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sulla stampa
a cura di G.C. - 20 dicembre 2006


Una flebo di entusiasmo
Moni Ovadia su
l'Unità

Il governo dell'Unione presieduto da Romano Prodi, l'ho votato e sostenuto consapevolmente. Ogni volta che in televisione sento parlare un esponente del centrodestra, mi sento di riconfermare la mia scelta. Ciò non significa che l'azione di governo nel suo insieme e nei singoli provvedimenti mi trovi sempre d'accordo e non mi susciti talora profonde inquietudini. Questo esecutivo è in carica da poco più di sei mesi pertanto i risultati del suo lavoro non possono essere seriamente giudicati
Per esprimere un giudizio, ritengo che sia giusto concedere al premier e alla sua squadra, almeno un periodo di un paio d'anni. Ciò detto, è lecito tuttavia fare riflessioni critiche sulle carenze, le litigiosità e le lacune mostrate dal governo e dai partiti che lo sostengono.
Al di là dei singoli provvedimenti, sembra essere debole il piano strategico e permane una strutturale incapacità ad esprimerlo con chiarezza e con convinzione. La ragione fondamentale di tale assenza e dell'incapacità ad esprimere una visione di largo respiro, è eminentemente culturale. Senza un progetto culturale sentito e articolato, che conferisca senso vitale ed emotivo all'operato del governare e alle sue fattispecie pratiche, si perde consenso e si è costretti a giocare di rimessa. È offensivo dire agli italiani che la medicina è amara e bisogna berla come se fossero dei bambini, se non si inserisce la metafora della medicina cattiva ma salutare in un orizzonte più vasto che rappresenti un futuro realistico ma anche entusiasmante. Il Paese è stato intossicato dai falsi sogni di un imbonitore truffaldino, da anni di sottocultura berlusconiana a cui si è lasciato campo libero per imperversare nei media. Questa tossicosi ha corrotto il modo di pensare di vaste aree della nostra società. La terapia non può essere topica o palliativa, deve essere radicale. È urgente cambiare registro in ogni campo. È necessario avviare un'azione culturale profonda e di lungo respiro e questo vale per l'economia come per le comunicazioni, per l'istruzione come per la sanità, per i diritti come per i consumi, rendendosi conto con rigore che il tempo della politica come starnazzìo da pollaio televisivo, deve essere messa in liquidazione.



Fassino: il governo è in affanno
Massimo Franco sul
Corriere della Sera

Qualche scricchiolìo lo avverte anche lui. E il primo è sul fronte del governo. "Credo che l'affanno del governo renda più difficile la costruzione del Partito democratico, e non viceversa", ammette Piero Fassino, segretario dei Ds. Il secondo attraversa l'Unione, ed è altrettanto scivoloso. "Costruire il Pd è più faticoso quando qualcuno esaspera ogni giorno i temi etici", sottolinea. "È stato il terreno sul quale il Pd ha marcato le maggiori difficoltà. Se Arturo Parisi ci avesse dato una mano... Invece, non gli ho mai sentito dire una parola". Eppure, Fassino sembra convinto che l'operazione possa riuscire. Per lui, il Pd "deve" nascere: "Altrimenti rischiamo di precipitare in una crisi di sistema".
Non si sente un po' più solo di qualche settimana fa?
"No, perché dovunque vado trovo partecipazione, interesse e disponibilità. Continuo a percepire una spinta a costruire il Pd, e a farlo nel modo più efficace".
Nonostante quello che dice Parisi?
"Guardi, il meglio è spesso nemico del bene. E le fughe in avanti rischiano di farci smarrire la strada. La nascita di un partito non può essere un atto solitario di volontà. Io non faccio il predicatore: sono segretario di una forza con oltre 6 milioni di voti. E voglio portarli tutti nel Pd; e con loro altri elettori che non sono nei partiti".
Se dovesse scegliere? Sarebbe più importante l'unità interna dei Ds o il Pd?
"Lavoro per portare tutti i diessini nel Pd: separarsi sarebbe insensato. E ho l'impressione che questo dibattito sia già datato: la quasi totalità degli iscritti diessini sono contro la scissione. Dunque, non sono frenato da questo. Veniamo da cent'anni di storia della sinistra, durante i quali si pensava che i problemi si risolvessero separandoci. Invece la divisione ci ha portato solo delusioni e sconfitte".
Eppure qualche alleato ritiene che voi freniate perché temete la spaccatura.
"Mi sembra un errore ritenere che esistano pochi illuminati che vogliono fare il nuovo partito, mentre noi diessini saremmo i frenatori. Ricordo che siamo stati noi a puntare su questo soggetto con Prodi, nel 2003; ad avere voluto la lista dell'Ulivo alle europee nel 2004; e ad avere insistito per la lista "Uniti per l'Ulivo", nonostante altri non la volessero alle regionali del 2005 e alle politiche. E siamo quelli che hanno creduto di più nelle primarie, garantendone il successo".
Insomma, è sempre convinto che all'Unione serva il Pd.
"Serve al Paese. C'è una disaffezione crescente verso la politica. E c'è una nostalgia palpabile del sistema proporzionale. Il Pd è necessario per evitare questa deriva e una crisi del sistema. Ci sono momenti in cui una nazione è chiamata a interrogarsi su se stessa. Penso alla Spagna postfranchista, alla Germania dopo la caduta del Muro di Berlino, e alla Francia tra Quarta e Quinta Repubblica. Ecco, l'Italia è ad un passaggio non meno decisivo. Deve sapere dove si colloca in Europa e nel mondo; ricostruire la competitività economica, la coesione sociale e la stessa identità nazionale: pochi anni fa si parlava di secessione. Il Pd serve a guidare questa fase; e a vincere una scommessa che la destra ha tentato, e perso".

