Ieri la corte d'appello ha confermato la condanna a morte di Saddam Hussein che dovrà essere impiccato entro trenta giorni. Sempre ieri, il numero dei soldati americani morti in Iraq (2.975) ha superato il totale delle vittime degli attentati dell'11 settembre 2001 nelle Twin Towers di New York, nel Pentagono e nei quattro aerei sequestrati dai terroristi di Al Qaida (2.973). Ai soldati Usa andrebbero poi aggiunti 143 statunitensi uccisi come mercenari.
La simultaneità di queste due notizie di morte è letteralmente micidiale. Nessuno dubitava che la condanna del dittatore iracheno sarebbe stata confermata: il meno che si possa dire è che non c'era una grande suspence intorno al verdetto. La pena di morte è sempre barbara, anche per un tiranno sanguinario. Nelle guerre antiche il sovrano vinto veniva spesso ucciso o si suicidava. La sua morte non veniva però ammantata di nobili motivi giuridici: moriva perché aveva perso. Gli Stati uniti invece sentono il bisogno di addobbare una nuda vendetta in una veste di meritata punizione, lasciando in bocca sempre il sapore amaro del diritto come «arma del più forte contro il più debole», e non come «tutela del più debole contro il più forte» (erano questi i due corni del dibattito sul diritto tra i sofisti del IV secolo a. C.): nel processo di Norimberga, dopo la seconda guerra mondiale, gli Usa espunsero dai crimini tedeschi i bombardamenti sulla popolazione civile di Londra perché altrimenti anche loro sarebbero stati processati per Dresda, Hiroshima, Nagasaki. Da allora bombardare inermi civili non è più un crimine di guerra.
Con l'impiccagione di Saddam Hussein vendetta sarà compiuta. Se qualcosa c'era da vendicare che non fosse frutto delle ossessioni di Dick Cheney e di George Bush il giovane, visto che l'Iraq non aveva nessun legame con al Qaida e che non possedeva nessuna arma di distruzione di massa. Ma anche la supposta razionalità della vendetta, del «fargliela pagare» si è dimostrata arbitraria, priva di ogni logica. Anche se fosse una ritorsione - che non è -, essa è ormai costata più di quel che doveva ritorcere. In vite umane, gli americani hanno pagato in Iraq (senza contare l'Afghanistan) più di quanto fosse costato loro l'attacco dell'11 settembre. E, en passant, hanno provocato più di 600.000 morti irachene, hanno distrutto città, messo in ginocchio un'economia, privato 25 milioni di persone di acqua, luce, benzina. Hanno disintegrato un paese e hanno attizzato un incendio che rischia di divampare in tutta la regione. Non sappiamo come avrebbe reagito all'11 settembre Al Gore, se nel 2000 l'elezione non gli fosse stata scippata con un broglio in Florida. Ma è certo che non avrebbe invaso l'Iraq. C'è qualcosa di tragico e di amaro nel contare le centinaia di migliaia di morti, nel guardare i veterani amputati sui marciapiedi delle città americane, e pensare che questa furia omicida, cieca, devastatrice ha trovato origine in una frode elettorale a 12.000 km di distanza.
L'ironia diventa ancora più crudele se si pensa che l'unica soluzione rimasta agli Usa per districarsi dal disastro iracheno è trovare alla svelta un altro Saddam Hussein, un altro uomo forte che riesca con le spicce a restaurare l'ordine e a fermare la deriva, oggi inarrestabile, verso la guerra civile.
Non è una guerra, ma è come se lo fosse. A Lagos, Nigeria, esplode un oleodotto e fa strage: 269 morti per le autorità, ma forse sono più di 500. La folla si era accalcata intorno a un buco della conduttura per rubare benzina da rivendere al mercato nero, ennesima tragedia del petrolio. Mentre i quattro tecnici dell'Agip rapiti hanno telefonato a casa, dopo un natale tremendo di notizie e smentite
Gli industriali ora fanno festa:
produzione boom dopo 5 anni
sommari de l'Unità
Per la prima volta dal 2001 torna a crescere la produzione industriale su base annua. Il dato finale del 2006, secondo le cifre fornite dal Centro Studi di Confindustria, segna, a parità di giornate lavorative, un aumento del 2,4 per cento rispetto al 2005. Nel quarto trimestre dell'anno in corso le stime indicano una crescita ancor più consisente: il 4,2% a parità di giornate lavorative.
Cinque mesi per riavere la fiducia perduta
Eugenio Scalfari su la Repubblica
La Finanziaria è ormai diventata legge dello Stato e il governo l´ha archiviata in fiduciosa attesa degli effetti che produrrà a partire dal primo gennaio. Si augura, e tutti ci auguriamo, che saranno effetti positivi per il bilancio, per lo sviluppo e quindi per i cittadini.
