
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 15 aprile 2007
Si sciolgono due partiti in cerca di un futuro
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Fin qui ho evitato, più o meno consapevolmente, di occuparmi del costituendo Partito democratico. Mi sembrava un tema accademico, un´esercitazione nel vuoto, un´evocazione fantasmatica di quelle che un tempo si facevano a tavolino per dar corpo ad un´ombra che stentava a materializzarsi, senza contorni definiti. Molti ne scrivevano, per auspicarne la nascita o per contrastarla; disputavano sulle sue possibili radici, sul Pantheon dei padri e dei nonni, sul riformismo possibile, ma badando più alle polemiche del passato che alle visioni del futuro e alle domande che incalzano in una società sempre più disgregata e senza ideali che ne scuotano l´apatia.
Ma ora eludere ancora l´argomento è diventato impossibile: i due partiti maggiori del centrosinistra terranno i loro congressi in questa settimana e saranno gli ultimi, sia dei Ds sia della Margherita. Si concluderanno con la lettura d´un comune dispositivo, convocheranno un´assemblea costituente per il prossimo ottobre rimettendo ad essa la nascita del nuovo partito, aperto a rappresentanti della società civile oltre che ai loro aderenti.
Si entra insomma nel vivo del processo di formazione del nuovo soggetto. L´ombra troppo a lungo evocata sta dunque per prender forma. Produrrà mutamenti nella politica? Susciterà immagini nuove? Riconfermerà le oligarchie e le nomenclature esistenti o le rinnoverà? Riuscirà a fondere insieme l´esperienza e la tradizione socialista e quella cattolico-democratica o si limiterà a giustapporle senza trovare una sintesi nuova e condivisa? Rafforzerà il governo o ne anticiperà la crisi?
Semplificherà lo schieramento dei partiti o lo renderà ancor più frammentato?
Ecco una folla di domande (ma non sono le sole e forse nemmeno le più importanti) che ci stanno dinanzi, alle quali i promotori di questo nuovo soggetto dovranno rispondere perché finora le risposte vere non sono venute. Li sentiamo parlare con eccessiva frequenza ma con parole che non rispondono. Non chiariscono, non convincono. Non rinnovano né i contenuti né il rito né colmano la distanza tra la classe politica e la società.
Se queste lacune, questo senso di fusione fredda, questa marcata autoreferenzialità debbono esser superati, ci vorrà uno sforzo ben più intenso dell´interminabile mediazione in corso da mesi, anzi da anni.
I promotori ne saranno capaci?
Prendo in prestito una battuta che ho letto giorni fa in un articolo sul "Sole 24 Ore"; l´autore (Fabrizio Galimberti) la usava per spiegare un problema finanziario, ma si attaglia benissimo alla nascita del Partito democratico. La battuta dice così: "Da un acquario si possono prendere i pesci necessari per fare una buona zuppa, ma non si può partire da una zuppa di pesce per costruire un acquario".
Le due zuppe di pesce servite in tavola per l´ultima volta dai Democratici di sinistra e dalla Margherita dovrebbero dar vita all´acquario del Partito democratico. E´ un´operazione possibile? Posta così la questione, la risposta è: ovviamente no. Del resto quel "no" è purtroppo suffragato da una quantità di esperienze verificatesi nei cinquant´anni di storia repubblicana: la somma di due partiti non genera un soggetto vitale, non risolve problemi, non elimina difficoltà, non rinnova la classe dirigente, non attira nuove energie e nuovi consensi.
Eppure riconosciuta la carica negativa di questa constatazione resta che la nascita del Partito democratico sulle spoglie dei Ds e della Margherita è un´assoluta necessità.
La strada separata di quei due partiti è arrivata al capolinea.
Così come sono, ancora divisi tra loro e ciascuno dei due diviso al proprio interno, hanno perduto ruolo e rappresentanza. La loro dimensione quantitativa è inadeguata ad una democrazia di massa; quella qualitativa e culturale è povera.
So bene che quest´insufficienza non è soltanto del centrosinistra ma si manifesta in modo altrettanto grave nel centrodestra. So altrettanto bene che i dirigenti del centrosinistra hanno, individualmente, uno spessore intellettuale ed una professionalità certamente migliore dei loro omologhi avversari. Ma ciò non basta a dare un orizzonte alle forze e agli interessi che essi rappresentano.
E quindi: la nascita del Partito democratico è inevitabile, ma le forme fin qui adottate non sembrano in grado di provocare l´evento. E poiché, come scrisse Vico, "la natura delle cose sta nel loro nascimento in certi modi e in certe guise" è appunto ai modi della nascita che bisogna guardare.
Comprendo quanto sia ostico ad un gruppo dirigente sentir pronunciare la parola "scioglimento", ma di questo si tratta. Si tratta di procedure che danno vita a nuove forme e quindi divengono contenuto. Due congressi si radunano, due partiti si sciolgono, ma in realtà i gruppi dirigenti si perpetuano, i congressi convocati con le procedure dei due partiti promotori eleggono i delegati candidati a far parte dell´assemblea costituente, della quale costituiranno i due terzi. L´altro terzo sarà eletto dalle associazioni della società civile e dal cosiddetto popolo delle primarie.
E´ questo lo schema che i due partiti morituri si accingono ad approvare nei due congressi di fine settimana? Sono queste le due zuppe di pesce (morto) che dovrebbero ripopolare l´acquario del nuovo partito con pesci vivi?
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Lo scioglimento vero è un´altra cosa. Significa l´azzeramento delle nomenklature esistenti. Attenzione: non delle istituzioni nazionali e locali che non debbono essere coinvolte nel processo di trasformazione dei partiti. I ministri del governo nazionale, gli assessori degli enti locali e regionali, continueranno ad assolvere ai loro compiti e semmai vedranno rafforzate le istituzioni alle quali appartengono. Cesseranno infatti di esistere le delegazioni dei partiti al governo, un fenomeno che si sperava di non vedere mai più e che invece ha raggiunto l´acme della sua distruttiva visibilità e presenza.
Le nomenklature del nuovo partito dovranno invece essere indicate dalla Costituente e sottoposte al vaglio (almeno le principali) delle elezioni primarie.
Gli iscritti ai vecchi partiti che ne faranno richiesta dovranno essere automaticamente iscritti al nuovo partito; così pure tutti coloro che votarono alle primarie nazionali e locali. E ancora: le associazioni di volontariato e dei sindacati dei lavoratori che ne facciano richiesta o di altri partiti dell´Unione. Questo è il bacino di partenza che dovrà eleggere la Costituente.
Finora il discorso è rimasto nel vago, ma ora nel vago non può più oltre restare.
Un´alternativa (riduttiva) a questo metodo sarebbe quella di transitare i gruppi dirigenti dei partiti morituri nel nuovo soggetto, riservando ad essi però soltanto un terzo dei seggi dell´Assemblea, attribuendo agli eletti delle primarie e alle altre associazioni della società civile gli altri due terzi. I gruppi promotori in tal modo avrebbero una forte minoranza della Costituente come è anche giusto che sia, ma non la maggioranza. Si eliminerebbe in questo modo la cooptazione e si accentuerebbe il carattere innovativo del Partito democratico.