Non teme che alla fine possa nascere fuori e quasi contro i partiti, attraverso una sorta di primarie?
"Non credo alle scorciatoie plebiscitarie per costruire il Pd. Contrapporre società e partiti è un falso dilemma. Chiederò che nello statuto siano previste in modo vincolante le primarie sulle candidature; che si facciano dei referendum per consultare gli iscritti sui grandi temi; e che i dirigenti siano eletti a voto segreto e con un termine al mandato. Ma queste cose le fa un partito, non un movimento d'opinione: un partito con radici robuste e organizzazione capillare; e che fa attività elettorale tutto l'anno".
Che il progetto sia in affanno, però, è un fatto. Come lo è l'affanno del governo. Influisce di più in negativo il primo o il secondo?
"L'affanno del governo rende più difficile la costruzione del Pd, e non viceversa. Non lo dico per scaricare le colpe, ma la fatica della quotidianità pesa sui progetti di lungo periodo. Credo anche che la Finanziaria sia giusta negli obiettivi, nell'impostazione e nelle scelte. Deve cancellare i cinque anni ereditati dal governo Berlusconi, rimettendo in moto la crescita, riducendo deficit e debito, e dando certezze alle famiglie".
La Confindustria è meno ottimista di lei.
"Invece credo che il tasso di crescita si avvicinerà a una soglia fra l'1,5 e il 2 per cento, e il deficit sarà sotto il 3. Poi vedremo".
È stato sorpreso da quello che il ministro Padoa- Schioppa ha chiamato l'attacco del "partito" confindustriale?
"Non vedo un partito della Confindustria. Mi pare invece che fra gli imprenditori ci sia una sottovalutazione degli effetti benefici della Finanziaria sugli investimenti, sia per le imprese sia per le infrastrutture. Ma è vero che c'è stato un limite del governo e dell'Unione. E il limite di comunicazione è stato figlio di quello vero: non aver saputo costruire una "condivisione" delle scelte. C'è un filo che lega il disagio degli operai di Mirafiori, gli artigiani di Venezia e i ricercatori universitari: non si sono sentiti riconosciuti".
Glielo ha confermato il suo giro nel Nord?
"Mi ha confermato che anche lì dove il cuore batte a destra, è importante riconoscere gli interlocutori. Per un mondo delle imprese misconosciuto dal governo, 3 punti di cuneo fiscale sono nulla: e non ne basterebbero nemmeno 100. Ma se li riconosci, ne bastano anche meno".
A Palazzo Chigi, a molti fischieranno le orecchie.
"Non fischio falli a nessuno. I Ds sono il primo partito del governo. Si sentono corresponsabili, e sono altrettanto leali. Ma andiamo verso una fase non meno complicata della Finanziaria. Prodi e Padoa- Schioppa annunciano riforme impegnative. O ci poniamo l'obiettivo di una condivisione delle scelte, o anche le cose più giuste non saranno percepite come tali".

Eppure rimangono contrasti profondi con alcuni alleati.
"Certo, costruire il Pd è un'impresa più difficile quando qualcuno ogni giorno esaspera i temi etici".
Allude ad una parte della Margherita?
"Si sa di chi parlo. E noi diessini cerchiamo soluzioni condivise, non lacerazioni. Se Parisi desse una mano su questo... Invece non l'ho mai sentito dire una parola".
Esiste anche una politica dei silenzi.
"In certi casi è dannosa. Se c'è un terreno su cui il Pd ha marcato le maggiori difficoltà, è quello dei temi etici. Ed è responsabilità di quanti credono nel Pd cercare un terreno di incontro".
Non può aver pesato anche il fatto che parte della sinistra non ha mai digerito la sconfitta referendaria del 2005?
"Quella sconfitta in realtà era maturata prima: nell'impossibilità, e molto per responsabilità della destra, di trovare in Parlamento un compromesso ragionevole. Il referendum sulla fecondazione assistita l'ho sostenuto e mi sono speso più di altri. Ma questa vicenda ci dice che su temi delicati sul piano etico, laicità non è piantare bandiere ideologiche, ma far prevalere le capacità di ascolto delle ragioni altrui e trovare soluzioni condivise. Per questo, ad esempio, mi batterò per la legge sulle coppie di fatto. Ma cercherò un consenso più largo possibile, nell'interesse del Paese. Forzare è sempre sbagliato sia che lo faccia la Binetti, sia qualche esponente della sinistra".
Ritiene ci sia un'ingerenza della Chiesa?
"Non ho mai capito la denuncia di un'ingerenza: è priva di senso per chi ha una cultura liberale. Non chiedo mai ad un altro di tacere, né cerco di inibire un pensiero. Non lo chiedo, né voglio mi si chieda. Ma so che il punto di vista dello Stato e della fede sono diversi, e che devo tenere conto dell'aspetto religioso: soprattutto in un Paese come il nostro a grande maggioranza cattolica. È così che si possono evitare le lacerazioni".
La accuseranno di minare la laicità dello Stato.
"Al contrario, la sto esaltando: per me, la laicità è la capacità di far convivere una pluralità di opzioni, di perseguire soluzioni condivise che riconoscano la libertà dei cittadini. Senza forzature che il più delle volte sono strumentali e possono rivelarsi pericolosi boomerang".


Le lacrime di Montezemolo
Nicola Cacace su
l'Unità

La replica di Padoa-Schioppa ("in questa vicenda vi siete comportati più come un partito") alle previsioni di Confindustria ("nel 2007 avremo 0,3 punti percentuali di Pil in meno per effetto della Finanziaria") è una reazione dura ma giusta alla strategia con cui l'associazione dei grandi industriali ha accompagnato il cammino della Finanziaria. Sin dal decreto di liberalizzazione Bersani e la prima versione della manovra, il quotidiano di Confindustria si è schierato contro.
Sul "Sole 24 Ore", infatti, comparivano editoriali del tipo “Ceto medio incompreso”, “Aumentare le tasse fa bene a chi non le paga”, “Governo prigioniero e miope”, “Incapacità di tagliare la spesa”, “Tassisti capri espiatori” e così via. Ma era polemica lecita sia pure unidirezionale. Ci può stare in un Paese libero e democratico.
Oggi la Confindustria va oltre. Si chiedono più fatti, non si fanno analisi dei fallimenti passati e si avanzano critiche contraddittorie ("le lobby delle piccole corporazioni ostacolano le riforme") senza ricordare le pressioni anche più forti che la Confindustria ha esercitato per ottenere il vantaggio consistente del cuneo fiscale - 3 punti di Irap in meno - per 5 miliardi di euro, contributo mai ricevuto dalle imprese con precedenti Finanziarie.
La Confindustria critica insieme "il calo di domanda per consumi di famiglie e soprattutto della Pubblica Amministrazione previsto nel 2007" e contemporaneamente "la mancanza di riforme strutturali e di tagli alla Pubblica Amministrazione" che, se fossero stati fatti con l'accetta e non "col cacciavite", come ripete Prodi, avrebbero determinato effetti sui consumi e quindi sulla domanda interna ben più severi.
Non sono del tutto spente nei media critiche “a latere” sonoramente e più volte amplificate da tutti su una possibile Finanziaria ridotta di 15 miliardi. Non basta aver risposto ripetutamente che se si fosse seguita questa via una prima conseguenza sarebbe stata la chiusura di Ferrovie e Autostrade per mancanza di fondi vitali e la morte del “cavallo” di una timida ripresa.
Troppi sono bravi a chiedere e pochi a dare. Invece di proclamare "Produttività vera emergenza" e "Non siamo alla fase uno o due, siamo alla fase zero", il presidente Montezemolo, il vicepresidente Pinin Farina o il loro Ufficio Studi potrebbero spiegarci come e perché, nei 13 anni di moderazione sindacale seguiti all'accordo Ciampi di concertazione del 1993, mentre i salari aumentavano con la sola inflazione e tutti gli aumenti di produttività andavano al capitale, si ebbe il più grande aumento di utili della storia (+12,9% l'anno secondo Mediobanca) ma anche il più lungo periodo di bassi investimenti in macchine e impianti.

