
La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 28 gennaio 2007
Il premier ha la testa più dura di Zidane
Eugenio Scalfari su la Repubblica
Io lo conosco da trent'anni Romano Prodi. Credo d'averne capito i pregi e i difetti e soprattutto so che è una testa dura, durissima. Lo si capisce anche fisicamente dalla forma: sembra un ferro da stiro o il muso d'un'escavatrice. Perciò non sono stato d'accordo con chi negli scorsi mesi temeva o sperava (secondo le diverse simpatie) che il presidente del Consiglio versasse in uno stato d'incertezza, fosse incapace di decidere alcunché e si fosse rassegnato a galleggiare come un re-Travicello lasciando la barca al furore delle onde, senza timoniere e addirittura senza timone. Di Prodi (scrissi ripetutamente) si può pensare, dire e scrivere il peggio tranne che si acconci a galleggiare. La Finanziaria è opera di Padoa-Schioppa e sua. E' piaciuta a pochi ed è dispiaciuta a moltissimi ma ha avuto sicuramente un pregio: ha riportato in linea i conti della finanza pubblica rispetto ad una situazione difficilissima.
Ormai ne abbiamo la prova definitiva dalle dichiarazioni della Commissione di Bruxelles, della Banca centrale europea e delle giustamente sospettose agenzie internazionali di "rating". Anche il primo e ancora incompleto accordo tra il governo e i sindacati sull'efficienza da raggiungere nella pubblica amministrazione è opera di Padoa-Schioppa e sua.
Si vedrà tra breve fino a che punto quell'accordo sia una vera o una falsa partenza, ma il tema è stato comunque posto e mi sembra difficile che possa essere abbandonato poiché si tratta d'una riforma assolutamente centrale per la modernizzazione del paese. Poi c'è stata la decisione dell'accorpamento di tutti gli istituti di previdenza nell'Inps; opera di Damiano e sua. Ora è arrivata la lenzuolata delle liberalizzazioni, opera di Bersani-Rutelli e sua. Nello stesso giorno è stato approvato il decreto di rifinanziamento della missione militare in Afghanistan. Dall'approvazione della Finanziaria è passato esattamente un mese. Francamente non mi pare che Prodi stia galleggiando. In bicicletta è un passista ma se la cava bene anche in salita. Direi che in politica ha le stesse caratteristiche. Lo si può anche odiare, Romano Prodi, ma chi lo sottovaluta commette un marchiano errore.
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Il primo effetto della lenzuolata Bersani si è avuto sui "media". Dopo mesi di critiche tambureggianti il consenso e il rilievo sono stati unanimi. Con varia intensità, da chi ha approvato incondizionatamente a chi, pur riconoscendo le buone qualità di quei provvedimenti, ha messo in guardia dall'enfatizzarne l'importanza ed ha avvertito che ben altre sono le liberalizzazioni vere che ancora giacciono sulle ginocchia di Giove.
In particolare: la riforma della pubblica amministrazione, la riforma delle pensioni, il mercato del lavoro, la produttività, la liberalizzazione dei servizi pubblici locali (disegno di legge Lanzillotta da otto mesi all'esame del Parlamento) e nazionali.
Comunque l'effetto mediatico c'è stato. Dire che il governo ne aveva bisogno è un eufemismo. Dopo mesi di cannonate contro, una tregua e addirittura un appoggio dal sistema dei "media" era vitale per Prodi e per il governo, tanto più che il voto unanime del Consiglio dei ministri ha messo in terza fila la polemica tra riformisti e sinistra radicale che era ormai diventata il "leitmotiv" di ogni quotidiana corrispondenza giornalistica.
Quanto alla sostanza politica, le reazioni del centrodestra berlusconiano hanno mostrato un effetto di evidente spiazzamento, come accade sul ring quando il pugile che stava superando ai punti il rivale, lo vede riprendersi all'improvviso e ne riceve un "uppercut" che lo fa cadere al tappeto. Si rialza ma ha perso la sicurezza di prima e comincia a capire che lo scontro sarà lungo assai più del previsto.
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Dopo l'effetto mediatico e quello politico, vediamo ora la sostanza di queste liberalizzazioni numero due, dopo le prime della scorsa estate. Le associazioni dei consumatori hanno plaudito senza riserve ed hanno anche quantificato i benefici che andranno ai cittadini: da un minimo di 500 ad un massimo di 1.000 euro l'anno. Non è poco. E' vero che le cifre medie sono ingannevoli ma questa lo è meno delle altre: il consumatore è infatti un soggetto sociale a massima diffusione; quale che sia il suo stato civile, l'età, il sesso, la professione, il reddito, siamo tutti consumatori e i prodotti e i servizi coinvolti nelle liberalizzazioni di Bersani coprono un larghissimo spettro di consumi. Quelle cifre medie perciò si avvicinano molto alla realtà di ciascuno. Per di più si tratta di riforme senza spese, altro pregio non indifferente in tempi di ristrettezze.
La montagna ha partorito un topolino, come dice Fini? Diciamo che non ha partorito un bisonte. Ma ha avviato con forza un processo cui seguirà tra pochi giorni un altro gruppo di provvedimenti di crescente importanza: la revisione dei compiti, dei poteri e del funzionamento delle Authority, l'abolizione di alcune di esse rivelatisi ora inutili e infine la fondazione di altre tra le quali una, necessaria, per i Trasporti e un'altra proprio per le liberalizzazioni.
E poi la soluzione, affidata a Padoa-Schioppa, del problema della rete Snam Gas, che ha subito una battuta d'arresto nell'ultimo Consiglio dei ministri ma che dovrebbe tornare a palazzo Chigi entro i prossimi quindici giorni. Qui parlare di topolino sarebbe decisamente azzardato. Prodi ha invitato Berlusconi a portare in Parlamento le sue proposte di ulteriori liberalizzazioni ed ha prefigurato una commissione bilaterale "ad hoc". Finora ha ricevuto solo sprezzanti dinieghi ma sarà questa volta assai difficile per il centrodestra trincerarsi dietro cortine di fumo. Si dicono liberali e liberisti della prima ora; hanno governato per cinque anni senza fare un solo passo avanti in quella direzione; in più hanno infitta nel fianco la spina Casini che, soprattutto su un tema di questo genere, diverrà sempre più acuminata. Sembra perciò estremamente difficile che i berlusconiani si attestino sulla linea del "niet".
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Veniamo al club Giavazzi, anzi a Giavazzi "tout court". Sul "Corriere della Sera" di ieri, commentando con misuratissima sufficienza le liberalizzazioni effettuate ieri l'altro, Giavazzi ha lanciato un nuovo allarme sullo stato d'opera per quanto riguarda le liberalizzazioni dei servizi pubblici locali e in particolare di quelli affidati e gestiti da aziende comunali, sulla cui volontà liberalizzatrice Giavazzi è estremamente scettico.
Ma ha lanciato anche un nuovo tema: l'irizzazione che sarebbe in corso per raggruppare in un'unica mano la proprietà delle tre grandi reti nazionali: quella elettrica (Terna), quella metanifera (Snam Gas) e quella telefonica (Telecom Rete Italia). Giavazzi chiama quest'operazione capitalismo di Stato, la deplora senza se e senza ma e scioglie ancora una volta l'osanna al mercato, luogo di salvezza e di guarigione di tutti i mali (come le acque di Lourdes).
Personalmente sono anch'io - nel mio piccolo non bocconiano - un fautore del libero mercato senza però attribuirgli quelle virtù taumaturgiche che altri gli riconoscono. Ho sempre pensato che il mercato sia una costruzione artificiale che sta in piedi solo se i pubblici poteri ne difendono con apposite regole e apposite istituzioni le deboli virtù concorrenziali e ne contrastino invece le fortissime tentazioni oligopolistiche e monopoloidi che gli sono connaturali.
Ho appreso a suo tempo dalla sapienza di Luigi Einaudi che quando ci si trova di fronte ad una forma di quasi-monopolio tecnico è meglio affidarne l'esercizio al potere pubblico che lasciarlo in mani private. E proprio per questa ragione fui tra quelli che nel 1962-63 (Giavazzi, beato lui, era ancora bambino a quell'epoca) si schierarono per la nazionalizzazione dell'industria elettrica. Anche allora su quasi tutti i giornali, largamente influenzati dagli industriali elettrici, il mercato veniva invocato ad altissima voce trascurando il fatto che di mercato non c'era neppur l'ombra. L'industria elettrica era infatti nelle mani di quattro o cinque imprese private trustificate tra loro, che finanziavano con fondi neri i partiti di governo nonché la pubblica amministrazione ottenendo tariffe ricavate dai prezzi dell'azienda marginale, con rendite di monopolio di tipo addirittura ricardiano.
La nazionalizzazione si fece, l'Italia non restò al buio come avevano vaticinato l'Assolombarda e la Confindustria, e la politica dell'energia andò avanti senza particolari intoppi procurando al Tesoro cospicui dividendi.
