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sulla stampa
a cura di P.C. - 31 ottobre 2006


Dove lo stato è un estraneo
Giovanna Zincone su
La Stampa

Difficile combattere la violenza e la illegalità, se per quelli che le praticano lo Stato è un estraneo. Un potere considerato alternativamente assente, ostile o, peggio, furbescamente connivente. In certe aree e per certe comunità l'autorità dello Stato semplicemente non è legittima: può essere ignorata o contestata, ma non rispettata. I legami, le regole di gruppo o di etnia piuttosto che di clan o di banda criminale sono più densi, solidi e autorevoli di quelli con la comunità generale e le sue leggi. Questo è il sottile filo comune che collega le rivolte delle banlieues francesi e il sangue per le strade di Napoli. Per il resto, le situazioni sono diverse e richiedono risposte diverse.
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Si potrebbe rovesciare la tesi. Non sarà l'insufficiente legalità a rappresentare uno dei fattori di mancato sviluppo? Stando alla classica tesi di Max Weber, il fatto che lo Stato non abbia il monopolio legittimo della forza, costituisce un grave handicap per la modernizzazione non solo politica ma anche economica di un territorio. Il capitalismo ha bisogno di certezze: che i contratti siano rispettati, che la concorrenza non sia troppo truccata. Dove i guadagni sono falsati, decurtati o intercettati da azioni illegali, si investe con difficoltà o si lavora con troppo rischio, se non si trovano ambigui accomodamenti. Lo Stato non ha mai avuto il monopolio legittimo della forza in certe aree del nostro Paese. Le élite sane di quelle aree hanno sempre rimpianto e continuano a rimpiangere questo parziale fallimento dello Stato italiano. Dove non è stato sviluppato "capitale sociale", fiducia reciproca, rispetto delle regole, difficilmente si sviluppa capitale economico. Secondo il politologo Robert Putnam, la scarsa crescita di certe regioni italiane si spiegherebbe proprio con una relativa povertà di capitale sociale. Si possono rafforzare gli organici delle forze dell'ordine, si possono dislocare più poliziotti nelle strade e lasciarne meno negli uffici, si possono mandare reparti militari, forse è bene farlo per arginare l'emergenza, ma cambierà poco se queste forze sono e continueranno ad essere accolte da alcuni gruppi locali non come autorità legittime, ma come un esercito di occupazione.
In Francia, anche nelle banlieues, lo Stato c'è e robustamente. Secondo i ribelli, però, c'è in modo sbagliato: le sue forze dell'ordine appaiono troppo spesso prevenute e ostili nei confronti dei ragazzi di origine immigrata. Lì non si contesta lo Stato come autorità legale, si contesta semmai il fatto che non sia abbastanza legale. Al modello repubblicano che predica uguali opportunità per tutti i cittadini, inclusi i discendenti degli immigrati, si rimprovera di non mantenere le sue promesse. Le minoranze hanno meno opportunità di lavoro e di istruzione superiore. Diciamo che se lo Stato italiano deve conquistare legittimità e forza in alcune aree del Paese, lo Stato francese deve riconquistare una fiducia perduta. Nessuno dei due può limitarsi ad investire solo in repressione, la Francia deve spendere in equità, l'Italia in cultura civile. Non sono investimenti a breve termine.


