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La settimana in rete
a cura di Primo Casalini - 14 gennaio 2007



Una feroce guerriglia ha fermato un impero
Eugenio Scalfari su
la Repubblica

Arriveranno tra pochi giorni a Bagdad ventimila nuovi soldati americani armati di tutto punto per riprendersi la città. Il presidente Bush ha rotto gli indugi valendosi dei suoi poteri di capo delle forze armate e ha riaperto una guerra che quattro anni fa aveva dichiarato vinta, sfidando il contrario parere della maggioranza dell´opinione pubblica e del Congresso. Vuole sconfiggere il terrorismo e la guerriglia sunnita. Vuole difendere la democrazia irachena e la nazione americana.
Ieri gli ha fatto eco il premier britannico Tony Blair annunciando che molte altre guerre dovranno esser combattute prima di poter arrivare ad una pace duratura. Previsioni da brividi all´inizio d´un nuovo anno già appesantito da altri cupi vaticini su mutamenti climatici d´una natura diventata improvvisamente matrigna.
Riusciranno i due campioni dell´Occidente armato nei loro intenti? Che cosa si deve augurare l´Occidente pacifico che assiste da spettatore a questa deriva, confessando nei fatti la sua impotenza a far sentire efficacemente la sua voce?
Anzitutto i dati di fatto e le ipotesi che ne derivano.
La democrazia in Iraq non esiste. Il voto massiccio d´un anno fa non ha significato granché: gli elettori sono andati alle urne sfidando le minacce del terrorismo, in obbedienza ai loro capi tribali e agli incitamenti dei leader religiosi sciiti. La guerriglia è continuata ancor più intensa in tutto il centro del paese e soprattutto nella capitale dove si addensano poco meno di cinque milioni di abitanti su ventisette milioni di iracheni.
I comandi militari Usa annunciano ora una guerra casa per casa per riconquistare la capitale, ma sanno che ventimila uomini sono insufficienti nonostante la schiacciante superiorità tecnologica di cui sono dotati. Se effettivamente si combatterà strada per strada e casa per casa, il numero delle vittime militari e civili sarà altissimo e l´esito quanto mai incerto.
Sul terreno, alla fine, gli americani vinceranno ma la guerriglia si sfilerà. È già accaduto in parecchie e più limitate occasioni e accadrà di nuovo. Un esercito regolare non ha mai debellato la guerriglia; la può annientare se lo scontro si verifica in una deserta pianura, ma non in montagna e tantomeno in una città, anzi in una metropoli come Bagdad.
La guerriglia si sfilerà, resterà acquattata per qualche tempo, aspettando che l´esercito occupante torni nei suoi alloggiamenti e riapparirà peggio di prima, con più odio di prima, con più reclute di prima.
I suoi alleati esterni non cesseranno di aiutarla. La potenza americana sarà coinvolta in altri conflitti, le guerre preannunciate da Blair si accenderanno nei punti sensibili della vasta regione che va dal Caspio al Sinai, con conseguenze nefaste non solo sugli assetti politici ma anche su quelli economici. I movimenti fondamentalisti deturperanno ancor più il volto già malconcio delle religioni.
Eventi simili si sono già visti molte volte, a cominciare dalla guerra di Napoleone contro la rivolta spagnola fino alla ritirata dell´Armata rossa dall´Afganistan, per non parlare del Vietnam.
I dati di fatto attuali e la memoria storica non fanno insomma presagire niente di positivo per Bush e Blair.
* * *
Esistono tuttavia altre ipotesi che prospettano sbocchi meno catastrofici di quelli fin qui indicati. Esse si fondano sull´attendibile convinzione che la Casa Bianca e l´amministrazione americana non siano nelle mani d´un gruppo di imbecilli guidati da un esaltato. Sarebbe tragico per il mondo intero se fosse così e che sia invece così non è credibile anche se le capacità politiche di Bush non siano state finora particolarmente brillanti.
L´ipotesi principale prevede che l´amministrazione Usa sia ormai convinta delle necessità di aprire un franco confronto con i due paesi "canaglia", Siria e Iran, o almeno con uno di loro. Ma che, per render possibile il negoziato in condizioni accettabili per gli Usa, sia necessario prima un colpo di forza a Bagdad; una sorta di forte pugno sul tavolo prima di cominciare una partita globale per la normalizzazione dell´intera regione mediorientale che abbia conseguenze positive anche in Libano e in Palestina.
Un´ipotesi subordinata e non necessariamente alternativa prevede invece che il pugno sul tavolo battuto a Bagdad serva a consentire una parziale "exit strategy" delle forze americane dall´Iraq. Dopo aver sgominato la guerriglia sul terreno e aver mantenuto l´occupazione dei quartieri sensibili della capitale per alcuni mesi, le truppe Usa passerebbero la mano al governo iracheno (probabilmente mutato nella sua compagine) e si ritirerebbero in alcune piazze forti già predisposte, diminuendo sostanzialmente gli effettivi e restando in quegli accantonamenti per gli anni necessari.
Se queste ipotesi "costruttive" si avverassero, l´attenzione si sposterebbe sul negoziato con Damasco e Teheran; con quest´ultimo soprattutto perché è a Teheran il nocciolo del problema mediorientale, è lì la forza politica e ideologica sciita e le sue propaggini libanesi e perfino afgane.
Che Teheran aspiri ad ottenere il rango di prima potenza regionale è evidente e dichiarato. Che questo rango poggi sul possesso dell´energia nucleare è un altro dato di fatto. Oppure sul disarmo nucleare simultaneo di tutti i paesi della regione e cioè Israele e Pakistan.
Ma su questo punto Washington non può decidere da sola; deve coinvolgere inevitabilmente Israele, Arabia Saudita e anche Russia ed Europa.
Negoziato dunque molto lungo ed estremamente complesso, con alle spalle le grandi potenze emergenti dell´India e della Cina. Insomma una sorta di Yalta su scala semi-planetaria. Il tutto - ironia della storia - messo in moto dall´insensata decisione americana della guerra preventiva contro Saddam Hussein e dalla resistenza altrettanto imprevista della guerriglia sunnita nelle strade della capitale e nelle province centrali di quel disgraziato paese.
La storia ha di questi sbocchi imprevedibili, dove gli eventi sfuggono alla logica della causalità per entrare in quella del caso e del capriccio, della fierezza e della crudeltà, del freddo calcolo e della stupidità incalcolabile.
* * *
L´Occidente europeo ed europeizzante (per dire quella vasta parte dell´opinione americana che non ama Bush e non concorda con la sua politica) non ha alcun interesse ad una clamorosa sconfitta Usa in Medio Oriente che fornirebbe al terrorismo un impatto formidabile nella regione con ripercussioni sulle diaspore musulmane e un tasso elevato di destabilizzazione sociale nel nostro continente.
Ma l´Europa non ha neppure alcun interesse a favorire una politica di guerre a catena, una più rischiosa e coinvolgente dell´altra. Sarà anche un po´ vile questa nostra vecchia Europa, come la tacciano di essere i neo-conservatori di qua e di là dell´Atlantico, ma è anche saggia e potrebbe trarre dal ruolo cui sarebbe chiamata a compiere passi avanti decisivi verso una maggiore integrazione politica di cui si sente ora più che mai la mancanza.
Vada come vada, l´ipotesi del pensiero unico, del mondo unipolare, dell´unica forza egemone e guardiana degli assetti imperiali su tutto il pianeta, è ormai tramontata prima ancora d´essersi compiutamente attuata.
Una guerra-guerriglia locale in un ex protettorato britannico ha fatto crollare un disegno che aveva alle spalle una potenza economica, politica, tecnologica e militare immensa.
La remora - scrisse Victor Hugo in una pagina dei Miserabili - è quella piccolissima cosa che può fermare una grandissima nave. Appunto. Nella storia è spesso accaduto, a dispetto d´ogni filosofia.



