
sulla stampa
a cura di G.C. - 21 dicembre 2006
Appello di Napolitano: "Meno conflitti e procedure chiare"
Redazione del Corriere della Sera
ROMA - Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si è rivolto ai due schieramenti politici chiedendo di superare "una logica di contrapposizione totale" che allontana i cittadini dalla politica e dalle istituzioni. "Siamo in un momento di preoccupante distacco tra la politica, le istituzioni e i cittadini", ha detto il capo dello Stato durante la cerimonia al Quirinale per lo scambio di auguri tra le magistrature dello Stato. E ha aggiunto che "non c'è parte politica che possa, in ultima istanza, trarne vantaggio. Può piuttosto riceverne grave danno la prospettiva di una più sicura tenuta e di una compiuta maturità del nostro sistema democratico. Faccio appello a entrambi gli schieramenti politici, perchè ad una logica di contrapposizione totale, che ormai produce effetti di stanchezza e di rifiuto tra i cittadini, indebolisce l'autorità e la capacità di funzionamento dello Stato e mortifica le energie più vive dell'economia e della società subentri un maggior senso di resposanbilità verso l'interesse generale del Paese".
FINANZIARIA, LIMITE ESTREMO - Un riferimento esplicito è a una emergenza delle utlime settimane, ovvero l'approvazione della Finanziaria in un unico lunghissimo maxiemendamento. "Il ruolo legislativo del Parlamento è pesantemente condizionato da distorsioni divenute sempre più gravi. Anche quest'anno la Finanziaria sta per esser approvata in entrambe le Camere con il voto di fiducia posto dal governo su un articolo unico comprensivo di un numero abnorme di disposizioni. Si è ormai toccato il limite estremo - ammonisce - di una prassi che sfugge alle possibilitá di comprensione dell'opinione pubblica e rende sempre più difficile il rapporto fra i cittadini e la legge". Una prassi non cominciata certo quest'anno, come è implicito nel discorso di Napolitano e come farà notare Palazzo Chigi, ma già praticata anche nella precedente legislatura. E che in questa sistuazione politica potrà essere superata soltanto se saranno modificate le norme che regolano la legge di bilancio dello Stato.
RIFORME - Napolitano è convinto che ci sia bisogno di "consistenti e decisi progressi" per garantire "il necessario rinnovamento delle nostre istituzioni" e sottolinea come "il sentiero di ben mirate riforme dell'ordinamento della Repubblica, non precluse dall'esito del referendum del 25 giugno e il sentiero di opportune previsioni della legge elettorale, vanno esplorati fino in fondo, nella ricerca di una possibile condivisione". Napolitano è convinto che "le istituzioni in cui si articola lo Stato democratico disegnato dalla Costituzione" hanno bisogno di "rinnovarsi e di spiegare pienamente il loro ruolo. Ciò vale innanzitutto per le assemblee elettive e dunque per il Parlamento, il cui ruolo legislativo è invece oggi pesantemente condizionato da distorsioni divenute sempre più gravi".
LIBANO - Parlando di politica estera, Napolitano ha sottolineato che la missione in Libano è stata decisa "in piena osservanza dell'articolo 11 della Costituzione e ha ottenuto in Parlamento un larghissimo consenso il cui significato non può sottovalutarsi".
IL COMMENTO DI PRODI - Il discorso del Presidente Napolitano "è un richiamo ai valori profondi di un Paese, cioè le regole dello stare insieme bene, perchè il Paese stia bene insieme".
Se torna il palazzo
Ezio Mauro su la Repubblica
Da ieri, con la denuncia del presidente Napolitano, la questione è posta, e non è più possibile eluderla. Le parole del Capo dello Stato sono chiare: preoccupazione per il "distacco" tra politica, istituzioni e cittadini; ammonimento a tutte le parti politiche, perché nessuna si illuda di "trarne vantaggio"; allarme per la "tenuta" dello stesso sistema democratico. È dunque una questione di democrazia, quella che pone il Presidente. Potremmo dire che siamo davanti al rischio conclamato di una regressione democratica.
