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a cura di G.C. - 18 dicembre 2006


Prodi: "Ora le riforme per far correre il Paese"
G.L. su
la Repubblica

ROMA - "Con la Finanziaria abbiamo voluto dare una direzione nuova al Paese". Incassato il sì del Senato con il voto determinante dei senatori a vita, e in attesa che la manovra torni alla Camera per l´approvazione definitiva che si prevede entro Natale, il presidente del Consiglio fissa i prossimi obiettivi del suo governo. La Finanziaria - secondo il premier - ha indicato "una direzione in cui abbiamo i conti in ordine e tutte le risorse possibili per lo sviluppo. Ora dobbiamo veramente vedere tutti i problemi più delicati e più forti dello sviluppo e indirizzare ancora più energie in quella direzione". Lo sviluppo va aiutato "con provvedimenti e riforme che permettano questa corsa. Il primo schema di liberalizzazioni ha avuto molto successo. Seguiranno altre decisioni per permettere agli italiani di correre. Questo - sottolinea Prodi - è quello di cui noi abbiamo bisogno". Le future liberalizzazioni e le altre decisioni a cui Prodi ha accennato dovranno servire per far tornare competitiva l´economia italiana. "Noi vinciamo - dice infatti il premier - se, come io penso, il Paese comincia a correre di nuovo, e quindi ogni sforzo va in quella direzione. E credo che ce la facciamo, perché il Paese ha le energie per reagire, per ritornare in gara tra i primi della classe in Europa".
Ma oltre agli interventi strutturali come le liberalizzazioni occorre secondo il premier anche una riforma di alcuni procedimenti parlamentari, quindi "è opportunissimo, non solo opportuno" modificare i meccanismi della legge di bilancio visto che anche quest´anno la Finanziaria è stata particolarmente laboriosa. "È qualcosa - ha spiegato il premier - che da anni, prima come economista poi come politico, mi sono sempre posto. Il problema è che questo può essere fatto solo se, in modo parallelo, diventa più snella la formazione delle leggi. La Finanziaria viene presa un po´ come un veicolo unico, come un treno, anche perché è molto difficile legiferare in modo ordinario. Questi regolamenti sul modo di legiferare -ha ribadito Prodi -andrebbero sveltiti e modernizzati".
Ma dal centrodestra arrivano subito i primi stop all´idea di cambiare i meccanismi parlamentari. "Se Prodi pensa di modificare i regolamenti parlamentari, profittando del dibattito relativo alla riforma delle procedure sulla Finanziaria, commette un grave errore", avverte il presidente dei senatori di Forza Italia Schifani. "Non è con i blitz di maggioranza sulle modifiche dei regolamenti parlamentari che il presidente del Consiglio può pensare di continuare a sopravvivere. Queste regole sono il frutto di una condivisione unanime delle forze politiche e quindi modificarle senza il consenso di tutti costituirebbe uno strappo istituzionale che in Senato non gli consentiremo". Mentre il vicecoordinatore di Fi Cicchitto insiste sul giudizio pesantissimo già espresso da Tremonti sulla Manovra. "Questa Finanziaria si fonda sulla scelta demenziale di aumentare contemporaneamente la spesa pubblica e le tasse. Questo vuol dire che si sommano i danni di entrambi queste operazioni, che finiscono con il colpire tutte le classi sociali. Per di più, questo governo così impopolare nella società, in Parlamento si fonda non sul voto aggiuntivo, ma sul voto determinante dei senatori a vita. Ciò apre il problema della legittimità democratica sostanziale di un esecutivo privo della maggioranza dei parlamentari eletti". A Tremonti replica il ministro Chiti: "In ogni paese normale, chi fosse risultato responsabile dello sfascio dei conti pubblici non avrebbe l´ardire di presentarsi all´opinione pubblica elargendo prediche e offendendo gli avversari politici".



Monti critica le scelte del governo
R.B. sul
Corriere della Sera

ROMA — Mario Monti promuove, anche se con la sufficienza, la Finanziaria appena approvata dal Senato, ma boccia la "politica economica del governo che non è all'altezza delle aspettative". Per il presidente dell'Università Bocconi ed ex commissario europeo alla concorrenza, il premier Romano Prodi "era partito bene con il decreto sulle liberalizzazioni di luglio ma poi non ha fatto molto". Le riforme strutturali, ha sostenuto Monti rispondendo alle domande di Lucia Annunziata nel programma di Raitre In mezz'ora, "dovevano essere parte della stessa manovra" e se la Finanziaria "non è brillante ma è passabile, va più criticata per quello che non c'è ancora".
L'economista non si tira indietro nel giudicare sia Prodi che il ministro dell'Economia Tommaso Padoa- Schioppa. "Ho grande stima per entrambi — ha affermato — e credo che stiano facendo il possibile, purtroppo è stata scelta una formula politica che non può portare molto avanti perché piena di contraddizioni interne". E anche "esterne". Per Monti, infatti, c'è già una "grande coalizione di alleati inconsapevoli contro le liberalizzazioni e l'equità sociale formata da gran parte del centrodestra e dalla parte radicale e conservatrice dell'estrema sinistra". Il professore, comunque, ritiene che il governo "possa durare l'intera legislatura anche se con graduali paralisi che rischieranno di portare il Paese verso uno slittamento della competitività ".

