
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 18 marzo 2007
Se i laici porgono l'altra guancia
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Nell'attesa sempre più speranzosa ma anche tremula d´avere notizie definitivamente positive sul nostro Daniele Mastrogiacomo, temevo che mi toccasse in sorte di occuparmi oggi per obbligo di attualità dell´immonda suburra denominata Vallettopoli. Argomento nient´affatto banale che peraltro accompagna la nostra vita di relazione sia pure con forme diverse ma analoga sostanza, da almeno duemilacinquecento anni, ché tanti ne sono passati dalla morte di Socrate ai giorni nostri.
Dico la verità: passare un pomeriggio a riflettere di simili bassezze e futilità mi sembrava al limite della sopportazione che il nostro mestiere di giornalisti a volte ci impone, a meno di non essere un Platone o un Senofonte e di avere come oggetto di osservazione colui che fondò la filosofia greca, la sua metafisica, la sua morale e, partendo dall´accusa di corrompere i giovani che gli veniva contestata per ragioni più politiche che etiche, riuscì a lasciare un segno indelebile sul modo di affrontare la morte pur di obbedire ad una legge ingiusta e ad una fattispecie non provata. Esempio fondante della civiltà occidentale allora appena al suo inizio e impensabile oggidì, dove quasi tutto è mediocre e inteso all´utile proprio e al danno altrui.
Dicevo dunque dei miei disagi di commentatore di professione quando per mia fortuna è venuto a trarmi di imbarazzo Giuseppe De Rita con una sua argomentata lettera pubblicata ieri sul nostro giornale dal titolo "Noi cattolici e i falsi profeti della modernità", nella quale si rivolge direttamente a me per un mio intervento "laico" di domenica scorsa, oltreché agli amici Gustavo Zagrebelsky e Gad Lerner che pure avevano affrontato il tema da diversi punti di vista.
Conosco De Rita da una vita e ne stimo l´intelligenza e la finezza intellettuale. Ne stimo meno l´arroganza di ritenersi quasi sempre nel vero, non tanto nelle questioni attinenti alla fede delle quali si è occupato di rado, quanto in quelle che concernono la sua professione di sociologo nelle quali ha preso talvolta qualche cantonata, come quella d´aver inventato lo slogan "piccolo è bello" con il quale ci ha trastullato per circa vent´anni individuando un fenomeno reale ma dandogli valore positivo mentre ne aveva soprattutto uno negativo derivante dal familismo italiano e dal nanismo aziendale entro le cui maglie tuttora ci dibattiamo.
Non toglie che le capacità intellettuali di De Rita siano state di eccezionale perspicuità e che il suo annuale rapporto Censis abbia fornito alla pubblica opinione qualificata le tavole di giudizio sulle quali valutare i risultati economici, l´affermarsi di nuove costumanze nel bene e nel male e insomma l´evolversi (o l´involversi) della nostra società alla luce d´un criterio morale spesso implicito ma sempre presente, che riscalda le sue conclusioni statistiche e ne fa strumento di educazione civile.
Dunque risponderei qui alle reprimende e alle domande dell´amico De Rita non senza osservare l´immotivata brutalità del titolo del suo articolo. So bene che di solito i titoli non li fa l´autore ma il redattore titolista, il quale tuttavia in questo caso non ha responsabilità in quanto si è limitato a dar voce al testo. Dunque "Noi cattolici e i falsi profeti della morale". Starei molto attento, caro De Rita, a far proprio un concetto così azzardato da parte di chi per oltre un secolo non volle arrendersi ai principi della moderna astronomia sol perché avrebbero messo in questione la centralità della nostra specie nonché la leggenda della creazione e scendendo giù per li rami avrebbe forgiato una teoria fasulla del libero arbitrio e su di essa eretto il predominio assoluto dell´intermediazione e dell´interpretazione del rapporto tra Dio e l´uomo, affidato in via esclusiva alla gerarchia ecclesiastica: esempio unico rispetto a tutte le altre confessioni cristiane e a tutte le altre religioni monoteistiche dove non esiste un clero che abbia il potere di sciogliere e di legare ("Ciò che tu, Pietro, legherai sarà legato per sempre e ciò che scioglierai sarà sciolto").
Alla luce di questa aberrante teoria potrei ben titolare "Noi laici e i falsi profeti della religione", ma me ne guardo bene; ho troppo rispetto per la predicazione di Gesù di Nazareth e sento così profondamente dentro di me il suo insegnamento di umanità e di amor per profittare degli errori e dell´arroganza di molti tra i suoi seguaci.
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Andiamo al sodo. Mi chiede De Rita: in otto righe hai elencato ben nove filosofi, pensatori, scienziati con i quali la Chiesa sarebbe in rotta di collisione rifiutando per conseguenza in blocco l´intera modernità. È esatto tu mi domandi questo giudizio?
A me par di sì e non perché lo dico io ma perché è la storia delle idee e dei fatti a darcene contezza. Naturalmente avrei potuto (dovuto?) far seguire ad ogni nome citato una breve scheda illustrativa ma ho pensato che fosse inutile: i lettori di "Repubblica" conoscono bene il pensiero degli illuministi, di Spinosa, di Kant, di Einstein, per aver bisogno di un "bignamino" rammemorativo.
Del resto le otto righe avrebbero potuto allungarsi di molto e altrettanto i nomi citati se avessi avuto lo scrupolo della completezza anziché quello dell´esemplificazione. Mi è parso inutile ma forse ho sbagliato citare la sciagurata sorte di Tommaso Campanella e quella sciaguratissima di Giordano Bruno, non soltanto torturati nella persona ma cancellati nel pensiero. Né ho citato i 27mila morti nell´efferata notte di San Bartolomeo o i milioni di contadini periti nella guerra dei trent´anni scatenata dalla lotta delle religioni, né i massacri delle crociate e della Reconquista, né la segregazione degli ebrei della diaspora, né le stragi di Sassonia perpetrate da Carlo Magno per mandato del Papa. Non ho citato Fichte e venendo a tempi più vicini a noi non ho fatto menzione di Jaspers, Bertrand Russel, Heidegger e infiniti altri pensatori che nel loro complesso hanno costituito un immenso e fertile deposito di libero pensiero.
De Rita sostiene che la Chiesa non ha rotto con quel deposito di modernità, ma soltanto con alcune parti di esso. Mi piacerebbe saperne di più. Forse ne sarei confortato.
Certo la Chiesa è maestra nel sostenere che la fede sia sempre d´accordo con la ragione e che la fede e la ragione insieme siano due facce della stessa medaglia purché, come ha notato Severino, sia la ragione a seguire i passi della fede. Ove mai li precedesse arrivando a conclusioni difformi, l´anatema non tarderebbe come non ha mai tardato.
Perfino al proprio interno, quando la gerarchia distrusse anche fisicamente il cristianesimo modernista servendosi del braccio secolare fascista per escluderlo dalle scuole e dalle Università e poi, con papa Wojtyla, quando fece tabula rasa delle teologie tedesca, olandese, sudamericana; quando lasciò solo l´arcivescovo Romero che fu massacrato sull´altare dagli squadroni della morte dei "terratenientes" e quando infine divelse in blocco tutto il gruppo dirigente dell´Ordine dei gesuiti, reo di non essersi allineato alle prescrizioni d´una gerarchia più preoccupata del consenso di massa che della meditazione cristologica e del riscatto sociale.
Se il laicato cattolico è poco sensibile a questi temi non è cosa che ci riguardi, ma come osservatori abbiamo dovere di esprimerci.
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Toccherò ora un altro tema connesso con questo. Durante il declino dei partiti della prima repubblica e la corruttela diffusa che aveva inquinato le fibre stesse del sistema e principalmente quelle del partito cattolico, non abbiamo ascoltato una sola reprimenda da parte dell´episcopato italiano sullo scempio di moralità pubblica che era sciaguratamente in atto. Così come nulla si è percepito sul paganesimo dilagante nei recessi del potere, nell´uso delle prevaricazioni, nell´ideale della forza, del successo, del denaro che costituiscono gran parte della società di questi anni. Recriminazioni generiche quanto inutili, questo sì; pattuizioni politiche altrettanto.
Gli dèi pagani furono a loro modo una religione civica molto seria. Ma qui non si stabiliscono i criteri d´una religiosità civile bensì si negoziano gli interessi travestendoli da ideali.
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Un´accusa fastidiosamente ritornante imputa ai laici di voler togliere la parola e lo spazio pubblico ai cattolici in genere e alla gerarchia ecclesiastica in particolare. Anche De Rita indulge a questa leggenda metropolitana, il che mi stupisce assai. Personalmente, in numerosa e prestigiosa compagnia, ho sempre affermato che il Papa e i suoi vescovi hanno piena disponibilità dello spazio pubblico e possono dire ciò che vogliono e come vogliono. Salvo un punto: le pattuizioni dei Trattati lateranensi che come tutti i trattati contengono diritti e doveri per le parti contraenti.
Io sarei felice per la Chiesa se quei Trattati fossero aboliti: ne guadagnerebbe in libertà ed estensione del suo spazio pubblico. Ma non sembra che la Chiesa abbia questa intenzione: non ha più obblighi da osservare e conserva tutti i diritti e i privilegi pattuiti.