Guidando il Paese, la sinistra porta la responsabilità principale di questo disincanto, di cui la legge finanziaria è il detonatore, mentre l´impopolarità del governo rischia di essere la nuova cifra del rapporto tra i cittadini e lo Stato, tornato Palazzo trent´anni dopo. La Finanziaria ha senz´altro un elemento di rigore positivo. Ma il senso generale che si è depositato nel Paese è fortemente negativo, e questa negatività che separa Stato e cittadini sovraesponendo la leva delle tasse è il nocciolo della questione politica di oggi.
La destra sbaglia però cercando un lucro immediato di questa crisi. Nella distanza tra Stato e cittadini, nel disincanto, persino nella protesta che Berlusconi ha portato in piazza c´è, evidente, qualcosa di più generale, di sistemico, che intacca le istituzioni e corrode lo stesso discorso pubblico, senza distinzioni.
È la fine di ogni intermediazione riconosciuta e accettata, sia di tipo organizzativo sia di sistema culturale, che genera solitudine politica. Ed è la percezione di un mancato riconoscimento di pezzi di società ribelli ad un modello concertativo asfittico, se pensa di racchiudere l´Italia del nuovo secolo in un accordo con Montezemolo ed Epifani. È, ancora, la coscienza di un´esclusione dalla dimensione primaria della politica, perché la partecipazione semplicemente non è prevista, a destra come a sinistra: e la campana di Mirafiori suona per tutti, come richiesta estrema, finale di rappresentanza.
La differenza tra destra e sinistra è che Berlusconi può fingere di interpretare il risentimento democratico come politica, perché in realtà l´antipolitica è una forma di espressione primaria del populismo, mentre Prodi non può. Lui e i leader della sinistra devono giocare il tutto per tutto puntando subito sulla carta del partito democratico come apriscatole di un sistema bloccato, come nuovo linguaggio politico, baricentro di una cultura di riforme che oggi l´Unione non ha. Non c´è un´altra strada.
I giornali vogliono vivere: 3 giorni di sciopero
Roberto Monteforte su l'Unità
Cinque giorni senza informazione. Questo sarà un Natale povero di una merce preziosa per la democrazia. Dal 21 al 23 dicembre tre giorni di sciopero indetti dalla Fnsi che si aggiungono alle festività natalizie. Scontro senza precedenti quello che contrappone editori a giornalisti, durissimo e senza precedenti. Oramai si è arrivati al 662° giorno senza contratto. Già 13 sono state le giornate di sciopero dei giornalisti. Sino a quello dei giornali senza firme, anonimi, come pure i servizi radio televisivi. In ballo non vi è tanto la parte economica, ma un modo diverso di pensare e realizzare il lavoro giornalistico nella carta stampata, nelle radio e televisioni, nell'informazione on line e via Internet. La parola d'ordine degli editori è "flessibilità". Che è molto vicina a precarietà ed ha l'effetto di mettere in discussione l'autonomia delle redazioni dai poteri forti. Uno scontro nella sostanza politico. Lo si è visto ieri alla Commissione Cultura della Camera. Il presidente Pietro Folena ha invitato le parti a far sentire le rispettive ragioni. È stato chiarissimo il presidente della Fieg, Boris Biancheri. "Se apriamo la trattativa e si rompe - minaccia- salta il contratto nazionale". "La situazione dell'editoria - aggiunge - è paragonabile a quella dell'Alitalia di dieci anni fa". Quindi "o il settore si ristruttura e si trovano le basi anche contrattuali per farlo, altrimenti nel giro di 5-6-7-8-9 anni, senza provvedimenti seri, rischia di finire a rischio chiusura". La sua conclusione? Ci si siede al "tavolo" solo quando si è sicuri di chiudere. Afferma di volere evitare questo rischio. Banchieri spiega pure il suo parallelo tra editoria e crisi della "compagnia di bandiera": gli effetti della concorrenza delle compagnie low cost è simile a quelli di Internet e della free press. "Negli ultimi anni - ha osservato - una mano al settore l'hanno data i prodotti collaterali, che però quest'anno hanno conosciuto una caduta verticale". Parole che non sono proprio piaciute al sindacato.
