Elegante, rilassato, finalmente compreso del suo ruolo, con toni meno artificiosamente compiaciuti, il Presidente del Consiglio Romano Prodi ha tenuto la sua prima conferenza stampa del suo secondo mandato. Lo ha fatto in maniera sintetica, ma esauriente, senza ricorso a numeri magniloquenti, a grafici colorati, a effetti speciali. Lo ha anche fatto in maniera convincente, in special modo sulla avvenuta riconquista di un ruolo internazionale appropriato ad un Paese come l'Italia.
Anche se, purtroppo, non è su questo terreno che è abitualmente possibile acquisire consenso aggiuntivo dall'elettorato italiano. Ha insistito ripetute volte sul suo ruolo di governante esperto che, fatto non marginale, ha anche guidato l'Unione Europea per cinque anni e la ha positivamente allargata. Ha chiesto alla sua maggioranza «coraggio, coesione, generosità», garantendo che, nonostante un bizzarro invito giornalistico a farsi (improbabile: gli manca del tutto il physique du rôle) «dittatore», continuerà ad operare in maniera collegiale. Ha anche tentato di inserire ovvero, forse, di approfondire un cuneo nello schieramento di centro-destra, parlando di due opposizioni, in modo da gettare graziosamente un ponticello a Casini. Ha infine suggerito, mi è parso con non grande convinzione, la auspicabilità, forse la necessità, per dare stabilità al Paese, di far nascere, previo scioglimento di due partiti, di un Partito democratico.
Fra dittatore e assistente sociale, come lui stesso riduttivamente e improvvidamente si definì qualche tempo fa, tertium datur, ovvero esiste anche un terzo tipo di ruolo, quello di effettivo capo del governo (di composita coalizione).
Qui sta, credo, il messaggio che Prodi ha in buona sostanza tentato di mandare sia alla sua maggioranza che alle due opposizioni. Alla sua maggioranza ha ricordato che non esiste una fase due, che debba essere intesa come discontinuità con il passato e, dunque, addirittura come eventualità di un rimpasto ministeriale oppure di una vera e propria crisi governo, perché la continuità è indispensabile per passare dalla finanziaria, che ha creato le condizioni della crescita, alle riforme che renderanno più equo e più giusto il sistema politico italiano consentendogli di premiare i meriti.
Le riforme, se ho capito correttamente, saranno di tre tipi. La prima servirà a rendere più efficiente la macchina dello Stato, favorendo, di conseguenza, tutti coloro che in Italia e dall'estero intendono dare vita a nuove attività. La seconda riforma, presentata però con una gradualità che desta qualche preoccupazione e con motivazioni che sembrano più economiche che sociali e culturali, riguarderà il sistema delle pensioni. Nella mia interpretazione, la motivazione socio-culturale dovrebbe essere formulata come migliore distribuzione del lavoro all'interno del Paese e fra le generazioni, creando opportunità e offrendo alternative. La terza riforma consiste nella vessatissima questione della legge elettorale. Prodi non ha espresso una sua preferenza personale limitandosi a rilevare che l'alternativa è fra il sistema elettorale proporzionale tedesco e il sistema elettorale maggioritario a doppio turno francese. Dopodiché ha, a mio modo di vedere, insistito un po' troppo sulla necessità di giungere in materia ad accordi con le opposizioni.
La missione del Professore
Massimo Giannini su la Repubblica
Romano Prodi diventerà il «dittatore di salute pubblica» di cui l´Italia ha bisogno? Chi si aspettava una risposta forte e chiara alla sfida che Eugenio Scalfari ha opportunamente posto su questo giornale mercoledì scorso, sarà rimasto deluso dalla conferenza stampa di fine d´anno del Professore. Seria e dignitosa nei contenuti, pacata ed essenziale nei toni, spartana e quasi artigianale nella regia. Un´altra era geologica, rispetto ai monologhi surreali, ai fuochi d´artificio mediatici e alla propaganda telepopulista alla quale ci aveva abituati il Cavaliere. Ma sulla questione fondamentale, quella che politicamente conta di più ed è più gravida di conseguenze, il premier non è riuscito a fugare del tutto i dubbi che si addensano sul suo governo alla ripresa di gennaio. Riuscirà a superare la crisi di consenso esplosa sulla Finanziaria, e a cavalcare in positivo quel «piccolo silenzioso boom» già in atto nell´economia italiana secondo il Censis? Riuscirà a farsi conferire dai suoi alleati quei "poteri speciali" senza i quali sarà difficile superare i veti dei partiti e i diktat delle lobby e far passare le grandi riforme strutturali che servono al Paese?