Questo metodo non esclude nessuno e include tutti, ma modifica le condizioni di partenza. Non è un punto di forma e di pura organizzazione ma di sostanza.
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Un partito democratico è per definizione il partito che rafforza, estende e difende la democrazia. Perciò è un partito che mira ad includere, a mantenere aperti i varchi di accesso all´esercizio dei diritti e al rispetto dei doveri che a quei diritti corrispondono. E´ il partito della libertà e dell´eguaglianza, della giustizia e della sicurezza. E´ il partito della Costituzione e della laicità nelle sue forme adulte: spazio pubblico a tutte le opinioni e a tutte le associazioni, ingerenza nelle istituzioni a nessuno.
Le istituzioni che le rappresenta rispondono alle leggi e alla Carta costituzionale.
Si discute fin troppo accanitamente sull´appartenenza a questo o quel partito europeo. Alcuni pongono la questione in termini ultimativi. Il socialista Boselli ne ha fatto anche lui una questione dirimente e si è schierato contro il nascituro Partito democratico.
Credo sia un grave errore, ma nessuno può esserne giudice dall´esterno. Per quanto riguarda il Partito democratico, capisco che se persisteranno le oligarchie dei partiti morituri l´appartenenza in chiave di Parlamento europeo può diventare insolubile. Ma se le vecchie oligarchie si scioglieranno e la Costituente rappresenterà il popolo degli elettori di centrosinistra, la parola passerà a quel popolo e all´organo che lo rappresenta.
Se bisogna puntare al futuro, questo è il futuro. Alfredo Reichlin, sull´"Unità" di ieri, scrive che saranno soprattutto i ragazzi e le ragazze a determinare il corso e le scelte del nuovo partito. Ha ragione e tutti quelli che pongono a questi temi l´interesse dei cittadini democratici immagino la pensino come lui.
Ragazzi e ragazze, ma anche adulti e anziani, lavoratori, insegnanti, professionisti, intellettuali, imprenditori, pensionati e insomma gli italiani non imbarbariti, non settari, coraggiosi che puntano sul presente e sul futuro, non immemori del passato ma senza farsene condizionare, non dimentichi delle radici ma consapevoli che la radice viva è quella capace di alimentare le fronde dell´albero.
Capisco che ci vuole una dose insolita di coraggio per intraprendere questo viaggio nel futuro. Credo non vi sia altra scelta. Spero che tutti i portatori di interessi legittimi comprendano che questa è la strada ed altre non ve ne sono.
Post Scriptum. L´ex ministro degli Esteri, Gianfranco Fini, l´altro giorno alla Camera, nel dibattito sul caso Mastrogiacomo- Afghanistan, ha attaccato Prodi e D´Alema dando una sua versione dei fatti. Ha detto in aula (e così è registrato negli atti parlamentari) che Prodi avrebbe detto a Karzai che se non avesse accettato lo scambio di prigionieri con la banda talebana il contingente militare italiano sarebbe stato ritirato dall´Afghanistan. Ha aggiunto che queste notizie gli risultavano direttamente e con certezza.
A distanza di pochi minuti, ricevendo in una saletta di Montecitorio un giornalista del Tg1, ha fornito invece una versione del tutto diversa e cioè che Prodi avrebbe fatto capire a Karzai che un rifiuto di trattare avrebbe provocato probabilmente la crisi del governo italiano e che questo evento avrebbe messo a rischio la presenza dei nostri militari in Afghanistan.
A parte che entrambe queste versioni risultano false sulla base dei testi delle conversazioni telefoniche tra Prodi e Karzai, esiste tra le due dichiarazioni di Fini una differenza essenziale.
In quella fatta in aula Prodi avrebbe minacciato Karzai di ritirare il contingente italiano; in quella fatta al Tg1 e trasmessa nell´edizione delle ore 20, Prodi avrebbe invece previsto una crisi del suo governo e l´eventuale ritiro del contingente proprio a causa di quella crisi. Poiché nessuna televisione e nessun giornale hanno notato questa differenza così grave nelle parole di Fini, sembra opportuno che la lacuna sia colmata.
L'identità senza pantheon
Angelo Panebianco sul Corriere della Sera
Sarebbe facile, ma ingeneroso, soprattutto ora che il segretario dei Ds Piero Fassino è criticato nel suo stesso partito, ironizzare sulla questione del Pantheon, l'insieme di illustri padri nobili che dovrebbe dare un pedigree al costituendo Partito democratico. È più utile riflettere su ciò che l'idea del Pantheon rivela, sulla difficoltà della politica italiana di istituire un rapporto non tortuoso con il passato e, per conseguenza, con il futuro. In altri luoghi dell'Occidente ci sono culture politiche nelle quali i riferimenti al passato sono patrimonio condiviso.
Il richiamo ai "padri fondatori" serve solo come espediente retorico per accendere l'orgoglio patriottico o di partito. Se il passato è fonte di condivisione anziché di divisione, ne consegue anche che le contrapposte identità politiche non possono definirsi in rapporto ad esso: devono definirsi in rapporto al futuro, alle diverse idee di futuro. Non vale la regola: dimmi il tuo patronimico, dimmi di chi sei figlio, e saprò chi sei. Vale la regola: dimmi (con precisione, senza menare il can per l'aia) cosa farai e saprò chi sei. Tutto il contrario in Italia. Qui la memoria è divisa. Qui ci si fa la guerra tuttora sui nomi di Craxi, di Berlinguer o di Togliatti. Pertanto, la strumentalizzazione della storia e delle sue interpretazioni da parte della politica arriva spesso al parossismo.
Le identità politiche tendono a definirsi in rapporto al passato anziché al futuro. Ci si aggrega contro qualcun altro usando il passato (diviso) come fonte di identità. Una conseguenza è che si è esentati dal dover essere troppo dettagliati sul futuro, su ciò che si intende fare. Certo, giocano anche, nel caso specifico, le particolarità dei Ds: il loro rapporto nevrotico con la (loro) storia, gli sforzi, che durano da quindici anni, di quadrare il cerchio, rivendicando sia la rottura che la continuità con il passato. Si è visto però che questo gioco delle memorie divise e delle identità declinate al passato fa ancora presa soprattutto sulla classe politica e connessi (militanti, sistema dell'informazione politica, eccetera). Meno, o sempre meno, sugli elettori.
È stato Berlusconi a farcelo capire. Solo a un outsider totale come lui poteva infatti venire in mente di definire la propria identità politica in rapporto al futuro anziché al passato il "contratto con gli italiani ", la promessa di tagliare le tasse suscitando scandalo anche per questo, ma ottenendo un travolgente successo (mentre quando ha provato a richiamarsi a De Gasperi è stato molto meno credibile). Dopo che Berlusconi ha spezzato il cerchio, continuare a declinare al passato le identità rischia di essere suicida. Il Partito democratico non sarà una impresa vitale se non saprà districarsi dai lacci del passato, se non saprà costruire la propria identità in rapporto al futuro.