"La dichiarazione odierna di Biancheri che in assenza di trattative c'è il rischio che salti l'intero contratto nazionale è di estrema gravità" commenta il segretario nazionale della Fnsi, Paolo Serventi Longhi. Di questo, aggiunge "gli editori se ne assumono la piena responsabilità". Contesta la rappresentazione data del settore: "Non è al collasso" e comunque "non è tale da determinare il tracollo in cinque o sei anni". "Tutti i grandi gruppi hanno attivi plurimiliardari di bilancio. Le difficoltà riguardano piuttosto i piccoli editori, i giornali politici, di movimento, di idee". Sottolinea le condizioni che potrebbero favorire un accordo: gli aumenti del mercato pubblicitario e la disponibilità del governo a riequilibrare la distribuzione della pubblicità tra stampa e tv. Poi la riforma dell'editoria in elaborazione. "È il momento di trattare, discutere, affrontare i problemi concreti - afferma Serventi - come la flessibilità, le retribuzioni, l'organizzazione del lavoro nelle redazioni". Regolarizzare anche il precariato e il lavoro nero sempre più diffuso nelle redazioni. Ma questa sembra essere argomento tabù per gli editori. "Il sogno della Fieg è fare i giornali non più senza giornalisti, ma senza contratto" commenta Franco Siddi, presidente Fnsi.
Il quadro è preoccupante anche per il governo. Lo ha ribadito il sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega per l'Editoria, Ricardo Franco Levi. "Gli scioperi vogliono dire dolore e sofferenza per i lavoratori e le imprese e l'informazione che viene a mancare costituisce un problema per la democrazia". Il governo "non ha strumenti" per costringere le parti a riaprire il tavolo. Ma, assicura Levi, non rinuncerà ad esercitare la sua "opera di pressione perché le parti accettino di negoziare". Per ora vi sono tre giorni di sciopero. La giunta Fnsi si riunirà ai primi di gennaio per decidere le nuove azioni di lotta.
Senza Veronica
Alessandra Longo su la Repubblica
Dov´era Veronica? Perché non ha assistito il marito a Cleveland nei giorni critici dell´operazione? Tra le tante mail del popolo azzurro, diffuse dal sito di Forza Italia, spunta, inattesa, la critica alla moglie di Silvio Berlusconi. Sotto il titolo "A Veronica B. ", ecco la nota di rimprovero di un militante: "Io non sono Silvio e non posso dare a mia moglie quanto lui può dare a lei, signora, ma quando sono andato a New York per una visita cardiologica, mia moglie era con me perché mi ama". Toni perentori, poco importa se, accanto al leader, c´era Eleonora, la figlia che vive in America.
Per alcuni estimatori del Cavaliere circostanze come queste richiedono la presenza stabile del consorte al capezzale. Senza nessun dubbio di violare la privacy altrui, tale Nino redarguisce severo la signora Berlusconi, normalmente molto apprezzata per la sua discrezione: "Per fortuna il 50 per cento degli italiani amano Silvio, altrimenti si sentirebbe solo. Peccato che lei non partecipi, forse lui meritava di meglio". Proprio per non finire da maleducato, seguono freddi "auguri per Natale e l´Anno Nuovo".
Scoperti 7000 evasori totali
Toni Fontana su l'Unità
La lotta all'evasione sta dando i suoi frutti. In seguito ai controlli effettuati dalla Guardia di Finanza negli ultimi 11 mesi sono entrati nelle casse dello Stato 15,3 miliardi di euro, una somma che corrisponde a più di un punto del Pil. Questo è il dato più rilevante tra quelli emersi ieri nel corso del tradizionale incontro di fine anno con la stampa che si è svolto a Roma nella caserma Piave sede del comando delle Fiamme Gialle. Dopo aver snocciolato per quasi un'ora una selva di dati, il generale Roberto Speciale, comandante della Guardia di Finanza, ha assicurato che, anche nel 2007, le Fiamme Gialle "in conformità con la strategia del governo" e le indicazioni del Parlamento, concentreranno "tutti i servizi di polizia economica e finanziaria su due obiettivi di massima priorità: la lotta all'evasione fiscale e la criminalità economica". I controlli - ha detto il capo delle Fiamme Gialle "aumenteranno". I dati più eclatanti tra quelli illustrati riguardano infatti ancora una volta l'evasione fiscale: nel 2006 la Finanza ha infatti recuperato 15,3 miliardi di euro, cioè più di un punto del Pil (14,8 miliardi). Questo dato "è in linea" con quello dello scorso anno e, per il futuro, Speciale annuncia che "i controlli saranno aumentati in modo da rafforzare la presenza ispettiva e la capacità di intercettare i fenomeni più gravi di evasione e di frode".