Va dunque bene così. Ma pongo ora a De Rita una domanda che ho già formulato tempo fa senza avere alcuna risposta. La domanda è questa: esiste un atto, un comportamento, un documento che possa configurare un´ingerenza da parte della Chiesa nella sovranità dello Stato? Di ingerenze vietate allo Stato dai Trattati del Laterano ce n´è a bizzeffe e lo Stato si è ben guardato dal cadere in fallo. Ma il viceversa qual è? Che cosa non può fare la Chiesa in forza dei Trattati? Stando a quel che vediamo la Chiesa può far tutto. Dunque il Concordato non prevede limiti, è un colabrodo. È possibile configurare un´ingerenza, tanto per sapere? De Rita ci può aiutare? L´arcivescovo Bagnasco può indicare un limite del quale abbiamo del tutto smarrito l´esistenza? O debbono intervenire i pretori e adire la Corte quando un prete in pulpito prescrive ai fedeli come votare? E non temete per lo spazio pubblico: quello ve lo concesse lo Stato italiano fin dal 1871 con la legge delle Guarentigie senza bisogno di alcun Concordato.
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Ma, incalza De Rita, le dotte (bontà sua) elucubrazioni filosofiche dei laici sono lontane le mille miglia dalle tradizioni religiose degli italiani. Perciò non hanno presa. Tutt´al più possono riempire qualche piazza di omosessuali, ma di lì non nasce alcuna classe dirigente e alcun pensiero forte. Perciò non incoraggiate le piazze se volete un disinteressato consiglio.
D´accordo. Le piazze sono comunque minoranze. Recarsi in piazza è un diritto costituzionalmente garantito ma, per il pochissimo che mi riguarda, non ne sento alcuna nostalgia.
Sempre che questa "lontananza" sia reciproca. Pare che milioni di cattolici si preparino a scendere in piazza. Per loro è ammesso e consigliato e per i froci (ma sì, chiamiamoli così) è sconsigliabile? Curioso modo di intendere la democrazia.
L´altro tema è più serio: pensiero elitario contro tradizioni popolari, evidentemente non c´è gara.
Certo che non c´è gara e infatti non esiste laico che si rispetti che si ponga l´ipotesi di estirpare la religione dall´animo non degli italiani ma delle persone ovunque nate e residenti. La ragione è semplice e la ricaverò da una citazione dello "Jacopo Ortis" fatta da monsignor Ravasi in uno degli ultimi numeri dell´"Avvenire": "Io non so perché venni al mondo né come: né cosa sia il mondo né cosa io stesso mi sia".
Questa è la citazione e ricorda uno dei Pensieri di Pascal. Di qui nasce la religione, quale che sia: dalla mancanza di senso e dall´angoscia che ne deriva. La religione è una delle risposte pacificanti. L´altra è la ricerca dell´autonomia della coscienza e del senso come suo proprio fondamento.
Non mi sognerei perciò di irridere il credente che trova il senso costruendo un dio e un processo di salvezza. Allo stesso modo giudico grossolana la tesi di chi contrappone le "elucubrazioni filosofiche" alle tradizioni religiose.
Sì, lo trovo molto grossolano e aggiungo: se siete, voi cattolici, così sicuri del vostro seguito, di che cosa vi preoccupate? Forse avete capito che sotto a molte di quelle tradizioni c´è solo il potere e nient´altro?
Post scriptum. Mi era molto presente una recente dichiarazione della Rosy Bindi in favore d´una Chiesa che pensi di più a Dio e al prossimo e ne ho dato conto in una recente segnalazione giornalistica. Ma poi la Bindi ha fatto retromarcia. Ha detto "meglio un bambino che resti in Africa piuttosto che sia adottato da una coppia omosessuale".
Brutta dichiarazione da parte di chi ha meritatamente contribuito alla stesura del testo di legge sulle coppie di fatto il quale, tra l´altro, non contempla alcuna proposta di adozione da parte di coppie omosessuali.
Poiché la Bindi è donna coerente, qui la coerenza manca del tutto. Tuttavia quella sua dichiarazione è agli atti e non c´è stata alcuna smentita. Poiché la stimo e spesso la lodo pubblicamente mi permetto di reclamare una sua spiegazione.
Mi vengono in mente i "bravi" di Don Rodrigo quando imposero a Don Abbondio che quel matrimonio tra Renzo e Lucia non si doveva fare. Siamo a questo, onorevole Bindi?
Patologia di un sistema
Sergio Romano sul Corriere della Sera
Gli scandali sono il sale delle democrazie. Mettono a nudo gli errori del potere e i vizi della classe dirigente. Servono a correggere le storture del sistema politico e sociale. Sono la spada di Damocle che pende sulla testa degli uomini pubblici e li costringe a controllare i propri comportamenti. Ma se cinque scandali, solo apparentemente diversi, scoppiano in uno stesso Paese nel giro di due anni, il "sale della democrazia" smette di essere un utile campanello d'allarme e diventa una manifestazione patologica. E' ciò che è accaduto in Italia. Le vicende che hanno indignato il Paese hanno una matrice diversa (finanza, calcio, ricatti, corruzione, spionaggio industriale, scambio di favori sessuali contro vantaggi di carriera) ma ciascuna di esse è arrivata nelle nostre case grazie alla pubblicazione di intercettazioni telefoniche realizzate nell'ambito di un'indagine giudiziaria.
Non penso che a questo si possa rimediare emanando una legge, come quella predisposta dal ministro di Grazia e giustizia, o chiedendo ai mezzi d'informazione di censurare se stessi nell'interesse della privacy come ha fatto il Garante per la protezione dei dati personali. Queste norme e questi richiami sono probabilmente opportuni. Ma non si cura un male colpendo soltanto le sue manifestazioni esterne. La prima a interrogarsi sulla natura del fenomeno dovrebbe essere la magistratura. Negli anni Settanta i procuratori hanno combattuto il terrorismo, negli anni Ottanta hanno cercato di estirpare la mafia, negli anni Novanta hanno duramente colpito una buona parte della classe dirigente. Oggi, alla ricerca di una nuova missione, sembrano decisi a ripulire le stalle della società. Non sono più funzionari dell'accusa. Sono crociati della giustizia, forse convinti che il rinnovamento della società e dei costumi dipenda dalla loro opera più che da quella degli uomini politici. E si servono di un sistema, l'intercettazione telefonica, che colpisce indifferentemente colpevoli e innocenti.
Non discuto qui il senso e l'opportunità di una tale missione. Non discuto il fatto che certi atteggiamenti abbiano contribuito a suscitare nella pubblica opinione un sentimento di qualunquistica diffidenza per tutta la classe politica, senza eccezioni e distinzioni. Non osservo che molte indagini producono quasi sempre risultati considerevolmente inferiori alle aspettative di coloro che le hanno iniziate. Mi limito a rilevare che le Procure, anche quando non concorrono alla divulgazione di notizie riservate o private, sembrano essere indifferenti alla delicatezza del materiale che si accumula nei loro fascicoli durante le fasi iniziali di una inchiesta. Sappiamo che vi sono fasi procedurali in cui un documento esce dalle mani del procuratore e diventa di pubblico dominio. Ma se il direttore di un ospedale è moralmente responsabile della custodia delle droghe contenute nella farmacia del suo istituto, è lecito chiedersi perché la magistratura non senta una stessa responsabilità verso quel velenoso intruglio di vero e falso, di utile e inutile, di rilevante e irrilevante che finisce in un'intercettazione telefonica.
Ancora un'osservazione. Il fenomeno non è esclusivamente italiano. Il procuratore battagliero, aggressivo e ansioso di pubblico consenso appartiene a quasi tutte le maggiori democrazie contemporanee ed è per molti aspetti un segno dei tempi. Ma confesso di non comprendere perché i giudici vogliano continuare a convivere, all'interno di una stessa carriera, con colleghi che hanno progressivamente assunto una diversa fisionomia professionale e hanno, di conseguenza, un diverso stile di lavoro.
Quel che dico e quel che faccio
Michele Ainis su La Stampa
Vallettopoli, col suo codazzo di divieti e rappresaglie sulla libertà d'informazione, è il caso più recente. Ma in realtà il vento dell'intolleranza soffia da tempo, e da più lati, sulla società italiana; e questo vento ha riportato in auge l'antico mestiere del censore. Con la differenza che oggi quest'ultimo non veste i panni anonimi di un funzionario del Minculpop bensì quelli del ministro, del segretario di partito, del Garante per la Privacy, dell'opinionista di gran fama. E con la differenza inoltre che il suo lavoro non conosce requie, non ha domeniche né feste comandate. Difatti gli episodi sono ormai più dei grani d'un rosario. Lo scoop delle Iene sui cinquanta parlamentari col vizietto della droga, immediatamente bloccato dal Garante. L'inasprimento della legge Mancino contro l'apologia etnica e razziale, proposto dal governo ma altresì da Giorgio Bocca. L'aggressione di Reggio Emilia a Pansa, per il suo libro sulla Resistenza. L'autocensura cui è stato costretto Ariel Toaff, che ha prima firmato e poi ritirato dalle librerie un volume sugli ebrei, mentre montavano le vendite insieme con le scomuniche degli undici rabbini nazionali. I fulmini dei benpensanti sulla serie tv di Lino Banfi, padre di una lesbica. O ancora sull'ultimo film di Mel Gibson, o su un manifesto pubblicitario di Dolce e Gabbana. La condanna di Vittorio Sgarbi in Cassazione, per aver osato sostenere che la magistratura fa politica. Il giro di vite sugli striscioni negli stadi, salutato dagli ultras della Sampdoria inalberando scritte con l'articolo 21 della Costituzione, che protegge la libertà d'espressione.