Per passare dalle parole ai fatti, come giustamente chiede Montezemolo, gli imprenditori dovranno assumere qualche impegno concreto, per esempio accettare la formula Ciampi ("aumentare utile lordo, investimenti lordi, occupazione e salari a parità di utili unitari") o la formula Cisl di compartecipazione dei lavoratori agli utili d'impresa o altra formula. Come dovrà fare uno sforzo per ridurre incertezza di vita e precarietà di lavoro dei giovani, oggi a livelli incompatibili con la necessaria ripresa della produttività, concordando alcuni miglioramenti della legge 30, cosiddetta “Biagi” (nessuno parla di abolizione), senza alzare muri ideologici come ha fatto sinora. Tertium non datur, se davvero si vuole passare dalle parole ai fatti.


La Mangiagalli e l'ufficio dei volontari
Marina Palmieri su
l'Unità

Al Ministro della Salute Livia Turco

Gentilissimo signor Ministro,
abbiamo appreso dalla stampa che anche la Clinica Mangiagalli di Milano darà spazio a un "Centro di aiuto alla vita" del Movimento per la vita, insediandolo in uno luogo vicino alla segreteria nella quale si programmano le interruzioni di gravidanza che verranno eseguite nella clinica ostetrica secondo le norme della legge 194/78. A nostro avviso questa notizia non può passare sotto silenzio e ci rivolgiamo a Lei per sapere se e come intende intervenire e quale atteggiamento intende assumere in proposito.
La Clinica Mangiagalli è, per molti italiani, una sorta di simbolo, poiché è nelle sue sale operatorie che sono state eseguite le prime interruzioni di gravidanza ai tempi di Seveso e delle intossicazioni da diossina. Lasciare che proprio in quella sede si inseriscano gli uffici del Movimento per la vita equivale ad ammettere che lo Stato ha accettato in silenzio una riforma strisciante della legge 194, del resto già presente nel programma del centro-destra, realizzata anche mediante l'inserimento dei “volontari” del Movimento per la vita nell'iter procedurale che ogni donna deve seguire per legge per poter interrompere una gravidanza.
Questo fatto, insieme ad altri occorsi in varie parti d'Italia, testimonia ancora una volta la sfrontatezza con la quale il Movimento per la vita persevera nel suo tentativo di delegittimare la legge, svuotandola del suo significato sociale e negando gli stessi principi che l'hanno ispirata. Ci sembra che sia giunto il momento di porre fine a questi attacchi, che giudichiamo intollerabili e che hanno potuto godere di complicità e di sostegni politici inaccettabili, in quanto rivolti a delegittimare una legge dello Stato. Per questa ragione ci rivolgiamo a Lei, signor Ministro, per chiederle di intervenire in favore della normale applicazione della legge e della tutela dei diritti fondamentali delle donne.
In Italia l'obiezione di coscienza in questo settore è diventata straordinariamente diffusa e ha ubbidito a sollecitazioni che non sempre hanno a che fare con la difesa dei propri principi morali: a causa di ciò le condizioni di lavoro di molti professionisti sono divenute particolarmente difficili, anche per l'attuazione di politiche chiaramente discriminatorie che penalizzano una parte dei medici non obiettori. La politica di prevenzione dell'aborto prevista dalla legge non tiene in alcun conto i vantaggi che potrebbero derivare da una corretta diffusione delle conoscenze relative alla contraccezione, e si fa strada un'interpretazione molto discutibile del concetto di prevenzione, basata su forti e acritiche pressioni personali rivolte alla dissuasione. Se è vero, come sembra accertato dalle dichiarazioni degli stessi volontari del Movimento per la vita, che è consentito loro "fare di tutto, pur di evitare un aborto", attuando anche comportamenti ai limiti della legge e che violano ogni elementare principio di “privacy”, inserire i loro peculiari “consultori” in tutta prossimità dei luoghi ove si decidono e si programmano le interruzioni di gravidanza rappresenta una inaccettabile violazione dei diritti delle donne ad una autonomia decisionale e un palese attacco alla legge.
Se questo progetto avrà seguito, né deriverà una ingiusta svalutazione del lavoro svolto con fatica e competenza dagli operatori dei consultori, strutture che oltretutto, in questi ultimi anni, sono state progressivamente private delle necessarie risorse e che soffrono da sempre di una grave carenza di personale. Le donne che si rivolgono ai consultori hanno prevalentemente deciso di interrompere la loro gravidanza dopo analisi razionali, consapevoli e sofferte delle loro condizioni: altro è informarle - con discrezione e compassione - circa eventuali scelte alternative, altro è esercitare pressioni improprie e di discutibile legittimità, oltretutto esercitate da parte di persone estranee al mondo sanitario e la cui stessa presenza in un ambiente ospedaliero appare come assolutamente impropria.