Il fantasma del comunismo
Ernesto Galli della Loggia sul
Corriere della Sera

Un fantasma si aggira per l'Europa, il fantasma del comunismo defunto. E' il fantasma che ha aleggiato una settimana fa nella cattedrale di Varsavia costringendo il cardinale Wielgus a rinunciare a insediarsi come nuovo arcivescovo. E' il fantasma che ha appena indotto la conferenza episcopale di quel Paese a riesaminare le biografie di tutti i vescovi per accertare i loro eventuali cedimenti al regime. E' lo stesso fantasma che aleggia intorno a Putin e a tanta parte dei gruppi dirigenti dell'Est europeo; lo stesso dell'archivio Mitrokhin così goffamente gestito dal nostro Paese. In un senso ampio e profondo è il fantasma del passato novecentesco dell'Europa, dominato dal totalitarismo. Sul conto del quale tanta parte dell'opinione pubblica democratica ha a lungo alimentato un'illusione: e cioè che a esso fosse stata posta fine nel 1945 con la sconfitta del nazismo e del fascismo, e che il comunismo — tra l'altro proprio perché uno degli autori di quella sconfitta — non potesse neppure essere sospettato di essere qualcosa di analogo. Ma era un'illusione, appunto. Oggi sappiamo che precisamente dopo il '45, anzi, il totalitarismo nella sua versione comunista-sovietica iniziò a vivere su metà del nostro Continente una nuova vita destinata a vederne moltiplicate le malefatte. Su una metà: perché sull'altra metà, invece, esso appariva a molti con tutt'altra immagine.
E' consistito proprio in questo doppio volto il tratto specifico del totalitarismo comunista rispetto alla vicenda europea. Proprio in questa capacità mimetica di celare la figura ripugnante di Mister Hyde dietro quella angelica del dottor Jekyll si è manifestato l'elemento peculiare (ed è permesso aggiungere: diabolico?) della sua natura. Hitler non nascose mai di volere guerre e stermini. Da Lenin a Breznev, al contrario, il comunismo ha sempre proclamato di essere e di volere ciò che non era né voleva. Proprio una tale doppiezza gli ha consentito di sommare alla capacità di pressione e di violenza esercitata all'interno dei propri regimi (come è avvenuto per ogni totalitarismo) una mai vista capacità di suggestione e di inganno all'esterno di essi. E così di costruire dappertutto una rete smisurata di fedeltà, di acquiescenze, di sottomissioni, di complicità — in parte obbligate in parte volontarie.
Poi all'improvviso, come per incanto, la disintegrazione, il repentino sbriciolarsi e svanire di tutto. Ma senza il seguito di autentici esami di coscienza; con ben poca verità e senza pentimenti. Soprattutto senza alcuna passione pubblica di giudizio e di ricordo. In questo vuoto della coscienza e della memoria europee c'è stato però chi ricordava. Altroché se c'è stato, e molto probabilmente c'è. Chi "sapeva", infatti, ha naturalmente continuato a sapere — sia sul versante dei padroni di un tempo che su quello dei complici e delatori — e tutto lascia credere che per questa via abbia potuto alimentarsi un'oscura rete di sensi di colpa, di silenzi e di ricatti, di ampiezza ignota e che verosimilmente in qualche modo dura tuttora. Insomma, dalla caduta del comunismo in poi, l'Europa vive con la sua ombra di Banquo, ed è singolare che oggi sia proprio la Chiesa cattolica — che pure nella realtà fu tra i pochi a non farsi mai illusioni sulla vera sostanza del comunismo — a doverne temere le riapparizioni. Può essere considerata la conferma, di certo paradossale, di quanto la sua storia sia fino in fondo, nel bene e nel male, la storia di questo Continente, e di quanto proprio perciò le spettino oggi, di nuovo, il compito e l'onere di dare l'esempio.