La frase che manca
Giuseppe D'Avanzo su
la Repubblica

È una vecchia pratica. "Cose da navi dei folli", la diceva Franco Cordero. Abbiamo imparato a conoscerla. Funziona così. Gli avvocati di Berlusconi, sapientissimi del cavillo, tessitori di espedienti legislativi prendono tempo in aula. Cercano il rinvio, la via obliqua, lo sgorbio tra le carte, l´errore formale, il mostriciattolo che può consentire loro di allentare la pressione in attesa di fulminare il processo con la prescrizione.
Per la corruzione c´era bisogno di quindici anni per cancellare il reato. Una legge berlusconiana ha ridotto i tempi di un terzo. Siamo già al limite della notte, allora. Se Silvio Berlusconi ha corrotto l´avvocato inglese Davis Mackienze Mills per fargli dire il falso nei processi milanesi, lo ha fatto per le testimonianze rese dal legale inglese il 20 novembre 1997 e ancora il 12 dicembre 1998. Ci sono allora, poco più di due anni per chiudere il processo se non lo si vuole morto per sempre. La decisione del giudice di Milano è dunque obbligata dopo le danze e le stravaganze delle difese.
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Non è trascurabile la circostanza che, quando si sono messi al lavoro su questo caso, i pubblici ministeri di Milano a tutto pensavano tranne che a contestare all´ex-premier l´accusa di corruzione di testimone. Diciamo che hanno sbattuto il muso contro la notizia di reato quasi per caso. Diciamo che è stata offerta loro su un piatto d´argento proprio dal testimone.
Le cose vanno così. Il pasticcio lo combina David Mckienze Mills. È Mills, il testimone, che parla del "regalo di mister B.". Nessuno se lo aspetta.
Avvocato con ricca clientela in mezzo mondo, ammogliato con una ministra del governo Blair e con molte protezioni potenti nei ministeri e nei giornali, Mills sente protette le sue magie finanziarie quando entra nel suo studio lo Inland Revenue, insomma il Fisco. Gli chiedono conto della sua dichiarazione dei redditi. Tra l´altro, gli domandano: ha mai avuto regali o doni? È la domanda per nulla diabolica che lo manda sorprendentemente nel pallone. Da quel momento in poi, il grande avvocato non colleziona che passi falsi. Si precipita dal suo commercialista, Robert Drennan. Si sfoga, racconta come sono andate le cose e gli lascia sul tavolo una lettera che riassume gli eventi. A un certo punto, c´è scritto: "… Io mi sono tenuto in contatto con le persone di B. e loro conoscevano la mia situazione. Conoscevano bene le modalità con cui io avevo reso la mia testimonianza (non ho mentito, ma ho preso qualche rischiosa scorciatoia) e come avessi tenuto Mr. B. fuori da un mare di guai (had kept Mr.B. out of great deal of trouble), se solo avessi detto tutto quello che sapevo. All´incirca alla fine del 1999 mi fu detto che avrei ricevuto dei soldi, che avrei dovuto considerare come un prestito a lungo termine o un regalo. 600 mila dollari furono messo in un hedge fund…".
Ora immaginate Robert Brennan. Se ne sta lì con la bocca aperta e non crede alle sue orecchie: quello sconsiderato di David gli sta dicendo di aver ricevuto un regalo per aver truccato le sue testimonianze in Italia. Peggio, lo scrive nero su bianco. "In quella dichiarazione (dirà costernato ai pm italiani, Drennan) c´era un collegamento sufficiente che mi indusse a credere che avessi il dovere di riportare la questione a Clyde Marklew, funzionario del Serious Fraud Office, per lasciagli decidere se il collegamento tra denaro e testimonianze esistesse". Per avere una conferma che quella fosse la decisione giusta, Drennan fa leggere la lettera anche a un socio fiscalista, David Barker. Che dirà ai pm: "Lessi la lettera. Mr. Drennan mi chiese quale fosse la mia reazione. Glielo dissi e concludemmo che non c´era altra scelta che riportarne integralmente i contenuti al National criminal intelligence service (NCSI, l´autorità inglese antiriciclaggio)".
Che cosa dovevano fare i pubblici ministeri di Milano se non interrogare Mills? Lo fanno e lo sventurato risponde: "Ho scritto quella lettera nel quadro di una contestazione fiscale nel Regno Unito. Dovevo spiegare per quale motivo avevo ricevuto la somma di 600mila dollari. Non credo che occorrano molte parole: io sono stato sentito più volte in indagini e processi che riguardavano Berlusconi e il gruppo Fininvest. Pur non avendo mai detto il falso, ho tentato di proteggerlo nella massima misura possibile e di mantenere laddove possibile una certa riservatezza sulle operazioni che ho compiuto per lui".
Se questi sono i fatti e le testimonianze, è bizzarro che i turiferari del premier strillino contro il giudice di Milano senza che Berlusconi lavori alle parole più elementari: "Quel Mills mente!". È la sola frase che nel pandemonio, ancora una volta, non si ascolta.