Purtroppo gli imprenditori ex elettrici, con i soldi ottenuti come corrispettivo dell'esproprio, si cimentarono con l'industria manifatturiera, specialmente chimica e petrolchimica, e sperperarono in iniziative fallimentari centinaia e migliaia di miliardi dimostrando così che un conto è gestire un'impresa di servizi in condizioni di monopolio e un altro conto è misurarsi sul mercato concorrenziale.
Le condizioni tecnologiche sono diverse da allora ed è stato, credo, utile liberalizzare di nuovo il mercato elettrico e altri servizi pubblici di analogo peso, anche se le liberalizzazioni procedono assai più lentamente di quanto si vorrebbe.
Ma se c'è un settore che forse meriterebbe di restare in mano pubblica, questo è la rete che è un servizio pubblico propriamente detto, cioè una struttura di trasporto aperta alle richieste dei produttori di energia in concorrenza tra loro. Di rete ce n'è una. O la si dà in concessione ad un privato (possibilmente attraverso una gara pubblica) o si affida einaudianamente alla mano pubblica. Il concessionario privato non è un'opera pia; vorrà trarre profitto dall'esercizio della rete; la mano pubblica invece può (secondo me deve) gestire un esercizio "no profit". E semmai un profitto ci fosse, al netto del necessario autofinanziamento per gli investimenti, dovrebbe riversarlo al Tesoro.
Lo stesso ragionamento si può logicamente estendere alla rete metanifera della Snam e a quella telefonica di Telecom.
Giavazzi avrà certo buoni argomenti per contrastare questa mia opinione. So che chiedo troppo, ma se avesse la cortesia di esporli pubblicamente sarebbe utile per una più completa informazione dell'opinione pubblica.
Faccio un'ultima osservazione. Sulla rete ferroviaria (altro esempio di monopolio tecnico) transitano anche treni privati. E' lecito supporre che gli utenti chiederanno di poter transitare i loro convogli sulle tratte più redditizie; per esempio la Roma-Milano, la Roma-Torino, la Roma-Brennero, la Roma-Napoli-Palermo e poche altre ancora.
Ma il servizio pubblico ferroviario, come del resto quello elettrico, quello telefonico e quello metanifero, hanno l'obbligo di servire anche i cittadini residenti in località isolate, almeno fin dove sia possibile. Non ce lo vedo un Della Valle o chiunque sia che voglia servire con i suoi convogli la tratta Sibari-Metaponto o Potenza-Campobasso o L'Aquila-Ascoli Piceno.
Ne deduco che le Ferrovie dovrebbero gestire le tratte redditizie in concorrenza e le tratte meno appetibili solitariamente. E' un buon sistema? Non andremo ad aumentare quella disuguaglianza di qualità che già c'è e che risulterebbe ancor più evidente?
I miei dubbi saranno probabilmente infondati, ma volete per cortesia controbatterli? Grazie se lo farete.
Politica e crimine
Furio Colombo su l'Unità
Cittadini attenzione. Il giorno 24 gennaio, il coordinatore nazionale di Forza Italia Sandro Bondi ha lanciato al Paese il seguente messaggio: "Prodi e gli altri non devono scherzare col fuoco. Esiste un limite oltre il quale un equilibrio democratico si può rompere. E al punto di rottura siamo quasi arrivati. Allora sono guai per tutti. Perché con Forza Italia al 32 per cento, come dicono tutti i sondaggi anche quelli commissionati dal centrosinistra sarebbe pericoloso tirare troppo la corda. Potrebbe provocare reazioni nel Paese, sommovimenti. Tutto ciò può determinare reazioni molto gravi della gente". (La Stampa, 24 gennaio 2007)
Siamo di fronte a un ultimatum: o rinunciate a governare o ci saranno rivolte nel Paese. Considerato il ruolo politico dell'autore di queste parole, è naturale immaginarsi una reazione giornalistica immediata, una serie di quelle tormentose interviste che seguono di solito una frase pronunciata dentro l'Unione sui Pacs, sul testamento biologico, sulla pretesa dei gay di non essere esclusi dalle unioni legittime. Invece (e forse persino Bondi si sarà meravigliato) silenzio.
Per capire ciò che sto dicendo immaginate per un momento che una frase così arrischiata ("ci saranno rivolte") fosse stata pronunciata da un Diliberto o da un Giordano. Si sarebbero scatenati giornali e istituzioni. Si sarebbe parlato francamente del ritorno del pericolo comunista. Bondi invece brandisce i sondaggi contro le elezioni, e "vede" - certo da un punto di vista privilegiato, dato l'enorme potere economico a cui è vicino - sommovimenti e rivolte di tipo libanese.
Eppure alle parole di Bondi è seguito un cauto silenzio dei media, e un composto aplomb delle istituzioni che, a quanto pare, non si sono sentite turbate dall'annuncio (certamente autorizzato dal leader-padrone di Forza Italia) di sommosse descritte come inevitabili ("se questi non se ne vanno...") e implicitamente approvate ("esiste un limite").
"Questo decreto sulle nuove regole che vogliono imporre alle mie televisioni è un piano criminale verso il capo della opposizione e verso le sue proprietà private. Sono sicuro tuttavia che il governo non troverà complici per la realizzazione di questo progetto criminale. Vincendo le prossime elezioni amministrative dimostreremo i brogli elettorali che ci sono stati".
C'è anche un riferimento interessante per chi scrive nella dichiarazione di guerra qui trascritta: "Ho visto Ballarò. Dobbiamo fare anche noi a Mediaset un programma simile. Dobbiamo rispondere agli attacchi". (La Repubblica, 25 gennaio). Naturalmente avete riconosciuto la voce. È Silvio Berlusconi, il quale considera un attacco personale imporre regole di mercato alle sue televisioni. È una protesta comprensibile, se si tiene conto che lui è l'unico grande proprietario di televisioni private in Italia. Ed è l'unico politico al mondo che ha governato sostenuto da un partito formato dalle sue televisioni. Ma lui, senza pudore, annuncia che se si toccano gli interessi delle televisioni private di Silvio Berlusconi si attacca in modo grave e inaudito il capo della opposizione Silvio Berlusconi. Chiunque direbbe: risolviamo il problema con una buona legge sul conflitto di interessi. Berlusconi invece definisce "criminale" ogni intervento sulle sue proprietà. Lo costringerebbe a uscire dalla doppia illegalità: servire se stesso servendosi del Paese.
Come vedete sono tre frasi esemplari, illogiche, prepotenti, minacciose. C'è l'orgogliosa identificazione del proprietario con il politico. Chi tocca l'uno tocca l'altro.
Questo spiega in che senso una testata è "omicida", (come i suoi dipendenti hanno detto de l'Unità, quando denunciava il conflitto di interessi di Berlusconi). Tra politica, proprietà e protezione di se stesso lui non vede alcuna differenza. Attacca e morde con una dichiarazione di guerra alle istituzioni a costo di autodenunciarsi come titolare del conflitto di interessi che ha passato anni a negare e altri anni a "risolvere" con la risibile legge Frattini che non prevede, per il pericoloso fenomeno alcuna sanzione.
Nel citato programma Rai Ballarò tutto lo schieramento berlusconiano negava che "lui" prendesse parte agli affari dell'azienda durante i Consigli dei ministri. "Ogni volta lui usciva. Ha affermato testualmente la ex ministro Prestigiacomo: "Do la mia parola d'onore che mai si è occupato dei suoi interessi".
Simpatico, canagliesco e brutale, nella classica tradizione post romantica, il suo capo, benché così fedelmente assistito (fino all'impegno del proprio onore) la smentisce. Infatti dice: "Ho visto Ballarò e bisogna fare anche noi una trasmissione così a Mediaset. Dobbiamo rispondere a questi attacchi". In questo modo smentisce anche il suo rappresentante Confalonieri (che un po' compare come vice ministro, un po' come presidente Mediaset) che si era affannato a ripetere: "Le nostre tv al servizio di lui in politica? Mai, garantisco, mai!".
Ma lo spavaldo padrone non bada all'onore dei suoi e preannuncia una nuova battaglia di televisioni nella sua guerra infinita che tormenta l'Italia ormai da dieci anni. Durante questi dieci anni di doppio governo (affari e politica) Berlusconi ha raddoppiato la sua ricchezza. Eppure, forse per prudenza, nessuno accetta di considerarlo un pericolo. Anzi ti dicono, anche da sinistra, "non esageriamo, è un politico come gli altri". C'è una piccolissima differenza: Berlusconi è la quattordicesima ricchezza più grande del mondo, e due o tre capricci a quanto pare, se li può togliere quando crede. Però non si capisce perché, spargere intorno a lui il sussurro che più lo agevola: ma quale emergenza? Ma quale pericolo per la democrazia? E continuano a nascere proposte di cose da fare insieme. Prima o dopo le rivolte di popolo annunciate da Bondi?
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"Si riapre la catena di processi della Sme", titolano alcuni giornali più coraggiosi. Si riferiscono alla sentenza della Corte Costituzionale che ha dichiarato incostituzionale la "legge Pecorella". Con essa il presidente della commissione Giustizia della scorsa legislatura (e avvocato personale di Berlusconi in tutte le legislature), aveva confezionato la liberazione di Berlusconi dai giudici di Milano. Il pm non poteva più proporre appello contro un imputato assolto. Ora che questa normale competenza è stata restituita alla pubblica accusa, alcuni processi contro Berlusconi (a parte i nuovi) potranno continuare in secondo grado.