Se infatti balza agli occhi l'enorme somma recuperata e pur vero che, come ha spiegato il generale Giuseppe Vicarolo, secondo le più recenti stime Istat "l'economia sommersa ha in Italia uno spessore oscillante tra il 16,6% e il 17,7% del Pil", ed il valore aggiunto che sfugge alla tassazione "risulta compreso tra i 230 ed i 246 miliardi di euro". Il lavoro per le Fiamme Gialle dunque non manca anche perché negli ultimi 11 mesi sono stati scoperti ben 6950 evasori totali che, complessivamente, avevano sottratto al fisco 7,5 miliardi. Lo scorso anno erano stati scoperti 6893 evasori. L'ampiezza del sommerso è dimostrata anche dal fatto che nello stesso periodo nei cantieri e nelle aziende sono stati scoperti ben 28mila lavoratori in nero o comunque irregolari. Cresce anche del 40% l'Iva evasa nel corso del 2006.
L'evasione non è tuttavia l'unica voce, nel bilancio della Guardia di Finanza, che desta preoccupazione. Le frodi al sistema sanitario ad esempio sono aumentare del 70% rispetto al 2005.
Nell'analisi della Guardia di Finanza, come ha fatto notare il generale Giuseppe Vicarolo - trova anche conferma il fatto che il nostro paese è "tra quelli leader nella produzione e nel consumo di merci falsificate con un giro di affari di 3,5 miliari di euro". Impressionante la mole di materiali e merci che sono stare sequestrate: 88,8 milioni di articoli contraffatti e lo "sviluppo" nel settore è confermato anche dal fatto che i sequestri sono aumentati del 28% rispetto allo scorso anno. L'arresto di 446 persone, 116 delle quali ancora in stato di arresto, dimostra che un'altra piaga, quella dell'usura, non è stata sradicata e che quanto emerge è solo una parte del fenomeno. Giochi e scommesse clandestine appaiono in grande aumento. Secondo i dati diffusi ieri nel corso del 2006 sono state sequestrate ad esempio dalle Fiamme Gialle ben 13.600 slot machine irregolari con un aumento del 95,1% rispetto allo scorso anno (6970). In aumento anche l'attività dei contrabbandieri di sigarette. L'attività di repressione registra un aumento del 108% rispetto al 2005. Quest'anno i finanzieri hanno sequestrato 170 tonnellate di sigarette.
Il Natale in Italia non ha nemici, solo disertori
Beppe Severgnini sul Corriere della Sera
H o controllato le email e i biglietti d'auguri provenienti dalla Gran Bretagna e dagli USA: i Merry Christmas sono quasi scomparsi. Le nuove espressioni tuttofare sono Holidays (vacanze) e Season (stagione) ( Happy Holidays! Holiday Greetings! Season's Greetings! etc). Quella che sta per iniziare, in sostanza, sarebbe solo una vacanza stagionale, magari più lunga delle altre. Si spera anche più serena, ma non è detto.
Non è il caso di farne una questione teologica, anche perché Magdi Allam ha già spiegato sul Corriere che non esiste un'ostilità islamica verso il Natale, anzi: il Corano (Sura III 45-46) parla di "Gesù figlio di Maria, eminente in questo mondo e nell'altro e uno dei più vicini a Dio. Egli parlerà agli uomini dalla culla come un adulto, e sarà dei Buoni". Conferma il mio tonitruante parroco, Emilio Lingiardi, frequentatore della Terra Santa: MAI avuto contestazioni al presepe, in Palestina. In Italia, ultimamente, sì. Io dico: fossero contestazioni. Ci sarebbe da discutere, e si capirebbe che il problema non esiste. La nostra è invece cautela pelosa, indifferenza spongiforme che assorbe tradizioni e gesti. Peccato, perché il presepe è bello e fa bene.
Nessuno, in famiglia, si sente disturbato se amici ebrei festeggiano Passover, o amici arabi osservano il Ramadan. Non è tolleranza: è rispetto, magari curiosità affettuosa.