Il sequestro a Bolzano di un'opera artistica che associava il nostro inno nazionale allo sciacquone del water. O infine l'inchiesta giudiziaria su Google, nonché la minaccia governativa d'oscurare il sito dopo il video del ragazzo autistico vessato a Torino dai suoi compagni di scuola. Ecco, mettere i sigilli a Google per i materiali che girano in rete è un po' come chiudere piazza san Carlo a Torino o corso Sempione a Milano perché una notte vi si è registrata una rapina. Una reazione inefficace Ma questa reazione non è solo sproporzionata e ottusa: è anche inefficace, dato che il rapinatore farà presto a spostarsi nella strada dirimpetto. È insomma una reazione muscolare e debole al contempo, né più né meno delle pene promesse a chi d'ora in avanti diffonderà notizie sulla vita sessuale degli italiani, tanto più se ben conosciuti. Dopo Vallettopoli, e dopo l'altolà ai giornali che pubblicano verbali giudiziari, vorrà dire infatti che in futuro il segreto rimarrà circoscritto a qualche migliaio d'addetti ai lavori, sempre che non sia lo stesso personaggio interessato a divulgarlo. E in questo caso che faccio, censuro Vattimo o Grillini se in un'intervista dichiarano la propria omosessualità? Mando al macero i diari di André Gide? Ritiro dal commercio le confessioni di Melissa P.? In secondo luogo, c'è un boccone ancora più indigesto quando la censura è al servizio dei potenti, quando essa scatta per difendere la suscettibilità armata dei politici. È oggi il caso di Sircana, come ieri è stato il caso del servizio montato dalle Iene. Perché i politici non sono cittadini come tutti gli altri: hanno maggiori poteri, e perciò meno diritti. Perché inoltre dobbiamo poterne valutare la condotta pubblica e privata, per decidere se rinnovargli la fiducia alla prossima occasione.
E perché infine, di questi tempi, la politica detta un'etica di Stato, dalla fecondazione assistita all'eutanasia, dai Dico alle droghe leggere: sicché per noi è essenziale misurarne la coerenza, o almeno la buona fede. Monumento all'ipocrisia Però non è solo di questo che si tratta. Né viene in gioco la sola libertà d'informazione, che ovviamente rappresenta un caposaldo delle democrazie. O il rischio del pensiero unico, fantasma del totalitarismo. In realtà dietro i pruriti del censore, dietro la voglia di museruole e di manette, s'affaccia sempre un'intenzione pedagogica: quella di educarci, vietando gli spettacoli osé o controcorrente. Ma l'effetto è diseducativo, perché non mette i nostri vizi all'indice, bensì semplicemente la loro esibizione. Sicché la sfera privata divorzia dalla sfera pubblica: ciò che nella prima è lecito, nella seconda diventa illecito e vietato. E a propria volta la sfera pubblica descrive un perimetro del falso, un monumento all'ipocrisia. E infine un luogo in cui risuona la vecchia massima cattolica: "Fate quel che dico, non dite quel che faccio".
Intervista a Gherardo Colombo
Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera
MILANO "Mi sono convinto che, affinché la giurisdizione funzioni, è necessario esista una condivisa cultura generale di rispetto delle regole". E invece in Italia "quella tra cittadino e legalità è una relazione sofferta, la cultura di questo Paese di corporazioni è basata soprattutto su due categorie: furbizia e privilegio. A questo punto del mio percorso di vita, quello che voglio fare è invitare in particolare i giovani a riflettere sul senso della giustizia. E' una scelta del tutto personale, oggi mi sento più adatto a questo impegno che a quello di giudice".
Dentro il giudice Corrado Carnevale, fuori il giudice Gherardo Colombo. Depurato da coincidenze temporali e rispettivi profili professionali, in termini puramente numerici è uno scambio alla pari: uno (il giudice assolto dall'accusa di mafia, il collega del "Falcone è un cretino") è riammesso dal Csm in magistratura (dove da presidente di sezione di Cassazione resterà sino a 83 anni); l'altro (con Turone il giudice della scoperta della loggia P2 e del delitto Ambrosoli, con Di Pietro il pm di Mani pulite, con Boccassini il pm dei processi Imi-Sir/Lodo Mondadori/Sme ai giudici corrotti da Previti), dà le dimissioni da magistrato ad appena 60 anni, 15 prima della pensione. Con una lettera presentata, in sordina, al Csm e al Ministero della Giustizia a metà febbraio, nei giorni delle stanche rievocazioni del 15esimo anniversario dell'inizio di Mani pulite.
Non è una resa, dice, non c'è sfiducia nel lavoro di 33 anni in toga, né tantomeno ci sono porte da sbattere o superbe prese di distanza da coloro che invece restano con la toga addosso, convinti che far bene il proprio lavoro quotidiano contribuisca a migliorare da dentro il sistema: "Ci mancherebbe altro, anche l'amministrazione della giustizia è indispensabile". Anche, dice però Colombo. Prima, un "prima che magari non è cronologico ma sicuramente concettuale", spiega di essersi reso conto che, per crederci ancora, ha bisogno di sentire esistere un prerequisito: "La giustizia non può funzionare senza che esista prima una condivisione del fatto che debba funzionare".
La scelta di dedicarsi a questo obiettivo nasce da "un rammarico: il verificare come la giustizia sia l'unica sede nella quale si pensa che debbano essere accertate le responsabilità. Oggi, chiunque dica al mattino una cosa e la sera il contrario, è irresponsabile di entrambe le dichiarazioni. Ma lo strumento del processo penale è inadeguato a riaffermare la legalità quando l'illegalità sia particolarmente diffusa e non esistano interventi che in altri campi vadano nella stessa direzione. Diventa una spirale, crea sfiducia e disillusione".
"E' incredibile vedere quanto le persone siano coinvolte da questi contatti, da fuori è davvero inimmaginabile", si infervora Colombo raccontando di incontri "programmati per due ore e dove invece devo fermarmi per tre"; di centinaia di persone che magari vengono in un teatro o in una biblioteca all'antivigilia di Natale e quindi non certo perché non sanno cosa fare"; di "ragazzi che succede spessissimo restino con la bocca aperta" a sentire eventi della vita del loro Paese fondamentali, ma che nessuno mai gli aveva raccontato. "Bisogna dar loro due cose: metodi e informazioni", ritiene Colombo, che, sostenuto anche dall'esperienza di tanti incontri in tema di corruzione, tecniche investigative, assistenza giudiziaria internazionale, ai quali è chiamato particolarmente all'estero, si propone ora di impegnarsi in questa direzione "sia attraverso contatti diretti, sia scrivendo che occupandomi di editoria: va comunicato il profondo perché delle regole e il come farle funzionare; occorre colmare la carenza di informazione non solo sui fatti, ma anche sulla concatenazione dei fatti e del pensiero; è necessario individuare le premesse e rendere evidenti le loro conseguenze, sottolineando la necessità di coerenza, in modo da dare risposte stimolanti alla tanta voglia di approfondire questi temi".
E si intuisce che, rapportata a sé, è proprio questa esigenza di "coerenza" a spingere ora Colombo a lasciare l'amministrazione della giustizia.
Non ci crede più, non crede che si possa aumentare il tasso di legalità attraverso l'uso dello strumento giudiziario, quando nulla cambia all' esterno.
Da fuori forse sì, gli sembra possibile: "A questo punto della vita mi sono convinto che può esistere giustizia funzionante soltanto se esiste un pensiero collettivo che in primo luogo individui il senso della giustizia nel rispetto degli altri; che poi ci rifletta; e che infine, se ne viene convinto, arrivi a condividerlo. Si tratta di confrontarsi con i fondamenti della nostra Costituzione, il riconoscimento e la tutela dei diritti fondamentali e l'uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge". Mentre l'amministrazione reale della giustizia, quella che oggi a suo avviso arranca "senza una cultura condivisa delle regole, diventa qualcosa di estremamente difficoltoso, addirittura per certi versi eventuale, fonte essa stessa di giustizia casuale e quindi paradossalmente di ingiustizia", nel marasma di "una grande disorganizzazione e con scarsi mezzi".
Da questo punto di vista, per paradosso, "l'esperienza in Cassazione è stata per certi versi inaspettatamente confermativa: un impressionante numero di cause da trattare in poco tempo, scarsi mezzi, mancanza di stanze".
Il tutto accompagnato da una sensazione di "ineluttabilità" alla quale "si rassegna" chi pure lamenta "le cose che non funzionano", ultima goccia del cocktail che ora a Colombo fa dire: "Dare così poca cura a un'attività cruciale per l'amministrazione della giustizia è stata, per me, la definitiva conferma che c'è anche altro da fare".
