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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 21 gennaio 2007



Se Prodi cadrà la sinistra scomparirà
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

L´ampliamento della base militare Usa a Vicenza sembrava una piccola cosa, una bega di cortile. Invece, con una reazione a catena, sta provocando un parapiglia. Rifondazione, Verdi, Comunisti e pacifisti sciolti e a pacchetti pretendono, quasi come ritorsione, che l´Italia si ritiri dall´Afghanistan dove il nostro contingente sta da cinque anni sotto le bandiere della Nato in quanto Paese membro della Nato e sta sotto le bandiere dell´Onu in quanto Paese membro dell´Onu.
Il rischio d´una crisi di governo si profila. Il rifinanziamento della missione si farà con decreto, ma poi, entro marzo, il decreto dev´essere convertito in legge. Il rischio che almeno al Senato la conversione sia respinta esiste ed è decisamente elevato. Sono sei o sette i dissidenti dell´estrema sinistra decisi a votare contro anche a dispetto dei rispettivi partiti e non pare, allo stato dei fatti, che valga a recuperarli qualche solenne promessa di ridiscutere con gli alleati gli obiettivi e la natura della missione e neppure la blindatura del voto di fiducia.
La verità è che la loro dissidenza non è controllabile dai partiti di appartenenza. Di provocare la caduta del governo se ne infischiano. Si direbbe anzi che la auspichino. L´errore fu d´averli portati in Parlamento pur conoscendone il carattere e l´ideologia del tanto peggio tanto meglio che alligna in quelle teste pseudo-rivoluzionarie.
Ci sono tre possibili alternative a questi ipotetici accadimenti. La prima è di riuscire a convincerli. Improbabile. La seconda è appunto di blindare il voto con la richiesta di fiducia: esito molto incerto. La terza è una votazione non blindata con il soccorso bianco ma determinante da parte dell´Udc e forse perfino di Forza Italia. Che però potrebbe determinare, a quel punto, non la semplice dissidenza d´una manciata di cani sciolti, ma di interi partiti della sinistra massimalista e uno spettacolare cambio di maggioranza.
Se questa terza ipotesi diventasse realtà, il Capo dello Stato dovrebbe rinviare il governo alle Camere prima di accettarne le dimissioni. Si potrebbe allora verificare che la maggioranza di centrosinistra, cui Prodi dovrebbe rivolgersi per ottenere la riconferma della fiducia, gliela votasse riconfermandolo in carica e archiviando per altri sei mesi la questione afgana (e di conseguenza anche quella vicentina).
L´ipotesi non è del tutto irreale, ma è evidente che si balla sul filo del rasoio e si producono ulteriori fenomeni di distacco e disincanto nella pubblica opinione. Eppure.
Eppure negli ultimi dieci giorni le cose avevano preso una diversa piega. Sembrava, ad ascoltare la tivù e a leggere i resoconti dei giornali e i commenti di gran parte degli osservatori, che la riunione di Caserta avesse messo in evidenza l´impotenza decisionale di Prodi, la débãcle dei riformisti, la netta supremazia della sinistra radicale. Anche l´agenda delle priorità che il governo si proponeva di affrontare entro il 2007 (dopo aver ottenuto entro i termini prestabiliti l´approvazione della Finanziaria che avrebbe invece dovuto essere la sua tomba secondo le previsioni dell´opposizione) era stata immediatamente definita aria fritta.
Ma i fatti sono invece andati in modo alquanto diverso. Li enumero.
Mercoledì scorso governo e sindacati hanno approvato all´unanimità un documento di riforma del pubblico impiego, basato sui principi dell´efficienza, della meritocrazia, della mobilità, dei percorsi per stabilizzare i lavori precari e di sanzionare gli impiegati improduttivi, di incentivare lo smaltimento rapido degli esuberi. Questo documento servirà di base alla stesura del contratto e, per le parti che debbano essere trasformate in norme, per la formulazione di un´apposita legge.
Il ministro Bersani ha ricevuto nel frattempo il via libera dal governo di presentare entro il corrente mese di gennaio la lista dei provvedimenti di liberalizzazione da lui preparati.
Prodi dal canto suo ha preso la decisione di consentire l´ampliamento della base militare Usa a Vicenza, questione assai controversa sia per ragioni di pacifismo ideologico sia di diverse valutazioni ambientali.
In quegli stessi dieci giorni dopo Caserta il ministro degli Esteri ha compiuto l´ennesimo viaggio in Medio Oriente, tra Arabia Saudita, Egitto e Palestina, ribadendo i cardini della linea politica del nostro governo che privilegia i negoziati e il dialogo anche con i due Stati-canaglia (Siria, Iran) come principale via per pacificare la regione.
Il governo ha convocato il primo incontro con i sindacati per iniziare l´esame delle questioni che regolano il nuovo assetto delle previdenze sociali, degli ammortizzatori e delle pensioni. Un incontro è già avvenuto con i rappresentanti delle piccole imprese, dei commercianti, delle cooperative, degli artigiani.
Naturalmente ciascuna di queste iniziative ha provocato reazioni positive e negative. Ne esamineremo tra poco la natura. Tutto ciò – lo ripeto – è avvenuto nei dieci giorni da Caserta a oggi. Fatti alla mano, non mi pare che si possa accusare il governo di ignavia, passività, impotenza, galleggiamento. Molte altre critiche e anche acerbe gli possono essere rivolte e gli sono infatti state rivolte senza risparmio, ma queste no. Sta procedendo speditamente sulla strada che si era prefissa e sulla quale ha avuto il voto degli elettori.
Per completezza – e prima di proseguire l´analisi dei fatti e del loro significato politico – ricordo che a Torino mercoledì scorso il ministro Padoa-Schioppa, invitato dal rettore a svolgere una conferenza su Altiero Spinelli, è stato contestato con urla e petardi fin nel cortile dell´Università, da 50 rappresentanti di centri sociali, Cub e frange estreme di studenti, ed è stato seguito con attenzione e applaudito da 600 studenti e docenti nell´aula in cui parlava.
Due giorni dopo è toccato a Prodi d´esser fischiato da un centinaio di fascisti che lo hanno accolto col saluto a braccio teso all´Università Cattolica di Milano, dove l´aula magna gremita l´ha invece lungamente applaudito isolando i disturbatori.
Purtroppo di questi episodi la televisione e gran parte dei giornali hanno registrato con le immagini e i titoli i fischi dei pochi sottovalutando gli applausi dei più. Non credo per faziosità, ma per canone. Quale canone? Mi sembra interessante affrontare anche questa questione.
Spesso noi giornalisti tendiamo ad evitarla perché in qualche modo ci riguarda direttamente. Ma mi valgo in questo caso d´una annosa esperienza e invoco l´attenuante del mio stato di anziano pensionato. Alla mia età, tra tanti guai e lamentazioni, c´è almeno il privilegio di poter dire senza riguardi ciò che ci aggrada. È uno dei pochi vantaggi che la vecchiaia porta con sé.