Qual è la risposta dell'ex Primo ministro noto nel mondo per aver aperto il semestre europeo italiano dando del "kapò" all'eurodeputato tedesco Schultz che aveva osato accennare alla cacciata di persone libere dalla Rai e al conflitto di interessi? Eccola, da statista: "Questa sentenza dimostra che tutte le istituzioni sono in mano alla sinistra".
Come vedete il senso del ridicolo è scomparso da tempo. Quel che disorienta è che sia scomparso dal giornalismo.
Non un accenno, da nessuna parte, alla portata eversiva del commento a questa sentenza, specialmente se collegata alle parole di Sandro Bondi, che annunciano una imminente rivolta di popolo. Eppure tutto ciò in fondo è poco se confrontato a quello che è accaduto e sta accadendo con la vicenda Mitrokhin. Provate a immaginare la mobilitazione che si sarebbe scatenata se - per puro e sfortunato caso - fosse stato presente, nello stesso albergo e nella stessa stanza, uno sbadato passante in qualche modo legato all'Unione, mentre stavano avvelenando al polonio l'ex spia sovietica Litvinenko. È certo che ogni giorno, in ogni talk show, con ricostruzioni e modellini, quell'atroce delitto sarebbe sugli schermi pubblici e privati di tutte le reti italiane.
Invece mentre assassinavano Litvinenko era presente chissà come, chissà come mai, il prof. Scaramella. Che non è professore ma, di professione, spia personale della Commissione Mitrokhin, cioè spia retribuita dalla Repubblica italiana. Missione: svelare che Romano Prodi era stato "uomo del Kgb", ovvero preparare, in caso di perdita delle elezioni, una buona ragione per la rivolta di piazza di Bondi e la rivincita di Berlusconi sulle leggi criminali contro le sue aziende e le sentenze criminali contro la sua persona. Scaramella,a nome e per conto della commissione Mitrokhin e del Senato della Repubblica italiana, il suo lavoro l'ha fatto, benché sia finito in prigione per calunnia e vi resti tuttora. Litvinenko è morto di una morte spaventosa avvelenato chissà da chi. Ma, guarda caso, ha lasciato una testimonianza. Prima di morire ha detto: "Prodi era un nostro uomo", le esatte parole commissionate a Scaramella dalla Commissione Mitrokhin (come risulta dalle intercettazioni pubblicate). Dopo morto non ha niente da dire.
Il caso sconvolgerebbe qualunque Paese, anche fuori dalle tradizioni democratiche dell'Occidente. Infatti una commissione parlamentare con poteri giudiziari ha lavorato per anni e con abbondanti fondi dello Stato, assumendo consulenti che poi sono risultati "da galera", allo scopo dichiarato di eliminare il capo dell'opposizione. Se è "legge criminale" la mite legge Gentiloni perché tocca di striscio gli interessi privati di un uomo ricchissimo, che adesso è anche capo dell'opposizione, come definire la commissione Mitrokhin e i suoi scopi da colpo di Stato? Ma tutto questo ci dà modo di verificare la vasta conseguenza del quasi completo controllo mediatico nelle mani non di una sola coalizione o di un solo partito ma di una sola persona.
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L'uso berlusconiano dei media pubblici e privati è così ferreo da cambiare la percezione degli eventi persino agli occhi degli esperti. E questo spiega la passione con cui Berlusconi si batte perché non glielo si limiti neppure marginalmente. E spiega perché non vuole sentire parlare di una vera legge sul conflitto di interessi nel senso del diritto occidentale. Infatti lo priverebbe della sua presunta magia carismatica.
La persistenza negli anni di quel conflitto spiega anche qualcosa che altrimenti sarebbe davvero inspiegabile. Pensate che una rispettabile e rispettata docente associata di scienze politiche all'Università di Bologna, Donatella Campus, pubblica con le pregiate Edizioni del Mulino un testo scientifico intitolato "L'antipolitica al governo".
I tre personaggi esemplari proposti dalla prof. Campus sono De Gaulle, il generale che ha guidato la Resistenza francese e la rinascita di quel Paese, ha tenuto testa ai militari e fatto finire la guerra d'Algeria; Ronald Reagan, il personaggio che ha colto al volo l'occasione della Glasnost, ha aiutato il leader sovietico Gorbaciov a uscire senza danno dalle macerie del suo impero e ha - proprio lui, che parlava sempre di "impero del male" - portato Russia e America fuori dalla guerra fredda in modo dignitoso e indolore. E il terzo chi è? È Berlusconi, l'uomo che ha spaccato l'Italia e continua a spaccarla.
Nel libro della Campus Berlusconi è descritto come desidera essere Berlusconi, un audace liberal che si scrolla di dosso la politica tradizionale e inaugura un rapporto libero e inedito con la opinione pubblica. La Campus non nota che Berlusconi "entra in campo" con una cassetta, non in persona (dunque senza domande e senza dover rendere conto). E che da quel momento tiene costantemente i giornalisti a distanza e sotto intimidazione. A volte, fatalmente, e dopo gli esempi Biagi e Santoro, la categoria diventa ossequiosa. E incline alla celebrazione. Fenomeno irrilevante? È mai accaduto a De Gaulle o a Reagan?
La Campus non nota le leggi ad personam, non nota le leggi vergogna, non nota l'uso degli avvocati difensori come deputati e senatori a capo di commissioni chiave per gli interessi personali del leader. Non nota la politica come finzione (Pratica di Mare), come repressione (Genova), come intimidazione ostentata e padronale (la messa in stato di accusa da parte dei suoi media, di chi gli tiene testa). Non nota l'illegalità di controllare e dirigere la Tv di Stato, mentre presiede controlla e dirige quella privata.
Il libro della Campus è il perfetto monumento al conflitto di interessi. Ci dice che quel conflitto di interessi, quando è abbastanza forte, colpisce soprattutto i media. Esso, infatti, cambia e riorganizza la percezione degli eventi anche gli agli occhi degli esperti. La controprova è nel libro di Marc Lazar uscito negli stessi giorni. Anche lui è un politologo ma, dalla Francia, lavora al riparo dal totale controllo mediatico che Berlusconi mantiene sull'Italia. Sentite che cosa scrive Lazar: "L'Italia è un grande malato e la terapia del dottor Berlusconi non gli ha permesso di ristabilirsi. L'economia ristagna e le prospettive sono fosche. Al di là dei proclami boriosi si perpetua una vecchia tradizione politica di immobilismo. Silvio Berlusconi non ha avviato alcuna liberalizzazione né innestato alcuna modernizzazione. Tuttavia ha verosimilmente significato un cambiamento completo dell'universo delle rappresentazioni mentali".
Berlusconi è certamente l'antipolitica. Ma in un senso distruttivo e vendicativo contro quella parte non piccola del suo Paese che non coincide con la sua proprietà. Solo il suo mondo inventato e strettamente sorvegliato dai media può avere indotto qualcuno, per quanto esperto, a scambiarlo per Reagan o De Gaulle.
Giornata della mezza memoria
Filippo Facci su Macchianera
La Storia imbracciata dagli stolti sta producendo un penosissimo conflitto tra genocidi, un neo-tentativo di volerli gestire ideologicamente da parte di coloro che lo scontro di civiltà ha particolarmente infiammato.
Eppure persino Elio Toaff, rabbino storico di Roma, l'ha detto chiaro: Negare l'Olocausto è negare l'evidenza, la legge sul negazionismo non la firmerei.
Ha ragione.
E' impensabile che in Italia possa esserci seriamente il problema del negazionismo della Shoah, e spesso chi lo sostiene, chi ha invocato addirittura una legge, badateci, tempo fa si diceva contrario all'analoga legge francese che voleva punire il negazionismo del genocidio armeno.
E perchè?
Perchè la legge francese, e questo è stato opinato sia su l'Unità che sul Giornale, finisce per relativizzare l'unicità dell'Olocausto. Bene, ma il risultato qual è?
Il risultato è che in Europa il negazionismo della Shoah è un affare psichiatrico di pochi dementi isolati, e invece il negazionismo del genocidio armeno è la regola e addirittura la legge di uno Stato che bussa all'Europa e dove gli scrittori armeni vengono ammazzati.
Il quesito retorico che pongo a molti autorevoli opinionisti, dunque, resta questo: vorrei sapere perchè v'infiammate stra-giustamente per l'odioso negazionismo di Ahmadinejad, che è in Iran, e continuate allegramente a fottervene nel negazionismo che è alla porta di casa, e bussa, vuole entrare.
Ora che abbiamo questa nuova legge su non-si-sa-che non andremo in Germania, dove ogni anno processano circa diecimila persone solo perchè hanno messo in dubbio anche il più insignificante dettaglio sui lager nazisti: un paese, la Germania, dove è vietato stampare il Mein Kampf e dove però i concerti wagneriani sono diretti da israeliani. Non andremo in Israele, dove è proibito ascoltare Wagner e dove però vendono tranquillamente il Mein Kampf.