La risposta alla prima domanda sembra positiva. Prodi ha difeso la sua Finanziaria, ma ha avuto almeno l´onestà di riconoscere che «non esaurisce i compiti del governo» e che soprattutto «restano problemi strutturali da affrontare». Dopo tante incomprensioni sulla manovra, il Professore ha cercato di spiegare al Paese che «la missione c´è», anche stavolta, come ci fu nel ´96. «Il nostro euro, oggi, è far crescere l´Italia», ha detto. Ma se la vera missione è la crescita economica, com´è giusto che sia, le scelte riformatrici dovranno essere all´altezza del compito. E su questo il quadro appare più nebuloso. Al di là dei richiami alle «ulteriori liberalizzazioni» e a un nuovo «patto a difesa del potere d´acquisto», Prodi è stato evasivo sulla riforma delle pensioni, e generico sulla riforma della Pubblica Amministrazione.
Eppure è proprio su questi due pilastri, che poggia il ciclo di rilancio dello sviluppo di un Paese come l´Italia. Un Paese che non fa più figli (1,33 per ogni donna, il tasso più basso d´Europa), è sempre più vecchio (i pensionati sono quasi il doppio dei giovani sotto i 14 anni), lavora sempre di meno (perde un anno di lavoro ogni cinque rispetto agli Stati Uniti) e dove la burocrazia uccide la competitività (secondo la Banca mondiale, siamo scesi all´ottantaduesimo posto tra i Paesi dove è più facile fare affari).
Riformare le pensioni significa riscrivere su basi nuove il patto solidale tra le generazioni, oggi ancora sbilanciato a favore dei padri e a sfavore dei figli, con il meccanismo degli incentivi/disincentivi. È questo che dà stabilità di lungo periodo ai conti pubblici, molto più che il pur sacrosanto totem del rigore finanziario, propugnato ogni anno come se fosse l´ultimo. I cittadini-contribuenti, alla distanza, non ci credono più (e fanno bene: non c´è forse già scritto nella nota di aggiornamento del Piano di stabilità inviato a Bruxelles che con i saldi attuali la manovra di rientro dal deficit del 2007 è già quantificata in 10,5 miliardi di euro, cioè solo 5 miliardi in meno di quella appena approvata dal Parlamento?). Riformare la Pubblica amministrazione significa smettere di concedere rinnovi contrattuali al doppio del tasso di inflazione, riallineare le retribuzioni alla produttività ed accogliere proposte come quelle di Pietro Ichino, e quindi cominciare a discutere di "giusta causa" per i nullafacenti e di premi retributivi per chi lavora il doppio. Orvieto o Caserta. Fase due o Topolino. Non contano i luoghi o gli slogan. Le riforme camminano sui fatti, non sulle parole. Il riformismo si pratica, non si predica.
Ma qui siamo alla risposta alla seconda domanda. Prodi avrà davvero la forza di affrontare e poi di imporre questi argomenti ai tavoli di gennaio, prima con Giordano e Ferrero, Diliberto e Pecoraro Scanio, poi con la Cgil, la Cisl e la Uil? Su questo il premier è parso meno convincente. L´idea di evocare «due opposizioni», come Prodi ha fatto più volte durante la conferenza stampa, ha una sua indubbia efficacia. Ma non basta a fugare l´impressione simmetrica che esistano «due maggioranze». Se a destra si cementa l´asse Forza Italia-An-Lega contro Udc, a sinistra si consolida il fronte Rifondazione-Pdci-Verdi contro Ds e Margherita. Il premier traveste questa contrapposizione impeditiva con una definizione suggestiva: siamo una «coalizione flessibile», dice. Ma la suggestione non cancella la condizione. E la flessibilità non si traduce per forza in utilità.
L´idea di un «dittatore della coalizione», come Scalfari ha suggerito due giorni fa, ha un suo fascino oggettivo. Ma non sembra conciliabile con lo "stile di governo" di Prodi, che come lui stesso ha affermato è e non può che essere "collegiale". E può anche apparire "di basso profilo", perché ciò che conta è che poi «ci sia compattezza al momento di prendere le decisioni». Qui sta il limite, che è oggi del Professore come ieri è stato del Cavaliere.