* * *
Le agenzie di stampa danno notizie. In ordine cronologico. Quelle che ritengono di particolare interesse per i loro abbonati le fanno precedere da un suono che le sottolinea. I telegiornali e soprattutto i giornali, oltre alle notizie pubblicano anche opinioni, analisi, retroscena. L´oggettività della notizia è accompagnata dalla soggettività dei commenti.
Ma anche l´oggettività della notizia contiene una buona dose di soggettività che stabilisce le pagine in cui sono pubblicate, il rilievo tipografico, il titolo che le sintetizza.
Il limite alla soggettività proviene dalla deontologia la quale vuole che le notizie siano complete. I cattivi giornali spesso ignorano questa prescrizione deontologica; i buoni giornali invece la rispettano, almeno formalmente, ma non sempre sostanzialmente. Spesso accade infatti che una parte della notizia sia messa in rilievo nel titolo e nel testo e un´altra parte relegata tra due virgole o quasi. Qual è il criterio prevalente, faziosità a parte?
Il criterio è l´eccezionalità. L´uomo che morde il cane (come ho già detto altre volte) è una notizia più importante perché eccezionale, del cane che morde l´uomo (a meno che non l´ammazzi).
Un presidente del Consiglio fischiato è certamente una notizia d´eccezione. Il presidente d´un governo di centrosinistra fischiato da attivisti fascisti lo è invece molto meno. Un ministro dell´Economia che adotta una politica di rigore, contestato da un gruppo sparuto di sinistra massimalista non è un fatto eccezionale ma del tutto normale.
Quando Berlusconi a Vicenza attaccò lo stato maggiore della Confindustria in un convegno promosso da quei maggiorenti e fu accolto dall´ovazione d´una platea di industriali, quella fu un fior di notizia e giustamente tenne banco per mesi (lo tiene tuttora). Quando i tre segretari dei sindacati confederali sono stati contestati dagli operai di Mirafiori, quella fu un altro fior di notizia. Ma il Prodi fischiato dai fascisti e il Padoa-Schioppa contestato da un gruppetto di Cobas e centri sociali, queste a mio avviso non sono notizie che meritino particolare rilievo. Invece su alcuni giornali, e non dei minori, hanno avuto sette colonne di testata di prima pagina e l´apertura nei telegiornali delle ore 20.
Naturalmente c´è una giustificazione: la linea determina una scelta. È perfettamente legittimo che un giornale abbia una sua linea e quindi è legittimo che compia le sue scelte (soggettive). Avviene nei "media" di tutto il mondo e quindi anche in Italia.
Il mercato dei "media" è uno dei pochi luoghi in cui vige una concorrenza accanita, che riguarda molteplici aspetti. Riguarda anche la politica, ma lì la varietà concorrenziale è minore: o si sta col governo o si sta con l´opposizione o si sta in mezzo. In teoria la posizione deontologicamente più corretta sarebbe quella di stare nel mezzo, a volte da una parte a volte dall´altra secondo il giudizio sui singoli fatti. Ma questa, appunto, è teoria.
In realtà quest´imparzialità cosiddetta anglosassone non è mai stata adottata neppure dagli anglosassoni. C´è sempre una tendenza, un sentimento, un umore dominante che fa pendere da una parte i piatti della bilancia.
La dominante nella maggior parte dei "media" italiani, per fortuna con qualche rilevante eccezione, tende verso forme di neo-centrismo. Gli attori politici ed economici conoscono benissimo questa inclinazione mediatica e infatti l´agenda neo-centrista viene adottata da gran parte dei giornali e dei telegiornali; è stato così con il governo Berlusconi e lo è con il governo Prodi. Con una differenza notevole: Berlusconi possiede metà dell´universo mediatico nazionale e Prodi no; Berlusconi disponeva d´una maggioranza di cento deputati e cinquanta senatori mentre Prodi ha un solo senatore di maggioranza e, sulla questione Afghanistan, probabilmente neppure quello, sia che metta la fiducia sia che non la metta.
Mi domando che cosa potrebbe accadere dopo.

***
Dopo, se la crisi non sarà in nessun caso evitabile, ci sarà un governo di transizione con il compito di approvare alcuni provvedimenti economici urgenti e la riforma della legge elettorale. Sarà un governo del Presidente (della Repubblica) come sempre avviene nei governi transitori, con compiti e tempi ben delimitati.
Credo che a quel punto il partito democratico nascerà veramente, dettato non solo dall´opportunità ma dalla necessità. Credo anche che, dissolte ormai le coalizioni, la legge elettorale sarà mirata a limitare se non ad escludere del tutto i partiti che si sono dimostrati ribelli o incapaci di tenere a freno le loro frange estreme.
Infine si andrà a votare, in autunno o al massimo nella primavera 2008.
Fare previsioni ora per allora è impossibile. Certo il baricentro politico si sarà spostato e non certo verso la sinistra. Chi avrà seminato vento raccoglierà tempesta, o meglio: tornerà a casa con le classiche pive nel classico sacco.



