
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 25 marzo 2007
La verità di Prodi su famiglia e guerra
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Tante cose sono accadute che ci riguardano direttamente, noi italiani. Ed anche noi giornalisti e lettori di "Repubblica", rimasti per due settimane col fiato sospeso, consapevoli di trovarci al centro d´un ciclone dove si mescolavano problemi di vita e di morte d´uno dei più valorosi e bravi dei nostri redattori e problemi di linea politica dove si misuravano il coraggio e la pietà che a volte si sovrappongono fino a diventare due facce della stessa medaglia.
Bisognerebbe scegliere uno di questi problemi, raccontarne fino in fondo lo svolgimento, le cause che l´hanno determinato, gli effetti che ne sono derivati. Ma come si fa? Sono tutti intrecciati gli uni con gli altri: il rapimento di Daniele Mastrogiacomo, la sua liberazione, i rapporti tra il governo Prodi e quello Usa, la posizione del fronte berlusconiano, il voto sull´Afghanistan che avrà luogo dopodomani, le due o tre o quattro anime che albergano nel centrosinistra e nel centrodestra, il miglioramento della situazione finanziaria e i suoi possibili effetti sull´economia, il consenso dell´opinione pubblica verso il governo, che tarda a manifestarsi o addirittura diminuisce. Infine il rapporto tra lo Stato e la Chiesa tra i chierici e i laici, tra le prescrizioni del Papa e la libertà di coscienza delle persone, credenti o non credenti che siano.
Dunque non basta un ritratto, ci vuole piuttosto un affresco e bisognerebbe esser assai più bravi di quanto io non sia.
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In questo lavoro che definirei di ricognizione ho incontrato varie persone, di altre ho letto e ascoltato pubbliche dichiarazioni e più riservati pensieri.
In particolare ho avuto un incontro con Romano Prodi.
Un incontro tra pochi vecchi amici che ponevano domande delicate e critiche senza altro intento che quello di capire e accertare la verità e gli obiettivi dell´interlocutore il quale a sua volta sembrava a suo agio nel raccontare e confessare i propri obiettivi e la sua visione degli interessi del paese.
Non dirò nulla che tradisca la sua fiducia anche perché chi lo conosce da quarant´anni sa che Prodi ha sempre avuto sulle labbra ciò che aveva nel cuore. Non è affatto un ingenuo ma ha sempre ritenuto che la migliore moneta sia quella di cui si dichiara il conio senza alterarne e manipolarne la reale caratura. Perciò Prodi è una fonte autentica e fornisce elementi validi per la ricostruzione dei fatti, anche a rischio di suscitare giudizi negativi. Posso aver sbagliato sembra dire ma giudicatemi per ciò che ho realmente fatto e tentato, non per quello che mi viene disonestamente attribuito.
Di lì comincerà il suo racconto con una domanda a se stesso e a chi ne contesta l´operato nel caso Mastrogiacomo: quale sarebbe la natura delle critiche se Daniele non fosse tornato vivo? Che cosa avrebbero pensato e detto la maggior parte degli italiani, di sinistra e di destra?
Io conosco le opinioni degli americani, degli inglesi, dei tedeschi. Se un loro concittadino viene rapito e ucciso da bande di terroristi e di tagliagole, ne soffrono quanto noi; salvare quella vita è un obiettivo essenziale ma non prioritario. L´obiettivo prioritario è di non trattare con i terroristi, non mettere in gioco principi non negoziabili. I governi che li rappresentano sono condizionati da queste convinzioni popolari e si comportano di conseguenza.
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Le nostre priorità sono diverse. In cima alla lista c´è la vita d´una persona che va difesa fino in fondo. Non è un segno di viltà ma di rispetto per la vita. Questo è sempre accaduto, questo è sempre stato l´obiettivo di tutte le forze politiche e sociali. In tutti i casi che si sono verificati il sentimento popolare si è sempre espresso coralmente e unanimemente. In particolare nella guerra contro il terrorismo: nessuno, nel caso delle due Simone, dei "bodyguard", della Giuliana Sgrena, di Mastrogiacomo. Si trattasse di militari o di professionisti o di giornalisti o di turisti. Nessuno ha mai detto che non bisognava trattare.
Infatti si è sempre trattato. Magari negando che si trattasse. Calipari ci ha rimesso la vita, non tanto perché abbia tentato di riportare la Sgrena a casa, ma perché il compito che il governo gli aveva affidato fu nascosto agli alleati americani. Se il negoziato fosse stato effettuato alla luce del sole, la Sgrena non sarebbe tornata a casa ma Calipari sarebbe ancora vivo.
Nel caso Mastrogiacomo il governo Prodi non ha fatto nulla di nascosto, non mentì agli alleati ma ne chiese la collaborazione (e l´ottenne) perché il negoziato andasse a buon fine.
Naturalmente gli americani hanno ora stretto i freni ci ammoniscono affinché il caso non si ripeta mai più. Con una non lieve differenza: a Bagdad il Comando Usa guidava tutte le forze armate della coalizione e le regole che imponeva erano vincolanti per tutti. Chi non voleva rispettarle doveva farlo di nascosto.
In Afganistan le regole di ingaggio sono fissate dalla Nato e in alcuni casi lasciano notevole autonomia ai comandanti dei vari settori. Non esistono regole di ingaggio per il contingente italiano: si tratta infatti di reparti Nato sotto la supervisione dell´Onu. Non risulta che tali regole prevedano comportamenti obbligatori per i singoli reparti.