Le grida contro chi non capisce
Gian Antonio Stella sul
Corriere della Sera

C'è 'o sole, 'o mare, 'o babà, 'a sfogliatella, 'a granatina, 'o presepe e se volete possiamo andare avanti a scrivere di quanto è bella e colta e gentile Napoli e quanto è migliorata con Bassolino rispetto ai tempi di Pomicino e con Pomicino rispetto ai tempi di Lauro e con Lauro rispetto ai tempi di Liborio Romano e giù giù ai tempi di Franceschiello... Ma servirebbe?
Ieri sera è arrivato il 72°morto ammazzato del 2006 e i dati sono questi: con un ventesimo della popolazione italiana, il capoluogo campano e la sua provincia ospitano un nono di tutti gli omicidi. Certo, sarebbe ingeneroso non riconoscere al Governatore diessino e a Rosa Russo Iervolino qualche buona ragione, quando si lagnano di chi della loro città non vede le cose positive fatte negli anni.
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A trascinare fuori la città e il suo hinterland sgarruppato dall'incubo di una disoccupazione atavica, dove già nel 1863 i carabinieri che volevano smascherare dei pompieri abusivi (tutti i pompieri, volevano fare) furono presi a fucilate. Tutto vero. Tutto giusto. La realtà, però, è sotto gli occhi di tutti. Sono sicuri, Antonio Bassolino e Rosa Russo Iervolino, di fare davvero un buon servizio a Napoli e ai napoletani, levandosi ogni volta a difendere il decoro della loro città contro chi "non capisce "? Perché, diciamolo, sempre così finisce: Giorgio Bocca scrive "Napoli siamo noi" dove denuncia la delusione per la drammatica sfioritura della "primavera napoletana "? Non capisce. Roberto Saviano scrive quel formidabile atto di accusa che è il libro "Gomorra"? Non capisce. L'Espresso fa una copertina titolandola "Napoli addio "? Non capisce.
Michele Santoro dedica una puntata di "Anno Zero" al cancro che pare divorare questa città amatissima che è nel cuore di tutti? Non capisce. Anni fa, dopo l'ennesima denuncia, lo scrittore Domenico Rea si sfogò: "Ho scritto venti libri su Napoli, migliaia di articoli, sono napoletano da cinquemila anni: resto sempre molto sorpreso quando arriva un giornalista dal Nord che in pochi giorni, o in pochi mesi, pretende di scoprire quel che io non ho visto in 72 anni". Ma è davvero così? C'è "un'altra Napoli" che viene quotidianamente sfigurata e stravolta e stuprata solo dal pressappochismo, magari un po' razzista, dei polentoni? Aleggere il Corriere del Mezzogiorno, il suo "Osservatorio sulla camorra e sull'illegalità", i commenti dei suoi editorialisti, nella stragrande maggioranza meridionali, non è così.
I primi a porre il problema della mancanza d'ossigeno civico, oggi, a Napoli, sono i napoletani. Capitale di una regione che ha un decimo della popolazione italiana ma produce solo un quindicesimo della ricchezza nazionale, che ha gli stessi abitanti ma esporta meno di un settimo del Nordest, che ha un ottavo di tutte le pensioni d'invalidità, che piazza quattro centri (Casalnuovo, Lettere, Crispano e Melito) agli ultimi quattro posti per reddito pro capite dei comuni italiani, che ha visto negli ultimi anni sciogliere per rapporti con la criminalità ben 71 Comuni (più che tutto il resto d'Italia messo insieme) Napoli appare sempre di più, perfino al di là dei meriti e degli errori di chi l'amministra, come la grande emergenza nazionale.
Il 33% dei ragazzi intervistati attraverso il "Questionario" dell'Associazione Studenti Napoletani contro la camorra ha dichiarato di aver subito almeno una aggressione. I Comuni sciolti per camorra in provincia sono 39, sette dei quali sciolti due volte. Carabinieri, polizia e finanza nel solo 2005 hanno sequestrato 90 chili di eroina, 294 chili di cocaina, 2.104 chili di marijuana... Per non dire del racket che strangola le attività economiche. Il dossier "SoS impresa " della Confesercenti di Napoli denuncia "un "prelievo" che costa complessivamente alle imprese 77 miliardi di euro di cui quasi 30 miliardi escono dalle tasche dei commercianti per finire in quelle dei mafiosi". Le "assicurazioni" offerte dal racket in cambio di protezione sono "aumentate in media del 30% ed in alcuni casi, con l'introduzione dell'euro, addirittura raddoppiate. Un salasso che negli ultimi cinque anni ha provocato la chiusura di 357 mila imprese".
Un negozio del centro paga alla camorra da cinquecento a mille euro al mese, un supermarket tremila, un cantiere edile dal 5 al 7% del lavoro. Ottantamila negozianti hanno "posizioni debitorie, di cui almeno 8.000 con associazioni per delinquere di tipo mafioso finalizzate all'usura". Antonio Bassolino, disperatamente deciso a difendere non solo l'immagine della città ma anche quella del suo lavoro in questi anni, dice che sì, certo, i napoletani "sono seduti su un vulcano", ma l'esercito no, l'esercito non lo vuole. E con lui, salvo dissensi, sembrano schierate anche le altre autorità locali. Può darsi abbiano ragione. Ma certo l'emergenza c'è. È sotto gli occhi di tutti. E non serve a niente esorcizzarla con qualche grido di dolore contro chi "non capisce ".


