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a cura di G.C. - 19 dicembre 2006


Il corto circuito dei poteri deboli
Massimo Giannini su
la Repubblica

Dopo Silvio Berlusconi, Luca di Montezemolo. Un altro Imprenditore d'Italia. Un altro capo in azienda che si candida a diventare il leader del Paese. Sarebbe dunque lui il "Pim Fortuyn italiano", che Giuliano Amato teme come ennesimo sbocco neo-populista della nostra transizione incompiuta e del nostro disincanto anti-politico? Qualcuno nutre il legittimo sospetto. Il presidente della Confindustria si presenta a "Domenica In" e a domanda "lei entrerebbe in politica" risponde "mai dire mai". Il ministro dell'Economia Padoa-Schioppa fa due più due, e di fronte alle critiche degli industriali sulla Legge Finanziaria risponde "Confindustria in questa vicenda si comporta come un partito".

Chi ha ragione? In parte tutti e due. E dunque tutti e due, simmetricamente, hanno torto. Montezemolo ha ragione, quando segnala i rischi di un impatto recessivo della manovra sulla crescita del prossimo anno.

I fatti dimostreranno se sia giusta o meno la previsione del centro studi confindustriale, che prevede una minor crescita del Pil dello 0,3% per effetto degli inasprimenti fiscali e dell'operazione sul Tfr decisi dal governo. Per inciso, si può ricordare che a metà ottobre anche il governatore della Banca d'Italia, nella sua audizione in Parlamento, aveva avvertito che "la ripartizione dell'aggiustamento degli squilibri tra entrate e spese può influire sulle prospettive di sviluppo dell'economia" e che "un incremento della pressione fiscale aumenta le distorsioni scoraggiando il lavoro, gli investimenti privati e l'accumulo di capitale...". Eppure, allora, nessuno si sognò di dire che Mario Draghi si comporta "come un partito".

Padoa-Schioppa, per contro, ha ragione quando dimostra che questa Finanziaria, tra cuneo fiscale e crediti d'imposta, prevede benefici tutt'altro che trascurabili per la media e grande industria. Anche su questo punto, fanno testo le parole pronunciate da Draghi nella stessa audizione alla Camera: "La riduzione degli oneri per le imprese attenua le distorsioni del mercato del lavoro e rafforza nel breve termine la competitività del sistema produttivo".

In queste due visioni contrapposte, entrambe fondate, c'è un vizio di fondo, uguale e contrario. Montezemolo ha avuto il merito di riportare Confindustria sui binari neutrali della concertazione, dopo la rovinosa virata ideologica del suo predecessore, che tra la crociata sull'articolo 18 contro il sindacato e l'abbraccio di Parma con il Cavaliere aveva lasciato sul campo solo macerie. Ma al di là del sacrosanto esercizio di critica nei confronti del governo, non può non vedere che anche la sua associazione di categoria, nel panorama sempre più frammentato della società italiana, agisce come una lobby molecolare. Anche Confindustria incarna solo una delle tante rabbie particolari senza riuscire più a definire un "interesse generale".

Padoa-Schioppa, a sua volta, ha avuto il merito di firmare una manovra che riporta l'Italia sui binari virtuosi del risanamento, dopo la disastrosa gestione economica del suo predecessore, che tra condoni tombali e cartolarizzazioni epocali si era mangiato l'avanzo primario. Ma al di là dell'ennesima valutazione critica nei confronti della Finanziaria, non può non vedere che il vero deficit di questa manovra del centrosinistra sta proprio nel suo polimorfismo culturale. Tra macro-riforme confuse (l'Irpef) e micro-misure diffuse (dal bollo auto alle palestre), la Finanziaria non ricompone, ma piuttosto riflette l'atomizzazione crescente del tessuto sociale. Per questo è contestata, dai "borghesi" di Piazza San Giovanni come dagli operai della mitica Mirafiori. Perché non riesce a indicare un "bene comune", in nome del quale si impartiscono sacrifici o si redistribuiscono risorse.

Il tema vero, che emerge dalla contesa tra il presidente di Confindustria e il ministro dell'Economia, è in fondo uno solo. Lo ha indicato con la consueta lucidità di analisi Giuseppe De Rita, sull'ultimo numero della rivista Aspenia. Nella sua frantumazione irreversibile, quella italiana è ormai diventata una "società degli interessi". Il suo dramma sta nel progressivo indebolimento delle strutture capaci di elaborare una "sintesi intermedia". Sotto questo profilo, Montezemolo e Padoa-Schioppa sono lo specchio di una stessa debolezza. Da una parte la rappresentanza politica, dall'altra la rappresentanza sociale. Nel caso particolare è quello del ceto produttivo. Ma nel quadro generale c'è anche il famoso ceto medio, che ormai sfugge sempre di più al perimetro dell'associazionismo sindacale e a quello del lavoro autonomo.