Forse dopo il caso Mastrogiacomo se ne parlerà e ciascuno dirà la sua. Ma allo stato dei fatti questa è la situazione. Il chiarimento D´Alema-Rice è avvenuto su questo punto, la cui verità ha determinato il recupero di un buon rapporto diplomatico e politico. Il Dipartimento di Stato ha suggerito (parola testuale della Rice e dei suoi principali collaboratori) che in futuro non si ripetano casi del genere. D´Alema ne ha preso atto ribadendo di essere ben felice che la vita di un nostro concittadino fosse stata salvata.
L´interlocutore afgano è stato Karzai il quale ha dichiarato che, richiesto da Prodi di adempiere nei limiti del possibile alle richieste dei rapitori, ha ritenuto di dover aiutare gli amici italiani ed ha accettato lo scambio dei prigionieri.
L´operazione insomma ha avuto successo. Qualcuno in Italia può ora piangere lacrime di coccodrillo? E cosa avrebbero detto gli esponenti dell´opposizione in caso di insuccesso?
Così Prodi.
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Qualcuno ha domandato: perché il recupero del consenso non avviene? Guardiamo i dati dei più recenti sondaggi di opinione effettuati da sei centri di analisi appena due giorni fa.
Nel maggio dell´anno scorso il vantaggio del centrosinistra era di 14 punti sull´avversario. In settembre la Casa delle libertà era passata in vantaggio di 4 punti. Un mese dopo il vantaggio era arrivato a 8 punti (54 a 46). I sondaggi di due giorni fa danno un massimo di 10 punti (55 a 45 in favore del centrodestra) e un minimo di 6 punti (53,5 a 47,5). Prodi non ha recuperato ma è rimasto più o meno alle cifre di ottobre. Le cause di questa stasi?
Probabilmente i dissensi nel centrosinistra sulla Finanziaria che hanno amplificato il disagio delle categorie colpite o non sufficientemente favorite.
L´obiettivo del risanamento dei conti non era tale da suscitare entusiasmi. Se Prodi potesse ricominciare da zero, gli abbiamo chiesto, ripercorrerebbe la medesima strada?
Sì, adotterebbe la stessa strategia ma confessa che il maggior danno è venuto dalle diverse concezioni dentro al governo e soprattutto nella maggioranza parlamentare. È stato un suo errore non imporsi di più. Ora comunque si è formato un notevole avanzo nei conti pubblici, ci sono tra i due e i tre miliardi da destinare opportunamente. La linea sarà ancora una volta la destinazione sociale (pensioni troppo basse, ammortizzatori sociali, minori imposte sul lavoro) alla politica di contenimento della spesa, alle imprese. Dunque nel prossimo futuro l´economia potrebbe rappresentare un elemento capace di recuperare il consenso. Andrà così?
Probabilmente andrà così ma c´è un freno consistente: il tema dei Dico. L´offensiva del Papa e dell´Episcopato non è mai stata così martellante come in queste ultime settimane. Tutti in Italia sono favorevoli alla famiglia.
Il 12 maggio la Conferenza episcopale scenderà in piazza legando il tema della famiglia a quello dei Dico. Il 25 maggio saranno i partiti dell´Ulivo a presentare la loro linea politica per favorire l´istituto della famiglia.
Non sarebbe il caso (suggeriscono a Prodi) di attutire il disegno di legge sui Dico? Rinviare? Recuperare un miglior rapporto con l´Episcopato?
Prodi risponde con mitezza, ma si capisce che questo tema lo ha molto ferito. Dietro la mitezza c´è una rabbia, il senso di un´ingiustizia patita e di un errore grave della Chiesa che scambia qualche vantaggio immediato con un aumento grave della secolarizzazione della società italiana.
La mitezza gli fa dire che non si tratta di concedere favori laicisti; si tratta invece di riconoscere diritti garantiti dalla Costituzione. L´episcopato reclama non che la legge sia emendata ma che sia ritirata. Niente legge, nessun riconoscimento alle coppie di fatto: questo vuole l´Episcopato. Ebbene il cattolico Prodi, nella sua veste di presidente del Consiglio, questo non lo può fare né vuole farlo. Ci fosse pure una sola coppia di fatto lo Stato laico dovrebbe attenersi comunque alla Costituzione.
Adesso loda le tagliatelle della padrona di casa. Vuol dire che non c´è altro da aggiungere. Tra poco partirà per Bologna per la nascita di un altro nipotino. Lui è uno dei quelli per cui la famiglia è una religione, ma non al punto da negare un diritto. Nel Vangelo non c´è scritto, anzi c´è scritto il contrario. E lui la pensa così.
Roma non divida quello che unì
Mario Monti sul Corriere della Sera
La migliore prova di vitalità dell'Unione europea, a cinquant'anni dalla sua nascita, è data dall'acceso dibattito, che da Roma soprattutto promana, sui valori etici e sui fondamenti religiosi. Non ci si batterebbe affinché vengano riconosciuti determinati valori, capaci di orientarne lo sviluppo, se si considerasse quella costruzione decadente, priva di futuro. È un dibattito essenziale per dare più anima e più vigore all'Ue. Nobile nella preoccupazione spirituale che lo muove e lo illumina, ma che potrebbe risultare nefasto se fosse visto come occasione di protagonismo da personalità e partiti attenti alle proprie convenienze, forse ancor più che all'identità spirituale dell'Europa del futuro.
Un convegno promosso a Roma dalla Comece (Commissione delle Conferenze episcopali della Comunità europea) conclusosi ieri con l'intervento del Papa, ha messo in luce posizioni diverse. E ha determinato in me qualche riflessione personale. Vedo un vuoto, pericoloso, tra un orgoglio legittimo, fondato su 2000 anni di storia, e una richiesta pure legittima per orientare l'avvenire. L'orgoglio per il ruolo avuto dalle radici religiose, in particolare cristiane, nella storia d'Europa, e la richiesta che queste radici vengano formalmente, costituzionalmente riconosciute. Il vuoto è ciò che sta in mezzo: i tratti distintivi non tanto dell'Europa quanto dei cinquant'anni di integrazione europea. È vero che i valori religiosi, e cristiani, permeano da due millenni l'Europa e ne hanno plasmato la grandezza civile, culturale. Ma in quei due millenni, malgrado quei valori e purtroppo talora in nome di quei valori l'Europa ha fatto infinite guerre. È invece in pace, eccezionalmente, da cinquant'anni. Questo per effetto dell'integrazione. Il Trattato di Roma non ha dichiarato valori etici, ma ha indotto a praticarli.