Possiamo dunque archiviarla anche noi, cioè smettere di esaminarla e discuterla come se fosse ancora un provvedimento emendabile? Direi di sì. Una legge è una legge, un fatto avvenuto.
Continuare a tormentarsi e a tormentare enunciandone gli errori, le manchevolezze, le esitazioni e gli estenuanti negoziati che hanno infine portato al testo definitivo - salvo il decreto che sarà approvato proprio oggi dal Consiglio dei ministri, con il quale si cancella l´inspiegabile errore del condono dei reati contabili di cui s´ignora tuttora l´anonimo responsabile, è un esercizio inutile. Serve a mantenere alta la temperatura politica, ma non produce alcun profitto pratico e anzi distrae dagli obiettivi che d´ora in poi incombono sul governo, sul Parlamento e sulle forze politiche. Obiettivi importanti che costituiscono nel loro insieme l´agenda politica del governo almeno fino a tutto il 2009, con una prima verifica molto ravvicinata: vi sarà infatti entro il prossimo maggio un turno di elezioni amministrative in molti capoluoghi, Comuni, Province, che porterà alle urne parecchi milioni di elettori in tutto il paese. La sorte formale del governo non è in gioco in quelle elezioni, ma la sua solidità e la compattezza della maggioranza parlamentare sì; perciò il loro risultato non è affatto irrilevante. Meno di cinque mesi ci dividono da quell´appuntamento, l´esito del quale è legato agli umori degli elettori, ai primi effetti della Finanziaria, alle riforme che il governo si è impegnato a fare o quantomeno ad avviare concretamente.
L´attuale consenso è sceso molto in basso rispetto ai picchi del periodo maggio-luglio, ma non in misura irrecuperabile. Negli ultimi giorni si sono addirittura manifestati segnali di ripresa che alcuni analisti quantificano attorno al 6 per cento rispetto al punto più basso dell´ottobre-novembre. Ma non c´è dubbio che la maggioranza del corpo elettorale permane tuttora in una fase di dispetto, disincanto, avversione, sfiducia nei confronti del centrosinistra mentre nella stessa maggioranza la compattezza emerge soltanto al momento del voto parlamentare, salvo il ritorno pressoché immediato alle divergenze e alla rissosità interna tra i partiti e dentro i partiti, che non è proprio un buon segnale per recuperare la fiducia degli elettori.
Perciò il problema di oggi e dei prossimi cinque mesi sta tutto in poche domande: la maggioranza troverà finalmente una vera solidità? Le preannunciate riforme saranno quelle che il paese si aspetta? I leader dei partiti e il capo del governo troveranno quello slancio inventivo ed esecutivo che finora è stato latitante? E infine (e soprattutto) i cittadini e la pubblica opinione saranno permeabili e permeati da un auspicabile spirito di ripresa o resteranno refrattari preferendo il mugugno alla collaborazione, l´indifferenza all´impegno civico e l´ostilità al centrosinistra e alla sua linea di governo?
Cinque mesi e avremo una prima risposta. Non sono molti. Richiedono una visione comune e lucida energia per attuarla. Altrimenti si aprirà una fase di galleggiamento e di sfarinamento in cui il peggio possibile diventerà probabile e sistemico sulle sorti del paese, cioè di noi tutti.
* * *
La Finanziaria, come si è già detto, è ormai una legge dello Stato e ritornarci sopra è inutile. Ma ha costituito pur sempre l´occasione, la causa o quantomeno il pretesto per la diminuzione del consenso, il mugugno, l´ostilità, l´indifferenza di gran parte del paese. Non solo nel nord ma nel centro e nel sud; non solo tra i benestanti ma anche tra i meno abbienti; non solo tra gli imprenditori e le partite Iva ma tra i lavoratori autonomi e dipendenti, tra i giovani e gli anziani, infine tra elettori di centrodestra ed elettori di centrosinistra. Dunque un fenomeno importante anzi eccezionale, sicché occuparsene è d´obbligo, non per scovarne gli articoli e i commi ai quali si debba una così diffusa impopolarità ma le ragioni profonde d´un simile disincanto e crollo della fiducia.
Le spiegazioni sono molte. Indicherò quelle più diffuse nell´ambito del centrosinistra e dei suoi più avvertiti dirigenti. Tralascio invece quelle prevalenti nel centrodestra per una ragione molto chiara: il centrodestra in cinque anni di governo ha devastato il paese lasciando dietro di sé un baratro finanziario, legislativo e morale. Perciò non ha titolo per intervenire essendo all´origine del disastro.
Non toglie che il crollo di fiducia della pubblica opinione sia arrivato a danno del centrosinistra dopo che il malgoverno di Berlusconi aveva prodotto la sua sconfitta. L´inversione, non in favore di Berlusconi ma contro il governo da poco insediato, ha quindi motivazioni successive.