Commentando l'affermazione del vicepremier Massimo D'Alema — "gli editori usano i giornali come bastoni" — Monti precisa che "li usano anche come carote" e crede che "i politici avrebbero motivo di indignarsi se a loro volta non avessero delle amicizie o adiacenze con il potere economico".
"Sarebbe un errore tirare Monti per la giacchetta del dibattito politico — scrivono in una nota Daniele Capezzone e Paolo Messa del tavolo dei Volenterosi commentando l'intervista — ma lo sarebbe maggiormente confinarlo nel limbo delle analisi astratte". L'onorevole ulivista Franco Monaco registra "con soddisfazione il giudizio sostanzialmente positivo di Monti sulla Finanziaria" e vuole "rassicurarlo sulle sue preoccupazioni: le riforme tese a modernizzare il Paese, di cui già sono state poste le premesse, sono in agenda e si faranno. Confidiamo di smentire il suo scetticismo al riguardo, anche se governare è più difficile che fare analisi e prospettare ricette".


La storica solitudine del ministro del tesoro
Mario Pirani su
la Repubblica

"Questa solitudine non mi spaventa", ha detto Tommaso Padoa-Schioppa in una conversazione con "Repubblica" (15 dicembre). Ha ragione. La solitudine è sempre stata la condizione naturale del ministro del Tesoro (oggi dell´Economia) nei passaggi difficili delle vicende economiche del Paese. Chi, per ragioni anagrafiche, ha memorie lunghe, ricorda che nel 1946-47 il titolare di quel ministero, un autorevole economista liberale, Epicarmo Corbino, veniva periodicamente impiccato in effigie sulle piazze di tutto il paese dai dimostranti di sinistra. Con Luigi Einaudi, che proprio lui aveva proposto come governatore della Banca d´Italia, portava il "demerito" di aver respinto fermamente l´idea del ministro comunista delle Finanze, Mauro Scoccimarro, di procedere al cambio della moneta e d´imporre la patrimoniale. Ma l´imputazione maggiore, per Corbino come per Einaudi, consistette nel voler battere l´inflazione al 47% con una drastica stretta, il controllo dei salari e delle spese, una prima liberalizzazione degli scambi. Il risultato positivo si vide nell´arco di un anno, ma alla fine Corbino dovette dimettersi per lasciare il posto ad un più malleabile ministro dc.
Ancora più drammatica fu la svalutazione della lira e la sua uscita dal Sistema monetario europeo nel settembre del 1992. Al governo vi era Giuliano Amato (ministro del Tesoro Piero Barucci, governatore Carlo Azeglio Ciampi). Un coro di accuse si levò allora da destra, ma anche da sinistra, tanto più che per salvare la lira il governo impose in pochissimi giorni una manovra di quasi centomila miliardi, che contemplava l´aumento dell´età pensionabile, il blocco dei pensionamenti di anzianità, la minimum tax, il prelievo straordinario sui conti correnti, la tassa sulla salute, l´Ici, l´avvio delle privatizzazioni. Senza quella terrificante stangata non saremmo mai riusciti a risalire la china fino ad entrare nell´euro.
La Finanziaria dei giorni nostri ha forse suscitato dissensi anche maggiori, pur non raggiungendo neppure da lontano le incidenze di quella terribile stangata. Non si è percepita una analoga drammaticità nella situazione economica tale, da giustificarne la dimensione e renderla accettabile. Eppure, per quanto riguarda il versante della finanza pubblica, la drammaticità è nelle cifre del deficit annuale che aveva largamente sfondato i parametri europei e che, sommato al crescere del debito accumulato, ci condannerebbe, se non venisse riportato a una dinamica virtuosa, a un impoverimento ulteriore per rimborsare i crescenti tassi d´interesse, come i declassamenti delle agenzie internazionali lasciano prevedere.
Guai se Padoa-Schioppa non avesse imbrigliato drasticamente i flussi di finanza allegra della gestione precedente.
Dove invece sorgono le perplessità è, come ho accennato nell´ultima rubrica, nella parte collegata ai finanziamenti per lo sviluppo, soprattutto quelli che vanno sotto il capitolo del cuneo fiscale. Era necessario questo sforzo e l´inasprimento fiscale che ne è conseguito per smuovere, come è stato detto, un paese "paralizzato"? I dati del rapporto Censis lo negano, affermando che un rilancio strutturale è ormai in atto da alcuni mesi in seguito al rinnovamento di una parte decisiva dell´industria e alla ripresa internazionale della domanda. Riportando quei dati e tenendo anche conto del carattere di ricerca sociale più che economica del Censis, avanzavo anche qualche corposo dubbio. Ma ora sono usciti sia il rapporto Mediobanca-Unioncamere sia il Bollettino della Banca d´Italia, tutti incentrati sulla ripresa in atto ("L´industria ritrova il suo sprint", titola "24 Ore").