Di solito non si fa lo sforzo di guardare se la Ue, come si sta realizzando, si mostra o no coerente nei fatti con i principi etici. Per iniziativa della Comece, questo esercizio è stato fatto (con il documento "Un'Europa dei valori. La dimensione etica dell'Unione europea"). Si mostra come, in tante aree diverse, ciò che la Ue sta realizzando, senza avere proclamato valori, rispetta le esigenze etiche ben più di quanto sia avvenuto con le politiche praticate in vari Stati membri, ricchi di dichiarazioni etiche nelle loro costituzioni e nei loro programmi politici. Solo due esempi: la solidarietà intergenerazionale (attraverso la disciplina delle finanze pubbliche e la politica per l'ambiente), la parità di trattamento tra Stati grandi e piccoli, grazie al metodo comunitario.
Moltissimo resta da fare, per avere un'Europa più efficace, più capace di valorizzare la persona umana, meglio in grado di promuovere nel mondo i suoi valori. Il Papa ha ieri offerto indicazioni ampie e di grande rilievo. Sarebbe davvero riduttivo, a mio parere, concentrare soverchia attenzione sulla richiesta dell'esplicito riconoscimento delle radici cristiane. Se questo riconoscimento ci sarà, sia il benvenuto. Se non dovesse raccogliere la necessaria unanimità degli Stati membri, si cerchi di non sommare a questa delusione un danno di portata ben maggiore. Non usino, quegli Stati e quelle forze politiche che da qualche tempo si sono dati con forte visibilità questo obiettivo, non usino l'eventuale insoddisfazione per screditare la Ue agli occhi dei loro cittadini, magari presentandola come il "luogo del male". In una fase in cui molti considerano non altissima la credibilità del mondo politico, certo inferiore a quella della Chiesa, con un tale atteggiamento essi otterrebbero forse qualche soddisfazione elettorale. Ma renderebbero ancora più difficile la costruzione di quell'Unione europea migliore, che dicono di volere.
Le foglie secche del Partito Democratico
Ilvo Diamanti su la Repubblica
Il viale che conduce verso il Partito Democratico (PD), in questa stagione, è coperto di foglie ingiallite. Secche. Come fossimo in autunno e non in primavera. Sul viale del tramonto invece che all´alba di una nuova era. Chi rammenta il tempo dell´Ulivo e delle "mitiche" primarie rischia di affogare nello spleen. D´altronde, gli inventori e i portabandiera del progetto, oggi, hanno altro a cui pensare. Romano Prodi, Arturo Parisi. Alle prese con i problemi seri che assillano non solo la maggioranza, ma, prima ancora, il governo.
Al Senato, dove ogni voto è una scommessa. In politica estera, che vede il Paese in conflitto con gli USA, deprecato dagli europei. Isolato. Perfino Vallettopoli. Prima il governo, poi la politica. Per cui il Partito Democratico diventa una questione di secondo ordine. Anche se è nell´agenda dei due "azionisti" di riferimento. I Ds e la Margherita. Alla vigilia dei congressi che dovrebbero sancire la prossima confluenza nel "Partito Democratico". Non più condominio, ma "casa comune". Un viatico senza gioia e senza festa. Come mostra il sondaggio condotto da Demos-Eurisko, nelle scorse settimane. Il sostegno al Partito Unico è progressivamente sceso, fra gli elettori di centrosinistra. Dal 77% nel luglio 2004, al 67% del luglio 2006, fino al 60% scarso di oggi. Una maggioranza robusta. Ma sempre meno "maggioritaria". Tanto che oggi appaiono più "unitari" (seppur di poco) perfino gli elettori di centrodestra. Reduci da una campagna elettorale nel corso della quale hanno sperimentato il "Partito Unico"; la Casa guidata e governata da un solo padrone. Inoltre, solo una parte significativa, ma limitata, degli elettori di centrosinistra pensa che la costruzione del PD costituisca un progetto urgente. Una priorità. Il 20%: esattamente come un anno fa.
E´ un segno di declino? Ne dubitiamo. Semmai di delusione. Perché ciò che sta emergendo appare diverso e distante dalle attese originarie. Dal sogno condiviso da molti elettori. Per fortuna, potremmo dire. Visto che i sogni, quando si materializzano, quando vengono riprodotti nella realtà, spesso generano mostri. Tuttavia, il viale che conduce al PD non riesce a suscitare neppure un´illusione. Altro che sogni
Il Partito Democratico sta crescendo integralmente dentro i gruppi dirigenti dei Ds e della Margherita. Animati, alcuni, anzi, molti di essi, da buone intenzioni. Cui, però, non sono seguite le buone azioni. Visto che la discussione ha proceduto interna agli apparati, secondo i rituali e le logiche dei partiti di una volta. Non manca nulla, in questa vigilia congressuale. Correnti e frazioni a condurre il confronto, sempre più aspro. Le polemiche sul tesseramento gonfiato ad arte. Gli iscritti talora superiori ai voti. Le minacce di scissione, che inquietano i Ds. I riformisti e la sinistra preannunciano la volontà di andarsene, in caso il partito approdasse nel PD. Gli uni in nome della socialdemocrazia, gli altri del socialismo. Mentre nella Margherita fanno sentire il loro peso e la loro voce (ma soprattutto le loro tessere) i Popolari. Gli ex democristiani. Che sfidano non solo i partigiani dell´Ulivo, guidati da Parisi (una minoranza ridotta, nel partito). Ma anche il ruolo di Francesco Rutelli. Il leader. Il baricentro. Ciò che manca (soprattutto nella Margherita) è il confronto sulle idee. Sul progetto.