Lo spettacolo del male
Michele Serra su
la Repubblica

Una madre scarmigliata leva il coltellaccio sul suo bambino: sta per ucciderlo e darlo in pasto, sotto forma di spezzatino, agli avventori della sua trattoria. Un padre disperato non sa come sfamare i suoi figlioletti: per levarsi di dosso l'impotenza e l'umiliazione li strangola entrambi. Sono due delle storie (vere) messe in scena da Paolo Poli nel suo ultimo, ferocissimo eppure comicissimo spettacolo teatrale, ispirato alle cronache italiane di questo secolo così come le hanno raccontate sei grandi giornaliste e scrittrici.
Il noir appare qui trasfigurato dallo sguardo favoloso e beffardo di uno dei teatranti più caustici (ed eleganti) mai visti in scena. Eppure, allo spettatore appena uscito dalle raffiche di orrore delle cronache, il teatro di Poli offre, tra cento altre cose, l'occasione per una riflessione non fugace su uno dei sentimenti più diffusi di questi giorni, specie attorno al macello spaventoso di Erba.
Il sentimento è quello di una inedita e raccapricciante qualità del male a noi contemporaneo, sbocco inevitabile di una società sempre più destrutturata e per definizione "senza valori". Ebbene, i fatti innominabili (infanticidio, cannibalismo...) narrati da Poli risalgono al principio di questo secolo, ravvivando la memoria, parecchio sbiadita, di quando l'efferatezza e la sopraffazione avevano per motori specialmente l'ignoranza e la fame, e la brutalità di rapporti sociali parecchio ferini, ancorché sorretti da "valori" ancora molto solidi, per esempio quelli della civiltà contadina, per esempio quelli della sottomissione sociale alle classi "superiori" o alla Chiesa.
Quanto ai conflitti tra vicini, basterebbe la ricca casistica delle violenze rurali per sapere quanto spesso il coltello, il randello e il fucile hanno preteso di risolvere convivenze ostili. Oppure riaprire pagine di tenebrosissimo degrado sociale, come la compravendita degli orfanelli, come la larga diffusione dell'incesto nelle famiglie patriarcali dell'Italia contadina, eccetera eccetera...
Chi, poi, ami attardarsi nella riflessione molto contrita e molto pentita sul Novecento fonte di ogni efferatezza politica, sempre nel teatro di Poli (ma ovviamente in infiniti altri luoghi) potrà trovare qualche illuminante notizia sulla scelleratezza, il sadismo e la pazzia ideologica degli evi antecedenti: sette cristiane purificatrici prevedevano, per tutelarsi dalle insidie del sesso, l'auto-evirazione, e pazienza, ma spesso provvedevano a evirare (per salvarli!) anche passanti non esattamente volontari...
Il sospetto, dunque, è che l'angosciosa percezione di un salto di qualità del male e della violenza sia dovuta soprattutto a una assai più diffusa conoscenza di crimini sempre avvenuti, ma solo oggi diventati materia prima quotidiana di un sistema mediatico cresciuto in maniera esponenziale. Ogni frammento di orrore viene ingigantito, ogni urlo di dolore amplificato, su ogni singola variazione attorno all'orrendo tema della violenza dell'uomo sull'uomo vengono allestiti fluviali dibattiti. L'esile scia di sangue che i cantastorie trascinavano per piazze e villaggi è diventata il mare di sangue che esonda dal video: ma è sempre lo stesso sangue, probabilmente anche la stessa dose pro-capite, solo con un rendimento "narrativo" moltiplicato per mille, per un milione, per un miliardo di volte.
La vera novità è dunque che sappiamo. Che vediamo. Che sentiamo. E su questo dovrebbe svilupparsi la vera discussione. Perché se è vero, anzi è quasi ovvio, che una coscienza diffusa del male, una rappresentazione non censurata e non moralistica dei delitti, fanno parte dei diritti di una società matura, e che sono in genere le dittature a oscurare le cronaca nera; è anche vero che ciò che chiamiamo "informazione" è anche, e al tempo stesso, un gigantesco spettacolo e un mercato mondiale immenso (veicolo fondamentale della pubblicità).
L'attrazione per le storie fosche e crudeli, fin dai primordi della cultura orale e scritta, è una delle componenti forti della psicologia popolare. Ma siamo sicuri che l'impatto enorme e oramai incontrollato del delitto nell'informazione di massa, il proliferare di veri e propri format televisivi attorno ai fatti di sangue, il pullulare di "esperti" e criminologhi e opinionisti che paiono interessati a ingigantire i fatti anche per ingigantire il loro potere professionale e i loro cachet; siamo sicuri, dicevo, che tutto questo obbedisca solo al dovere di cronaca, al bisogno di conoscenza e di trasparenza, insomma ai diritti dell'opinione pubblica?
Oppure l'opinione pubblica, se interpellata, preferirebbe qualche zoomata in meno sulle macchie di sangue, e qualche notizia in più sui retroscena delle guerre, sui crimini "puliti" dell'economia e della politica?
Forse, ecco: la "notizia" che la bestialità, tra gli uomini, è sempre esistita, e in forme ugualmente abominevoli, potrebbe aiutare tutti, giornalisti e opinione pubblica, venditori e acquirenti della merce informazione, a calmierare leggermente il mercato del nero. Molti delitti sono remake di orrori già accaduti. Non è obbligatorio, ogni volta, presentarli come il delitto del secolo: ogni secolo, purtroppo, ne sciorina tanti quanti basterebbero a disgustare perfino il più efferato e morboso dei pubblici paganti.