Così si fa il vero riformismo
Romano Prodi su
L'espresso

Cara e illustre direttrice,
non è frequente assistere ad un esercizio di fantasia così copioso come quello che ha preceduto, accompagnato e seguito il seminario di Caserta.
Si è arrivati anche a criticare l'aspetto "lussuoso e costoso della riunione", alludendo pure all'elevato affitto che il governo avrebbe pagato.
Tutto questo senza tener conto che il Seminario si è svolto nella francescana, ancorché efficiente, sede della Scuola superiore della pubblica amministrazione, che, guarda caso, è di proprietà della presidenza del Consiglio la quale, guarda caso, non può pagare l'affitto a se stessa.
Il fatto che il Seminario fosse ad un passo dalla favolosa Reggia di Caserta non è stato altro che una conseguente pubblicità per un monumento che lascia senza fiato i visitatori e che, essendo più bello di Versailles, meriterebbe un flusso turistico pari alla sua bellezza. Ci è stato anche chi si è spinto oltre, sostenendo che a Caserta abbiamo semplicemente trascorso un week end di chiacchiere.
Non mi sembra il caso di soffermarmi su questi aspetti. Mi basta sottolineare come queste giornate di lavoro e di approfondimento dei problemi siano indispensabili per costruire una squadra di governo affiatata e consapevole e per rafforzare le relazioni tra il governo e la maggioranza che lo ha espresso e lo sostiene.
Ma, forse, era proprio questa l'interpretazione che si voleva evitare per cui è stato molto più agevole insistere sulle differenze e sui ruoli dei singoli tralasciando di sottolineare la visione e l'impostazione unitaria e collegiale del Seminario.
A Caserta erano governo e maggioranza che si riunivano per analizzare, discutere e decidere strategie ed azioni: se lo avessero fatto anche il governo e la maggioranza precedenti avrebbero forse evitato gli errori che hanno portato, nonostante lo strapotere mediatico e la schiacciante prevalenza di seggi in Parlamento, alla loro sconfitta elettorale. In un Paese in cui tutta l'attività di governo viene ridotta a proporre e varare leggi senza alcun interesse per le modalità di applicazione delle leggi stesse, l'aver impiegato alcune ore a individuare le 'modalità' per mettere in atto la legge finanziaria e i provvedimenti relativi, mi sembra un fatto concreto ed importante. Così come importanti sono le proposte immediate venute fuori a Caserta. E non sono proposte da poco se misurate con il metro del riformismo che significa guardare alla coerenza dei risultati rispetto agli obiettivi che il governo stesso si era proposto. Ed è proprio la parola riformismo che è stata usata come una clava, riempiendola di ambiguità, come se il riformismo non fosse il perseguimento di obiettivi semplici e condivisi attraverso strumenti tra di loro coerenti. Riformismo non è la moltiplicazione delle decisioni, come si vantava il precedente governo quando annunciava di aver approvato 53 leggi in pochi mesi. Leggi mai discusse collegialmente ma affidate a chi più ne aveva interesse.
Alla Lega era stata appaltata la legge elettorale. A Previti la 'riforma' della giustizia. A Berlusconi, ovviamente, la riforma del sistema televisivo mentre Igor Marini e Mario Scaramella si attribuivano l'onere della ricostruzione di importanti capitoli della storia d'Italia.
Essere riformisti significa invece per noi perseguire crescita ed equità in una situazione di conti pubblici in equilibrio. Con il Dpef, con il decreto Bersani di giugno e con la legge finanziaria abbiamo avviato un paziente lavoro riformista e a Caserta lo abbiamo proseguito. In quella sede ho tra l'altro annunciato decisioni 'riformiste' forti e condivise che, da sole, potrebbero costituire già un elemento di grande progresso per l'Italia. Ne elenco alcune perché si possa valutarne la portata.
La prima è l'unificazione degli Enti di previdenza con un risparmio di quasi due miliardi di euro all'anno e con il passaggio dell'Inail dal metodo a capitalizzazione a quello a ripartizione essendo ormai l'unico ente in Europa che non ha attuato questa trasformazione.
La seconda è la riconduzione di Sviluppo Italia al suo scopo iniziale di attrazione degli investimenti esteri. Anche in questo caso riducendo sprechi enormi a partire dalla già avvenuta drastica riduzione dei consigli di amministrazione.
La terza è l'affiancamento al lavoro che l'onorevole Capezzone sta facendo con le Commissioni parlamentari rendendo davvero possibile costituire un'azienda in un giorno con la riduzione all'essenziale degli adempimenti burocratici.
Inoltre si è decisa la costituzione di un fondo rotativo per le opere pubbliche in cui mettere i soldi non spesi nelle opere che non vengono attuate nei tempi dovuti. E un chiaro programma di riforma delle Autorità che sovrintendono il governo dei mercati, con la creazione delle autorità dei trasporti e il compattamento delle Autorità finanziarie.
Infine ci sono gli incentivi alla ricerca e la costruzione in ogni provincia di poli tecnico-professionali, percorsi triennali e istituti tecnici superiori. E non dimentichiamo il deciso avanzamento nella elaborazione della nuova 'lenzuolata' di liberalizzazioni che presto il Consiglio dei ministri approverà. Cose concrete, semplici e che tendono allo stesso obiettivo di sviluppo ed equità. Quindi proposte certamente definibili come riformiste e che, come tali, non possono che essere interpretate ed accettate da tutta la coalizione.
E perché, invece, da parte della Confindustria si parla della vittoria della sinistra frenatrice? Non dovrebbero essere riforme che interessano in senso positivo gli industriali? E la stessa valutazione non dovrebbe riguardare anche il modo rigoroso e corretto con cui stiamo costruendo un futuro per Alitalia?
Io credo profondamente nella capacità regolatrice del mercato e credo che tali regole non dovrebbero essere applicate soltanto dal governo, ma dovrebbero diventare patrimonio comune anche delle imprese. Ho seguito ad esempio con attenzione e favore la ormai annosa proposta di quotazione in Borsa del 'Sole 24 Ore', fatto che sarebbe un segno di progresso nel mondo dei media. All'annuncio però non è seguito nulla. Eppure non credo che questo positivo processo riformista sia stato bloccato dal conservatorismo di Rifondazione comunista. Forse da qualcun altro.
Non sarebbe allora più produttivo che, ciascuno nel proprio campo, facesse con la dovuta pazienza un passo in direzione del riformismo, visto che tutti sembrano condividerne gli obiettivi?
E, visto che parliamo non solo di sviluppo ma anche di equità, c'è qualcuno che mi spiega perché venti anni fa ci scandalizzavamo del fatto che tra la remunerazione dei dipendenti e quella dei massimi dirigenti vi era un rapporto tra 1 e 40 mentre oggi che il rapporto è passato tra 1 a 400 nessuno sembra preoccuparsene? E che si parli con tranquillità di 500 milioni di stock options solo nel corso del 2006?
Se sollevo con serenità, ma con chiarezza, questi problemi debbo davvero sentirmi "schiavo dell'estremismo di sinistra"?
Queste mie posizioni sono il frutto di una duplice preoccupazione: quella di sviluppare la nostra economia e quella di non spaccare il Paese in due.
Ancora una volta, quindi, crescita ed equità. E vogliamo applicare questi criteri anche al problema della riforma dello stato sociale di fronte alla quale ho due obiettivi cui non posso e non voglio rinunciare: garantire una pensione decente ai giovani che entrano ora nel mondo del lavoro, e aumentare le pensioni più basse in un Paese in cui due milioni di persone ricevono meno di 400 euro al mese.
Il trattamento dello scalone, la correzione dei coefficienti, gli incentivi alla permanenza nel mercato del lavoro, il pensionamento graduale e gli ammortizzatori sociali e tutti i capitoli che compongono lo stato sociale non possono che essere armonizzati agli obiettivi di crescita ed equità che ci debbono continuamente fare da guida.
Per ottenere questi risultati abbiamo evidentemente bisogno di risorse, ed è per questo che vogliamo mettere insieme gli Enti previdenziali e produrre profonde innovazioni nella Pubblica amministrazione. Per mettere in atto questo progetto serio ed ambizioso non si può certo prescindere dal coinvolgimento delle parti sociali che devono in buona parte attuarlo.
Per questo fin dai prossimi giorni con il sindacato e con le altre forze sociali ci confronteremo sul futuro del sistema previdenziale e sulla riforma della Pubblica amministrazione: lo faremo con lo spirito della concertazione che ha sempre caratterizzato l'azione del nostro governo.
E allo stesso modo dobbiamo affrontare con il mondo delle imprese i temi della loro crescita dimensionale, della loro internazionalizzazione, della ricerca e dell'innovazione. Intendiamo anche insistere sulla necessità di affrontare a tutti i livelli il problema del costo della politica.
Tutto questo lo possiamo mettere in atto anche perché a Caserta abbiamo discusso molto. Per la gioia dei commentatori ma anche per la nostra gioia perché per noi la discussione è il sale della politica vera, della politica riformista.
Con molta amicizia,
Romano Prodi