L´architettura elettorale e istituzionale italiana, più che mai dopo il "porcellum" di Calderoli, non consente alternative ai governi di coalizione.
Per chi guida un Paese e ha il dovere di perseguire un interesse generale, la coesione non è sempre un valore in sé. Meglio una scelta coraggiosa, a costo di qualche rottura al rialzo, piuttosto che un atto condiviso, al prezzo dei soliti compromessi al ribasso. Nell´Italia disillusa di oggi, questo resta tuttora un Rubicone invalicabile, per chiunque comandi il governo di Roma. Ma su questo, stavolta, Prodi si gioca davvero tutto. E´ stato lui stesso a trarre il dado, dicendo che «il 2007 è l´anno della svolta». Secondo il calendario politico, il nuovo anno durerà fino a giugno, quando andranno alle urne oltre 9 milioni di italiani per una tornata di elezioni amministrative ad alto impatto, che da Genova a Palermo investirà molte città-simbolo. Se il governo risale a colpi di vere riforme la china dei consensi, e «scollina» senza danni questo appuntamento cruciale, l´orizzonte della legislatura si riapre. Se continua ad arrancare paralizzato dai veti incrociati, e subisce una sconfitta pesante, difficilmente reggerà all´urto della sua auto-distruzione. Il Professore ha solo sei mesi di tempo, per superare l´inverno del nostro disincanto. Per provare a diventare Cesare, o rassegnarsi alla fine di Pompeo.
Due o tre cose su Mario Draghi
A un anno dalla nomina a governatore
Dario Di Vico sul Corriere della Sera
Accanto alle grandi scelte che tutti hanno apprezzato dal primo anno di Mario Draghi a palazzo Koch sono venute indicazioni apparentemente marginali, ma in realtà lungimiranti. Oggi è un anno dalla nomina del nuovo governatore e la novità da sottolineare, prima d'ogni altra, è la capacità di comunicare. Quel parlar «franco e diretto» che lo accomuna a un predecessore illustre, Luigi Einaudi. Del resto le Considerazioni finali che il governatore legge durante l'assemblea annuale della banca dovevano servire, nell'accezione einaudiana, proprio a spiegare con linguaggio semplice le scelte da adottare. Draghi ha seguito quest'indirizzo e anche in altre occasioni ha parlato franco e diretto. Un esempio? L'università. Il governatore ha indicato la strada della meritocrazia e non ha usato mezzi termini. Ha aggiunto che centri di ricerca e atenei devono godere della massima autonomia gestionale ed economica e di conseguenza ha invitato lo Stato a tirarsi fuori dalla gestione del settore, ritagliandosi invece un ruolo da arbitro che fissa i criteri di fondo.
Anche davanti all'assemblea dell'Associazione bancaria Draghi non ha operato sconti ai suoi interlocutori e ha fatto capire di avere tutte le intenzioni di sottrarre alle banche il monopolio dei sistemi di pagamento. La tecnologia offre nuove opportunità? Bene, ha sostenuto il governatore, utilizziamo la telefonia mobile per rendere i servizi finanziari più accessibili ai consumatori e cogliamo così l'occasione per immettere concorrenza laddove purtroppo la regola è rappresentata dalla rendita di posizione. Con i banchieri Draghi ha avuto modo di sollevare un altro tema assai delicato, il rapporto incestuoso tra istituti di credito e società di gestione del risparmio da loro possedute. Un mercato composto in buona sostanza dai clienti delle banche proprietarie e le ridotte dimensioni degli asset managers italiani hanno fatto sì che la penetrazione dei concorrenti esteri giungesse a livelli record: nel comparto degli Exchange Traded Funds negoziati presso la Borsa italiana la quota degli stranieri supera l'85%. La ricetta esposta da Draghi è radicale: una forte indipendenza delle società di risparmio delle banche per garantire da una parte la competitività del prodotto made in Italy e dall'altra relazioni trasparenti con i clienti.
Quando l'interlocutore è stato il governo e si è discusso di Finanziaria il governatore è stato altrettanto esplicito. Il conferimento del Tfr a un Fondo creato ad hoc di fatto costituisce un prestito, ha detto, e determina un onere implicito per il bilancio pubblico potenzialmente superiore a quello dei titoli di Stato. L'Inps, infatti, dovrà restituire le quote di Tfr versate al Fondo con la relativa rivalutazione che si può stimare attorno al 3% e alla quale si aggiungerà, dal 2008, la compensazione prevista per le imprese.