Dunque veniamo a quelle motivazioni. Difetto di comunicazione? C´è stato, ma non basta. Mancata concertazione? Non basta. Mancato riconoscimento degli interessi che la Finanziaria penalizzava? Questa è certamente una ragione, ma a mio modo di vedere è anch´essa insufficiente. Impazzimento del paese? Pericoloso dirlo e comunque non spiega perché quello stesso paese si dimostrò saggio fino a giugno e cominciò a impazzire in luglio - agosto. Una causa scatenante ci sarà, l´eventuale impazzimento ne è dunque soltanto l´effetto. Lo stesso dicasi per lo scatenamento degli egoismi e il prevalere dello spirito corporativo. In ciascuna di queste spiegazioni c´è un briciolo di verità ma non c´è la verità intera e neppure la sua maggior parte.
Personalmente ho una mia visione e la sottopongo ai lettori.
1. Gli italiani avevano caricato la Finanziaria di esorbitanti aspettative che essa non era in grado di appagare.
2. Alcuni ceti, in particolare il nerbo di chi aveva votato per il centrosinistra, si aspettavano un aumento immediato e consistente di benessere e di felicità.
3. La rissa all´interno della nuova maggioranza ha fortemente indebolito se non addirittura distrutto l´immagine d´una «leadership» autorevole e solida.
4. La missione del centrosinistra non ha avuto il risalto necessario e comunque non ha convinto.
5. La debolezza della leadership ha trasformato in realtà attuali alcuni difetti latenti del carattere nazionale: l´egoismo, la perdita di visione condivisa, l´antipolitica, l´antiparlamentarismo, la vocazione anarcoide. Vizi antichi e latenti, emersi d´un balzo e tutti insieme.
Queste, a mio avviso, sono le cause del fenomeno che ora bisogna curare e contenere. Con una prima verifica tra cinque mesi.
* * *
P. S. Ho grande stima di Fausto Bertinotti. Mi pare anche che eserciti molto correttamente l´alto mandato che gli è stato affidato. Ma qualche volta va fuori dal seminato e chi lo stima ha il dovere di avvertirlo. Per esempio: di recente il presidente della Camera ha detto la sua opinione sulla riforma delle pensioni. Ebbene, non può e non deve farlo. E´ una materia di cui tra breve dovrà occuparsi il Parlamento. Quindi il presidente non può e non deve occuparsene. La presidenza di Montecitorio, come ogni altra magistratura di garanzia, non può servire da tribuna politica per chi ne è il titolare. Questo silenzio vale per tutte le questioni sottoposte al magistero di garanzia. O si è custode delle regole o si gioca in campo. «Tertium non datur».
Scaramella e la trappola della Mitrokhin
Giuseppe D´Avanzo su la Repubblica
Con l´arresto di Mario Scaramella, la procura di Roma muove un passo prudente ai bordi del "caso Mitrokhin", tenendosi ancora lontano dal cuore dell´affaire. Che è chiusa in una domanda: tra le quinte dei lavori della commissione bicamerale d´inchiesta, è stato organizzato un agguato politico contro Romano Prodi? E, in caso positivo, chi ne è stato il mandante e chi l´esecutore? Se questo è la scena di fondo, Mario Scaramella è o un diavolo o soltanto un figurante; le accuse che, oggi, gli si muovono sono soltanto una prima mossa tattica; l´inchiesta è ancora tutta da costruire e valutare. La procura di Roma contesta tra l´altro il reato di calunnia all´academic, come la stampa inglese ha generosamente definito finora il consulente della "Mitrokhin". Mario Scaramella si è inventato di sana pianta «un progetto di aggressione con armi non convenzionali» contro se stesso e il presidente della commissione Paolo Guzzanti, «potenzialmente minacciato». Era una frottola.
Come è sufficientemente provato dalle intercettazioni e dalle testimonianze raccolte dagli investigatori, è stato lo stesso Scaramella con la complicità di due transfughi dello spionaggio russo (Litvinenko e Limarev) a organizzare quelle manovre minacciose per incassare un credito di attendibilità dal Parlamento che Paolo Guzzanti gli ha concesso fino all´enfasi. Addirittura in un´aula di tribunale, dove il presidente della commissione Mitrokhin ha detto (Teramo, 9 ottobre 2006): «Scaramella ha redatto un rapporto segretato che costituisce il quadro politico e pure criminale, se vogliamo, di questa e di altre vicende.
Questo rapporto è custodito in una cassaforte del Parlamento ed è stato redatto, insieme, dal dottor Agostino Cordova e dal professor Scaramella. E´ esplosivo. Contiene informazioni compromettenti per un personaggio politico circa il possibile attentato».
Sarebbe dunque addirittura un «personaggio politico» il mandante del progetto di omicidio di Guzzanti e Scaramella, poi rivelatosi una "bufala" costruita a tavolino. La procura di Roma ha già chiesto e ottenuto dalla presidenza del Senato i documenti della "Mitrokhin". Quindi, anche il rapporto «esplosivo» firmato da Cordova e Scaramella contro l´esponente politico che, a questo punto, deve essere considerato bersaglio della manovra calunniosa. Chi è il misterioso personaggio messo in mezzo dai calunniatori e, soprattutto, come valutare le iniziative del presidente della commissione?