Rimarremo in Italia, dove il Main Kampf è stampato da una casa editrice di sinistra e dove una legge puramente simbolica non verrà mai applicata, oppure, nella peggiore delle ipotesi, verrà inaspettatamente ridestata da qualche magistrato che ne stiracchierà l'interpretazione a proprio uso e ossessione.
Andrà così perchè questa nuova legge, o perlomeno la sua relazione illustrativa, è di una genericità esemplare. Da principio non fa che reintrodurre due espressioni già adottate dal Decreto Mancino nel 1993 (diffusione di idee razziste e incitamento alla discriminazione) dopo che nel 2006 erano state sostituite con propaganda e l'istigazione. Poi, però, eccoti il troneggiante articolo 1, che punisce, attenzione:
ogni forma di esternazione concernente la superiorità e l'odio razziale che assuma caratteristiche di diffusività nell'ambito del tessuto sociale, il che va esteso anche agli atti di discriminazione di persone compiuti a causa del loro orientamento sessuale o della loro identità di genere.
Che cosa vuol dire ? Tutto. Da una parte neppure compaiono le espressioni Shoah e negazionismo, dall'altra le esternazioni punibili divengono sulla carta infinite. In Europa, dove le leggi si tende più ad applicarle che a farne medaglia, il dibattito non a caso è impaludato da anni e la Gran Bretagna per esempio si dice scettica circa la possibilità di sanzionare delle semplici affermazioni.
Una norma analoga, in Francia, come primo risultato è sfociata nei processi intentati da alcune associazioni musulmane contro Michel Houellebecq e Oriana Fallaci.
Gli è che in Italia, sempre sulla carta, le letture istigatorie potrebbero sountare da tutte le parti. Rimanendo in zona: la rivista Tempi potrebbe esser punita per aver sostenuto che l'omosessualità sia solo una malattia, il Giornale per aver sostenuto che i maestri elementari non debbano essere manifestamente omosessuali, lo scrivente per aver sostenuto che una lobby ebraica esista oggettivamente, Franco Frattini per aver dapprima sostenuto che il genocidio degli armeni non fosse un genocidio, mentre Il Foglio, data la sua varietà di contributi, farebbe bene a costituirsi. E questo per fermarsi alla destra: se vai a sinistra non ne esci più.
Vi è da ritenere, realisticamente, che la libertà d'espressione rimarrà quella di sempre, ma nondimeno che l'insorgere di particolari conseguenze potrà spingere a individuare e punire via via qualche causa.
Ossia: se ci sarà esplosione puniranno la miccia, se non ci sarà non la puniranno. Ossia: scriveremo le cose di sempre, faremo le vignette di sempre, ma se qualcuno poi andrà in piazza la colpa diverrà nostra, perché sarà la conseguenza a definisce penalmente la causa.
Questa nuova legge, per esperienza italica e in parte europea, sancisce che saremo potenzialmente responsabili delle azioni altrui.
Per il giorno della memoria
Emanuele Fiano su Il Riformista
Vivo personalmente il giorno della Memoria come un giorno difficile.
Essere figli di un sopravvissuto ad Auschwitz, non permette di dimenticare, non avrei bisogno di date io; per noi, in famiglia, la memoria è religione laica quotidiana. La mia memoria della shoah è intima, non condivisibile; la memoria pubblica è invece, ovviamente, un'altra cosa, necessaria e fondamentale. I suoi caratteri vanno condivisi, la battaglia contro i suoi nemici pure.
Anche se io volessi, anche se torcessi il viso dal ricordo, una parte di me, pur guardando avanti, come l' angelo di Klee descritto da Walter Benjamin rimarrebbe per sempre voltata all'indietro, ricercando i volti che non ho conosciuto.
Per questo contemporaneamente vivo il Giorno della Memoria, come un fondamentale momento del nuovo calendario civile della mia patria, ma anche come luogo rischioso dove la cerimonia o la retorica possono farmi sentire estraneo. Estraneo a me che di quel 27 Gennaio 1945 sono in via indiretta figlio.
Per questo vivo male la polemica che un gruppo di autorevoli storici italiani ha scatenato contro l'ipotesi di decreto legge del Ministro Mastella, reo secondo la comunità scientifica, di avere pensato alla punibilità del reato di negazione della Shoah. L'ho percepita inizialmente come un pericoloso via libera all'oblio.
Le cose non sono poi andate così, certamente anche per merito della sollevazione degli storici, che, mi si permetta la critica professionale, pur senza aver letto materialmente il testo, ha colto di quel provvedimento il rischio illiberale.
Il problema sollevato è reale, ma anche reale è il pericolo: il negazionismo, l'antisemitismo, l'antisionismo, il pregiudizio e la discriminazione razziale, etnica, religiosa o sessuale esistono, e proliferano soprattutto nel non-luogo culturale per eccellenza, e cioè Internet, dove senza filtro, e senza storici che possano li per li contraddirne gli assunti, si diffondono insulti, menzogne, incitazione alla discriminazione e apologia di crimini contro l'umanità. In aggiunta, sempre più, la nostra cultura accoglie al proprio interno, ed è bene che così sia, altre culture extra europee, molto poco al corrente dei caratteri storici del progetto sterminazionista del secolo scorso.
Lo scandalo sul rischio di punire il reato d'opinione è comprensibile, ma io mi chiedo, dopo che il decreto ha eliminato questa parte, non è che l'opinione diventata oggi maggioritaria, e cioè che le idee, per orribili che esse siano, non possono essere punite, ipotechi già il dibattito che svolgeremo in parlamento sulla conversione in legge del decreto, e questo ci porterà ad annullare de facto tutto il provvedimento? Quale ragionamento potrebbe infatti adesso sostenere la punibilità dell'apologia di nazismo o di fascismo o di razzismo, non siamo forse anche qui nel campo delle idee e delle opinioni, pur aberranti; quale sostenibilità avrebbe ora il reato di diffusione di idee discriminatorie, come per esempio i protocolli dei Savi di Sion ?
Con le nuove modifiche alla legge basterebbe infatti semplicemente "diffondere", pur senza fare "propaganda", idee antisemite o sulla superiorità e l'odio razziale per essere perseguiti. Dubito che i firmatari di quell'appello potranno difendere anche solo questa versione, perché la loro contraddizione, con un prinicipio liberale che non conosce limiti nel campo della espressione di idee, sarebbe profonda.
Il comportamento e le idee del leader Ahmadinejad, sollevano da mesi lo sdegno e la reazione dell'intera comunità internazionale, sia per i suoi proclami contro l'esistenza di Israele sia per il sostegno incisivo che ha dato alla propaganda negazionista. Certo, il problema più reale in quel caso è la sua arma atomica, ma sperando che non si arrivi a tanto, quel tipo di affermazioni proferite in Italia dovrebbero essere considerate lecite? O bisognerebbe vedere scoppiare la bomba per percepire come reale l'esistenza di un reato.
Convengo anch'io, che punire un'idea confligga clamorosamente con l'idea di libertà svolta al suo massimo grado e che combattere il messaggio che ci è tramandato dalle aberrazioni della concezione etica dello stato nazionale novecentesco non possa che essere fatto osservando il massimo di liberalità.
Ma percepisco anche il rischio che una posizione troppo illuministica ed elitaria sui rischi delle forme di diffusione della propaganda razzista e discriminatoria, si risolva in un mancato approfondimento dei nuovi pericoli culturali.
Per questo lancio un appello affinché quanto prima in Parlamento ci si possa confrontare con una rappresentanza della comunità degli storici che hanno manifestato il loro pensiero in questi giorni, per giungere insieme a valutare un testo di legge che non punendo la semplice opinione non abbandoni neanche il rischio della discriminazione alla pura punibilità del fatto compiuto.
Lo dobbiamo fare per costruire per costruire una memoria pubblica comune per questo paese, sempre comunque dilaniato, non più rivolta solo all'indietro ma in avanti, per costruire su basi solide un pezzo dei nuovi diritti di cittadinanza che combatta la discriminazione e difenda le idee.
Il giorno della memoria
Giuliano e Roby su Stile libero
Giuliano
Rivedendo Heimat , il film di Edgar Reitz del 1984, mi sono ricordato delle polemiche che accompagnarono la sua uscita. Il film è un capolavoro, concordavano tutti, commovente e recitato da attori meravigliosi: ma come mai un film sulla Germania del '900 parla così poco della Shoah? Come mai gli ebrei sono praticamente assenti da questo film?
Mi sembrarono critiche ingiuste, e così continuano a sembrarmi. Innanzitutto perché nel film si parla della Shoah, e in modo esplicito, in diverse occasioni; e poi perché Reitz parla della Germania partendo dalla sua realtà personale, la realtà di un piccolo paese di campagna a partire dalla fine della Grande Guerra.
Nei piccoli paesi, nella provincia, nelle città piccole, gli ebrei sono spesso assenti. Non è come a Roma, a Milano, a Berlino; non è come a Torino, che negli anni 30 poteva capitarti Primo Levi come compagno di banco. A casa mia, per esempio, ancora negli anni 60, gli ebrei non sapevamo nemmeno chi fossero: erano una realtà virtuale, per così dire. Se ne parlava nel catechismo: Mosè, Abramo, Isacco, ecco quali erano per me gli ebrei in quei miei primi anni di vita.
