prima pagina pagina precedente



sulla stampa
a cura di P.C. - 15 dicembre 2006


“L'Italia ci capirà”
su
la Repubblica

"Non sottovaluto le difficoltà. Sono anch´io preoccupato per la grande fibrillazione di queste ultime settimane, e mi sforzo di comprenderne le ragioni. Ma il mio stato d´animo è di serenità, e soprattutto di fiducia. L´opinione pubblica oggi è incerta, ma presto capirà il senso profondo di ciò che stiamo facendo...". Chiuso nel suo ufficio di Via XX Settembre, Tommaso Padoa-Schioppa ha sulla sua scrivania parecchie "carte da decifrare". La Legge Finanziaria, che oggi passerà al Senato con l´ennesimo voto di fiducia, è diventata il catalizzatore del malessere sociale e del maldipancia politico. I flash d´agenzia raccontano le previsioni positive della Bce sul deficit, ma i giornali riportano sondaggi negativi per il governo e pessimi per il ministro dell´Economia. Prodi dice "Padoa-Schioppa è un grande ministro", ma dai corridoi dei palazzi romani continuano ad arrivare gli echi di un possibile rimpasto a gennaio. Lui sdrammatizza: "C´è molta confusione – osserva – ma l´importante è non farsi travolgere, e mantenere lucidità e nervi saldi...".
...
Resta il fatto che i sondaggi registrano un ulteriore aumento dell´impopolarità del governo di centrosinistra, e soprattutto del ministro dell´Economia. "Il mio compito - è la sua replica - è di contribuire alla politica di cui il Paese ha bisogno, e di cercare di spiegarla nel mondo migliore. Se questa consapevolezza non è ancora maturata nell´opinione pubblica mi dispiace, e mi interrogo su cosa avrei potuto fare di meglio per renderla più comprensibile. Ma resto convinto che questa Finanziaria sia ciò di cui l´Italia ha bisogno. E sono fiducioso che prima o poi questa strategia venga compresa". Viene da chiedersi se questa fiducia sia diffusa anche tra gli altri ministri. Torna alla memoria la solitudine di Guido Carli, che proprio nello stesso studio di Via XX Settembre visse come il marqueziano "generale nel suo labirinto" il rovinoso crepuscolo della Prima Repubblica. "Questa solitudine non mi spaventa - conclude Padoa-Schioppa - è giusto che ci sia e io la prendo come un segno di rispetto. Vuol dire che sulle questioni fondamentali è accettato e rispettato il principio che la decisione finale spetta al ministro dell´Economia. Questa solitudine rientra nello spirito di squadra: anche il portiere sta solo, a difendere la porta...". Anche la solitudine, in fondo, fa parte della "missione". Aspettiamo che il governo la renda visibile. E speriamo che il Paese la capisca.