Il ruolo di Paolo Guzzanti è ambiguo, a doppia lettura. Lo si può vedere come uno sprovveduto precipitato con due piedi in una trappola o, al contrario, come lo spregiudicato architetto della trappola. Detto in altro modo, è stato Guzzanti a essere malignamente imbeccato da Scaramella o Mario Scaramella è stato soltanto il "braccio" del canovaccio scritto, o per lo meno sottoscritto, da Paolo Guzzanti? Guzzanti è, come il «personaggio politico» bersagliato, una parte lesa allocchita da un calunniatore (Scaramella) in cerca di gloria o è stato il complice - se non l´ispiratore - della calunnia?
"Lasciarlo andare, il mio ultimo regalo
so che adesso sarà finalmente felice"
La moglie Mina: spero che la gente continui la sua battaglia il Parlamento da solo non è in grado di fare una legge. Piero non aveva più sogni né desideri, andarsene senza dolore era l'unica cosa che voleva e potevo dargli.
Caterina Pasolini su la Repubblica
ROMA - "Il mio regalo a Piero? Quello di morire, di smettere di soffrire. Non aveva più sogni e desideri, andarsene senza dolore era l'unica cosa che voleva e potevo dargli. Anche se questo per me ha significato sentirmi a lungo come nel braccio della morte". Con le ore, i giorni contati per rispettare, nonostante tutto, la volontà di chi amava. Mina Welby, "l'asburgica" come la chiamava Piero per il suo carattere di ferro e dolcezza, ha trascorso con amici a parenti il primo Natale senza il suo "Chicco". E senza lacrime, come gli aveva promesso. Ieri era il compleanno di Piero.
"Sì, ed era con me. Me lo aveva promesso l'ultima notte che abbiamo vissuto insieme dopo 33 anni di vita in comune. Mi aveva giurato che non mi avrebbe lasciato, e io lo sento qui. È questo che mi dà forza e serenità. Ho fede, sono convinta che sia felice nella sua nuova vita, ma mi manca in maniera indescrivibile".
Quando le ha chiesto di morire?
"Me lo hanno detto gli amici che lui lo aveva scritto sul sito, che voleva fossi io ad aiutarlo. Mi sono spaventata, pensavo che qualche amico gli avrebbe sparato col fucile da caccia per accontentarlo. Avevo paura". Avete discusso?
"Sì, discusso e litigato". Era contraria all'eutanasia?
"Io sono stata educata in modo cattolico molto rigido. Per me eutanasia voleva dire uccidere. Dopo notti di discussioni ho capito che non avevo il diritto di decidere per lui, che fare una legge non significa che sei costretto ad usarla". E adesso?
"Spero che arrivi una legge frutto di una discussione popolare, da proposte discusse dalla base, altrimenti il parlamento non lavora". L'ultimo giorno...
"L'abbiamo vissuto in pace, ne avevamo parlato tanto. Lui non sopportava che gli ricordassi i vecchi tempi, non voleva sentire le vecchie canzoni di quando andavamo a pesca nel canale dove un giorno voglio disperdere le sue ceneri". Come ha salutato i suoi amici?
"Li ha chiamati uno per uno, aveva un sorriso per tutti. Ha preso in giro Pannella chiamandolo vecchio elefante. Poi ha detto: adesso uscite tutti, e sono rimasta solo io col medico". Che cosa le ha detto?
"Negli ultimi giorni mi chiedeva sempre scusa, io mi sforzavo di non piangere e quando mi guardava gli occhi rossi dicevo che avevo tagliato una cipolla. Mi ha chiesto: stai qui fino alla fine, non mi lasciare solo. E io sono rimasta lì, gli ho tenuto la mano, gli ho chiuso gli occhi".
Piero le ha passato il testimone.
"Mi sento indegna, non ho mica la sua cultura, lui era un'enciclopedia ambulante. Per questo chiedo l'aiuto di tutti", dice mentre si rigira una grande fede al dito. "È di Chicco, ce la siamo regalati per i 25 anni di matrimonio, mi sta solo la sua in questi giorni, la mia non entra più". Come la vita che senza di lui le sta stretta.
"Il gioco perverso dietro al suicidio di Welby"
Alice intevista Nunzia D'Abbiero di "Scienza e Vita": "Vergognosa la strumentalizzazione dei Radicali e dei politici nichilisti. Anche la scelta della data della morte (pochi giorni prima del Natale) ha il sentore di una regia ben orchestrata"
su Dillo ad Alice
Dott.ssa D'Abbiero, lei si è sempre espressa contraria alla scelta che poi ha fatto Piergiorgio Welby di staccare la spina del respiratore che lo teneva in vita. Perché?