Ma qui c'è anche l'inghippo. Qualche vera presa di posizione (circostanziata, non generica) sulle scelte future darebbe al nuovo partito "più identità " di qualunque riferimento al passato ma lo dividerebbe subito, drammaticamente: si tratti della collocazione in Europa, delle questioni che oppongono laici e cattolici, o di eventuali proposte innovative in campo economico destinate a suscitare le ire di un sindacato iperconservatore. Eppure, senza passare da quel collo di bottiglia non ci sarà una nuova identità. E serviranno a poco le operazioni nostalgia.
Le Pen facitore di re
Barbara Spinelli su La Stampa
Fra una settimana esatta, il 22 aprile, si conosceranno i nomi dei due politici francesi che si contenderanno il trono dell'Eliseo nel finale duello del 6 maggio. Di trono infatti si tratta, perché il Capo di Stato in Francia è sovrano dotato di aura sacrale e incarna la nazione, quasi si trattasse di riparare il regicidio del 1793 e di restaurare il monarca divino. La parola incarnazione torna spesso in queste elezioni. È segno che la politica ha di nuovo bisogno di simboli religiosi, tanto appare impotente. È segno che molti si aspettano una personalità non del tutto mondana, profana.
Sono in voga i santi, e in primis Giovanna d'Arco. Ségolène Royal si presenta come figura d'incarnazione e pronuncia frasi sibilline come: "Mi iscrivo in un superamento", senza specificare quel che supera. Quando parla di dépassement, sembra adombrare una trascendenza più che un oltrepassare. Questo bisogno di sacro e d'incarnazione è diffuso, e illustra bene lo stato d'animo fideistico, nebbiosamente desolato, dei principali candidati. È come se la Francia politica si fosse installata in una condizione vissuta come fatale: la disfatta, la decadenza. È come se si trattasse di costruire a partire da un disastro avvenuto. Il senso del declino irriga da anni i discorsi elettorali, le analisi economiche. La Francia malata che fatica a guarire è metafora ricorrente e ogni cosa è vista in un'ottica medica, è interpretata come infermità di organismi sconnessi che si disfano, di corpi che non resistono al nuovo, di morbi che preparano putrefazioni. La medicalizzazione del linguaggio politico è un luogo comune anche in Europa, e in Francia non è nuovo. Conobbe la gloria tra fine '800 e '900, quando Eduard Drumont usò le analisi del dottor Charcot per descrivere la putrefazione-decadenza della nazione. Produsse antisemitismo feroce e divenne appannaggio delle destre estreme. Anche oggi l'ossessione del disfacimento e della rovina domina la politica, ed è monopolizzata dalle destre anche se tutti ne sono afflitti. Solo che la disfatta non è militare, e neppure è economica nonostante i toni sinistri con cui viene descritto lo stato dei conti francesi. È una disfatta culturale, dovuta a due elementi: l'installarsi ormai inestirpabile dell'estrema destra, e la fine della Francia motore d'Europa. I fenomeni sono tra loro collegati: la Francia non sarebbe così irrilevante nell'Unione, se il discorso nazional-protezionista non fosse tanto possente. E quest'ultimo non sarebbe possente se Parigi avesse lavorato più concretamente per costruire e ricostruire l'Europa. Sono decenni che l'estrema destra è rappresentata da Jean-Marie Le Pen, e il protagonista della campagna elettorale è ancora una volta lui. Magari alla fine si faranno strada Sarkozy a destra e Ségolène a sinistra: ma ambedue si presentano come sintomi e specchi, più che come risposte. Chi ha idee e iniziativa è Le Pen ed è il centrista Bayrou, che non s'accontenta d'esser specchio e propone inediti equilibri parlamentari. Con pertinenza, Stephen Philip Kramer sostiene, nel numero di Foreign Affairs del luglio-agosto 2006, che Le Pen è il vero kingmaker, il personaggio che decide chi sarà re. I suoi temi sono divenuti temi di tutti (sicurezza, immigrazione, identità) e sua è l'idea che l'establishment sia colpevole della decadenza nazionale. L'anti-establishment, scrive Kramer, appartenne per decenni ai comunisti ma ha traslocato ora verso l'estrema destra. In Europa è già accaduto: con Haider in Austria, Berlusconi e Lega in Italia, i fratelli Kaczynski in Polonia. Ma la Francia estende l'esperimento: l'intero arco delle forze politiche è stregato da Le Pen e dalle sue menzogne sull'Europa divoratrice di sovranità e identità. Nessuno ha sfatato queste illusioni dicendo il vero sulla sovranità comunque perduta, tranne Bayrou. Nessuno ricorda che, dopo il '45, Parigi ebbe la saggezza di risolvere i propri problemi risolvendo quelli d'Europa. Sarkozy come Ségolène alimentano l'illusione, riprendendo uno dopo l'altro i pensieri di Le Pen come se si trattasse di far loro cambiar casa più che di confutarli. Questa propensione a parlar di malattie organiche anziché di difficoltà politiche ha radici antiche, come antico è l'assillo del declino: Drumont descriveva una Francia contaminata dagli ebrei e la paragonava alla Polonia, corrotta nella purezza cristiana fino a esser fagocitata da potenze aliene. Oggi come allora, tuttavia, è una ben strana disfatta quella che viene agitata come spauracchio. Non tutto è andato male in questi decenni, a cominciare dal governo socialista di Jospin (aumento dell'occupazione, privatizzazione dell'economia) e il suo naufragio alle presidenziali del 2002 è senza gran rapporto con la realtà: Jospin fu sorpassato al primo turno da Le Pen perché la sete d'illusioni era soverchiante, non perché Jospin fosse rovinoso. La disfatta francese è in gran parte immaginaria, il declino viene esagerato. Una cosa certo s'è disfatta: l'idea che ci si faceva di una sovranità inalterata. Ma proprio quest'illusione resta in piedi, e la parabola Jospin non ha insegnato nulla. Le Pen preserva il miraggio e questa resta la sua forza di kingmaker. Di rovine identitarie la Francia ne ha conosciute molte in passato e di strana instabilità mentale parla lo storico Marc Bloch, in un libro scritto quando il paese fu vinto da Hitler nel '40 (La strana disfatta è tradotto da Einaudi). È un libro che andrebbe riletto, non solo in Francia: per lo sforzo di capire quel che accadeva non tanto sul fronte quanto nelle retrovie, non tanto nella condotta militare quanto nelle menti di un'élite. Anche il metodo suggerito da Bloch - il "conosci te stesso" socratico - andrebbe riesumato. Nel capitolo più luminoso ("Esame di coscienza di un francese") Bloch esplora le cause vere della sconfitta: l'ignoranza pigra delle classi dirigenti (borghesia illuminata, partiti a destra e sinistra, sindacati, industriali, stampa); la loro riluttanza a informare il popolo e dirgli il vero; l'"impreparazione al sorprendente"; l'intelligenza fine a se stessa, senza relazione con la pratica. E poi, nei sindacati, "l'incapacità di vedere più lontano, più