Al mondo c'è però gente che vuol litigare a tutti i costi: ma oggi quattro giorni a Natale facciamo finta di non sentirla. Parliamo invece di chi rimuove, glissa, evita, si nasconde dietro ipocrisie verbali. Di nuovo: non è il caso di farne una tragedia, com'è accaduto negli USA nel 2005, dopo che alcuni grandi magazzini (Target, Wal-Mart, Kmart, Sears) avevano sostituito "Merry Christmas" con "Happy Holidays" nelle decorazioni natalizie, scatenando le ire di Tim O'Reilly, populista astuto di Fox TV e autore del bestseller "Culture Warrior" (Guerriero Culturale).
L'Italia è meglio? Non sono sicuro. Nel mondo anglosassone, le scelta di rinunciare a "riferimenti natalizi potenzialmente offensivi" è dichiarata, pubblica, motivata con le necessità del multiculturalismo. Giusta o sbagliata per me, è sbagliata la decisione viene difesa in nome della "correttezza politica". In Italia, tutto avviene silenziosamente. Sì, nelle scuole di Bolzano, stanchi di litigare su italiano e tedesco, hanno spostato il tiro sul bue e l'asinello. Ma la sfida non è quella. E' invece nel disinteresse, nella noia, nella mancanza di gioia. In Italia il Natale non ha nemici: solo disertori. Molti di noi sono ormai "equilibristi in bilico sul fine settimana", come cantava il profetico Sergio Caputo ("Un sabato italiano"). Il Natale è troppo impegnativo: troppo lungo, troppo pesante, troppo significativo. Troppo pieno di ricordi, di rendiconti, di regali obbligatori, di famiglie facoltative, di decisioni.
Come reagire? Un frequentatore di Italians, Michele Travierso, pendolare tra Milano e Shanghai, scrive: "Continuerò imperterrito a fare gli auguri di Natale, anche agli amici americani, che rimangono spesso un po' basiti...". Bravo. Facciamolo pure noi, tra di noi, senza timori, anzi con un sorriso. Perciò, BUON NATALE a tutti dal vostro columnist del giovedì, ormai vicino a un compleanno pesante (la prossima rubrica sarà firmata da un cinquantenne, un'età in cui edifici e individui iniziano a diventare storici; dite che devo pensare al restauro, o basta aggiornare la fotografia?).
Il fantasma dell'escalation
Vittorio Zucconi su la Repubblica
Di nuovo, quarant´anni dopo il Vietnam, la frustrazione porta all´escalation. La guerra che in ottobre Bush stava - ci assicurò offeso - "assolutamente vincendo" diventa, appena due mesi e una batosta elettorale più tardi, la guerra che "non stiamo vincendo, ma non stiamo neanche perdendo".
Qualcosa dunque di surreale, di tragico e di indefinito che vive nel limbo della disperazione impotente di un uomo che annaspa sotto l´ombra del Vietnam. E che, esattamente come i suoi predecessori nei momenti più bui di quell´altra guerra perduta, egli vuole esorcizzare ricorrendo alla trappola "escalation", all´aumento del numero di soldati, per rincorrere la chimera di una vittoria che neppure i suoi generali riescono più a definire che cosa sia.
La conferenza stampa di Natale, che George Bush ha organizzato in fretta, prima di sfuggire all´assedio politico della capitale e rinchiudersi nel ranch texano con la moglie Laura convalescente dall´asportazione di un tumore alla pelle, voleva essere una risposta allo shock dell´intervista concessa martedì al Washington Post, nella quale, per la prima volta, la giaculatoria dello "stiamo vicendo" era divenuta l´ammissione già fatta dal nuovo ministro della difesa Gates davanti al Senato, che gli Usa non stanno vincendo affatto. E dopo quasi quattro anni, tremila caduti, 20 mila feriti e 600 miliardi di dollari fuori bilancio federale bruciati (una cifra pari a 12 "manovre" della Finanziaria italiana) al massimo il Team Usa può vantare un pareggio.
Nonostante lo sprezzo e l´arroganza con la quale il presidente ha licenziato il rapporto Baker-Hamilton e la sua spietata analisi della guerra, qualche scheggia di realtà è penetrata nella corazza ideologica di questa Casa Bianca.