Chiedevo chi erano gli ebrei e nessuno mi sapeva rispondere bene, nemmeno il prevosto: e presumo che fosse così anche a Schabbach, l'immaginario paesino tedesco del quale ci parla Heimat.
E' questo il clima nel quale possono crescere il nazismo, il fascismo, l'antisemitismo, e nel quale prosperano ancora oggi. Un clima di ignoranza, di mancanza di confronto, di stupidità pura e semplice. Non era così per tutti, e soprattutto non è obbligatorio: nelle antiche società contadine (quelle più sane) l'ospitalità e l'accoglienza erano d'obbligo, e se uno lavorava e si dava da fare, era rispettoso e ben educato, era sempre accolto bene. Al massimo, lo straniero veniva trovato buffo a meno che non ci fossero guerre di mezzo, s'intende. Sono altri a generare l'egoismo e l'intolleranza, e in questo caso sono quasi sempre persone istruite, che sanno far leva su chi non sa.
A me fa impressione, trovarmi ancora oggi a parlare di Mussolini. Ormai dovrebbe essere come Nerone, un personaggio storico di tanto tempo fa soprattutto per i più giovani. E invece piace ancora, ha un suo fascino sinistro, come l'altro omino coi baffetti (Mussolini era piccolino di statura: perché lo si raffigura sempre come un gigante?). Rimango allibito, ancora oggi, dopo tanto tempo, nel vedere quante persone si sentono offese quando gli si toccano il fascismo e Mussolini, autore di lutti e rovine e responsabile in prima persona delle leggi razziali, una vera vergogna. Eppure è così, ancora dopo quasi cent'anni: anche quando davanti al primo ministro dell'Italia repubblicana spuntano braccia tese e saluti romani, invece di scandalizzarsi per i rigurgiti fascisti i giornali e le tv sparano titoli ed editoriali solo sui fischi a Prodi. Siamo in un paese in cui si trova facilmente chi si scandalizza per i Pacs, ma dove passa per una cosa normale avere i neofascisti al governo: ed è una considerazione molto triste, e molto preoccupante.
Ecco il clima nel quale ci tocca vivere. A volte (non ho la cultura necessaria per esprimermi nel dovuto modo, provo a farlo in poche righe) penso che sia stato commesso un errore nel parlare troppo di ebrei e di Auschwitz, riguardo al fascismo e nazismo. Così facendo, nelle infinite piccole patrie d'Italia e d'Europa, si è finito per associare quella tragedia a un altro popolo, ad altra gente, a cose che non ci riguardano. Vorrei invece, per questo, che si dicesse sempre che quei morti sono morti nostri, non solo degli Ebrei. Erano il nostro prossimo, i nostri vicini, i compagni di classe e di lavoro, quelli che sono morti nei lager: loro e i loro genitori, figli, parenti tutti. Parenti anche nostri, nostri amici e vicini, non stranieri come qualcuno, più o meno consciamente, pensa ancora oggi.
Roby
L'unica persona di religione ebraica che io abbia mai incontrato è stata -alla fine dei mitici anni '60- una bambina mia coetanea, conosciuta alla festa di compleanno di una vicina di casa.
Era una di quelle occasioni in cui i genitori della festeggiata invitavano non solo i compagni di scuola, ma anche i cuginetti, i figli di amici e di coinquilini, e così via. Con quella ragazzina, tra una fetta di torta ed una "caccia al tesoro", l'intesa fu subito perfetta. Tempo mezz'ora e ci eravamo già confidate i più intimi segreti sulla scuola, la famiglia, i divi preferiti. Finimmo a ridere nel bagno, tutte sudate e accaldate: fu allora che lei si aprì il primo bottone della camicetta, e da lì intravidi una catenina d'oro con uno strano ciondolo, una specie di stella a sei punte. "E questa cos'è?" le chiesi, scherzosa, prendendola fra le dita. La mia nuova amica si rabbuiò, mi strappò di mano il pendente e mi guardò, dura, dritta negli occhi. "QUESTA vuol dire che sono EBREA" rispose, orgogliosa "Perchè, hai qualcosa in contrario?"
Non ricordo più cosa replicai, considerato che per me -all'epoca- gli ebrei erano un popolo presumibilmente estinto, citato spesso nel Vangelo e un paio di volte anche sul libro di storia.
Ma quella stella d'oro e quello sguardo diretto, adulto, in cui per un istante si era riflesso il dramma di un'intera stirpe... quelli no, non potrò dimenticarli mai più.
Trentasei tipi di dimostrazione matematica
Maurizio Codogno sul suo sito
1. Dimostrazione per ovvietà
"La dimostrazione è così chiara che non c'è bisogno di menzionarla"
2. Dimostrazione per consenso generale
"Tutti d'accordo?..."
3. Dimostrazione per immaginazione
"Beh, se facessimo finta che sia vero..."
4. Dimostrazione per convenienza
"Sarebbe molto simpatico se fosse vero, perciò..."
5. Dimostrazione per necessità
"Deve per forza essere vero, altrimenti tutta la struttura della matematica crollerebbe miseramente"
6. Dimostrazione per plausibilità
"Suona bene, quindi deve essere vero"
7. Dimostrazione per intimidazione
"Non essere stupido: naturalmente è vero!"
8. Dimostrazione per mancanza di tempo
"Visto che non c'è abbastanza tempo per provarlo, lascio a voi la dimostrazione"
9. Dimostrazione per posposizione
"La dimostrazione è lunga e tediosa, quindi verrà data nell'appendice"
10. Dimostrazione per caso
"Ehi, guardate cosa ci è venuto fuori!"
11. Dimostrazione per insignificanza
"Ma in fin dei conti, a chi gliene importa?"
12. Dimostrazione per notazione complicata
"? ( â ? Ð ) ? ( î ? Ù )"
13. Dimostrazione per bestemmia
(esempio omesso)
14. Dimostrazione per definizione
"Definiamolo come vero"
15. Dimostrazione per tautologia
"E' vero perché è vero"
16. Dimostrazione per plagio
"Come possiamo vedere a pagina 269..."
17. Dimostrazione per riferimento perso
"Sono certo di averlo letto da qualche parte"
18. Dimostrazione per analisi matematica
"La dimostrazione richiede nozioni di analisi matematica, quindi la saltiamo"
19. Dimostrazione per terrore
Se l'intimidazione non è sufficiente...
20. Dimostrazione per mancanza di interesse
"C'è davvero qualcuno interessato a vederlo?"
21. Dimostrazione per illeggibilità
(minuscoli geroglifici) CVD.
22. Dimostrazione per logica
"Se è nella pagina dei problemi, deve per forza essere vero!"
23. Dimostrazione per maggioranza
Da usare solo se la dimostrazione per consenso generale non è possibile.
24. Dimostrazione per oculata scelta della variabile
"Prendiamo un numero A tale per cui la dimostrazione sia valida..."
25. Dimostrazione per tassellazione
"Questa dimostrazione è esattamente come la precedente"
26. Dimostrazione per parola divina
"E il Signore disse, "Sia esso vero", e fu vero"
27. Dimostrazione per testardaggine
"Non mi importa quello che dite: è vero!"
28. Dimostrazione per semplificazione
"Questa dimostrazione si può ridurre all'affermazione 1+1=2"
29. Dimostrazione per generalizzazione affrettata
"Beh, funziona per 17, quindi funziona per tutti i numeri reali"
30. Dimostrazione per inganno
"Ora giratevi tutti un momento..."
31. Dimostrazione per supplica
"Fa' che sia vero!"
32. Dimostrazione per pessima analogia
"Insomma, è quasi come..."
33. Dimostrazione per evitamento
E' il limite all'infinito della dimostrazione per posposizione.
34. Dimostrazione per costruzione
Se non è vero nella matematica odierna, si inventi un nuovo sistema in cui lo sia.
35. Dimostrazione per autorità
"Don Knuth ha detto che è vero, quindi deve esserlo!"
36. Dimostrazione per intuizione
"Me lo sento, che è vero..."
Trionfo sul Monte Bianco
Diego Favareto sul suo sito
Avvertenza: il testo originale è corredato di bellissime foto, che si possono vedere sul sito di Diego Favareto (p.c.)
11-12 settembre 2006
Ieri camminavo tra le verdi praterie e i vasti ghiaioni al cospetto della Presolana, questa mattina sto guidando verso l'aeroporto di Malpensa per accompagnare la guida alpina Giovanni a "recuperare" quello che sarà il mio compagno di cordata, il quale "sbarcherà" direttamente dalla terra di Spagna. Fu proprio Giovanni che, durante la traversata alpinistica Chamonix-Zermatt, mi propose insistentemente la scalata del Monte Bianco ed io impiegai soltanto un paio d'ore per convincermi che, avendo a disposizione un'occasione del genere, non potevo proprio attendere l'anno seguente.