Più tasse più servizi meno fischi
Franco Bruni su
La Stampa

Se passa la Finanziaria Prodi può fare un brindisi di Natale più sonoro. Ma non può rilassarsi. Deve risalire la china di impopolarità in cui la manovra lo ha precipitato. Si parla di "fase 2", per rilanciare il governo con liberalizzazioni e riforme. Ma ciò richiede di colpire robusti gruppi di interesse ed è difficile, vista la popolarità consumata nella manovra di bilancio. La fase 2, da sola, non regge. Per rimettersi in corsa al governo conviene rivisitare proprio il tema della finanza pubblica, recuperando consenso sullo stesso terreno dove lo ha perduto.
Le polemiche sulla Finanziaria hanno riguardato soprattutto la questione delle tasse. Il governo ha fatto bene a mettere la lotta all'evasione al centro della manovra, ma è stato inutilmente minaccioso nel dichiarare la sua guerra e imprudente nel darne il risultato per acquisito nel bilancio. E poi ha pasticciato con aliquote e tasse varie, cercando di caratterizzare la sua azione in senso ridistributivo, finendo per ridistribuire poco e irritare molto. Dopodiché è apparso chiaro che l'appello demagogico all'avversione degli italiani per le tasse può avere molto successo.
La ragione è che la gente non associa le imposte all'impiego del loro gettito: fra tasse e servizi pubblici c'è il filtro di politici poco credibili e di un'amministrazione inefficiente. Da ciò bisogna partire per rilanciare la finanza pubblica come parte nobile della politica, cancellando l'impressione che sia solo questione di tiro alla fune ridistributivo, tagli sanguinosi, vincoli europei che la gente non comprende.
...
Perché contribuiscano all'equità non occorre che i servizi pubblici siano confezionati apposta per i poveri, né che sian forniti gratuitamente, né finanziati con tassazione molto progressiva. Con i servizi pubblici l'equità si ottiene meglio che facendo alchimie con le aliquote delle imposte e coi trasferimenti di reddito monetario: le alchimie distorcono gli incentivi a lavorare e produrre e il loro fine è sfuggente in una società dinamica e articolata in classi che cambiano continuamente definizioni e confini.
Un'offensiva politica di riqualifica dei servizi pubblici riduce anche gli sprechi e, per quanto ambiziosa, finisce per consolidare la riduzione del disavanzo. Non manca certo di ostacoli e nemici, perché evidenzia la necessità di imposte e tariffe per finanziare i servizi e richiede interventi di liberalizzazione, di accentuazione della mobilità e della meritocrazia, e alcune difficili riforme strutturali, come quella del pubblico impiego.
Richiede cioè sfide ai demagoghi di destra e di sinistra. Ma se tasse, tariffe e riforme sono centrate sull'obiettivo dei servizi pubblici, i demagoghi hanno meno presa. Gli elettori associano meglio i costi ai benefici e la sfida è più facile da vincere che quando la Finanziaria presenta i suoi costi collegati a indigeste riduzioni del disavanzo o a controverse mete di sviluppo ed equità.


“Mai più così seriosi”
sul
Corriere della Sera

"Come direbbe McLuhan...".
Come direbbe?
"Il mezzo è il messaggio. Che tradotto significa: per capire il peso di quei fischi devi capire il fischiatore. E francamente, visti alcuni personaggi...". Silvio Sircana è appena atterrato a Bruxelles. Il portavoce di Romano Prodi di quegli episodi di intolleranza non parlerebbe più per i motivi che ha illustrato anche nella nota ufficiale di ieri: "Si amplifica soltanto il fenomeno". Ma non vuole neppure eludere il problema: "Non nego il disagio. Però basta con interpretazioni che indeboliscono solo la fiducia dell'opinione pubblica".
E però quei fischi restano.
"Certo. Ma attenzione: parliamo della protesta più elementare, che richiede solo dei polmoni. E quindi è la più imitabile".
Senta Sircana, sono in tanti in questi giorni, anche esponenti dello stesso governo, a recitare il mea culpa. A dire: forse si poteva comunicare diversamente, si poteva non fare quella cosa...Lei cosa ne pensa?
"Che col senno di poi si riempiono le fosse. Tutti dopo si possono accorgere che una cosa poteva essere fatta meglio. Però noi abbiamo scelto una comunicazione semplice".
...
Ad esempio?
"Quanto sono scesi, grazie al decreto Bersani, i prezzi dei farmaci. O come l'effetto del cuneo fiscale: non lo vediamo subito, ma tra un anno, però diminuirà la pressione tributaria".
Correzioni di rotta sulla comunicazione?
"Sono già in corso. Stiamo adottando una comunicativa più diretta, più esplicita. Ma non scapperemo, non ci faremo prendere dalla sindrome di Alagna. Anche perché agli scontri siamo abituati: nel '96 ricordo quelli aspri con i commercianti. Poi, però, quel governo Prodi è stato il più rimpianto".