Sia l´intervista al Post che la conferenza stampa di ieri contengono quegli elementi di ammissione, non ancora di realismo, che per tre anni e nove mesi sono completamente mancati nel piccolo mondo di ideologi dei quali Bush si era circondato. "Sto studiando una nuova strategia per la vittoria", ha ripetuto il presidente, nella evidente conferma che, dal marzo del 2003, la strategia seguita non ha funzionato.
Ma per questa "nuova strategia per una vittoria", che deve escludere ogni contatto ufficiale con i veri avversari, l´Iran e la Siria, definita come un Iraq "stabile e capace di autogovernarsi", sono necessarie più truppe, più "boots on the ground", più stivali sul terreno, allo scopo di controllare almeno la capitale Bagdad e creare l´impressione che l´ordine pre bellico sia tornato in Iraq. Ma queste truppe aggiuntive, calcolate in 30 o 50 mila oltre le 150 mila già al fronte, non ci sono, in un esercito americano che l´ex capo di stato maggiore Powell definisce "pezzi" e anche i generali in servizio sanno essere "troppo stressata". Occorre dunque, per permettere la mini escalation sognata da Bush e teorizzata dagli ideologi che hanno sbagliato ogni previsione ma oggi giurano di avere finalmente la formula vincente, aumentare gli organici complessivi delle forze armate, reclutare almeno altri 100 mila soldati volontari ai 650 mila che oggi compongono l´esercito e i marines.
E´ quindi una piccola "corsa al riarmo", un´escalation in chiave minore, quella che il Bush della disperazione oggi chiede al Congresso, secondo il modello della Guerra Fredda che lui ha citato a parallelo della sua "Guerra al Terrore", che è "la battaglia ideologica fondamentale che attende questa e le prossime generazioni".
E qui, cade la mosca nella minestra dei progetti per l´ultima carica, la surge, che Bush proporrà a un´America ormai disillusa e scettica, al ritorno dalla sua fuga in Texas. Nella minestra dei sogni di Bush, c´è il Congresso, quella Camera oggi in mani democratiche che dovrà digerire e approvare i costi astronomici anche del "mini riarmo" richiesto, del primo aumento di organici militare in 15 anni, dalla grande smobilitazione ordinata da Bush padre e poi proseguita da Clinton, dopo il collasso dell´Unione Sovietica nel 1991.
Il Pentagono ha già chiesto 100 miliardi di dollari di finanziamenti supplementari fuori bilancio per Iraq e Afghanistan, da sommare agli oltre 550 miliardi di budget ufficiale per la Difesa e la Camera, che non ha il potere di determinare il corso della strategia nazionale, tiene tuttavia le chiavi del forziere federale. Mentre Bush dolorosamente, pubblicamente comincia a scendere a patti con la realtà di una strategia fallita, l´ufficio della contabilità generale dello stato, il Gao, calcola che i 100 miliardi supplementari, dopo i 500 già spesi, porteranno il costo della "guerra che non stiamo vincendo" oltre il conto finale dei 15 anni di guerra in Vietnam, 589 miliardi in dollari di oggi. Bush promette una guerra di generazioni. I nuovi leader del Parlamento, i democratici, sono disposti ad accettare al massimo altri sei mesi. Poi, come nel 1973 in Vietnam, la flebo dei dollari buttati nella sabbia della Mesopotamia, sarà staccata.
Ma l'ultima carta è lasciare Bagdad
Charles Kupchan sul Corriere della Sera
La politica americana sull'Iraq è paralizzata. La tanto attesa relazione della Commissione di studio Baker-Hamilton ha annunciato che la situazione in Iraq è "grave e in via di peggioramento". La Commissione bipartisan auspica interventi urgenti per addestrare le truppe irachene e invitare alla collaborazione i paesi confinanti, misure, queste, che consentirebbero al grosso delle truppe USA di lasciare l'Iraq entro il 2008. Nel frattempo, però, i consiglieri di Bush suggeriscono la strategia opposta: aumentare le forze americane a Bagdad per soffocare la violenza settaria e respingere qualsiasi apertura al dialogo con Iran e Siria.