Quella "falsa" mail di Scaramella
Così suggerì a Litvinenko di accreditare la notizia del finto attentato a lui e a Guzzanti
Carlo Bonini su la Repubblica
ROMA - Una e-mail inviata nel dicembre 2005 da Mario Scaramella all´ex colonnello del Kgb Aleksandr Litvinenko documenta l´infedeltà istituzionale dell´ex consulente della commissione Mitrokhin. Lo indica come il fabricator del falso che verrà utilizzato per accreditare artificiosamente l´esistenza di un "mandante politico" (sin qui rimasto innominato) di un «progetto di aggressione con armi non convenzionali» contro se stesso e il presidente della commissione, il senatore Paolo Guzzanti (un progetto è oggi dimostrato calunniosamente attribuito a dei cittadini ucraini).
La e-mail (intercettata un anno fa dalla squadra mobile di Napoli e oggi agli atti della Procura di Roma) conferma il metodo di lavoro del "professore" napoletano, ne svela nitidamente obiettivi ed esiti: guadagnare del credito nei confronti della commissione, dissimulare le proprie mosse abusive, offrire un argomento che, a partire da quel dicembre 2005, il senatore Guzzanti spenderà pubblicamente e che, il 9 ottobre, ripeterà nell´aula del tribunale di Teramo, dove tutt´oggi si celebra il processo ai suoi immaginari sicari: «Scaramella ha redatto un rapporto segretato che costituisce il quadro politico e pure criminale, se vogliamo, di questa e altre vicende. Questo rapporto è custodito in una cassaforte del Parlamento ed è stato redatto, insieme, dal dottor Agostino Cordova e dal professor Scaramella. Contiene informazioni compromettenti per un personaggio politico circa il possibile attentato».
La mail, dunque. Nel dicembre 2005, Scaramella ha già precostituito il posticcio quadro di accuse che deve puntellare la frottola del progetto di attentato. A metà ottobre, ha fatto arrestare quattro ucraini a Teramo (la polizia li sorprende su un furgone proveniente dall´Ucraina con due granate). Un quinto, Alexandr Talik (ex agente dei servizi russi, da tempo riparato a Napoli), lo denuncia come organizzatore del plot. Ma tutto questo non basta. Scaramella scrive a Litvinenko. La sua mail (che non immagina intercettata) contiene un allegato. E´ un testo scritto in prima persona in cui - riferiscono fonti investigative - si traccia un confuso quadro internazionale che tiene insieme la guerra di Putin in Cecenia, la mafia e i servizi segreti ucraini, il Kgb. Che contiene le "ragioni politiche" per le quali è stata decisa l´eliminazione fisica del «presidente della Mitrokhin (Guzzanti), del suo consulente (Scaramella), dei suoi interpreti», condannati a morte per il lavoro di indagine che hanno condotto. Il testo allegato alla mail è scritto da Scaramella, ma non è lui che ne deve assumere la paternità. Nella lettera a Litvinenko, l´allora consulente invita infatti il russo a stampare quel documento, a firmarlo, ad assumere l´esclusiva responsabilità delle informazioni che contiene e per questo gli raccomanda di inviarlo personalmente a Roma, agli uffici della Commissione Mitrokhin.
Il falso costruito con Litvinenko nel dicembre 2005 fiorisce e trova la strada di San Macuto, sede della commissione. Ve n´è traccia nei documenti che il pubblico ministero di Roma ha acquisito al Senato. Nel gennaio 2006, in una nota all´ufficio di Presidenza, Mario Scaramella fa riferimento al pericolo che incombe sulla sua vita e su quella del presidente Guzzanti, sul contesto politico in cui la minaccia si alimenta e, nel farlo, cita espressamente quale autorevole fonte di questa circostanza il "documento in atti" fatto pervenire autografo da Alekandr Litvinenko. Ma che di Litvinenko - lo abbiamo visto - ha soltanto la firma.
Mercoledì, a Regina Coeli, durante l´interrogatorio, quando il pubblico ministero Pietro Saviotti gli ha contestato questa prova documentale, Scaramella ha farfugliato.