Il Dio di Batman e Superman
Marco Ventura sul
Corriere della Sera

Mano sulla spalla, il padre Jonathan Kent rassicura il figlio adottivo Superman: pregherà per lui. Sullo sfondo, un campanile ed una croce. Dettagli trascurabili per molti, ma non per tutti. Chi pratica la caccia all'appartenenza religiosa dei supereroi, vive di dettagli come questi. E non si tratta di pochi fanatici. Sociologi e teologi, teorici e storici dei comics intasano il primo sito americano specializzato (www.ComicBookReligion.com). Hulk cattolico, l'Uomo Ragno e Capitan America protestanti, Batman e la Donna Invisibile episcopaliani. Per fermarsi ai più noti al pubblico italiano, ma il sito recensisce centinaia di personaggi. Ce n'è per tutti i gusti: mormoni e battisti, pentecostali e shintoisti, sikh e buddisti, atei e taoisti. La regola per chi vuol cimentarsi: soltanto personaggi immaginari in relazione a religioni realmente esistenti. La metodologia vantata: accuratezza, dati oggettivi e pubblicati, niente congetture, nessun pregiudizio o offesa verso confessioni o visioni religiose.
A loro agio nella terra di nessuno tra verità e finzione, per i cacciatori di religione l'indizio può essere ovunque. Un rosario tra le dita dell'alias Bruce Banner rivela che Hulk è cattolico. Wonder Woman prega ancora gli dei dell'Olimpo tra cui è cresciuta. Una bottony cross anglicana sulla sua tomba attesta che Batman è episcopaliano. Nato nel Lower East Side, la Cosa dei Fantastici Quattro si esibisce in uno Shemà Israel. Per altri supereroi gli indizi conducono al classico retroterra bianco, anglosassone e protestante. Basta pensare al padre nostro con cui la zia May dell'Uomo Ragno respinge Goblin. Lo stesso Superman, pur non di rado a contatto con simboli e personaggi cattolici, è "attribuito" alla chiesa metodista per le sue origini nel Midwest. Ma piano con le deduzioni. Batman ad esempio ha una madre cattolica. Superman potrà anche essere metodista nelle vesti di Clark Kent, ma è certamente kryptoniano in quelle dell'extraterrestre Kal-El. Per non dire della sua storia, firmata da autori entrambi ebrei, di piccolo Mosè lanciato su un missile alla deriva nello spazio. E poi non pochi supereroi sono praticanti da bambini e distratti da grandi, come Hulk o il poco pio Batman. Nessun segno può essere tralasciato. Quando fiuta tracce di religione, il cacciatore è capace di infilarsi al matrimonio (cristiano) di Clark Kent e Lois Lane. E persino di spiare il povero Peter Parker alias l'Uomo Ragno in camera da letto mentre guarda la sua donna addormentata: "Che dirti Dio? Per una volta, grazie…". Un biglietto di andata e ritorno tra serio e comico, senso e futilità. Tutti a bordo: intellettuali e dilettanti, scettici e fanatici. È il festival dell'esagerazione: troppa religione o troppo poca, religione dappertutto o religione da nessuna parte. Il supereroe catalizza gli opposti: di qua un credo onnivoro à la carte in cui tutto è permesso; di là un'identità confessionale monolitica ed esclusiva in cui molto è vietato.
Vere vittime del gioco, i supereroi non devono guardarsi solo dai cacciatori di religione. Negli ultimi anni ci si son messi anche gli autori. Certo già nel primo album di Superman (1938) compariva un religioso accanto ad un condannato nel braccio della morte. Ma niente a che vedere con l'inflazione degli ultimi tempi. Già nel 1993 alla Marvel si inventano il rapimento dei trentatré supereroi più religiosi da parte di una misteriosa dea che se ne vuol servire per una crociata galattica. Nel 1999 il giovane Superman vien fatto dialogare con un ottuso pastore protestante. Nel 2002 Peter Parker confida la sua angoscia a Dio mentre guarda la sua tuta di Spider-Man piegata su una sedia. Lo stesso anno la Cosa rivela di essere ebreo. Nel 2003 l'Uomo Ragno incontra l'immancabile eroina buddista Tara. Nel 2004 tocca a Superman confessare i propri peccati al cattolico Don Leone. Lo Houston Chronicle stuzzica i lettori: "Se decideste di vestirvi come un pipistrello e di combattere il crimine, quale chiesa scegliereste?". Tutto molto americano, certo. Una selva di religioni e chiese tra cui andare e venire, in cui perdersi o ritrovarsi. E anche una associazione tra religione, politica e patria il cui re resta quel Superman che fin da bambino impara a memoria sia la Bibbia che la Costituzione degli Stati Uniti d'America. Ma il panorama religioso europeo non è più così distante: anche qui coesistono ormai da un lato l'ansia da incasellamento (dimmi di che religione sei, a quale chiesa appartieni) e dall'altro la migrazione tra comunità e tradizioni, riti e spiritualità, abbandoni e conversioni, indifferenze e risvegli. Identità e shopping, cui non sfuggono, ahiloro, neppure i sempre più numerosi supereroi hindu o musulmani: come l'invulnerabile Jabbar, uno dei novantanove (come le virtù musulmane) supereroi islamici lanciati dalla kuwaitiana Teshkeel, o Angkor, monaco buddista cambogiano sconvolto dalle bombe americane e convertitosi al più combattivo pantheon hindu.
Le grandi questioni religiose sono risucchiate nelle nuvolette dei comics. Il disegno intelligente della creazione, il demonio e l'aldilà, il silenzio di Dio davanti al male. Il giovane Clark Kent cozza contro l'orizzonte luterano del pastore Linquist: "Ma se un uomo potesse fermare una catastrofe?". Niente da fare, figliolo, nulla può opporsi all'Onnipotente. L'Uomo Ragno ha almeno il privilegio di porre la questione a Dio in persona: "Ma perché il male colpisce i buoni?". Un Dio non privo di humour risponde: "Non posso dirtelo. Sennò addio sorpresa. Sapresti tutto, ti scoccerebbe a morte e te la prenderesti con me". Assist perfetto. Alla faccia degli asfissianti cacciatori di religione, l'Uomo Ragno può concludere tra sé: "Divertente. Le mie conversazioni con Dio finiscono tutte così".