Perché l'eutanasia non è una risposta alla sofferenza, aggiunge solo dolore a dolore. Sia chiaro, non sono mai stata contraria alla sospensione delle cure, nessuno può essere sottoposto ad un trattamento contro la sua volontà, come recita anche l'art. 32 della Costituzione.
Ma una cosa è la sospensione delle cure e ben altra è l'eutanasia, ed era questa che Welby ha chiesto ed ottenuto. La differenza è nel dosaggio dei farmaci usati e nell'intenzione di chi la pratica. Lo stesso farmaco utilizzato ad un certo dosaggio lenisce il dolore e la sofferenza sedando, ad un dosaggio più elevato porta rapidamente alla morte.
Sono contraria all'eutanasia, ma non al controllo dei sintomi e della sofferenza. Gettare confusione su questi due aspetti ben differenti è il gioco perverso che è stato condotto con questa vicenda. Tutto sulla pelle di una persona fragile e sofferente. Cosa risponde a chi afferma che è giusto avere il diritto di decidere della propria vita e quindi anche quando porre fine ad essa?
Non si è padroni della vita perché si decide quando morire, ma si è padroni della vita quando se ne conosce il vero significato: da dove viene e dove va. La malattia e la morte quando sono vissute in questa ricerca di significato totale non sono mai l'ultima parola, non riescono mai ad annichilire la persona umana: sono una sfida e non una tomba.
Perciò non è un farmaco letale la vera soluzione alla sofferenza, ma una presenza, un essere accanto, un prodigarsi a dare vita ai giorni, a rendere bello ogni attimo, un accompagnare con competenza e dedizione affinchè il malato possa vivere fino alla fine.
La legalizzazione dell'eutanasia renderebbe tutti noi più poveri. Quando esiste l' accanimento terapeutico e quando non c'è? Nel caso di Welby?
La dizione accanimento terapeutico nella nostra lingua fa supporre che esistano medici che per motivi non chiari cercano volontariamente di prolungare le sofferenze di un malato. Seguendo la letteratura anglosassone, reputo che sia più chiaro distinguere tra trattamento futile e utile, assumendo quindi un esplicito criterio di proporzione.
Il primo è da evitare, il secondo è obbligatorio per il medico. Dare un antibiotico o fare un trapianto cardiaco a chi sta morendo di cancro entro brevissimo tempo è futile. Dare un supporto respiratorio a chi non sta morendo e ragiona in modo perfetto è utile, dunque doveroso.
Questo è stato il caso di Piero Welby, che, a quanto ne so, non era un malato terminale e su di lui non c'è stato alcun accanimento terapeutico come ha anche sancito il Consiglio Superiore della Sanità.
C'è chi parla di strumentalizzazione politica del caso...
Concordo fortemente con quanto espresso dal Ministro Bindi sulla vergognosa strumentalizzazione messa in atto dai radicali e dai politici nichilisti.
Anche la scelta della data della morte (pochi giorni prima del Natale) ha il sentore di una regia ben orchestrata. Come si sono comportati i mass media secondo lei?
I mass media, con qualche rara eccezione, hanno fatto da grancassa ai radicali.
Ma è mai possibile che una forza politica così piccola, che quindi non rappresenta che una esigua minoranza di italiani, debba ricevere una tale attenzione dai media?
I giorni scorsi insieme ad altri 9 colleghi abbiamo inviato a tutti i quotidiani un documento dove esprimevamo le nostre perplessità sulla vicenda argomentate dalla nostra esperienza professionale e dai dati di letteratura medica. Risultato? Solo Avvenire e Il Giornale lo hanno pubblicato. Per gli altri non esistiamo.
Pochi giorni dopo la famosa lettera di Welby al presidente Napolitano, il dr. Mario Melazzini, Presidente della Associazione Italiana Malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA), organizzò una manifestazione davanti al Quirinale con altri malati tutti in carrozzina ed annessi ventilatori. Chiedevano maggiori possibilità di assistenza e maggiore attenzione da parte delle istituzioni. Non solo non furono ricevuti dal Presidente, ma i media ignorarono completamente la loro manifestazione. Questo è scandaloso e offensivo della libertà di espressione, oltre che della stessa verità, vessillo tanto sbandierato quanto negato. La Chiesa ha rifiutato la celebrazione del funerale a Welby: cosa ne pensa?
Da questa decisione traspare un rispetto assoluto della libertà della persona.
Chiedere il suicidio in piena avvertenza e deliberato consenso, come ha fatto Welby in questi mesi, equivale a negare la vita come dono di Dio e quindi Dio stesso. La celebrazione del funerale cattolico sarebbe stata una violazione della sua volontà. E anche questo è stato abilmente strumentalizzato: far passare una immagine di Chiesa che non ama i suoi figli e nega un funerale cristiano proprio nel giorno della vigilia di Natale.