Prodi dà inizio alla fase Rambo 2
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Se giovedì, nella Reggia di Caserta, Romano Prodi sembrava avere accolto l'invito di Eugenio Scalfari a farsi “dittatore democratico”, incoronandosi in conferenza stampa dinanzi al cadavere della “fase due” invocata da Piero Fassino, ieri l'impressione è divenuta certezza. Ed è stato il turno di Francesco Rutelli. Prima il vicepremier annuncia: “Abbiamo deciso di costituire, sotto la guida diretta del presidente del Consiglio, una vera e propria cabina di regia che riguarda le liberalizzazioni”. Poco dopo il presidente del Consiglio dichiara: “Sulle liberalizzazioni mi assumo io la responsabilità, sto esaminando con interesse tutti i fili della lenzuolata di Bersani. Ma non per fare una cabina di regia, per fare una sintesi politica”.
E così, nel giro di poche ore, la cabina di regia rutelliana finisce accanto alla fase due fassiniana. “Su un binario morto”, commenta qualcuno, ironizzando sull'articolo del Sole 24 Ore che giusto ieri titolava: “Montezemolo e Della Valle nel business dei treni passeggeri”. L'ironia allude ovviamente ai buoni rapporti del vicepremier con Montezemolo e Della Valle, e all'enfasi posta sulle ferrovie nell'agenda delle liberalizzazioni rutelliane. Da non confondersi con il piano di liberalizzazioni bersaniane, che poi sarebbero quelle riforme che alla vigilia del conclave, raccontavano i giornali, Prodi avrebbe vivamente sollecitato, pregando Pierluigi Bersani di “inventarsi qualcosa”. Ma il piano che il ministro avrebbe dovuto illustrare a Caserta, stando ai giornali di ieri, sarebbero state “stoppate”. E non dal segretario di Rifondazione comunista, ma dal presidente della Margherita, nonché futuro compagno di partito (democratico) di Bersani. E poi dicono che il problema del governo è la lotta tra riformisti e radicali, chiosavano ieri i prodiani, secondo i quali, peraltro, su molti punti l'agenda Rutelli è anche più restrittiva del piano Bersani. Sulle professioni, per esempio, in sostanza restituirebbe agli ordini il pieno controllo delle barriere all'ingresso. Così almeno la vedono nell'entourage di Prodi. Ma la valutazione di merito spiega solo in parte l'ostentazione di autorità con cui il presidente del Consiglio ha smentito il suo vice a distanza di poche ore. Si direbbe piuttosto che per Prodi, seppellita la fase due, con la riunione di Caserta sia cominciata la fase Rambo due. Giovedì è toccata a Fassino, venerdì a Rutelli. Gli altri sono avvisati. Il “dittatore democratico” detta, gli alleati sono pregati di prestare attenzione.
Riformare i meccanismi della Finanziaria?
Il Consiglio dei ministri tenuto a Caserta ha approvato il “quadro strategico nazionale per le politiche regionali 2007-2013”, con cui vengono allocati i fondi comunitari, oltre 100 miliardi per lo sviluppo del sud. Per il resto, il documento finale del vertice è un raro esempio di sintesi. Resta da capire – a domanda diretta Prodi è stato elusivo – in quale considerazione sarà tenuto l'accorato intervento del ministro dell'Economia, che ha perorato ancora una volta la causa di una radicale riforma del meccanismo di approvazione della legge finanziaria. Ma anche il meccanismo di approvazione di tutto il resto, nella maggioranza, appare non meno difficoltoso. Si dice infatti che l'estensore del documento conclusivo, al momento di scrivere il testo, sia stato placcato da Giovanna Melandri (ministro dello Sport e delle politiche giovanili) e Rosy Bindi (Famiglia). Ragion per cui la maggioranza si è ritrovata “un testo finale che – raccontano i presenti – illustrava in maniera dettagliatissima i provvedimenti per giovani e famiglie, e per il resto diceva che l'uomo è umano e la democrazia è democratica”. Ma a quel punto il ministro dell'Economia, che già aveva dovuto ascoltare il lungo elenco delle riforme prodiane, corrispondenti sostanzialmente ad altrettante voci di spesa, non si è tenuto più. “Fatemi capire – ha detto Tommaso Padoa-Schioppa – noi non diciamo quando faremo la riforma delle pensioni, e poi scriviamo nel dettaglio ogni singolo provvedimento che intendiamo adottare su giovani e famiglie?”. E Massimo D'Alema ha chiosato: “In effetti si nota una certa asimmetria”. Quindi ha preso la parola Rutelli: “Le cose sono due. O rimaniamo qui altre due ore, scrivendo con altrettanta dovizia di dettagli tutto quello che intendiamo fare, ministero per ministero, o ne scriviamo un'altra versione, più agile, in pochi punti chiari”. La mozione Rutelli è passata ovviamente all'unanimità. Di quello che costituiva grosso modo l'80 per cento del testo originale, resta alla fine soltanto il punto 9 dell'agile documento finale: “Ricerca di una maggiore equità sociale e intergenerazionale con la piena valorizzazione della famiglia, dei giovani e delle donne”.