alto, più ampio", senza impantanarsi nell'interesse breve e particolare. E l'accidia cieca, nei borghesi: "D'un tratto la borghesia smise d'esser felice", "istupidita" dall'odio del Fronte Popolare. E la convinzione che la Francia fosse pourrie, marcia, nei capi d'industria, negli amministratori, negli ufficiali dell'esercito: "Ricevevano gli ordini da un sistema politico che pareva loro corrotto fino all'osso; difendevano un paese giudicato in anticipo incapace di resistere". È significativo che il gollista Sarkozy, a tanti anni di distanza, respinga proprio quel metodo di Bloch. In un'intervista al filosofo Onfray, sulla rivista Philosophie Magazine (nr 8 - marzo), non insiste solo nel medicalizzare la politica, facendo prevalere l'innato sull'acquisito alla maniera di Drumont e dicendo che "si nasce pedofili" o con tendenze suicide. Aggiunge qualcosa di non meno significativo. Dice di esecrare proprio la massima che più aiuterebbe, oggi, i francesi: "Nella conversazione - scrive Onfray - Sarkozy mi confida che non ha mai ascoltato qualcosa di così assurdo come la frase di Socrate: Conosci te stesso. Resto di ghiaccio. Quest'uomo ritiene dunque vana la conoscenza di sé". Sarkozy è il più vicino al Fronte Nazionale, com'è ovvio: Le Pen nasce a destra, e assorbirlo spetta a quest'ultima. Sarkozy sogna di incorporarlo per soffocarlo, come fece Mitterrand con il Pc. Ma Le Pen ha il vento in poppa, mentre i comunisti non l'avevano; Le Pen è kingmaker, i comunisti non lo erano. Manca infine a Sarkozy la calma di Mitterrand. Costantemente eccitato, si è insediato stabilmente nel declino perché tutto quel che va male lo avvantaggia: fu così dopo il referendum europeo, e dopo le violenze in banlieue nel 2005. Sarkozy vive di quelle che vengon chiamate malattie, dunque le accentua: il pericolo di una sua vittoria è qui. Forse sarebbe in grado più di altri di riformare e aprire a forze nuove, ma il suo bisogno di conflitto, di odio e di paura è molto grande e liberarsene non sarà facile. A forza di crescere sulla paura o sul disgusto dell'establishment, sia Sarkozy sia Ségolène corrono il pericolo di precipitare nell'ottusità. Michel Rocard lo ha fatto capire venerdì: c'è un solo modo per battere Sarkozy ed è quello di uscire dalle chiusure mentali dei due blocchi, di creare un'alleanza che sorprenda, tra Ségolène e Bayrou. Fin da ora, prima del 22 aprile, perché la desistenza funzioni bene il 6 maggio. Qualcosa occorre fare, per fronteggiare il paradosso secondo cui l'unico a poter battere Sarkozy (Bayrou) è il politico che rischia d'essere assente fra primo e secondo turno. Sdegnati, i socialisti hanno respinto l'invito lanciato da Rocard e accolto con slancio da Bayrou. Così tenace è l'attaccamento alle illusioni, a sinistra e a destra. Così ben distribuita è la stupidità anziché il buon senso. Così forte il potere immobilizzatore di Le Pen, facitore di re.
Le regole la mia legge
Enzo Biagi intervista Gherardo Colombo
su L'espresso
Un addio in silenzio, che dovrebbe diventare assordante per le coscienze degli italiani. Gherardo Colombo, il pm che indagò sulle coperture a Michele Sindona, che smascherò la loggia P2 di Licio Gelli, che condusse le indagini di Mani pulite e i processi a Silvio Berlusconi, lascia la magistratura. E per la prima volta spiega le ragioni del suo gesto. Ecco uno stralcio dell'intervista concessa a Enzo Biagi.
Dottor Colombo, lei ha deciso di abbandonare la toga. Cosa c'è oggi nel suo animo, rimpianto, delusione, rabbia?
"Sicuramente non c'è rabbia. E anche per quel che riguarda rimpianti e delusione, io vedo questa mia decisione in una prospettiva un po' diversa. Ormai sono 33 anni abbondanti che faccio il magistrato: ho sperimentato il funzionamento della giustizia. Ripeto ho maturato, ho sperimentato - anche perché contemporaneamente mi è successo di andare a parlare nelle scuole, nei circoli, nelle parrocchie, un po' ovunque - il fatto che è difficile, difficilissimo far funzionare la macchina della giustizia senza che da parte dei cittadini ci sia una forte condivisione delle regole. E allora la mia decisione è dipesa da quello. Io credo che sia molto importante cercare, nei limiti del possibile, di comunicare con le persone, con i giovani soprattutto, quale sia il perché delle regole e quale sia la loro importanza".
Quanto ha contato la politica nella sua scelta?
"Mah. la politica può aver contato per quel che riguarda la mancanza di interventi forti sulle regole che servono a far funzionare meglio la giustizia, sugli strumenti che consentono a tutto l'apparato giudiziario io non parlo soltanto di magistrati, mi riferisco in genere a chi opera nella giustizia , sui mezzi che servono a far funzionare meglio questa macchina che vista sia dall'esterno che dall'interno, sembra così farraginosa e si muove con grande difficoltà. Sappiamo tutti che i processi durano tantissimo. Io credo anche che le garanzie non sempre siano distribuite in modo esatto, magari qualche volta ce ne sono troppe, ma in altri casi ce ne sono anche troppo poche. E allora io credo che, ma non solo alla politica, più in generale alle istituzioni, si possa addebitare il fatto che la giustizia non funziona bene".
Che destino attende il corrotto? Magari una bella carriera?
"Chi lo sa: dipende poi dalle situazioni personali. Il fatto è che se non esiste un atteggiamento complessivo della società, io direi, delle persone, delle regole, delle istituzioni verso i reati e quindi anche verso la corruzione. Se non esiste un atteggiamento di riprovazione, poi è più facile che il corrotto faccia magari una bella carriera".
Non c'è stato un momento o un episodio nel quale lei ha sentito che sembrava quasi che questo paese avesse smarrito il senso della legalità?
"Io credo che nel nostro paese la relazione con la legalità, con le regole che hanno come riferimento la Costituzione, che la relazione tra le persone e le regole sia una relazione incredibilmente sofferta. Come si potrebbe spiegare altrimenti che provvedimenti di clemenza, condono edilizio, condono fiscale e via dicendo, continuano a ripetersi, praticamente da quando siamo una repubblica. Questi provvedimenti richiedono, per essere di qualche utilità, che la devianza sia massiva, e quindi sono un indice di cattivo rapporto con le regole".
Una specie di carattere nazionale allora?
"No, io non credo che sia un carattere nazionale".
Un aspetto della vita italiana?
"Un aspetto della - molto molto tra virgolette - 'cultura italiana', del modo di intendere la vita e le relazioni. Forse noi apprezziamo di più la persona furba che elude le regole, piuttosto chi cerca di impegnarsi perché siano trattati gli altri allo stesso modo di come si è trattati".
Se un magistrato butta la spugna, il cittadino qualunque a chi si deve affidare?