Le chiediamo perciò di intervenire, in difesa sia della legalità che dei diritti delle donne, cittadine a pieno titolo, persone razionali e sensibili, capaci di decidere e di assumere la responsabilità delle proprie decisioni anche nelle condizioni di maggior complessità, alle quali deve essere risparmiata l'umiliazione di dover giustificare le proprie scelte davanti a tribunali impropri o anche solo di doverne rifiutare il giudizio: l'autonomia delle persone non può essere violata in nome del principio di sacralità della vita, un principio che non può esercitare alcuna influenza vincolante sulle norme giuridiche e sulla loro applicazione, almeno in un Paese laico.
Per queste ragioni, e in attesa di un Suo illuminante intervento, chiediamo che venga immediatamente bloccato ogni progetto di insediare “consultori” del Movimento per la vita nella Clinica Mangiagalli e in altri Ospedali.
Attendiamo con ansia la Sua risposta e Le inviamo i più cordiali saluti.
Carlo Flamigni, Maurizio Mori, Mariella Immacolato, Patrizia Borsellino, Katia Zanotti, Lalla Trupia, Betti Leone, Elisabetta Calari, Milena Naldi, Siriana Suprani, Maurizia Migliori, Camilla Giunti, Corrado Melega, Demetrio Neri, Teresa Bellanova, Leopoldo Di Girolamo, Marco Fumagalli, Alba Sasso, Amalia Schirlu, Carla Sandirocco,


Anticorruzione, si dimette il capo
Liana Milella su
la Repubblica

ROMA - Lui se ne va sbattendo la porta e annunciando per oggi rivelazioni shock, ma a palazzo Chigi se ne stanno ben zitti perché l´eredità berlusconiana di Gianfranco Tatozzi a capo dell´alto commissariato per la lotta alla corruzione (struttura che dipende dalla presidenza del Consiglio) non l´avevano mai digerita. Anzi, l´avevano sempre trovata decisamente indigesta. Tant´è che, e Tatozzi ne fa l´oggetto di una sua precisa lagnanza, Romano Prodi non lo ha mai ricevuto. Dice proprio così Tatozzi: "Appena si è formato il nuovo governo ho scritto al premier per chiedere di parlargli, ma lui mi ha risposto che non aveva tempo". Il feeling che non c´è mai stato si è interrotto ieri quando Tatozzi ha annunciato le sue "irrevocabili" dimissioni.
Lo spoil system che la maggioranza di centrosinistra avrebbe voluto realizzare era impossibile visto che il contratto stipulato da Berlusconi per Tatozzi scadeva nel 2009. "Se mi avessero chiesto esplicitamente di dimettermi - dice lui - me ne sarei andato perché ho abbastanza senso delle istituzioni per capire quando è tempo di lasciare". Ma quel rifiuto di Prodi non era un segnale significativo e già chiaro? Tatozzi si lagna invece di aver subito "minacce sostanziali", accusa il governo di non voler fare sul serio nella lotta alla corruzione, cita a riprova il comma 1.346 del maxi emendamento alla Finanziaria sulla prescrizione breve per i danni erariali, parla del decreto Bersani che entro il 4 gennaio impone a strutture come la sua un riordino tramite un decreto del presidente della Repubblica. "È una scadenza impossibile da rispettare, e quindi non è altro che un modo silente e surrettizio per cancellare l´alto commissariato".
Ironia della sorte l´unico ministro che Tatozzi cita per la collaborazione è Antonio Di Pietro, con cui dice di vantare addirittura "un ottimo rapporto". Interpellato, Di Pietro se ne sta zitto, ma è un fatto che Tatozzi gli abbia portato un´inchiesta sull´Anas quando ormai non serviva più perché il titolare delle Infrastrutture aveva già fatto piazza pulita.

Chi è il magistrato che il 28 ottobre 2004 è diventato alto commissario? Andando all´indietro eccolo, nel 2001, a fianco del Guardasigilli Roberto Castelli come direttore degli Affari di giustizia di via Arenula, una potente direzione centrale che riunisce affari penali e contenzioso. Vale la pena di spingersi ancora più in là, a quel 1994 quando, con Alfredo Biondi prima e Filippo Mancuso poi ministri della Giustizia, negli anni dello scontro frontale del primo governo Berlusconi contro il pool Mani pulite e contro Di Pietro, Tatozzi si sedette su uno scranno delicatissimo e fu capo di gabinetto. Quella guerra di allora oggi Tatozzi la nega, liquida come "illazioni giornalistiche" le persecuzioni all´ex pm. Quanto alle inchieste contro Di Pietro "Biondi le archiviò". Ma Mancuso le riaprì: "Fu una sua iniziativa, io non c´entro". Esponente dell´ala più conservatrice di Unicost, Tatozzi fu al Csm nell´86 quando lui e la sua corrente decisero che il giudice Giovanni Falcone doveva avere la peggio nello scontro con Antonino Meli. E parte da lì una storia che vede Tatozzi da una parte e la sinistra politica e giudiziaria dall´altra.


Lusinghe e vanità
Beppe Severgnini sul
Corriere della Sera

"Il sistema delle lauree honoris causa s'è imbastardito" tuonava anni fa Fredrick Kelly, presidente dell'American Association of University Administrators (Aaua), attaccando un rito accademico che resisteva dal 1663. "Ormai è una questione di pubbliche relazioni, o una speranza di ricevere vantaggi dal nuovo laureato!".
In Italia non siamo messi meglio.
Lo sa chiunque abbia visto le lunghe liste (e le buffe foto) delle lauree ad honorem (come le chiamiamo noi). Il ministro competente, finalmente, se n'è accorto. Fabio Mussi, titolare dell'Università e della Ricerca, imporrà una stretta per evitare usi impropri. "Considerata la necessità di salvaguardare il prestigio del titolo accademico — si legge in una nota — il ministro ha richiesto agli Atenei l'applicazione di un'accurata valutazione dei soggetti interessati, affinché siano effettivamente in possesso dei requisiti di eccezionalità previsti dalla legge". Come dire: ragazzi, state esagerando.
Sono molti e vari i personaggi italiani che, negli ultimi anni, sono stati omaggiati con una laurea. Valentino Rossi a Urbino, Luigi Ciotti a Foggia, Renzo Arbore a Perugia, Yuri Chechi a Campobasso, Mirella Freni a Pisa, Andrea Camilleri a Milano, Giannola Nonino a Udine: sono solo i primi di moltissimi nomi che sbucano da una ricerca con Google (voci honoris causa e ad honorem, solo pagine in italiano, 517.000 risultati).
Ottime persone, certamente meritevoli. Ma una laurea? Che motivo c'è?
La risposta è facile: la laurea honoris causa rappresenta l'arma letale delle pubbliche relazioni, il metodo infallibile (e gratuito) per lusingare e attirare un personaggio. Invitarlo a tenere una conferenza? Banale. Offrirgli un premio? Ce ne sono talmente tanti, in Italia, che ormai bisogna supplicare i premiati. Ecco, allora, la laurea honoris causa: nessuno rifiuta la foto col tocco e la toga da mettere in ufficio, dopo che è stata pubblicata sul giornale locale.
Il ministro Mussi, quindi, troverà molti ostacoli e pochi alleati. La vanità umana è un carburante potente dovunque; in Italia, è un propellente nucleare.