Ha dovuto spiegare la storia di quella mail a Londra. Ne è uscita una storia che sta in piedi come un sacco vuoto. Scaramella ha ammesso di essere lui l´autore del documento spedito a Litvinenko, ma di averlo fatto rielaborando una bozza che lo stesso Litvinenko gli aveva fatto avere tempo prima. Di aver quindi telefonato al fratello Maxim, preoccupato che questo suo "innocuo" intervento di "correttore", potesse, se rivelato, metterlo in imbarazzo. Va da sé che di quella fantomitaca "bozza" non esiste, né è mai stata trovata traccia.
Durante l´interrogatorio, l´ex consulente ha tentato, finché ha potuto, di tenere distinte le sue mosse abusive dalla figura del presidente della commissione (ha sostenuto, per esempio, di aver taciuto a Guzzanti i segnali che pure aveva ricevuto del venir meno del pericolo di attentato nei loro confronti). Almeno fino a quando un´insistita domanda del pm lo ha costretto ad afferrarsi al senatore Guzzanti. «Perché - è stato chiesto a Scaramella - lei non ha ritenuto opportuno portare in commissione Alexandr Litvinenko? Avrebbe potuto farlo, visto che il russo è stato a Roma almeno tre volte». Scaramella ha allora confermato i suoi incontri di Roma con il russo (in un caso, ha detto, informalmente a San Macuto), ma ha aggiunto che la decisione di non rendere "trasparente" la deposizione dell´ex colonnello del Kgb fu di Paolo Guzzanti, che l´avrebbe ritenuta «inopportuna»: «Il Presidente riteneva che soltanto io e lui, che eravamo in una fase più avanzata di elaborazione dei dati raccolti, avremmo potuto apprezzare la rilevanza della testimonianza di Litvinenko. Ma che la stessa cosa non sarebbe valsa per il resto della commissione. Dunque, decise per il no».
Il Cavaliere in mutande. E la Scala cancella l'opera
sommari del Corriere della Sera
Niente Berlusconi in mutande per gli spettatori della Scala. Il sovrintendente del teatro milanese, Stéphane Lissner, ha deciso di cancellare il «Candide» di Leonard Bernstein nella messa in scena del regista Robert Carsen. Nell'opera, rappresentata a Parigi, in cartellone a Milano dal 20 giugno e già oggetto di polemiche, i sovrani caduti in disgrazia hanno le facce di alcuni uomini politici di oggi, da Bush a Berlusconi, e ballano in slip su un mare di petrolio. Ma Lissner ora dice: «Non è in linea con la nostra programmazione artistica».
Eurosorpasso - Battuto il dollaro
La notizia è a suo modo «storica». Mercoledì 27 dicembre per la prima volta il valore delle banconote in euro in circolazione ha superato quello dei biglietti in dollari.
Carlo Bastasin su La Stampa
Eppure, solo cinque anni fa, a cavallo tra il 2001 e il 2002, nei giorni in cui l'euro nasceva con un'operazione di straordinaria complessità organizzativa e in un clima di sorpresa popolare, almeno due comitati d'emergenza si riunivano quotidianamente nella riservatezza dei grattacieli di Francoforte per seguire passo dopo passo, minuto dopo minuto, l'introduzione della nuova moneta con un inconfessabile pensiero: che cosa fare, se l'operazione dovesse fallire? Sulla Kaiserstrasse, dentro la sede della Banca centrale europea, erano pronti alcuni «contingency plans» che sarebbero dovuti intervenire in particolare in caso di problemi nei sistemi dei pagamenti e a pochi chilometri di distanza ai confini della città, una «stanza d'emergenza» quasi identica veniva animata dai dirigenti e dai tecnici della Bundesbank, fino ad allora considerata una sorta di madre donatrice della nuova Banca centrale europea. In collegamento con le altre banche centrali tutte le statistiche venivano incrociate per cogliere eventuali anomalie. Quelle che ci furono, solo un paio significative, vennero risolte con interventi tecnici nel giro di 24 ore. I giornali di allora non ne riportavano traccia.
Ma un allarme più profondo e meno tecnico sulla sopravvivenza economica e politica dell'euro non sembra essere mai scomparso nel Sistema europeo delle Banche centrali. Avrebbe resistito la moneta unica alle divergenze strutturali dei paesi che partecipavano all'unione monetaria? Qualche paese - primo sospetto l'Italia - avrebbe perso il passo e si sarebbe dovuto staccare, facendo saltare l'intera costruzione? La debolezza dell'economia europea, superata da quella americana, avrebbe tolto attrattiva e convenienza all'euro fino a farlo abbandonare?