La paralisi di Washington si spiega con il fatto che l'amministrazione Bush non vuole ancora affrontare la drammatica realtà, ovvero che la capacità degli Stati Uniti e del governo iracheno di controllare gli avvenimenti sul campo va scemando. Difatti tutti gli indicatori sono negativi: gli attentati mortali si susseguono e i rifornimenti di armi e denaro, a disposizione dei ribelli, non danno segno di diminuire. Non esistono segnali positivi a suggerire che con maggior tempo a disposizione o un incremento nel numero dei soldati queste tendenze saranno rovesciate. In parole crude, l'obiettivo di portare stabilità e democrazia in Iraq in un lasso di tempo ragionevole si sta dimostrando del tutto illusorio.
Questo stato di cose esige che gli Stati Uniti abbandonino il progetto di costruire un Iraq democratico a favore di una strategia, basata sul contenimento dei danni e delle perdite, che punta a due obiettivi vitali ancora a portata di mano. Innanzitutto, anziché intervenire nella guerra civile irachena, le forze USA dovrebbero dedicarsi alla repressione della violenza settaria in aree predefinite. Secondo, Washington dovrebbe sollecitare interventi diplomatici per impedire il diffondersi del conflitto a livello regionale, piuttosto che negoziare un accordo politico negli affari interni iracheni. Questi obiettivi saranno più facilmente raggiungibili se Washington riuscirà a impostare un rapporto costruttivo con Teheran.
Se l'esercito americano dovesse rinunciare a ogni intervento nella guerra civile, per dedicarsi al contenimento della violenza, la maggioranza delle truppe americane potrebbe lasciare Bagdad e altre aree urbane sconvolte dal conflitto settario. Le truppe restanti sarebbero impiegate per isolare le zone di conflitto, bloccando l'afflusso di armi e combattenti verso queste città e fornendo scorte di protezione ai civili, per avviarli verso regioni tranquille. Le forze americane continuerebbero inoltre ad addestrare l'esercito iracheno e a intensificare la lotta contro le cellule di al-Qaeda. Certo, un ritiro americano scaglionato da Bagdad e da altre città martoriate dalla guerra potrebbe causare addirittura un inasprimento della violenza settaria. Alla luce delle difficoltà già incontrate nell'addestramento delle forze irachene, nemmeno un periodo di formazione allargato e accelerato sarebbe in grado di fornire all'esercito iracheno le competenze necessarie a reprimere la violenza. Per quanto triste da constatare, sta di fatto che con molta probabilità i protagonisti del conflitto non saranno pronti ad alcun accordo politico finché non avranno raggiunto un equilibrio militare. Ma questa scelta deve restare in mano irachena.
Per incoraggiare il negoziato politico, Washington farebbe bene a cercare la collaborazione di Teheran per riportare sotto controllo le milizie sciite. Alla luce dell'influsso esercitato da Teheran su queste milizie, le pressioni iraniane potrebbero rivelarsi determinanti. Inoltre l'Iran condivide con gli Stati Uniti l'obiettivo di assicurare stabilità all'Iraq, sotto la guida della maggioranza sciita. E i timori di Washington, ovvero che l'Iraq rischia di diventare uno stato satellite dell'Iran, sono certamente esagerati. Dopo decenni di oppressione e umiliazioni, gli sciiti iracheni non hanno alcun interesse a farsi manovrare da Teheran.
Sarà inoltre necessario far scendere in campo la diplomazia regionale per impedire che il caos iracheno si propaghi ai paesi confinanti. L'Iran e la Siria possono fare molto per bloccare l'afflusso di combattenti, denaro e armi verso l'Iraq. Tutti i vicini dell'Iraq dovrebbero firmare un trattato per escludere l'intervento armato, allontanando i timori di una frammentazione territoriale dell'Iraq. La questione cruciale resta, a quali scopi Teheran deciderà di sfruttare la sua influenza. Se non ci sono garanzie che Teheran sia disposta a ricambiare l'apertura diplomatica di Washington, gli Stati Uniti hanno pur sempre tutto da guadagnare se vorranno aprire la porta al dialogo. Semmai, coinvolgere l'Iran resta una delle poche opzioni realistiche ancora disponibili a Washington per tentare di salvare in extremis l'Iraq. Si potrebbe addirittura ipotizzare che una collaborazione USA-Iran sull'Iraq getti le basi di una fiducia reciproca, indispensabile per risolvere il confronto in atto sul programma nucleare iraniano.
21 dicembre 2006