Proust spiegato da Proust
Nel sito
Marcel Proust

Il tratto principale del mio carattere

Il bisogno di essere amato, e, più precisamente, il bisogno di essere vezzeggiato e viziato ben più che di essere ammirato.
La qualità che desidero in un uomo.
Qualche tratto di fascino femminile
La qualità che preferisco in una donna.
Qualche virtù da uomo e la franchezza nel cameratismo.
Quel che apprezzo di più nei miei amici.
Che siano teneri verso di me, se la loro persona è abbastanza delicata da attribuire un gran valore alla loro tenerezza.
Il mio principale difetto.
Non saper, non poter "volere"
La mia occupazione preferita.
Amare
Il mio sogno di felicità.
Ho paura che non sia abbastanza elevato, e ho paura di distruggerlo dicendolo.
Quale sarebbe, per me, la più grande disgrazia:
Non aver conosciuto né mia madre né mia nonna.
Quel che vorrei essere.
Me stesso, quale vorrebbero le persone che ammiro.
Il paese dove vorrei vivere.
Quello in cui certe cose che vorrei si realizzerebbero come per incanto e in cui la tenerezza fosse sempre corrisposta.
Il colore che preferisco.
La bellezza non è nei colori ma nella loro armonia.
Il fiore che amo.
Il suo - e, poi, tutti gli altri.
L'uccello che preferisco.
La rondine.
I miei autori preferiti in prosa.
Oggi Anatole France e Pierre Loti
I miei poeti preferiti.
Baudelaire ed Alfred de Vigny
I miei eroi nella finzione.
Amleto
Le mie eroine preferite nella finzione.
Bérénice
I miei compositori preferiti.
Beethoven, Wagner, Schumann.
I miei pittori preferiti.
Leonardo da Vinci, Rembrandt
I miei eroi nella vita reale.
Darlu, Boutroux
Le mie eroine nella storia.
Cleopatra.
I miei nomi preferiti.
Ne ho uno solo per volta.
Quel che detesto più di tutto.
Quel che c'è di male in me
I personaggi storici che disprezzo di più.
Non sono abbastanza istruito
L'impresa militare che ammiro di più.
Il mio volontariato!
La riforma che apprezzo di più.
(non c'è risposta)
Il dono di natura che vorrei avere.
La volontà, qualche seduzione.
Come vorrei morire.
Migliore - e amato.
Stato attuale del mio animo.
Il fastidio di aver pensato a me per rispondere a tutte queste domande.
Le colpe che mi ispirano maggiore indulgenza.
Quelle che comprendo
Il mio motto.
Avrei troppa paura che mi portasse sfortuna.


“A Silvia” in lengua milanesa
Nel blog
Brianzolitudine

Silvia, te se regordet
Quel temp de la tua vita mortal, quand
La bellezza lusìva
In di tò oeucc rident e fuggitiv
E tì, lieta e pensosa el limità
De gioentù salivet?