Fassino non affonda sul Partito Democratico
Editoriale su
Il Foglio

Roma. Il congresso dei Ds, dice Piero Fassino scandendo con cura ogni sillaba, non segnerà affatto “l'esaurimento della sinistra, né lo scioglimento del suo principale partito. Al contrario”. Al contrario, prosegue il segretario, i Ds mettono le loro idee e la loro forza “al servizio di un progetto politico più grande: l'unità del riformismo italiano per far vivere con ancora maggiore credito e consenso i valori del socialismo e della sinistra”.
Nella relazione di apertura al consiglio nazionale, stretto tra l'esigenza di rilanciare la sua linea – la costruzione del Partito democratico – e la necessità di non concedere facili argomenti alle due mozioni che gli si oppongono (come farebbe se dicesse che questo sarà l'ultimo congresso dei Ds), Fassino si è mosso lungo un crinale scivoloso, e più volte è sembrato sul punto di cadere. Sul nuovo partito, per esempio, ha osservato: “Una semplice federazione di partiti sarebbe formula debole ed esposta rapidamente a riflussi identitari”. Quindi ha aggiunto: “Naturalmente la costruzione del nuovo partito, proprio perché ispirata a processualità e gradualità, comporterà momenti federativi. L'importante è che sia chiaro che il fine è un partito e che i passaggi pattizi sono un mezzo”. Al governo, però, Fassino chiede di “imprimere una significativa e sensibile correzione di rotta”.
...
Il “monito” del correntone
Massimo D'Alema è intervenuto poco dopo il segretario. “Credo che la relazione di Fassino sia un contributo importante – ha esordito – non solo per delineare la proposta politica che sarà al centro del congresso, ma anche per restituire slancio all'azione di rinnovamento del paese, che è il modo migliore per rispondere alle difficoltà dei primi mesi di governo”. E ovviamente non ha mancato di sostenere la linea del Partito democratico. Poco prima Fabio Mussi, nel mezzo del suo intervento, aveva fatto una pausa, aveva preso fiato e aveva avvertito: “Lancio un monito. Ho visto che stamane un compagno in un'intervista ha detto che la scissione sarebbe un dramma e che la minoranza si assumerebbe una grave responsabilità”. Il compagno sarebbe il dalemiano Nicola Latorre. Ma Mussi fa un'altra pausa, quindi, con l'indice puntato sulla platea: “Attenti, se parte la campagna stalinista sulla scissione contro quelli che hanno un'altra idea sul Partito democratico io lascio il Congresso domani”. A queste parole ha risposto dunque D'Alema, garantendo che non ci saranno campagne staliniste, ma ricordando anche come fosse stato proprio Mussi “il primo a dire: se si fa il Partito democratico io me ne vado”.
Al termine del dibattito, in serata, le conclusioni di Fassino correggono la relazione introduttiva di Fassino: i Democratici di sinistra vogliono un cambio di passo, non un cambio di rotta. Ma il clima, a momenti, sembrava più quello della rotta.