Non si spiegava altrimenti l'ostinazione con cui le Banche centrali nazionali continuavano a trattenere nelle proprie casseforti quantità esorbitanti di riserve valutarie, la cui utilità era giustificata solo dall'ipotesi di un clamoroso collasso della moneta unica. Gli ultimi dati sono disponibili sul sito della Banca centrale europea, aggiornati al novembre 2006. Lo stato ufficiale delle riserve valutarie delle banche centrali nazionali dell'eurosistema è pari a 325,5 miliardi di euro, a cui ne vanno aggiunti una quarantina direttamente a disposizione della Banca di Francoforte. Sembra un paradosso, ma le riserve valutarie della zona euro sono aumentate del 15% solo negli ultimi due anni. Già nel settembre del '98, Romano Prodi, nell'ultimo periodo del suo primo governo, lanciò la proposta di utilizzare le riserve nazionali, ormai inutili, per un piano di rilancio delle infrastrutture e dell'economia europea. La proposta, che tenne banco per giorni in tutte le cancellerie europee, cadde progressivamente nel silenzio. E ogni volta che venne risollevata trovò l'opposizione dei banchieri centrali.
A cinque anni di distanza i dubbi sulla tenuta dell'euro appaiono assurdi. È vero che l'economia europea è stata a lungo molto più debole di quella americana, ma da alcuni mesi è tornata a crescere perfino più velocemente di quella Usa. È vero anche che per l'Italia si parlava solo un anno fa a Davos di «rischio Argentina» e che Portogallo e Spagna sono tuttora in condizioni di ritardo e debolezza strutturale rispetto al resto dell'eurozona. Ma proprio l'Italia sta dimostrando la volontà di riportare ordine nei conti pubblici nonostante le difficoltà politiche. In questo momento, con il dollaro che si deprezza mese dopo mese contro l'euro, tanto che il valore delle eurobanconote in circolazione ha superato quello dei dollari, l'unico sentimento in grado di descrivere il bilancio dei primi cinque anni dell'euro a Bruxelles e a Francoforte è di soddisfazione.
La quota dell'euro nelle riserve ufficiali globali è rimasta inalterata negli ultimi anni: era il 18% nel '99 (equivalenti alle riserve in marchi) per salire al 25% nel 2003 e lì restare stabilmente. «Dalla dracma del periodo ellenistico, al fiorino dell'impero commerciale olandese, alla sterlina del Commonwealth fino al dollaro - ha spiegato il vicepresidente della Bce, Lucas Papademos - l'uso internazionale di una moneta è sempre andato di pari passo con il suo ruolo nel commercio. Poiché l'Europa è l'area più importante nel commercio mondiale, non sorprende l'importanza dell'euro». I dati dell'eurosistema mostrano che la maggior parte dei paesi dell'euro commercia anche con paesi terzi principalmente in euro. Antti Heinonen, capo della direzione per le banconote della Bce, ha preannunciato al Financial Times il sorpasso delle eurobanconote sui biglietti verdi: «Dopo l'aumento iniziale pensavamo si stabilizzasse, invece l'uso dell'euro continua ad aumentare». A parte spiegazioni meno edificanti, come la disponibilità di tagli da 500 euro preferiti nelle operazioni illegali o il minor uso di denaro elettronico rispetto agli Usa, testimonianze di una crescente preferenza per l'euro a fini turistici sono comuni in tutto l'Est da Zagabria a Vladivostock. Dato che in volume il commercio di materie prime è ancora prevalentemente in dollari e che quindi è su tale valuta che si devono compensare gli squilibri delle bilance dei pagamenti, l'euro è ancora molto lontano dal poter diventare la prima valuta di riserva del sistema monetario globale. Tuttavia l'annuncio da parte di Cina, Svizzera, Russia e Italia di voler diversificare significativamente le proprie riserve in dollari (i primi tre con acquisti di euro) - una pratica già massicciamente attuata dai paesi del Golfo, produttori di petrolio e in particolare dagli Emirati - ha spostato l'attenzione sulla moneta europea come simbolo di un ruolo diplomatico «in stile svizzero» grazie a una politica estera europea più cauta e stabile di quella americana.