Partiamo nel lungo viaggio per Chamonix; Giovanni è un po' preoccupato perché poco fa gli è stato chiesto di passare dal soccorso alpino francese per chiedere notizie di suoi conoscenti che sono rimasti bloccati per tutta la notte da una nevicata su una delle tante pareti del Bianco. Ci auguriamo che presto il tempo migliori, sia per permettere i soccorsi che per la realizzazione della nostra impresa.
Quando arriviamo a Courmayeur notiamo preoccupati che effettivamente il Monte Bianco è coperto da una coltre di spesse nuvole basse che di tanto in tanto lasciano intravedere il cielo azzurro. Dall'altra parte della montagna il tempo è identico ma in evidente via di miglioramento. Comunque, rassicurati dal fatto che i soccorsi sono finalmente partiti, ci apprestiamo a salire sulla funivia dell'Aiguille du Midi che ci risparmierà molti metri di dislivello.
Splende il sole e, per essere a 3800 metri, non fa molto freddo. Sono molto emozionato, finalmente sono qui da alpinista e non da turista, finalmente posso entrare nel magico mondo bianco del Monte Bianco! Mentre ci prepariamo indossando le giacche e calzando i ramponi nella galleria di ghiaccio che si affaccia sul ghiacciaio sento ciarlare alle mie spalle l'immancabile gruppetto di giapponesi assiepato alle mie spalle, dietro una transenna. Appena mi giro verso di loro vengo fotografato come se fossi una star... Evidentemente, qui anche noi alpinisti siamo una sorta di attrazione turistica, un tutt'uno con la montagna...
È arrivato il mio momento, me la dovrò subito vedere con la famigerata crestina dell'Aiguille du Midi che mi è stata descritta come affilata e ripida ma che, in effetti, è soltanto molto aerea, visto che cade su un baratro di 1400 metri.
Tuttavia, non è la prima volta che affronto una cresta simile che anziché intimorirmi mi rende solo più concentrato e vigile... Dopo aver atteso l'ascensione di alcuni alpinisti mi incammino lungo la ripida discesa che porta verso il plateau; sopra le nostre teste passano lentamente i minuscoli ovetti della straordinaria funivia del Bianco, una delle opere ingegneristiche da me preferite. La marcia verso il vicino rifugio des Cosmiques è facile e rilassante, fa molto caldo e possiamo scattare tranquillamente delle belle fotografie nonostante la nuvolaglia residua tutto questo già non mi sembra vero.
Raggiungiamo presto il rifugio che trovo caldo, accogliente e molto luminoso. Fuori intanto ha incominciato a nevischiare e nutro alcune perplessità riguardo alle previsioni meteo che invece dichiarano tempo sereno per domani. Durante l'ottima cena facciamo la conoscenza di una coppia di ragazzi che, per mia fortuna, parlano italiano; sono molto simpatici e diamo loro incoraggiamenti per l'ascesa del giorno seguente. Poco dopo Bicio telefona a Giovanni e, venendo a sapere quello che sto facendo (che ho nascosto a tutti...), mi fa auguri molto sentiti.
Ben presto ce ne andiamo a dormire, la sveglia è fissata per l'1 di notte perciò è inutile indugiare. Mi sento bene e il mal di pancia di questa mattina è passato, ho fiducia che la notte passi bene e che il tempo domani sarà bellissimo.
È ora! Ho dormito bene, sono vispo e in forma, il tempo come sarà? Corro alla finestra, ma prima ancora di controllare il meteo mi rendo conto che oggi ci sono le condizioni per uscire, altrimenti nessuno si sognerebbe di prepararsi. La luna piena fa risplendere le vette bianche, il cielo nero è pieno di stelle e senza nemmeno una nuvola, laggiù a Chamonix, scintillante come un brillante, si dorme ancora profondamente.
Prima della colazione esco per scattare qualche foto (ma ovviamente al buio non ottengo niente) rendendomi conto che non fa affatto freddo, pressappoco potrebbero esserci solo alcuni gradi sottozero tanto che Giovanni mi sconsiglia di coprirmi in modo eccessivo, pertanto decido di indossare solo la maglietta e la giacca nuova di piuma (devo battezzarla prima o poi).
Dopo una gradevole colazione è il momento di prepararsi. All'1:30 partiamo per la nostra lunghissima marcia verso il Monte Bianco, facendoci strada sul ghiaccio con le nostre lampade frontali.
Camminare soli in un ambiente apparentemente tanto ostile, mentre la maggior parte della gente riposa, è una sensazione incredibile che ti fa sentire un po' speciale. È impressionante vedere le luci di Chamonix ben 3000 metri più in basso di noi, ma niente in confronto alle minuscole lucciole che si arrampicano su enormi cascate di ghiaccio verso il Mont Blanc du Tacul; noi dovremo seguirle!
La prima parte di salita è abbastanza dura ma agevole e teniamo un buon passo, io mi sento molto bene e la temperatura è ideale non essendoci nemmeno un filo di vento, insomma sembra veramente una giornata perfetta! Superiamo alcuni tratti ghiacciati su una traccia perfetta, solo ogni tanto si affonda nei 20 centimetri di neve fresca caduta il giorno prima. Noto in lontananza i bagliori affascinanti di un temporale, mi preoccupano pensando a come ne parlano sia Giovanni che i numerosi libri di montagna che ho letto, ma non so per quale ragione ho avvisato Giovanni solo quando ormai non vi era più segno di questa minaccia.
Dopo una rampa molto ripida raggiungiamo la prima crepaccia terminale che superiamo agevolmente. Il cliente spagnolo accusa un po' di malessere preoccupando me e Giovanni, io invece sono in una forma incredibile perché non solo riesco a salire agevolmente sui tratti più duri ma recupero in fretta, come se non fossi a quasi 4000 metri! Ci fermiamo 5 minuti per la prima pausa, io so che devo stare molto attento a non entrare in crisi di fame perché questo è il mio tallone di Achille durante qualsiasi escursione.
Ripartiamo percorrendo un tratto in leggera discesa per poi risalire con ripidezza crescente verso il secondo colle, il col du Maudit, estremamente impegnativo vedendo l'itinerario percorso dalle cordate che ci precedono. Anzi, mi sembra impossibile salire da quella parte, ma so perfettamente che sui ghiacciai è normale avere questa impressione. In ogni caso dovremo faticare parecchio in quanto che ci sono molti tratti ripidi ghiacciati dove ci aiutiamo con la piccozza, ma per nostra fortuna sono stati tutti gradinati (ci mancava solo il tappeto rosso...). Rallentiamo il passo, così che posso godermi la luna piena che illumina debolmente le vette circostanti; non ho né la più pallida idea di che ora sia né di quanto tempo sia trascorso vagando nel buio... Tra l'altro noto che siamo ricoperti dalla testa ai piedi di un sottile strato bianco di brina che, come fossimo fili d'erba ghiacciati, ci rende un tutt'uno con la natura.
Ed eccoci al punto più difficile dell'intera ascensione, questa volta non avevo studiato il percorso come faccio di solito, ma d'altronde non me lo sarei mai immaginato così impegnativo! Dobbiamo risalire assicurati da Giovanni un canalino di misto di una trentina di metri attrezzato con una corda fissa che però è inutilizzabile essendo quasi interamente sepolta dalla neve. Le roccette sporgenti sono ricoperte di ghiaccio e neve, la pallida luce della frontale mi consente solo di intuire gli appigli e crea ombre sinistre che confondono ulteriormente le idee.
Supero questo difficile tratto in modo relativamente veloce, facendo fondo a tutte le mie forze: non è stato per niente facile restare legato allo spagnolo che mi precedeva dovendo fare una fatica tremenda ogni volta che lui accelerava nel momento stesso in cui io stavo affrontando un difficile salto di roccia piegando completamente la gamba. Credo di non aver mai compiuto uno sforzo tanto intenso prima d'ora, tutta la mia concentrazione e la mia forza è stata dedicata al passaggio di questo ostacolo e, inoltre, cadere qui avrebbe potuto essere molto pericoloso. Superato il duro ostacolo raggiungo la cima del colle, è già un trionfo! Ci congratuliamo e Giovanni mi rassicura che il peggio è davvero passato.
Dò uno sguardo al canalino appena salito accorgendomi di aver scalato un muro quasi verticale di ghiaccio e roccia in piena notte e a 4300 metri, sono incredulo e di nuovo pronto per continuare la salita! Proseguiamo per alcune decine di metri fino ad un pianoro riparato dalla leggera brezza, qui facciamo uno spuntino prima dell'attacco finale alla vetta, che stimiamo ci impegnerà per altre due ore.
Affrontiamo un tratto di traverso in discesa che un po' infido per via del fatto che la neve fresca scivola sul ghiaccio sottostante, ma qui i ramponi fanno bene il loro dovere. Ecco finalmente la vetta del Monte Bianco che interrompe il nero del cielo; da questo punto in avanti la salita è ancora lunga ma del tutto priva di difficoltà, a parte la quota ovviamente.