Che grottesca la scena di Pannella che chiede al Vaticano di rivedere le sue decisioni... se non fosse stato tutto tremendamente reale avrei pensato ad una fiction televisiva. E' vero che esiste un'eutanasia clandestina?
Non esiste l'eutanasia clandestina, questa è l'ennesima menzogna propagandata come verità.
In Italia un manipolo di intellettuali illuminati ha deciso che l'eutanasia è cosa buona e va legalizzata in spregio alla reale opinione degli italiani. Anzi stanno manipolando le opinioni attraverso la solita tecnica del caso limite e pietoso, sbattuto in prima pagina.
A questi personaggi non importa nulla della sofferenza dei malati, non si sporcano le mani con essi tutti i giorni, a costoro interessa minare il fondamento della nostra società facendo passare le loro idee mortifere.
La vera resistenza oggi è combattere contro questa avanzata nichilista e lo si potrà fare solo se non si abdicherà alla propria capacità di ragionare.
E' un invito e un augurio.
Eminenze Cristo dov'è?
Antonio Padellaro su l'Unità
«Ora sta contemplando il volto di Dio, perché Dio è misericordioso»: hanno saputo dire ciò che c'è nel nostro cuore le due suore che parlavano al Tg1, davanti al feretro di Piergiorgio Welby, portato a spalla dai compagni radicali sobillatori di scandali necessari, davanti alla chiesa che il giorno della vigilia della nascita di Gesù ha sprangato le porte della carità e della misericordia. Perché?, ci chiediamo in tanti. In fondo, chi non crede avrà una ragione in più per dissentire, per diffidare, per non rimpiangere l'assenza di una fede così poco consolatoria. Ma chi crede e non capisce deve poter domandare, deve poter insistere, deve poter protestare poiché troppo grande è lo smarrimento che prende e il gelo che assale. Lasciamo da parte le polemiche su laici e cattolici, sulle interferenze delle gerarchie vaticane nella politica italiana. Non chiamiamo in causa ciò che è di Cesare e ciò che è di Dio perché qui Cesare non c'entra affatto. Qui la potestà, il diritto, la scelta appartengono esclusivamente a coloro che Dio sono chiamati a rappresentare su questa terra. Leggiamo le parole di monsignor Rino Fisichella, rettore della Pontificia Università Lateranense, cappellano della Camera dei deputati e forte personalità della curia. Un vescovo ascoltato e influente, ricco di sapienza, addentro alle cose della politica, dotato di un sorriso paterno che non ammette repliche; e, del resto, un semplice parroco potrebbe mai contraddirlo? Ci spiega dunque monsignore che le esequie cattoliche per Welby non sono state concesse dal vicariato di Roma «con tristezza ma per un atto di responsabilità e di fedeltà al nostro credo».
Sul concetto di fedeltà ai principi costitutivi della fede cattolica l'alto prelato insiste sottolineando come invece Welby abbia mostrato «ostinazione reiterata nel chiedere la propria morte, un'esplicita consapevolezza nel negare i principi fondamentali della fede cristiana riguardanti il valore della vita e il senso della sofferenza». Ecco la colpa.
E' un verdetto durissimo che l'eminente prelato d'accordo, si presume, con le più eminentissime porpore, e con qualcuno ancora più in alto, motiva con un atto di accusa nei confronti di Welby, descritto come un ostinato negatore di principi e di valori fondanti della fede cristiana, tra cui il senso della sofferenza. Non è davvero troppo che da un pulpito (da quel pulpito!) si possa dire: tu non hai saputo soffrire come si deve, rivolgendosi a un uomo, a un morto, che di una sofferenza infinita ha fatto il proprio sudario?
C'è un castigo, dunque, ma da quale violazione scaturisce? Dove sono contenuti quei principi costitutivi della «nostra fede» a cui monsignor Fisichella si riferisce? Nei commi 2277 o 2325 del nuovo catechismo, citati in questi giorni come si fa con le norme del codice della strada? Oppure quei principi per i quali Piergiorgio Welby è stato lasciato laggiù, riscaldato dall'affetto di una folla devota all'umana solidarietà, quei valori sono contenuti nel Vangelo? E quando mai, chiediamo, in un libro colmo di amore, di carità, di misericordia, Cristo se l'è presa con i deboli, i sofferenti, i malati, i moribondi? Lo abbiamo visto scagliarsi contro i mercanti nel Tempio, promettere le pene dell'inferno ai corruttori di bambini, fustigare prepotenti e violenti, ammonire i ricchi e i potenti dalle vesti sontuose. Non ci hanno forse insegnato che l'agnello di Dio è venuto a salvare i peccatori, i reietti, i ladroni e le maddalene? Quanto ai farisei abbiamo l'impressione che gli dessero parecchio sui nervi. E quando mai quel Cristo che disse al pubblicano di non nascondersi in fondo al tempio avrebbe abbandonato Welby al freddo?