Fonzie e Nanni Moretti
Michele Serra su
la Repubblica

E tu, stai con Fonzie o con Nanni Moretti? Prima che qualche malintenzionato si impossessi di un quesito così nevralgico per le sorti della sinistra italiana, facciamolo nostro. Dichiarando subito (nello spirito di Caserta) che noi stiamo con entrambi. Fortemente con entrambi. La cronaca. In Italia per lavoro, l'indimenticabile Fonzarelli (al secolo Henry Winkler, oggi uno splendido sessantenne) è stato intervistato dal settimanale Chi. Che gli ha sottoposto una frase caustica di Nanni Moretti sui dirigenti della sinistra italiana.
Che ti puoi aspettare da chi è cresciuto guardando Happy Days? Fonzie ha risposto da par suo, anzi meglio. In tipica azione di contropiede, ha collocato Happy Days e i suoi fan nel bel mezzo del Movimento: "Alle convention di Happy Days si manifestava contro la segregazione degli afroamericani e a favore dei portatori di handicap. Ho sempre appoggiato Bill Clinton e ora sostengo Hillary. Sono un uomo di pace, amo il mio paese ma non la politica di George Bush".
Se non è egemonia culturale della sinistra questa... Non solo nei cineforum, ma perfino nelle fasce più pop dei palinsesti si praticava, già in pieni anni Settanta e Ottanta, il più sfrenato politically correct. Di Robin Williams, quando giovanissimo faceva Mork di Ork ("Io sono Mork, sull'uovo vengo da Ork") già si sapeva che, in quanto alieno e dunque immigratissimo, era portatore di istanze democratiche. Ma di Fonzie, che ci pareva soprattutto un divertentissimo cazzaro, veniamo a sapere solamente in extremis che era ed è impegnato politicamente. Pazienza: quello che conta è chiarire una volta per tutte che la cultura di massa è un mare magnum che contiene, al suo interno, veramente di tutto, dall'eccellente artigianato di parecchi serial americani a piccoli capolavori come i Simpson. E un'infinità di porcherie, naturalmente. Uno tsunami di robaccia.
E dunque formarsi davanti a un televisore, a patto che consenta di guardare almeno ogni tanto fuori dalla finestra, leggere qualche libro e qualche giornale, non è in sé una garanzia di perdizione. Se alcuni dirigenti della sinistra danno la netta impressione di avere qualche neurone scarburato la colpa probabilmente non è di Fonzie, quanto piuttosto dell'accumulo nocivo, decennio dopo decennio, di riunioni non sempre utili, in stanze non sempre aperte ai refoli della primavera e alle voci della strada. Ne ha ammazzati di più la stesura di una mozione, e peggio ancora degli emendamenti a una mozione, piuttosto che l'intera serie di Nonno Libero.
Certo la questione del rapporto tra cultura alta e bassa si è complicata, negli ultimi anni. O per cinismo o per stupidità (spesso è impossibile distinguere i due moventi...), è diventato molto di moda lodare in blocco la melma e la fuffa televisiva, i tormentoni e i ritornelli, e di conseguenza schifare e deridere tutto quanto puzza di kultura. Ed è considerato molto spiritoso, per dire, dichiarare che l'incredibile Hulk ha meglio operato, per l'emancipazione dell'umanità, di Kant o di Benedetti Michelangeli. Di qui, per dignità, la nostra intatta difesa dei cineforum, e addirittura (lo dico! lo dico!) la rivendicazione della grandezza assoluta della "Corazzata Potemkin": no, non era una boiata pazzesca. Era un capolavoro, compagno Fantozzi.
In conclusione, stare sia con Fonzie sia con Moretti non significa dare il classico colpo al cerchio e alla botte. Significa, credo, saper distinguere, o comunque provare cocciutamente a farlo. Lo stesso Nanni Moretti, per altro, ha dato molteplici prove di conoscere e amare diversi aspetti della cultura di massa, comprese alcune delle canzonette sgangherate (alcune belle, alcune sgangherate) che accompagnano i suoi film. Perché poche cose commuovono (lo diceva anche Proust) come le cattive canzoni. E il cast di "Ecce bombo" quasi al completo, se l'Italia fosse l'America, sarebbe stato l'eccellente protagonista di una serie di telefilm indimenticabile, compreso il famoso e invisibile amico etiope.
Tenendo ben presenti le differenze di calibro, le diverse (come dire?) temperature intellettuali di Happy Days e di Ecce Bombo, decidiamo dunque di annetterceli entrambi. Perché non è vero che bisogna amare sia il "basso" che l'"alto". Bisogna, potendo, amare il meglio dell'alto e il meglio del basso.