Come ai tempi del terrorismo
Miriam Mafai su
la Repubblica

I ragazzi ammazzano. I ragazzi vengono ammazzati. Non c´è pietà, né per i ragazzi, né per le donne, né per le bambine. Sono adolescenti, con facce adolescenti, ragazzi da poco usciti dall´innocenza dell´infanzia. Ma che infanzia ci fu, quale innocenza ci fu per questi ragazzi che impugnano un´arma e sparano? Su ordine di chi? Per quale compenso? Non è il Bronx, come talvolta abbiamo detto e scritto. È Napoli, e ci stringe il cuore nel dirlo, quella stessa Napoli di cui non molto tempo fa avevamo salutato la rinascita, lo splendore di Piazza del Plebiscito, la festa dei teatri e dei Musei. Di botto, ci viene addosso un´altra Napoli, quella della violenza quotidiana e della paura. Quella in cui una donna, che aveva già perduto due figli in una guerra di camorra, viene colpita a morte ma riesce a gridare alla bambina che l´accompagna: "Scappa! ". E quella riesce a scappare tra i vicoli ma forse, prima o poi, verrà raggiunta anche lei da un colpo di pistola. Si può vivere in una Napoli così?
Non ci si dica, per favore, che non tutta la città è così. Lo sappiamo anche noi che esiste anche un´altra Napoli. Che persino a Scampia, uno dei quartieri più doloranti della città, esistono dei volenterosi, laici e sacerdoti, che organizzano attività di ogni tipo per strappare quei ragazzi alle mani dei reclutatori della camorra. E, talvolta, ci riescono. Lo sappiamo anche noi che esiste una Napoli di persone per bene che tentano di vivere come se Napoli fosse una città normale, come, che so io?, Firenze o Perugia. E la città sopravvive. Ma fino a quando? E, soprattutto, a che prezzo?
E, ancora, possiamo davvero pensare che il male, la lebbra della violenza si fermi a Napoli, non vada oltre, non aggredisca tutti noi, tutte le nostre città come un´infezione incontrollabile, come un moderno colera?
Un giovane scrittore napoletano, Roberto Saviano, ha raccontato in pagine atroci i meccanismi attraverso i quali la camorra ha conquistato tanta parte del casertano e del napoletano. Oggi è costretto a vivere sotto scorta. E la camorra continua a controllare traffici di ogni tipo, dalla droga ai cadaveri dei cinesi, dalle scorie chimiche ai rifiuti urbani, che non a caso, a intervalli regolari, diventano una "emergenza" a Napoli e nei comuni vicini.
Non me ne vogliano il sindaco della città, Rosa Russo Jervolino né il presidente della Regione Antonio Bassolino se dirò che in questi giorni di violenza e ammazzamenti la loro reazione mi è apparsa tardiva, insufficiente e quasi esitante. Non spetta certamente a loro prendere le necessarie misure a tutela dell´ordine pubblico a Napoli e nella Regione. Ma mi chiedo se hanno valutato in tempo la profondità del male che li aggrediva, denunciandolo con tutta la loro autorità, chiedendo un tempestivo intervento e sostegno del governo e della pubblica opinione nella sacrosanta battaglia per la legalità. Può anche darsi, non lo so, che lo abbiano fatto. Che non siano stati ascoltati. Che le loro richieste non siano state accolte. Ma in questo caso avrebbero il dovere di dirlo. Tutti hanno il dovere a questo punto di dire la verità. Fino in fondo.
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Tutto vero, tutto giusto. Ma il terrorismo fu vinto da una azione decisa e intelligente delle forze dell´ordine e insieme dalla mobilitazione degli italiani perché si era andata progressivamente asciugando l´acqua nella quale i terroristi avevano trovato consenso e alimento. Io non sono così sicura che sia già prosciugata l´acqua nella quale trova consenso ed alimento la camorra e la delinquenza in una parte cospicua d´Italia. Non solo Napoli o il casertano. Locri, tanto per fare l´esempio più recente, dovrebbe insegnarci qualcosa. L´illegalità, la violenza, la delinquenza organizzata, quale che ne sia il nome, controlla già una parte non trascurabile del nostro territorio. Qualcuno ci dica cosa fare per contrastarla, in tempo. Con misure e provvedimenti concreti e immediati, senza aspettare il giorno felice in cui tutti i bambini andranno a scuola, non ci sarà più disoccupazione, tutti i ragazzi giocheranno nei campetti di calcio, si allacceranno sorridendo il casco prima di salire sul motorino e si fermeranno disciplinatamente di fronte al primo semaforo rosso.