Qui nasce il corto circuito. In questo vuoto di legittimazione e di rappresentanza, dove prolifera la moltiplicazione degli interessi. Qui sta anche il pericolo. Per Amato si chiama "onda populista", per De Rita "rischio oligarchico". Ma la sostanza è la stessa. Se la politica non sa dare contenuto alla missione, e i corpi intermedi non sono più capaci di fare supplenza, ogni equivoco diventa possibile. Chiunque può illudersi di risolvere il problema "da sé". Per Montezemolo può essere una tentazione. Per Padoa-Schioppa può essere una spiegazione. Ma né l'una né l'altra hanno in tasca la soluzione.


Voglio ministri corsari
Gianni D'Elia su
l'Unità

Se potessi chiedere davvero qualcosa al governo che ho votato, gli chiederei di essere corsaro: non pirata, corsaro: cioè capace di spostarsi rapidamente, per vincere la "guerra di corsa". Berlusconi e la destra, cui oggi si aggiunge il Vaticano, stanno facendo una "guerra culturale": liberismo antilegalitario, sottocultura fascista, confessionalismo etico: non pagare le tasse, lotta ai diversi, imposizione del credo nelle leggi pubbliche.
Il governo deve essere laico, difendere i diritti legali delle persone, approvare immediatamente la legge su di noi, coppie di fatto, in attesa del giusto spazio che abbiamo già nella vita: che il fatto diventi diritto, anche per quelli che hanno scelto di vivere e pensarla diversamente. Poi chiederei al mio governo di approvare una legge sulla abolizione del segreto di Stato: troppi misteri italiani hanno impedito il vero ricambio della classe politica. Se si dovesse fare davvero la "guerra culturale", bisognerebbe pensare a una legge che tragga davvero le conseguenze da Tangentopoli e dalle Commissioni sulle stragi e sulla Loggia P2: chi è stato iscritto a quegli elenchi dovrebbe essere escluso in perpetuo dalla vita politica. Chi ha tradito una volta lo Stato e la Costituzione, lo può rifare benissimo: è semplicemente scandaloso che non si senta lo scandalo di questa decisiva questione.
Non c'è solo il conflitto di interessi, c'è questa complicità di base, in buona parte del ceto dominante di sempre. Bisogna dirlo alla televisione, ripeterlo, almeno quanto Berlusconi ripete che ci sono i comunisti: ci sono i piduisti, gli eredi, cari italiani, che hanno spezzato l'Italia, con le stragi, gli intrighi economici e partitici, il monopolio delle informazioni.
E poi: decidete, e poi dite. Avete fatto il contrario, senza parare i colpi della carta e degli schermi, della ossessionante campagna finanziaria e tributaria di opposta propaganda dispiegata dalla voce del padrone, che fischia forte. Si tratta davvero di cattiva comunicazione, di timidezza, oppure di metodo d'azione a stillicidio, assillante e di troppa mediazione? La sinistra insista sui più deboli. Se voi aveste il coraggio di dire, come "corsari", la verità politica, forse la pratica politica di sempre (cinismo, trasformismo, faziosità, fratricidio, accusati dai nostri poeti, da Dante a Leopardi a Saba a Pasolini) potrebbe essere vinta. Dite la verità politica e culturale dell'Italia: che questa scuola, questa televisione pubblica (della Repubblica) va cambiata radicalmente.

Rifiutiamo la loro guerra civile e faziosa, per la cultura dei diritti di tutte le diversità.


Governo più popolare, recupera il 6%
Renato Mannheimer sul
Corriere della Sera

L'intera società italiana, sia pure in misura diversa tra le sue componenti, è stata pervasa negli ultimi mesi da sentimenti di sfiducia e disillusione crescenti nei confronti di tutte le istituzioni: dal presidente della Repubblica (che comunque continua, assieme alle forze dell'ordine, a registrare i livelli di consenso più elevati), sino alla Borsa e ai partiti, ultimi nella classifica della fiducia (si vedano al riguardo i dati della recente ricerca Demos, diretta da Diamanti). Uno dei principali fattori all'origine di questo stato di cose era la convinzione diffusa che l'esecutivo guidato da Prodi non riuscisse ad ottenere alcun risultato significativo, perché reso impotente o quasi dalle sue contraddizioni interne e dalla distanza programmatica e ideologica tra le forze politiche che lo compongono. La speranza di un governo innovatore, accesasi a luglio col decreto Bersani, si era fortemente erosa, se non spenta.