Il Partito Democratico che verrà - se verrà rischia di nascere dal compromesso fra i resti di questi due partiti. Dall´accordo fra i gruppi che prevarranno, al loro interno. Dall´intesa con quelli che decideranno di restare. Un cartello di correnti, fazioni, leader. Nessuno dei quali disponibile a "perdere l´identità". La visibilità. Questo rischia di diventare il PD. Un partito nato non per passione, ma per pigrizia. Perché, arrivati a questo punto, non è possibile fare altrimenti. Non si può più tornare indietro. Anche se non è chiaro dove conduca questo percorso. Cosa ci sia in fondo al viale.
D´altronde, il progetto del PD è nato parallelamente alla riforma del sistema partitico e istituzionale. Un "partito nuovo", concepito in funzione di una "nuova Repubblica". Il nome stesso evoca l´esempio americano. I partigiani del PD, infatti, immaginavano e immaginano un modello presidenzialista o, comunque, fondato su un premier forte; insieme a un Parlamento espresso attraverso un sistema maggioritario e bipolare. Meglio se bipartitico. Come suggerisce il progetto organizzativo presentato da Salvatore Vassallo al seminario di Orvieto. Consigliato da Arturo Parisi. Loro, per primi, "referendari". Non solo perché il referendum costituisce l´unico metodo di pressione efficace, per cambiare questo indecoroso sistema elettorale. Ma perché il referendum, in sé, spinge al bipolarismo. Anzi, in direzione bipartitica. Di qua o di là. Senza mediazioni. Magari non permette di fare buone leggi, però, se e quando riesce a captare l´umore popolare e a mobilitare gli elettori, può produrre effetti devastanti - e comunque destrutturanti - sugli assetti e sugli attori politici. Soprattutto sui partiti. Com´è avvenuto dopo il 1991. Non pare questo il disegno che, oggi, anima l´incontro fra Margherita e Ds. Non solo perché risulta sinceramente difficile scorgere un "disegno", nel percorso che conduce al PD. Ma perché le proposte di riforma elettorale sostenute dai Popolari, da Rutelli, ma anche da figure autorevoli dei Ds (D´Alema), richiamano principalmente il "modello tedesco". Un proporzionale con sbarramento, senza premio di maggioranza. Lo stesso Prodi, d´altronde, ha dato il suo assenso a questa ipotesi. Facendone la base del confronto con le forze politiche di opposizione. Ma il modello tedesco, inutile girarci intorno, è in contrasto con il disegno originario del Partito Democratico: maggioritario e, tendenzialmente, presidenzialista. Ne rivela, invece, una diversa concezione. Suggerisce, cioè, l´intenzione di dar vita a un partito orientato alla competizione proporzionale. Una forza politica di taglia media; sicuramente meno forte dei Socialdemocratici o dei Popolari tedeschi. Ma in grado di crescere, in futuro, e di affermarsi. Alleandosi, magari integrandosi con le altre formazioni di centro. L´Udeur, la Lista Di Pietro e, forse, anche l´Udc. Insomma, un Partito Democratico di centro-sinistra. Più di centro che di sinistra. Leva di una meccanica proporzionale. Simmetrico e alternativo al Partito Forzaleghista. Dove la Lega agirebbe da soggetto regionalista. Mentre AN assumerebbe un ruolo di rincalzo e di complemento; come la Sinistra radicale, sull´altro versante. Spinti ai margini della competizione elettorale e del sistema partitico.
Uno scenario che riproporrebbe il bipartitismo della Prima Repubblica. Questa volta meno "imperfetto" di allora. Aperto all´alternanza. (Ma non è detto).
Per queste ragioni, la prospettiva unitaria e il PD, oggi, non entusiasmano gli elettori di centrosinistra. Non è ciò che avevano sperato nell´autunno 2005, quando si erano recati, in massa, a votare alle primarie. Un partito americano, maggioritario e presidenzialista, che rischia di trasformarsi, strada facendo, in un partito alla tedesca, piegato alla logica proporzionale. Senza averne i requisiti, la vocazione. Da ciò i dubbi. Vale la pena di rinunciare a dirsi socialisti, comunisti e democristiani per confluire in un partito "nuovo", che sorge seguendo logiche "vecchie"? Dal compromesso di vertice fra leader, partiti e correnti? E perché questo partito-collage, dai riferimenti culturali incerti, dovrebbe "funzionare", in una competizione proporzionale, dove è importante offrire un´identità specifica e riconoscibile?
Partito Democratico: così si va al fallimento
Salvatore Vassallo sul Corriere della Sera
Quanto sta accadendo all'interno della Margherita segue un copione prevedibile, almeno da quando la componente popolare si riunì a Chianciano, a settembre dell'anno scorso. Sin da allora, l'obiettivo dei popolari è chiaro: riannodare le proprie fila, ritirare o rinegoziare la delega a Rutelli, stabilire una gestione "per quote" della transizione verso il Pd, identificare un nucleo di "giovani" educati dentro la tradizione democristiana, a cui consegnare, prima o poi, l'eredità della componente. L'argomento usato per rivendicare il proprio peso nella fase transitoria (il doppio incarico) contribuisce ulteriormente a rappresentare l'idea di Partito democratico che i popolari coltivano: molto più simile alla Dc che ai grandi partiti a vocazione maggioritaria degli altri Paesi europei, in cui il doppio incarico è la norma.