Qui riporto solo un passaggio che sottolinea come rispetto a un anno fa "siano andati bene sia i beni intermedi, sia i beni strumentali, sia i beni di consumo, durevoli e non durevoli (...); gli incrementi più marcati si sono avuti nei settori degli apparecchi elettrici e di precisione, del tessile e abbigliamento, del metallo e prodotti metallici, dei mezzi di trasporto. Male solo l´energia. Ciò conferma l´attesa di crescita annua dell´1,8 per cento, dopo cinque anni di calo ininterrotto della produzione industriale nei settori dell´innovazione". Si ha l´impressione che il governo, invece di lasciarsi portare dall´onda della ripresa come un abile surfista, non si sia accorto del mutare del tempo economico ed abbia, da un lato, elargito un regalo certamente gradito alla Confindustria, quanto non necessario, e, dall´altro, si sia messo di traverso, aumentando la pressione fiscale per reperire nuovi mezzi, senza valutare prima gli introiti assicurati dal rilancio.


Il Cavaliere, il Senatur e la bio-politica
Filippo Ceccarelli su
la Repubblica

Sarà che le culture politiche sono andate in pensione per raggiunti limiti di età; ma certo, e ancora una volta, la vita politica italiana si ritrova saldamente appesa a dei corpi. Solo Umberto Bossi, a pensarci bene, poteva rivelare coram populo che Berlusconi è in America per un intervento al cuore.
Solo lui, che per sua fortuna il pacemaker ce l´ha da tempo, poteva permetterselo; e che il giorno dopo l´operazione ha pure ammesso, spiritosamente: "Vado a pile". Trasparenze cliniche e misteri sanitari d´oltreoceano. Biopolitica applicata, comunque. Il corpo del Senatùr e quello del Cavaliere. Bossi e i segni della malattia, la piega della bocca, la voce irriconoscibile, ma il dito medio sollevato in segno di sfida: io ci sono ancora, sono ancora io. Berlusconi e l´ombra - il dubbio, il sospetto, il timore - della malattia. Anno movimentato, questo suo 2006. I chili acquistati, l´allenamento per i tele-duelli, la sciatalgia elettorale, gli antibiotici, i malanni diplomatici, la turbinosa estate delle feste e delle belle donne. Poi il menisco, la passione di Montecatini, la risurrezione di San Giovanni. Ancora l´altro giorno, alla presentazione del libro di Vespa, il Cavaliere ha ritenuto di notificare al suo pubblico di essere un brachicardico: "Di notte ho 30 battiti al minuto, in questo momento intorno ai 50. Ecco perché - ha concluso - è come se avessi 25 anni in meno". Potenza dei numeri. Ma ciò che resta e colpisce, al netto della più elementare contabilità, è quel "come se". Perché di anni Berlusconi ne ha ormai 70, e su questo c´è poco da discutere. Il povero corpo di Welby, anche - e a proposito. Vertigini di sofferenza muta, questioni etiche di terribile rilievo. Di nuovo Bossi, davanti a quelle foto, lui che ha vissuto "il dolore e l´odore della morte" si è ritenuto in dovere di proclamare la più triste delle verità nell´era del benessere e della fitness. Che il corpo è anche - spesso - un luogo di sofferenza. Hai voglia a installare centri-massaggi al circolo Montecitorio; hai voglia a ricorrere alle più evolute tecniche di mantenimento e restauro; hai voglia a fare eleggere in Parlamento Miss Italia; hai voglia, Scapagnini. E´ il tempo che passa. Immensamente più forte delle ideologie, degli interessi, degli insediamenti sociali, dei gusti e delle tecno-civetterie della classe politica.