Il giorno prima che Welby se ne andasse, Corrado Augias citava su la Repubblica queste parole di don Milani: «Per un prete quale tragedia più grossa potrà mai venire? Essere liberi, avere in mano sacramenti, Camera, Senato, stampa, radio, campanili, pulpiti, scuola e con tutta questa dovizia di mezzi divini e umani raccogliere il bel frutto di essere derisi dai poveri, odiati dai più deboli, amati dai più forti. Avere la chiesa vuota». Sappiamo che la Chiesa è anche saggezza. E che sa ammettere i propri errori. È quanto ci auguriamo in questi giorni difficili ma di speranza.
Ci sono giorni in cui si vorrebbe parlare con quella lingua: «Guai a voi... ». W. aveva curato di avvertire nella lettera al Presidente della Repubblica: «Io amo la vita». Così storpiato dal dolore e dall´artificio, non si vergognava di dirlo con parole da adolescente: «Vita è la donna che ti ama, il vento tra i capelli... l´amico che ti delude».
Vita è «il canto del rigogolo, quello del cuculo e la risata del picchio verde maggiore». Non andava preso in parola? Ho sentito in tv una persona peraltro stimabile sospirare: «Noi non abbiamo saputo fargli amare abbastanza la vita». Noi? Lei, io, la società umana, il governo, il suo prossimo? E sua moglie, sua madre, sua sorella, i suoi amici che non l´hanno deluso - tutti falliti nel compito di fargli amare la vita? E dunque W. s´ingannava, mentiva, quando proclamava di amarla? Eppure era così chiaro il suo pensiero. W. amava perdutamente la vita, anche quella della signora in tv e la vostra e la mia: solo non riusciva più ad amare la sua. La denunciava per inadempienza, se ne voleva dimettere come da una contraffazione, in nome della vita che ricordava. In un pensiero come quello - «noi non abbiamo saputo fargliela amare» - c´è un´offesa invadente a lui stesso e ai suoi cari, e c´è la presunzione che la parola magica, «vita», possa trionfare sempre della sofferenza, dell´umiliazione, del tormento, e insomma della morte. La devozione a una tecnica che non ce la fa a preservare la vita, e però riesce a dilazionare a oltranza la morte, proprio da parte di chi invoca lealtà al corso naturale delle cose. Chi si è arrogato il diritto di prescrivere a W. che cosa gli fosse permesso e che cosa negato, ha aggiunto alla prepotenza la superbia di credere di amare la vita più di W., e di potergliene insegnare il segreto.
Poco fa un Papa aveva chiesto se l´avrebbero guarito, gli hanno detto di no, e ha voluto che lo lasciassero andare alla casa del Padre. W. ha chiesto solo che lo lasciassero andare. Forse quel vecchio Papa non amava abbastanza la vita? Non eravamo riusciti a fargliela amare, noi?
Si dice che W. non fosse credente. Ammetterete che non debba esser stato neanche un gran peccatore. Stava lì, a pagar care le sue notti e i suoi giorni. Si batteva da anni per una morte «opportuna»: l´aggettivo che aveva preso in prestito da un credente per augurarsi una buona morte. E´ Natale, siamo più cattivi, ecco tutto. Nel Purgatorio c´è un Buonconte, peccatore, ferito a morte in battaglia a Campaldino, che finisce nel nome di Maria: un angelo di Dio lo prende, e l´angelo d´inferno impreca rabbioso per l´anima che gli è sottratta, «per una lagrimetta».
Non so se W. avesse la facoltà del pianto: di parlare no, non avrebbe potuto pronunciare una paroletta. Solo pensarla, forse, o esserne tentato. Il Vicariato romano l´ha escluso. Ha dannato come peccato mortale il desiderio di liberazione di W., e ha tagliato corto col suo ultimo pensiero.
E gli eminenti personaggi politici? La sequela obbligata dei telegiornali a raccoglierne facce e frasette, respingente sempre, sulla Finanziaria o sul ponte di Messina, era raccapricciante sulla vita e la morte di W. Non dico nemmeno di quelli che hanno chiamato omicidio la morte di W., assassinio l´assistenza di un medico, boia i suoi famigliari e i suoi compagni. W. non ha fatto del male a nessuno. Non ha incitato nessuno a «staccare la spina» di chi, padrone di sè, non lo voglia, nè di chi, privato di coscienza, sia curato da un affetto che preferisce tenerlo in vita. Ha chiesto quello che il diritto e la compassione dovevano a gara assicurargli. Gli stava a cuore il nome di eutanasia: ma a quella arrivava dal fatto, mentre la superstizione mascherata da etica vuole assoggettare il fatto al nome, e lo pronuncia come un feticcio.