Era meno scontato il successo che Fassino pare stia raccogliendo intorno alla sua mozione. A determinarlo concorrono probabilmente motivazioni diverse presenti tra gli iscritti: l'adesione convinta al progetto del Pd, il riconoscimento dell'intenso lavoro svolto dal segretario negli ultimi anni, una certa persistente tendenza a sostenere la linea della dirigenza in carica. Ma pure, inevitabilmente, la promessa che sarà orgogliosamente difesa una tradizione organizzativa che viene da lontano: la centralità delle sezioni e degli iscritti, rispetto ai frequentatori di gazebo, il professionismo politico precoce che parte dalle organizzazioni giovanili e genera una disciplinata classe dirigente, le feste dell' Unità, la distinzione (anche qui) tra segreteria del partito e ruoli di governo.
Ora, chiunque intende che se fosse solo una fusione tra la corrente popolare e l'organizzazione Ds, il Pd nascerebbe già vecchio. Ma né Fassino o D'Alema, né Marini, Franceschini o Letta porterebbero da soli la responsabilità di questo fallimento. Tutto sommato, stanno facendo la loro parte. Hanno accettato la sfida della "fusione" e si preparano ciascuno secondo il proprio stile, per portare nel Pd, e far pesare a proprio vantaggio, quanto hanno ereditano dal passato, ivi inclusi gli immobili e il finanziamento pubblico. D'altro canto, per dare slancio al Pd non sarebbe sufficiente una "terza gamba", intesa come una protesi che i dirigenti degli attuali partiti possono fabbricare nominando "esponente della società civile" qualche amico di famiglia, come ai tempi degli esterni Dc o della sinistra indipendente. Né sarebbe sufficiente una componente di nomina prodiana, concepita come una ricompensa personale a Prodi per il suo ruolo di collante. Servirebbe invece l'impulso di quella componente trasversale che si è identificata con l'Ulivo del 1996 e poi con il progetto del Pd, più che nei partiti promotori. Una componente fatta sia di persone che stanno fuori dai partiti o se ne sono allontanate, sia di persone che militano dentro i partiti esistenti, da tempo in attesa di meglio. Non sono molte ma nemmeno poche. Sono espressione di una sensibilità almeno altrettanto diffusa tra i sostenitori del centrosinistra, rispetto a quella espressa dai popolari e dai tradizionali militanti Ds, ma oggi non hanno una guida e una voce. Prodi, focalizzato sulle pene quotidiane del governo, ha abdicato al ruolo di motore di questa anima trasversale. Rutelli era diventato leader della Margherita e poi candidato a premier del centrosinistra per rappresentarla, ma ha preferito accomodarsi nel ruolo di garante della componente popolare, facendosi più ortodosso e centrista dei popolari, con gli effetti che oggi sono sotto i suoi occhi. La minoranza interna Dl che ha fatto capo a Parisi, sarebbe inadeguata, da sola, a costituire il punto di riferimento per un'area che ha confini potenzialmente assai ampi. Mentre Veltroni sembra attendere un preventivo accordo di vertice sul suo nome piuttosto che spendersi in prima persona, mettendo a rischio un poco del consenso di cui gode per conquistare sul campo la leadership, dimostrando sul campo il suo valore aggiunto e giocando attivamente il ruolo del federatore. Difficile dire quale sia la via d'uscita. Quel che è certo è che, allo stato dell'arte, senza un imprenditore politico capace di catalizzare quelle energie, e di usarle per dare un impulso innovativo al processo costituente, il progetto del Pd è destinato a fallire.
Scelte epocali...
Manuela Faccani su Stile libero
La sezione DS assomiglia a tutte le sezioni DS dell'Emilia Romagna. Dismessi i ritratti dei padri fondatori, sostituiti con i grandi del jazz o del cinema, ché nelle sale vi si tengono oramai, più che riunioni politiche, serate di intrattenimento, fra il culturale e il godereccio, piadina e jazz, insomma, cinema d'essai e assaggi di scquacquerone, con sforamenti nell'esotico, tipo scrittori emergenti e sushi
Ma sto andando fuori tema: stasera vi si tiene il congresso che deve sancire lo scioglimento dei DS nel Partito Democratico. Per l'occasione, accanto alla bandiera della quercia, lavata e stirata di fresco, orna il tavolo della presidenza una bandiera dell'Ulivo.
Il segretario è un giovane rampante in piena ascesa - di quelli che, si vede, studiano da assessori - scommettiamo? alle prossime elezioni entrerà in Consiglio comunale, e di lì chi lo ferma più? Manca assolutamente di pensiero divergente e di creatività, è evidente anche dall'aspetto, tutto forbito e rigidino.
Si nota subito chi sono i compagni del giro, quelli del comitato direttivo, o di altri organi dirigenti, come li chiamano: girano con aria indaffarata, si riuniscono a gruppetti, escono ed entrano nella sala, parlottano,e, naturalmente, non ascoltano nessun intervento. Più si è importanti meno si ascolta, più si è importanti e più si fa la politica in sedi separate: questa deve essere una cosa che nei partiti si impara fin da subito, nelle sezioni, dove si scimmiottano i comportamenti dei superiori in grado: comitati comunali, provinciali, regionali, e su su su
.
Intanto che i compagni dirigenti trafficano, la base parla. E, contrariamente a quello che prevedevo, è interessante ascoltarla. Ma questa parte la scrivo in Politica.