Altro rispetto ai processi. E prima dei processi: la condivisione delle regole. E qui sembra affiorare l'eco di una sconfitta, l'unica forse avvertita come davvero bruciante dall'ex pm di Mani pulite: corrotti e corruttori rientrati nella vita pubblica, o direttamente (votati) o indirettamente (nominati), comunque legittimati dai cittadini.
Colombo si sente "tradito" dal "popolo" nel cui nome ha amministrato giustizia? "Piuttosto, sono contrariato nel vedere come la legalità, per questo Paese, sia ancora qualcosa che ha poche chances". Tra le concause, dice, " ha pesato il mutato atteggiamento dei media, le falsità dette contro le nostre indagini e talora contro di noi. Ma credo ci sia stato anche un altro elemento importante. All'inizio le indagini hanno coinvolto i livelli più alti della politica e dell'imprenditoria, perché nei loro confronti erano allora emersi gli indizi: persone lontane anni luce dal cittadino comune. Poi, però, man mano che le indagini progredivano, sono comparsi anche fatti attribuibili a persone comuni: al maresciallo della Finanza, al vigile dell'Annonaria, al primario dell'ospedale, all'ispettore dell'Inps, al medico e ai genitori dei figli alla visita di leva, alla cooperativa di pulizie. E qui, ecco che l'atteggiamento della cittadinanza è cambiato".
E voi magistrati siete finiti fuori mercato perché offrite un prodotto (la legalità) per il quale non c'è domanda? "Anche qui la misura della legalità è il rispetto dei principi costituzionali. Di legalità non c'è n'è abbastanza. Sono molti, per fortuna, coloro ai quali interessa la legalità, che vuol dire piena attuazione dei principi costituzionali della tutela dei diritti fondamentali e dell'uguaglianza di fronte alla legge. Ma non sono ancora abbastanza. E soprattutto, hanno una scarsissima rappresentanza, non trovano voce sufficiente. In alcuno dei due schieramenti". Colombo lo ricava "dal fatto che, altrimenti, sulla legalità sarebbero state fatte delle battaglie. E dico sulla legalità, non sul fatto che il signor Tizio o il dottor Caio siano colpevoli o innocenti: ad esempio sulla modifica delle regole del processo, per renderlo più agile e rapido; sulla dotazione di strumenti che consentano ai giudici di svolgere meglio la propria funzione; sulla cura della preparazione professionale".
E' questo il fronte che ora sembra prioritario a Colombo. Il quale, a sorpresa, non ha tanta voglia di voltarsi per toccare con mano l'esito delle sue inchieste: "Vogliamo essere spietati? Sono magistrato dal 1974, per 3 anni giudice, poi da inquirente mi è capitato di occuparmi della loggia P2, dei fondi neri dell'Iri, di Tangentopoli, della corruzione di qualche magistrato. Alla fine a parte la dovuta definizione giudiziaria delle singole posizioni , i risultati complessivi di questo lavoro quali sono stati? Tra prescrizioni, leggi modificate o abrogate, si è sostanzialmente arrivati a una riabilitazione complessiva di tutti coloro che avevano commesso quei reati. Con un livello di corruzione percepita che non si è modificato. E, soprattutto, con una rinnovata diffusione del senso di impunità prima imperante". Cambiare dall'interno, no? "Dovrebbe davvero cambiare tutto". E invece, "possibile che per selezionare i capi di uffici giudiziari di dimensioni pari a una grande azienda, continuiamo a fare le scelte, quando va bene, sulla base della capacità di condurre indagini o scrivere belle sentenze, qualità che nulla hanno comunque a che fare con la capacità di organizzare un ufficio? Anche a proposito delle questioni disciplinari, siamo sicuri che, nonostante tutti gli sforzi, pur fatti, non si potesse fare ancora di più per evitare che qualche magistrato fosse avvertito come arrogante o non sufficientemente dedicato alla sua funzione?".
Per Colombo "l'Italia è un paese di corporazioni che per prima cosa si difendono autotutelandosi (ha presente l'espressione "cane non mangia cane"?)". E pur se "la magistratura mi sembra, tutto sommato, la migliore" di queste corporazioni, "anche al suo interno si avverte la tentazione di cedere alla stessa logica: la difesa della categoria, prima che dell'organizzazione, della disciplina, della laboriosità; con il rischio di isolamento per chi pensa il contrario".
La decisione di guardare alle regole da una posizione diversa confessa Colombo, ieri in Procura a salutare alcuni colleghi "non è stata facile e continua ad essere molto sofferta. Non soltanto perché questo lavoro ha assorbito buona parte della mia vita, ha accompagnato la nascita dei miei figli, la morte dei miei genitori, è stato intriso di eventi di dolore squarciante (come gli assassinii, proprio qui a Milano, di Guido Galli e Emilio Alessandrini, e dei colleghi eliminati da terrorismo e mafia); ma anche perché tanti sono i colleghi, dai quali mi separo, che con cura, attenzione e direi ostinazione non hanno fatto altro che cercare di rendere giustizia. Ma a mio parere, perché non sia un compito immane, occorre anche altro: che l'atteggiamento verso le regole cambi anche fuori dai palazzi di giustizia".
Leonardo sotto scorta
Chiara Longo Bifano su L'espresso
Una pesantissima e anonima cassa blu di legno con l'adesivo 'fragile' è l'ambasciatrice dell'Italia in Giappone. Contiene, perfettamente protetta, 'L'Annunciazione' di Leonardo da Vinci, l'opera che dovrebbe garantirci amicizia e affari con un Paese che non dimenticherà facilmente un prestito che in terra nipponica ha lo stesso valore della 'Gioconda'. I test preliminari sono stati eseguiti il 22 gennaio, in gran segreto, ma 'L'espresso' ha potuto assistervi. Esperti 'medici' dell'arte hanno potuto studiare in profondità la tavola, dipinta da un Leonardo ventenne nel 1475, per carpirne i segreti artistici e tutelarne l'integrità in vista del volo intercontinentale.
Quando, nel luglio scorso, fu comunicata la decisione di mandare 'L'Annunciazione' a Tokyo, all'incredulità seguirono presto le polemiche. Lunedì 12 marzo, giorno in cui la preziosa tavola lignea verrà portata via, studiosi, intellettuali e semplici fiorentini hanno minacciato di incatenarsi agli Uffizi, dove l'opera è appesa dal 1867, per impedire le operazioni di un trasporto che ha, dicono, del sacrilego. Nel gruppo compare lo stesso direttore del Museo, Antonio Natali, il regista Franco Zeffirelli, la storica dell'arte Mina Gregari. Eppure, la ragion di Stato ha finito con il prevalere e il capolavoro partirà il giorno stesso per la sua importante missione diplomatica.
Non c'è genio che possa, quanto a popolarità, tener testa a Leonardo e gli stessi giapponesi amano definirsi 'dai-ni renaissance-jin desu', abitanti del secondo Rinascimento. Il fenomeno è dilagante: in 10 mila hanno preso d'assedio in soli due giorni il 52 piano del grattacielo Mori Tower di Tokyo per vedere il 'Codice Leicester' di da Vinci (di proprietà di Bill Gates), mentre l'hanno scorso un laboratorio nipponico ha annunciato solennemente di aver fatto parlare la Monna Lisa e il suo illustre autore con un software che viene usato dalla polizia per ricostruire la voce dei sospetti partendo dal loro identikit.
'L'Annunciazione' sarà il pezzo da novanta della mostra 'La mente di Leonardo', che agli Uffizi ha visto sfilare oltre un milione di persone. Secondo il ministro Francesco Rutelli si tratterà di una delle mostre più visitate della storia del Giappone e il successo sarà paragonabile solo a quello dell'esposizione della 'Gioconda' nel 1974. "Si tratta di un sacrificio eccezionale ma motivato", spiega Rutelli, "per dare a Tokyo un segnale di buona volontà. Sarà anche l'occasione per correggere interpretazioni popolari e talvolta dozzinali della figura di Leonardo nel mondo".
Ma la cultura è solo lo strumento per mettere in vetrina la tecnologia e l'eccellenza italiana, come in passato è avvenuto con il prestito eccezionale alla Cina della 'Minerva con Centauro' di Botticelli o dell'invio del 'Satiro danzante' all'Esposizione universale di Aichi, visitato da 3 milioni di giapponesi. E il genio di Leonardo sembra fatto a posta per promuovere allo stesso tempo arte e tecnologia.
Ma certo aver assicurato l'opera per 100 milioni di euro non basta a far dormire sonni tranquilli. I tecnici dell'Opificio delle pietre dure e quelli di Arterìa, la società che si occuperà di tutte le fasi del trasporto, hanno elaborato un particolare imballaggio protettivo in grado di resistere agli accidenti più estremi. "Un involucro estremamente leggero e resistente a urto, sfondamento e schiacciamento, concepito per usi aeronautici e coperto da segreto industriale. Una seconda e una terza cassa garantiranno l'ulteriore necessaria protezione", dice Antonio Addari, direttore generale di Arterìa.
Oltre a incendio, allagamento, sbalzi estremi di temperatura, terremoti, si prevede perfino l'eventualità, decisamente improbabile, dello schiacciamento da parte di un camion in caduta da un cavalcavia, durante il viaggio all'aeroporto. Non ci saranno sistemi elettronici che interferirebbero con la strumentazione di bordo, ma sensori anti-shock e tamponi in grado di regolare eventuali sbalzi di umidità. 'L'Annunciazione' viaggerà in un camion anonimo, climatizzato, dotato di sospensioni speciali, sorvegliato via satellite e sotto la scorta del nucleo di tutela del patrimonio culturale dei carabinieri di Firenze.