"Io premetto che non butto la spugna. La mia non è una decisione di rinuncia, la mia è una decisione di impegno. Io credo che si possa, nei limiti ovviamente del possibile per ciascuno di noi, nei miei piccoli limiti, che si possa fare molto per la giustizia operando fuori dalle strutture istituzionali. Io credo molto nel modo di essere delle persone rispetto alle regole. Penso sia importante che ai ragazzi e non solo, sia proposta una riflessione su come riuscire a capire il significato delle regole, partendo da lontano, andando alla storia, provando a leggere Antigone e via dicendo. Quello che vorrei fare io nel futuro è cercare di comunicare, attraverso libri, riuscendo a parlare con i ragazzi, con le persone. Non è un gettare la spugna. Io credo che se i cittadini si impegnassero nel vivere la propria vita badando anche alle regole. Pensi a quante cose noi badiamo: stiamo molto attenti a come ci vestiamo: i ragazzi hanno tutto o quasi tutto griffato e via dicendo. Stiamo attenti, attentissimi al cibo; ci piace avere un'automobile che sia in consonanza e in sintonia con la nostra persona, ci piace farla vedere agli altri; ci piace mostrare una bella casa, eccetera. Ci preoccupiamo di una serie di aspetti della nostra vita. Non altrettanto facciamo con un punto di riferimento che secondo me è essenziale, che sono le regole".
Conta quindi più mostrare che essere?
"Tante volte sì. Io credo che si sia persa un po' l'idea dell'essere. Si è dimenticato che esiste anche un essere, oltre all'apparire".
Quindici anni dopo, che bilancio si sente di fare dell'esperienza di Mani Pulite?
"Io constato che attraverso queste indagini si è scoperto molto. Credo si ricordi che prima del 17 di febbraio del 1992 si parlava di questo fenomeno della corruzione che era così esteso nel paese, però di fatti ce n'erano pochi, pochissimi. Da allora in avanti per quei tre, quattro, cinque anni in cui si è investigato sulla corruzione, di fatti ne sono emersi tanti, tantissimi: sono emersi episodi dettagliati, sono emerse le transazioni finanziarie. Io credo che sotto questo profilo l'informazione, la giusta informazione che è conseguenza naturale del processo pubblico, sia stata una cosa positiva. Per quel che riguarda i risultati all'interno del processo, beh, chissà quante sono le posizioni che sono finite in prescrizione, e quante sono le posizioni che sono finite con un proscioglimento perché sono cambiate le regole del processo, perché sono cambiate le regole sostanziali, perché una cosa che prima era reato adesso è un pochino meno reato e via dicendo. Allora sotto il profilo rigorosamente giudiziario, io credo che il risultato non sia stato quello che ci si aspettava".
Il potere non cerca di fare la giustizia a sua misura?
"Sì io credo che il potere cerchi di espandersi, magari anche al di là, qualche volta, delle possibilità che gli danno le regole. A proposito dell'esperienza di Mani Pulite, per quanto riguarda gli aspetti personali sicuramente è stato un periodo intenso, quindici anni, in cui sono successe tante cose. Ci sono stati dei dolori molto forti, per quel che riguarda me, non è mai indolore inserirsi così nella vita delle altre persone".
Cosa pensa dei colleghi che hanno scelto la politica?
"Guardi non penso proprio niente. Io credo che siccome le regole lo consentono è una cosa che si può fare. Io posso dirle però che per quel che riguarda me, io credo che sarebbe una bella cosa inserire un intervallo, un intervallo di una certa consistenza, fra l'esercizio dell'attività di giudice o di magistrato in generale e il dedicarsi all'attività politica. Primo. E secondo, non dovrebbe esistere la possibilità di tornare indietro. Questa è la regola che io mi prefiguro e per quel che riguarda invece le mie scelte personali, io credo che sia molto importante cercare di operare nella società. Ribadisco una cosa che riguarda me: una volta in cui si decide di non far più parte di un'istituzione, forse, il rivolgersi ad altri campi, completamente diversi, è una cosa che mi si addice di più".
Volere e potere
Gherardo Colombo su Golem l'Indispensabile
Il comportamento è indotto da atteggiamenti mentali. Comportamenti uguali, però, possono avere causa in atteggiamenti diversi.
Volere e dovere. Libertà e obbligo. Scelta e obbedienza. Qualsiasi azione può indifferentemente dipendere dall'una o dall'altra di queste antinomie. A ciascuno succede, nelle varie contingenze della propria esistenza, di determinarsi ora perché vuole, in altra occasione perché deve; talora perché libero e non condizionato da alcunché e talaltra perché obbligato; in alcuni casi per scelta, in altri perché costretto a obbedire a qualcuno. Tante e diverse essendo le situazioni nelle quali chiunque si imbatte, va nella pratica escluso che si dia il caso di rispondere, nel corso di una vita, riferendosi ad una soltanto di queste sollecitazioni.
Non interessa, qui, stabilire relazioni dirette tra le spinte, le motivazioni che provocano i comportamenti, ed il binomio libertà-uguaglianza (filo visibile che ha legato tutto il procedere di queste riflessioni). E' ovvio, e non richiede dimostrazione, che la libertà di tutti (id est in uguaglianza e reciprocità di posizioni), comporta la presenza di confini per ciascuno, oltrepassando i quali viene intaccata la corrispondente libertà altrui.
Non è, però, questo, il tema della riflessione di oggi. Il tema consiste nella considerazione soggettiva di tali confini.
Perché, quando succede, i confini sono rispettati? Perché, per esempio, è il più delle volte osservato il confine rappresentato dal rispetto della vita altrui? Si tratta dell'obbedienza al divieto (non uccidere) tramite il quale il confine è generalmente espresso? Non si uccide, generalmente parlando, perché si deve, si obbedisce al precetto? O non accade il più delle volte che non si uccida perché si vuole non farlo, e si esprime quindi la libertà propria di non offendere quella altrui? Se le persone, nel loro complesso, non uccidessero perché ciò è percepito come dovuto, resisterebbe il confine? Il confine resiste perché il precetto non è, il più delle volte, percepito come tale. Non si tratta di adempiere un obbligo. Si tratta di manifestare una convinzione. Essendo convinti che non sia bene uccidere gli altri, segue automaticamente, per coerenza irriflessa della propria convinzione, il comportamento. Non è sempre così, non è per tutti così. Se manca la convinzione, subentra il dovere, l'obbligo, l'obbedienza. I quali, spesso, sono accompagnati dalla paura della ritorsione. Oppure non subentra nulla, e si uccide.
Si prendano esempi più complessi, in cui entri in gioco una dinamica più ampia, con la contemporanea presenza di più obiettivi, magari tra loro in contrasto. Quante volte si ascolta l'elogio di chi ha compiuto un'azione costosa, che ha esposto anche a rischi, e quante volte l'apprezzamento è accompagnato dal rimarcare il senso del dovere che dell'azione sarebbe stato la molla. Per spiegarmi non posso non riferirmi, come ho fatto in chissà quante occasioni, a Giorgio Ambrosoli. Su incarico istituzionale, Ambrosoli stava ricostruendo la contabilità delle banche di Michele Sindona; affinché favorisse questi piuttosto che gli interessi della collettività divenne oggetto di blandizie e minacce: non cedette mai, mettendo consapevolemente nel conto anche la morte, alla fine infertagli da un sicario di Sindona. La sua scelta fu mossa dal senso del dovere o dalla libertà di esser coerente a se stesso? Quanto il senso del dovere riesce ad appagare le proprie istanze, quali basi consapevoli dà alle proprie scelte, fino a che punto sa confermare la propria coerenza in un percorso che non sia fine a se stesso? Poi, soprattutto, quanto il senso del dovere è capace di creare? Non costituisce, il senso del dovere, una risposta ad un impulso esterno (che, si badi, può provenire anche da se stessi, ma continua ad essere esterno al proprio convincimento profondo)? Non è, alla fine, una delega in bianco che sopperisce al non avere capito, al non aver messo dentro, al non aver fatto proprio il volere rispettare i confini che garantiscono l'altro? Ancor più va detto per l'obbedienza, ove è palese la sostituzione della propria volontà con quella di un altro, ed ove è evidente che l'azione non è condivisa (in caso contrario, non sarebbe obbedire, ma far conseguire la condotta coerente al volere proprio piuttosto che a quello di altri).
