo di do maggiore è chiaro e luminoso e quello di do minore è inquietante, che il si minore è la tonalità del ricordo. E tante altre cose, come per esempio che, ascoltando distrattamente un cd, di solito sobbalzo e mi fermo davanti ad una tonalità ben precisa, senza nemmeno sapere cosa sto ascoltando: ed è il mi bemolle maggiore, bello e strano come i nostri sogni migliori.


   22 aprile 2007