Così, il mistero del viaggio americano di Berlusconi è meno misterioso - e più umano, per una volta - di quello che le più efficaci strategie comunicative e manipolative si sforzino di dimostrare. Perché nulla meglio del corpo, il corpo mediale dei leader, misura anche il grado d´invecchiamento della classe dirigente. E si capisce: questo processo biologico non ammette trucchi, è visibile, è significativo. Fossero solo i senatori a vita, pure determinanti nel gioco dei numeri e delle maggioranze parlamentari. Sono anziani, e tale è il loro statuto: non esistono senatori a vita giovani e prestanti. Ma l´invecchiamento della nomenklatura italiana è un fatto più generale di occhi, di rughe, di andatura, di passettini. E pure di linguaggio. E´ qualcosa di istantaneo che non può sfuggire allo sguardo e anzi a volte lo magnetizza, lo riscalda, lo strattona. "La dittatura dei pannoloni" grida Libero, in prima pagina. "Io senatore Pannolone" esordisce Cossiga nell´aula di Palazzo Madama. E´ come se il corpo, d´un tratto, da Arcore ai centri iper-specializzati dell´America profonda, da Montecitorio alle brume della Padania prealpina passando per Porta a porta, ecco, è come se il corpo dicesse: adesso è il mio turno, il mio momento di potere. Provvedete voi. La natura del resto è più forte dei sani valori morali, dei sondaggi infallibili, del partito democratico e anche del grande centro.


Dieci ragioni per dire sì
Ferdinando Targetti su
l'Unità

Alcuni pensano che la questione oramai non sia più se fare o no il Partito Democratico, ma come farlo. Io credo che questa posizione pecchi di un eccesso di ottimismo, in quanto invece, è mia opinione, molti non credono alla necessità di dar vita al Pd e altri non vogliono andare oltre all'idea di una Federazione tra partiti. L'idea di una Federazione andava bene qualche anno fa, ma oggi è di retroguardia: significa non voler andare oltre una coalizione rafforzata dell'Ulivo. Le resistenze alla nascita del Pd derivano da conservatorismo, da chi pensa che gli attuali partiti, purché coalizzati nell'Ulivo, vadano bene come sono.
Ma derivano anche da opportunismo, da chi pensa che la propria posizione di potere personale si indebolirebbe all'interno di un partito di maggiore dimensione.
Dalle ripetute discussioni sull'argomento mi sono convinto che un semplice e sintetico decalogo delle ragioni per cui è necessario dar vita, da qui alle elezioni europee del 2009, al Pd sia oltremodo opportuno. Tralascerò invece di considerare le modalità e il percorso per giungere a quella data con un partito costituito.
1) Partito di governo. I partiti storici della sinistra italiana, Psi e Pci, nel secolo scorso, per responsabilità delle dirigenze politiche di quei partiti o delle preferenze del popolo italiano, sebbene abbiano conseguito dei grandi successi di rilevanza storica (la Resistenza, la Repubblica e la Costituzione), sono tuttavia stati esclusi dal governo del Paese (Pci) o ad altri subordinati (il Psi alla DC). Non così è stato per i partiti di centro (Giolitti all'inizio secolo e la Dc dopo il secondo dopoguerra) e di destra (il fascismo). Il Pd può rompere questa tradizione e candidarsi ad essere partito di governo per i decenni a venire.
2) Frammentazione. La coalizione di governo di centrosinistra, l'Ulivo, è frammentata in numerosissimi partiti, il maggiore non supera il 17,5%. Se Ds e Margherita danno vita ad un partito di più del 30% esso potrà rappresentare una credibile forza di governo di centrosinistra e il baricentro di qualsiasi coalizione. Se non daranno vita al Pd, mentre a destra Fi, che già ora supera il 20%, si fonderà con An, il centrodestra supererà il 30% e rappresenterà agli occhi dell'elettorato una forza politica più seria e credibile del centrosinistra.
3) Il valore aggiunto dell'Ulivo. Il futuro Pd sarà costituito soprattutto da tre forze: Ds, Margherita e gran parte del delta dell'Ulivo, il popolo delle primarie, composto da milioni di persone. Il popolo delle primarie ha mostrato di voler avere una propria voce. Se non si farà il Pd si rischia che questo popolo, deluso, si ritirerà in gran misura nel non voto.
4) Un partito per un premier. Oggi la coalizione di centrosinistra è stata debole nella scelta del premier. I Ds, che sono i più grandi non lo hanno indicato, per il passato comunista, i Dl non lo hanno indicato perché sono più piccoli. Se viene scelto un leader di compromesso, risulta debole perché non ha un suo partito. Prodi è riuscito a superare brillantemente questa impasse con le primarie, ma è un escamotage che non può essere ripresentato ad ogni elezione. Con il Pd il leader del partito diventa il leader della coalizione (come in Gran Bretagna, Germania ecc).
5) Un partito per un sistema bipolare. Se la democrazia richiede l'alternanza e se prevale l'opinione che il giudizio di premio o sanzione ad un governo deve essere dato direttamente dagli elettori e non indirettamente da partiti che cambiano alleanze in Parlamento, ci si deve attrezzare per un sistema tendenzialmente bipolare.