Quando entro sta parlando l'ex onorevole (donna), che interviene, democraticamente e modestamente, al congresso di sezione. Parla bene, parla talmente bene che potrei sottoscrivere tutto quello che dice: selezione della classe dirigente con le primarie, svecchiamento, quote femminili, percorsi democratici di decisione, una testa un voto e via così
. Proprio quello che penso anch'io, e che pensavo caspita, come si fa a non ricordarlo? in tempi in cui tutti i diessini (lei compresa) parlavano di primato dei partiti. Parla bene l'ex, ma come si fa a crederle, lei che parla con dieci anni di ritardo, e fa parte, a tutti gli effetti, di quel ceto politico che contraddice, con i tutti i suoi comportamenti, quello che dice con tutte le sue parole?
I compagni di base parlano in piedi davanti al microfono, e si vede che gli tremano le mani per l'emozione. Non sono più giovani, ma, al contrario degli anziani di vent'anni fa, non parlano più in dialetto. E soprattutto pare che abbiano le idee chiare sul Partito democratico.
Queste persone (la nostra gente, che per i dirigenti è da convincere, traghettare, quella che non capirebbe, che tira indietro, ecc. ecc.) era pronta dieci anni fa per fare l'Ulivo, di cui aveva capito benissimo le ragioni e il portato innovativo nella politica italiana. Adesso si adattano a questa fusione fredda, a questa pallida imitazione di quell'idea rivoluzionaria, pur individuandone perfettamente i punti deboli quegli stessi che mi tengono lontana da questo Partito democratico - perché ne vede comunque il portato progressista. E votano in massa la mozione Fassino non tanto per piaggeria cosa che malignamente sospettavo ma perché è il male minore. Almeno Fassino promette di traghettarli più avanti, che senso ha stare con Mussi, che vuole tornare indietro, o con Angius, che si vuole fermare? Il messaggio è: andiamo avanti. E viene da persone ed è l'altra cosa che mi stupisce - che sanno contemporaneamente individuare con lucidità i difetti e i problemi del partito, della politica e del governo, e li enumerano senza pietà.
Intendiamoci, sono superstiti di un partito do massa che si è andato progressivamente sciogliendo; sono quelli in cui l'ottimismo della volontà è più forte del pessimismo della ragione. E così fanno onestamente i loro interventi, e caparbiamente, come se questi avessero la possibilità di spostare qualcosa rispetto a quello che è stato già deciso, in altri luoghi, con altri percorsi, che non incrociano mai queste stanze.
La bandiera dell'ulivo, lavata e stirata di fresco, mi appare il simbolo malinconico di un decennio perso: che per una persona, è tanto, troppo tempo. E adesso si cerca di creare in un asettico laboratorio quello che poteva nascere per spontaneo movimento vitale. Non basta l'onestà di queste persone, a giustificare gli errori commessi.
Spezzatino alla Bolognese
Peter Gomez su L'espresso
Tutti parlano di un incontro casuale. Un saluto, due chiacchiere alla presenza di altri clienti, e via. Ciascuno per la sua strada. Anzi ciascuno seduto al suo tavolo, nelle frequentatissime sale del ristorante romano Il Bolognese. Eppure è un giallo il faccia a faccia di metà novembre tra il ministro della Giustizia Clemente Mastella e Lele Mora, il manager delle dive oggi sotto inchiesta a Potenza per associazione per delinquere ed estorsione. Quando gli investigatori dello Sco della Polizia sono piombati al Bolognese per verificare il racconto di un teste secondo il quale Mastella e Mora si sarebbero visti poco prima che il caso Vallettopoli venisse fatto esplodere ad arte sui giornali, hanno avuto una sorpresa: dall'agenda dove vengono segnate le prenotazioni erano state strappate le pagine del periodo dell'incontro tra Lele e il ministro. Insomma, ricostruire chi avesse telefonato per riservare i tavoli era impossibile. E non era nemmeno possibile sapere chi e perché avesse fatto sparire i fogli.
Il particolare non è secondario. Grazie alle intercettazioni il pm Henry Woodkock ha capito che a partire da fine ottobre Mora e il fotografo Fabrizio Corona, quando scoprono di essere sotto indagine, tentano di mettere in moto le loro conoscenze per depotenziare l'inchiesta e poi, a dicembre, orchestrano una fuga di notizie sui media nella speranza di evitare eventuali arresti. Subito dopo Mastella invia una prima ispezione ministeriale a Potenza, alla quale ne seguirà una seconda disposta dopo la pubblicazione del nome di Silvio Sircana, il portavoce del governo Prodi paparazzato sui viali dei trans forse a fini ricattatori.
In questo clima velenoso gli investigatori seguono due piste. La prima riguarda gli archivi informatici di Corona che verranno esaminati partendo da una cartellina contenente le foto di una serie di politici, tra i quali compare anche un ex ministro dell'Economia sorpreso però in atteggiamenti non imbarazzanti. C'è da scoprire quali immagini siano finite sui giornali e quali no, per poi stabilire se dietro la mancata pubblicazione ci sia stato un ricatto. La seconda pista punta invece ai rapporti tra agenzie fotografiche, direttori di giornali e esponenti di partito. Si cerca di comprendere, per esempio, cosa abbia spinto 'Chi' a comprare per 80 mila euro l'intervista al transessuale Patrizia dopo la notte con Lapo Elkann, evitando le domande imbarazzanti. È stata solo la voglia di fare un articolo 'soft' o il desiderio di fare un piacere alla Fiat? E perché poi 'Oggi' ha speso 100 mila euro per le foto sulla notte brava di Sircana? Voleva uno scoop sull'uomo di Prodi o intendeva tutelarlo?