Il sindacato confessore
Pietro Ichino sul
Corriere della Sera

Imprenditore, hai peccato contro il diritto del lavoro? Hai finto che i tuoi dipendenti fossero "autonomi", o "a progetto", o addirittura li hai tenuti "in nero", perché ti costassero molto meno? Ora vai a confessarti; constatato il tuo ravvedimento sincero e operoso, il confessore abilitato ti condonerà per intero le sanzioni e addirittura ti farà uno sconto per i contributi previdenziali omessi in passato: te ne sarà abbuonata metà se hai simulato il lavoro autonomo, un terzo se hai evaso totalmente; forse riuscirai persino a ottenere qualche sconto sui trattamenti futuri; vai e non peccare mai più. Questo dicono in sostanza, al di là di qualche eufemismo e di molti tecnicismi ermetici, gli articoli 177 e 178 del progetto di Finanziaria.
Ancora un condono, dunque, nonostante tutti i proclami contrari dei mesi scorsi. E questo lascia un po' l'amaro in bocca; soprattutto a quegli imprenditori che, invece, la legge l'hanno sempre rispettata. Qui, però, a dire il vero, la politica del padre misericordioso verso il figliuol prodigo non sarebbe sbagliata: il recupero alla legalità di vaste zone di lavoro irregolare richiede non solo un grande rigore contro i renitenti (di cui al ministro del Lavoro Damiano si può, certo, far credito), ma anche molta comprensione e gradualità verso chi si ravvede; altrimenti, il rischio è che l'aumento brusco dei costi causi la perdita di centinaia di migliaia di occupati.
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Un primo grave dubbio, qui, concerne l'ammissibilità costituzionale di un condono di sanzioni pubbliche condizionato all'accordo con soggetti privati, quali sono i sindacati (basti pensare al rischio dell'accordo simoniaco: il rischio, cioè, che il confessore subordini il condono al pagamento di una congrua decima alla parrocchia). Ma la perplessità maggiore riguarda il consolidarsi, con una norma come questa, di un sistema di relazioni sindacali non veramente pluralista: un sistema nel quale nessuna scelta incisiva può essere compiuta se non unitariamente dalle tre confederazioni maggiori, e comunque solo da queste. Anche perché ci sono molti buoni motivi per ritenere che una parte rilevante di responsabilità per la diffusione del lavoro irregolare, soprattutto nel Mezzogiorno, vada imputata proprio alla strategia fin qui sostenuta con maggior forza dalla Cgil, ferreamente contraria a qualsiasi adattamento territoriale degli standard nazionali di trattamento.
Fino a oggi Cisl e Uil, con maggiore o minore convinzione, hanno di fatto sempre seguito la Cgil su questo terreno, anche perché non possono fare diversamente.