Risonaven i stanz
Quiett e i strad intorna
Al tò perpetov cant
Allor che ai lavorà de i donn intenta
Te sedevet, contenta
De quel ciar avvenir che in ment gh'avevet.
L'era el magg odoros, e tì solevet
Inscì menà el tò dì.

Mì i mè studì piacevol
A volt lassand ed i sudaa mè cart
Dove el tutt mè primm temp
Desperdevi e de mè la miglior part
Sora el balcon de la mia cà paterna
Mì davi ascolt al son de la toa vos,
E a quella man velos
Che tesseva la fatigosa tila.
Vardava el ciel seren
I strad dorà ed i praa
E prima el mar lontan, e dopo el mont.
Lengua mortal dis minga
Quel che sentivi in sen.

Che soavi pensee,
Che speranz e che coeur, o Silvia mia!
Come allor me pareven
Vita e destin uman!
Quand me regordi de inscì tant speranz
Me prend on sentiment
Amar e sconsolaa.
E ritorna a famm mal, la mia sventura.
O natura, o natura
Perchè me ridèt minga
I tò promess d'on temp? Perchè inscì tant
Ingann, ai tò fioeu?

Prima che l'erba inaridiss l'inverna
Da on ignoto malann battuda e vinta
Te morivet, fioeuletta. E te vedevet
Minga el fior de i tò ann;
Senza provà el tò coeur
La dolza lod de la toa nera chioma
O pur i sguard innamoraa e furtiv;
Nè i tò compagn con tì ne i dì festiv
Ragionaven d'amor.

Tra pocch anca la mia
Speranza morirà: anca ai mè ann
G'ha negà el mè destin
La giovinezza. Ahi, come
Come passada seet
Cara compagna de l'età mia noeuva,
Mia piangiuda speranza!
Quest l'è quel mond? Hinn quest
I dilett e i amor, lavorà e fatt
De i quaj inscì tant nun h'emm ragionà insema?
Quest l'è el destin de tutt le umane gent?
Al comparì del ver
Misera, te see morta e con la man
La freggia mort ed ona nuda tomba
Mostravet de lontan.


Tre Novellette degli Odori
Solimano su
Stile libero

L'ora di ginnastica

Le classi miste non erano gradite dal preside, dai professori e dai genitori. Ce n'erano quindi poche, fatte con i ritagli maschili e femminili che non avevano trovato posto nelle sezioni monosesso. Uno dei problemi era l'ora di ginnastica, perché non si poteva fare ginnastica assieme, non sia mai! La palestra grande era per i maschi, quella piccola per le femmine. Non si provvedeva ad abbinare le due ore settimanali, l'ora di ginnastica capitava quindi in mezzo a quella di filosofia ed a quella di latino o di greco. Il professore di ginnastica era un ex fascista che ci credeva, quindi fra il corpo libero, la cavallina, la pertica e la partitella finale a pallavolo, quando tornavamo nello spogliatoio eravamo tutti sudati. Niente docce allora, al massimo un colpo di rubinetto e via, tutti di nuovo in classe. Più o meno, per le femmine era lo stesso itinerario. Ci si trovava immersi in un odore mezzo dolce mezzo acre, prepotente e carezzevole, diverso per i due sessi. Sudore, ma non solo, c'era dell'altro, un odore malandrino di fronte a cui eravamo inconsapevoli e indifesi. Il professore ci raccontava l'esangue Tibullo, il pio Enea o Eschilo, serissimo. Maschi e femmine, tutti sognavamo Catullo, Lucrezio, Alceo, anche Saffo, perché no. O un bel Canto del Furioso, con Angelica e Orlando, Astolfo e Alcina. Il torneo di pallavolo fra le classi si svolgeva in primavera, verso la fine dell'anno scolastico. Nella palestra grande avevamo il pubblico delle nostre compagne, anche lì in grembiule nero, e fra una alzata e una schiacciata sentivamo gli sguardi sulle nostre gambe, coi peli morbidi di prima crescita. Eravamo i più giovani, rischiammo di vincere, quell'anno.

La bolgia degli adulatori
Ad agosto sono andato a trovarli nella loro casa, sulle prime colline della Brianza. Andai dopo cena, ed avevano preparato una torta per me, una torta con la cioccolata, di cui sono ghiotto. Di molte cose sono ghiotto. Anni che non ci vedevamo, ed i discorsi oscillavano fra empatia e cautela, si è capito subito che di politica non era il caso di parlare, se no la serata sarebbe finita male, ci si sarebbe lasciati pensando: “Peccato, però!” Ma gli argomenti c'erano, qualcuno banale - e cadeva un silenzio imbarazzato, una specie di sbadiglio interiore - qualcuno sentito - e sembrava di essere nella confidenza di un tempo. Serata calda, non da arrivare al sudore ma quasi, eravamo all'aperto, nel giardino. Verso le 11 si alzò un venticello fresco, lo lodai e ne furono contenti: “C'è tutte le sere”, dissero, felici di regalarmelo. Alle 11 ed un quarto si sentì un motore partire, sulla collina a fianco, vicino alla casa colonica. E quasi subito arrivò, l'odore: stavano concimando, lo facevano tutte le sere, a quell'ora, proprio prima di andare a letto. Un odore penetrante e sgradevole, da cui mi sentivo circondato da tutte le parti, l'odore della seconda bolgia di Malebolge, quella degli adulatori, nel Canto XVIII dell' Inferno, dove sono Alessio Interminelli e Taide. Un odore che ci mette molto tempo a non farsi sentire più - il naso si abitua man mano agli odori, ma quello tarda a sparire, tocca respirarlo anche nei sogni. In quei minuti di oppressione e di imbarazzo sembrava che l'odore fosse il nostro, tanto lo sentivamo aderente, e forse compresi perché volevano cambiar casa, andare ad abitare in centro paese. Con studiata lentezza mi alzai, e dopo averli salutati me ne tornai verso Monza, città calda, ma in cui non ci si addormenta così.