Questo clima sembra avere subito un mutamento, non sappiamo se temporaneo o duraturo. L'approvazione della finanziaria (salvo il decreto "aggiusta errori") e, specialmente, le dichiarazioni di Prodi e di Padoa-Schioppa degli ultimi giorni, sembrano avere in qualche misura attenuato nell'opinione pubblica la sensazione di incapacità di muoversi dell'esecutivo. E hanno suscitato una ripresa della fiducia nei confronti del suo operato. Come spesso accade, la diminuzione degli atteggiamenti negativi ha riguardato anche la sfera economica: non a caso, l'indicatore della fiducia dei consumatori, elaborato mensilmente dall'Isae, mostrava a fine novembre una crescita.

L'incremento dei giudizi positivi verso il governo si rileva in misura relativamente più intensa tra gli strati più deboli socialmente: i giovanissimi, i più anziani, i disoccupati, ecc... Ma la tendenza si riscontra in misura non molto diversa in vari altri segmenti e strati sociali, anche molto lontani tra loro. Ciò sembra suggerire che, con gli aggiustamenti dell'ultimo momento, si sia forse anche voluto "tamponare" la crisi di fiducia di questa o di quella categoria, di questa o quella componente. È un'impressione confermata in parte dall'analisi degli orientamenti politici di chi esprime in misura maggiore un incremento dei consensi al governo. Essa mostra come la fiducia si sia relativamente più accresciuta nelle ali "estreme" dei sostenitori della compagine, vale a dire tra gli elettori della Margherita da un verso e quelli di Rifondazione Comunista dall'altro.

L'incremento di consensi per l'esecutivo nel suo complesso si riflette sulla popolarità dei singoli suoi membri. Appaiono ai vertici della graduatoria D'Alema, Amato, Di Pietro, Bonino, mentre la "stella" di Bersani, che aveva raggiunto a luglio livelli elevati di consenso, sembra essersi, a torto o a ragione, in qualche misura offuscata. Si è anche accresciuta la fiducia personale riscossa dallo stesso Prodi: oltre a aumentare rispetto al mese scorso, essa supera addirittura, in termini di giudizi positivi, il livello raggiunto nel dicembre 1996.

Il confronto con l'andamento di dieci anni fa è stato suggerito dallo stesso Prodi, che ha sottolineato come il trend della popolarità di allora fosse sostanzialmente analogo a quello di oggi. L'osservazione è corretta, anche se, per quanto riguarda il complesso dell'esecutivo, i livelli di consenso rilevati in questi mesi sono comunque inferiori a quelli di dieci anni fa. Anche nel 1996 il trend negativo allora in corso subì un arresto in dicembre, per poi riprendere però in gennaio. Perché questo non accada nuovamente, sembra necessario che il governo risponda alla (parzialmente) rinnovata fiducia dei suoi elettori con un segnale forte — e ben comunicato — di rinnovamento e di impulso riformatore.


Cambio di passo? Rai e conflitto di interessi
Nicola Tranfaglia su
l'Unità

Conclusa la battaglia assai lunga sulla legge finanziaria 2007 che ha occupato, tra aule e commissioni, molti mesi della nuova legislatura e che si avvia all'ultimo voto di fiducia alla Camera per l'ultima lettura, si apre di fronte al governo Prodi un periodo decisivo sulle riforme promesse agli elettori di centro-sinistra e ancora in sospeso o lontane dal dibattito finale.
È una prova decisiva perché una cosa è certa: la coalizione è riuscita a portare in porto una legge finanziaria difficile di cui nessuno a sinistra come al centro ha negato la necessità dopo il disastro economico che si deve ai cinque ultimi anni berlusconiani, ma non ha toccato altri aspetti importanti del programma elettorale.
Anzi, proprio in campi centrali come quello dell'istruzione, dell'università e della ricerca, non è riuscita a invertire la marcia e la direzione rispetto a quello che era successo nella precedente legislatura, e ha così smentito di fatto la promessa elettorale sul primato dell'istruzione e della ricerca come qualificanti del nuovo corso politico dopo la vittoria del centro-sinistra il nove e il dieci aprile del 2006.
Chi, come chi scrive, aveva concentrato la battaglia su quei temi come peculiari della coalizione di centro-sinistra, incontrando in queste settimane i propri elettori, ha dovuto constatare che in quel mondo le nuove promesse avanzate per l'anno prossimo o per il 2008 valgono assai poco, anzi potremmo dire quasi nulla.