Un partito di rilevanti dimensioni, come potrebbe essere il Pd, va creato a prescindere dal sistema elettorale, in modo da mettere il sistema bipolare al riparo da sistemi elettorali perversi come quello che vige oggi in Italia.
6) Il ricambio delle classi dirigenti e il rapporto con i propri militanti ed elettori. Gli attuali partiti di centrosinistra sono stati capaci di selezionare dei valenti dirigenti e di avere una rete di militanti in tutto il Paese (soprattutto i Ds che l'hanno ereditata dal vecchio Pci), ma è crescente il malessere tra militanti e soprattutto fra gli elettori circa la straordinaria vischiosità, l'autoreferenzialità e l'autoperpetuazione delle classi dirigenti dei partiti. I meccanismi di selezione privilegiano troppo spesso il conformismo e la fedeltà al capo, anzi ai vari capi, rispetto all'autonomia e alla originalità di pensiero. Il rapporto tra la dirigenza e la base si ferma al livello dei militanti, proprio mentre questi stanno diventando una quota sempre più piccola degli elettori. Dar vita al Pd è un'occasione per rivedere i meccanismi di selezione dei rappresentanti nelle istituzioni politiche e dei dirigenti del partito (primarie) e per rivitalizzare il rapporto tra dirigenza ed elettori, lungo percorsi nuovi di partecipazione che possono dar linfa alla politica e allo schieramento di centrosinistra.
7) L'adesione al Pse. L'adesione al gruppo parlamentare europeo del Pse, pur rappresentando oggi un problema, è destinato a risolversi. Da un lato si manifesta l'apertura del Pse a partiti europei non solo socialisti, ma anche democratici-progressisti, come è avvenuto a Porto in questi giorni, dopo l'ottimo lavoro preparatorio di Fassino, in occasione del Congresso del Pse. D'altro lato lo sbocco nel Pse sarà favorito dall'aver accettato, anche da parte dei Dl, l'idea che il Partito Popolare Europeo è stabilmente un partito di centro-destra, che non può essere la casa dei democratici e progressisti italiani, e dalla considerazione che si indebolirebbe la posizione in Europa dell'Italia se il partito di governo non facesse parte di una delle due principali forze politiche del Parlamento europeo.
8) L'omogeneità di visione sui terreni politici in senso stretto. Oggi i partiti di sinistra di antica matrice socialista sono molto numerosi (Ds, Rc, Pdci, Rosa nel Pugno) e sono divisi sul terreno socio-economico in due impostazioni: una socialista liberale (maggioranza dei Ds e Rnp) e una socialista tradizionale (gli altri), mentre le forze politiche che darebbero vita al Pd sono accomunate sulla più parte dei terreni politici in senso stretto. Sono accomunati da una impostazione liberale di sinistra sul terreno sociale (responsabilità individuale, meritocrazia, inclusione sociale e parità di opportunità), su quello di politica economica (finanza pubblica equilibrata, welfare della spesa e progressività delle entrate, intervento regolatore dello Stato a fronte di fallimenti del mercato) e sulla globalizzazione (potente strumento di crescita, ma non di equità distributiva, per la quale sono necessari interventi di governo sovranazionali). Posizioni comuni si ritrovano anche sulla politica estera (multilateralismo e Nazioni Unite) e sull'Europa (Europa politica e non solo area di libero scambio). Questa larga base programmatica comune giustifica ampiamente la necessità che le forze politiche che vi si riconoscono diano vita ad un partito comune.

9) Etica individuale. Le questioni della famiglia (coppie di fatto, diritti dei gay), della bioetica (sperimentazione sulle cellule staminali), della vita/morte (eutanasia, testamento biologico), del rapporto Stato-Chiesa (finanziamento delle scuole confessionali) sono questioni che in Paesi secolarizzati come il Regno Unito non solo non dividono i laburisti, ma neanche sono motivo di contrapposizione tra laburisti e conservatori. In Usa, Paese molto meno secolarizzato dell'Europa, sono invece motivo di scontro tra democratici e repubblicani. L'Italia si trova a metà strada tra questi due estremi. Tuttavia vanno tenute presenti tre considerazioni importanti. La prima, che una serie di questioni, soprattutto quelle relative alla bioetica (si pensi alla clonazione), sono questioni sulle quali la gran parte dei cittadini (sia italiani, sia europei) non ha una idea chiara e non è pensabile che essi si dividano (come per il divorzio o l'aborto) tra progressisti e conservatori (ne è un esempio il referendum sulle cellule staminali che non ha raggiunto il quorum). In secondo luogo anche questioni più sedimentate e più “politiche”, come i diritti degli omosessuali a dar vita ad una famiglia, sono questioni che non dividono nettamente, ma sono trasversali agli schieramenti politici (si pensi all'interno di Forza Italia la diversità di opinioni sui “pacs” tra l'onorevole Lupi e la ex socialista onorevole Moroni). La terza considerazione è che qualora una divisione di opinioni si manifesti essa ha effetti politici molto più dirompenti se si manifesta tra esponenti di due partiti di una coalizione (ad esempio tra Ds e Dl) che non se si manifesta tra due esponenti dello stesso partito (all'interno dei Ds o dei Dl). Quindi se all'interno del Pd si manifestassero opinioni diverse sui terreni dell'etica individuale queste avranno degli effetti di lacerazione inferiori a quelli che si manifestano ora tra esponenti di diversi partiti della stessa coalizione.