Storia di una proposta immaginaria
Editoriale su
Il Foglio

Per reagire alla prospettiva di un governo tecnico-istituzionale, quel “governo immaginario” che alcuni auspicano per uscire dall'attuale situazione, la sinistra politica e giornalistica se la prende con i “tecnici”, rinnegando brutalmente antichi amori. Persino Carlo Azeglio Ciampi, il più illustre dei tecnici prestati alla politica dai tempi di Luigi Einaudi, è stato sfiorato da questa campagna di delegittimazione. Il reato di esperti di economia e sistemi istituzionali come Mario Draghi, Giovanni Sartori, Francesco Giavazzi e Mario Monti, per non citarne che alcuni, è di non voler dare credito alla Finanziaria di Tommaso Padoa-Schioppa, che peraltro viene tessuta e ritessuta continuamente come una tela di Penelope, di ritenere che le riforme non si fanno con la zavorra di una sinistra antagonista determinante (come Monti spiegò già prima delle elezioni), che l'esito del voto di aprile ha dotato Romano Prodi di una maggioranza “insufficientissima”, come la definì subito Sartori, la sera del voto in tv.
In realtà è proprio dal giorno delle elezioni che si è aperta una frattura tra l'Unione e gli esperti, che pure avevano tifato per il suo successo. Non era stato solo Silvio Berlusconi a proporre immediatamente, come soluzione dei rischi di ingovernabilità conseguenti alla sostanziale parità, un governo di larghe intese. Sartori, che pure di Berlusconi era ed è un critico feroce, aveva espresso un'opinione identica. Monti riteneva difficile un'azione liberalizzatrice realizzata dalla nuova fragile maggioranza. Giavazzi, ribadendo la sua nota “agenda”, ne denunciò il radicale travisamento già nelle prime scelte del nuovo governo. Il fatto è che quello in carica è anch'esso un “governo immaginario”, una scommessa paradossale sulla possibilità di realizzare riforme modernizzatrici con il sostegno indispensabile di chi le definisce ogni giorno espressioni di biechi interessi padronali. Il vantato ancoraggio alle centinaia di pagine di programma non ha credibilità, visto che c'è chi vi legge l'impegno per la Tav e chi il contrario, chi ci trova la riforma delle pensioni e chi il suo rifiuto. E' per questo che ai tecnici si vuole inibire l'esercizio del loro mestiere di osservatori critici, persino se governano la Banca d'Italia. Invece è proprio dalla critica agli errori di questa maggioranza, e beninteso di quella precedente, che può nascere una spinta culturale e politica dignitosa a liberarsi di una situazione di governabilità impossibile, per soluzioni difficili ma, in fondo, più realistiche.