Ma per certi aspetti la legge finanziaria del 2006 ha dalla sua una giustificazione che potrà essere fatta valere se nei prossimi mesi i benefici economici annunciati emergeranno e la situazione economica del Paese migliorerà, come alcuni timidi segni possono far prevedere.
Diverso è il caso di quello che governo e maggioranza riusciranno a fare al più presto su problemi che riguardano le libertà dei cittadini come la riforma della Rai, la legge Gentiloni sul sistema radiotelevisivo, la soluzione del gigantesco conflitto di interessi berlusconiano e ancora altre che riguardano la giustizia penale e civile, l'ordinamento della scuola, dell'università e della ricerca.
Ora, da questo punto di vista, val la pena ricordare che in maggio avranno luogo importanti elezioni amministrative che coinvolgeranno milioni di elettori e che per il centro-sinistra presentarsi davanti agli italiani con i sacrifici richiesti dalla legge finanziaria e con una legislazione che poco innova rispetto al quinquennio compiuto da Berlusconi può costare caro al governo e alla maggioranza. Un risultato gravemente negativo potrebbe spingere i più tiepidi della coalizione a guardare con interesse a governi nuovi e magari di larghe intese o addirittura favorire tentazioni, per ora deboli, di andare di nuovo alle urne.
Ha ragione dunque il segretario dei Democratici di sinistra Fassino a chiedere un cambio di passo al governo ma c'è anche da chiedersi perché questo non avviene visto che il maggior partito della sinistra il più alto numero di ministri, la presidenza di alcune tra le più importanti commissioni parlamentari e conta sulla maggioranza dei parlamentari di centro-sinistra presenti nelle due Camere.
Se non basta essere la forza maggiore del centro-sinistra a livello di governo e di maggioranza per trovare la linea giusta, cosa ci vuole per cambiare la marcia del governo e realizzare le riforme “radicali” (uso una espressione usata di recente dal Segretario dei Ds) necessarie per sollevare lo spirito e le speranze degli italiani? L'interrogativo si pone con urgenza ma non trova per ora una risposta significativa.
Faccio qualche esempio per rendere più concreto il mio discorso. Partiamo dalla leggi sul conflitto di interessi di cui la discussione nella Commissione sugli Affari Costituzionali alla Camera è iniziata ma è stata abbandonata dopo due sedute e rinviata a data da destinare. Eppure si tratta di una legge importante e potremmo dire urgente, visto che l'assenza di quella legge ebbe un suo peso nella sconfitta contro Berlusconi nella campagna elettorale del 2001 e anche nella successiva, visto che molti furono gravemente delusi per l'inerzia del centro-sinistra rispetto alla soluzione di un problema proprio di una società liberale già raggiunta in gran parte dell'Occidente.

Il rischio assai evidente che proprio il maggior beneficiario attualmente del conflitto di interessi sfugga alle norme che si stanno preparando con grande lentezza. Il tempo in cui si discuterà del progetto alla Camera non si conosce ma è probabile che si vada a tempi lunghi, addirittura dopo la primavera o l'estate.
Un discorso analogo vale per la riforma della Rai che pure attraversa una crisi assai grave ed è retta tuttora nel consiglio di amministrazione da una maggioranza berlusconiana.
Quanto alla legge sui diritti televisivi in campo sportivo e a quella per la riforma del sistema radiotelevisivo non prima di marzo ne sentiremo parlare, non prima di marzo: eppure si tratta di leggi che sono indissolubilmente legate al conflitto di interessi che, nella situazione attuale, rappresenta il grande terreno di scontro tra una concezione monopolistica o duopolistica della società ed una liberaldemocratica.
Ma come sarà possibile segnare la necessaria discontinuità col potere berlusconiano, se non si superano al più presto scogli come questi?


Parisi: "Il Partito democratico? Basta invenzioni"
Antonio Macaluso sul
Corriere della Sera