10) Laicismo. Sarebbe fuorviante pensare che tra le forze politiche che intendono fondersi nel Pd ce ne siano alcune che siano contrarie ad uno Stato laico e a favore di uno confessionale. Non c'è nessuno che pensa in questo modo. Tuttavia si pone un problema. Siccome nello Stato laico e liberale ognuno può esprimere le proprie opinioni, non può essere vietato al Papa e alle gerarchie ecclesiastiche delle varie chiese di esprimere una loro opinione sulle questioni attinenti alla morale individuale, anche qualora queste siano oggetto di discussione politica. Il passo tra il diritto di espressione e l'ingerenza può tuttavia essere breve. Penso tuttavia che possa diventare costume comune nel futuro Pd che, riconosciuto alle Chiese di esprimere le loro opinioni su temi di valenza etica oggetto di discussione politica, si chieda loro di astenersi da dare indicazioni strettamente politiche circa il voto o l'astensione dal voto per conseguire specifici risultati afferenti le leggi dello Stato. Infine è facilmente immaginabile che, sebbene i singoli esponenti politici del futuro Pd possano avere diverse convinzioni etico religiose, si conformino sempre più alle concrete soluzioni politiche europee anche in tema di politiche relative alle questioni di etica personale.
In conclusione non vedo obiezioni insuperabili alla costituzione del Pd se non l'atteggiamento di conservazione dell'esistente, che si dimostra debole e senza futuro, o l'atteggiamento di quieta non movere per timore di perdere posizioni di potere acquisite.


Vita, morte e politica
Furio Colombo su
l'Unità

Il paradosso italiano mi viene improvvisamente svelato da un visitatore americano che sa un po' l'italiano e niente dell'Italia, ma mentre sta in Italia ascolta la radio. Mi dice: "Sapevo che siete un Paese cattolico ma non credevo fino a questo punto. Sessanta veglie contro il dolore e la sofferenza, continue notizie per solidarietà con la lunga agonia di un uomo, anche per un Paese profondamente cristiano non è un po' troppo"?
Ho potuto rassicurarlo. La vicenda è quella di un uomo, Piergiorgio Welby, che soffre troppo e chiede di morire. Ma sono i miscredenti che si mobilitano contro la sua sofferenza, sono gli atei (o in tal modo sono descritti), sono i militanti del partito Radicale che è forse l'unico partito in Italia a non essere intimidito da ciò che prescrive la gerarchia ecclesiastica. Il politichese italiano, tutto, si ispira alle istruzioni dei cardinali che dicono: "Peccato che soffra ma va bene così". Oppure al politichese dei partiti che dicono: "Peccato che soffra ma purtroppo non c'è una legge". Oppure, in un'altra versione, che però è del tutto equivalente: "Peccato che soffra, non c'è una legge e non ci sarà mai".
C'è chi aggiunge che è bene stare vicino a chi soffre, ma non spiega per fare che cosa. E chi, in un impeto di sincerità, nel titolo di un giornale considerato religiosamente “osservante”, intitola "La veglia dei boia" per descrivere le manifestazioni di solidarietà dei non cristiani per la sofferenza inumana di Welby.
Scrivo - ingiustamente lo so - "i non cristiani" perché sto aspettando, come tutta l'Italia, una parola cristiana di pietà, (nel senso di amore e rispetto) e dunque di intervento per Welby. Sappiamo che prese di posizione (e iniziative di fatto) per salvare altri Welby dalla tortura ci sono state nel mondo, e non da parte di miscredenti e di assassini. In Italia silenzio o frasi vuote, mentre Welby continua a morire.