L'Italia e la mutazione dei partiti
Marc Lazar su
la Repubblica

L´Italia è uno strano paese. Da un lato i partiti subiscono un declino - che si manifesta tra l´altro nel calo dei loro iscritti - e sono guardati con diffidenza: in Italia la protesta, la denigrazione, lo sbeffeggiamento, il rifiuto dei partiti rappresentano uno sport nazionale molto diffuso. Ma per un altro verso l´Italia è uno dei pochi paesi europei in cui i partiti hanno ancora reali, sorprendenti capacità di mobilitazione. Di fronte all´importante, innegabile successo della manifestazione della Casa delle Libertà del 2 dicembre si possono tentare evidentemente spiegazioni congiunturali. Ad esempio: la mobilitazione è stata amplificata dal malore occorso pochi giorni prima a Silvio Berlusconi e trasmesso dalle televisioni, con un effetto di drammatizzazione sui suoi tifosi. Oppure: gli italiani di centro-destra aspettavano la prima occasione per prendersi una rivincita dopo le elezioni dello scorso aprile, perdute di stretta misura, e dar voce al malcontento per la legge finanziaria. Inoltre, le imperfezioni di questa legge e le goffaggini e divisioni esibite dal governo hanno deluso molti elettori del centro-sinistra, tanto che alcuni di essi potrebbero a loro volta essere scesi in piazza. Infine, si può pensare che a sfilare per le vie di Roma fosse precisamente una parte di quella piccola minoranza di italiani che conserva una certa fiducia nei partiti.
...
Gli iscritti intrattengono coi rispettivi partiti rapporti ambivalenti: oggi sono in molti ad essere più individualisti, decisi a far sentire la loro voce, a esigere trasparenza, a non lasciarsi irreggimentare – come appare evidente nel Partito socialista francese. Ma a volte la scelta di aderire ai partiti è determinata solo dalla volontà di sostenere i loro leader, per quanto diverse siano le personalità di dirigenti quali Nicolas Sarkozy per l´Ump, Ségolène Royal per il Ps o Silvio Berlusconi per Forza Italia. Così i partiti cristallizzano la personalizzazione nella vita politica.
Possiamo dire allora che la democrazia dei partiti stia vivendo una nuova giovinezza? No. La crisi della rappresentanza politica, il rifiuto dei partiti, l´avversione per le élite, la diffidenza generalizzata nei riguardi delle istituzioni e degli eletti esistono tuttora, sia in Italia che in particolare in Francia, dove si traducono in un astensionismo elevato e in un forte voto di protesta. Ma al tempo stesso i partiti stanno attraversando un triplice processo di mutazione: la crescente personalizzazione, a tutto vantaggio dei rispettivi leader, che convogliano i cittadini nei loro meccanismi di conquista del potere; la capacità di tessere ancora certi legami sociali e di costruire solidarietà, benché con modalità diverse dal passato; e infine quella di dar voce a settori della popolazione desiderosi di esprimere aspirazioni o proteste. Se questo ragionamento ha qualche fondamento, dovrebbe far riflettere i promotori del Partito Democratico. La creazione di un nuovo soggetto politico non può ridursi a una serie di manovre d´apparato. E´ necessario inventare nuove forme organizzative, in sintonia con le condizioni presenti della politica e le attese della società. E poter disporre di un leader attraente.
(Traduzione di Elisabetta Horvat)


Il girotondo dei rettori
sul
Corriere della Sera

Le minacce, no, non ce le saremmo aspettate dalla Conferenza dei rettori italiani. La protesta per le risorse negate all'Università dalla Finanziaria è legittima. Il grido d'allarme sullo stato comatoso dei bilanci universitari, lo sconcerto per l'insensibilità dimostrata nei confronti della ricerca: tutto questo è meritevole di considerazione e la maggioranza di governo farebbe male a non tenerne conto. Ma se i rettori decidono di svestirsi del loro ruolo togato e arrivano a intimare ai rappresentanti del governo di tenersi lontani dalle "significative manifestazioni in Università", è un lessico inaccettabile quello che traspare dalle loro dichiarazioni.
...
Se la spaccatura tra il mondo della ricerca e il governo è dunque un campanello d'allarme per chi ha varato una Finanziaria al di sotto delle aspettative dei rettori e dei ricercatori dell'Università, le forme e i modi della protesta non sono indifferenti, anche se lo scopo può essere condivisibile. Il metodo dell'ultimatum, l'invito ai membri del governo a non mettere piede all'Università sono appunto forme che i rettori, per la delicatezza del loro ruolo e per il carattere in un certo senso istituzionale della loro funzione, devono saper arginare per non far cadere l'Italia in una deriva caotica e civilmente disgregata che in altri tempi si sarebbe detta "sudamericana". I rettori invitino il governo nelle Università, chiedano conto delle promesse non mantenute, ripetano quanto hanno detto nella passata legislatura, e cioè che una nazione moderna non può permettersi di mortificare la ricerca. Ma evitino i girotondi. Non per risparmiare critiche al governo. Ma per risparmiare all'Italia l'ennesima brutta figura.