Si aspetterebbe "chiarezza, nitidezza, entusiasmo". E invece vede "espedienti e invenzioni verbali", formule "datate e fallimentari". Dunque, anche uno dei campioni dell'ulivismo, il ministro della Difesa Arturo Parisi, appare oggi lucidamente pessimista.
Professore, non si schioda: un po' avanti, poi di nuovo indietro, liti, incomprensioni....
"Non penso che una domanda rappresentata da troppi anni possa restare ancora a lungo senza risposta. Sono quasi 18 anni che, magari con formulazioni diverse, questa domanda, la domanda di un partito che non c'è, è stata avanzata. So bene che queste domande sono destinate ad avere risposte nel tempo di una generazione.
Ma in democrazia, come in demografia, il tempo di una generazione è più o meno 20 anni. L'anno prossimo chi è nato alla caduta del muro di Berlino, alla fine cioè di quel mondo, che qualcuno scambiò con la fine della Storia, sarà maggiorenne. A questo punto, se la risposta non arrivasse con la chiarezza, la nitidezza e l'entusiasmo che occorre, il Paese perderebbe un appuntamento con la storia".
Eppure questa risposta non sembra dietro l'angolo. Che succede? Diceva Totò che ogni limite ha la sua pazienza...
"Nonostante da molto tempo venga iscritto nel partito degli impazienti, la mia pazienza si è dimostrata grande. Più di quanto immaginassi. Sono anni che ho abbassato il mio tassametro, ma il problema è che se ci si dimentica il punto di riferimento, non si capisce di cosa stiamo parlando".
E qual è il punto di riferimento giusto?
"Dopo l'89 si è avviato nel mondo un processo di scomposizione degli assetti nei quali avevamo vissuto nei 50 anni precedenti, i blocchi geopolitici, quelli culturali e la stessa articolazione in classi della nostra società. Sullo sfondo della scomposizione di quegli equilibri, che solo oggi appare nella sua pienezza, cresce comprensibilmente tra i cittadini un'ansia per ciò che riguarda il futuro. E ci chiede una risposta che abbia il segno della speranza. È a questa domanda che dobbiamo rispondere. Altrimenti, inevitabilmente — e lo diciamo da tempo — la risposta prende una piega populista".
L'alternativa alla deriva populista?
"È una risposta collettiva, che faccia capo a quello che un tempo chiamavamo Partito, il cui compito è legare il passato al futuro, intestandolo a un "noi" e non all'"io" ipertrofico delle leadership solitarie. Il problema è recuperare il senso del progetto: se non capiamo che è una risposta a una domanda storica, non capiamo neanche a cosa debba servire questo soggetto".
O ci si crede o non ci si crede: altro che federazione...
"Significherebbe affidare questa risposta a invenzioni verbali, a espedienti, a mere soluzioni organizzative".
E il modello Flm proposto da Fassino?
"Sono sicuro che per Fassino quel modello abbia un senso. Ma non posso dimenticare che parliamo di una cosa che data quasi a 30 anni fa. Troppi per chi pensi di proporre precedenti che motivino all'azione, ma sufficienti per ricordare che quella esperienza è associata ad un fallimento. I giovani non capiscono di cosa si parla e quelli che ricordano non possono che preoccuparsi se pensano alla fine di quell'esperienza. Fine non casuale e che più di tutti assomiglia a quel tentativo di fusione a freddo di cui parliamo a proposito del Partito democratico".
C'è un altro tema, oltre a quello organizzativo, che sta a cuore ai Ds ed è l'adesione del futuro Partito democratico al Pse. Altro pantano. Come se ne esce?
"Tutto dipende da come ci si entra. Chi entra dalla porta sbagliata non troverà mai l'uscita. La porta giusta è quella che prevede una risposta di tempo lungo, un tempo più lungo di quello del governo. Che ci chiede perciò di costruire un soggetto che abbia una vocazione a farsi carico di proposte di lungo periodo pur con la consapevolezza della non autosufficienza. Invece ci troviamo di fronte a un numero eccessivo di risposte parziali. Parzialissime e precarie. Quale dei partiti esistenti è in grado di farsi carico dell'ansia e delle speranze dei cittadini? Nessuno. E allora, come non capire che occorre dar vita a un soggetto nuovo?".
Insomma, prima fare il nuovo partito e poi vedere dove incasellarlo in Europa.
"Esatto. In questo quadro gran parte dei problemi sollevati sono problemi di dettaglio, problemi che non devono prendere il sopravvento rispetto al disegno globale".
Senta, ma tra Ds e Margherita chi è che frena di più o che pone più paletti o che capisce di meno o... dica lei.
"Ognuno ha i suoi problemi e nessuno si può mettere a dar lezioni agli altri. Ma nessuno deve nascondere il proprio problema dietro quello degli altri e quindi condizionare la propria scelta a passi che devono fare gli altri, ancorché con il motivo di non turbare l'unità".
Ammetterà che finora avete fatto a gara....
"È vero. Ma a questo punto ognuno deve avere il coraggio di dire, a se stesso prima di tutto, se crede in questa scelta e dirlo in modo definitivo. E poi attendere, con rispetto, gli altri. Ma non aspettare a declinare completamente la scelta fino a quando gli altri non hanno fatto la loro. Chi dice di essere più convinto, è bene che prenda l'iniziativa. È quello che io chiedo alla Margherita. Dica che quello della prossima primavera sarà l'ultimo congresso: che metterà fine a un percorso che era stato pensato e deciso sin dall'inizio come un percorso a termine. Questo e solo questo chiediamo. Se su questo riusciremo a confrontarci in modo onesto, se su questo riusciremo a decidere in modo conclusivo il congresso avrà un senso. Altrimenti conviene parlarne direttamente con i cittadini".
Dovrebbe valere anche per i Ds.
"Naturalmente. Per quelli che — ci auguriamo siano la maggioranza — si riconoscono nelle posizioni di Fassino".
Se D'Alema la chiamasse "compagno", sarebbe un dettaglio anche questo?
"Certo. Quello che conta, ripeto, sono le cose che molte ci uniscono"..