Zanzare e flamenco
La Milano da bere ogni tanto offriva qualcosa di buono, come lo spettacolo estivo all'Arena con la famosa compagnia di flamenco. Avevo visto il film Carmen Story di Carlos Saura con la bellezza di Laura Del Sol - ancor più la bravura di Cristina Hoyos - e mi sentivo un don Josè padano, felice di esserlo - la tragedia finale era lontana. All'Arena non eravamo i soli a voler rivivere i ricordi del film: migliaia di persone si accalcavano, ma l'Arena era grande, e ben visibile il palco alzato per l'occasione, rischiarato a giorno mentre si faceva scuro. C'era un però, e l'avevamo previsto, come esperti di serate in mezzo al verde: il più bel cinema all'aperto di tutta la Lombardia, l'Arena di Villa Ghirlanda ci aveva ospiti abituali. Il però erano le zanzare, a Villa Ghirlanda ce n'erano molte, quella sera all'Arena ce n'era un visibilio. Il pubblico, meno sbracato del solito, arrivava, si sedeva e cominciava a smaniare. Donne con spalle e gambe scoperte, ahi loro. Noi, con l'aria di chi sa le cose, appena seduti estraemmo il flacone di Autan spray. Non è piacevole quell'odore, piuttosto pungente, anche persistente, dopo che ci si è spalmati con cura nei posti attaccabili, tutti o quasi. Ma se sei assalito da zanzare che arrivano da ogni parte, è il miglior odore del mondo, si annusa un liquore paradisiaco. “Posso?” mi chiese la sconosciuta vicina di sedia, e le prestai volentieri il flacone. E c'era il vicino dall'altra parte, le persone dietro, davanti, tutte ingolosite da quell'odore, da quella boa di salvataggio. Tornò infine in mie mani il flacone, ormai svuotato, e cominciò lo spettacolo. Rappresentavamo una isola lieta, fra l'agitazione smanacciante e il prurito universale. Milioni di zanzare completavano l'opera, generazioni e generazioni di culex pipiens trovavano lì lo sbocco alla vita. Sul palco, così illuminato, si avventavano a sciami, ghiotte di sangue andaluso; il flamenco è già drammatico di suo, ma nei colpi di tacco e nel batter di mani c'era un di più che qualche cronista notò, nelle gazzette del giorno dopo. Bella serata, per il nostro piccolo gruppo. Alla fine la sconosciuta al mio fianco si alzò, alta, mora, aria da madre dei Gracchi. “Debbo a lei una magnifica serata”, mi disse. Schivai il “Si figuri!” manzoniano e chinai lievemente il capo. Provavo quel che vuol dire appartenere ai felici pochi.


Il buco dell'orzoro
Paola Bensi sul blog di
Sabelli Fioretti

Il buco dell'orzoro - Anche l'occhio va dalla sua parte - Anche l'ottico vuole la sua parte - Spezziamo un'arancia in favore della libertà - Scambiamoci i connotati - Ha bruciato tutte le mappe del successo - Non mettere il dito nella piastra - Non dare alito ai pettegolezzi - Eh, qui gatta ci-cogna - Ho avuto un lampo di luce - Mettiamo i bastoncini sulle 'i' - Non bisogna piangere sul latte macchiato - Non fare occhi da mercante - Tagliamo la testa al topo - Non è tutto oro quello che illumina - Dulcis in findus - De gustibus non est sputante - Affrontare le cose a spadatrak - Non posso vivere con la spada di Adamo sulla testa - Non sapevo dove andare, brulicavo nel buio - Uniamo l'utero al dilettevole - Ti licenzio sul tronco - Finchè la vacca va... - Non voglio fare da capro respiratorio - Non posso fare tutto, non ho il dono dell'obliquità - Chi più lo ha più lo metta - Il buco dell'orzoro - Le api impallinano i fiori - I cristalli di Skaroski - I giardini prensili - Le notti di pediluvio - Divieto di balenazione - Arrivano certe zampate di caldo - E all'improvviso un'onda anonima - Attenzione ai branchi di nebbia - La camicia con i vulevan - Piume di stronzo - I pantaloni a zampa di fosso - Hai preso i depilant nell'agenzia di viaggio? - Qui si batte la fiaccola - Il lavoro mobilita l'uomo - Mi sono dato la zuppa sui piedi - Ha vinto per il rotto della muffa/rotolo della cuffia - Occhio pinocchio dente perdente - Non farmi uscire dai gamberi....ma stendiamo un velo peloso - E' raro come l'araba felice - Capisce le cose a scopo ritardato - Sono scremato dalla fatica -
Non bisogna foschilizzarsi così - Sono un po' duro di comprensorio/sospensorio - E' diventata la pietra biliare - Sono il fax-totum - Mi sono uscite le orbite fuori dagli occhi