Certo, le sfumature sono infinite, e sembrerebbe parlar di sesso degli angeli se non si trattasse, da una parte, dell'origine di infinite mistificazioni (si pensi all'obbedienza invocata dai gerarchi nazisti per deresponsabilizzarsi dai crimini di cui si erano coperti); dall'altra, del dilemma di riferirsi all'uno o all'altro principio nel proporre a terze persone una strumentazione per il proprio divenire e per l'individuazione dei propri punti fermi.
Rientra in gioco l'educazione, in una diversa prospettiva: si insegna instillando il senso del dovere, della disciplina e dell'obbedienza (togliendo responsabilità introducendo in una dimensione cupa e piena di imperativi categorici la cui inosservanza è origine di castighi e tormenti) o proponendo il senso della libertà propria come altra faccia della libertà altrui, che costituisce, al pari della libertà propria, realizzazione di sé? Senza togliere che, nelle relazioni che trascendono il sé, dovere, obbligo, obbedienza, ed anche conseguenze sanzionatorie alla loro violazione possano costituire delle specie di subordinate non dispensabili. E che quando si forma il carattere obbligo ed obbedienza servono a percepire l'esistenza di confini, e quindi ad identificarsi. Ma avendo presente che non possono divenire modello costante dei rapporti, anche dei rapporti con se stessi: tarpano le ali al capire.
Baby pensioni nelle Forze Armate
Gian Antonio Stella sul Corriere della Sera
PADOVA I fannulloni prendano nota: spacciare droga non è incompatibile con l'assenza dal lavoro per malattia. Lo dice una sentenza d'assoluzione (assoluzione!) di un maresciallo dell'esercito che, mentre figurava agonizzante nel suo letto di dolore, vendeva eroina ai tossici a 1.476 chilometri dal suo luogo di lavoro. Il generosissimo verdetto, emesso dal tribunale militare di Padova, è in realtà soltanto l'esempio più clamoroso di una realtà stupefacente. Quella del "fannullonismo" nel mondo in divisa. Dove una vecchia leggina del 1954 non ancora cambiata né dai governi di destra né da quelli di sinistra consente ancora oggi a marescialli e brigadieri e tenenti professionisti che vengano "riformati", di andare in pensione con 15 (quindici!) anni di servizio.
Risultato: al tredicesimo anno centinaia di graduati cominciano ad avvertire devastanti emicranie, spaventosi strazi all'alluce valgo, lancinanti vertiginiti e insomma un tale mucchio di malattie che metterebbero a dura prova le madonnine di Fatima, Lourdes e Medjugorie e si concludono con qualche condanna per truffa o, più spesso, con la collocazione a riposo. A 35 anni, talvolta. E con l'assegno vitalizio destinato a premiare le furbizie per decenni.
Meno male che il sostituto procuratore militare Sergio Dini e certi suoi colleghi che tentano da anni di arginare il fenomeno sono fatti di una pasta diversa. Sennò avrebbero loro sì il diritto di mettersi in malattia per depressione acuta: a che serve incastrare i lavativi, rinviarli a giudizio per simulazione di infermità, diserzione aggravata (un'accusa che un tempo ti spediva alla corte marziale) e truffa militare pluriaggravata, se poi va a finire spesso in sentenze assolutorie così esageratamente cavillose da esporre la nostra giustizia al ridicolo?
Hanno scoperto di tutto, negli ultimi anni. Un caporalmaggiore che dalla Puglia natia mandava alternativamente ora un certificato di "lombosciatalgia " e ora di "sindrome ansioso- depressiva", finché saltò fuori che era stato regolarmente assunto (assunto!) come guardia giurata da una compagnia telefonica. Un altro che marcando visita per due anni al Reggimento Lagunari Serenissima per "lombosciatalgia " e "postumi di una frattura mandibolare ", faceva in malattia lo scaricatore di sacchi di cemento la mattina e l'impiegato di una termosanitaria al pomeriggio. Un sergente maggiore al quale un'angosciante "sindrome depressiva " (due anni di malattia) non impediva di dirigere un'avviata boutique e fare body building. E via così. A centinaia. "Dottori" compresi.
Ed ecco un ufficiale medico casertano che, di certificato di malattia in certificato di malattia, è rimasto assente (continuando a ricevere lo stipendio, si capisce) per due anni filati, trascorsi a Napoli per fare la specializzazione in pediatria. Un altro che, nei lunghissimi periodi in cui risultava pressoché in comaper malesseri vari, faceva contemporaneamente il medico di base, il consulente del tribunale di Verona e il perito di una compagnia di assicurazioni. Per non dire della fatica a convocare in tribunale quanti hanno firmato talora per lo stesso assistito decine di certificati in fotocopia. Faringiti, sciatiche, vertiginiti, piaghe, pustole... Non c'è medico (o quasi) che se viene chiamato dai giudici militari a testimoniare sulla sua collaborazione coi finti malati, non marchi visita presentando a sua volta un certificato medico.
Sono così rari, quelli che si presentano, che i magistrati li guardano con la curiosità che accolse l'india Matoaka, meglio nota come Pocahontas, nella Londra di Giacomo I. C'è gente che si nega due, tre, quattro volte. Finché i giudici sono costretti a emettere la convocazione coattiva. Un panorama sconfortante. Nel quale spiccano, su tutte, le sentenze a chiusura di tre processi per simulazione di infermità, diserzione aggravata e truffa militare pluri-aggravata. La prima ha graziato il maresciallo dell'esercito Stefano Della Pietra che, affetto in base ai certificati da "sindromi ansiose depressive", ha marcato visita per mesi e nel frattempo faceva il presidente di un consiglio circoscrizionale e dirigeva un bar e due panifici dei quali era proprietario con la madre: assolto e pensionato. La seconda ha premiato il signor Valerano Conte che, reagendo eroico agli implacabili dolori ("lombosciatalgia bilaterale" e "disturbi ansioso- depressivi") che gli impedivano di fare il maresciallo a Padova, faceva in quei lunghi mesi di assenza il rappresentante, piazzava prodotti, visitava clienti, emetteva fatture per conto di una ditta, la "Beauty Company", alla quale era legato da un regolare contratto, al punto di compilare lui stesso un curriculum vitae, ammette il magistrato nel dispositivo, in cui lui stesso "dichiarava di aver svolto attività di agente di commercio" anche nei periodi in cui figurava malato: assolto e pensionato.