Donne e gatti
Ippolito Pizzetti su
Golem l'Indispensabile

Proprio perché, fin dai miei primi anni di vita è sorta dentro di me, forse suscitata dall'ammirazione che nutrivo per mia madre, la seconda moglie di mio padre, una grande passione per le donne, ho nutrito anche, fin da giovanissimo, una violenta avversione per quel vizio, che vizio è, diffusissimo in Italia, che si usa chiamare "maschilismo". Qualche tempo fa ho appreso con profondo ribrezzo che il capo politico russo ha espresso la sua ammirazione per un collega che ha dichiarato con orgoglio di avere violentato in vita sua una dozzina di donne; il che è assai peggio del meschinissimo maschilismo nostrano.
Da che ho superato gli ottant'anni devo confessare che non mi capita mai, come invece a molti vecchi signori, di andarmi lamentando di non potere più possedere le donne carnalmente, come se la loro qualità massima e migliore fosse quella di costituire un oggetto delle nostre violente voglie sessuali. Per me ciò che conta sono le loro qualità, che mi hanno portato ad osservarle ed ammirarle di continuo, sia che mi capiti di incontrarle per la strada pur senza conoscerle o che cerchi di farne la conoscenza. Può accadere che si tratti di attrici o delle sconosciute, poco conta. A suscitare la mia ammirazione per le donne hanno valso altrettanto le mie letture, le figure mitiche della mitologia o i grandi personaggi femminili della letteratura, come le protagoniste toltstoiane, ma anche semplicemente di qualche serie televisiva: in una di queste, americana, dal titolo Avvocati in divisa, la parte di protagonista ce l'ha un maggiore di aeronautica che, ogni volta che si mette sull'attenti davanti al suo ammiraglio, sotto sotto suscita nel mio intimo, ancora oggi, una segreta tentazione di imitarla.
Quello che più mi incanta nelle donne sono i loro accenti, le loro qualità, i modi di parlare, sorridere, muoversi, tutte le espressioni dei loro corpi e delle loro menti. Il che ha lasciato in me una traccia tanto profonda che fin dagli anni dell'infanzia ho battezzato con i loro nomi tutti i gatti femmina di casa nostra.
Ed era comunque con i gatti di casa che sognavo sui tappeti, usati a mo' di zattere, sia che accettassero questo mio gioco di loro buona o mala voglia, sia che si trattasse di gatti reali o di pezza: con loro sognavo di compiere i miei viaggi in plaghe selvagge e sconosciute.
Visto che sono in argomento, vorrei dire che mi ha sempre più stupito – e non riesco a darmi una spiegazione – come, tranne rare eccezioni, siano abbastanza numerose le donne che nutrono una istintiva avversione per i gatti, maschi o femmine che siano.
Perfino alcune fra le amiche tra le più care che avuto nella vita non hanno messo piede per anni e anni in casa mia per evitare i gatti.
Proprio recentemente ho conosciuto una signora, persona veramente gentilissima, che ha raccontato di un paio di occasioni in cui, mentre si trovava a casa di amici, all'improvvisa apparizione di un gatto, è arrivata a scagliargli addosso un tavolo.
Ma della mia passione per le donne ho parlato e scritto abbastanza, né volevo qui parlare di quella per i gatti, bensì di un caso che mi è avvenuto che continua ad apparirmi misterioso. Uno dei gatti, un maschio pezzato di rosso, bello e amorevole e affettuoso, ma non certo uno dei più intelligenti, quando è preso dallo stimolo va in bagno, sale sul gabinetto, sulla mezzaluna di legno, si dispone con il corpo inferiore volto verso la gola del cesso (non saprei come chiamarlo altrimenti) e piscia. Poi, esaurito lo stimolo, salta a terra soddisfatto.
Quello che sono curiosissimo di apprendere, e che nessuno ha saputo spiegarmi, neppure un testo poderosissimo sul comportamento dei gatti, è se a questo comportamento il gatto sia arrivato in seguito ad un atto imitativo di quello umano o se sia sorto come un moto spontaneo.
Purtroppo, anche se qualcuno dice di essere venuto a conoscenza di comportamenti simili, non ho trovato nessuno che abbia saputo darmi una spiegazione. Non sono neppure mai riuscito ad avere la fortuna di riprendere con la macchina fotografica il mio gatto in quell'inverosimile impresa.
La cosa rimane un mistero: peccato.


Discussione sugli ingegneri
sul blog di
Sabelli Fioretti

Management della comunicazione
Antonio Leonforte
Ogni volta che mi capita di conoscere - nell'ambito di un gruppo di persone - il lavoro svolto da ciascuno, mi colpisce sempre la predominanza delle professioni orientate al "marketing", alla "customer care" ed alla "comunicazione". Io sono un ingegnere e, a differenza della gran parte dei miei colleghi, faccio l'ingegnere. Lo dico con una punta di orgoglio perché gran parte degli ingegneri lavora in realtà come commerciale o come "manager", triste parola inglese che vuol dire organizzatore del lavoro altrui. Per continuare a fare l'ingegnere, dieci anni fa, ho dovuto aprire una azienda mia. Se fossi rimasto nella azienda nella quale avevo cominciato, avrei certamente dovuto trasformarmi in un manager oppure in un commerciale per guadagnare uno stipendio decente. In alternativa, avrei potuto continuare a fare quello che mi appassiona, cioè progettare e creare, e fare la fame. Oppure andare negli Stati Uniti, dove invece le professioni tecniche sono considerate dignitose al pari di quelle manageriali. Negli ultimi venti anni, in Italia in particolare, le professioni legate al mondo della produzione hanno subito un inesorabile declassamento sia in termini di prestigio sociale che di riconoscimento economico. Per contro, le professioni legate direttamente o indirettamente alla gestione ed alla vendita (dal marketing alla cosiddetta comunicazione d'impresa) sono diventate il fulcro della società. Oggi siamo al paradosso di avere una proliferazione di master universitari in "management", e neo-laureati con lacune tecniche impensabili nei neo-laureati della mia generazione. Lo tocco con mano tutti gli anni perché ho insegno Ingegneria del Software all'Università. Sembra che produrre valore sia ormai un optional, qualcosa da delegare ai cinesi o agli indiani. Come sistema paese, al contrario, avremmo un bisogno disperato di gente in grado di costruire ponti, strade, interferometri, impianti di raffinamento, microprocessori, aerei. Insomma, avremmo bisogno di ingegneri. Questo è un grido di dolore, naturalmente. Per il resto tutto bene.

Buoni a nulla capaci di tutto
Primo Casalini
L'intervento di Leonforte è splendido, ed è una bene che in questo blog si parli di queste cose. Dirò dove sono d'accordo e dove no. Sono d'accordo quando dice che in Italia mancano quasi del tutto le possibilità di fare veramente l'ingegnere, che io intendo come messa in pratica di quello che si è appreso in cinque anni di studio faticoso e impegnativo. Il problema è tanto più grave in quanto non riguarda la strada nella vita che un laureato in ingegneria ha a disposizione, perché bene o male (bene, in genere) un tale laureato ci salta fuori, ma riguarda proprio il sistema paese, cioè il fatto che in Italia certe attività non si svolgono. Questo, come dice Leonforte, è molto grave. Non sono d'accordo quando sembra denigrare altre attività, non direttamente ingegneresche, tipo - mia esperienza - vendita, marketing, formazione. Sono attività impegnative: vendere beni strumentali è difficile, ad esempio, non è questione di parlantina. Solo che la nostra sottocultura, che ha ragioni storiche, le considera come attività da demandare a buoni a nulla capaci di tutto, per cui si trova un enorme bla bla che si automantiene solo per un motivo, sempre derivante dalla nostra sottocultura: l'assenza di vera concorrenza. Sulla comunicazione e sul management non mi pronuncio, la farei troppo lunga, dico solo che torno d'accordo con Leonforte. Resta un fatto, strano e per me evidente: che un buon laureato in ingegneria porta nelle attività che svolge, qualsiasi siano, due specifiche sue qualità, acquisite nel tipo di studio che svolge: la serietà e la curiosità. E' importante, perché c'è bisogno di abbinare queste due doti, mentre in genere o c'è l'una o c'è l'altra.