Senta, ma alla fine questo benedetto partito, riuscirete a farlo? Entro giugno nascerà qualcosa?
"Giugno? Le dovrei chiedere di quale anno... Quello che so è che oggi sembra smarrito il senso dell'impresa. Senza questo, che nasca a giugno del 2007 o di un altro anno, cambia poco. È la grandezza dell'impresa che vedo fuori dalla scena. Sento il dovere di raccogliere il senso di smarrimento che serpeggia tra i cittadini, soprattutto tra quanti ci hanno creduto, e di lanciare un allarme. Non vedo sentimenti adeguati. Il paradosso è che talvolta mi riconosco più negli argomenti degli oppositori che in quelli dei sostenitori perché leggo in essi almeno la cifra della verità. So che il partito di cui abbiamo bisogno è innanzitutto un partito vero, per la cui nascita qualcuno non dorme: sia tra i sostenitori che tra gli oppositori. Mentre il partito che rischia di affermarsi è un'impresa tranquilla, una scelta scontata: un partito che riesce ad essere contemporaneamente pesante dal punto di vista organizzativo e leggero, leggerissimo, dal punto di vista dei contenuti, della tensione culturale e della passione politica. Leggero come una piuma che si libra nell'aria, non come il volo di un uccello".


La democrazia malata di Bush e Blair
Massimo L. Salvadori su
la Repubblica

Un architetto che, dopo aver promesso di costruire un edificio capace di sfidare ogni intemperie, poi lo veda crollare trascinando nelle macerie alcune decine di vite stroncate perché ha sbagliato i calcoli e usato materiali inidonei, finisce in carcere. Non vi è giudice ed opinione pubblica che lo giustifichino e gli consentano di continuare tranquillamente la professione. È invece davvero straordinario quel che avviene nell´esercizio dell´arte del governo degli uomini. In questo campo è quasi normale e prevalente l´atteggiamento per cui i governanti possono farne di ogni colore, fino a provocare autentici disastri, senza pagare il prezzo delle loro azioni o pagandone uno assai modesto. Ed è interessante osservare quanto i regimi democratici siano propensi ad offrire i più comodi paracadute ai governanti che nelle questioni più vitali abbiano persino ingannato parlamento e popolo: regimi che pure poggiano su principi e istituzioni che dovrebbero attivare efficaci meccanismi di controllo del potere, mettere in campo per tempo di fronte a grandi scelte sbagliate contromisure tempestive, sanzionare le deviazioni del potere quando questo assuma un carattere arbitrario.
Proviamo a svolgere alcune riflessioni su Bush, Blair - i leader delle più venerande liberaldemocrazie - e la loro politica irachena. Essi hanno commesso in proposito errori madornali con una enorme sicumera che li ha indotti a coprire di scherno e contumelie i loro oppositori. Che abbiano seminato vento e raccolto tempesta è ormai sotto gli occhi di tutti. Basti pensare alle recenti dichiarazioni di Kofi Annan sul fallimento della politica americana e al rapporto Baker, dove si trova dichiarato nero su bianco che la strada della guerra è finita in un vicolo cieco, e si raccomanda il ritiro graduale delle forze militari in un quadro di rilancio delle trattative con le potenze regionali del Medio Oriente. Un completo scacco politico e militare, dunque, del disegno di Bush e di Blair, i quali, in luogo di pacificare l´Iraq e di sconfiggere il terrorismo, hanno sprofondato quel paese in una notte di cui non si intravede la fine e ancor più infiammato il Medio Oriente e rafforzato il terrorismo. Il crollo da essi causato è paragonabile a quello di migliaia di palazzi. Ciò nonostante gli architetti responsabili sono sì politicamente assai raffreddati, ma pur sempre vivi e vegeti e pronti a sfornare nuove ricette rivendicando l´immutata bontà delle loro scelte di fondo.
Ma di cosa sono responsabili? Vale la pena di rispolverare sinteticamente la memoria. Per conseguire i propri scopi di natura economica (il controllo sul petrolio) e geopolitica (il controllo sulla regione) hanno messo in atto tutti gli strumenti suggeriti dai manuali del più vetero machiavellismo. Sfruttando l´onda creata dall´11 settembre hanno sostenuto, commettendo un doppio falso, che l´Iraq di Saddam era uno dei grandi centri del terrorismo internazionale in combutta con Al Qaeda, che esso, in possesso di armi di distruzione di massa, era in grado di diffondere la morte in Occidente e intenzionato a farlo. E al fine di ottenere il consenso di cui avevano bisogno i due leader hanno deliberatamente ingannato le Nazioni Unite e l´opinione pubblica mondiale e non hanno esitato a scompaginare le file dei loro stessi alleati, opponendo gli amici fidati a quelli falsi e infidi. Sennonché, mentre spargevano inganni, hanno sbagliato tutti i calcoli. Infatti - accecati dalla stessa logica della superiorità militare che era stata dei francesi in Indocina e in Algeria, degli americani in Vietnam, dei sovietici in Afghanistan, senza aver nulla imparato da quelle esperienze - , hanno garantito una rapida e schiacciante vittoria in Iraq, la costituzione di un governo amico dell´Occidente, lasciando sullo sfondo il ruolo cruciale ma poco nobile giocato dall´oro nero in tutta la faccenda. Poi le cose sono andate di male in peggio, e allora hanno preso ad invocare a soccorso i valori più alti. Al modo in cui i francesi avevano suonato la tromba della comune patria civilizzatrice, gli americani della difesa della libertà di fronte all´espansione comunista, i sovietici della lotta contro forze oscurantistiche appoggiate dall´imperialismo occidentale, così Bush e Blair si sono messi a sventolare la bandiera del dovere dei paesi democratici di abbattere le dittature (naturalmente solo quelle sgradite). E più la sventolavano, meno la bandiera produceva gli effetti voluti. L´Iraq liberato è caduto in un caos ingovernabile, le armi credute onnipotenti si sono rivelate spuntate e l´unica strada rimasta è di far marcia indietro senza che si sappia come. Ma i due grandi leader, sebbene scossi, sono ancora lontani dall´aver reso il conto dovuto del loro operato disastroso, il cui bilancio peggiore è di aver confermato ancora una volta che la violenza di eserciti occupanti può clamorosamente fallire e dimostrato a chi vi si oppone, usando a sua volta un´adeguata violenza, che chi la dura la vince.
Tutto ciò ci induce a riflettere, per tornare al punto iniziale, sullo stato dell´arte di governo. Le scienze e le tecniche progrediscono in maniera strabiliante. Per contro l´arte del governo, quella che attiene al compito di affrontare e risolvere i problemi della convivenza umana, sembra restare decisamente al di sotto di questo stesso compito.