Non lasciamo soli i ragazzi di Teheran
Igor Man su
La Stampa

La notizia non è il turpe convegno negazionista dell'Olocausto fortissimamente voluto dal presidente Ahmadinejad, svoltosi durante due giorni a Teheran con la partecipazione di 42 "studiosi internazionali" spesati di tutto: viaggio, alloggio, vitto, caviale a volontà e un "gettone". (In dollari). La notizia è la contestazione, al Politecnico Amir Kabir, del già prima d'ora intoccabile Mahmud, lui, l'outsider che alle presidenziali del giugno 2005 sbaragliò quel Rafsanjani la cui vittoria appariva scontata. Il miliardario commerciante di pistacchi, il religioso con la T Shirt sotto la tonaca e il business nel turbante aveva un programma estremamente realistico: per scongiurare una non impossibile "azione preventiva" (contro la corsa nucleare di Teheran) eseguita da Israele, su delega di Bush, bisognava assolutamente "aprire" agli Stati Uniti; esercitando la taqqia, l'arte sciita della dissimulazione. Artefice del ribaltone elettorale fu la Guida, l'erede di Khomeini, l'ascetico ayatollah Kamenei che "in zona Cesarini" mobilitò lo sconfinato esercito dei poveri senza speranza, il Lumpenproletariat scarso di cibo ma sazio di rancore per lo Squalo (Rafsanjani) uomo del grasso Bazar. L'elezione pilotata d'un populista arrabbiato come l'ex sindaco di Teheran mirava anche a sedare il malcontento dei pasdaran, la potente milizia mostazafin (senza scarpe), i sanculotti di Ahmadinejad. Ed egli vinse riproponendo in buona sostanza il semplice ma efficace messaggio di Khomeini.
...
La propaganda governativa fa spallucce definendo "insignificante" la sortita di "quattro cani sciolti". Ma erano anch'essi "cani sciolti" quei "quattro" che nel lontano 1979 contestarono Hoveida, il primo ministro dello Scià, nel campus dell'università di Teheran. Qualcuno di quei ragazzi scomparve, altri vennero arrestati e torturati dalla Savak, la polizia segreta, ma i pochi superstiti di quella che le autorità con sussiego definirono una "jacquerie paramarxista" furono il seme della rivoluzione a mani nude che disarcionò il potentissimo Scià. Disgraziatamente l'impresa di Khomeini ha partorito un regime inetto e senza misericordia. Da qui l'obbligo per l'Occidente di inviare un segnale ai ragazzi contestatori, ai loro compagni. Non è con gli ipotizzati blitz aerei sui siti nucleari che si può pensare d'abbattere la dittatura in turbante. Tocca alla società iraniana, ai nuovi Rastignac, già delusi dalla "primavera di Khatami", denunciare il "sistema" accelerandone così la fatale implosione. Tocca a noi non lasciarli soli, quei coraggiosi.