Abbiamo bisogno di ingegneria umana
Muin Masri
Lanfranco grida di dolore, ma secondo me non abbiamo bisogno di niente di più, anzi. Quando ero uno studente e “quasi” ingegnere come primo lavoro partecipavo alla costruzione della facoltà di architettura dell'Università al-Najah di Nablus. Per aggirare le strette legge dell'occupante avevamo nominato come capo progetto un ingegnere inglese di rango, i soldi erano di una fondazione americana e il modellino avrebbe fatto invidia a Renzo Piano. Sogni e entusiasmo alle stelle finché una mattina trovammo l'area recintata dal filo spinato con tanto di cartello “off limit – zona confiscata”. Pianti, rabbia e dolore. A che cosa serve costruire se manca la materia prima, l'uomo? Finché non riusciamo a riprogettarlo saremo sempre da capo. Avremo dovuto farlo il giorno dopo la fine della seconda guerra mondiale o un attimo prima del maggio francese, ma niente, siamo andati avanti con la nostra stupidità quotidiana. Urliamo “libertà, democrazia, giustizia e sviluppo”, ma questi valori sanno solo di sangue e di merda, finché non riusciremo a credere davvero nella pace, nella fratellanza e nell'uguaglianza non andremo da nessuno parte. Certo, a molti queste parole suonano di buonismo, ingenuità e sciocchezza, ma proprio qui sta la sfida del futuro. Secondo voi non è più facile trovare un nemico designato che accettare come fratello molti dei personaggi di oggigiorno? Ma ci manca, come sempre, il coraggio e il cuore grande alla Bartali “tutto sbagliato, tutto da rifare”.

Laureati manager
Vittorio Grondona
Per avere un quadro chiaro dell'importanza della capacità tecnica dell'ingegnere basterebbe soffermarsi ad osservare come è stata costruita la stazione ferroviaria di Milano. Non riesco nemmeno ad immaginare gli innumerevoli calcoli fatti per ideare quella straordinaria struttura. Nel commercio però non ce lo vedo. E nemmeno fra i grandi manager. In questo settori non servono calcoli, ma determinazione e abilità di comando. Soprattutto serve avere molto pelo sullo stomaco e di conseguenza la propensione a bandire per sempre dal cuore ogni forma di buonismo. Quasi come gli avvocati, per capirci. Io credo pertanto che sia meglio una dottore in Economia e Commercio e in Comunicazione, il quale, che più dai conti e dalla precisione, è per natura attirato dagli interessi e dalle strategie furbe. Diffido fortemente dei laureati che hanno ricevuto una laurea honoris causa.

Manager in astratto
Antonio Leonforte
Caro Grondona, il mio non voleva essere un apologo dell'ingegnere tuttofare, quanto piuttosto la constatazione allarmata di come la produzione (a qualsiasi livello, dal professionista serio all'artigiano esperto) sia ormai considerata nella cultura italiana una attività riservata ai giovani ed ai falliti, una gavetta iniziale da cui affrancarsi il più presto possibile per dedicarsi ad attività più remunerative sia in termini economici che di prestigio. Come appunto le attività manageriali e quelle legate alla cosiddetta comunicazione d'impresa. In parte se ne intravede la ragione: tanto più quello che si produce è intangibile, tanto meno facilmente potrà essere valutato. Così un manager incapace è spesso coperto da impiegati intelligenti e volenterosi. E mentre i ponti progettati male crollano, una brochure aziendale inguardabile troverà sempre qualcuno disposto a considerarla di tendenza. La piccola e media impresa italiana (la spina dorsale della nostra economia) ha sempre avuto il suo punto di forza in una classe dirigente che sapeva assumersi delle responsabilità e che conosceva il proprio mestiere per il fatto di essere arrivata a ruoli direttivi dopo aver lavorato a lungo in azienda. Oggi i master universitari sfornano MBA che concepiscono la gestione di una azienda (qualsiasi azienda) come una astratta alchimia di finanza e regole di ottimizzazione presentate con presuntuosa arroganza, che raramente si interessano realmente di cosa produce la struttura e delle persone che ci lavorano. Così questi mostri nati dalla cultura degli anno 80, umanamente immaturi ed eticamente evanescenti, saltano iperpagati da una riunione all'altra e da una azienda all'altra come figuranti di un eterno spot, diseducando al lavoro serio le nuove generazioni.