Trasporti
'Ministerico' dei trasporti - Gli autobus possono camminare lungo le corsie previdenziali/presidenziali - In metropolitana ci sono i tappeti rullanti - Ho sbattuto la macchina sul paraguail - La mia macchina ha la marmitta paralitica - Banchine spargitraffico - Non riusciro' a partire, c'e' lo sciopero dei voli incontinentali - Mi hanno multato per guida in stato di brezza - La mia auto ha il salvasterzo - La domenica certi treno vengono oppressi - In autostrada sono vietate le immersioni ad u - I catarro rinfrangenti - L'ambulanza correva a sirene spietate - Meno male che l'auto aveva l'iceberg incorporato - (in autobus) Scende o perseguita? - Odio il traffico, per questo prendo i mezzi pubici - Che bell'auto nuova fiammegiante

Dica 33
Sono piena di smanigliature sulle coscie - Ho un dolore in mezzo allo sterco - Ho un accesso al dente - Ho la prospera ingrossata - Quando ho la pressione bassa cado in calesse - Non posso mangiare dolci, ho l'abete alto - Sono giorni che non vado al bagno, ho una occasione intestinale - Da quando fa la dieta è diventata una sifilide - Purtroppo è nel mio carattere:sodomizzo tutto - L'adidas è la peste del secolo - Ho la spalla lustrata - Dovrò fare le cure termiche - Le vene vorticose - Devo avere le piastrelle basse - Ho lo zagarolo nell'occhio - La vena giubilare - Mi hanno prescritto i gargarozzi contro il mal di gola - E' spizzotremito - I raggi ultraviolenti - Le pupille gustative

Maternità
Scusi dov'e' il reparto ginecologia donne? - I bambini devono mangiare i biscotti al plasma - Quella signora ha avuto due gemelli monozotici - Chiamate l'ostrica, mia moglie sta per partorire -

Lenti
Da vicino vedo bene, da lontano sono lesbica - E' miopia o presbiterio? - Mi mancano 4 dottrine - Non sono fotoigienica

In farmacia
Aspirina: fluorescente, pubescente, evanescente, fosforescente - Il sapone clinicamente intestato - Ho una dafne in bocca - La tintura di odio - Il bicarbonato di soia - Gli isterismi della cellulite - I sandali del dottor Kilder

Culinaria
Dolce con l'uva passera - La frittura di crampi - La birra doppio smalto - Le scorie di parmigiano reggiano - Il pisto alla genovese - Una granata di limone con panna - La pasta con le gondole voraci - A Londra mi ingozzerò di after shave - Mi metta la spesa nella busta di cefalon - Un caffè con una zolla di zucchero - Caciocavallo ammufficato - Pesche sciroccate - Il forno a microbombe - Funghi traforati/intrufolati - Zucchero al vento - Me lo avvolge nella carta spagnola - Non mangiare la cioccolata, ti vengono le eruttazioni cutanee - Ci facciamo due braciole sul beautycase? - Carta all'uminio - La pasticerria mignot - Latte pazzamente scremato/parzialmente stremato/screpolato, e a lunga conversazione

Varie
Che fisico...fai bidi bolding? - Posso affliggere questi manifesti? - Riposiamoci e diamoci una rifucilata - Tomba ha vinto lo slavo gigante - Al TG parlavano degli ambientalisti islamici - Adoro leggere, ma solo nei rigagnoli di tempo - Ho comprato un puzzolo da 200 pezzi - Il patè d'animo - Di fronte a queste cose rimango putrefatto - Sei il non super ultra' - Stringi, non ti divulgare - Illudere la sorveglianza - Siamo agli antilopi - La forza di gravidanza - Le discriminature razziali - Quando passa lascia uno sciame di profumo - La rovina della Russia è stata la Pera storica - Per le elezioni bisogna procedere allo sballottamneto - Lo sciopero è stato rievocato - Sintonizziamo gli orologi - Quando muoio mi faccio cromare - Ho un dubbio a croce - Sono rimasto stereofatto - C'e' peluria di operai - La polizia ha usato i gas saporiferi - Non ha il senso il senso dell'umus - Ha studiato da solo e' un auto di latta - L'album degli avvocati - Si spende bene nei boyscout - Una mandria di pesci - Le mando un fax simile - Ha lasciato le impronte digitate sulla porta - Ha la pedina penale sporca.


   14 gennaio 2007