Come ridimensionare il mercato, allora?
Ci sono due modi. Il primo punta sulla scaramanzia: far notare che le lauree ad honorem
si danno ai defunti (ai vivi vanno, se mai, le lauree honoris causa). Il secondo — più sofisticato — gioca sullo snobismo accademico.
Basterà ricordare che le migliori università americane — tra queste, Stanford e Mit (Massachusetts Institute of Technology) — non conferiscono titoli onorifici: se si vuole una laurea, bisogna sudarsela sui libri e sui computer.
Vedrete: se la voce gira, in Italia diventerà chic non ricevere questi titoli. Dirà il finanziere al regista: "Sai? La celebre università di X mi ha rifiutato la laurea honoris causa! ". Risponderà il regista al finanziere: "Se è per quello, a me è stata negata dalla prestigiosa università Y!". A quel punto i due andranno via a braccetto, sdottorati, orgogliosi e contenti.


L'incubo del secondo olocausto
Benny Morris sul
Corriere della Sera

Il secondo Olocausto non sarà come il primo. Certo, anche i nazisti ordirono uno sterminio di massa. Ma, in qualche modo, avevano un contatto diretto con le vittime. Che disumanizzavano, dopo mesi, anni di atroce degradazione fisica e morale, prima dell'uccisione vera e propria. Ma con cui avevano pur sempre stabilito un contatto fisico: vedevano, sentivano, talvolta toccavano le loro vittime. I tedeschi — e i loro alleati — rastrellavano uomini, donne e bambini, per poi trascinarli e randellarli lungo le strade, freddarli nel bosco più vicino o scaraventarli e stiparli nei vagoni di un treno, da cui iniziava il viaggio verso i campi di sterminio, dove "Il lavoro rende liberi".
Separavano gli individui di costituzione robusta da quelli completamente inutili, che adescavano nelle "docce" attraverso cui veniva pompato il gas; estraevano o presiedevano alla rimozione dei corpi e preparavano, infine, le "docce" per il plotone successivo.
CRISI - Il secondo Olocausto sarà ben diverso. Un bel giorno, tempo cinque o dieci anni, magari nel pieno di una crisi regionale, o quando meno ce lo aspetteremo, un giorno o un anno o cinque anni dopo che l'Iran si sarà dotato della Bomba, i mullah di Qom convocheranno una seduta segreta, sulla quale campeggerà il ritratto dell'ayatollah Khomeini, con i suoi occhi di ghiaccio, per dare il placet al presidente Ahmadinejad, giunto oramai al secondo o al terzo mandato. Tutti i comandi saranno eseguiti, i missili Shihab-3 e 4 saranno lanciati verso Tel Aviv, Beersheba, Haifa, Gerusalemme e, probabilmente, anche contro alcuni campi militari, comprese le sei basi aeree e missilistiche nucleari (o presunte tali) di Israele. Qualche missile sarà dotato di testata nucleare, in qualche caso addirittura multipla. Altri saranno di tipo standard, muniti solamente di agenti chimici o batteriologici, o stipati di vecchi giornali, per scalzare o spiazzare le batterie anti-missilistiche e le unità dell'esercito israeliano.
Per un Paese delle dimensioni e la conformazione di Israele (una striscia di terra oblunga di circa 21 mila chilometri quadrati), quattro o cinque lanci saranno probabilmente sufficienti. E addio Israele. Un milione o più di israeliani, nelle maggiori aree di Tel Aviv, Haifa e Gerusalemme, periranno sul colpo. Milioni saranno gravemente irradiati. Israele conta sette milioni di abitanti circa. Nessun iraniano vedrà né toccherà alcun israeliano. Tutto si svolgerà in modo molto impersonale.
DANNI COLLATERALI - Ci saranno inevitabilmente anche morti di nazionalità araba. Circa 1,3 milioni di abitanti di Israele sono arabi e altri 3,5 milioni vivono nelle aree ancora in parte occupate della Striscia di Gaza e in Cisgiordania. Gerusalemme, Tel Aviv, Jaffa e Haifa contano nutrite minoranze arabe. E attorno a Gerusalemme (vedi El Bireh, vicino a Ramallah, Bir Zeit e Betlemme) e Haifa sorgono vaste aree a densa popolazione araba. Anche qui saranno in moltissimi a morire, sul colpo o poco a poco.
È improbabile che un simile massacro possa turbare Ahmadinejad e i mullah.