MOGADISCIO cade senza resistenze. Le milizie islamiche che avevano proclamato il jihad contro gli etiopi, alleati del fragile governo di Baidoa, si sono volatilizzate. Solo un ripiegamento tattico, come affermano le Corti islamiche? Anche, ma non solo. Certo, in pochi giorni di combattimento le preponderanti forze etiopiche hanno inflitto migliaia di perdite alle milizie "verdi".
È soprattutto l´impossibilità di tenere la città senza subire una disfatta totale che ha condotto al ripiegamento. Anche perché la componente neotradizionalista delle Corti, convinta di avere anche in futuro un ruolo da svolgere nella destrutturata società, grazie alla sua logica di "reislamizzazione dal basso", è parsa più sensibile alle pressioni dell´Organizzazione degli stati africani e della Lega Araba, separando le sue sorti da quelle dei bellicosi radicali. Tenere la città era comunque impossibile dopo che i capi dei clan cittadini e i rancorosi, e mai domi, signori della guerra, privati del loro potere dalla politica di "legge e ordine" imposta dai "nuovi talebani", hanno offerto, per l´ennesima volta, i loro servigi ai nuovi potenti di turno. In Somalia, come in Iraq o in Afghanistan, i legami clanici e tribali, non sono mai un fattore secondario; semmai una variabile incontrollabile della politica "alta" e ideologica.
Il dissolvimento delle milizie e la trasformazione dei loro militanti in "civili", può rispondere, dal punto di vista militare, non solo a una necessaria fase di riorganizzazione, ma preludere a una possibile "irachizzazione" del conflitto. Finita la breve, e come sempre perdente, fase della guerra "convenzionale" si spalanca davanti ai radicali il terreno della "guerra asimmetrica" e dello jihadismo. Un´opzione sollecitata, in queste ore, anche dalla "comunità del fronte" esterna. In particolare dalla branca irachena di Al Qaeda, che ha chiamato i mujaheddin a recarsi in Somalia per combattere l´ennesima "aggressione contro l´islam". Uno scenario che sarà probabilmente rilanciato in uno dei consueti, e puntuali, video di Zawahiri.
Ora è l´esecutivo a dover negoziare con clan e signori della guerra che, nella precipitosa partenza delle Corti vedono l´occasione di riprendere le loro antiche consuetudini e traffici. A gioire per la fine delle misure di "polizia dei costumi" introdotte dagli islamisti, non sono solo le donne, obbligate a indossare il niqab e impedite nel prendere il bagno anche nel "mare velato"; o quanti volevano poter danzare o vedere un film. Ma soprattutto i fautori dell´anarchia armata e del feudalesimo tribale di quartiere, che imponeva dazi di passaggio da una zona all´altra della città.
Gli Stati Uniti volevano scongiurare il rischio che nel Corno d´Africa si insediasse uno stato islamico, destinato a diventare il santuario della jihad in Darfur e, in prospettiva, nella penisola arabica. Ma dando luce verde a Addis Abeba, che ha dipinto il suo intervento come una reazione alla minaccia islamista, ha collocato la Somalia, nello scenario della "guerra al terrore". Del resto quello somalo, è secondo la dottrina Bush, un classico caso di failed state: classificazione che giustifica un intervento militare. Un caso gestito, questa volta, "per procura". Secondo un approccio più consono alla scuola realista, subentrata all´ideologico furore neocon, e in nome della riscoperta della teoria del containment fondata sul ruolo regionale degli "stati-gendarmi" alleati.
Il rischio è che il Corno d´Africa diventi un´area in cui molti potrebbero rimanere infilzati.
1945, messaggi Usa al Cnl:
«Consegnateci Mussolini»
Vincenzo Vasile su l'Unità
«Consegnatecelo. Abbiamo pronti due aerei per venirlo a prendere». I servizi segreti statunitensi il 28 aprile 1945 cercarono freneticamente di accaparrarsi il prigioniero Benito Mussolini, sottraendolo ai partigiani.