Le risposte arriveranno dagli interrogatori durante i quali si parlerà della rete di protezioni che ha permesso al duo Corona-Mora di spadroneggiare nel mondo della tv, e si tenterà di fare ulteriore chiarezza sulle fughe di notizie che hanno minato un'indagine partita solo il 13 settembre. Dagli atti risulta che il 30 ottobre il calciatore del Milan Alberto Gilardino informa Corona di essere stato sentito dal pm. Corona però sembra tranquillo. Si preoccupa il 9 novembre, quando dice al telefono: "Minchia ragazzi, la situazione non è grave. È gravissima". Perché lo sa? A una sua collaboratrice confida: "Sono stato da Emilio Fede che mi ha chiamato. Perché c'è di mezzo anche il presidente, hai capito? Sapevano tutto. Hai il telefono sotto controllo anche tu. Perché ho venduto le fotografie che ho fatto alla figlia". Il riferimento è al caso di Barbara Berlusconi che, proprio in quei giorni, ha ricevuto una convocazione come teste per parlare delle foto acquistate dal padre. Il 13 novembre Mora e Corona si vedono a casa di un'amica. Pochi giorni dopo Lele va a Roma e mangia al Bolognese dove incontra Mastella. Un diplomatico, Pupi D'Angeri, li incrocia e racconta tutto a Luciano Regolo, direttore di 'Novella 2000', che subito riferisce la cosa alla polizia. Secondo Regolo, Mora si sarebbe messo "a far funzionare le sue entrature" per affossare l'indagine. Del resto ha amici ovunque ed è in ottimi rapporti pure con Berlusconi che durante l'estate lo ha invitato a villa La Certosa. Da qui la necessità di capire se c'è stato un appuntamento anche con Mastella. D'Angeri viene sentito da Woodcock, ma descrive l'accaduto come un incontro casuale. Il pm ordina di andare a prendere i registri del ristorante. Fatica sprecata: i fogli delle prenotazioni sono scomparsi.
Asini e asini
Sylvie Coyaud su Golem l'Indispensabile
S'impara a stare al mondo dal giorno in cui ci si arriva, non si discute. Da Konrad Lorenz in poi, si discute sull'occorrente e su quello che distingue l'apprendimento semplice - per esempio riconoscere uno stimolo (cibo, predatore, partner sessuale ecc.) dall'apprendimento complesso, per esempio l'acquisizione di talenti sociali. Per il primo, bisogna avere un cervello capace di osservare, confrontare, memorizzare e, chi più chi meno, ce l'hanno tutti, dai moscerini della frutta Drosophila melanogaster in su. Questi ricordano l'uscita giusta - con il pezzo di banana - di un percorso a ipsilon, anche l'indomani se li si lascia dormire in pace.
L'imitazione
Ma una drosofila non imita. Nel 1921 una cinciallegra Parus major di Southampton sfondò il tappo d'alluminio di una bottiglia di latte all'epoca si lasciavano al mattino presto sull'uscio delle case - per becchettare la panna; nel 1940 l'abitudine si era diffusa tra tutte le cinciallegre inglesi. Lo facevano una volta cresciute abbastanza da andare in giro da sole, quindi si trattava di imitazione e non di imprinting, quell'istinto o comportamento pre-cablato delle oche grigie Anser anser che da piccole seguivano Konrad Lorenz come fosse la mamma perché era il primo oggetto mobile avvistato all'uscita dall'uovo.
L'imitazione è un apprendimento meno pericoloso del metodo sperimentale per tentativi ed errori. In gradi di complessità crescente, implica un senso del sé e dell'altro, il riconoscimento di scopi comuni, dell'intenzionalità e del punto di vista altrui. Ci vuole uno sforzo di empatia, una motivazione forte, e di solito nei piccoli prevale la voglia di integrarsi nel gruppo dei pari facendo sciocchezze su quella di comportarsi da grande, e come i grandi comandano. Per cui un adulto mostra le zanne al cucciolo molesto e i ricercatori, come i maestri rinchiudono gli ammaestrandi in laboratori o scuole a fare esercizi d'imitazione.
Metodo sperimentale e innovazione
L'esempio è necessario, ma non sufficiente. Funziona con Alex, il pappagallo africano grigio Psittacus erithacus. In un esperimento di Irene Pepperberg (all'epoca erano entrambi all'università dell'Arizona) l'ha vista consegnare due volte un foglio a un'altra persona e riceverne in cambio un pistacchio, alla terza le ha strappato il foglio, l'ha consegnato e aspettato il pagamento. L'esempio non funziona con gli scimpanzè Pan troglodytes. Guardano affascinati Deborah Custance aprire una scatola, estrarne una seconda e da questa l'uva passa. Ma appena mettono le mani sulla doppia scatola la rompono, così fanno prima.
Le femmine almeno fra i corvidi e le scimmie - paiono più pronte a innovare e ad adottare novità introdotte dalle compagne. I lettori di Golem già conoscono Betty, Corvus moneduloides, che inventa il gancio per ricuperare del cibo; Imo, Macaca fuscata, dell'isola di Koshima che inventa la lavatura in acqua delle patate sporche di terra; le babbuine keniote, Papio ursinus, diventate maggioranza nel branco che insegnano la convivenza pacifica ai giovani maschi. Forse è sfuggito - c'era la crisi di governo l'ultimo numero di Current Biology dove Jill Pruetz e Paco Bertolani, ora all'università di Cambridge, raccontano di aver osservato 22 cacce fra gli scimpanzè del Senegal. Ad affilare rami come lance e usarli per infilzare piccoli lemuri notturni che di giorno dormono nelle cavità degli
alberi, erano soprattutto le femmine, con rari casi di emulazione da parte di adolescenti.