Girotondi, ritorno in piazza
Paolo Conti sul
Corriere della Sera

ROMA — Cominciamo da lui. Naturalmente da Nanni Moretti, il primo motore, anzi l'inventore, dei Girotondi contro il berlusconismo nel 2002. Spiega Pancho Pardi: "L'assenza di Nanni non è programmata né voluta. Lo abbiamo cercato, gli abbiamo lasciato messaggi. Ma è impegnato per lavoro a Londra. Sarebbe stato poco corretto inserirlo nell'elenco a sua insaputa. Però speriamo sinceramente che venga. Lo aspettiamo".
Infatti il nome di Moretti non appare nel programma del primo ritorno girotondino sotto governo Prodi: un autentico esordio nell'era del centrosinistra. Sabato 11 novembre "Liberacittadinanza" e la rete dei Girotondi hanno convocato a Roma, al teatro Vittoria nel cuore di Testaccio, una giornata di studio: "A occhi aperti per una critica costruttiva". Introduzione di Pancho Pardi. E sei dibattiti: Costituzione, informazione, selezione delle candidature, giustizia, conflitto di interessi, legge elettorale. Ci saranno Rita Borsellino, Paolo Flores D'Arcais, Gherardo Colombo, Antonio Padellaro, Marco Travaglio, Elio Veltri, Giovanni Sartori, Dario Fo, Franca Rame. Cos'è, un primo tentativo di spallata a Prodi da sinistra? Pardi sorride: "Non scherziamo. Sarà una critica costruttiva sui tanti problemi. Alla Rai resta il consiglio di amministrazione di centrodestra, la modifica Mastella alla Castelli è timida e insufficiente, sul conflitto di interessi non si muove foglia. Su Il mulino certi giuristi ulivisti si sbracciano per spiegare che il referendum ha bocciato la devolution ma non la loro idea di premierato...". Morale? "I Girotondi passano da "movimento contro" a "movimento per". Ma vogliamo una vera politica di centrosinistra. Per dirla in breve: non siamo contro il governo ma spingiamo per scelte significative e per la salute istituzionale del Paese". Ancora su Nanni: "Moretti? Sappiamo bene che non si considera un promotore politico, che intende dedicarsi al suo lavoro di cineasta. Ma penso sia d'accordo".
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Molto sfiduciato appare invece Sergio Staino, vignettista de L'Unità:
"All'inizio partecipai con grande favore e fattivamente, ero affascinato dalla possibilità di inserire passione e sangue in una politica asfittica. Ma purtroppo l'esperienza si è conclusa per la millesima volta come tutte le vicende alla Masaniello". Perché? "Un lavoro del genere dev'essere di lunghissima prospettiva: sacrifici, piccoli successi, alleanze. Invece i Girotondi hanno puntato sul "tutto e subito". Che non esiste. Infatti i più infervorati di allora, oggi parlano di fallimento. Penso proprio a Moretti. Che si riparta adesso, sinceramente mi sembra molto difficile". Le viene da dire "viva la politica tradizionale"? "Dico che per fortuna c'è almeno quella. A forza di fuochi di paglia, si rischia di distruggere la capacità di lotta delle persone".
Altro simpatizzante 2002, il cantautore Luca Barbarossa che condivise l'entusiasmo di Fiorella Mannoia e Francesco De Gregori: "Abbiamo smesso di credere nelle ideologie, nei partiti, nei governi. Ci resta solo la forza della base, della gente comune. Per questo dobbiamo continuare a credere anche ai Girotondi. Dobbiamo riprenderci questo Paese". Nonostante il governo di centrosinistra? "Mi sembra che la profezia di Nanni si sia realizzata: "con questi dirigenti della sinistra non andremo da nessuna parte". C'è un governo che smentisce se stesso tutti i giorni. E non si riesce a modernizzare un Paese immobile, incapace di favorire l'unica industria di cui dispone, il turismo". Quindi? "Riproviamoci".
Anche Ottavia Piccolo appare ottimista: "Quell'esperienza è stata utile, voglio crederci ancora. Certo, abbiamo visto i partiti assistere ai Girotondi e poi dire: "bene, ragazzi, adesso lasciate lavorare noi professionisti della politica". Ben felici di considerare chiusa quell'esperienza". Infine c'è l'area degli incerti, per esempio Gianni Vattimo, altro entusiasta nel 2002: "Servono ancora i Girotondi? Boh! Forse sì, col Parlamento imbottigliato che vediamo. Che la base si muova, è sempre un bene per le democrazie. Ma riusciranno a fare qualcosa? Chissà".