Una volta a Fiumicino, le procedure di imbarco saranno compiute nel tempo massimo di un'ora, tenendo conto di tutta la sicurezza antiterrorismo del caso. Quindi il decollo su un aereo attrezzato dell'Alitalia. "Il Museo nazionale di Tokyo non ha in dotazione il metal detector", fa notare Roberto Boddi, il tecnico dell'Opificio delle pietre dure che ha compiuto il sopralluogo, "e questo ci ha indotto a chiedere una vetrina antiproiettile spessa 30 millimetri".
L'ultima volta che l'abbiamo vista, 'L'Annunciazione' invece era 'nuda'. L'alba di un lunedì senza pubblico rischiarava la sala numero 15 degli Uffizi, quando i tecnici le hanno tolto il vetro di protezione. Rapidamente è stata sottoposta a modellazione tridimensionale, scannerizzazione a infrarossi, fluorescenza a raggi X. Oltre mezzo milione di euro di apparecchiature ipertecnologiche messe a punto dall'Editech dell'ingegner Maurizio Seracini, che negli States ha il suo quartier generale per la diagnostica delle opere d'arte. Per 12 ore non le danno tregua. Arrivano studiosi stranieri, il mecenate irlandese Loel Guinness che oltre alla parentela con i famosi birrai vanta nel suo curriculum una generosa passione per gli studi leonardeschi, chimici dell'Università di Modena: grazie a uno speciale microscopio preso in prestito dall'Fbi (ove è usato per individuare le sostanze stupefacenti presenti nella saliva) riconoscono la composizione dei colori. A sera, sotto le luci UV, l'Annunciazione regala nuove emozioni: si apprezzano i disegni preparatori, gli interventi successivi sull'Angelo, il tratto incerto di una mano ancora giovane.
I risultati completi degli esami arriveranno nei prossimi giorni e sveleranno forse nuovi segreti. Ma intanto lo stato di salute della tavola è stato giudicato buono. "L'opera d'arte è come un paziente: prima di spostarlo occorre fare una scheda clinica accurata", dice Seracini: "Il semplice esame visivo, pure fatto da un restauratore esperto, spesso non è sufficiente".
A Tokyo il capolavoro sarà portabandiera della 'Primavera italiana' che si aprirà proprio il 21 marzo, in corrispondenza dell'amatissima stagione dei ciliegi in fiore. Una kermesse di 250 eventi che porterà in Giappone oltre 120 imprese italiane, enti e istituzioni per promuovere al meglio il Sistema Italia. All'evento partecipano l'Enit e Finmeccanica, il Teatro la Scala di Milano e il Cnr e tutti i maggiorenti giapponesi che copriranno le spese. Entro il 2010 l'esecutivo di Tokyo ha annunciato di voler raddoppiare la quota di Pil generata da aziende straniere (dal 5 al 10 per cento) e il modello della piccola e media impresa italiana ha molte affinità con la realtà produttiva nipponica. Nei primi 11 mesi dello scorso anno il valore dell'interscambio con il Giappone ha superato i 10 miliardi di euro con un attivo di circa 540 milioni, mentre per il turismo le stime del 2007 già parlano di un incremento di visite in Italia del 5 per cento. Arrivederci, capolavoro. Arigatò, benvenuta, sua eccellenza ambasciatore d'Italia.
In cosa crede chi crede?
Maurizio Ferraris e Piergiorgio Odifreddi su Via Lattea
Ferraris
Ho letto il manoscritto del tuo ultimo libro, Perché nonpossiamo dirci cristiani, e meno che mai cattolici, non senza un interesse di bottega, visto che avevo appena finito di scrivere un libro sulla religione, Babbo Natale, Gesù Adulto. In cosa crede chicrede? e ho scoperto che, contrariamente a quello che pensavo, abbiamo idee opposte. Voglio dire: nessuno di noi due è credente, almeno mi pare. Però tu dici che ci sono, malgrado tutto, dei credenti. Io non ne sono così convinto. La mia impressione è che molti credano di credere, ma non credano davvero. Chi, per esempio, tra quelli che si professano cattolici apostolici e romani crede che Cristo è veramente risorto, o che risorgerà lui, il credente, o che Cristo è davvero presente nelle ostie? Del resto, se i credenti credessero davvero in un'altra vita, perché si affannerebbero tanto in diete e palestre che dovrebbero prolungare questa vita? Insomma, i migliori testimonial della incredulità sono i cristiani secredenti piuttosto che gli atei miscredenti.
Odifreddi
Per quanto riguarda me, ti pare bene: ovviamente non sono credente, in nessun senso della parola. Per gli altri, immagino che si possa credere in qualcosa. Ad esempio, non faccio fatica ad accettare che qualcuno possa dire di credere al Dio di Spinoza, magari aggiornato nella versione di Whitehead: cioe', a un Dio il cui corpo sia l'universo, e i pensieri della cui mente siano le leggi che lo regolano. Io non ci credo, perche' mi sembra solo una bella metafora parlare della natura e delle sue leggi come del corpo e della mente di (un) Dio: una metafora che rischia di confondere le acque, usando una terminologia teologica per cio' che e' invece "soltanto" scientifico. Sono invece d'accordo con te, se ti riferisci ai cattolici quando dici che, dicendo di credere, si sbagliano e pensano (o si illudono) soltanto di credere. Il mio libro cerca appunto di "dimostrarlo", facendo vedere in maniera puntigliosa le incomprensibili assurdita' che un cattolico dovrebbe credere, per potersi dire tale: dalla natura una e trina della divinita', alla transustanziazione del pane e del vino, alla verginita' della Madonna, e cosi' via. Dietro a questa impossibilita', secondo me, sta un interessante problema filosofico: e cioe', si puo' credere a cio' che non si capisce? I sedicenti "misteri della fede" sono appunto cose che per definizione non si possono capire, se no che misteri sarebbero? Ma se non si capiscono, come si possono credere? Che ne pensa un filosofo?
Ferraris
Forse "filosofo" è dir troppo. Diciamo "filosofante". Ma per quello che ci interessa mi sembra che basti e avanzi. In effetti, una condizione come quella che descrivi tu, per cui il vero credente non sa ciò in cui crede, suggerisce delle domande maliziose. Come, per esempio: "Sei sicuro di credere nel Dio dei cristiani o in uno che gli assomiglia molto?". Il bello è che sono convinto che quasi tutti credano, appunto, in un Dio privato, che ha solo delle somiglianze di famiglia, se le ha, con quello in cui credono gli altri. Di qui un interrogativo imbarazzante: a quale Dio si rende un sacrificio quando ci si trova in chiesa? A tutti? È un politeismo molto più che indù. O più probabilmente nessuno - e questo, si noti, non da parte di increduli, ma di credenti. Questo ovviamente pone dei problemi filosofici: come diceva Quine, non c'è entità senza identità, e questo Dio sconosciuto dei cristiani sembra incarnare (è il caso di dirlo) il paradosso di una entità che non ha una identità, che può essere qualsiasi cosa, come il Sarchiapone nella vecchia scenetta di Walter Chiari. Uno potrebbe obiettare che non è così, che in effetti nella fede cristiana ci sono delle cose strane e incredibili, ma non incomprensibili. Che insomma non c'è solo la Trinità, ma anche, per esempio, la Resurrezione. Ma, mi chiedo, quanti cristiani credono che risorgeranno, o anche "solo" che Cristo sia risorto? E sì che Paolo di Tarso lo diceva chiaro e tondo: "se Cristo non fosse risorto, vana sarebbe la vostra fede". A questo punto, non ci si stupisce più di niente e, in particolare, non ci si sorprende più del fatto che, come ricordi nel tuo libro, i Vangeli non parlino affatto di Resurrezione, ma solo di una tomba che prima è occupata, e poi è vuota.
È, se vuoi, la situazione fotografata in una barzelletta che circola tra ecclesiastici. Si trovano dei resti nel Santo Sepolcro. Costernazione. Poi i Francescani dicono: "in fondo non è così male, ne faremo delle reliquie"; i Domenicani aggiungono: "del resto, si potrebbero reinterpretare le Scritture"; e i Gesuiti, stupefatti: "Allora
è davvero esistito!"