Durante il primo tratto, quello più facile e pressoché in piano, ci godiamo il sorgere del sole dietro il Monte Rosa senza dubbio la più bella alba che io abbia mai visto! Il cielo violetto è sgombro di nuvole da qui al Cervino e al Monte Rosa, ad un certo punto il sole rosso sbuca dietro il Monte Rosa che a questa distanza pare una montagnetta. E' il sorgere del sole che tinge il bianco della neve immacolata da blu a violetto sino a diventare rosso e rosa,
esattamente come la descrive il mitico Walter Bonatti in uno dei suoi meravigliosi libri.
Affrontiamo il tratto più duro del pendio finale oltre il quale si intravede l'abitato di Curmayeur situato ai piedi del tormentato ghiacciaio della Brenva. A dire il vero non mi rendo conto dell'altezza a cui ci troviamo e penso solamente ad avanzare, passo dopo passo, metro dopo metro, verso la cima. Ho mal di testa, suppongo sia da imputare alla quota, anche lo spagnolo appare un po' in difficoltà, quindi ci giova rallentare ulteriormente il passo fino salire con passo "Himalayano" alternando frequenti pause. Comunque, abbiamo tutto il tempo per arrivare in vetta che ormai siamo certi di raggiungere, non possiamo certo rinunciare qui.
Finalmente, quando ormai mi ero per così dire dimenticato della cima nascosta dietro ad un costone di ghiaccio, un gruppo di alpinisti ci aspetta in festa lassù sull'ampia cima della montagna più alta delle Alpi. Ci siamo! Manca poco! Siamo in cima! A 4810 metri! VETTA! Sui nostri volti, fin qui tesi e concentrati, compaiono larghi sorrisi di soddisfazione e di gioia; io sono incredulo perché adesso sto benissimo vedendo che qualsiasi cosa intorno a me, comprese le montagne più alte, sono più basse di me.
Senza indugiare mi scateno a scattare fotografie tra l'altro anche in cima non fa per niente freddo anche perché ormai il sole illumina tutto l'immenso splendore che circonda il Monte Bianco! Non c'è nemmeno un filo di vento, che fortuna sfacciata che ho avuto (a detta anche di Giovanni, lo spagnolo è la quarta volta che prova ad arrivare fin qui)!
Sarà che in quel momento magico fui tutto preso a fare fotografie, a pensare al mio stato psico-fisico, sta di fatto che ho voluto mantenere una certa concentrazione prima di festeggiare, anche perché come sempre tocca prima scendere, vale a dire affrontare il momento più delicato di ogni scalata.
Come via di ritorno decidiamo di seguire il piano precedentemente elaborato, ovvero scendere lungo la via normale francese anziché ritornare indietro dalla stessa via di salita verso l'Aiguille du Midiche tra l'altro avrebbe reso necessario scendere in corda doppia dal famigerato canalino. Anche questa volta ho l'onore (nonché onere) di condurre la cordata: affronto con sicurezza il naturale proseguimento della vetta su una cresta molto esposta e molto panoramica. Dopo pochi metri dobbiamo attendere che molti alpinisti attardati salgano in cima, così ne approfitto per scattare numerose altre fotografie che poi mi guarderò con calma a casa; strano, fin qui desideravo solo la cima, mentre ora ho voglia di tornare presto a casa...
A mano a mano che si scende la traccia si allarga diventando una sorta di autostrada bianca, inoltre la neve diventa sempre più molle consentendoci di scendere molto più velocemente.
L'Aiguille du Bionassay, ben visibile da qui, è un autentico spettacolo della natura così come lo è la via di discesa che pare tracciata da un gatto delle nevi e non da alpinisti. D'altronde non possiamo fare a meno di calpestare la neve ancora vergine, è un piacere assoluto...
Alla capanna Vallot, interessata in quel momento da lavori di ristrutturazione, facciamo una vera pausa dove possiamo rifocillarci a dovere; mi stupisco non poco di sentirmi ancora in perfetta forma dopo tante ore di fatica, conoscendomi non me lo sarei aspettato, anzi mi sento un po' più vicino ai grandi alpinisti che compivano imprese disumane mangiando e bevendo poco o niente. Inoltre, è stupefacente e assai preoccupante come a questa quota faccia tutto sommato caldo, sembra di essere a 2500 metri a fine inverno non a 2000 metri più in alto a fine estate.
Ci apprestiamo così ad affrontare la lunghissima discesa che corre a fianco del Dome de Gouter in direzione dell'omonimo rifugio. Superiamo un'imponente cornice di neve che da una parte si getta dritta verso valle per migliaia di metri finché non giungiamo al rifugio Gouter dove riposiamo ancora un po'; purtroppo qui finiamo tutta la scorta d'acqua. Giovanni chiede in prestito al rifugio un caschetto per me perché la discesa che dovremo affrontare è particolarmente soggetta alla caduta di sassi. Si tratta di una lunghissima ferrata su roccette instabili e oggi ricoperte di neve in molti punti, sarà durissima scendere per 1000 metri lungo questo percorso molto impegnativo
e insidioso, per giunta ramponi ai piedi.
Tuttavia, me la caverò molto bene mantenendo sempre la forza e l'attenzione necessarie, concentrazione che manterrò fino all'ultimo metro di questa estenuante discesa che continua ormai da ore sotto un sole sempre più caldo.
Giunti alla fine di questo pessimo sentiero posso finalmente togliere i ramponi ritornando ad essere un comune escursionista. Rispetto all'escursionismo, credo che l'alpinismo sia molto più impegnativo non solo fisicamente, ma anche e soprattutto mentalmente.
Nel frattempo Giovanni ci raggiunge arrivando dal rifugio Tete Rouse, nel quale ha restituito il mio caschetto, si riparte verso il Nide de l'Aigle, meta finale della nostra traversata. Quindi, ancora una buona ora di marcia su un sentiero relativamente facile ma alquanto scomodo che richiede l'uso delle nostre ultimissime riserve di energia. Quando ormai il traguardo è in vista confesso a Giovanni di aver realizzato il mio grande sogno, essere diventato un vero alpinista, e lui si complimenta con me sottolineando che il Bianco è sempre il Bianco e anche per lui oggi l'impegno è stato grande! Questo era un mio grande sogno e dopo solo un anno sono riuscito ad avverarlo, con impegno costante e tanta fortuna, che non guasta mai.
Dopo ben 13 ore di fatica ci fermiamo definitivamente, esausti e increduli. Ci scambiamo altri complimenti, ma a questo punto è troppa la voglia di sdraiarsi per rilassarsi. Io mi sdraio su una roccia e mi massaggio i piedi, benedicendo i miei ottimi scarponi nuovi (meno male, con quello che l'ho pagati...). I miei pensieri vagano, ripercorro le tappe di questo anno più bello del bello, oggi ho realizzato qualcosa di più grande di un sogno e insieme la vita mi ha regalato l'affetto di un'altra persona davvero speciale che mi aspetta e che non vede l'ora di sentirmi raccontare questa meravigliosa avventura. Anzi, scrivo subito alcuni SMS che invierò appena possibile, poi telefonerò a tutti quando saremo in Italia.
Finalmente, dopo un'oretta di riposo, possiamo salire sul trenino e poi sulla funivia che ci riporteranno brevemente e senza sforzo giù nel fondovalle. Per nostra fortuna due spagnoli, per restituirmi il favore di due scatti fotografici, ci danno un passaggio fino a Chamonix dove recuperiamo le auto. Dal parcheggio mi soffermo per qualche istante sul Monte Bianco cercando di individuare la via in mezzo a tutto quel bianco accecante ma rinuncio incredulo...
Brindiamo alla vittoria e ripartiamo per Milano. A Courmayeur finalmente possiamo mettere qualcosa di sostanzioso sotto i denti; ho recuperato e sono perfettamente in grado di guidare.
Guiderò per tre ore e mezza fino a Milano, infine sarò costretto a girare per l'odiata città per ancora un'ora e mezza alla ricerca di un alloggio per lo spagnolo alquanto disorganizzato. Finalmente, dopo più di 24 ore mi sdraierò nel mio comodo lettino. Il giorno seguente, di nuovo seduto alla scrivania dell'ufficio, sarò incredulo sentendomi ancora fresco e pimpante come una rosa, soltanto con un leggero male alle ginocchia e tanta, tanta adrenalina ancora in circolo...
Che dire di più, pensavo e ripensavo - e tutt'ora ripenso spesso - a come sia stato possibile fare tutta quella strada lassù, dove pareva impossibile anche soltanto arrivare. Figuriamoci fare la traversata del Monte Bianco! Quando ero lassù, ogni volta che potevo contemplare il panorama cercavo di individuare il nostro punto di partenza sotto l'Aiguille du Midi stupendomi sempre di più, allontanandomi, per quanto avevamo percorso. Ricordo che a giugno potei vedere benissimo il Monte Bianco, seppur dalla Val Ferret, riuscendo addirittura ad individuare dei piccoli esserini intenti a scalarlo per la nostra stessa via; immaginare di arrivare fin là non lo reputavo nemmeno un sogno bensì un desiderio irraggiungibile. Beh, evidentemente mi sbagliavo; l'amore per la montagna è stato più forte di tutto!