Ogni forma di governo ha le sue proprie caratteristiche. Quelle dei regimi democratici odierni sono lo iato profondo tra i loro valori e principi costituzionali da un lato e il loro modo di funzionare in concreto dall´altro, la malattia insita nel fare dello sviluppo economico e del consumismo idoli da anteporre ad ogni altro fine, la diffusa apatia o l´impotenza dell´opinione pubblica dinanzi agli abusi di potere, la sordità o quanto meno la grande lentezza dei governi e delle masse di fronte all´esigenza di elaborare e mettere in atto piani che vadano oltre il breve termine per salvaguardare rapporti tra gli uomini e tra uomo e natura all´altezza delle aspettative.
Il problema, mi pare, si delinea con sufficiente chiarezza. Tocchiamo con mano l´urgenza che i paesi democratici si guardino allo specchio; smettano di crogiolarsi in un trionfalismo retorico che li induce a proporsi come modelli da esportare e addirittura imporre al resto del mondo alla stregua di merci preconfezionate; guardino alle loro carenze e trovino le vie di un loro rinnovamento profondo. Allora e allora soltanto potranno diventare esempi fecondi capaci di fare proseliti per convinzione e non di generare nuovi nemici.


Risposta all'America
Renzo Guolo su
la Repubblica

Teheran si prepara a gestire la difficile partita delle sanzioni con una mossa ardita ma non imprevista. È la risposta all´amministrazione Bush, che da tempo ha predisposto un piano destinato a mettere sotto pressione il regime iraniano. L´obiettivo è escludere Teheran dal sistema finanziario internazionale, vietando alle banche americane la transazione con istituzioni che hanno rapporti con le banche degli ayatollah. Misure destinate a causare difficoltà all´Iran nel vendere petrolio in dollari e a ottenere crediti sul mercato internazionale.
Per sfuggire alla morsa americana, e nell´intento di mettere fine a quella che definisce " la dipendenza dal dollaro", l´Iran ordina alla propria Banca centrale di convertire in euro gran parte delle attività in dollari detenute all´estero e di utilizzare prevalentemente, nelle transazioni con l´estero e negli scambi internazionali, la divisa europea al posto di quella Usa. Già in passato Teheran aveva fatto balenare una simile ipotesi, lanciando l´idea di una "borsa del petrolio" nell´area di libero scambio dell´isola di Kish. Ipotesi destinata a fallire senza l´adesione delle petrolmonarchie del Golfo alleate degli Stati Uniti, insoddisfatte delle oscillazione del dollaro ma politicamente decise a non scontrarsi con Washington su un terreno così delicato come quello valutario. Teheran decide ora di procedere unilateralmente. Del resto Ahmadinejad, uscito sconfitto dalle urne, vuole evitare di mettere a repentaglio il patto sociale, che lo ha portato alla presidenza, tra pasdaran e mostazafin, "militari" e "diseredati". Un patto, fondato sulla promessa di una diversa redistribuzione del reddito e di massicci investimenti nelle sempre penalizzate province periferiche che, nonostante il dispendioso ma poco efficace uso fatto sin qui dei proventi del petrolio, non è riuscito a mantenere.