La vostra isola
Filippo Facci su
Macchianera

Me ne stavo disteso sul letto della mia cameretta (luci basse e porta chiusa) ed ero ancora un adolescente. Lo ero quando un adolescente solitario che ascoltasse musica nella sua cameretta (luci basse e porta chiusa) non lo si accompagnava direttamente dallo psicologo.
Era il 1981.
Il disco che stavo ascoltando non aveva scritte ed era privo della copertina, l'avevo scovato tra le cianfrusaglie di mio padre. Nel vinile venivano accostati brani di musica classica tra loro molto diversi. E uno, in particolare, m'impressionava ogni volta. Ne percepivo mistero e vertigine.
Sfogliando un libro, qualche tempo dopo, m'imbattei in un quadro pure impressionante.
Raffigurava un'isola piccola e imperiosa che affiorava da un mare dormiente e su cui troneggiavano due leoni in pietra e dei bellissimi cipressi , con una barca guidata da una figura evanescente. Appresi che era titolato “L'isola dei morti” e che era stato dipinto nel 1880 dal pittore svizzero-tedesco Arnold Bocklin.
Appresi anche ben altro, ma lo appresi negli anni: intanto l'adolescente cedeva il passo, e il vinile finiva tramortito dal luccichìo dei compact disc.
Appresi, tutto sommato, una storia incredibile.
A commissionare il quadro era stato un mercante olandese, un certo Gurlitt. Non si sa perché. Non sin sa neancxhe perchè fu titolato così. Il successo immediato lo costrinse a farne altre cinque versioni che presero, fatalmente, a circolare per la storia del Novecento.
Sigmund Freud ne ornò i muri del suo studio con svariate riproduzioni.
Lenin, a Zurigo, durante l'esilio che precedette la rivoluzione del 1917, lo appese alla parete della sua stanza da letto.
Il poeta russo Majakovskij parlò del dipinto in un suo poema futurista.
Gabriele D'Annunzio non riuscì a comprarne una copia originale, e allora nel parco del suo Vittoriale fece piantare dei cipressi secondo lo schema del quadro.
Anche Salvador Dalì lo citò sovente nei suoi quadri.
Un drammaturgo svedese dal nome complicato l'utilizzò come scenografia per la Sonata degli spettri.
Il regista americano Val Lewton ne fece appendere delle copie in tutte le stanze in cui si muovevano i personaggi di un suo film, e il successo della pellicola lo costrinse a farne subito un altro (con Boris Karloff) che ambientò in un'isola dall'aspetto inequivocabile, titolo: “L'isola della morte”.
Anche Adolf Hitler ne fece una malattia. Lo comprò a un'asta nel 1936. C'è una foto del 1939 in cui lui e Molotov e Ribbeltrop firmano il patto russo-tedesco per la spartizione della Polonia: dietro di loro si vede chiaramente il quadro. L'anno prima, visitando Firenze, Hitler si fermò ad ammirare i cipressi di piazzale Michelangelo e disse ad alta voce: “Comprendo Bocklin, finalmente”. E quando l'Armata rossa entrò nel bunker in cui Hitler si era ormai suicidato, il quadro era lì. Un generale russo lo portò a Mosca. I tedeschi l'hanno ricomprato solo di recente.
L'isola l'hanno cercata per un secolo. Lo storico Marco Dolcetta, il più grande intenditore dell'argomento, ha ricostruito tutte le ipotesi a proposito.
L'ungherese Zoltan Maygar la cercò per anni e ritenne d'averla individuata al largo della Jugoslavia: un vescovo croato gli aveva detto d'aver visto l'autore proprio da quelle parti. Ma in nessuna biografia c'è traccia dell'episodio. Il pittore circa l'origine del quadro non ha mai lasciato filtrare nulla. Si è parlato di un castello a Ischia, dell'isola greca di Pontikonissi (dove fu abbandonato Ulisse, dice la leggenda) e persino di un meteorite che affiora nel lago della foresta di Tedbourg, in Germania. Altri si limitano a ipotizzare che l'immagine coincida col cimitero pagano di Firenze, dove il pittore è sepolto con la figlia: in effetti c'è una piazza che ricorda la forma dell'isola.
Quando tornai a frugare tra le vecchie cianfrusaglie, intanto, l'adolescente era diventato uomo.
Era il 1990.
Ritrovai il disco in vinile e trovai anche la copertina che non aveva mai visto. Potei finalmente conoscere le musiche che ascoltavo sempre da fanciullo, compresa quella particolarmente densa di mistero e vertigine che tanto mi aveva impressionato: L'isola dei morti, poema sinfonico di Sergej Rachmaninov. In copertina c'era il quadro.


Buone notizie
su
Personalità confusa

Edizione straordinaria. Oggi gli uomini più potenti della Terra, i più importanti fra governanti e imprenditori, si sono riuniti in un congresso segreto per affrontare un grave problema. Questo blog, in esclusiva assoluta, è riuscito a ottenere la stenografia di quello che si son detti, e lo pubblica qui di seguito:
(gli uomini più potenti della Terra entrano in sala e si siedono. Silenzio. Il più potente di tutti apre il congresso con aria afflitta:)
- Amici ho da darvi una brutta notizia: se continuiamo così nel 2100 il mondo sarà finito.
- Ma che dici, smettila.
- No, amici: è la pura verità. Il clima sta impazzendo e gli scienziati del mio governo hanno calcolato nel 2100 ci saranno cinque maremoti al giorno e un uragano ogni quarto d'ora. La notte di natale al Polo Nord farà un caldo da morire mentre a ferragosto nel Sahara nevicherà. E a pasqua…
- A pasqua?
- …a pasqua a Milano pioverà merda. In estrema sintesi: la fine del mondo è vicina. Se non facciamo qualcosa subito, intorno al 2100 l'intera umanità verrà sterminata da una catena di terribili catastrofi naturali.
- Ommioddio, e noi come possiamo evitare tutto questo?
- In un solo modo: fermare l'inquinamento, fermare le economie. Abolire l'uso dell'automobile in tutto il pianeta, vietare l'utilizzo dei frigoriferi e bloccare le produzioni industriali di qualsiasi tipo per almeno un secolo.
- Ohibò, ma è terribile. Io ho comprato una mercedes nuova proprio stamattina!
- E se le nostre multinazionali smettono di lavorare, dovremo licenziare trilioni di persone!
- Bè, questo non mi sembra poi così grave.
- Sì, ma se chiudo la mia fabbrica non guadagnerò più un soldo, e non potrò nemmeno pagarmi il tenore di vita a cui oramai sono abituato: la casa, il cibo, il motoscafo, le vacanze ai Caraibi.
- Cristo, che tragedia.
- Mi spiace, signori, ma se il mondo vuole sopravvivere deve rinunciare al progresso e al benessere. Altrimenti, l'intero globo verrà raso al suolo dai tornadi più incazzati della storia dell'universo.
- Aspetta un attimo: avete detto che tutto questo casino si compirà nel 2100, giusto?
- Sì, ma che c'entra, scusa?
- Come che c'entra? Ora siamo nel 2007. Quindi, noi, nel 2100 saremmo belli che morti. Comunque. Che ce ne frega del 2100?
- Hai ragione! Sei un genio.
- Bravo, questo sì che è parlare!
- Un momento, e i nostri figli? Non siete preoccupati per loro?
- No: i miei saranno morti pure loro, hanno già vent'anni, quindi tra altri cento saranno defunti, e da un bel pezzo.
- Signori, signori! Ma che dite? Siete impazziti? E ai posteri non ci pensate?
- E chi sarebbero questi posteri?
- Le generazioni future. Le persone che verranno dopo di noi.
- E chi li conosce? Perché dovremmo interessarci a costoro, se non sappiamo neanche chi sono, come si chiamano? E cosa hanno fatto, loro, per evitare il disastro?
- Nulla, hanno fatto: non esistono ancora! Come avrebbero potuto fare qualcosa?
- Va là, che questi signori del futuro, al nostro posto, si comporterebbero alla stessa maniera.
- Anzi, magari anche peggio!
- Bene, amici la riunione termina qui, mi pare che la decisione sia unanime: la fine del mondo è prossima ma a noi non ce ne deve fottere una beata fava.
- Saggia decisione.
- Parole sante.
- Sì, è l'unica soluzione sensata.
(applaudono, poi escono, dandosi pacche sulle spalle)


   21 gennaio 2007