Crisantemo fiore dei vivi
Guido Ceronetti su
La Stampa

Ma a che punto è arrivata questa collettiva implacabile idiozia della Rimozione, per cui ci vanno di mezzo anche i fiori, e uno dei più belli e dei più adatti ad abbellire una casa, diventato Industria Funeraria, è stato costretto agli spazi cimiteriali, dove in novembre è rovesciato a tonnellate, a vagonate, a piroscafi interi, accompagnato da scongiuri ignobili, comprato a caro prezzo e con timore di contagio cadaverico - povero, innocente, gentile, soave, degno di un Van Gogh, meraviglioso Crisantemo?
La Rimozione della Morte: se il totalitarismo razional-laicista dà di questi frutti dell'imbecillità pura, viva le superstizioni all'ombra delle cattedrali gotiche quando echeggiavano di gregoriano! Il crisantemo sì, va bene, può passare, purché dichiari subito alla cretinocrazia, che controlla tutto, che si guarderà bene dallo sfiorare col suo profumo i portoni dei nostri angosciati condominii, dove hanno accesso invece i DVD più antropofagici, lo stormo degli psicofarmaci, la violenza cogente, terroristica, della persuasione a fuggire tutto ciò che è pensiero, canto dell'anima, sfogo umano. E crisantemo è anche questo: canto che fa vivere, quanto la rosa, il gladiolo, la zinnia, la dalia, la fucsia, messaggero di luce, luce alla quale è stato, a partire da non so quale momento della storia progressiva della Stupidità, vietato di bagnare le cose, di rallegrare nel buio le coscienze...
Giù, ai marmi, ai loculi ingordi, alla carne spenta - questo grande fiore dei vivi! Smitragliato sui vasetti di plastica nera, e poi dopo pochi giorni a traboccare dai vagoncini delle putredini... Allorché dentro casa, il crisantemo ha lunga durata, e coi petali filiformi crea ikebane di sorriso, sottrae alle nostre disumane solitudini qualche briciola del loro potere feroce di lacerare e di uccidere.
Nell'Ellade, che gli ha dato il nome (crisantemo significa fiore d'oro) era il dono delle Antesterie, la festa dei fiori, ornava i templi e indifferentemente le case e i tumuli. Ma pròvati adesso, che l'intelligenza dei Greci è stata sequestrata tutta dai professori di filosofia, a regalare a qualcuno, a una donna, un mazzo di crisantemi! Inorridirà e ti odierà, anche se persona in tutto il resto colta, intelligente, aperta perché ci domina tutti la bestia della Rimozione, perché ci strega tutti l'immonda superstizione crisantemo-tardo autunno-festa dei morti e splacc! ecco l'innominabile Morte evocata dal fiore d'oro. Se ti offrono un crisantemo è un for whom the bell tolls, vexilla regis prodeunt inferni, libera nos Domine... Crisantemo uguale Dies irae... ma mi domando: avranno perso il terrore dei castighi infernali per i loro peccatacci dozzinali solo per guadagnarci panico di fronte a uno stelo verde con una gentile corolla in cima e foglie aromatiche? Sarà possibile tentarne una rieducazione, facendo ripetere in ipnosi a questi decerebrati: cri-san-te-mo-fio-re-dei-vivi?
Facciamo venire qualche maestro giapponese che ci istruisca in crisantemologia pratica, che ci faccia riscoprire la particella di Bellezza irradiata da quel cenno di luce quando è sapientemente collocato in un vaso! Trilla volgare e sussultorio il Citofono, e sotto c'è, davanti casa, una geisha uscita dal Paese delle Nevi, dalle meditazioni libertine di Yasunari Kawabata: viene a portarti un fiore, un crisantemo, viene a farti - proprio te, espulso da tutti i sogni - di nuovo, per un istante, sognare... Crisantemo, fiore dei vivi.
Crisantemo, fiore per i vivi...


   31 ottobre 2006