Il disastro di Bush
Timothy Garton Ash su
la Repubblica

Che catastrofe. Lascia sbalorditi. La politica dell´amministrazione Bush nei confronti del Medio Oriente nei cinque anni trascorsi dall´11 settembre culmina in un disastro ferroviario multiplo. Non si è mai visto in un conflitto che un grande Paese abbia ottenuto tanto poco a così caro prezzo. In pressoché tutte le aree vitali del Medio Oriente esteso la politica americana nell´arco degli ultimi cinque anni non ha fatto che peggiorare la situazione esistente.
Se le conseguenze non fossero così gravi, ci sarebbe da ridere di fronte ad un fiasco di proporzioni eroiche come questo, un po´ nello spirito di Zorba il Greco che, guardando al suo grande progetto andato in frantumi, pronunciò la frase memorabile: "Si è mai visto disastro più splendido?". Ma la sconsiderata incompetenza di Zorba il Bush ha portato morte, menomazioni, esodo e povertà a centinaia di migliaia di uomini, donne e bambini, soprattutto arabi musulmani, ma anche libanesi cristiani, israeliani e soldati americani e britannici. Alimentando una più estesa alienazione dei musulmani ha anche contribuito a far sì che il mondo in cui noi tutti, nelle strade di Londra, Madrid, Gerusalemme, New York o Sydney, senza eccezione, siamo meno sicuri. Provate un po´ a ridere…
...
A uscire vincitrice è la dittatura teocratica iraniana. Cinque anni fa la Repubblica Islamica aveva un presidente riformista, un´opposizione democratica consistente e una difficile situazione finanziaria a causa del basso costo del petrolio. Era spaventata. Oggi le prospettive di democratizzazione si assottigliano, il regime miete successi con il petrolio a più di 60 dollari al barile ed ha enorme influsso tra i suoi fratelli sciiti in Iraq e in Libano. La probabilità che si doti di armi nucleari è proporzionalmente maggiore. Rovesciando il dittatore iracheno che non disponeva di armi di distruzione di massa, abbiamo aumentato le possibilità che i dittatori iraniani ne entrino in possesso. Questa settimana il presidente Ahmadinejad ha ancora una volta invocato la distruzione dello stato di Israele. I neocons americani che si erano proposti di rendere il Medio Oriente più sicuro per Israele hanno finito per renderglielo più pericoloso.
Non serve un gruppo di studio sull´Iraq per dirci che risolvere il conflitto arabo-israeliano attraverso una soluzione a due stati per Israele e la Palestina è di fondamentale importanza. Negli ultimi mesi dell´amministrazione Clinton gli Usa erano vicini a concludere l´accordo. Sotto Bush si sono compiuti passi indietro. Anche l´ipotesi Sharon appoggiata da Bush di una separazione per fatti compiuti è svanita con la guerra di quest´estate in Libano, l´ascesa di Hamas in Palestina (a sua volta in parte conseguenza secondaria della corsa alle elezioni guidata da Bush) e con il crescere della disillusione nell´opinione pubblica israeliana.
Dopo aver messo a segno un apparente successo con la "rivoluzione dei cedri" in Libano e il conseguente ritiro delle truppe siriane, l´amministrazione Bush, conferendo tacito appoggio ad iniziative militari intense ma inefficaci da parte israeliana, ha indebolito il governo libanese a dispetto dell´appoggio dichiarato. Ora Hezbollah sta sfidando i rivoluzionari di velluto sostenuti dall´Occidente con le loro stesse armi: dopo la rivoluzione dei cedri, salutiamo la controrivoluzione dei cedri. In Egitto, che dovrebbe essere la vetrina della strategia Usa di appoggio alla democratizzazione pacifica nel secondo mandato di Bush, il successo elettorale degli islamisti (come in Palestina e in Libano) pare aver spaventato Washington, portando l´amministrazione ad abbandonare in fretta la politica appena inaugurata. Quanto ai risultati ottenuti, possiamo far valere solo la rinuncia da parte della Libia alle armi di distruzione di massa e qualche tentativo di riforma in alcuni stati arabi minori.
Il bilancio per l´Afghanistan, l´Iraq, l´Iran, Israele, la Palestina, il Libano e l´Egitto è in ogni singolo caso di segno negativo. Ed ora con James Baker, gli Usa potrebbero tornare dai peccati del figlio ai peccati del padre. In fin dei conti furono Baker e George H. W. Bush a lasciar ammazzare in Iraq quelli che avevano incoraggiato a sollevarsi contro Saddam alla fine della prima Guerra del Golfo, per non parlare dell´entusiastico perseverare nel patto faustiano di lunga data stretto da Washington con petro-autocrazie come l´Arabia Saudita. Mi dicono che la stessa Condoleezza Rice ha osservato ironica come la parola democrazia compaia a stento nel rapporto Baker-Hamilton.
Più volte ho messo in guardia dall´attaccare Bush per partito preso e dall´antiamericanismo cieco. Gli Stati Uniti non sono affatto gli unici imputati. Cambiare il Medio Oriente per il meglio è una delle sfide più difficili che si pongono alla politica mondiale. Gli abitanti della regione hanno gran parte della responsabilità della situazione in cui versano. E altrettanto vale per noi europei. Ma Zorba il Bush deve assumersi la parte del leone di colpa. Esistono pochi esempi nella storia recente di insuccessi così completi. Congratulazioni signor presidente, ha combinato un disastro infernale.
(traduzione di Emilia Benghi)


   15 dicembre 2006