Ma un'altra questione potrebbe essere sollevata nel corso di queste consulte: e Gerusalemme? La città, infatti, ospita due dei luoghi più sacri dell'Islam (dopo la Mecca e Medina): le moschee di Al Aqsa e di Omar. Con ogni probabilità, però, la suprema guida spirituale Ali Khamenei e Ahmadinejad darebbero a questa domanda la stessa risposta che sfoggerebbero per il più generale problema della distruzione e dell'inquinamento radioattivo dell'intera Palestina: la città e la terra, per grazia di Dio, in venti, cinquanta anni al massimo torneranno come prima. E saranno restituite all'Islam (e agli arabi). Senza la benché minima traccia di contaminazioni radioattive.
RISCHIO CALCOLATO - A giudicare dai continui riferimenti, da parte di Ahmadinejad, alla Palestina e all'urgenza di distruggere Israele, e dalla negazione, di cui si è fatto portavoce, del primo Olocausto, si direbbe che l'uomo sia ossessionato. Tratto che condivide con i mullah: entrambi vengono dalla scuola di Khomeini, prolifico antisemita noto per le folgori scagliate contro il "piccolo Satana". E a giudicare dal concorso, da lui promosso, per le vignette sulla Shoah, o dalla Conferenza sull'Olocausto (appena conclusasi), emerge un presidente iraniano arso da un vortice di odio profondo (oltreché, naturalmente, insolente).
Ahmadinejad, infatti, è pronto a mettere a repentaglio il futuro dell'Iran, se non addirittura di tutto il Medio Oriente musulmano, in cambio della distruzione di Israele. Non v'è alcun dubbio che egli creda che Allah, in un modo o nell'altro, proteggerà l'Iran da una risposta nucleare israeliana o da un'eventuale controffensiva Usa. E, Allah a parte, è facile che egli creda che i suoi missili polverizzeranno lo Stato ebraico, annienteranno i suoi leader, distruggeranno le basi nucleari terrestri e demoralizzeranno o spiazzeranno i comandanti dei sottomarini nucleari in modo così drastico ed efficace da neutralizzare qualsivoglia reazione. E, con il suo profondo disprezzo per il pavido Occidente, è improbabile che il leader iraniano prenda in seria considerazione la minaccia di una rappresaglia nucleare Usa.
Ma può anche darsi che egli sia consapevole del rischio di un contrattacco e si professi tout court — e, secondo il nostro modo di pensare, in modo assolutamente irrazionale — disposto a pagarne le conseguenze. Come il suo mentore Khomeini ebbe a dire, nel 1980, durante un discorso ufficiale a Qom: "Noi non veneriamo l'Iran, ma Allah... Per questo dico: che questa terra bruci. Che vada in fumo, purché l'Islam ne esca trionfante...". Per tali cultori della morte, persino il sacrificio della propria patria vale bene la cancellazione di Israele.

COMUNITÀ INTERNAZIONALE - La campagna per il secondo Olocausto (che, tra l'altro, alla fine provocherà all'incirca tanti morti quanti ne fece il primo) si è svolta in una comunità internazionale lacerata e guidata da ambizioni egoistiche e discordanti, con Russia e China ossessionate dalle prospettive di mercato nei Paesi musulmani, la Francia dal petrolio arabo e gli Usa portati, dopo la débâcle irachena, a un profondo isolazionismo. L'Iran è stato lasciato libero di proseguire sulla china del nucleare, e la comunità internazionale non è intervenuta nello scontro tra Israele e il regime degli Ayatollah.
Ma uno Stato israeliano sostanzialmente isolato — come un coniglio improvvisamente abbagliato dai fari di una macchina —, non può essere all'altezza della situazione. La scorsa estate, guidato da un mediocre politicante come Primo ministro e da un sindacalista da strapazzo come ministro della Difesa, schierando un esercito addestrato per gestire le inesperte e sguarnite bande palestinesi nei Territori occupati (e troppo intento a fare fronte a eventuali disgrazie o a provocarle), Israele è uscito perdente da un mini-conflitto di appena trentaquattro giorni contro una piccola guerriglia di fondamentalisti libanesi spalleggiata dall'Iran. Quell'episodio ha totalmente demoralizzato la leadership politica e militare israeliana.
Da allora, i ministri e i generali israeliani, così come i loro omologhi occidentali, assistendo al graduale approvvigionamento di armi letali a Hezbollah da parte dei fiancheggiatori di quest'ultimo, sono divenuti sempre più sfiduciati e pessimisti. Paradossalmente, è addirittura possibile che i leader israeliani abbiano gradito gli appelli alla moderazione da parte dell'Occidente. E, con ogni probabilità, hanno voluto disperatamente credere alle promesse occidentali che qualcuno — l'Onu, il G7 —, in un modo o nell'altro, avrebbe cavato la castagna radioattiva dal fuoco. C'è stato addirittura chi ha abboccato alla bislacca promessa di un cambio di regime a Teheran il quale, pilotato dal cosiddetto ceto medio laico, avrebbe progressivamente messo il bastone tra le ruote al fanatismo dei mullah.
NUCLEARE - Ma, fatto ancor più rilevante, il programma iraniano ha costituito una sfida infinitamente complessa per un Paese con risorse militari limitate e di tipo convenzionale qual è Israele. Prendendo l'imbeccata dall'operazione con cui l'Aeronautica militare israeliana, nel 1981, riuscì a distruggere il reattore nucleare iracheno di Osiraq, gli iraniani hanno raddoppiato e dislocato i propri impianti, nascondendoli anche molti metri sottoterra (e a ciò va aggiunto il fatto che la distanza tra Israele e gli obiettivi iraniani è doppia rispetto a quella con Bagdad). Per smantellare con le armi convenzionali gli impianti israeliani conosciuti, occorrebbe una capacità aeronautica pari a quella Usa impegnata giorno e notte, e per oltre un mese. Nella migliore delle ipotesi, l'aeronautica, la marina e il commando israeliano potrebbero sperare di fermare solo in parte il progetto iraniano. Il quale, tutto sommato, non subirebbe sostanziali modifiche.

OPZIONI - In quattro e quattr'otto, dunque, la sprovveduta leadership di Gerusalemme si troverà davanti a uno scenario apocalittico, sia che lanci un'offensiva convenzionale dagli effetti marginali, sia che opti per un attacco nucleare preventivo contro gli impianti iraniani, alcuni dei quali situati vicino o dentro le principali città. Ne avrebbe il fegato? La sua determinazione a salvare Israele basterebbe a giustificare l'attacco preventivo, con la conseguente morte di milioni di iraniani e, di fatto, la distruzione dell'Iran?
Il dilemma è stato rigorosamente chiarito già molto tempo fa da un generale molto saggio: l'arsenale nucleare israeliano a nulla può servire. Può soltanto essere schierato "troppo presto" o "troppo tardi". Il momento "giusto" non arriverà mai. Se schierato "troppo presto", ossia prima che l'Iran si fosse procurato gli ordigni nucleari, Israele sarebbe stato degradato a paria nello scacchiere internazionale, bersaglio della furia della comunità musulmana mondiale, senza più alcun Paese disposto a spalleggiarlo. Schierarlo "troppo tardi", invece, vorrebbe dire colpire ad attacco iraniano già avvenuto. E a che pro?
I leader israeliani, quindi, stringeranno i denti sperando che, in qualche modo, le cose si aggiustino da sé. Magari, una volta ottenuta la Bomba, gli iraniani si comporteranno in modo "razionale"?
CATASTROFE - Ma questi ultimi sono guidati da una logica superiore. Lanceranno i loro missili. E, come per il primo Olocausto, la comunità internazionale non muoverà un dito. Tutto avverrà, per Israele, in pochi minuti; non come negli anni '40, quando il mondo stette cinque lunghi anni a torcersi le mani senza battere ciglio. Dopo i lanci di Shihab, la comunità internazionale manderà navi di soccorso e assistenza medica per quanti sopravviveranno alle esplosioni. Ma non attaccherà l'Iran. Quale sarebbe il prezzo? E il tornaconto? Optando per una controffensiva nucleare, gli Usa si alienerebbero definitivamente l'intero mondo musulmano, esasperando e generalizzando il già acceso scontro di civiltà. Ovviamente, senza potere riportare in vita Israele. E allora che senso avrebbe? Il secondo Olocausto, però, sarà diverso nel senso che Ahmadinejad non vedrà né toccherà concretamente gli individui di cui sogna tanto la morte.