Che, probabilmente per evitare che il «duce» venisse posto in salvo e «riciclato» sotto la protezione degli Usa - come accadde poi ad altri gerarchi fascisti e nazisti - affrettarono l'esecuzione, rispondendo con il silenzio alle intimazioni. Spuntano fuori dagli archivi nazionali americani, già «declassificati» nel 2000, sotto l'amministrazione Clinton, i cablogrammi inediti con cui le autorità militari americane tempestarono il Comitato di liberazione dell'Alta Italia con la loro perentoria richiesta di salvare Mussolini e darlo in custodia al Quindicesimo gruppo delle Forze alleate formato dalla Quinta armata statunitense e dalla Ottava armata britannica che stavano portando a termine la liberazione del nord Italia. Le copie di queste carte sulle ultime ore di Mussolini, ritrovate nell'estate 2004 dal ricercatore Mario J. Cereghino nei National Archives di Washington, sono state donate al fondo dell'archivio prossimamente aperto al pubblico a Partinico (Palermo) dallo storico Giuseppe Casarrubea, che ha già raccolto e pubblicato i documenti sulla storia segreta della Sicilia e sulla banda Giuliano, anch'essi provenienti dai fascicoli dell'intelligence Usa.
La sera del 25 aprile Mussolini ha lasciato Milano, fugge verso la Svizzera. La notte si ferma a Menaggio. L'indomani di prima ora riparte travestendosi con un'uniforme nazista, sale su un camion di soldati tedeschi che fa parte di un'autocolonna in ritirata verso la Valtellina. Il 27 aprile, vicino a Dongo, i partigiani individuano la colonna e cominciano una perquisizione. Il travestimento in un primo tempo funziona. I tedeschi dopo una trattativa lasciano i dignitari della Repubblica sociale in mano ai partigiani, mentre i militari germanici hanno via libera per andar oltre. Ma in extremis Mussolini viene riconosciuto da un partigiano, «Bill», e immediatamente catturato. L'intelligence alleata apprende la notizia nella notte, probabilmente in contemporanea con il Comitato di liberazione. E inizia da quel momento un pressing in crescendo.
Il primo «modulo di messaggio in uscita» archiviato dai servizi americani è un cablogramma, catalogato con il numero 74, indirizzato da (MAX) Corvo, Firenze al commando «Baldwin» che opera nella Repubblica sociale mussoliniana dal 1944. Il «team» è incaricato di recapitare al Clnai il seguente messaggio «segreto» di tono ancora interlocutorio: «Il 15mo gruppo è interessato a che Mussolini e Graziani siano portati al quartier generale. Se desiderate rilasciarli, sarà possibile mandare un aereo. Si prega di informare dove sarebbe possibile fare atterrare un aereo quadrimotore per effettuare il prelevamento». Non deve esserci alcuna risposta, se il successivo cablo numero 75, spedito stavolta sempre dalla sede di Firenze, dai commandos «Latina e Smith» al «gruppo Baldwin», diventa perentorio e urgente: «Per Clnai: l'autorità alleata e... (il nome della seconda autorità, probabilmente un capo dell'Oss, risulta censurato, ndr) desiderano subito informazioni sulla dislocazione di Mussolini e ordinano che sia trattenuto per un immediato trasporto al comando alleato. Vi sono state impartite istruzioni di accertare dove (il prigioniero) sia custodito e di notificare il suddetto ordine ai partigiani che risulterebbero tenerlo prigioniero. Questo messaggio ha la massima priorità».
Viene coinvolto ora un secondo commando, il «Diana». Al quale «Smith e Latina» impartiscono disposizioni ancor più tassative con il cablogramma numero 86, sempre in data 28 aprile. «L'autorità alleata dà i seguenti ordini: 1. Mandare immediate informazioni riguardo al luogo in cui attualmente si trova Mussolini. 2. Bloccarlo allo scopo di consegnarlo all'autorità alleata. 3. Informare le unità partigiane di trattenerlo in questi termini. 4. Dare immediate informazioni su un campo dove sia permesso l'atterraggio di bombardieri bi e quadrimotore. Fornire dettagli sul campo (di atterraggio) e assicurazioni riguardanti l'eventuale presenza di mine».
Ma «Baldwin» può rispondere solo l'indomani, a cose fatte. Missione fallita: i partigiani hanno già giustiziato Mussolini e i gerarchi. Parte un concitato «messaggio segreto»: il cablogramma porta il numero 217, ed è registrato «in entrata» il 29 aprile. Scrive che la fonte «Marat» comunica di aver saputo da un altro agente in zona, «Mimo», che «Pavolini, Farinacci, Mezzasoma, Barracu, Petacci, Zerbino, Ruggero, Romano» sono stati «fucilati con Mussolini dopo un processo sommario. Sono stati giustiziati a Celiano di Mezzegra vicino Como, dove 15 partigiani sono stati uccisi da fascisti. Graziani, Sorrentino, Bonomi sono a san Vittore, aspetto vostre istruzioni.