La più spettacolare però è la terza sentenza, firmata dal gip Andrea Cruciani. Il quale, chiamato a giudicare le assenze per circa un anno e mezzo del caporalmaggiore Antonino Cannistraro, in forza (si fa per dire) all'11°Reggimento Bersaglieri di Orcenico Superiore, Pordenone, scrive che, tra tanti documenti medici, "potrebbe far sorgere qualche dubbio" solo un certificato di malattia dal 18 al 22 marzo 2004. E perché? Perché la sera del 20 marzo il giovanotto fu arrestato con il fratello a Licata (a 1.476 chilometri dal luogo in cui avrebbe teoricamente dovuto stare a letto per una "faringite febbrile") nella operazione "Cane di Paglia" contro il traffico di cocaina e di eroina. C'erano intercettazioni, indizi, prove. Tanto da convincere il malatino a patteggiare una condanna a due anni di carcere. Condanna sulla quale, per carità, il giudice militare non eccepisce: spacciare è un reato.
Spiega però che, come assenteista, va assolto. Infatti la faringite febbrile "non può ritenersi di per sé sola incompatibile con la presenza dello stesso Cannistraro in Licata nel luogo in cui veniva perquisito dai militari ". La malattia, "pur necessitando di riposo e comportando l'impossibilità di svolgere attività continuativa nel reparto militare di appartenenza, non necessariamente impediva allo stesso di uscire...". Insomma, scrive più avanti il giudice, "non è stato accertato che lo stesso abbia svolto attività lavorative o sociali incompatibili" con la patologia. Domanda: è strampalata la legge o è strampalata la sentenza? Delle due l'una. Ma per favore: basta.
Due film freschi di giornata
Solimano sul blog Abbracci e pop corn
Questo pazzo pazzo pazzo pazzo mondo di Stanley Kramer
Durante il primo tempo gli spettatori che gremivano il cinema se ne stettero relativamente tranquilli. Ridevano sì, ma non per tutto il tempo, e i dialoghi li si riusciva ad ascoltare abbastanza, specie nel primo quarto d'ora in cui c'era da capire dove andasse a parare quel film. Fine del primo tempo, di tempi ce n'erano tre - un film molto più lungo dei soliti. I due che giravano con le bibite fecero ottimi affari, ognuno si rifocillava in vista della sfida del secondo tempo, si era capito che sarebbe stata dura. E così fu, il secondo tempo fu un vero massacro. Una risata continua, alternandosi per prendere fiato. A volte, voci di donne si sentivano di più, acutissime sbucavano dal coro come certe soprano, quelle che con la voce spaccano i calici - mai visto, credo sia una balla. Il guaio era che cominciavano a ridere prima delle battute o degli sketch, si rideva per contagio. Qualche bene intenzionato provò a fare sssstttt! ma fu lui ad essere zittito, la gente godeva troppo. Quelli delle bibite ridevano in piedi nei corridoi, e sì che chissà quante volte l'avevano visto. Ci si schierava, chi stava con un personaggio, chi con l'altro, tutti contro la quintessenza universale della suocera, cioè Ethel Merman: quando arrivava lei era festa per tutti, se la sarebbe presa con la figlia, col genero, col figlio, con l'inglese o col camionista - o con tutti? Così per il terzo tempo, durante lo scavo della doppia W, l'intervento dei pompieri e tutti all'ospedale contusi, fratturati, guardati a vista dalla polizia. L'unico serio di tutto il cinema, sullo schermo e fra il pubblico, era Spencer Tracy, poliziotto quasi in pensione che si era fatto incastrare pure lui nella caccia al tesoro. Ma entrò la suocera fra due guardie femmine, cominciando la sua solita piazzzata, e scivolò su una buccia di banana piantando una culata per terra con le gambe in alto, e non ci fu nulla da fare, anche Spencer Tracy cominciò a ridere. Uscimmo dal cinema tutti rimbambiti dalla contentezza e si sentì uno dire a voce abbastanza alta: "La solita americanata!" Lo guardarono tutti con compassione, io lo conoscevo, di Cineforum non ne perdeva uno, faceva domande di cinque minuti cadauna. L'avevo intravisto già durante il film, rideva con le lacrime agli occhi, guardandosi attorno un po' vergognoso. Mi dissero che dopo quel film si mise a fare domande più corte, chissà perché.
I sette samurai di Akira Kurosawa
Federico Zeri diceva che ogni secolo ha una arte guida e che l'arte guida del '900 è stata il cinema. Sosteneva che molta fra la musica migliore del '900 la si trova fra quella realizzata per i film, e la trovo una osservazione illuminante. Non tutti sono d'accordo con Zeri, c'è persino la discussione se il cinema sia un'arte o no, Suso Cecchi D'Amico ad esempio propende per il no. A me sembra una excusatio non petita, viste le sceneggiature che ha scritto con troppa facilità, una via l'altra; poteva scriverne molte di meno e sarebbero usciti dei film più tosti, meno di superficie. E' una discussione che lascia il tempo che trova: tutti amiamo i film della nostra vita, ognuno i suoi, e non ci poniamo il problema arte o non arte. Ma che dire, di fronte a I Sette Samurai? Che è la prova ontologica dell'esistenza dell'Arte del Cinema...
I Sette Samurai è del 1954. Non è un film di guerra, è un film epico, che è cosa diversa. L'edizione originale era lunga 206 minuti, tantissimo per quei tempi. Ma in Italia circolò una copia di meno di 140 minuti. Fu tagliata la parte in cui comparivano i contadini, il loro mondo, che Kurosawa, proprio come il suo amato Tolstoj, prediligeva e riteneva indispensabile per equilibrare il racconto. Solo in anni recenti è stata doppiata l'edizione completa, che uscì abbinata all'Unità. Riporto qui le ultime parole del film, quelle che pronuncia il capo dei samurai superstiti vedendo i contadini che si avviano ai lavori dei campi: "Ancora una volta abbiamo perduto
Non noi, ma i contadini sono i veri vincitori". Questa storia della copia tagliata ha fatto sì che io mi sia innamorato due volte de I Sette Samurai, smentendo così l'amico partenopeo che diceva che non ci si può innamorare due volte della stessa persona. Come identificazione, è sempre stato Kikuchiyo il personaggio a cui aderivo totalmente, è grandioso anche quando commette sciocchezze: quando segue da lontano i veri samurai perché vorrebbe essere con loro che non lo vogliono, ma anche quando si stufa di essere sfottuto e pesca con le mani il pesce mangiandolo alla faccia dei samurai regolari. Poi, il colpo di genio quando arrivano nel villaggio e tutti i contadini stanno nascosti: è Kikuchiyo che risolve la situazione suonando un gong, così tutti credono che arrivino i briganti e saltano fuori. Ma Kikuchiyo continuerà ad invidiare, ad ammirare, ad amare Kyuzo, il samurai zen, formidabile schermitore e capace di contemplare un fiore mentre arrivano i nemici. Fra i tre samurai superstiti non ci saranno né Kikuchiyo né Kyuzo, ragione in più per dire che hanno vinto i contadini. Ci sarà il samurai più vecchio e più esperto, che al giovane meravigliato che gli chiede come mai sa tante cose risponde che le ha imparate perdendo tutte le battaglie a cui ha partecipato. Va ricordato che i samurai erano tutti dei morti di fame: non c'era più la guerra ed erano dei disutili a spasso, al villaggio almeno mangiavano ogni giorno. Si capisce che la pace alla fine del film non è una non guerra, una situazione tranquilla ma senza sapore, è proprio la pace felice che i contadini desideravano: hanno veramente vinto, la frase non è una furbata dello sceneggiatore. Riuscire a costruire un film in cui la guerra è così vera, così rapinosamente trascinante, e al tempo stesso in cui la pace ha una sostanza sua, non di assenza di guerra, è stata forse la meraviglia più grande di Kurosawa, in questo film che di meraviglie trabocca in ognuno dei 206 minuti della edizione integrale. C'è di tutto, ne I Sette Samurai: l'acqua lenta del fiume, l'acqua scrosciante della pioggia nella battaglia finale, le prime armi da fuoco, i boschi frondosi, i prati fioriti, la ragazza a cui il padre taglia i capelli per fingerla maschio, il samurai più giovane che se ne accorge, la cavalcata per insidiare i briganti nel loro covo, Kyuzo che nella nebbia notturna va a sottrarre un archibugio, Kikuchiyo che salva un bambino, Kikuchiyo che mostra l'albero geneologico fasullo, Kikuchiyo a cui non bastano mai le spade, la musica per onorare i samurai e i contadini caduti, il contadino sempre impaurito, l'altro contadino sempre coraggioso, quello a cui i briganti hanno sottratto la moglie. Si discusse allora se Kurosawa fosse più occidentale od orientale, ci furono anche delle azzardate stroncature in Giappone e fuori. In questo film onnivoro e insaziabile ce n'è per tutti, Oriente e Occidente, adulti e bambini, che se vedono presto I Sette Samurai ameranno il cinema per tutta la vita.