La Regione Calabria finanzia giudici che la controllano
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

Può un giudice con una mano prender soldi dalla Regione e con l'altra firmare serene sentenze su quella stessa Regione? E' ciò che si chiedono a Catanzaro, dove su un pezzo della magistratura locale soffia ancora aria di tempesta. Nodo della questione: il decreto con cui la giunta guidata da Agazio Loiero decise di finanziare un corso di aggiornamento per funzionari pubblici affidando le lezioni (quante?) a un gruppetto di docenti e di "tutor" di fiducia. Tra i quali c'erano un membro della Corte dei Conti più il presidente e tre toghe del Tar della Calabria.

Sentiamo già l'obiezione: uffa, per un pugno di euro! Vero: la cifra, in sé, non è poi così grossa: 56.898 euro. Poco più di centodieci milioni di lire. E anche le somme incassate da questo o quello dei "professori" contestati, chiamati a spiegare come funziona la legge numero 15 dell'11 febbraio 2005, sono contenute: da 2.686 a 5.649 euro. Né appare facile contestare la legittimità formale della faccenda. Anzi, diamo per scontato che l'operazione sia corretta.

Ma resta il nodo: è opportuno che un'amministrazione pubblica passi dei soldi a chi quotidianamente deve valutare se i suoi atti siano rispettosi della legge? Nella lista dei docenti spicca ad esempio Quirino Lorelli, che lavora alla Corte dei conti calabrese e tempo fa chiese al Consiglio di Presidenza, il Csm dei giudici amministrativi, il via libera (negato) per fare il segretario generale della Regione alle dipendenze di quella giunta su cui tuttora deve vigilare. Accanto a lui, Cesare Mastrocola, presidente del Tar. E nella loro scia Pierina Biancofiore, Giuseppe Chiné e Giovanni Iannini, tutti e tre componenti della Seconda Sezione dello stesso Tar.

Per carità, tutto regolare. Forse. In una regione tormentata e diffidente qual è la Calabria, dove troppo spesso ogni singolo atto della magistratura viene letto in chiave politica (vedi l'invio degli ispettori ministeriali sollecitato mesi fa da un gruppo di parlamentari di destra contro il pm Luigi De Magistris, sospettato di simpatie sinistrorse prima che mettesse sotto inchiesta anche un pezzo dell'attuale giunta di sinistra) la scelta ha avuto però l'effetto d'un fiammifero in un pagliaio. Al punto che il Quotidiano è arrivato a scrivere di "mandati di pagamento effettuati in tempi non proprio non sospetti".

Certo è che di tutto aveva bisogno, la Calabria, tranne che di questo nuovo sgocciolio di veleni. Che è andato ad aggiungersi ad altri due casi sconcertanti. Prima lo scontro tra il presidente del Consiglio regionale, il diessino Giuseppe Bova, e "i ragazzi di Locri" del movimento "Adesso ammazzateci tutti", additati per mesi come simbolo del riscatto morale della Calabria e ora querelati perché avevano denunciato una "squallida opera di strumentalizzazione politica" condotta dai Ds, "partito che nella regione del dopo-Fortugno vanta il record nazionale per numero di consiglieri regionali inquisiti". Poi il ritrovamento delle denunce che il vice-presidente del Consiglio regionale Francesco Fortugno aveva fatto sulla gestione scellerata della Asl 9 di Locri prima di essere assassinato, denunce per oltre un anno misteriosamente sparite al punto che si negava fossero mai state presentate.

Le polemiche e i sospetti intorno alla decisione della Regione di "assumere" per alcune lezioni quei magistrati amministrativi arrivano infatti nella scia di una lunghissima stagione di vicende non limpidissime dei palazzi della giustizia di Catanzaro.

Dove è sembrato "normale", in un recente passato, che Caterina Chiaravalloti fosse presidente del Tribunale del Riesame (ufficio dove passavano le procedure di arresti e sequestri dalla criminalità economica all'amministrazione pubblica) mentre il padre Giuseppe, già procuratore generale alla corte d'appello di Reggio, era governatore.

Come più o meno "normale" era apparso, tempo fa, che Gerardo Dominijanni continuasse a fare il sostituto procuratore anche mentre lo zio Giovanni Filocamo era assessore regionale alla sanità. O che Maria Teresa Caré presiedesse la fase iniziale del processo (concussione e altro) contro l'ex sindaco forzista di Catanzaro Sergio Abramo, che sua madre avrebbe poi appoggiato presentandosi come capolista alle successive comunali. O che l'udienza preliminare nei confronti del marito del gip Abigail Mellace, Maurizio Mottola D'Amato, coinvolto in una brutta storia di appalti nella sanità, si tenesse di fronte alla porta della donna e che l'uomo fosse assolto con rito abbreviato da altro collega della moglie, della porta accanto.

Ahi ahi, i parenti...