Nel prossimo Olocausto non ci saranno episodi così strazianti. Non vedremo vittime e carnefici coperti di sangue (anche se, a giudicare dalle immagini di Hiroshima e Nagasaki, le conseguenze delle esplosioni nucleari possono essere altrettanto devastanti). Ma sarà comunque un Olocausto.


Non più atei in Russia
Leonardo Coen su
la Repubblica

L´84 per cento dei russi si proclama "credente", la religione - come i prezzi del gas siberiano - è in un trend ascendente irresistibile, il sondaggio reso pubblico ieri dal VTsIOM (il centro panrusso per lo studio dell´opinione pubblica) lo dimostra ampiamente, perché quando l´Urss crollò diciassette anni fa solo il 34 per cento della gente ammise di credere in Dio. Il gran ritorno dell´"oppio dei popoli" è ben visto dal Cremlino: la Chiesa ortodossa è in piena rinascita, grazie al culto dell´identità russa, cavallo di battaglia dell´ultimo Putin.
E grazie soprattutto alle generose sovvenzioni pubbliche perché lo Stato "gira" alla Chiesa ortodossa una parte della tassazione sugli alcolici e il tabacco. Per capire questa clamorosa rivincita sulla Storia e sugli ideologi dell´ateismo di Stato, basta fare un salto in centro, a Mosca. Non nella turistica Piazza Rossa, dove svettano i policromi bulbi di San Basilio o i campanili delle sette cattedrali dietro le possenti mura del Cremlino.
No, è meglio recarsi alla Lubianka, sede tristemente famosa del Kgb, il braccio repressivo dello Stato ateista. Lì, tra il palazzone che terrorizzava i dissidenti e il vicinissimo Museo del Politecnico sopravvive una chiesetta, dedicata a Santa Sofia della Saggezza Divina. Sino al 1991 serviva al quinto dipartimento del Kgb quale "struttura di passaggio". Dal 6 marzo del 2002 è diventata la parrocchia ortodossa dell´Fsb, i servizi d´intelligence federale eredi del Kgb hanno pagato di tasca loro le spese per il ripristino al culto dell´edificio: come a smentire il vecchio detto che chi fa la spia non è figlio di Maria. Anzi, qualche ufficiale dei servizi ostenta la propria fede nell´intervallo di lavoro, essendo ormai politicamente corretto.
Lo stesso Putin, col sindaco di Mosca accanto e dietro il capo dell´amministrazione presidenziale a guidare il codazzo dei vip e degli oligarchi della nomenklatura attuale, si reca ogni anno alla messa solenne di Pasqua nella cattedrale del Cristo Salvatore, ricostruita nel 2000 dopo essere stata demolita da Stalin. E mica è tutto. A coronare il ritorno di Dio a Mosca persino l´Fsb, di cui Putin fu il direttore, ha preteso il suo protettore. Un santo guerriero. Quell´Aleksandr Nevskij immortalato dal regista Sergheij Eisenstejn, il principe che sconfisse nel 1242 i Cavalieri Teutonici sul ghiaccio del lago Ciudskoie e che è venerato nelle 12.665 parrocchie della Federazione Russa.
Lunedì 18 dicembre nella piccola Santa Sofia della Saggezza Divina si è recato il venerabile Patriarca Alessio II, per consacrare e benedire gli affreschi appena restaurati. C´era ad accoglierlo Nikolaj Patruscev, il grande capo dell´Fsb. Pochi sanno che per le spie russe è stata dedicata un´apposita preghiera. S´intitola "Grande Principe Aleksandr". La visita di Alessio II è stato in questo senso un gesto molto significativo, quasi un atto di cortesia: perché mai come in questi ultimi mesi i legami tra la Chiesa ortodossa e il Cremlino si sono fatti più stretti, sull´onda di un orgoglio nazionale ritrovato. Mosca aveva mille chiese. Nel 1989 ne erano rimaste appena 40. Dieci anni dopo erano già 300. Oggi sono 378, altre 90 sono in costruzione, 33 devono essere liberate dagli "affittuari". I pope moscoviti sono 1273 (più 510 diaconi). A Mosca e Pietroburgo ci sono due università ortodosse, nel Paese possono operare senza problemi cinque accademie teologiche, 37 seminari spirituali e 38 scuole medie religiose. Nel sondaggio di ieri, il 16 per cento dei russi ha detto di essere pronto a difendere con le armi in mano la Chiesa se "venisse offesa".
A settembre, per esempio, per la prima volta dal 1917, gli scolari di quattro regioni - Belgorod, Briansk, Kaluga e Smolensk - si sono ritrovati, tra le materie didattiche, un´ora di "cultura ortodossa", eufemismo burocratico per non dire platealmente "ora di religione". Un esperimento destinato a propagarsi velocemente. La decisione dei Parlamenti locali ha scatenato l´ira dei musulmani che hanno protestato vigorosamente: perché loro sì e noi no? I fedeli di Allah sono una minoranza cospicua: a seconda delle stime, tra i 14 e i 23 milioni, ossia tra il 10 e il 16 per cento della popolazione russa. Il consiglio dei Mufti ha annunciato che chiederà al Cremlino un´analoga iniziativa nelle regioni del Caucaso per introdurre lo studio dell´Islam. In effetti, la Costituzione russa (varata nel 1993) prevede uno Stato secolare e eguaglianza delle religioni davanti alla legge. E tuttavia, nonostante i sondaggi, resiste - specie tra l´intellighentsia - la cultura del laicismo: l´irruzione dell´ora di religione nelle scuole statali ha provocato vasti dibattiti. Però, nelle tv omogeneizzate dal Cremlino, appaiono sempre di più le lunghe barbe bianche di Alessio II e dei suoi vescovi, sempre in prima fila nelle cerimonie ufficiale.