Diete 2.0
sul blog Placida Signora
Usate l'A.O.A. (Astuto Ottico Autoinganno)
Non è detto che dimagrire significhi non ingerire cibi ipercalorici: l'importante è la quantità.
Quindi, come astutamente suggeriscono i dietopsicologi americani, se volete diminuire di peso fate uso di piatti piccoli: una porzione di lasagne al forno adagiata su un piattino da caffè o un risotto ai quattro formaggi servito in una tazzina da pinzimonio non vi faranno ingrassare.
Potrete perfino bere del vino e mangiare una torta, se scipperete a vostra figlia o alla vostra sorellina un bicchierino e una teglia della cucina di Barbie.
Ma il massimo appagamento ottico lo otterrete osservando da circa 20 cm. di distanza e attraverso un binocolo il desco così apparecchiato.
Giocate coi cibi
L'idea di nutrirsi solo di verdure crude e scondite può essere deprimente; quindi utilizzate la vostra fantasia ludica tramutando per mezzo di un coltellino affilatissimo (i bisturi sono creati all'uopo) banali carote in obelischi accuratamente istoriati da bassorilievi riproducenti scene mitologiche; ravanelli in fiorellini; pomodori in cestini filigranati; cetrioli in divertenti, lunghe spirali.
Oppure prendete dei chicchi di mais bollito e dei piselli e fatene dei mosaici variopinti di dimensione cm. 5 x 5; poi bendatevi gli occhi e, con uno stuzzicadenti, cercate in tre minuti esatti di infilzare un chicco o un pisello alla volta (alternati, sennò non vale!) Più riuscirete a infilzarne, più ne mangerete.
Autosuggestionatevi
Quando vi sedete a tavola di fronte al vostro pasto dietetico, imparate a ripetere ad alta, altissima voce:
Questo non è uno stupido vasetto di yogurt magro, ma un cremosissimo gelato crema e cioccolato!.
Questa non è una triste foglia di lattuga, ma un mega piatto di trenette al pesto!.
Questo non è un misero gambo di sedano, ma un cosciotto d'agnello gocciolante olio!.
Io sono una capretta, bèèèèè, e adoro brucare l'erbetta scondita, bèèèèè!.
Smettete solo quando vedrete i vostri congiunti digitare furtivamente il numero del più vicino Centro di Salute Mentale.
Mangiate almeno 6 volte al giorno
Chi dice che perdere peso sia obbligatoriamente legato al saltare i pasti?
Spesse volte invece, più spesso si mangia, più in fretta si dimagrisce, come assicura l'inglese dott. Philip Gorden. Innanzitutto, afferma, bisogna far precedere alla dieta 48 ore di digiuno quasi assoluto, concedendosi solo acqua non gasata. Poi iniziare:
H.8: tè o caffè senza zucchero. H.11: mezzo grissino. H.13: mezzo pugno di riso bollito e un'arancia. H.17: tè o tisana senza zucchero. H.20: insalata verde completamente scondita. H.23: una tazzina di consommé.
Ad un certo punto dice Gorden non avrete più coscienza di essere a dieta.
Infatti dico io- la coscienza l'avrete persa del tutto e vi risveglierete tranquilli in un lettuccio d'ospedale con una flebo di glucosio attaccata al braccio.
La dieta di patate
Inventata una trentina d'anni fa dal prof. Rosenfeld, tedesco (nel caso ci fossero dubbi
).
H.8: caffè amaro. H.10: piccola patata lessa. H.13: 100 gr. di purè fatta con metà acqua e metà latte magro. H.17: grande patata lessa. H.20: 100 gr. d'insalata di patate.
Vi consiglio di interrompere la dieta appena la pelle del viso diventerà grigia e spessa, cominceranno ad apparire i primi germogli sulle gote e sul naso e verrete assaliti da un grande desiderio di essere sepolti vivi in piena terra.
La dieta VVV (Veline&VippumeVario)
H.10: caffè amaro. H.11: body building. H.12: sniffatina di cocaina. H.13:shiatsu. H.14: caffè amaro. H.15: strekkenig. H.16: sniffatina di cocaina. H.17: meditazione tandra. H.18: caffè amaro. H.19: squash. H.20: sniffatina di cocaina. H.21: caffè amaro. H.22: idromassaggio. H.23: sniffatina di cocaina e un caffè amaro per inghiottire le 7 pastiglie di Tavor necessarie per addormentarsi prima di telefonare al più vicino Centro di Recupero onde prenotare un piccolo soggiorno salutistico.
Ginnastica per chi non ha tempo
Se non avete tempo per la palestra e causa lavoro trascorrete mezze giornate seduti in macchina, ecco cosa mi ha consigliato un istruttore di strekking: aspettate il verde del semaforo, tirate lentamente e completamente (vabbé
) in dentro l'addome spingendo in alto il diaframma, poi rilasciatelo poco a poco: dopo una centocinquantina di semafori il vostro ventre, assicurano, diventerà piatto e duro come il marmo.
E sapete perché che i cavallerizzi hanno sempre sederi magri e sodi? Perché rimbalzano in continuazione sulle selle.
Potrete ottenere gli stessi risultati anche se non avete sottomano un equino, ma siete costretti a stare per ore ad una scrivania in ufficio; seduti, rimbalzate una ventina di volte all'ora sulla sedia usando una certa violenza: poi scrivetemi e raccontatemi dettagliatamente le espressioni dei vostri colleghi mentre compivate la manovra.
©Mitì Vigliero
15 aprile 2007