Congiuntivus interruptus
sul sito Raccapriccio
PAROLE DI TROPPO PER PENSIERI DA POCO
Ezio Pellizzetti (rettore universitario), citato da Salvatore Tropea, Repubblica, 18 gennaio:
la contestazione è stata "una carnevalata di frange marginali" Per distinguere dalle celebri "frange centrali"?
Michele Serra, Repubblica, 16 gennaio:
la cultura di massa è un mare magnum che contiene, al suo interno, veramente di tutto. Per distinguere dai casi in cui si contiene "all'esterno"; o da quelli fortunatamente rarissimi in cui si contiene all'interno sì, ma di qualcun altro.
Maria Volpe, Corriere, 14 gennaio: Interviene Claudia, del tutto allibita. E spiega
Per distinguere dal ben noto allibire parziale, detto anche "infischiarsene".
Maria Volpe, Corriere, 13 gennaio: Tra Celentano e Del Noce ci sono state prese di posizione durissime, reciprocamente. Per distinguere dalle prese di posizione - più o meno dure - che si prendono tra sé e sé. Dette anche "schizofrenia".
AUTOCHIRURGIA
Paola de Carolis, Corriere, 15 gennaio:
la storia è piaciuta al punto che Anderson e Alvaeus si sono operati di persona per trovare i finanziamenti.
IPOTETICHE DEL NON TIPO
Alessandro Dalai (editore), Sole 24 Ore, 14 gennaio: Se, come risulta dai dati delle classifiche e dall'indice del libro di Faletti che, a seconda delle varie classifiche si posiziona tra 30-50 rispetto al 100, che com'è noto corrisponde al libro più venduto, vorrebbe dire che esiste un libro che nel corso dell'anno
MINCHIATA RICORRENTE
Manuela Maddamma, Foglio, 13 gennaio: Da sempre gli uomini hanno sperimentato, ceduto o ricorso a sostanze stupefacenti
Hanno affascinato così tanto l'uomo che ha presto ricorso ad essi anche al di fuori
POLLO'S PALLE ARE BACK!
Paola Pollo, Corriere, 12 gennaio: Cesare Paciotti che, pensa e ti ripensa, decide che un moderno 007 non può che non indossare una sneakers d'oro, ma d'oro [?], la "Goldfinger" naturalmente.
LA CLASSE NON È STAMPA
La Stampa, 12 gennaio, sommario articolo spettacoli: E Frizzi si picchia con i fotografi nei camerini.
La Stampa, 12 gennaio, testo suddetto articolo: Fabrizio Frizzi ce l'ha a morte con i fotografi
A telecamere spente la polemica continua e manca poco che Frizzi non si accapigli con i suoi nemici.
LE IDEE CHIARE
Guendalina Ponti, Corriere, 11 gennaio: Ho sempre avuto il dubbio che se qualcuno gli avesse chiesto che cosa davvero gli sarebbe piaciuto fare nella vita, sono sicura che avrebbe avuto almeno un momento di dubbio
MINCHIATE DURE A MORIRE: LEVITAZIONE PER LIEVITAZIONE
Luca Carra, L'Espresso, 11 gennaio: Ma questo non spiega se non parzialmente la straordinaria levitazione della spesa.
PIÙ PEGGIO NON SI PUÒ
Filippo Ceccarelli, Repubblica, 8 gennaio:
la reggia di Caserta non è un posticino qualunque. È uno dei più splendidi teatri in cui il potere possa specchiarsi sulla terra.
MINCHIATA CAMPESTRE
Luigi Santevecchi, Corriere, 7 gennaio 2006: L'hanno chiamata la battaglia campale dei due David. Campale in senso letterale, perché il leader conservatore David Cameron e il ministro dell'Ambiente
sono andati a sfidarsi al congresso annuale degli allevatori e coltivatori del Regno Unito.
PAROLE DI TROPPO PER PENSIERI DA POCO
Stefano Pistolini, Foglio, 6 gennaio:
il pastore attivista di cui Spike è fedele seguace ma che sprofonda
Per distinguere dai seguaci di tipo ostile, ovviamente. La ribalta principale è concessa addirittura
Per distinguere dalla ben nota "ribalta defilata", che in genere si trova dietro le quinte.
NUOVO ANNO, STESSI DELIRI
Maurizio Porro, Corriere, 6 gennaio 2007: Attori bravi con ipotesi sindacale verso gli umiliati, offesi e licenziati dal potere della grande industria anche nell'epoca del manager virtuale, specie se nascosto.
PRESTO, UN ETILOMETRO!
Fernanda Pivano, 31 dicembre 2006, Corriere: Non so come trasferire su queste righe amate la mia emozione nel ritrovarmi nel cuore della mia adolescenza, quando il papà alla stazione dello sfollamento mi ha dedicato una copia della traduzione immortale dell'immortalissimo Cesare Pavese di questo libro che ha segnato la sua vita e la mia per sempre, questo Moby Dick che è stato protagonista dei nostri sogni, delle nostre illusioni, delle nostre storie in momenti che veramente concedevano poco spazio a pensieri di eternità per una balena antropofaga come è stata quel miracolo di gigantesca bellezza quale è stato per noi il vero Moby Dick.
TAUTOFARKAS
Alessandra Farkas, Corriere, 30 dicembre 2006:
il giurista Noah Feldman imputa la colpa agli avvocati occidentali che si sono rifiutati
REFUSI DI TESTA
Philippe Daverio riferito da Alberto Mattioli, 30 dicembre 2006 : L'arte contemporanea a Villa Manin di Trieste, la collezione stabile del Museo Donna Regina a Napoli e Erotica a Palermo. Mostra che in realtà si intitolava "Eretica".
INTRANSEAT
Renata Colorni, Repubblica 29 dicembre: Nella fattispecie, a questo duro e necessario lavoro si è sobbarcata Serena Vitale, traduttrice
PAROLE DI TROPPO PER PENSIERI DA POCO
Giovanna Grassi, Corriere, 28 dicembre: Carnahan è anche uno degli sceneggiatori su commissione più richiesti a Hollywood e in questa veste
Per distinguere, ovviamente, dai meno richiesti "sceneggiatori a caso".
GENERE A CASO
Giuseppe D'Avanzo, Repubblica, 27 dicembre:
la procura di Roma muove un passo prudente ai bordi del "caso Mitrokhin", tenendosi ancora lontano dal cuore dell'affaire. Che è chiusa in una domanda
E, in caso positivo, chi ne è stato il mandante e chi l'esecutore? Se questo è la scena di fondo, Mario Scaramella o è un diavolo
PRONOMI IMPROPRI O CUGINI PRECOCI?
Maria Laura Rodotà, Io Donna, 27 dicembre: Ai genitori del cuginetto che ha appena menato i propri bambini: "Com'è attivo
"
PERSECUTIO TEMPORUM
Claudio Cerasa, Foglio, 23 dicembre:
a meno che non si ha un ombrello di Gucci
Prima che venisse fotografata completamente ubriaca
l'immagine più recente di Paris Hilton è quella in cui
GRANDI CLASSICI DELLA MINCHIATA: INEDIA PER INERZIA
Gianni Canova, Manifesto, 23 dicembre:
si impantana su [?] se stesso e scivola verso l'inedia, l'abulia, la rassegnazione.
CAPITO QUALCOSA?
Maurizio Stefanini, Foglio, 22 dicembre: Se gli editori in questo momento nuotino nell'oro e stiano davvero per chiudere bottega non sembra esservi al momento unanime apprezzamento all'interno della FNSI, il sindacato dei giornalisti.
Vittorio Zucconi, Repubblica, 21 dicembre:
finalmente la formula vincente, aumentare gli organici complessivi delle forze armate, reclutare almeno altri 100 mila soldati volontari ai 650 mila che oggi compongono l'esercito.
CONGIUNTIVUS INTERRUPTUS
Umberto Eco, Repubblica, 20 dicembre:
ma, convinti che chi dorme non pigli pesci
ritenendo che chiodo scaccia chiodo
poiché si riteneva che quando la pera è matura cade da sola
RICOSTRUZIONE SCRUPOLOSA
Dino Martirano, Corriere, 18 dicembre:
quel terribile 12 dicembre 1969 alla Banca Nazionale dell'Agricoltura di Milano (una bomba causò 17 morti e tantissimi feriti)
Già il "tantissimi" al posto del numero esatto dei feriti tradisce una bella sciatteria. Ma dev'esserci qualcosa che non va anche nel computo dei morti, se più avanti nello stesso articolo si legge:
accoglie con stupore le dichiarazioni del presidente della Camera Fausto Bertinotti ("Pinelli è la diciassettesima vittima di Piazza Fontana" nonché: D'Ambrosio è scettico: "Se qualcuno parla di diciassettesima vittima di Piazza Fontana, allora si potrebbe dire che il commissario Calabresi è stata [sic] la diciottesima vittima."
QUOTE COSA
Titolo a tutta pagina in cultura, Corriere, 17 dicembre: Classifiche - Litizzetto regina, poi Tamaro e Allende. La top-ten diventa rosa. Solo che: a) della Tamaro nella top-ten non c'è nemmeno l'ombra; b) di scrittrici nella top-ten ce ne sono appena due, contro otto scrittori: pochino per farla diventare rosa.
28 gennaio 2007