Il che, in prossimità dell'8 marzo e nell'anno europeo delle pari opportunità, suscita domande. Da dov'è evoluto l'uomo cacciatore? E un primate maschio e adulto è ancora capace d'apprendimento? L'ipotesi è che molti perdano in tenera età i circuiti neuronali necessari per acquisire i talenti sociali che rendono la vita più facile a tutti. In futuro, potrebbero supplire cervelli elettronici ben programmati. Quello dei robot elementari di Laurent Keller, università di Losanna/politecnici di Losanna e Zurigo, che imparano a mettersi d'accordo per alimentarsi a turno invece di ostacolarsi l'un l'altro. Del robot Leonardo di Cynthia Breazeal, Massachusetts Institute of Technology, in grado di farsi partner come dice lei. Non un mero automa da compagnia, ma un/a compagno/a capace per esempio di adottare la prospettiva di una persona per rintracciare un oggetto che lui stesso in realtà le sue telecamere - non può vedere.
Dopo tanti casi di animali e di robot, un caso umano basterà a illustrare il problema dei maschi impermeabili all'educazione. Il presidente, Pistella Fabio, del Consiglio nazionale delle ricerche vive da oltre quarant'anni in mezzo a scienziati e ancora non riesce a impararne i talenti sociali. Tre anni fa portava in Parlamento, a sostenere la propria nomina, un curriculum in cui vantava 150 pubblicazioni scientifiche (la legge prevede che il presidente del CNR sia uno scienziato e lo dimostri con il contributo dei suoi lavori alla ricerca), ma solo tre lo erano davvero. Smascherato nel dicembre 2005, nell'aprile 2006 le elencava tutte sul sito del CNR, dopo aver eliminato nome e appartenenza dei co-autori. Per gli scienziati, una scorrettezza grave, un Leonardo se ne sarebbe reso conto. Per i giornalisti, una pacchia: hanno controllato, nessuna pubblicazione era mai stata citata da altri. Contributo alla ricerca: zero.
Su Le Scienze del mese scorso Franco Miglietta, Istituto di biometeorologia-CNR, mostrava come una presidenza Pistella - all'Istituto nazionale di ottica e all'Enea come al CNR coincidesse con un calo di produttività dei ricercatori, misurata in base agli indici usuali. In una lettera inviata a fine mese al ministro per l'università e la ricerca, Pistella accusava Miglietta d'incompetenza, ne ricalcolava gli indici e li sbagliava tutti. Talento acquisito: zero. Leonardo for president.
Lezione di immagine professionale
sul blog Personalità Confusa
Ovvero come presentarsi, che so, a un colloquio, o a ignoti colleghi di un nuovo lavoro. Si sa: la prima impressione è quella che conta. E dunque: come vestirsi? E' un bel problema. Di seguito, alcune possibili soluzioni al dilemma:
- Impeccabile -
Giacca pantalone grigio su camicina azzurrina con bottoni al colletto, cravatta regimentale imprestata dal babbo con disegni di simboli economici (, $, %, ecc.). Scarpe nere lucidate in tinta con la cintura (tutto di proprietà paterna). Pedalini scuri di seta (li vendono anche all'oviesse) mi raccomando sopra il polpaccio . Occhiali da vista ma soltanto per darsi un tono, le lenti sono finte. Il dettaglio: su un lembo della giacca, pinzatura del cartellino della tintoria - al contrario di quanto si pensi, in questo caso il cartellino andrà ostentato: sarà quello della tintoria più alla moda in città.
Valigetta: prestata dal babbo, con all'interno un palmare, un portatile apple ultimo modello (tutto in prestito da amici ricchi), mazzetta con sei quotidiani internazionali, kit di cartoleria varia pronta all'occorrenza (non si sa mai, magari la perquisiscono).
Pregi: Pari uno che va a sposarsi, ma sei innappuntabile.
Difetti: un po' troppo innappuntabile, a dire il vero: i nuovi colleghi ti prenderanno subito in odio e tra loro ti chiameranno quello nuovo", "coso", "il pinguino.
- Creativo sin dall'abbigliamento -
Il primo giorno, vestito di tutto punto da torero spagnolo, entrare sventolando un mantello rosso e urlando olè a tutti quelli che ti incontrano. Il secondo, da guerriero medievale (con armatura vera, gonfalone e spada). Il terzo in divisa da boxeur, a torso nudo. E così via.
Valigetta: nessuna, non sai come tenerla in mano.
Pregi: penseranno che sei un tipo davvero originale e fantasioso.
Difetti: difficile inventarsi ogni giorno qualcosa di diverso.
- Un filino informale (ma giusto un filo, eh) -
Occhialoni da sole, tripla fila di orecchini ad anello, braccialetti indiani d'argento. Tatuaggi sparsi, fondamentale quello sull'avambraccio, molto vistoso. Felpa da ginnastica su maglietta viola con logo di gruppo punk giapponese inesistente. Jeans completamente stracciati anzi a brandelli che lasciano scoperte entrambe le ginocchia e parte di una chiappa. Il dettaglio: abbronzatura integrale. E ai piedi - c'è bisogno di dirlo? - infradito da piscina.
Valigetta anzi zaino con all'interno moleskine autografata da Chatwin in persona e un cellulare acceso (verrà spento durante il colloquio con aria di disgusto al primo trillo, senza nemmeno guardare chi fosse). Ipod con l'intera discografia mondiale dal 1890 a ieri sera.
Pregi: verrai licenziato subito ma avrai un sacco di musica da ascoltare.
Difetti: sembri un deficiente.
- Il giusto mix -
Conformista ma senza esagerare: una via di mezzo, ecco. Giacca ma con sotto solo la canottiera. Pantaloni di pitone rosso ma su scarpa inglese. Cravatta, sì, ma annodata in testa.
Valigetta: sacco di plastica del supermarket, ma griffato, che contiene penne stilografiche però scariche, un'agenda ma dell'anno scorso, un bel telefonino ma senza le pile.
Pregi: in questo modo non apparirai né sciatto né troppo elegante, e alla fine ispirerai simpatia, o almeno pietà.
Difetti: tua madre in lacrime ti impedirà di uscire di casa.
25 marzo 2007