Odifreddi
Borges non diceva proprio che la religione e' una barzelletta, ma quasi: piu' precisamente, che e' un ramo della letteratura fantastica. E infatti, come questa, essa richiede una sospensione del principio di realta': lo si fa quotidianamente, quando si leggono romanzi o si guardano film non realisti e io credo addirittura che proprio qui stia uno dei motivi per cui la gente ancora crede: perche' e' abituata fin da sempre ad accettare storie inverosimili per il solo gusto di sentirsele raccontare, e di lasciarsene stupire ed emozionare. Ad esempio, i bambini di oggi vivono nelle favole, nei programmi televisivi, nei videogiochi, e gli adulti non sono da meno, coi loro reality show e la loro letteratura di evasione. Tutto questo prepara il terreno a credere all'inverosimile e, a questo punto, la religione non sembra essere tanto diversa. Anzi, io mi chiedo, piu' in generale, se l'intero genere "fantasy", religione compresa, non sia altro che una rimozione della realta' e un sintomo di psicosi collettiva. il che, in fondo, era la diagnosi che ne dava Freud, anche se lui poi sottolineava pure l'aspetto di nevrosi collettiva, a proposito dei riti e delle pratiche religiose. Naturalmente, vale anche il contrario: cioe', che le psicosi e le nevrosi non sono altro che religioni personali. Puo' suonare un po' iconoclasta, ma in fondo e' stato una persona insospettabile come il Dalai Lama a dire che "le religioni sono cure per le malattie dell'anima", intendendo che malattie diverse richiedono cure diverse. Il mio corollario, pero', e' che chi e' spiritualmente sano non ha bisogno di religioni.
Ferraris
Potrebbero però facilmente obiettarti che non c'è malattia peggiore di quella che non si riconosce come tale, e che non c'è malato più grave di quello che si sente sano. In fondo, molte religioni ragionano proprio così: siamo tutti peccatori, o comunque siamo tutti malati. Io, poi, per quel che mi riguarda, non mi sento particolarmente sano, né vedo in giro tanta gente che scoppia di salute, anche mentale, e anzi, per ciò che riguarda la salute mentale, "scoppiare di salute" ha un aspetto vagamente sinistro... Non per questo mi curo con la religione. Forse starei meglio, ma proprio non riesco a crederci, è più forte di me, che pure, in età diverse, mi sono appassionato a Sandokan e a Madame Bovary, senza mai credere alla Resurrezione. Ed è qui che avviene la cosa più imbarazzante. Immaginiamo che fossi una ascoltata guida spirituale e che un giorno, sporgendomi alla finestra, dicessi che bisogna votare in un certo modo perché altrimenti Sandokan si offende, o anche solo che un valido motivo per attuare la pace nel mondo sta nel fatto che in quel modo si realizzano le aspirazioni di Tremal Naik e di Charles Bovary. Non stento a pensare che questo comportamento getterebbe nella costernazione chi mi è affezionato. Ma - e davvero questo per me è un problema, non una domanda retorica - c'è qualcosa di radicalmente diverso nella religione cattolica? Si dirà che per i cattolici le vicende bibliche ed evangeliche non sono romanzi, ma è un'arma a doppio taglio. Non sarebbe meglio che la moltiplicazione dei pani e dei pesci fosse un romanzo?
Odifreddi
John Nash, il matematico che ha ispirato il film "A beautiful mind" e che di malattie mentali e di guarigioni "miracolose" se ne intende, mi ha detto testualmente che "essere mentalmente sani, significa VOLER ESSERE mentalmente sani". E questo e' il problema: molti malati, mentali o spirituali, non vogliono affatto guarire, e stanno benissimo come sono, cioe' malati. E' un paradosso, ovviamente, lo star bene quando si sta male, ma e' precisamente quello che succede ai religiosi: i quali, io credo, non desiderano altro se non prolungare per tutta la vita i "piaceri dei
tormenti" infantili. Perche', per come la vedo io, le religioni rispondono appunto a esigenze tipicamente infantili: il volere, cioe', dare un senso al mondo e alla vita in generale. Cosi' come, sempre per come la vedo io, l'esistenzialismo affronta problematiche tipicamente adolescenziali: non a caso, leggere Dostoevskij o Sartre sconvolge a quindici anni, ma annoia a quaranta. Cosi' come i fumetti divertono da bambini, ma appaiono sciocchi quando si e' adulti (mentalmente, ovviamente, non anagraficamente). Come direbbe l'Ecclesiaste (il quale, per curiosita', e' un libro apocrifo che non sta nella Bibbia ebraica, ma solo in quella cristiana), "c'e' un tempo per ogni cosa". E lo stesso Paolo di Tarso, nella "prima lettera ai Corinzi", diceva: "quand'ero bambino, parlavo da bambino, pensavo da bambino, ragionavo da bambino. ma, divenuto uomo, cio' che era da bambino l'ho abbandonato" (anche se, nel suo caso, sembra che sia caduto dalla padella nella brace).
Se posso condensare in un motto cio' che penso a questo riguardo, direi che da giovani sentiamo che il mondo e' diverso da noi, e pretendiamo di cambiare il mondo. Da maturi, sentiamo che il mondo e' diverso da noi, ma ci accontentiamo di cambiare noi stessi. Da saggi, infine, sentiamo che il mondo e' diverso da noi, e che va bene cosi'....
Ferraris
Difatti (o, meglio, difetti, dato l'argomento), questo è proprio il punto su cui mi piacerebbe che si riflettesse. Non ho particolare gusto nel polemizzare con la religione, anche perché sotto questo nome c'è una infinità di cose. Ma, anche a concedere alla religione (cioè, in Italia, essenzialmente al cattolicesimo) tutto quello che vuole, e cioè tra l'altro anche cose difficili da accettare come l'intromissione nella vita politica, e il pontificare su questioni scientifiche nello stesso momento in cui si parla tranquillamente dei miracoli, resta un problema di fondo nella mentalità religiosa.
Questo. Paolo non solo diceva che se Cristo non fosse risorto vana sarebbe la nostra fede. Ma aggiungeva che se Cristo non fosse risorto noi saremmo i più miserabili tra gli uomini. Ecco, proprio mi sfugge. Perché dovremmo considerarci miserabili solo perché non rinasceremo, perché la nostra vita non ha niente di miracoloso, perché prima o poi finisce?
Da questo punto di vista, noi moderni che ci consideriamo tanto superiori agli antichi abbiamo fatto dei passi indietro spaventosi. Nel libro cito, alla fine, una epigrafe che si era fatta incidere sulla tomba un legionario romano, dunque non un sofisticato intellettuale: "Sono sicuro che non c'è domani". Sembra una frase piena di iattanza, ma sembra soltanto. Perché l'alternativa sarebbe il famoso argomento di Pascal della scommessa: mi conviene pensare che c'è un domani, tanto cosa ci perdo? Al massimo, niente. Ecco, magari lo scommettitore non ci perde niente, e non si accorgerà nemmeno di aver perso la scommessa se, come è probabile, la perderà; ma gli altri, che magari non hanno scommesso, devono sottostare ai gusti dello scommettitore, che (a seconda delle varie religioni) potrà decidere di farsi saltare con una cintura esplosiva, di non autorizzare le trasfusioni ai figli, o semplicemente di fare obiezione di coscienza, se medico, alle interruzioni di gravidanza. Non sarebbe più serio, più giusto, e alla fine anche più nobile non scommettere su cose tanto importanti? Ricordo di aver visto da ragazzo la tomba di Jim Morrison al Père Lachaise, e con lo spray qualcuno aveva scritto più o meno "Jim è morto / non importa / perché un trip ce lo riporta". Era già più realistico che la Resurrezione. Ma non è meglio, anche moralmente, non è più giusto e più serio rassegnarsi e basta? Come si legge su un'altra pietra tombale romana: "è così, è ciò che vedi, non può essere altrimenti".
Don Giovanni
su Il Compagno Segreto
1. La trama, l'intrigo
La seduzione è lenta, la voglia tanta: Don Giovanni è il contrario di tante cose, per esempio dei libertini cerebrali alla Valmont che godono solo di conquiste difficili. Il rasoio di Don Giovanni falcia invece tutti i passaggi intermedi e salva il nocciolo: un sesso plurimo e orgiastico, il più possibile fatuo, leggero, istantaneo.
Strategia del cuculo: per farsi le donne, Don Giovanni si traveste prendendo i panni degli uomini che esse desiderano già. Oppure promette di sposarle, il che a pensarci è un altro travestimento.
Elogio della fuga: scappare sempre e comunque! Se proprio non si può, dare la colpa dei misfatti al servo Leporello, complice e vittima sua in tutto e per tutto.
Fuggendo da Donna Anna, Don Giovanni incappa nel Commendatore, padre di lei, che gl'impone subito un duello. Don Giovanni, che non conosce né astinenza né viltà, sia pur riottoso, lo uccide.
Da allora, non sa che la sua corsa è inseguita dalla vendetta dell'orfana e del suo flebile fidanzato; e non sa - o non cura - il desiderio analogo, sebben più triste, di Donna Elvira: dama che, sapendo di lui tutto, pur sempre lo ama.
Questa nube nera di rancore come un'ombra si ostina d'ora in poi a seguirlo, ingrossandosi a temporale, coinvolgendo e inglobando perfino due contadini promessi sposi: odio interclassista che s'oppone alla voglia d'amore universale del reprobo...
Tutti dunque a caccia di Don Giovanni!, che però sfugge ad ogni trappola meglio d'un fantasma. E sarà un fantasma - la statua funebre del Commendatore - a raggiungerlo a cena e a spalancargli l'Inferno sotto i piedi per mostrargli cosa l'attende se non si pente: ma Don Giovanni non conosce né astinenza né viltà.
2. La scommessa
Ah, che bello vantarsi!
Quando le cose ormai gli giravano bene, ed era richiesto dai musicisti di Vienna come Figaro da tutta Siviglia, Da Ponte si trovò ad avere perfino troppo lavoro: Salieri, Martìn y Soler e Mozart insieme gli chiedevano ognuno un libretto, e tutt'e tre avevano fretta!