Per non dire di Nicola Durante, già membro di quella seconda sezione del Tar oggi fornitrice di tre dei cinque "docenti" del corso regionale e al centro di polemiche recenti su sentenze favorevoli a dipendenti scolastici che avevano avuto il posto presentando documenti falsi e polemiche più antiche (anche col Corriere, che rivelò tutta la faccenda) seguite a una sentenza. Sentenza che bloccò l'abbattimento di una parte (lo scivolo a mare costruito sugli scogli) di una villa di Caminia, una delle zone più belle e devastate della Calabria, di proprietà di suo suocero, Domenico Porcelli, già avvocato generale dello Stato presso la Corte di Appello di Catanzaro.

Uscito indenne da un'inchiesta dell'organo di auto-governo che sulle prima pareva essere severissima e promosso da Loiero, appena salito alla guida della Calabria, segretario generale della Regione sulla quale fino al giorno prima vigilava, Durante è stato coinvolto mesi fa in una nuova polemica dalla deputata di An Angela Napoli, che voleva sapere come potesse cumulare insieme il mestiere (e lo stipendio) di capo di gabinetto e segretario generale col mestiere (e lo stipendio) di membro del Tar di Salerno dove aveva chiesto (restare a Catanzaro era troppo) di essere trasferito. Un braccio di ferro concluso, con l'autosospensione, solo poche settimane fa.



Gaza: prove di guerra civile
Antonio Ferrari sul
Corriere della Sera

Rinchiuso nel suo ufficio della Mukata, a Ramallah, il presidente palestinese Mahmoud Abbas (Abu Mazen), determinato a resistere agli attacchi di Hamas, e confortato dal sostegno internazionale, è pronto alla controffensiva. E' pronto alla controffensiva per ribadire i suoi poteri costituzionali, per tener fede all'annuncio di organizzare entro breve tempo elezioni politiche e presidenziali, per scongiurare con ogni mezzo la guerra civile che si sta ormai materializzando. Guerra civile di cui, come sostiene in un'intervista al Corriere Khaled Meshal, leader di Hamas in esilio a Damasco, "noi non saremmo i responsabili".
Lasciando intendere che tutta la colpa, nel caso scoppiasse davvero il conflitto fratricida, ricadrebbe su Abu Mazen. Le prove dello scontro sempre più drammatico sono arrivate anche ieri con due attacchi: uno dei miliziani del Fatah che hanno occupato due ministeri — Agricoltura e Trasporti —ovviamente controllati dal partito integralista che ha vinto le elezioni; l'altro dei miliziani di Hamas che hanno sparato colpi di mortaio contro l'ufficio-residenza che il presidente Abu Mazen utilizza quando scende a Gaza. In serata sarebbe stata raggiunta una fragile tregua tra le fazioni. Sono comunque i segnali evidenti che tra le due anime del mondo palestinese la guerra è ormai aperta e ogni spiraglio di dialogo si è chiuso. Il ministro degli Esteri, Mahmoud al-Zaher, accusa apertamente i laici del Fatah di aver ordito un "golpe militare", e il premier Ismail Haniyeh annuncia che il suo movimento boicotterà le elezioni, ritenendole arbitrarie e illegali.
E' quindi chiaro che Hamas ha deciso di uscire dall'Anp, di rinunciare all'opzione politica e di prepararsi a tornare sul terreno che in realtà non ha mai abbandonato: quello della rivolta armata. Non solo contro Israele, come accadeva nel passato durante la lunga stagione degli attentati-suicidi, ma anche contro i fratelli palestinesi. Per Abu Mazen non vi erano alternative. Le condizioni del suo popolo, come sostengono tutte le organizzazioni internazionali nei loro accorati rapporti, sono realmente drammatiche, al limite della catastrofe umanitaria; le casse sono vuote, non si possono pagare gli stipendi; il boicottaggio dei donatori nei confronti del governo di Haniyeh è compatto; la gente fatica a sopravvivere; tutte le istituzioni sono impotenti. Per questi motivi ha deciso di rinunciare al suo progetto di convincere gli avversari a imboccare la strada del realismo, e di passare decisamente all'attacco, preparandosi a una campagna elettorale che si può riassumere in poche parole: continuare così sarebbe un suicidio.
E' ora che i palestinesi, provati da un disastroso anno di governo, si contino e decidano se coltivare illusioni rivoluzionarie, oppure scegliere condizioni di vita più decorose e prospettive di dialogo con Israele.

Scelta coraggiosa e pericolosa. PerchéAbu Mazen sa bene che la violenza, giorno dopo giorno, è destinata a crescere di intensità e che per fermarla occorrerà ricorrere, se necessario, alla forza.


  18 dicembre 2006