Una mossa, quella di Teheran, che complica ulteriormente i rapporti tra Stati Uniti e Europa. Washington preme già, decisamente, sui paesi europei perché rinuncino a investire nel settore energetico iraniano: ne sa qualcosa anche l´Italia.
Una strategia di strangolamento economico, quella americana, che mira a innescare una spirale, fatta di difficoltà produttive e negli approvvigionamenti, mancanza di tecnologie, riduzione delle esportazioni, paralisi finanziaria, tale da indurre una crisi interna in Iran. Crisi che conduca, quantomeno, a un ammorbidimento sulla vicenda del nucleare. Allargando il paniere delle monete di riserva Teheran mira a sparigliare i giochi. L´Iran dispone di ingenti riserve in valuta che, secondo il governo, possono garantire per alcuni anni la sussistenza di una "nuova economia di guerra". Un tempo necessario per verificare se, con una nuova amministrazione alla Casa Bianca, gli Usa muteranno politica; o preparare un accordo complessivo con gli americani, che metta sul piatto anche Iraq e Libano, destinato a stabilizzare il regime. Nel frattempo, con soddisfazione di Teheran, la divergenza di interessi tra euro e dollaro rischia di allargare ulteriormente l´Atlantico.


Israele deve trattare con la Siria
Lo Scrittore sul
Corriere della Sera

Il presidente siriano Bashar al Assad propone ripetutamente a Israele di avviare trattative di pace.
Negli ultimi giorni ha aggiunto di essere disposto a non porre alcuna condizione preliminare per un negoziato — nemmeno la restituzione del Golan. A questa proposta il primo ministro Olmert ha risposto in maniera sbalorditiva: non possiamo disubbidire al presidente Bush, nostro alleato, che non ha alcun interesse a un accordo di pace tra Israele e la Siria Israele dunque respinge la mano tesa di Assad.
Ci sono stati tempi in cui Israele si comportava ancora da nazione indipendente, non da protettorato americano; tempi in cui un negoziato diretto e senza condizioni preliminari era il cuore della sua politica in Medio Oriente.
David Ben Gurion, Moshe Sharet, Levy Eshkol, Yitzhak Rabin, Menachem Begin, tutti costoro pretendevano che gli stati arabi si sedessero al tavolo del negoziato con Israele senza che nessuna delle parti ponesse condizioni preliminari. Le diverse esigenze, sostenevano, si sarebbero chiarite in fase di negoziato.
Le cose non stanno più così.
Ora è Israele a porre alla Siria, in risposta alla sua proposta, una serie di condizioni preliminari: scacciare dal suo territorio la dirigenza di Hamas, dissociarsi da Hezbollah, smetterla di importunare i nostri amici americani in Iraq, prendere le distanze dall'Iran, cessare i preparativi militari davanti alle alture del Golan. E tutto questo ancor prima di iniziare qualsiasi trattativa.
Ma se la Siria dovesse ottemperare a tutte queste condizioni, Israele non avrebbe motivo di avviare un negoziato sul futuro del Golan. La pace di fatto diventerebbe superflua.
Nel millenovecentosessantasette, in seguito all'attacco della Siria a Israele, lo stato ebraico conquistò le alture del Golan. Da allora Damasco non ha mai smesso di esigere la restituzione di quei territori. In cambio Israele vuole pace, riconoscimento e la cessazione di ogni ostilità.
Ma il governo Olmert chiede tutto questo, tutto quello che la Siria può dare, ancor prima di sedersi al tavolo delle trattative, e questo è inconcepibile. Ancor più inconcepibile è il motivo addotto da Israele al rifiuto della mano tesa siriana: non si deve trattare con la Siria per non rendere ancora più difficile la vita al presidente Bush nella polemica interna statunitense sulla questione mediorientale.

Perché dovrebbe lasciare in sospeso un suo supremo interesse nazionale — la pace con i propri vicini — a favore di relazioni più o meno piacevoli con un governo straniero? Ma questa è anche soprattutto la prima volta che un capo di governo israeliano ammette, facendosene persino vanto, che una decisione di suprema importanza nazionale è di fatto rimessa in mani straniere.
Ci siamo già trovati in una situazione come questa. Alla vigilia della guerra dello Yom Kippur il presidente egiziano Sadat offrì a Israele pace in cambio della restituzione della penisola del Sinai.
Lo sventurato governo di Golda Meir ignorò quella proposta, adducendo pretesti molto simili a quelli dell'attuale esecutivo Olmert. Duemila e settecento soldati israeliani furono uccisi e molti altri feriti nel corso di quel conflitto, in seguito al quale Israele giunse a concludere un accordo con l'Egitto esattamente come aveva proposto Sadat: pace in cambio di territori.
Non abbiamo davvero imparato niente?


  19 dicembre 2006