«Ma è eutanasia!» Per alcuni mesi l´Italia ha ascoltato una discussione accanita attorno a una persona che chiedeva, com´è diritto di ciascuno, e per giunta col doloroso assenso dei suoi cari, che gli fosse smessa una terapia divenuta soverchiante, e che gli fosse risparmiata l´atrocità di un trapasso vigile. Invano medici retti avvertivano che avviene ogni giorno negli ospedali e nelle case.
«Non si scelga la morte credendo di inneggiare alla vita»: l´ha detto il Papa, avrebbe potuto dirlo, tal quale, Marco Pannella. Che cosa ci fosse di naturale nei macchinari che vivevano per W. è difficile dire: benché essi siano anche benedetti, lo siano stati per lui finché li ha voluti, e lo siano per chiunque fino a che li voglia, o altri li vogliano per amore di un loro caro senza più coscienza.
La Chiesa ha rinunciato al bando per i suicidi. Se non equivoco, la ragione che ha motivato il cambiamento è a sua volta dubbia e paternalistica, e vuole negare che il suicidio possa mai essere una scelta lucida e nobile: nell´atto del suicidio la persona è spogliata della propria responsabilità. Una tautologia: suicidio e incapacità di intendere e volere coincidono. Sia pure con questa concessione, i suicidi vengono accolti in chiesa, per fortuna, e anche solennemente. Il rifiuto del funerale religioso è di quegli avvenimenti che lasciano sgomenti.
Questa volta la chiesa ha chiuso malamente la porta in faccia a una vecchia madre, a una moglie, che avevano bussato, e doveva bastare. Durezza e paura sembrano mescolarsi in questo rigore, e non poteva venirne fuori altro linguaggio che quello sul «defunto dott. Welby». Lo Stato aveva fatto qualcosa di turpe, forzando una donna a star fuori dal recinto della commemorazione di caduti di Nassiryia, perchè il suo era un uomo di fatto. Ma appunto dalla Chiesa ci si aspetta di meglio, se non nel dogma o nel canone, nella carità.
La Chiesa, in nome della propria cura di anime, sembra esigere l´esclusiva sui corpi. Un paradosso spiegabile solo con l´inveterato pregiudizio secondo cui il peccato ha origine e fine nel corpo. Dal suo centro nella sessualità questa convinzione arriva a maledire il diritto all´autodecisione nella cura della malattia. Quel funerale espulso si chiama addosso lo scandalo di un popolo di fedeli. Ma fosse anche una sola persona a promettere: «Da oggi non metterò più piede in una chiesa» (è la frase che abbiamo sentito, non da uno solo) ce ne sarebbe abbastanza. Si può rallegrarsene, chi si auguri che la Chiesa si screditi e le chiese si vuotino. Io non me lo auguro affatto, dunque non me ne rallegro. Mi dispiace. Bisognerebbe essere senza peccato per usare di quella lingua: «Guai a voi... ». E però ci sono giorni in cui si torna a guardare con occhi lucidi, e a vedere che il re è nudo.
"Nel partito democratico solo se uniti"
le condizioni della Margherita per cambiare
Depositata la mozione unitaria in vista del prossimo congresso in primavera
I dl pronti a sciogliersi nella nuova formazione, ma a patto di farlo senza strappi
su Repubblicaonlinedel 26 dicembre
ROMA - Sì al partito democratico, ma solo a condizione di essere uniti. E' quanto stabilisce la mozione unitaria presentata al congresso della Margherita. "Il congresso - si legge nel documento - individua come condizione per la nascita del partito democratico l'apporto coerente e qualificante della Margherita e come condizione perché ciò avvenga l'unità del partito".
"Il congresso - precisa ancora la mozione unitaria - assume la formale decisione: all'atto di nascita del partito democratico verrà conclusa l'autonoma attività politica della Margherita e sarà conferito agli organi dirigenti il mandato di definire le procedure, le garanzie nella transizione tra i soggetti promotori e con tutte le forze partecipanti e le modalità di attuazione degli adempimenti connessi alla fase costituente. Il congresso stabilisce come obiettivo fondamentale la partecipazione al processo di fondazione del Partito Democratico".
Da una prima lettura della mozione che sarà presentata al congresso in programma nella prossima primavera non è chiaro esattamente cosa si intenda per "unità del partito". E' noto infatti che alcune componenti della Margherita, e in particolare quella che fa riferimento a Ciriaco De Mita, sono fortemente critiche verso la nascita del Pd e difficilmente cambieranno posizione in questi ultimi mesi.
"Il Congresso - si legge ancora nella mozione unitaria - stabilisce che le deliberazioni finalizzate al tracciato indicato al termine del seminario di Orvieto siano adottate in intesa e con un processo parallelo con i Democratici di Sinistra: elezione del Presidente e dell'Assemblea Costituente, da tenersi tra la fine del 2007 e l'inizio del 2008". "Il Congresso - prosegue il documento - riafferma il valore del ricorso ad elezioni primarie per le cariche monocratiche amministrative e di governo, da inserire in un processo di vasta partecipazione e responsabilizzazione democratica".