Nelle Memorie racconta che andò bel bello a sottoporre la bizzarra situazione all'Imperatore (le Memorie sono piene di dialoghi di Da Ponte con Giuseppe II, che di suo non lo nomina in nessuno dei documenti che ci sono rimasti): l'Altezza Sua Imperiale ritiene che il suo umile servo riuscirà a scrivere tre libretti in un sol colpo?
Non ci riuscirete.
Forse che no, ma ci proverò. Scriverò la notte per Mozzart (sic!), e farò conto di leggere l'Inferno di Dante; scriverò la mattina per Martini, e mi parrà di studiar Petrarca; la sera per Salieri, e sarà il mio Tasso.
Per vincere la scommessa Da Ponte si sarebbe rinserrato in casa, incatenandosi al tavolino come un Alfieri?
Ma proprio no:
Andai al tavolino e vi rimasi dodici ore continue. Una bottiglietta di tockai a destra, il calamaio nel mezzo, e una scatola di tabacco di Siviglia a sinistra. Una bella giovinetta di sedici anni (ch'io avrei voluto non amare che come figlia, ma
) stava in casa mia con sua madre, ch'aveva la cura della famiglia, e venìa nella mia camera a suono di campanello, che per verità io suonava assai spesso, e singolarmente quando mi pareva che l'estro cominciasse a raffreddarsi: ella mi portava or un biscottino, or una tazza di caffè, or nient'altro che il suo bel viso, sempre gaio, sempre ridente e fatto appunto per inspirare l'estro poetico e le idee spiritose. Io seguitai a studiar dodici ore ogni giorno, con brevi intermissioni, per due mesi continui, e per tutto questo spazio di tempo ella rimase nella stanza contigua, or con un libro in mano ed ora coll'ago o il ricamo, per essere pronta a venir da me al primo tocco di campanello. Mi si assideva talvolta vicino senza muoversi, senza aprir bocca né batter occhio, mi guardava fisso fisso, sorrideva blandissimamente, sospirava e qualche volta parea voler piangere: alla corte, questa fanciulla fu la mia Calliope per quelle tre opere, e lo fu poscia per tutti i versi che scrissi per l'intero corso di altri sei anni. Da principio io le permettea molto sovente tali visite; dovei alfine renderle meno spesse, per non perdere troppo tempo in tenerezze amorose, di cui era perfettamente maestra.
Autoritratto divertente e falso, e in ogni caso forse la pagina più famosa delle Memorie. Da Ponte nasconde il plagio del libreto di un altro, riduce a un gioco di prestigio i tempi e si dà modelli abnormi eppure sottilmente veri.
La descrizione ha qualche somiglianza con quella, certo più veritiera, della notte una notte sola! in cui Mozart scrive l'Ouverture del Don Giovanni a Praga: musica difficilissima che l'orchestra avrebbe avuto non più d'una prova per imparare.
...
8. Odor di femmina!
Zitto, mi pare
sentire odor di femmina...
Cospetto, che odorato perfetto! esclama allora Leporello a questa ennesima dimostrazione che quella di Don Giovanni è proprio una vocazione: anche se non riconosce l'odore di Donna Elvira sente pure sempre del tutto alla cieca odor di femmina! Pur senza togliere nulla al naso del Libertino, e certo senza osare malignità alcuna sulla pulizia della nobile Donna Elvira, va detto che nel Settecento un certo odorino più pregnante anche dalle parti intime non era certo raro.
La prima pagina (la più bella?) di un romanzo che hanno letto molti ci regala una variante molto musicale e divertente del catalogo dell'opera buffa: La gente puzzava di sudore e di vestiti non lavati; dalle bocche veniva un puzzo di formaggio vecchio e latte acido e malattie tumorali. Puzzavano i fiumi, puzzavano le piazze,
puzzavano le chiese, c'era puzzo sotto i ponti e nei palazzi. Il contadino puzzava come il prete, l'apprendista come la moglie del maestro, puzzava tutta la nobiltà, perfino il re puzzava, puzzava come un animale feroce, e la regina come una vecchia capra, sia d'estate che d'inverno. (P. Süskind, Il profumo).
Ah, cosa avrebbe fatto Rossini di un elenco così!
Ma torniamo alla faccenda dell'odore: chi ha letto il romanzo di Süskind sa che la filosofia del profumo era di aggiungere un odore sopra il proprio naturale: così, le donne, in quel Secolo che, benché dei Lumi, non aveva ancora inventato né lo shampoo né le mutande, usavano circondarsi le parti intime, sotto l'ultima delle sottogonne, con una cintura di sacchetti d'erbe e fiori profumati che, chiusi secchi in stoffe leggere, permettevano di diffondere la loro florealità assieme a quanto madre natura di suo liberava dalla carne.
Nella sua Fuga dai Piombi, Casanova racconta che, buttato in cella col suo miglior vestito, dovendo fabbricarsi una lampada e mancandogli stoppa per lo stoppino, prese quella dell'imbottitura che il sarto aveva messo sotto le ascelle attenzione per evitare che il sudore macchiasse il vestito
L'afrore ascellare era del resto per Casanova l'arma fine di mondo
Quando andava a un convegno con una nuova dama non ancora persuasa all'amore, si curava prima di passare ben bene il suo fastoso fazzoletto di merletto sotto le ascelle, ascelle naturalmente non lavate da chissà quando. Il fazzoletto s'impregnava così indelebilmente dell'odor di maschio che pare lo contrastinguesse alquanto
Riposto il fazzoletto nella manica, al momento in cui il colpo omicida non poteva più essere rinviato, iniziava a sventolare con non-chalance luciferina quel fazzoletto odoroso di virilità sotto il naso della bella, che a tanto si ritrovava invariabilmente spersa in un deliquio di libidine soavissima.
L'esempio di Casanova serve a capire, a noi ignavi dell'odore che temiamo già la timida ascella alzata in autobus ma non sentiamo l'acido del benzene, che quelle puzze non erano allora affatto tali, ma appunto promettentissimi odori.
E' celebre l'imperioso Non lavatevi di Napoleone alla sua Giuseppina dai denti gialli. Gli uomini erano del resto in generale un po' più animalescamente dotati, e il discorso potrebbe su questo punto andare avanti parecchio
Rappresentare il mondo: la pittura
Federico Zeri su EMSF
Zeri: Mi chiamo Federico Zeri, sono nato a Roma da vecchia famiglia romana, sono un libero professionista che si dedica alla storia dell'arte, non sono né legato all'università, né ai partiti politici, né alle sacrestie, sono perfettamente libero, dico quello che voglio e faccio quello che voglio. Sono venuto oggi qui, nel Liceo Mamiani di Roma, per parlare degli oggetti rappresentati, della rappresentazione visiva, e prego subito di mettere in onda la scheda dedicata a questa trasmissione.
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STUDENTESSA: Professore, la rappresentazione del mondo non è già una proiezione stessa, una proiezione di senso? L'idea stessa di rappresentare il mondo, le modalità con cui si fa, non è già un modo per rappresentarlo?
Zeri: Beh, tutte le rappresentazioni debbono seguire una certa legge di rappresentazione. La rappresentazione del mondo è un modo di rappresentarlo, che dipende dalle cognizioni dell'artista, dall'ambiente che lui frequenta, da coloro che gli hanno commesso l'opera - il che è importantissimo -, e soprattutto dalle sue capacità tecniche. Tutte le rappresentazioni del mondo sono legate a questi fattori: tecnica, conoscenza, quella che i tedeschi chiamano weltanschauung, mitologie del momento, fattori religiosi, fattori sociali, e poi, negli ultimi, diciamo cinquanta, cento anni anche il fattore economico, che è molto importante. Ogni rappresentazione segue queste leggi. Quindi il fatto stesso di rappresentare il mondo esterno è seguire uno schema rappresentativo. Non esistono assolutamente rappresentazioni che evadano da questi fattori. Passiamo a degli esempi precisi: vi faccio vedere qui un quadro molto noto. Voi sapete che ci sono dei quadri che sono diventati banali perché li vediamo continuamente riprodotti. Ci sono dei capolavori, i quali oggi non ci dicono più niente, perché sono stati riprodotti in fotografia, nei libri, persino sulle scatole dei dolciumi, qualche volta. Trattandosi di un soggetto sacro questo quadro non è stato sfruttato a fini pubblicitari, però è un quadro che noi vediamo riprodotto continuamente ed è una pittura su tavola, di un grande artista del Rinascimento italiano, Piero della Francesca, un artista, detto per incidenza, che morì lo stesso giorno in cui fu scoperta l'America, il 12 ottobre del 1492. Piero della Francesca era nato a Borgo San Sepolcro, e dopo un'educazione a Firenze diventò uno degli artisti più apprezzati dal potere politico italiano. Ha lavorato in Vaticano per un'opera che non esiste più, Le stanze. La prima Stanza di Raffaello, fu eseguita dal pittore Raffaello Sanzio, dopo avere spicconato gli affreschi di Piero della Francesca, perché gli fu ordinato di rinnovare completamente la Stanza. Lavorò per il Duca di Ferrara. E' tutto perso, perché una quarantina d'anni dopo che aveva lavorato fu distrutto e fu rinnovato e lavorò per Federico da Montefeltro, il Signore di Urbino. A Urbino esistono opere di Piero, altre eseguite per Urbino sono finite a Firenze, alla Galleria degli Uffizi e a Senigallia; in una chiesa, è stata trovata questa tavola. Leggere questa tavola non è molto facile, generalmente se ne fa una lettura molto superficiale e non si tiene conto del valore essenziale. La forma di Piero della Francesca, che è una forma studiata nei minimi particolari dal punto di vista geometrico e prospettico e che tende all'astratto - vedete la Madonna è quasi un manichino, è quasi, diciamo, cancellata nei tratti fisionomici individuali, questa forma vive attraverso la luce. Piero della Francesca infatti è uno dei pittori italiani che ha scoperto la luce fiamminga. L'Italia del Rinascimento scoprì la prospettiva lineare, cioè il modo di rappresentare scientificamente i corpi nello spazio. E Piero della Francesca è stato un grande teorico. Il Nord Europa ha scoperto la luce. Il fondatore della pittura fiamminga Jan Van Eyck scopre la luce. Voi vedete che - lo vedreste meglio nell'originale - le forme di questo quadro sono intrise di luce, luce che esce, entra cioè dalle finestre in fondo a sinistra. La luce ha un valore anche simbolico, perché la luce passa attraverso il vetro senza corrompersi. E' lo Spirito Santo, è il mistero dell'incarnazione. Naturalmente io vi ho dato soltanto pochi dei connotati di questo quadro. Il gesto del Bambino benedice. I gesti sono importantissimi nei quadri, porta lui che è Dio, porta una collana di corallo contro la iettatura, altra cosa che andrebbe spiegata con un lungo discorso. E' un quadro intriso di significati.