Gli alfieri della Teoria del Complotto
Guido Olimpio sul
Corriere della Sera

Il colonnello Gheddafi, il regista Spike Lee, il presidente sudafricano Mbeki, la Stasi della Germania Est, il giornale siriano Al Thawra, alcuni imam integralisti, un paio di sheikh egiziani, studiosi americani a volontà. Cosa hanno in comune? Credono o hanno creduto che l'Aids sia stato prodotto in laboratorio da un'intelligence nemica. Chi l'ha messo a punto? Gli stessi danno risposte diverse: dalla Cia al Mossad, da un centro americano alle società farmaceutiche occidentali. Con quale obiettivo? Per uccidere "neri e ispanici", per "distruggere la società araba o contagiare l'intera Africa". Uno scenario che — guarda caso — si applica anche all'attentato dell'11 settembre. Gli scettici sulla responsabilità di Osama Bin Laden sono tanti come sono tanti quelli che indicano i soliti colpevoli. Lo zio Sam, la Cia, il complesso industriale economico, il Mossad, gli ebrei, Wall Street, l'asse saudita- americano... Il giallo delle infermiere bulgare in Libia non poteva sfuggire alla Grande Cospirazione, anche perché a Tripoli come al Cairo il terreno è fertile, già seminato da una propaganda perniciosa condotta in modo meticoloso da chi ci crede veramente e chi lo fa per ragioni di interesse. È lo stesso colonnello Gheddafi a fornire la sua ricostruzione davanti alla tv nazionale: "Loro (le infermiere bulgare,
ndr) hanno confessato: "È venuto un tipo chiamato John o qualcosa di simile. Ci ha detto di iniettare una sostanza ai bambini, ci ha pagato e se ne è andato". Quale intelligence lo ha mandato non lo sappiamo".
Ma lo sanno nelle strade d'Egitto e non da oggi. Già a metà degli anni '90 estremisti radicali e giornali di palazzo, che di solito si guardano in cagnesco, erano d'accordo sull'individuare gli untori dell'Aids negli israeliani. Una variazione di un'altra teoria sostenuta da quotidiani autorevoli: "I turisti ebrei portano gomme americane imbevute di afrodisiaco e poi le regalano alle ragazze palestinesi. Così la società si corrompe, dilaga la promiscuità, ci indeboliamo senza accorgercene". Viene da ridere, ma in tanti se la bevono. Sono sequestrati interi carichi di dolciumi e sottoposti ad esami, i bagnini di Sharm El Sheikh ripetono la favola agli ospiti stranieri.
Un primo verdetto sembra dare ragione a chi grida all'intrigo, successivi test indipendenti assolvono le gomme americane. Questo veniva detto nel 1994. Oltre dieci anni dopo la musica non è cambiata. Durante l'intifada nei villaggi palestinesi si ascoltano storie di avvelenamenti, pozioni, malanni oscuri e cibo contaminato. Il quotidiano ufficiale siriano Al Thawra scrive alla fine di gennaio: Israele ha creato l'aviaria per colpire in Asia e creato l'Aids come bomba razzista. Gli fa eco il prestigioso Al Ahram. "Con la scusa di immunizzare le popolazioni africane, il Mossad fornisce a delle infermiere il virus...".
C'è sicuramente la mano di un altro servizio segreto dietro la teoria della cospirazione. È il vento dell'Est a portarla. Una volta caduto il Muro, dagli archivi della Stasi, la polizia politica della Germania Orientale, salta fuori che la bugia sull'Aids sarebbe nata a tavolino nel 1986. È l'allora responsabile della Sanità del Partito, Karl Seidel, che inoltra un rapporto riservato: "Ci sono molti elementi per sostenere che esso sia un prodotto realizzato nei laboratori di Fort Detrick, Stati Uniti". Per sperimentare "l'arma" — sostengono gli 007 tedeschi (dell'Est) — vengono infettati dei detenuti, molti dei quali omosessuali, e poi liberati. Seidel esorta a far circolare la storia nel Terzo Mondo, così da compromettere l'immagine degli Usa. Il Politburo tentenna, ma la frottola cammina con le sue gambe e "attacca". Sarà poi il transfuga Vasili Mitrokhin, l'autore delle clamorose rivelazioni sul Kgb, a smascherare la manovra di contro-informazione. E toccherà a Mikhail Gorbaciov chiedere scusa agli ex nemici statunitensi nel corso di un summit con Ronald Reagan.
Smentite e correzioni sono presto superate da nuove versioni. L'Aids — scrive l'autore Alan Cantell — è il risultato di una operazione del governo Usa che contamina "cittadini bisex o gay tra il 1978 e il 1981 a New York, Los Angeles, San Francisco, Chicago". La pensa così anche il professor Boyd Graves per il quale la malattia non è altro che "una grande mietitrice" per spazzare via "neri, gay e gruppi sociali in eccesso".

Il ricercatore William Douglas sposta l'accusa dagli Stati Uniti all'Organizzazione mondiale per la sanità: lo strumento usato i vaccini distribuiti nelle aree più povere della Terra. Il legame medicine-Aids-Cia è sostenuto da un personaggio importante quale il presidente sudafricano Thabo Mbeki (ottobre 2000) che denuncia una presunta campagna nei suoi confronti mentre il celebre regista Spike Lee arriva a sposare il disegno del virus ammazza-neri. Di complotto in complotto si arriva alle morti eccellenti. Diana, la principessa dei misteri, anche lei sarebbe stata al centro di un piano per assassinarla con la malattia. E a Yasser Arafat, stroncato da un virus mai accertato con sicurezza, potrebbe essere stato colpito da una accorta mano omicida. La causa? L'Aids.


  20 dicembre 2006