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STUDENTESSA: Di fronte a una qualsiasi forma di espressione artistica, quali sono i minimi strumenti che ognuno di noi deve possedere per comprendere e interpretare realmente la visione del mondo che l'artista vuole darci?
Guardi, più si conosce la storia - parlo di tutta la storia: religiosa, sociale, economica, letteraria - e più è facile capire i quadri. Bisogna avere una base conoscitiva molto ampia per capire i quadri. Anche perché, a dispetto di quelli che parlano di pura visibilità, il soggetto è molto importante per capire un quadro. Non si può capire El Greco se non si conosce la religione spagnola dei suoi tempi, non si può capire un'icona bizantina se non si conosce quella che è la struttura della chiesa ortodossa, così come non si può capire assolutamente nulla dei quadri, se non si capisce quella che era l'epoca in cui sono stati eseguiti. In genere poi nei quadri c'è sempre un significante, che è l'artista, e un significato. L'unica produzione artistica che significhi soltanto se stessa, qual'è? E' quella dell'arte astratta. L'arte astratta è soltanto arte astratta. Non può alludere né alla Vergine Maria né all' Apollo e Dafne, allude soltanto a se stessa. E l'arte astratta è la risposta, a mio avviso, di quella che è stata la televisione. La televisione ha portato la riproduzione della realtà in tutte le case. E ciò ha provocato una sorta di terremoto. C'erano già di arte astratta degli esempi prima della televisione, ma, con l'arrivo della televisione commerciale, che entra in tutte le famiglie, la pittura si è ritirata, in gran parte, dalla rappresentazione del mondo visivo ed è diventata arte astratta. Questo è come lo spiego io. Naturalmente altri diranno che questa è una spiegazione errata, ma non vuol dire. E' sempre meglio che le opinioni siano tante in modo da potersi confrontare. Non esiste una sola verità.
STUDENTESSA: Volevo sapere, secondo Lei, qual'è il discrimine fra arte e non arte e che cos'è che rende un'opera d'arte degna dell'appellativo di "capolavoro".
Ma guardi generalmente l'opera d'arte va giudicata anche per la sua qualità tecnica. Più un artista ha avuto, ha posseduto bene i mezzi di esprimersi, e più è stato un grande artista. Se Lei esamina per esempio un quadro di Velázquez, Las Meninas, o La Venere allo specchio, il primo è nel Prado, il secondo alla Galleria di Londra, si accorge che quest'uomo possedeva i mezzi tecnici a un livello addirittura pauroso, era un uomo... Un altro pittore che, per me il più grande pittore di tutti i tempi, è Pietro Paolo Rubens. Quello addirittura dipingeva come certe donne fanno la calza, chiacchierando. Dipingeva vestito benissimo, con gente che gli leggeva Ovidio, dettava lettere in italiano, sentiva musica, riceveva ambasciatori, era un tecnico. Un altro pittore dalla tecnica addirittura impressionante è Raffaello. Se lei esamina Raffaello con la lente, si accorge di una quantità di segreti tecnici. Lui aveva dei segreti. E poi c'è una pennellata addirittura impressionante. Io rimango sempre stupefatto dalla qualità di Raffaello. Sempre rimango, come posso dire, non dico incantato, ma impaurito quasi, dall'abilità di quest'uomo. E questo è uno dei fattori con i quali si può giudicare un "capolavoro". Si ricordi però che tutto ciò che è umano in genere è un'opera d'arte. L'opera d'arte non consiste soltanto nel rappresentare l'imperatore Carlo V o la Madonna, che vedremo, di Acuto o Piero della Francesca. Anche un vaso, anche un utensile di cucina può essere una grande opera d'arte. Ci sono degli oggetti di uso comune trovati negli scavi di civiltà passate, che spesso sono dei capolavori. Là dove l'uomo mette la mano trasporta qualche cosa di se stesso e comunica qualche cosa di se stesso. Anche le opere fatte in serie con un buon design possono essere delle grandi opere d'arte, però ciò che fa il capolavoro è l'abilità tecnica dell'artista.
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STUDENTESSA: Quanto è legittima una nostra interpretazione di un'opera d'arte.
Beh, dipende da che opera d'arte è e chi l'ha prodotta. Le opere d'arte di un passato molto remoto hanno sempre delle interpretazioni parziali, perché il passato è morto e non possiamo ricrearlo. Noi possiamo estrarre dall'opera d'arte, alcuni dati che ci sembrano plausibili. Però, anche l'interpretazione di un'opera d'arte del primo Ottocento è semplicemente una operazione, un'interpretazione parziale. Moltissimi connotati ci sfuggono. Oggi ci sfuggono persino i connotati impliciti in un film eseguito negli anni Trenta, perché c'è una quantità di dati che i contemporanei capivano e che noi non capiamo più. Se lei guarda delle statue medioevali, non capisce quasi niente, perché quel mondo è svanito e lo stesso per l'arte greca. Noi possiamo capire soltanto parzialmente, cioè possiamo capire ciò che noi crediamo di capire. Ma veramente l'essenza è finita, la vera essenza dell'opera d'arte muore con la cultura, la civiltà e le generazioni che l'hanno prodotta.
STUDENTESSA: Scusi vorrei farLe una domanda. A proposito della fotografia Lei ha parlato spesso, adesso di fotografia. Io vorrei farLe alcune domande. Quando è nata la fotografia tutti avevano paura di questo nuovo avvento, di questa nuova cosa. Vorrei chiederLe se adesso la fotografia può essere considerata come un'arte complementare a quello che l'arte in generale è stata considerata fino all'Ottocento, quando la fotografia non era ancora nata, o, se invece, è qualcosa che le si contrappone?
No, non si contrappone. Lei vede che ci sono dei fotografi oggi che eseguono delle fotografie che sono delle grandissime opere d'arte. Ve ne sono una quantità e ci sono spesso delle esposizioni di fotografie, che mostrano delle fotografie che hanno lo stesso valore estetico di una grande pittura. D'altra parte la fotografia ha stimolato la pittura, poi parrebbe aver vinto, ma la pittura ha preso un'altra strada, che è quella dell'arte astratta, non figurativa. Lei ha notato che i migliori pittori figurativi dei nostri giorni cercano di imitare la fotografia. Ad esempio in molti iperrealisti americani, e anche non americani, c'è sempre dietro il confronto con la fotografia. Ma la fotografia in sé è una grandissimo mezzo di espressione artistica.
STUDENTESSA: Nell'Ottocento appunto, abbiamo detto avevano paura di questa nuova forma d'arte e si aveva paura di definirla arte. Perché? Perché avevano paura che fosse appunto una cosa che avrebbe spostato l'ottica dell'arte, della pittura, della scultura, di quello che c'era stato fino allora o qualcos'altro?
No, la consideravano come qualche cosa di volgare, in cui non c'era la mano dell'artista, semplicemente una cosa meccanica. Ma questo d'altronde è ben comprensibile. L'hanno disprezzata, però l'hanno anche imitata, fino a che, ad un certo momento hanno preso la loro via. L'arte ha cercato disperatamente, ad un certo momento, di ignorare. Prima l'ha ignorata, poi ne è stata influenzata. Molte cose degli impressionisti non si capiscono senza la fotografia. Poi sappiamo che molti artisti usavano la fotografia. Questo ormai è ben noto. E poi, alla fine, abbiamo con le avanguardie l'abbandono del mondo riprodotto dalla fotografia e l'inizio di un'altra strada.
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18 marzo 2007